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in archivio dal 23 dic 2005

Dott. Giuseppe Drago

04 maggio 1943, Militello In Val Di Catania - Italia
Mi descrivo così: Cerco l'ideale che accomuna il valore dell'amore e della ricerca del trascendentale; il tradizionale non mi attira, ma il classico mi affascina.
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  • 15 giugno 2012 alle ore 21:15
    CREPUSCOLO

    A rilento l‘imbrunire
    adombra le case e gli spigoli intensi
    proiettano solchi d’ombre
    alla luce già incupita
    dal volto arcano della notte.
    Nel braccio di cielo s’addensano
    lanose nubi ovattate di brezza
    e paiono convulse
    dall’ultimo splendore.
    Come un palco è l’orizzonte,
    ove le ultime ansie vi si giostrano
    e la materia e lo spirito
    scivolano nel versante
    di mare e di terra
    per incontrare l’arcano futuro.
    Qui il tumulto riposa
    nell’archivio del mondo
    e la mia speranza cessa d’arguire
    prospettive di gioia.

     giuseppe drago

     
  • 06 gennaio 2006
    Animato sguardo

    Mentre si frange

    il sol tra i tuoi capelli,

    il mio sguardo

    s’immerge

    tra il modular

    di alture e di riseghe,

    e al profumato tuo sorriso,

    s'arresta.

    …poi quando, il tuo amore

    l’inonda,

    il mio naufragar

    s’articola beante,

    mentre tra le tue braccia

    pubescente

    rugge.

     

    Catania 04/01/2006

     
  • 03 gennaio 2006
    Perché sono

    Non è forse l’ansia

    che tremolar fa il cuore,

    al lieto gioir dei giorni,

    all’inatteso sogno

    o al tramontar del sole;

    avverso i pensieri

    che cristallizzano

    la veduta

    dell’acerba dimensione.

    Non è forse la notte,

    che mi ripugna;

    la sola

    ad essermi compagna

    a condurmi

    nei luoghi sgraditi

    alla mia fantasia.

    Non è forse la natura

    che m’affascina e mi tradisce,

    nella  metamorfosi

    del mio avvento involuto

    nell’irreparabile

    fermar del tempo?

     
  • 23 dicembre 2005
    Vagheggio

    Scivolar sento l’ore

    come una cascata;

    rupe, son io

    ch’agevolo il pendio

    soggiogato dal tempo

    e dal levigar dell’acqua.

    Privo, l’esule mio cuor

    cerca il vagar

    della vita

    sotto la coltre dell’immenso

    sogno d’una stella,

    tal  che l’evolversi

    non m’è strano

    ed il sentir l’evento

    m’è attesa che consuma.

    Il gorgoglio delle sfere

    mi lavano

    e mi preparano per l’oblio

    e ad aprir lo sguardo

    nell’arco dell’eterno.

    Catania 5/11/05

     

     
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  • 15 giugno 2012 alle ore 21:09
    ANGOSCIA

    Come comincia:
    Stava per scrivere gelosamente alcuni appunti nel diario, quando una freccia di sole passata inosservata tra i battenti socchiusi della finestra, andava a infrangersi sopra la scrivania, permettendo al piano di vetro il proiettare la luce, ancora verso la penna, la quale, guidata dalla mano rapida e sicura sembrava dipingere l’immagine del suo pensiero.
    Aggravato, dal peso del costante lavoro, il dott. Ruggeri si sentì compresso da un’aria chiusa, che inesorabile lo ostacolava nello scorgere i primi segni primaverili, che di là della siepe, agevolavano il germogliare delle fronde per dar forma gradevole al giardino, in attesa della stagione. I suoi impegni, non gli concedevano la possibilità di ottenere un attimo di distensivo riposo, per mezzo dei quali avrebbe potuto contemplare, vagando oltre se stesso, la fragranza dei primi boccioli di fiori e assorbire del loro profumo, che benevolo cominciava a invadere l’intorno.

