username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 07 mar 2006

Diego Manca

28 ottobre 1949, Santulussurgiu (or)
Segni particolari: Autore del romanzo La donna delle Sette Fonti, un romanzo sincero, dedicato alle donne e alla nostra parte femminile ma soprattutto ai giovani, una storia che appassiona per la sua semplicità e naturalezza...
Mi descrivo così: Scrittore e poeta ho pubblicato un libro di poesie intitolato HAIKU e alcuni racconti. Vivo e lavoro a Firenze.
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 17 marzo 2006
    Lampo

    Nel mezzo

    della Tempesta

    della Vita

    un Lampo

    penetra

    la mia Oscurità

    e la illumina.

     

    D'Amore.

     
  • 17 marzo 2006
    Arcobaleno

    Sono un uomo di colore

    Vado via per la mia strada

    Incontrando altre persone

    Di colori differenti.

    Tavolozze colorate

    Di bellezze variopinte:

    Bianche, Nere, Rosse e Gialle,

    Hanno tutte dei begli occhi,

    Belle mani, bei capelli,

    Sono tutte mie sorelle

    Sono tutti miei fratelli

    Questi fiori della Terra

    Questa Terra colorata

    Che ci fà sentire vivi

    Per vedere ogni colore

    Per sentire ogni sapore

    Per udire dei bei suoni

    Percepire i suoi profumi

    E gustare cose buone.

    Quanto stupido è il razzista

    Che si perde tutto questo.

    E' convinto l'imbecille

    Che la pelle sua è migliore

    Di una pelle di africano,

    Di cinese o filippino,

    Di un terrone o polentone,

    Mentre tutti sanno bene

    Che il cervello di un razzista

    Ha bisogno di una cura

    Della Terra sua maestra

    Che gli insegni con i sassi

    Con le piante e gli animali

    Quanto belli son gli umani
    Di colore Arcobaleno.

     
  • Seduto

    all'angolo

    di una strada

    in una città

    sconosciuta

    nel mezzo

    di Europa


    mi sento a casa.

     


    Sono

    con me.

     
  • 17 marzo 2006
    Cinciallegra

    Uscendo dal buio

    della notte

    sento la cinciallegra

    sulla pianta di sambuco

    che canta.

     

    Canta.

     
  • 17 marzo 2006
    Cascata

    Tu mi sussurri, Acqua,

    che tutto è in movimento,

    che scorri notte e giorno

    senza fermarti mai.

    Io sento lo scrosciare

    dell'acqua sulla roccia

    e mi domando: “Io,

    mi muovo come lei?”

    Lei sembra che mi ascolti

    e mi dica: “Ma taci!

    Non piangere, sii forte,

    non far domande, ascolta!

    Ascolta e ascolta ancora,

    smetti di chiaccherare,

    ascolta la mia voce

    che arriva fino al mare.

    Io sono la tua Vita,

    Io son la tua Sorgente,

    Io sono la tua Amante,

    Io sono la tua... Mente.

    Son io che dò la Vita

    a tutto ciò che vive.

    Io sono la Cascata

    che stà dentro al tuo cuore.

     
  • 17 marzo 2006
    Orca

    Come in un mare immenso stò nuotando,

    insieme ad altre Orche vado via,

    nelle acque fredde della Vita mia,

    con quelle del mio branco vò cacciando.

     

    Noi stiamo tutte insieme, eppure sole

    noi siamo nei momenti più importanti,

    ma tutte noi vogliamo andare avanti

    verso quel posto dove sorge il Sole.

     

     Per arrivar fin lì noi combattiamo

    con tutti gli alleati, e sono tanti,

    che lottano per un mondo più bello,

     

     ed è la nostra Arte che noi diamo,

    son statue, quadri, scudi, poesie e canti,

    frutto del nostro cuore e del cervello.

     
  • 17 marzo 2006
    Quando io me ne andrò

    Quando io me ne andrò da questo Mondo

    per ritornare nel tuo Blù Profondo,

    avrò lottato, dato, creato e amato,

    per Te, Oceana, per Me e per il Creato.

     

    La Vita sulla Terra mi ha sorriso

    ed è proprio per questo che ho deciso

    di abbandonare ciò che mi trattiene

    dal vivere contento, sano e bene,

     

    e vivere così, come in quel tempo

    in cui nuotavo nella Mare immensa

    con tutte le altre Orche mie compagne

     

    per aver come sola ricompensa

    l'amata Libertà, e nel frattempo

    guardar dalla mia Mare le Montagne.

     
  • 17 marzo 2006
    Effetto serra

    Ma cosa le hanno fatto alla mia Terra,

    al Pianeta dei Maghi e dei Poeti:

    la stupidità, l'ignoranza e i preti

    han fatto saltar fuor l'effetto serra.

     

    Con macchine, automobili e turbine

    a gas, carbone, plutonio e gasolio,

    con tutti i derivati del petrolio

    stanno per decretare la sua fine.

     

    Verrà un giorno, verrà, che il monopolio

    invece di pensare solo ai soldi

    vedrà il suo interesse nella Vita.

     

    La Terra sarà allor cosmopolita,

    non ci saran più guai, né manigoldi

    e Lei sarà più Bella e più Pulita.

     
  • 17 marzo 2006
    Scorcio del mio passato

    Nascosta in mezzo a un bosco

     su di un colle

     vedo una casa a torre

     dal mio treno.

     Mi attira

     la sua aria

     solitaria

     bella e solenne

     di vecchio maniero.

     Quel posto lo conosco:

     qualche volta

     nei miei sogni più belli

     l'ho già visto.

     Vivevo là in passato

     con qualcuna

     di cui ricordo solo

     la Bellezza.

     
  • 17 marzo 2006
    Sera

    Seduto fuori

    all'ora del Tramonto

    ascolto i suoni dolci

    della Sera:

    voci lontane,

    uccelli,

    e una cicala

    che canta ancora

    la sua tiritera.

    Poi all'improvviso

    un verso di civetta

    e gli uccellini tacciono,

    di colpo.

    Il Vento

    che fà fremere

    le canne

    introduce la Notte.

     

    Soavemente.

     
  • 17 marzo 2006
    Chi saprà mai?

    Chi saprà mai

    fra cento o mille anni

    delle ansie,

    dei tormenti,

    dei dolori,

    delle gioie sublimi

    e degli amori

    avuti in questa vita

    sulla Terra?

    Solo la mia Poesia

    rimarrà viva,

    quando il mio corpo

    ridiventato Terra

    sarà di fiori ed erba

    il nutrimento.

     
  • 17 marzo 2006
    Proprio tu

    Sei proprio Tu

    che guidi la mia mano,

    Tu Terra, Tu Acqua, Fuoco,

    Tu Aria pura,

    sei proprio Tu

    Bellezza

    che m'ispiri

    a scrivere di Te

    e della Natura.

     
  • 17 marzo 2006
    Dopo il raccolto

    Campi di grano

    dopo il raccolto,

    arsi dal sole

    sembrano spenti.

    A poco a poco

    spunta una pianta,

    poi fili d'erba,

    cardi e cicorie.
    Striscia il vilucchio

    tra le alte stoppie,

    copre la Terra

    di fiori bianchi.

    Sulle corolle

    protese al sole

    farfalle bianche

    e calabroni

    succhian l'essenza

    di quei bei fiori.

     
  • 17 marzo 2006
    Scelte all'alba

    Il Corpo

    pulito,

    Lo Spirito

    sereno,

    rasato di fresco,

    nella mente

    gli ultimi brandelli

    di sogno,

    sono pronto

    ad essere colorato:

     ho scelto

    il Blu Oltremare.

     
  • 17 marzo 2006
    Precedenze

    Due minuscoli insetti,

    non so il nome,

    fanno l'amore

    sul foglio del quaderno.

    Aspetto,

    rispettoso,

    per scrivere,

    il permesso.

     
  • 17 marzo 2006
    Suoni

    Il suono della Vita

    è un cinguettio,

    è l'alito del Vento

    a Primavera,

    il frullio di un Uccello

    quando è sera,

    è la canzone

    che ho cantato io.

     
  • 17 marzo 2006
    Fior di purezza

    Forse non saprai mai

    con che passione ho amato

    la Terra, i Fiori, un Prato

    accanto a casa mia.

     

    Ma a te che mi hai ridato

    la gioia del Presente

    insieme alla mia Mente

    ho donato il mio Cuore,

     

    solo per un minuto,

    forse per poche ore

    ma con tutto l'Amore

    di un uomo innamorato,

     

    che vede la Bellezza

    che sgorga dai tuoi occhi

    quando tu passi e tocchi

    il Fior della Purezza.

