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in archivio dal 28 giu 2001

Edgar Allan Poe

19 gennaio 1809, Boston - Stati Uniti
07 ottobre 1849, Baltimora - Stati Uniti
Segni particolari: Allan è il cognome dello zio che mi ha cresciuto. L'ho aggiunto al mio per riconoscenza.
Mi descrivo così: Sono il padre di un nuovo genere letterario, "l'horror". Devo molto a Charles Baudelaire.

elementi per pagina
  • 31 marzo 2006
    Eldorado

    Con il suo gaio cimitero
    un ardito cavaliere,
    sotto il sole e in fitta ombra,
    già da tempo andava errando
    - e cantava una canzone -
    ricercando l' Eldorado.

    Ma diventò vecchio intanto -
    questo prode cavaliere -
    e gli calò sul cuore
    un'ombra, che' non trovava
    mai terra o luogo
    somigliante all'Eldorado.

    E quando le forze
    l'abbandonarono infine,
    incontrò un'ombra pellegrina -
    "Ombra", egli chiese,
    "dove mai si troverà
    questa terra d'Eldorado?"

    "Oltre ai Monti
    della Luna,
    giù nella Valle delle Tenebre,
    cavalca, cavalca intrepido",
    così l'ombra gli rispose -
    "se vai in cerca d'Eldorado!"

     
  • 31 marzo 2006
    Una Valentina

    E' scritta questa rima per colei i cui occhi
    lucenti ed espressivi come i gemelli di Leda,
    troveranno il suo stesso dolce nome annidato
    sulla pagina, celato ad ogni lettore.
    Osservate i versi attentamente! Vi è in essi
    un tesoro divino - un talismano - un amuleto -
    che si deve portare sul cuore. Osservate poi
    il metro - le parole - le sillabe!
    Nulla si tralasci, o sarà vana la fatica!
    E non v'è, nondimeno, nessun nodo gordiano
    che senza una spada non potreste disciogliere,
    se solo n'afferraste il soggetto.
    Tracciate sul foglio, scrutate da occhi
    in cui l'anima balena, s'ascondono, perdute,
    tre parole eloquenti, spesso dette e spesso udite
    da un poeta a un poeta - e d'un poeta è anche il nome.
    Le sue lettere, benchè ingannino, ovviamente,
    come il Cavalier Pinto - Mendez Ferdinando -
    sono, invece, sinonimo del Vero. - Ora basta!
    Pur facendo del vostro meglio, non sciogliereste l'indovinello.

     
  • 31 marzo 2006
    Inno

    Al mattino, al meriggio, al fosco crepuscolo -
    tu hai udito il mio inno, Maria!
    In affanno e letizia - nel bene e nel male -
    tu, madre di Dio, ancora rimani con me!
    Quando più liete per me scorrevan le Ore,
    e non una nuvola oscurava il mio cielo,
    la tua grazia trepida guidava a te
    l'anima mia perchè non si smarrisse;
    e ora che il Destino per me più addensa
    le sue tempeste e in me confonde presente
    e passato, fà che almeno risplenda il futuro
    e per me irragi dolce speranza di te!

     
  • 31 marzo 2006
    A mia madre

    Poichè io ben sento che negli alti cieli
    gli angeli, bisbigliando l'uno all'altro,
    parola non trovano, fra i loro ardenti accenti,
    che sia più devota di quella di "madre"
    io già da tempo a te ho dato quel caro nome -
    a te che più che madre mi sei e che mi ricolmi
    il cuore, dove Morte t'installò, lo spirito
    liberando, al contempo, della mia Virginia.
    La mia propria madre, che così presto mi lasciò,
    non fu che di me solo madre; ma tu sei madre
    di colei che io così caramente ho amato:
    sicchè a me più cara tu sei dell'altra
    per quell'infinita via per cui la mia sposa
    fu alla mia anima più cara che la vita stessa.

     
  • 31 marzo 2006
    A --

    I recessi ombrosi dove in sogno io vedo
    i più vaghi uccelli canori,
    son come labbra - e tutta la tua melodia
    di parole cui il labbro da forma. -
    I tuoi occhi, gemme nel cielo del cuore,
    desolati si posano allora,
    o Dio!, sulla mia mente funerea -
    luce di stelle su un nero drappo.

    Il tuo cuore - il tuo cuore! Mi ridesto
    e sospiro, e dormo per sognare
    di quella verità che l'oro non può mai comprare -
    e di quelle futilità che sempre può, invece.