    Come medico chirurgo, aveva promesso a se stesso di dedicare la sua vita all’espletamento della sua professione, considerandola una missione per la guarigione di molti sofferenti, ma la stanchezza per le lunghe ore di attività declamava riposo e tranquillità. Ragione per cui in quel momento non avvertiva lo svegliarsi della natura o il canto degli uccelli o il profumo dei fiori, del sole mattutino o del giorno raggiante, perché tutto il suo essere era invaso dalla volontà di curare tutti i suoi pazienti i quali fiduciosamente speravano in una pronta guarigione.

    Un giorno lo vidi all’ospedale, mentre si allontanava dal suo ambulatorio, con il volto sommesso e l’aspetto impietrito; mi diede l’impressione che la sua mente era fra le nuvole e i suoi occhi erano socchiusi, raffigurante l’atteggiamento di chi è sconfitto e senza speranza. Ciò mi fece angosciare alquanto che, spinto dal sentimento d’amicizia, mi avvicinai verso di lui e lo salutai, chiedendogli della sua salute. Non seppi proseguire, quando vidi i suoi occhi languidi, come se fossero stati adombrati e afflitti da una cattiva notizia, e subito come a chi arde il cuore di saper notizia, gli chiesi il motivo di ciò che lo affiggeva.
    Gli dissi: “Cosa c’è che non va, dottor Ruggero”? Egli, come se venisse da un’altra dimensione, mise insieme alcune parole e rispose: ”Oggi ho perso una cliente”. Non capii il significato di quelle parole e senza riflettere gli risposi di non preoccuparsi poiché se una cliente era andata, certamente un’altra ne sarebbe venuta.

    Ma la risposta del medico non si riferì a quello della perdita di una paziente per avere scelto un altro dottore, ma quella paziente era morta perché il suo cuore non aveva resistito all’estrazione d’un tumore maligno. Quella risposta, fu per me, come un tonfo che cadde involuto in quella consueta realtà d’incontro. Coinvolto, fui anch’io da quello stato d’animo e non seppi trovar risposta né soluzione. Fummo, invasi da un cordoglio in un’atmosfera depressa e malinconica, che senza far troppi discorsi silenziosamente abbassammo il capo e ci riponemmo in un momento di riflessione.

    “Come può il Signore permettere queste cose”? Egli interruppe. Non lo so, risposi io ammaliato. Mi ricordai, però, tra i dubbi e i misteri della vita, delle famose parole del vangelo San. Giovanni 9:13, in cui i discepoli avevano chiesto a Gesù il perché quell’uomo fosse cieco. Era perché lui aveva peccato o suo padre o sua madre, forse lo furono? Ma Gesù rispose che né lui né suo padre né sua madre avevano peccato, ma che ciò è avvenuto affinché le opere di Dio siano manifeste. Quando ci troviamo nella disperazione e avvertiamo l’isolamento da ogni fonte d’aiuto e abbiamo davanti i sentori dei rulli della morte, allora ci ricordiamo che vi è un Dio potente e generoso.

    Mentre prima abbiamo, forse, ammesso la sua inesistenza come spregiudicati esseri che non riconoscono il bene ricevuto. Nel momento culminante del respiro terrestre, mentre s’indirizza l’ultimo sguardo alla natura e di colpo, ammettiamo che Dio esiste ed è forte, ed anche buono a perdonarci.

    Discutendo sulle cause di quel male incurabile e i modi di poterlo prevenire, presero corpo nella nostra confusa visione ipotesi senza sbocco e il colloquio proseguì, alla fine, senza obiettivi idonei a darci una soluzione, mentre aggiravamo la realtà, illudendoci che forse quel male, non avrebbe colpito noi. Dopo ci siamo salutati ognuno per continuare il ciclo meccanicistico della vita. Per contrastare quel pessimo e indesiderato momento decisi di uscire con la mia moglie, ma per il dottor Ruggero la questione non si fermò lì. Il suo stato psicologico lo spinse ad andare a casa e ad approfondire lo studio sulle cause di quel male.