     
  • 17 marzo 2006
    Canzone d'amore

    Migliaia di milioni

    Miliardi di anni luce

    E' vecchia quella parte

    Che spesso tace in noi.

    E' come un canto antico

    Cantato dalla Dea

    Creatrice della Luna,

    Del Sole e dei Pianeti,

    Un canto appassionato

    Che unisce tutti quanti:

    Le Piante, gli Animali,

    Le Stelle e anche gli Umani

    E fa vibrare il cuore

    A un tipo come me,

    Che, nato nel momento

    Del grande Big-Bang,

    S'innamorò del Suono

    Che fece l'Universo.

    E sin da allora vive.

    la Vita con Passione.

     
  • Persa,

    nel suo sogno

    di fotoromanzo,

    grassa,

    brutta,

    con un sorriso ebete

    di bambina cresciuta troppo in fretta.

    Eppure è così donna!

    Eppure è così bella!

    Che peccato.

     

    Vivo

    come in un sogno amorfo

    di pettini colorati

    con mani infantili.

    Colori cerulei e teneri,

    cromaticità eteree

    di notti fantasmagoriche,

    nel rincorrersi delle voci incomprese,

    in una follia colorata e triste,

    ma non troppo.

    In quella donna grassa

    vedo me,

    vedo le mie possibilità perse,

    ciò che avrei potuto essere.

    Oh, quanto le devo!

    Perchè, perchè, perchè, perchè ti uccidi così?

    Perchè non ti svegli?

    Perchè non ti muovi?

    Perchè sono così arrabbiato con me stesso?

    Specchio di ragazza,

    specchio di città,

    rifletti la brutta immagine pensata.

    Un colore pastello,

    una pennellata allegra

    allegerirebbe la tua tristezza.

    Un Fiore di carta.

    Uno.

    Dato

    con Amore.

     
  • 17 marzo 2006
    Penetrazione

    Entrano

     

    dolorosi

     

    i primi raggi

     

    di Sole

     

    nella carne

     

    affamata

     

    di Luce.

     
  • 17 marzo 2006
    Uccello di fuoco

    Volando

    dentro alla fiamma azzurra

    della poesia.

     

    Ad ali spiegate.

     
  • 17 marzo 2006
    Grazia

    Tu sei colei che dona

    la Gioia e lo Splendore

    agli uomini e alle cose

    e a tutto il mondo intero.

    Il tuo nome ricorda

    prati pieni di fiori,

    cascate d'acqua pura,

    farfalle colorate.

    Senza di te la Terra

    sarebbe triste e grigia,

    ma tu ci dai la Luce

    che riempie il cuor di gioia.

    Prosperità tu doni

    agli Uomini e alle Donne

    e Piante ed Animali

    aman la tua presenza.

    Sei amica della Musa

    che ispira la Poesia

    ed il tuo nome è Simbolo

    di Bellezza e d'Amore.

    Tu forse non ricordi

    quanto potente sei

    e quanto tu puoi dare

    a noi, al Mondo e a Lei.

    Svegliati, Grazia, vieni!
    Ricordati chi sei!

     
  • 16 marzo 2006
    Estate

    Cantano

    assordanti

    le cicale

    dei miei pensieri

    sotto il sole

    ardente.

     
  • 16 marzo 2006
    Alla mia Musa

    Dalla mia solitudine

    ti osservo mentre vivi,

    dipingi, mangi, canti,

    parli da sola e ridi;

    vedo lo scrigno bianco

    del tuo corpo di Dea

    passarmi accanto all'anima

    e tingerla di azzuro.

     

    Di quel color si nutre
    il mio spirito d'Orca.

     
  • 16 marzo 2006
    Temporale Estivo

    Tutto tace all'intorno.

    S'alza il vento.

    In lontananza sento

    il lungo rombo

    di un tuono che rimbomba

    nella valle.

    Di colpo il vento aumenta

    la sua forza

    e un fremito percorre

    tutto il bosco.

    Un lampo e poi il suo tuono

    frustan l'aria

    e lampi ancora e tuoni

    ora vicini

    fanno tremare i vetri

    della casa.

    Sulle tegole del tetto

    il tichettìo

    irregolare e rado della pioggia

    in un crescendo

    sempre più possente

    si è trasformato

    in temporale estivo.

     
elementi per pagina
  • 13 marzo 2006
    Anna e il lavavetri

    Come comincia: "Lo so! Lo so! Non c'è bisogno di dirmelo tutte le volte! È che davanti si vede meglio!"

    La voce della bambina è leggermente stizzita. Si infila nel sedile posteriore della vecchia Opel e si mette a sfogliare svogliatamente un giornaletto di Topolino.

    "E' inutile che ti arrabbi, sai?" ribatte la donna seduta al volante. "Possibile che te lo debba dire tutte le volte? Davanti è pericoloso! E basta! Oh!"

    "Sì, mamma." 

    La risposta accondiscendente della bambina è talmente incongruente col suo tono di voce che la madre si volta e prima di girare la chiavetta di accensione la guarda in viso, esasperata.

    "Non mi rispondere così, sai? Non sono mica scema!"

    "Va bene, scusa mamma." 

    La voce della bambina si è addolcita. La madre la guarda per un attimo dallo specchietto retrovisore e vede che ha gli occhi lucidi. Sa che non piangerà, almeno non subito, tuttavia le dispiace immensamente che da un paio di mesi a questa parte questi continui battibecchi rovinino le giornate di tutte e due.

    Anna, che ha compiuto da poco 10 anni, sta passando infatti uno strano periodo. Cerca sempre di più di affermare la propria personalità e fa di tutto per provare a sé stessa e agli altri la sua indipendenza e la sua autonomia, sopportando molto male qualsiasi ingerenza degli adulti in qualunque sua decisione, presa o da prendere.

    Vera, la madre - la quale ha già passato da qualche anno la soglia dei quarant'anni - vorrebbe invece venirle incontro, parlare con lei, come facevano fino a pochi mesi fa. Invece Anna, un tempo così obbediente e affettuosa, molto spesso respinge gli approcci della madre con un atteggiamento di chiusura che Vera non si sa spiegare. E' andata a parlare anche con la sua maestra - Anna frequenta la quinta elementare di una scuola comunale di Firenze - ma a scuola sembra non ci siano problemi, anzi, pare che se la cavi particolarmente bene. L'unica cosa strana, le ha detto la maestra, è che passa ore e ore a chiacchierare con Chiara, la sua migliore amica - ma data l'età forse è anche normale -. 

    "Speriamo le passi presto," pensa Vera fra sé, fermandosi a un semaforo. Accende la radio e la sintonizza su una stazione da dove trasmettono musica leggera. Poi, siccome la canzone non le piace, la spegne di nuovo.

    A fianco a lei, alla sua sinistra, c'è un'altra macchina, una grossa Mercedes bianca con un giovane cinese al volante.
    Sul sedile posteriore c'è una vecchia signora che guarda in direzione di Anna e Vera;  la bambina si accorge che la vecchia la sta osservando e si sente un po' a disagio. Sta per volgere lo sguardo altrove, quando la signora le sorride e senza staccare lo sguardo da lei dice qualcosa al suo autista cinese. Anna è colpita dagli occhiali della signora: hanno le lenti così spesse che gli occhi azzurri della vecchia sembrano enormi e con l'originale montatura bianca a forma di farfalla volano via e si posano sul sedile proprio di fronte ad Anna. La bambina, un po' spaventata, china leggermente il capo di lato, per un attimo incrocia lo sguardo divertito di quegli occhi azzurri e poi con un filo di voce sussurra: "Mamma, guarda un po'..."

    Nello stesso istante la farfalla bianca degli occhiali vola via in un guizzo verso la Mercedes e quando Vera si volta, Anna non sa cosa dirle. In quel preciso momento un  giovane lavavetri negro si avvicina al loro sportello e con un sorriso smagliante chiede se può lavare il parabrezza. Forse perché distratta dalla  domanda di sua figlia o forse perché i capelli ricci e gli occhi neri del lavavetri l'hanno intenerita, fa cenno di sì con la testa. Il giovane, un africano dall'aria furba e simpatica, non se lo fa dire due volte e pulisce vigorosamente il vetro del parabrezza con una spugna fissata a un bastone. In pochi secondi il vetro anteriore viene ricoperto da una schiuma azzurrina attraverso la quale filtrano i deboli raggi di sole di questa giornata di fine ottobre e in un baleno il mondo di Anna cambia completamente. Il sedile posteriore su cui sta seduta e così pure i capelli di sua madre, di un biondo tendente al castano, ora sembrano emanare un'iridescenza che li fa apparire più chiari, come miele; ma la cosa più stupefacente è che quel velo di tristezza che stava inquinando l'umore di madre e figlia era scomparso per far posto a una sensazione di serenità e di gioia che né Vera né Anna avevano mai provato.