     
  • 31 marzo 2006
    A -- --

    Or non è molto, chi scrive queste righe,
    nel suo folle orgoglio d' intellettualità,
    sosteneva il <<potere delle parole>> - negando
    che mai pensiero in un cervello umano possa nascere
    di là dall'espressione dell'umana lingua;
    ed ora, quasi a beffardo per quel vanto,
    due sole parole - due dolci disillabi stranieri -
    italiani suoni - di quelli che solo bisbigliano
    gli angeli sognanti alla luna, nella <<rugiada
    che perlacea catena, avvolge il colle Hermon>> -
    hanno tratto dagli oscuri abissi del suo cuore
    pensieri non-pensati, anime di pensiero,
    più ricche visioni, più selvagge e più estatiche
    di quelle che l'angelo arpista, Israfel,
    cui fra tutti diede Iddio voce blanda e soave
    non potrebbe dire mai. E io! Ogni risorsa è svanita.
    Cade la penna inerte dalla mia mano che trema.
    Col tuo caro nome come testo, pur da te richiesto,
    nulla riesco a scrivere - a dire, a pensare,
    a sentire, ahimè; giacchè non è sentire
    questo mio immobile soffermarmi sulla dorata
    soglia dell'aurea porta dei sogni, mentre
    ne ammiro, estasiato, la fuggente prospettiva,
    ed esaltarmi nel veder, sia dal destro lato
    o da quello a sinistra, e lungo tutto il cammino,
    tra vapori purpurei, fin dove in lontananza
    quel prospetto s'arresta - te sola.

     
  • 31 marzo 2006
    A Elena (1835)

    Elena, la tua bellezza è per me
    come quei navigli nicei d'un tempo
    che, mollemente, sull'odorato mare
    riportavano il pellegrino stanco d'errare
    alla sua sponda natia.

    Da tempo avezzo a disperati mari,
    la tua chioma di giacinto, il tuo classico volto,
    la tua grazia di Naiade riportano me anche in patria,
    a quella gloria che fu la Grecia,
    a quella maestà che fu Roma.

    Là, nel rilucente vano della finestra,
    come statua eretta io ti vedo,
    con in mano la tua lampada d'agata!
    Ah, Psyche, qui venuta dalle regioni
    che son Terra Santa.

     
  • 31 marzo 2006
    A F--

    O mia amata, fra i dolenti affanni
    così folti sul mio terrestre sentiero -
    triste, ahimè! - dove mai non cresce
    un fiore, mai alcuna rosa solitaria -
    trova sollievi almeno l'anima mia
    in molti sogni di te: e conosce allora
    un Eden di blando riposo.

    Così, dal ricordo di te si distilla
    in me un'isola d'incanto, lontana,
    in mezzo a un tumultuante mare -
    fremente oceano e immenso, esposto
    ad ogni tempesta - nel mentre che, intanto,
    i più sereni cieli, continuamente,
    solo sorridono su quell'isola fulgente.

     
  • 31 marzo 2006
    A F--S S. O--D

    Vorresti essere amata? e tu fa che il tuo cuore
    non si discosti dal sentiero di ora!
    Essendo ogni cosa che ora tu sei,
    non esser mai altro che non sei.
    Così i tuoi cortesi modi di vita,
    la tua grazia, la tua più che bellezza
    saranno un tema d'elogio senza fine,
    e l'amore - non altro che un puro dovere.

     
  • Un tempo sorrideva silenziosa
    una piccola valle dove nessuno più abitava:
    la gente era partita per le guerre,
    affidando ai miti occhi delle stelle, a notte,
    dalle alte torri azzurre, la custodia
    di quei fiori, sopra i quali, per tutto il giorno,
    pigramente indugiava la rossa luce del sole.
    Ora invece al viandante che di lì passasse
    si mostrerebbe il tristo stato di quella valle.
    Nulla è ora lì che stia senza un moto:
    nulla, tranne l'aria che immobile sovrasta
    su quella magica solitudine.
    Oh, non un soffio più sommuove quelle fronde,
    che ora palpitano come gelide onde
    d'intorno alle nebbiose, lontane Ebridi!
    Oh, non un vento sospinge quelle nuvole,
    che con gravezza si spostano nel cielo inquieto,
    dal chiaro mattino fino a sera,
    sui fitti campi delle viole non colte -
    miriadi d'occhi umani d'ogni foggia -
    e sui gigli che ondeggiano e gemono
    sopra una tomba che non ha nome!
    Ondeggiano: dalle cime profumate
    rugiade cadono in gocciole immortali.
    Gemono: dagli steli delicati
    discendono gemme d' eterne lacrime.