    La sua ricerca andava operosa e si avvaleva di tutti i seminari nei quali era stato nei vari paesi, ma non trovava la risposta. Gli sembrò ad un certo punto, che la scienza segnasse il passo. E per un immaginario riflesso, nel suo intimo, pensò se potesse essere anche lui effetto di quel male, così andò allo specchio a guardarsi attentamente il volto ma nulla trovò in un così rapido esame perché fu più un atteggiamento di rassicurazione che una vera visita. Crescendo, il lui il sospetto di essere effetto dal male, decise di ritornare il giorno dopo all’ospedale a farsi le analisi necessarie per l’accertamento e allontanare così ogni ombra di dubbio. Mentre i suoi occhi lo indirizzarono a inquadrare la natura, quasi per incanto, una fragranza lo rassegnò dandogli la forza di una perspicuità di vivere.

    Fu dopo diversi mesi che andando a trovare un mio amico decente in ospedale, mi recai nello stesso reparto dove mesi prima, avevo incontrato il dottor Ruggero. Mentre m’introducevo attraverso il salone poi nei corridoi, nel vedere gli ammalati, provai una sensazione strana, di essere diverso da tutti gli altri, come se mi trovassi in un altro mondo, ove non vi era una persona sana. Svolgendosi tutto nella normalità delle mansioni che mi sembrò che al contrario, che l’unico ammalato ero io.
    Poi uno strano stridore pervase nell’aria e fece eco tra le pareti del corridoio, che mi sembrò d’essere in un’officina, che in un ospedale. Era una lettiga che usciva lentamente dalla sala operatoria, nella quale un uomo sotto anestesia era accompagnato da due infermieri e dei parenti. Un quadro che esprime la reazione e il sentimento d’affetto dei cari che lo assistevano con gli occhi, provando una gioia contenuta, tale che preoccupazione e letizia fossero miscelate nei loro volti.

    Fu qui che intravidi il dottor Ruggero bisbigliare con alcuni dei suoi colleghi, avvolto in una profonda espressione d’interesse, con il volto roseo come se fosse stato sotto tensione e la sua arguta spigliatezza mostrava segni di ottimismo. Non potette esimersi dal nascondere al mio sguardo alcune sfumature e segni di quello che avevamo discusso prima, sebbene in quel momento, egli li nascondesse con un delicato sorriso. Così lo salutai e lui compiaciuto, mi rispose con rispetto, facendomi cenno di aspettarlo nel corridoio. Dopo qualche minuto, allontanatosi dai suoi colleghi, si diresse verso di me e ci salutammo con cordiale affetto, chiedendo delle nostre famiglie e degli affari.

    Mentre discutevamo, tra una parola e l’altra, si accostò alla parete, e presa nella tasca una siringa, e se la iniettò nel braccio. I miei pensieri furono confusi nel vedere quel comportamento e fui in dubbio, se pensare a quell’atto se fosse una semplice cura o un vaccino per l’influenza. Egli, allora, mi rispose amaramente: “Sono affetto da cancro, se non mi faccio una puntura di antibiotico ogni sei ore, morrò”. A tal detto, un’onda vertiginosa di silenzio tragico si avviluppò tra di noi e si sovrappose repentina tra il mio aspetto attonito, intenso di rammarico e di ardita incredulità ed il suo sguardo plumbeo e mentre accresceva in me tremolii di compassione e di tenerezza, il mio cuore, dando stimoli si contrazione e di dolore, mi fece sentire la gravità  di quello strano sentimento e del preludio della sua morte.
    Non seppi trovare una ragione o una parola, che gli potessi assicurare una opinione diversa o una soluzione ad eluderlo da quell’ombra di inevitabile disastro. Sembrò che un immane peso della natura avesse ostacolato il progredire del passo della vita del dottore. Ma certo che anch’io mi risentitii vulnerabile a quel male, poichè non ne potevo essere esonerato, ne gli altri lo possono. Così con l’alternarsi di un pensiero e di un dubbio, come reciprocamente si fossero scontrati il mutuo battito del mio cuore e il suo, offuscati da un tremendo timore d’oblio, scorsi le lacrime nei suoi occhi, che guardavano il cielo senza speranza, pur cercando un appiglio d’aiuto.