    Quando il lavavetri ha finito, il parabrezza è così pulito che sembra nuovo, come pure sembra nuovo tutto ciò che sta intorno a loro. Anche se passano di lì quasi tutti giorni, stentano a riconoscere  il viale alberato che costeggia le antiche mura della città, tra Viale Ariosto e Viale Aleardi. 

    Non si erano mai accorte, Vera e Anna, della bellezza delle albere di quel viale, né avevano mai notato il cinguettio degli uccelli, che a centinaia ora sembrava cantassero solo per loro.

    Vera tira fuori dalla borsa il portamonete per dare qualche spicciolo al lavavetri, ma questi, con un gesto aggraziato della mano e ridendo a fior di labbra, rifiuta dicendo:

    "No, grazie! Questo è un regalo!" Vera insiste perché prenda i soldi, ma l'uomo non li vuole assolutamente. Guarda invece Anna e timidamente chiede:

    "Tu fai disegno per me? Sì?"

    La bambina guarda un attimo la madre, come a chiederle il permesso. Vera sorride, ma non dice nulla. In quel momento il semaforo diventa verde e siccome ha delle macchine dietro, Vera ingrana la marcia e parte. La Mercedes bianca con l'autista cinese che prima era al loro fianco parte prima di loro e Anna fa giusto in tempo a vedere il volto della vecchia signora che le sorride amabilmente.

    La bambina la saluta con la mano, poi si affaccia dal finestrino e urla in direzione del lavavetri:

    "Te lo porto domani, va bene?"

    L'africano risponde qualcosa, ma il rumore delle macchine impedisce ad Anna di capire ciò che dice.

    Vera imbocca il viale Aleardi  e svolta in Piazza Tasso per lasciare Anna all'angolo di Via della Chiesa, da dove proseguirà da sola fino all'entrata della scuola. È da un po' di tempo infatti che ogni tanto sua madre la accompagna in macchina prima di recarsi al lavoro: anche se la loro casa in fondo non è molto lontana e Anna potrebbe benissimo andarci a piedi, Vera ama tuttavia passare questi pochi minuti con lei, anche se, come è ancora successo questa mattina, ogni tanto litigano.

    Anna scende dalla macchina, dà un bacio a sua mamma e si allontana saltellando. Non vede l'ora di vedere la sua amica Chiara e raccontarle ciò che le è accaduto.

    Quando alle quattro e mezzo esce da scuola, Anna decide di passare dalla strada dove lavora il lavavetri africano. Voleva andarci insieme alla sua amica Chiara, ma la madre è venuta a prenderla per portarla da sua nonna e quindi non è potuta venire con lei. Impiega un paio di minuti per arrivare fino in viale Ariosto, ma al semaforo non c'è nessuno. Delusa, Anna si avvia lentamente verso casa, pensando a quale disegno fare al lavavetri. Una volta arrivata si chiude in camera e fino all'ora di cena non si fa vedere. Quando a quell'ora suo padre le domanda cosa ha fatto tutto il pomeriggio chiusa in camera, lei risponde che è un segreto e che forse glielo dirà domani. Dopo cena, cosa strana, chiede a sua madre se può andare a letto subito perché non vede l'ora che arrivi domattina. Vera sorride divertita e le fa cenno di sì con la testa.

    L'indomani Anna non ha voglia di andare a scuola in macchina e chiede alla mamma se può però accompagnarla fino al semaforo dove lavora il lavavetri africano, poiché vuole donargli il disegno che le ha preparato ieri. Vera, ben contenta di fare una passeggiata prima di recarsi al lavoro, dice subito di sì e alle otto e dieci sono già al semaforo tra viale Ariosto e viale Aleardi, ma il lavavetri non c'è. Stanno per andare via, quando vedono una Mercedes bianca che si ferma a una trentina di metri dal semaforo e dalla quale scende il lavavetri africano. Mentre l'autista cinese rimane al volante, l'africano apre il portabagagli della macchina e prende un secchio, alcune bottiglie di plastica piene d'acqua, il suo attrezzo per pulire i vetri e si avvia quindi in direzione di Anna e della madre.

    Vera è sorpresa nel vedere un lavavetri negro venire al lavoro in Mercedes, e per di più con autista.

    "Ecco perché ieri non ha preso soldi," pensa, "probabilmente non ne ha proprio bisogno."

    "Ciao!" esclama allegra Anna. "Ti ho portato il disegno!"

    E' talmente impaziente di farglielo vedere che quasi non riesce ad aprire la cartella della scuola dentro alla quale lo custodisce. Infine riesce a tirare fuori il suo album da disegno: lo apre e ne estrae un foglio sul quale Anna ha disegnato una macchina rossa con dentro una donna, una bambina e un lavavetri tutto nero in procinto di lavare il parabrezza della macchina con una specie di bastone magico dal quale scaturiscono raggi arancioni e gialli. Sotto un cielo azzurro albere maestose ospitano uccelli dai tanti colori e, posata su un ramo, una specie di grande farfalla bianca - sulle ali della quale Anna ha disegnato due grandi occhi dello stesso colore del cielo - sembra guardare con curiosità la scena sottostante. Sul lato destro del disegno Anna ha scritto il proprio nome in stampatello con accanto un grande cuore dentro al quale ha scritto la parola: "Terra". Il giovane lavavetri sembra quasi imbarazzato dal regalo e guarda la bambina con occhi pieni di gratitudine.

    "Molto bello, tuo disegno molto bello! Grazie. Tu come chiamare?"

    "Mi chiamo Anna" risponde la bimba, porgendogli la sua manina. "E tu?"

    "Mio nome è Faro , però tutti chiama me Jimmy".

    "Ma qual è il tuo vero nome?" insiste la bimba.

    " Mio vero nome è Faro," sorride l'africano. "Vuole dire Buona Acqua. Tu può chiamare me Acqua."

    "Che bel nome!" esclama Anna guardando sua madre, la quale a sua volta si presenta e stringe la mano del ragazzo.

    "Ora purtroppo dobbiamo andare,"  se no facciamo tardi a scuola. Ciao!" conclude la bambina.

    "Ciao!" risponde il giovane, sorridendo a tutte e due. "A presto!"

    "Questo pomeriggio sei qui?" domanda timidamente Anna prima di andar via.

    "Forse," risponde enigmaticamente Faro.

    Madre e figlia si allontanano con passo svelto in direzione di Piazza Tasso. Arrivate all'angolo con via della Chiesa la bambina chiede a sua madre se qualche volta può invitare Acqua a mangiare a casa loro.

    "Vedremo," è la risposta frettolosa di Vera. "Ora vai a scuola, su!" conclude, dandole un bacio sulla guancia.

    Per tutta la mattina Anna ascolta diligentemente le lezioni, fa ciò che le dice la maestra e non chiacchiera in classe. Verso il primo pomeriggio però diventa sempre più impaziente e quando alle quattro e mezza suona la campana è tra le prime a uscire dall'aula. Non ha parlato con nessuno del giovane africano, anche perché la sua amica Chiara oggi non è venuta a scuola e ancora non aveva intenzione, o voglia, di parlarne con qualcun altro. E' rimasta d'accordo con sua madre che oggi sarebbe ritornata a casa da sola e quindi fuori non c'è nessuno ad aspettarla. Con passo deciso si avvia verso viale Ariosto e solo quando vede Acqua rallenta il passo, contenta che lui ci sia. Lo osserva da lontano mentre pulisce il parabrezza di una macchina al volante della quale un anziano signore canticchia una canzone. Quando ha finito il vecchio vuol dargli una moneta, ma Acqua la rifiuta, gentilmente. Anna non sente le parole, ma sembra quasi che il suo amico si scusi del fatto che non prende soldi. L'anziano signore comunque lo ringrazia e quando parte Anna vede che sorride.

    "Ciao, Acqua!" La voce della bambina si sente a malapena a causa del traffico intenso di quell'ora.

    "Oh, ciao Anna!" risponde subito il ragazzo. "Finito scuola?"

    "Sì." 

    La bambina non sa cosa altro dire e sta per andar via, quando Acqua le domanda:

    "Io vuole imparare italiano. Tu fai scuola a me?"

    Il viso di Anna si illumina.

    "Volentieri," risponde la bimba. "Ma forse non ne sono capace."

    "Tu brava, tu insegna italiano a Faro." La sicurezza con cui il ragazzo dice queste parole convincono Anna ad accettare. Siccome però la bambina non sa né come, né dove  insegnarglielo, gli esterna i suoi dubbi.

    "Tu parla con io! Io impara!" afferma il ragazzo, sicuro di sé. Avrà sì e no diciotto anni ed è alto quasi il doppio di Anna. L'espressione del suo volto è decisa, tuttavia lo splendore del suo sorriso addolcisce i suoi lineamenti dandogli un'aria quasi femminile.