     
  • 31 marzo 2006
    Un sogno dentro un sogno

    Questo mio bacio accogli sulla fronte!
    E, da te ora separandomi,
    lascia che io ti dica
    che non sbagli se pensi
    che furono un sogno i miei giorni;
    e, tuttavia, se la speranza volò via
    in una notte o in un giorno,
    in una visione o in nient'altro,
    è forse per questo meno svanita?
    Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo
    non è che un sogno dentro un sogno.

    Sto nel fragore
    di un lido tormentato dalla risacca,
    stringo in una mano
    granelli di sabbia dorata.
    Soltanto pochi! E pur come scivolano via,
    per le mie dita, e ricadono sul mare!
    Ed io piango - io piango!
    O Dio! Non potro' trattenerli con una stretta piu' salda?
    O Dio! Mai potrò salvarne
    almeno uno, dall'onda spietata?
    Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
    non è che un sogno dentro un sogno?

     
  • 31 marzo 2006
    Il giorno più felice

    Il giorno più felice - l'ora più felice
    questo mio inaridito cuore ha già conosciuto;
    ogni piu' alta speranza di trionfo e d'orgoglio
    sento ch'è fuggita via.

    Trionfo? oh sì, così fantasticavo;
    ma da gran tempo svanirono ormai
    le visione di quel mio giovanile tempo -
    e sia pur così.

    E quanto a te, orgoglio, che dirti?
    Erediti pure un'altra fonte
    quel veleno che approntasti per me -
    Ora acquietati, o mio spirito.

    Il giorno più felice - l'ora più felice -
    che quest'occhi avrebbero visto - hanno già visto,
    il rifulgente sguardo di trionfo e d'orgoglio
    sento che è spento ormai.

    Ma mi fosse pur riofferta quella speranza
    di trionfo e d'orgoglio, e con la pena
    che allora avvertivo - quella fulgente ora
    io non vorrei riviverla:

    giacchè oscure scorie erano su quelle ali
    e, al loro agitarsi, una maligna essenza
    ne pioveva - fatale per un'anima
    che già l'ha conosciuta.

     
  • 31 marzo 2006
    Canto

    Ti vidi nel tuo giorno nuziale
    e t'invase una vampata di rossore,
    quantunque felicità ti brillasse d'intorno
    e il mondo fosse tutto amore innanzi a te.

    E il baleno che s'accese nei tuoi occhi
    (quale ch'esso fosse per me),
    fu quando alla Beltà di più conforme
    potesse svelarsi alla mia vista dolente.

    Fu quel rossore, credo, pudore di fanciulla -
    e ben si comprende che così fosse.
    Ma un più fiero incendio quel baleno
    sollevò - ahimè! - nel petto di colui

    che ti vide nel tuo giorno nuziale,
    allorchè ti sorprese quell'acceso rossore,
    quantunque felicità ti brillasse d'intorno
    e il mondo fosse tutto amore innanzi a te.

     
  • 31 marzo 2006
    La stella della sera

    L'estate era al suo meriggio,
    e la notte al suo colmo;
    e ogni stella, nella sua propria orbita,
    brillava pallida, pur nella luce
    della luna, che più lucente e più fredda,
    dominava tra gli schiavi pianeti,
    nei cieli signora assoluta -
    e, col suo raggio, sulle onde.
    Per un poco io fissai
    il suo freddo sorriso;
    oh, troppo freddo - troppo freddo per me!
    Passò, come un sudario,
    una nuvola lanugiosa,
    e io allora mi volsi a te
    orgogliosa stella della sera,
    alla tua remota fiamma,
    più caro avendo il tuo raggio;
    giacchè più mi allieta
    l'orgogliosa parte
    che in cielo svolgi a notte,
    e di più io ammiro
    il tuo fuoco distante
    che non quella fredda, consueta luce.

     
  • 31 marzo 2006
    A una in Paradiso

    Eri per me quel tutto, amore,
    per cui si struggeva la mia anima -
    una verde isola nel mare, amore,
    una fonte limpida, un'ara
    di magici frutti e fiori adornata:
    e tutti erano miei quei fiori.

    Ah, sogno splendido e breve!
    Stellata speranza, appena apparsa
    e subito sopraffatta!
    Una voce del Futuro mi grida
    "Avanti, avanti!" - ma è sul Passato
    (oscuro gugite!) che la mia anima aleggia
    tacita, immobile, sgomenta!
    Perchè mai più, oh, mai più per me
    risplenderà quella luce di Vita!
    Mai più - mai più - mai più -
    (è quel che il mare ripete
    alle sabbie del lido) - mai più
    rifiorirà un albero percosso dal fulmine,
    nè potrà più elevarsi un'aquila ferita.