    Ed interruppe:”Signore, che l’aiuto, la salvezza, il miracolo, la guarigione, la vita, ti appartengono. O Dio, che ti nascondi tra le vie contorte della mia disperazione e tra i grovigli della mia angoscia, ascolta questo mio grido di dolore, di un cuore che cerca disperatamente la guarigione. Dov’è il tuo impeto quando riducevi a nulla ogni apparenza di male? Io so che sei grande e Santo e Dottore dei dottori, ma or io sono inerme, mentre il male lentamente mi invade. Ascoltami Dio Salvatore, manda un angelo guaritore a liberarmi dalla ferocia di questo male” E si allontanò salutandomi appena. (fu guarito, poi, con la chemio-terapia).

     
  • 13 gennaio 2006
    Il 2 Novembre

    Come comincia:

    Di buon ora, mia moglie ed io, ci siamo messi in macchina per andare al Camposanto, come di consueto, compiamo questo dovere ogni anno per la commemorazione dei defunti. Il giorno era piovigginoso con temperatura gradevole e le vie non erano invase da molto traffico, ciò mi diede, a prima vista, una impressione che le persone preferissero stare a casa  piuttosto che uscire, ed avrebbero, in quel modo, preferito il riposo nel giorno di festa. Ma non appena siamo arrivati nei pressi del luogo, ecco che una marea di macchine ed una confusione di persone erano raccolti nei pressi dell’entrata del cimitero.  Osservai con sorpresa il movimento della popolazione, che mi parve come se fosse stata chiamata a raccolta da un importante messaggio, ove la pioggia non limitò l’afflusso ne la voglia di radunarsi, allo stesso modo noi ci accalcammo verso il luogo santo, insieme agli altri, con condotta  decorosa e con volto sommesso. I fiori che si vedevano intorno, erano in quantità indescrivibile, i colori erano vari, e davano contrasto al momento mesto che ci avvolgeva, ed il loro ondulare fra una mano all’altra, dava un preludio di certezza di vita, ma il colore che dominava, era il nero, portato quasi dalla totalità delle persone, che come un enorme lenzuolo si estendeva  nel viale. Nessuno mostrava sorrisi o buono umore, tuttavia, quasi per incanto nei cuori si adagiava un senso di pace e di serenità, che avrebbe presto incrementato il rapporto con i nostri cari e trasmettere loro un alito di vita. Pensavo se fosse logico attendersi, dato il momento, un segnale della loro presenza o avere la percezione che stessero li ad ascoltarci, poiché e qui che l’incontro delle due nature, la vita e la morte, si avvicinano e l’atteggiamento spirituale di accostamento di queste due nature  da una sensazione che da un momento all’altro si potesse aprire un varco verso l‘aldilà. In questo momento, non mancano, certo, riflessioni sull’essere e le considerazioni di dolore di fronte al mistero della morte e della brevità della vita e volgere un pensiero dovuto a Dio, che decide la fine quando Egli vuole. Il vedere la loro fotografia, immobile, ci fa sentire più profondo il vuoto dell’ignoto che ci circonda e che ci separa da loro, i pensieri corrono nel nulla e tornano stanchi di delusione per la speranza che invano hanno cercato.  Al camposanto camminavamo con il capo curvo, gli occhi arrossati, quasi che cercavano conforto negli altri occhi che si incontravano, mentre il silenzio ci avvolgeva in una cupa atmosfera, ed un  singhiozzo amaro invadeva l’attimo e lo faceva diventare solenne.  Tutto si svolgeva ordinato e silenzioso, e solo una lieve voce di preghiera, trasmessa per mezzo di un altoparlante, sovrastava tutto lo spazio. Era la voce sommessa di un prete che stava celebrando il rito religioso, dando lode a Dio, in un culto ove la presenza era accorata dal calore e dall’affetto di numerosissime persone che ringraziavano il Signore misericordioso. Le preghiere sembravano salire al cielo con profumo d’incenso e con richiesta di grazia, affinché la vita eterna ci venisse donata per i meriti del Scavatore. E’ certo, un momento in cui l’anima nostra prova conforto e ci da la sensazione che davvero la vita sarà eterna perché il Signore ce la concederà, per cui dobbiamo aver fede e pensare a quel momento futuro, diverso del vivere quotidiano. Mentre ci si sta davanti alla loro tomba, essi già sono davanti a noi, come per simboleggiare quella meravigliosa vita, che sebbene non la vediamo ne sappiamo come essa sia, la fede in Dio ci conferma che certamente, sarà la migliore che ci sia. Davanti alla tomba di mio padre, mi sentii invaso da una profonda commozione d’affetto, volendolo accarezzare, toccavo solo la lapide fortemente, mentre i ricordi uscivano numerosi dalla mia mente e mi collegavano al passato come se fosse presente. Davanti ai miei occhi si muovevano immagini di vita vissuta insieme, ma non riuscivo a raffigurare un solo attimo di realtà, che mi facesse capire il senso della vita. Egli, che sempre mi guidava e mi esortava, ora era lì immobile, come se non fosse mai esistito, e solo  il ricordo, personificava la sua presenza nel mio pensiero, tal che faceva tremare il mio cuore ed indebolire il mio essere. Mi sentivo separato da un universo di dubbi, e sebbene scavassi in profondità, nulla potei trovare di utile ne di confortevole. Solo il singhiozzo mi faceva da interlocutore al colloquio dei pensieri e degli affetti che viaggiavano tra noi due, e mi circondavano senza alito di parola, nella muta bramosia di sapere di lui.