    "Di cosa vuoi che parliamo?" domanda Anna.

    "A me piace storie!" risponde Faro. "Tu dici a me storie."

    Anna, a cui piace non solo ascoltare, ma anche raccontare, è ben contenta di poter narrare le storie che conosce e mentre tra il lavaggio di un parabrezza e l'altro Faro si riposa Anna incomincia così la sua carriera di maestrina. Dopo una mezz'ora passata insieme, la bambina vuole tornare a casa per non far stare in ansia sua madre, dando a Faro appuntamento per l'indomani alla stessa ora.

    Prima di andar via Anna gli domanda come mai per il suo lavoro non vuole soldi. Faro sembra per un attimo perplesso, come se stesse cercando le parole per risponderle. Poi, come se la cosa per lui non avesse alcuna importanza, dice:

    "Questo è mio regalo per gente! Io ricco!"

    Anche se Anna non ha capito bene cosa Faro abbia voluto dire, non insiste e dopo averlo salutato si dirige verso casa sua.

    Per giorni e giorni Anna si reca tutti i pomeriggi all'angolo tra viale Ariosto e viale Aleardi. Seduta con Faro su una cassa di frutta rovesciata appoggiata alle vecchie mura della città, racconta al giovane africano tutte le storie che conosce e quando ha esaurito quelle, se ne inventa di nuove. Faro è uno scolaro molto attento e diligente e dopo aver sentito ogni storia la ripete ad Anna: prima con innumerevoli errori, poi a poco a poco, con l'aiuto della bambina che gli corregge ogni minimo sbaglio, la sua grammatica migliora e nel giro di un mese riesce a parlare correttamente quanto la sua maestrina.

    Durante tutto questo tempo allievo e maestra sono diventati molto amici. Anna viene a sapere che il suo amico africano proviene dai dintorni di una città che si chiama Bamako, nel Mali, e che il suo popolo si chiama Bambara. Faro sembra molto restio a dare informazioni su di sé e Anna, oltre alle poche cose che il suo amico le ha detto, non riesce neanche a sapere dove va a dormire la sera quando ha finito di lavare i vetri delle macchine.

    Un bel giorno, a fine novembre, quando Anna si reca all'appuntamento con Faro per raccontargli una delle sue innumerevoli storie, trova il suo amico che la attende in piedi accanto alle mura della città. Mentre tutte le altre volte che si sono visti Faro indossava dei jeans e una camicia - quasi sempre la stessa - ora ha indosso una specie di lungo camicione multicolore che gli arriva fino ai piedi.

    Siccome piove a dirotto Anna ha preso da casa sua un ombrello e si affretta verso Faro a cui sembra invece non importi molto di bagnarsi.

    "Ciao, Faro! Che bel vestito!" esclama Anna, avvicinandosi a lui per cercare di ripararlo dall'acqua con l'ombrello. Il giovane africano la guarda con gli occhi un po' tristi.

    "Domani devo partire! Torno fra la mia gente!" dice, a voce bassa. "Volevo salutarti e ringraziarti per il tempo che mi hai dedicato."

    "Partire? Perché?" Anna sembra non credere alle parole di Faro, ma il giovane le dice che il tempo che aveva a disposizione è scaduto e che deve tornare dal suo popolo.

    "Non capisco," continua la bambina scuotendo la testa, "perché devi tornare proprio ora?"

    "Perché qui ho finito il mio compito."

    Anna china la testa e silenziosamente guarda la punta delle sue scarpe da tennis. Dai suoi occhi sgorga una lacrima, rotola lungo la guancia e si unisce alle gocce di pioggia che cadono ai suoi piedi.

    "Ho un regalo per te," prosegue Faro. "Questa volta ho io una storia per te, una storia del mio popolo, la storia della creazione."

    Anna lo guarda e tace, incerta se continuare a piangere o ascoltare il suo amico. Faro le prende di mano l'ombrello e tutti e due si siedono sulla vecchia cassa di frutta rovesciata.

    "Al Principio di tutte le cose c'era il Grande Vuoto.”

    La voce di Faro è grave e potente.

    "Poi iniziò il Movimento. Ogni Movimento deve andare in due direzioni, deve andare e tornare, come il Respiro. Questo rende possibile il prossimo passo nella catena della Creazione, cioè la Voce, la Parola che Crea Ogni Cosa. Questa Parola è l'Azione che crea Vibrazioni, l'Essenza stessa della Voce. La Parola, la Voce, è lo Spirito stesso che è libero di creare qualsiasi cosa desideri.

    Poi c'è "Nugu", la Sostanza, che contiene gli Elementi:

    "Yalan", Aria

    "Sani", Acqua

    "Yeren", Fuoco

    "Yelengu", Terra.

    Gli elementi si influenzano l'uno con l'altro, in una spirale concentrica, a causa del Potere, il "Mana".

    Quindi fu creata Pemba, la Grande Cosa, il Principio della Creazione, lo Spirito della Spirale.

    Da pezzi di legno tenero Pemba creò "Ni", le Anime degli Esseri Umani, poi creò un Essere Femminile con la coda, un muso  e orecchie lunghe, ma tuttavia ancora un piccolo essere umano. Pemba si accoppiò con la sua creazione e dopo di ciò nacquero tutti gli animali, uccelli e insetti. Tutti adoravano Pemba e la chiamavano "Ngala", Dea.

    Faro era il Dio delle Acque, senza le quali nessun essere può vivere. Faro venne sulla Terra dopo un lungo periodo di siccità, durante il quale erano morti la maggior parte degli uomini e degli animali. La sua voce era come il primo Vento Fresco alla fine della Stagione Calda.

    Faro parlò al popolo e disse: "Vi darò pioggia per nutrire  i fiumi, le fonti, i laghi e i ruscelli. Ricordatevi che l'Acqua è sacra e deve essere riverita. Non vi posso salvare dalla morte, ma vi posso aiutare."

    Insegnò loro a parlare e fertilizzò le donne, le quali diedero alla luce dei gemelli. Ma Faro non aveva ancora vinto la sua lotta per la vita sulla Terra.

    C'era  "Teliko", lo Spirito Arido del Vento del Deserto, che soffocava la gente. Faro aspettò e aspettò finché arrivò il suo momento: Teliko, nel suo orgoglio, dimenticò che non avrebbe mai dovuto attraversare un fiume. Quando lo fece, Faro, che vive nell'Acqua, lo prese e lo frantumò contro una montagna.

    Faro, diventato padrone del mondo iniziò a mettervi ordine. Fissò i punti cardinali, le stagioni, la successione regolare dei giorni e delle notti e l'opposizione di destra e sinistra. Quindi si mise al centro e creò i Sette Cieli:

    Il primo, "Kaba Noro", il Cielo Soffice, è formato dalle Nuvole di Pioggia dove Faro risiede come Dio dell'Acqua.

    Il secondo cielo, "Kaba Dye", il Cielo Bianco, è chiaro e fresco.

    Il terzo cielo, "Kaba Fii", il Cielo Nero, è la dimora dello Spirito e nel

    Quarto cielo Faro tiene i conti del mondo.

    Nel quinto, il Cielo Rosso, Faro giudica coloro che hanno infranto i tabù. Qui custodisce Fuoco, Sangue,  e Fumo.

    Nel sesto, il Cielo del Sonno, Faro custodisce i segreti del mondo. Qui, gli spiriti delle persone e dei folletti dormono finché lui non li sveglia.

    Nel settimo cielo è contenuta l'Acqua, dove abita Faro. E' qui che lui tiene la corda con la quale tutte le mattine tira su il Sole."

    Anna ha ascoltato affascinata le parole del ragazzo e quando lui smette di parlare lei gli prende delicatamente la mano e guardandolo negli occhi domanda:

    "Tu sei il Dio delle Acque?"

    "No, io sono un uomo," risponde calmo Faro. "Ma imparo la Magia della Terra ormai da tanti anni. Sono venuto in Italia per visitare mia nonna Farfalla Azzurra, che vive lassù sulla collina, a Fiesole."

    "E' la vecchia signora che viaggia sulla Mercedes con l'autista cinese?" domanda Anna, tutta seria.

    "Sì, è proprio lei," risponde Faro con un sorriso. "Da lei ho imparato molte magie: per esempio a far ridere le persone tristi."

    Ora Anna sorride un poco, ma non vuole farlo vedere al suo amico, che continua:

    "E' per questo motivo che venivo a lavare i vetri delle macchine, così mi potevo esercitare. Perciò non prendevo soldi: come avrei potuto? Le persone mi aiutavano a imparare la Magia!"

