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in archivio dal 05 gen 2007

Davide Mirabello

14 dicembre 1988, Vibo Valentia

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  • 05 gennaio 2007
    "Solo"...solo una follia

    Come comincia:

    La casa era vuota, come sempre. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che qualcuno era entrato lì dentro, forse non voleva ricordarlo. La finestra che affacciava sulla strada rappresentava il suo unico contatto con l’esterno. Quei tre uomini appoggiati al muretto, un tempo erano suoi amici, forse lo avrebbero accettato ancora, ma quella parte di lui che lo aveva reso folle continuava a torturarlo. 


    “No. Quelli sono dei poveracci, ignoranti ed ingenui. Parlano fra di loro di cose inutili, immersi in questo mondo fasullo. Non sono in grado di capirmi! Io sono diverso da loro. Così superficiali, così attaccati alla materia. L’unica cosa da cui non posso separarmi è la mia arte… quella di dare emozioni. Non importa con cosa: basta un foglio ed una penna, uno strumento musicale, basta anche la sola parola. Loro però mi giudicano strano, solo perché sono sensibile, solo perché voglio trovare qualcosa che vada al di là di quello che tutti vedono. Questo mondo non mi appartiene ed io lo rifiuto.”


    La genialità viene riconosciuta solo se vista. Rinchiudendosi in sé, l’aveva trasformata in una forma di pazzia da cui non riusciva più ad uscirne. Quindi fece ciò che più di tutte le altre cose lo rendeva felice, prese la sua chitarra e si mise a suonare. Decise di sedersi di fronte all’albero di Natale che aveva preparato da qualche giorno, ma che nessuno avrebbe visto. Mentre cominciava a pizzicare le corde ricordò quando quella casa era colma di persone, quando suonava per loro, gioiva con loro.  Una sera, come quella, di tanti anni fa, sua mamma rimase a guardarlo per ore mentre suonava davanti all’albero. Al termine di quel concerto casalingo, lo abbracciò ed andò a dormire. Da quel giorno in poi nessuno più assistette ad una sua esibizione.


    Quella sera l’albero era identico a quello che aveva preparato sua mamma, le luci nel buio completo della stanza facevano un bell’effetto. Ancora una volta avrebbe suonato davanti a quell’albero, ancora una volta avrebbe suonato solo per quell’albero. Forse era il prezzo da pagare per essersi sentito superiore agli altri, forse era il prezzo da pagare per aver rifiutato gli alti che sono tutti speciali perché unici e rappresentano la nostra salvezza.