     Non è cosa da poco trovarsi in questo atteggiamento e a questa ravvicinata distanza con quelli che dormono, quasi ci aspettiamo che parlino, che il loro spirito si materializzi e ci possa dare un attimo di conforto e di verità e di riposo alla nostra tormentata ansia. Così la giornata era arrivata nel suo apice, le sensazioni trascendentali adombrate da enigma, ed il pensiero che si dibatteva e si scontrava con i mille perché, ed il sentirmi meno, mi faceva osservare che la vita è un soffio di volar di vento. La lezione morale che apprendiamo davanti alla tomba, non è da trascurare, è proprio quella che ci vuole per placare i nostri egoismi, le nostre superbie e molti altri sentimenti.

    Così, tornando al significato della celebrazione dei morti, dobbiamo dire che non è solo una trazione, ma anche l’esperienza di un avvertimento d’un chiamo soave che sollecita il nostro cuore ad esprimere l’atto più illustre e più sentimentale verso chi ci ha portato in questo mondo. Credo che sia una regola divina, che Dio ne abbia dato disposizione fina dai tempi remoti. A bando a certe religioni, che non ritengono importante visitare i morti o pregare per loro, Giuseppe, fu portato dall’Egitto in Israele, per il rispetto delle sue ossa, e principalmente per la sua anima che dormiva nell’Ades. (Genesi 47:30  “Ma, quando giacerò con i miei padri, portami fuori d’Egitto e seppelliscimi nella loro tomba” Salmi16:10 “Io so che tu, O Signore, non lascerai l’anima mia nel sepolcro”) Così è un dovere dei vivi visitare i morti e pregare per loro. Questo sentimento sembra essere nato con l’uomo, perché fin dall’antichità si è sempre portato onore ai morti e si sono ricordati nella nostra mente con profondo affetto. Le guerre si sono susseguite, i poteri sono cambiati, i costumi e le usanze rinnovati, ma  il rispetto per i morti è rimasto integro. Esso fa parte della nostra vita, e se è vero come è vero, l’anima ci suggerisce certi sentimenti ed obblighi che l’uomo non può farne a meno di seguirli, non possiamo far finta di nulla ed essere insensibili  a quello che il futuro ci riserba. Le domande sono tante ed altrettanti sono i misteri che ci impediscono di sapere, ma solo la fede in Dio ci da speranza e forza di vivere e di affrontare il domani. Nessuno mai dei morti è venuto a raccontarci del nuovo mondo, perché se l’uomo lo sapesse, forse, cercherebbe la morte per poter arrivare subito alla dimensione beata dell’eternità. Ma è piano di Dio, che l’uomo debba attraversare il tempo obbligato in questo mondo per potere essere pronto per l’altro. Chi è capace di entrare in questo ordine di concetto si accoda a quello che dice la Sacra Scrittura, che è l’unica fonte di verità esistente in questo mondo per comunicare con Dio. Esistono degli esempi riguardanti i morti che tornano in vita, e per questo dobbiamo credere ed aver fede a quello che è scritto nel Vangelo, riguardo alla resurrezione di Lazzaro, per esempio. Il 2 Novembre di ogni anno è la ricorrenza dei defunti, nel quale giorno, ogni uomo si sente in dovere di avvicinarsi a quella che è la porta dell’aldilà, mentre il desiderio resta sempre quello di scoprire un giorno la verità, e magari di sconfiggere la morte e trovare il segreto della vita. Ma vi dico, che senza l’aiuto di Dio nulla potrà essere raggiunto, e solo con la capacità dell’uomo, possiamo andare solo oltre la siepe, ma se ci avviciniamo a Lui, il desiderio nostro sarà esaudito. E’ bene ricordare, che la celebrazione dei defunti nella liturgia Cattolica è fatta nel giorno 2 Novembre, essa viene dedicata alla preghiera e alle pratiche di devozione in suffragio a quelli che sono passati all’eterno vivere. Il dogma, della comunione dei santi, offre il supporto teologico alla pietà popolare e alla convinzione che alle preghiere dei vivi si associ quello dei beati per chiedere misericordia a Dio per salvare le anime dei fedeli che non hanno ancora raggiunto la gloria. Questa festa è nota fin da IX secolo alla tradizione monastica celtica. La celebrazione fece parte del calendario  liturgico della Chiesa e ricevette nuovo slancio dal Papa Benedetto XV che concesse ai sacerdoti di celebrare in quella occasione tre sante messe con formulari ed orazioni diverse.