    Tace per un istante e poi alzandosi continua: "Ma da te ho imparato la Magia dell'amicizia e per questo desidero farti ancora un dono."

    Dalla tasca del camicione estrae una minuscola bottiglia di vetro bianco con dentro un liquido trasparente e la dona  ad Anna.

    "Che cos'è?” domanda incuriosita la bambina.

    "Prova a scuoterla!"

    Anna non se lo fa dire due volte: agita un po' il liquido dentro alla bottiglietta e, sorpresa, si accorge che dentro c'è qualcosa di duro che sbatte contro il vetro. Guarda interrogativamente il suo amico e lui le spiega:

    "Dentro alla bottiglietta c'è un po' d'acqua del mare che bagna la costa dell'Africa in cui si trova il mio paese e la pietra è un'Acquamarina che mi regalò mia madre."

    "No, non posso accettare! E' troppo!" esclama Anna.

    "Voglio che la tenga tu," insiste Faro. "Così quando vedrai Acquamarina penserai a me e riderai."

    La bambina annuisce e guarda in silenzio il suo amico.

    "Quando vorrai vedermi, esci sotto la pioggia e chiama il tuo amico Acqua. Io sarò lì con te!"

    Faro allunga la mano e con la punta delle dita tocca delicatamente la fronte di Anna, scompigliandole, per scherzo, un po' i capelli.

    Due colpi di clacson li fanno voltare verso la strada e al semaforo vedono la Mercedes bianca con l'autista cinese.

    "A presto, mia piccola amica," sono le ultime parole che Anna sente, prima che il suo amico africano sparisca dentro alla macchina. "La stagione delle piogge è appena incominciata!"

    Anna chiude il suo ombrello e camminando sotto l'acqua si avvia verso la sua casa.

    E ride.

     
  • 13 marzo 2006
    Dono d’amore

    Come comincia:

    Uno dei modi per diventare molto, molto potenti
    e molto, molto spirituali
    e molto, molto ricchi
    è donare.

    White Wolf Storm
    (scrittore e Medicine Man, Cheyenne)
     

    Già da qualche tempo dormiva poco, era sempre agitato e, soprattutto, sin da quando si alzava dal letto la mattina l’angoscia gli stringeva così tanto il petto che a malapena riusciva a respirare e ogni tanto annaspava come se gli mancasse l’aria.
    Era andato a farsi visitare da Michele, un amico medico che gli aveva fatto fare un check-up generale. Il risultato delle analisi glieli aveva portati di persona in ambulatorio la sera del 30 dicembre, poche ore prima che il suo amico prendesse l’aereo per andare ad accogliere il Terzo Millennio in Egitto insieme ad un amico.
    Il medico era stato perentorio: “Sei solo stressato, mio caro. O riduci il tuo ritmo di lavoro o, se continui così, non arriverai al Duemila.”
    “Stai scherzando, vero? Il Duemila è dopodomani. Non è che sto poi così male.”
    “No, tu stai proprio male e non lo vuoi ammettere; se continui così ti può prendere un coccolone da un momento all’altro. Quindi, se vogliamo vederci al mio ritorno dall’Egitto, datti una regolata. Anzi, perché non vieni con me? Io parto domani alle due per il Cairo e vado ad aspettare l’alba del Terzo Millennio accanto alle Piramidi. Il nostro amico Agostino doveva venire con me, ma all’ultimo momento ha conosciuto una donna e trascorrerà l’ultima notte dell’anno con lei. Perciò se vuoi venire, ho un posto sull’aereo e al Cairo puoi dormire in albergo con me.”
    “Figurati se ho il tempo di venire in Egitto. Ho ancora un sacco di lavoro arretrato. Ci vediamo al tuo ritorno. Buon viaggio!”
    Elio se n’era andato di cattivo umore e quella notte aveva dormito malissimo.
    Il 31 dicembre si alzò all'alba. Si fece un caffè e andò in bagno a radersi. Mentre si guardava allo specchio, vide qualcosa che brillava dentro alla pupilla dell'occhio sinistro, come una scintilla. Quando concentrò l'attenzione per vedere meglio, sparì.
    “Strano”, pensò.
    Dopo un paio di minuti la vide di nuovo: non era una scintilla, ma il bagliore di un fuoco e attorno al fuoco c'erano delle persone che parlavano animatamente. Elio distolse lo sguardo dallo specchio, ma era così emozionato che quando riprese a radersi si tagliò in tre punti. Aveva un po' paura, ma era anche incuriosito. Guardò di nuovo di sfuggita l'occhio sinistro e non vide nulla. Finì di radersi, si vestì e uscì per andare al lavoro.
    Era il buying manager  di una ditta di import-export  e in questo periodo di fine anno il lavoro si era triplicato.
    Nella vetrina di una merceria, vide il suo viso riflesso nel vetro. E gli occhi. No, non era il suo viso, non erano i suoi occhi!
    Spaventato fece un passo indietro, ma la curiosità lo spinse a guardare di nuovo. L'immagine nello specchio non era quella che abitualmente aveva di sé. Lì era più alto e i capelli gli arrivavano alle spalle. Gli occhi erano freddi, spietati, indifferenti.
     Avrebbe voluto fuggire, lasciar perdere, dimenticare ... ma qualcosa di irresistibile in quello sguardo continuò ad attirarlo. Guardò l'occhio sinistro riflesso nella vetrina e vide di nuovo la scintilla. Si avvicinò. L'occhio si ingrandì smisuratamente ...
    Era notte ed Elio vide alla propria sinistra un fuoco con delle persone attorno che parlavano e sembravano non accorgersi di lui.
    Sparite le case, il marciapiede, la vetrina, tutto ...
    L'aria aveva un odore particolare, un misto di fumo e di terra bagnata.
    Confuso e spaventato, si guardò intorno e si rese conto di trovarsi in una radura. C'erano alcuni cespugli accanto a lui, ma non riusciva a distinguerli bene. Il posto aveva qualcosa di selvaggio e inospitale, ma le persone intorno al fuoco gli davano un senso di tranquillità.
    Una di loro si voltò verso di lui.
    “Allora, vieni o dobbiamo aspettarti fino al Duemila?” esclamò.
    La sua voce era strana, sembrava la voce di un bambino, ma, avvicinandosi, Elio vide che era un vecchio, con i capelli lunghi e bianchi che gli arrivavano alle spalle. Tutt'intorno agli occhi aveva tantissime rughe sottili mentre il resto del viso era liscio. Aveva parlato in una lingua sconosciuta, ma Elio capì le sue parole. Continuò ad avvicinarsi di qualche passo, con fare indifferente. Non era spaventato, anzi, si sentiva leggermente euforico. I volti delle persone avevano qualcosa di familiare. A prima vista uomini e donne sembravano tutti uguali: avevano i capelli lunghi ed erano vestiti con  una specie di gonna-pantalone. Alcune donne sembravano molto anziane, altre delle bambine. Notò che tutte avevano attorno alla vita una fascia di stoffa colorata, con degli strani disegni.
    Una di loro si voltò e lo guardò.
    Elio ebbe un tuffo al cuore. La conosceva, ne era certo, solo che non riusciva a ricordare chi fosse. La donna era giovane, sui trent’anni. Il viso, di colore olivastro, era bellissimo. Gli sorrise e poi si voltò di nuovo verso il fuoco. Non sapeva che fare. Nessuno sembrava interessarsi a lui. Avrebbe voluto sedersi con loro, domandare chi fossero e, soprattutto, cosa ci faceva lui lì, cosa stava succedendo.
    Un uomo arrivò con una fascina di legna tra le braccia, la posò accanto al fuoco e andò a sedersi insieme alle altre persone; quindi si voltò verso Elio.
    “Avvicinati”, disse, “siediti accanto a me.”
    In quello stesso istante Elio riconobbe in lui la persona che aveva intravisto nella vetrina. I suoi occhi erano splendenti e tutta la sua persona emanava forza. Elio si avvicinò, inciampò in un sasso sporgente e cadde. Qualcuno si voltò e rise. Elio si rialzò e poi andò a sedersi accanto all’uomo. Una donna anziana, seduta al suo fianco, gli offrì qualcosa da mangiare. Elio rifiutò gentilmente: non aveva fame. Aveva lo stomaco chiuso, si sentiva come sazio; eppure quella mattina non aveva fatto neanche colazione.
    Guardò l'uomo dagli occhi splendenti e gli chiese:
    “Ma chi sei?”
    L'uomo non rispose. La vecchia seduta accanto a lui avvicinò le labbra all’orecchio di Elio e con fare complice sussurrò:
    “Lui è te.” E indicandogli la giovane donna che prima gli aveva sorriso aggiunse: “Anche lei è te.” Poi gli toccò la spalla con la punta delle dita e, guardandolo negli occhi, continuò: “E anch'io sono te, come tutte le persone qui ...”
    Elio era inquieto. Guardò le persone accovacciate intorno al fuoco, poi si guardò le mani, imbarazzato, e tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di carta. Sembrava che in quel momento la sua  unica preoccupazione fosse quella di soffiarsi il naso. Piegò accuratamente il fazzoletto e stava per buttarlo nel fuoco, quando incontrò lo sguardo dell'uomo seduto di fronte a lui. I suoi occhi erano duri e avevano quella fissità che spesso si vede negli occhi dei ciechi. Non osò buttare il fazzoletto nel fuoco e, sempre più imbarazzato, tornò a guardarsi le mani, poi alzò furtivamente lo sguardo per vedere se l'altro lo stesse ancora osservando.  L'uomo aveva al collo una collana con un grosso medaglione tondo ed Elio notò che l’avevano anche tutte le altre persone.
    “Éhi! Sai cos'è quel fuoco?” esclamò l'uomo. “Vuoi continuare a buttarci dentro la tua merda?”
    Le sue parole furono come una frustata. Elio raddrizzò la schiena e non osò più muoversi. Ora tutti lo guardavano.
    “Quando deciderai di svegliarti?” incalzò l'uomo. “Vuoi continuare a vivere come un imbecille addormentato anche nel prossimo Millennio?”
    Mentre parlava si alzò, si piazzò davanti ad Elio e, quasi bisbigliando, proseguì: “Quando la smetterai di giocare?” Poi, di nuovo a voce alta, aggiunse: “Non hai molto tempo, sai?”
    L'uomo era davanti a lui e lo guardava. Passarono due o tre minuti e nessuno parlava. Elio era così agitato che incominciò a tremare. Cercò di controllarsi, ma non ci riuscì. Non sopportava più quel silenzio e stava per dire qualcosa, quando la giovane donna che prima gli aveva sorriso urlò:
    “Taci! Ascolta piuttosto!”
    In quel momento la riconobbe: alcuni anni prima aveva fatto un sogno in cui aveva visto, di spalle, una giovane donna in mezzo a un viottolo, in un bosco. Aveva avuto l’impressione che quella donna fosse lui stesso e le si era avvicinato per vederla meglio: lei si era voltata, i loro occhi si erano incrociati ed Elio si era trasformato in lei che guardava con amore un Elio più giovane dal viso sereno e dagli occhi splendenti.
    Era in piedi accanto a una sorgente che sgorgava tra le radici di una quercia; aveva sentito la vagina inumidirsi e il sangue bagnarle le cosce: si era resa conto che le erano venute le mestruazioni. Era andata dietro a un cespuglio e dal tronco di una quercia, aveva preso un po' di muschio, si era alzata la gonna e, dopo essersi tirata giù le mutandine, aveva applicato il muschio fresco sulla vagina per tamponare l’emorragia.
    Il ricordo di quelle sensazioni provate in sogno era così vivo che gli sembrava di averle appena vissute. La donna del sogno era la stessa che ora gli ordinava di tacere. Questa scoperta lo sconvolse. Guardò la donna e capì perché, quando poco prima gli aveva sorriso, aveva avuto quel tuffo al cuore: ne era perdutamente innamorato.
    La tensione che provava era sempre più grande. Avrebbe voluto gridare “Basta, smettetela!” e allo stesso tempo non riusciva a distogliere lo sguardo dalla donna, da quella donna che ora sapeva essere sé stesso al femminile, e che amava. Sentì un'ondata di calore montargli alla testa e offuscargli la vista, vide un bagliore rossastro e perse i sensi ...
    Si risvegliò davanti alla vetrina della merceria. La commessa del negozio, una ragazza talmente magra da sembrare anoressica, era uscita e lo guardava con dei grandi occhi spiritati.
    “Si sente bene, signore?” chiese, preoccupata.
    “Sì, sì, grazie”, rispose Elio frettolosamente, “ho avuto solo un leggero capogiro. È già passato.”
    Si allontanò lentamente, pensando a ciò che gli era successo. Provava una nostalgia profonda per la donna della visione. Avrebbe voluto rivederla, toccarla, fare l'amore con lei. E desiderava baciarla, baciarla sulla bocca.
    Poi si rese conto dell'assurdità. Se la donna era lui, allora si stava desiderando? Si era innamorato di sé? Che pasticcio.
    Arrivato alla porta dell'ufficio, suonò il campanello. La segretaria venne ad aprirgli e lo salutò sorridendo.
    “Hai un'aria splendida stamattina,” gli disse, in tono scherzoso. “Ti sei forse innamorato?”
    “Perché, ho l'aria di un innamorato?” rispose Elio.
    “Sì,” disse la ragazza. “Ti brillano gli occhi.”
    “Ma va, ma va,” mormorò Elio, quindi entrò nella sua stanza e accese il computer. Quella mattina avrebbe preferito fare una camminata nel bosco invece di dover stare lì a digitare quella “Previsione sull'andamento del mercato della lana fino all'anno 2001”. Tuttavia, dopo alcuni minuti era completamente immerso nel lavoro.
    Nel corso della mattinata, però, dentro di lui maturò una decisione. All’ora di pranzo spense il computer: provava una insolita serenità.. Si sentiva forte e pieno di energia, gli sembrava di essere sazio. Soprattutto, si sentiva libero, libero, libero! E respirava meglio. Chiuse la porta dietro di sé e, senza sapere che non sarebbe mai più tornato in quell'ufficio, prese un taxi e andò all’aeroporto. Il suo amico Michele gli aveva detto che l’aereo per il Cairo sarebbe partito alle due del pomeriggio. Fece appena in tempo a raggiungere Michele allo sportello del check-in; mezz’ora dopo erano in volo in direzione del Cairo.
    Appena arrivati si sistemarono allo Gizareh Sheridan Hotel  e subito dopo andarono a cena. Tornati in albergo, presero delle coperte, delle tavolette di cioccolata, una bottiglia di Champagne e fecero chiamare un taxi dal portiere: avrebbero passato la notte alla Piramide di Chephren per aspettare l’alba del Terzo Millennio.
    Arrivati ai piedi della Piramide Elio si sentiva esausto, ma felice. Verso le undici iniziò uno spettacolo di luci e suoni ed Elio e Michele ammirarono la Sfinge che si ergeva davanti a loro in tutta la sua maestosità, col volto gigantesco ed enigmatico illuminato da una luce dorata.
    A mezzanotte brindarono insieme ad altre centinaia di persone che bivaccavano nei dintorni delle Piramidi e si abbracciarono e baciarono con decine di persone sconosciute, in quel momento fratelli e sorelle di una ritrovata umanità.
    Verso l’una si rifugiarono ai piedi della piramide di Chephren, fecero un ultimo brindisi, si avvolsero nelle coperte e si addormentarono.
    All’alba un raggio di sole si riflesse sulla bottiglia di Champagne ormai vuota e illuminò il viso di Elio che, aperti gli occhi... si ritrovò di nuovo intorno al fuoco insieme alle donne e agli uomini dai capelli lunghi. La giovane donna e l'uomo dallo sguardo duro erano di fronte ad Elio e lo guardavano intensamente. Dopo un tempo che gli parve lunghissimo, l'uomo parlò:
    “Io sono parte di te. Per tanto tempo tu non hai voluto né vedermi, né ascoltarmi, ma io sono parte di te. Io so tutto di te .... e di me. Noi tutti , qui, siamo parti di te ed esistiamo da miliardi di anni, come la terra e le rocce. Solo che tu non ti ricordi di noi ... né di te. Abbiamo deciso di farti un dono.”
    “Il dono è la possibilità di stare con noi tutte le volte che lo desideri,” aggiunse la giovane donna, guardandolo  negli occhi..
    Elio non aveva mai provato una gioia così grande. Gli occhi di lei erano così puliti, così belli, così ... aaah, gli mancavano le parole per descrivere tutto l'amore che provava. Lo sentiva dentro di sé crescere sempre di più.. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei e glielo disse.
    “Sì, in effetti, ci piacerebbe che tu facessi qualcosa per noi tutti,” propose l'uomo. “Qualsiasi cosa ti succeda nella vita, abbi cura di loro”, e voltandosi indicò due persone dall'altra parte del fuoco, le quali si alzarono e si diressero verso la giovane donna. Con sorpresa Elio vide che erano un bambino e una bambina. Dovevano avere sette o otto anni e anche loro avevano i capelli lunghi.
    “Anche loro sono parte di te”, continuò l'uomo. “Rispettali e falli rispettare come il tuo bene più prezioso, poiché loro sono il tuo bene più prezioso. Ricordati: quando la terra e tutti i soli e le galassie saranno scomparsi, loro vivranno ancora e tu vivrai in loro. E noi con te”.
    La bambina guardò Elio e disse a voce bassa: “Vieni!”
    Lo prese per mano e lo portò accanto al fuoco.
    “Sii come lui”,sussurrò.
    “Sii come il fuoco”, continuò la giovane donna, che nel frattempo si era avvicinata a loro. “Questo è ciò che ti chiediamo. Lui dà la sua luce e il suo calore senza chiedere nulla in cambio.”
    La donna anziana che prima sedeva accanto a Elio prese la mano della giovane donna, poi quella di Elio, e le mise una sull'altra. Elio non era mai stato così felice e così forte e così pieno di energia.
    “Ti amo, ti ho sempre amato”, mormorò Giovane Donna. “Quando vorrai starmi vicino, basta che tu mi pensi ed io sarò lì, con te. Come pure tutti gli altri te che sono qui. E ricordati .... Sii come lui!” concluse, indicando il fuoco.
    L'uomo dallo sguardo duro si avvicinò a loro e si tolse la collana con il medaglione.
    “Io sono Uomo”, affermò. “Questo fa parte del nostro dono. Perché tu ti ricordi che noi siamo sempre con te!”
    Era una collana di lapislazzuli che reggeva un medaglione di onice nera, su cui spiccavano quattro minuscole figure di madreperla, sedute a gambe incrociate intorno a un opale di fuoco: un Uomo, una Donna, un Bambino e una Bambina. Elio guardò il medaglione ...  nello stesso istante si ritrovò ai piedi della piramide di Chephren accanto a Michele addormentato.
    Lo svegliò e insieme ammirarono il sole che si levava ad Est, colorando la vita di tutte le tonalità di rosa.
    Verso le nove volle tornare in albergo. Era stanco e aveva voglia di riposare. Nella hall si guardò in uno specchio e vide la sua immagine riflessa. Aveva al collo una collana di pietre blu con un bellissimo medaglione nero. Sorpreso, lo toccò per sincerarsi che fosse vero e sorrise.
    Nella boutique dell’albergo comprò il necessario per incominciare la sua nuova vita nel nuovo Millennio: spazzolino da denti, biancheria pulita, un paio di pantaloni e una camicia nuova.