     
  • 30 dicembre 2005
    Pippo Mantella

    Come comincia:

    Nel comune di Militello V.C. (CT), negli anni cinquanta, viveva un uomo, conosciuto come  Pippo Mantella, banditore, ma tale professione la esercitava solo quando gli veniva dato l’incarico dai commercianti del rione. Le sue curiose sceneggiate eccentriche, creavano buon umore agli abitanti del quartiere ed erano indice di attrazione, nel momento in cui si trovava a bandire il prodotto, da parte di una gran moltitudine di ragazzi che con schiamazzi, spesso, lo scherniva. Quando egli passava si fermava ai quattro canti del quartiere, e con il suo rullo di tamburo, fatto con un bidone quadrangolare, annunciava con voce baldanzosa, il prodotto del giorno, e diceva: “A sasizza s’innicalau“ Gridava con tutto l’ardore, continuamente, fino a che la sua voce arrivasse alle orecchie delle massaie impegnate nelle faccende di casa, per dare loro l’opportunità di recasi al mercato a comprare l’offerta del giorno e così preparare la cena per i loro mariti, al ritorno della mietitura. Dopo, un prolungato rullo, la sua voce inconfondibile coadiuvata da gridi, s’innalzava nell’aria rarefatta del mattino, mentre gli facevano da sottofondo le risate dei passanti incuriositi dai gesti che l’intraprendente banditore, con rudimentali mezzi di comunicazione, svegliava chi ancora dormiva. Quando replicava il messaggio, dopo alcune ore, trovava  noi ragazzi che ci accalcavamo per assistere la strana esibizione, che agli occhi degli altri, come in un teatro, portava la buona novella del giorno, insieme con il ripetersi arcano del quotidiano vivere di piccole cose, a noi produceva momento di derisione e scherno, mentre il tutto, rappresentava i personaggi, come se fossero rinvigoriti dalla presenza dei raggi del sole, divenendo attori di un quadro espressamente mondano. La semplicità si estendeva in folta coltre sopra i cuori delle laboriose donne, e tutto si specchiava genuino e umile allo sguardo del forestiero.  In questa vita profana, v’era qualche indiscreto momento, in cui qualcuno dei ragazzi, beffeggiandolo, gli faceva fuoriuscire dalla bocca schiamazzi e acri ansiti di rabbia, prodotti dal suo temperamento piuttosto eccentrico. Con tutto il tamburo pendolante tra i sudici pantaloni e la sguarnita camicia, lo  si vedeva correre al simigliar d’un clown,  sballottando quel bidone a destra e a manca mentre cercava di raggiungere quel ragazzo che lo aveva offeso. La sua forza presto, però, lo abbandonava e, ansante lasciava la preda, ritornando con aspro brontolio, al malaugurato angolo. Così iniziava di nuovo a rullare il tamburo delle offerte del giorno: “ A canni sinnicalau” gridava con voce avvoltolata, rullando forte e scaricando l’ira sul bidone, che pian mostrava segni di cedimento mentre il suono, già diveniva stonato. Di rado, era retribuito per le sue prestazioni, anzi spesso veniva pagato in natura, e così facendo, il commerciante con poco lo accontentava, ed egli ne era soddisfatto.