     
  • 07 marzo 2006
    Rosa

    Come comincia: Si era alzata da poco. Aveva fatto strani sogni quella notte, ma non ricordava i particolari. Ricordava solo di aver visto un uomo su una barca e che tutti e due erano soli in un mare calmissimo.

    Quel ricordo la fece sorridere. Rosa pensò che forse era un sogno premonitore. Chissà, forse avrebbe incontrato un uomo quel giorno e avrebbe fatto un viaggio con lui, nella vita, in un mare calmissimo.

    "Un giorno o l'altro il mio romanticismo mi metterà nei guai", si disse. Ma il pensiero la mise di buon umore. Era da alcuni anni ormai che viveva sola e già da tempo le era passata la voglia di vivere con un uomo. Troppo aveva sofferto durante e dopo il divorzio dal marito e le era rimasta addosso una profonda diffidenza nei confronti degli uomini.

    A dire il vero lei sapeva bene che la sua era anche paura, paura di soffrire di nuovo, paura di essere intrappolata in schemi che non erano i suoi.

    No, non ci sarebbe cascata più.

    Molto meglio la solitudine che quella vita da schiava.

    Da quando il marito era andato via, lei si era sentita come rinata, anche se i primi tempi erano stati difficili. Forse perchè non era abituata ad essere libera, pensò.

    Và a farsi una doccia. L'acqua le scorre sul corpo ancora sodo e forte. Ama la sensazione dell'acqua tra i seni. Si insapona per bene e poi si sciacqua col getto della doccia. Indugia un pò col getto tra le cosce e gode di quella carezza soffice e delicata.

    Quei momenti sotto la doccia calda, al mattino, sono per Rosa i più preziosi della giornata: gode dell'essere lì sola, in intimità con sé stessa.

    Finisce di lavarsi e, dopo aver chiuso i rubinetti dell'acqua, si asciuga con cura. Poi prende una boccetta di profumo, ma ci ripensa e la ripone al suo posto. "Oggi basta il mio profumo", pensa e guardandosi allo specchio si fà l'occhiolino.

    Dallo stenditoio prende le mutandine che la sera prima, come tutte le sere d'altronde, aveva lavato e se le infila. Stà per uscire per andare in camera a vestirsi, quando sente un rumore, come di qualcosa che rotola. Si avvicina alla finestra del bagno, la apre e vede che sotto, in giardino, c'è una bambina che sta giocando con un barattolo di plastica. Ha messo dentro dei sassi e lo scuote, poi, come se il suono non la soddisfacesse, tira fuori i sassi e mette dentro due pezzi di legno.

    La bambina alza la testa e vede Rosa affacciata alla finestra e le sorride.

    "Vieni giù, Rosa, Ho bisogno di te".

    "Sì, vengo subito", risponde Rosa, e si avvia verso la sua stanza per vestirsi.

    Rosa abita in un appartamento a pianterreno nel centro storico di Firenze. Ha la grande fortuna di avere un piccolo giardino interno, circa quaranta metri quadri, che condivide con un altro inquilino. Al giardino si può accedere soltanto attraverso l'appartamento.

    Dunque, da dove era sbucata quella bambina?

    Si sta giusto infilando la gonna, quando si rende conto che la bambina l'ha chiamata per nome e che è fuori da sola e che lei non l'ha mai vista prima.

    Finisce in fretta di vestirsi ed esce in giardino.

    Prima che Rosa potesse aprir bocca, la bambina le domanda:

    "Vuoi giocare con me?"

    "Volentieri", risponde Rosa, "ma sai, ora devo andare a lavorare e non ho tempo. Avevi bisogno di me per giocare?"

    "No, ti ho fatto uno scherzo", dice ridendo la bambina, "sei tu che hai bisogno di me. Io ho tempo."

    "Da dove sei entrata?" domanda ancora Rosa, cercando di capire chi possa essere quella bambina.

    "Portami con te", risponde la piccola, senza assolutamente curarsi di rispondere.

    "Ma non posso!" Esclama Rosa, con voce un pò irritata. Deve andare a lavorare ed è già in ritardo. "Non ti posso portare con me al lavoro. Non sò chi sei e magari i tuoi genitori ti stanno cercando".

    "Io mi chiamo Rosetta", dice la bambina, "e i miei genitori non mi stanno cercando." E dopo un momento aggiunge: "Portami con te!"

    Poi si china e raccoglie il barattolo con cui stava giocando, toglie i pezzetti di legno che ci sono dentro e con la massima naturalezza dice: "Andiamo?" e si incammina verso l'entrata dell'appartamento.

    "Ma chi sei?" domanda Rosa, un pò alla bambina e un pò a sé stessa.

    "Te l'ho già detto, mi chiamo Rosetta," risponde la bimba.

    "Ma come hai fatto ad entrare nel giardino, come..."

    Si interrompe e rimane a bocca aperta: la bambina era letteralmente sparita sotto i suoi occhi. Si guarda intorno e non la vede. Entra nell'appartamento, guarda in tutte le stanze, niente. Apre nervosamente gli armadi, guarda sotto il letto, nulla. Volatilizzata.

    Rosa è perplessa.

    Eppure è sicurissima di aver visto una bambina e di aver parlato con lei.

    La chiama: "Rosa... Rosa... vieni fuori... dove ti sei nascosta?"

    Niente.

    Apre la porta che dà sulla strada e la vede, a circa dieci metri di distanza. Sta guardando Rosa e continua a giocherellare col suo barattolo di plastica.

    "Dai, vieni", le dice con la sua vocina, "sennò arrivi in ritardo al lavoro".

    Rosa le si avvicina quasi di corsa e le dice:

    "Senti, bambina, come hai fatto a uscire di casa senza che io ti vedessi. Come hai fatto a sparire così?"

    "Non mi chiamo bambina, mi chiamo Rosetta", la interrompe la piccola. "Possibile che non mi riconosci?"

    "Riconoscerti?"

    La donna guarda attentamente la bambina e ha come la vaga sensazione di conoscerla, ma non riesce a ricordare dove l'abbia vista. La piccola indossa un vestitino corto di cotone e delle scarpette di vernice nera. Sorride. Anche lei da piccola aveva avuto delle scarpine così e anche un vestitino come quello.

    E all'improvviso, un pensiero assurdo la assale.

    La prende per mano e le dice: "Vieni, andiamo un momento in casa!"

    "E il lavoro?" domanda la bimba.

    "Lascia perdere, ora entriamo in casa!"