    Pippo Mantella, si adattava in molti servigi comunitari nel paese, specie quando faceva il sagrestano nella parrocchia. Il parroco,  benevolmente, gli aveva assegnato il compito di suonare, tutte le mattine, le campane per l’ora della SS Messa e quando si sentivano suonare, un pensiero ed una riflessione andava a lui, elogiandolo per il suo impegno e per la sua devozione. Era un perfetto chierico nel servire il culto e nell’accendere e spegnere le candele, sembrava di avere tutto sotto il suo controllo e a benemerito di ciò, cantava la litania con voce eloquente, piena di vitalità e di fede  Nel periodo che precedeva la festa del Santo patrono egli si prodigava di raccogliere le offerte insieme agli altri diaconi e con il suo modo di cantatore si fermava ai quattro canti, e come era solito, rullando e gridando, incitava i paesani a collaborare con le offerte, perché il patrono li avrebbe così benedetto, per la prossima annata.  Molti si avvicinavano e mentre donavano il loro contributo al diacono che gli stava accanto, chiedevano a Pippo di cantare la supplica della festa, ed egli onorato, stringendo e modulando le labbra imitava tutti gli strumenti musicali. Il momento era veramente mistico, l’insieme dei suoni vivaci che procurava con la bocca ed il conseguente raccoglimento dei cuori affascinati, creavano tutt’intorno, un legame spirituale che consolidava la fratellanza e l’amore nella piccola borgata.  Passata la festa, lo vedevamo affaccendato a preparare la sua celebrazione, e questa era la sua personale festa che sarebbe avvenuta all’ottava. Egli, aveva procurato una statua del santo, di piccola dimensione, e a questa, gli costruì la vara da portare in giro nel paese. Era dal peso complessivo di circa trenta chili ed il santo era illuminato con lampade a batterie, il quale veniva caricato sulle sue spalle e portato in giro nei sobborghi, mentre Pippo echeggiava con grande ardore, inni e lodi. Ad ogni angolo delle vie, gli veniva chiesto di fermarsi, egli deponeva il santo e faceva un girotondo con passi di danza rituale, mentre con la bocca imitava i fuochi d’artificio. Dopo, innalzando la voce rintronava la musica religiosa, esibita con tutta la sua forza. Era uno spettacolo singolare e divertente che nessuno si voleva perdere, infatti il suo passaggio era atteso come un avvenimento religioso che si convenga. Pippo Mantella sta arrivando con il santo, dicevano, il suono del campanello, che egli era solito suonare ad ogni fermata, era il segno che si trovava nei pressi e che tutti si raccogliessero per assistere a quel caratteristico spettacolo. Molti dei paesani, davano delle offerte affinché potessero servire per lui e per la buona riuscita della festa che egli avrebbe preparato per l’anno avvenire. Divenne popolare in tutti i paesi vicini, tale che molti curiosi venivano proprio per lui, per assistere a questo suo voto, di venerare il santo Nicola, patrono del paese.

    Quest’uomo sembrò costruirsi un mondo personale dentro il mondo in cui vivevamo. Egli si rese indipendente da ogni vincolo di sottomissione e di ipocrisia mondana che regna tutt’oggi, nella società. Libero da ogni pregiudizio, procedeva nel suo cammino, deridendo nel suo intimo la società stessa che rideva di lui. Nella sua ingenuità, si distaccò dalla così detta “zizzania” e dall’invidia, creandosi un mondo, puerile, ma sano di ogni amarezza e di ogni antagonismo, che  gli permetteva di vivere sereno ed essere amico di tutti.  Il rullo del tamburo, oltre a pubblicizzare, voleva significare il richiamo a svegliarci per accostarci a quelli che sono i valori della coscienza e dell’altruismo, che sicuramente, ci sollevano dall’angoscia.

    Pippo Mantella insegnava la vera relazione sociale e tutti  lo deridevano, insegnava il vero amore ed era offeso, voleva creare una grande famiglia di tutti i paesani, ma non era capito. Veniva spesso sfruttato e lui si accontentava del poco, e giammai desiderò il molto. Ma quello che ripudiava era l’offesa, la mancanza di rispetto che i ragazzi non gli davano, e non sopportava che i genitori fossero indifferenti quando egli mostrava segni di insofferenza per le offese ricevute. La società, avvolte, è come una nave senza timone, ha la capacità di sottoporsi a  grandi pesi di solidarietà e di sacrificio, ma nello stesso tempo non sa intravedere la giusta causa di un indirizzo sociale che porti al miglioramento ed al benessere morale. Avendo, egli compreso ciò, si discostò dalla giungla del pregiudizio e dagli obblighi, per crearsi un tipo di vita differente, mentre viveva nello stesso ambiente. Riuscì a tener compagnia a coloro che avrebbero dovuto confortare lui. Con le piccole cose egli contribuì a creare le grandi cose, con le piccole e buone maniere contribuì a mostrarci, una buona società morale. Ma è opinione di molti che la società tende ad essere meno responsabile e più egoista, e sebbene essa progredisce, in modo sorprendente, non si può dire la stessa cosa per i sentimenti umani, valori, che debbano essere maturi in una raffinata società, che purtroppo, nessun miglioramento si prevede, ne per il  presente ne per il futuro. 

    Pippo Mantella sembra avere fermato l’effetto di questa disgregazione sociale, rimanendo integro nel suo piccolo mondo ingenuo e consapevole dell’evolversi dei tempi e dei costumi, non si adeguò alla conformità del cambiamento disinvolto e senza pregiudizio dell’era moderna, anzi combatte con estrosità con le sue armi e cercò di mettere a nudo l’atteggiamento culturale della fine del ‘900, dell’incauto declino del sentimento romantico, mentre viveva soffocato, in esso. Così il rombo del suo tamburo sembra annunziare  l’avvicinarsi del tempo tecnologico, e la sua voce, l’imminente tonfo di quel vento che distrarrà parte della mente umana dai molti sentimenti, ed insabbierà la volontà di recupero per ritornare sui vecchi passi del buon riviere. 

    Pippo Mantella faceva ridere con le sue trovate, sia quando, in inverno indossava i pantaloncini e canottiera e andava in bicicletta intorno al paese, sia quando lo vedevamo con il santo patrono sulle spalle, tutto addobbato di fiori, mentre con la bocca intavolava musica e fuochi d’artificio. Ormai era una consuetudine vederlo in giro con nuove trovate. Il suo portamento ingenuo e serio incitava tutti a collaborare alla sua stravagante impresa. La sua età era intorno ai quaranta ed era con pochi capelli e di alta statura, mi ricordo che era l’amico di tutti, ed era sempre pronto a servire. Onesto ed integro, non si senti mai di aver procurato del danno o delle molestie a qualcuno, lo dico, riferendomi alla malsana società di oggi, ma allora, a queste cose nemmeno si ci pensava, l’ingenuità era carattere.

    Indimenticabile fu la sua caratteristica personalità, egli seppe insegnare l’umiltà a molti, forse anche a me, e a chi, guardando nel passato si ricorda di lui, riscoprendo le meraviglie di un semplice animo che si contentò di poco, pur di acquistare il molto dalla grazia di Dio.