    Percorrono i pochi metri fino alla porta della casa ed entrano. Rosa è talmente sconvolta che non riusce ad infilare la chiave nella serratura. Poi ci riesce, apre la porta e si precipita in camera da letto, dove tiene, in una vecchia scatola di latta, tutte le sue fotografie. Fruga dentro nervosamente e poi trova ciò che cerca: una foto a colori di quando aveva circa 7 anni... ed era precisa alla bambina che ora accanto a lei guardava la foto sorridendo.

    "E' una bella fotografia, vero?" dice la bambina, con l'aria più naturale di questo mondo.

    "Ma... ma... ma questa sei tu... cioè... sono io? Oh, mamma mia, non ci capisco più nulla. Ma che sta succedendo?" esclama Rosa.

    Poi tace, guarda la foto, poi la bimba, poi ancora la foto. La bambina porta lo steso vestitino e le stesse scarpe che lei ha nella fotografia. Rosa pensa di essere diventata pazza e questo pensiero la sconvolge. Timorosamente allunga la mano e le tocca il braccio, poi il vestito, quindi guarda ancora la foto.

    "Dai, Rosa, andiamo un pò fuori. Portami con te."

    Quasi automaticamente Rosa risponde di sì. Ma non sà che fare, quasi non osa guardare la bambina. Chiude gli occhi e poi li riapre: sì, è sempre lì, non è una allucinazione.

    Mette via la scatola delle fotografie e va al telefono. Compone un numero e all'altra parte una voce di donna risponde: "Pronto?"

    "Ciao, Anna, sono Rosa. Posso passare un momento da te? Ho bisogno di parlarti." La sua voce è tesa e parla a scatti.

    "Sì, va bene, passa. Ma cosa hai, ti è successo qualcosa? domanda Anna.

    "Sì, dice Rosa, "ma ti spiegherò fra poco. Non voglio parlarne per telefono."

    "Va bene, ti aspetto."

    "Fra dieci minuti sono da te."

    "Ciao."

    "Ciao."

    Anna è la migliore amica di Rosa e in quel momento è anche l'unica persona con la quale ha voglia di parlare. Guarda la bambina e dice: "Non vado a lavorare. Andiamo da una mia amica, va bene?"

    "Oh, sì!" risponde la bambina ridendo, "mi piace stare con Anna".

    Rosa la guarda e domanda stupefatta: "Ma tu, conosci Anna?"

    "Certo che la conosco, come pure tu la conosci, no?"

    Sempre più perplessa Rosa cerca di pensare ad altro. Tutte le cose assurde che le stanno succedendo con questa bambina la sconvolgono e quando è sconvolta spesso fa finta di nulla e cerca di pensare ad altro, per "mantenere le distanze dalle cose", dice lei.

    Prende ancora il telefono e chiama la sua collega di lavoro per dirle che non sta bene e che oggi non andrà a lavorare.

    Rosa è biologa e lavoro in un istituto di ricerca universitario. Una persona importante, che non ha tempo da perdere...

    La donna e la bambina escono e si dirigono a piedi verso Piazza Santo Spirito, dove abita Anna. Mano nella mano sembrano una mamma con la sua figliola o piuttosto due sorelle: la maggiore che porta a spasso la sorellina.

    Buffo.

    Hanno addirittura lo stesso modo di camminare.

    Senza guardare la piccola, Rosa domanda: "E' da tanto che conosci Anna?"

    "Sì," risponde Rosetta, "da quando la conosci tu."

    Silenzio.

    Dopo un pò Rosa si ferma per un momento e si volta verso Rosetta.

    "In giardino mi hai detto che ho bisogno di te. Perché?"

    "Perché ti sei dimenticata come si fa a giocare. Tu hai sempre fretta, non hai mai tempo. Sono venuta per giocare con te, per passare un pò di tempo con te." E dopo un pò aggiunge: "Io ho tempo, tantissimo."

    "Ma... ma tu chi sei?" domanda ancora Rosa, anche se ormai la risposta le sta diventando sempre più ovvia.

    Arrivano in Piazza Santo Spirito, che è quasi vuota. Due ragazze sedute sulla scalinata della chiesa e una coppietta in una delle panchine sono, oltre a loro, le uniche persone presenti.

    "Possiamo andare a sederci accanto alla fontana per un pò, prima di salire da Anna?" domanda la bimba.

    "Ma... Va bene, andiamo."

    Siedono tutte e due sugli scalini della fontana, nel centro della piazza. C'è un pò di sole, ma non fa caldo. Ora l'unico suono che sentono è quello dell'acqua che zampilla dalla fontana.

    In lontananza, rumore di traffico.

    Stanno in silenzio.

    Rosa non si sentiva così bene da tantissimi anni. Sparita la fretta, l'ansia.

    La bambina continua a tacere, ma ogni tanto guarda Rosa con un sorriso e nel suo sguardo c'è un amore sconfinato.

    Il tempo si è fermato.

    Rosa non è più neppure curiosa, non le interessa neanche più sapere chi  sia quella bimba, che ogni tanto la guarda con occhi pieni d'amore.

    E in quel viso vede sé stessa bambina.

    Da tantissimi anni non aveva più pensato alla propria infanzia. Viveva nel suo mondo di adulta fatto di impegni, appuntamenti, orari, scadenze, bollette da pagare, amori... e si era dimenticata di cose come il fermarsi ad ascoltare il suono dell'acqua. Le venne in mente una scena in cui lei era con suo padre in campagna, tanti anni prima, e lui le insegnava i nomi delle piante. Si rende conto che è da allora che lei conosce i nomi di tantissime piante.

    E ricorda altre volte, in cui lei giocava per ore, per giornate intere, sopratutto l'inverno, con una sua amichetta o da sola, a inventar storie. Rideva tanto, allora, bastava un nonnulla...

    Rosa prova una gioia immensa nel rievocare questi ricordi: socchiude gli occhi, inspira l'aria fresca del mattino e il suo corpo è come se si riempisse di bollicine piene di allegria.

    Apre gli occhi e si guarda intorno.

    Non è cambiato nulla.

    Tutto sembra come prima.

    La bambina guarda in silenzio le evoluzioni di un passero.

    Eppure tutto è cambiato.

    Rosa ora sorride.

    La bambina si volta verso di lei e dice: "Ora sai chi sono. Mi porterai con te?"

    "Sì, Rosa, sì. Desidero che tu venga con me, che tu viva con me. Sono felice, sai?"

    Per un pò tace, poi la bambina prende con la sua manina la punta delle dita di Rosa e le carezza delicatamente.

    "Ti voglio bene", dice.

    Rosa non si era mai sentita così amata. E' felice come mai lo è stata in vita sua.

    "Andiamo da Anna, ci starà aspettando," dice Rosetta.

    "Sì, sì, andiamo", risponde Rosa.

    Si alzano, vanno al lato della piazza dove c'è Via Sant'Agostino, suonano il campanello di Anna e salgono in ascensore fino al quarto piano. La porta è socchiusa. Entrano. Dalla cucina, la voce di Anna dice: "Vieni, Rosa, stò preparando il caffè. Lo vuoi anche tu?"

    "Sì, grazie", risponde Rosa, andando verso di lei per abbracciarla, "ne ho proprio voglia."

    "Cosa c'è", domanda Anna all'amica, "al telefono ti ho sentita piuttosto sconvolta".

    La bambina è ora accanto a Rosa e osserva le due amiche. Anna sembra non vederla.

    "Be... mi è successo qualcosa che... non so come dirlo... è... strano", e le racconta tutto.

    "E dov'è ora la bimba?" domanda Anna.

    Rosa la guarda e sta per dirle che  "Come non la vedi? è qui, accanto a me, no?", ma si trattiene. Poi ci ripensa.

    "E' qui con me, naturalmente, ma forse tu non puoi vederla".

    Anna la guarda e le sorride.

    "Sei cambiata, Rosa. Sei più... come dire... più serena. Forse un pò più pazza di prima... ma ti preferisco così. Stavi diventando davvero troppo seria."

    Le versa il caffè e poi tira fuori dal forno una crostata di pere, ne taglia un pezzo e dice: "Per Rosetta. Le piacerà certamente".

    Tutte e due scoppiano a ridere.

    "Grazie, Anna, so che tu mi capisci," dice Rosa in un sussurro e con tenerezza passa la sua mano tra i capelli bianchi di Anna."Sei la vecchietta più adorabile che io conosca".

    La abbraccia ancora e poi si avvia verso la porta.

    "Ho deciso di andare via per qualche giorno", dice. "Ho voglia di stare un pò all'aria aperta. Andrò a trovare Elisa, che abita accanto a quel bellissimo bosco di cui tante volte ci ha parlato. Rimarrò un po' di tempo da lei. Ciao."

    In ascensore inizia a canticchiare, contenta.