    Vivo, trasognato, giorni estatici,
    e tutte le mie notturne visioni
    mi riportano ai tuoi grigi occhi di luce,
    a là dove tu stessa ti porti e risplendi,
    oh, in quali eteree danze,
    lungo rivi che scorrono perenni.

     
  • 31 marzo 2006
    Elizabet

    Elizabet - a me par giusto sommamente
    (logica e comun senso così ordinando)
    che nel tuo libro per primo si scriva il tuo nome,
    checchè ne pensino Zenone ed altri saggi;
    ed io ho poi altri motivi per cosi' fare,
    oltre al mio innato gusto per la contraddizione:
    ciascun poeta - se poeta - nel suo tener dietro
    alle vaganti Muse, per i recessi del Vero e del Finto,
    ha ben poco studiato la sua parte,
    letto quasi nulla, scritto ancora meno - è, in breve,
    uno sciocco senz'anima, senza sensi e senza l'arte,
    se mostra di ignorare una norma così importante,
    perfino adoperata nei compiti scolastici -
    che si chiama - il nome greco non ricordo
    (ma quale sia, il senso suo non muta):
    Sempre scriver prima quel che nel cuore hai più in alto.

     
  • 31 marzo 2006
    Solo

    Fanciullo, io già non ero
    come gli altri erano, nè vedevo
    come gli altri vedevano. Mai
    derivai da una comune fonte
    le mie passioni - nè mai,
    da quella stessa, i miei aspri affanni.
    Nè il tripudio al mio cuore
    io ridestavo in accordo con altri.
    Tutto quello che amai, io l'amai da solo.
    Allora - in quell'età - nell'alba
    d'una procellosa vita - fu derivato
    da ogni più oscuro abisso di bene e male
    il mistero che ancora m'avvince -
    dai torrenti e dalle sorgenti -
    dalla rossa roccia dei monti -
    dal sole che d'intorno mi ruotava
    nelle sue dorate tinte autunnali -
    dal celeste baleno
    che daccano mi guizzava -
    dal tuono e dalla tempesta -
    e dalla nuvola che forma assumeva
    (mentre era azzurro tutto l' altro cielo)
    d'un demone alla mia vista -

     
  • 31 marzo 2006
    Al fiume

    Bel fiume! Nel tuo limpido flutto
    di lucido cristallo, acqua errabonda,
    tu sei emblema d'una fulgente
    beltà - cuore non disvelato -
    piacevole intrico dell'arte
    nella figlia del vecchio Alberto;

    ma quando la tua onda ella contempla -
    che scintilla allora e tremola,
    oh, allora il più leggiadro rivo
    si fa simile a colui che l'adora:
    chè nel cuore di lui, come nel tuo scorrere,
    l'immagine di colei è radicata:
    in quel cuore che tremola al raggio
    di occhi che cercano l'anima.

     
  • 31 marzo 2006
    Romanza

    Romanza, che ami annuire e cantare
    col capo assonnato e le ali ripiegate,
    tra verdi fronde, quali agita
    nel suo fondo un ombroso lago,
    fu per me un variopinto pappagallo
    - oh, a me familiare uccello -
    che m'apprese a dir l'alfabeto
    e a balbettare le prime parole,
    quando nel bosco selvaggio io giacevo,
    fanciullo - dall'occhio sagace.

    Ma da un pezzo, del Condor gli eterni anni
    così scuotono il cielo stesso là in alto,
    con tumulto di tuoni mentre passano,
    che non ho io più tempo per oziose cure,
    mentre spio l'inquieto cielo.
    E quando un'ora con più lievi ali
    getta su di me le sue morbide piume,
    dissipar quel breve tempo con lira e rime
    (vietate cose!) - delittuoso parrebbe al mio cuore:
    a meno che con le corde non vibri anch'esso.

     
  • 31 marzo 2006
    Sonetto alla scienza

    Scienza, vera figlia ti mostri del Tempo annoso,
    tu che ogni cosa trasmuti col penetrante occhio!
    Ma dimmi, perchè al poeta così dilani il cuore,
    avvoltoio dalle ali grevi e opache?
    Come potrebbe egli amarti? E giudicarti savia,
    se mai volesti che libero n'andasse errando
    a cercar tesori per i cieli gemmati?
    Pure, si librava con intrepide ali.
    Non hai tu sbalzato Diana dal suo carro?
    E scacciato l'Amadriade dal bosco,
    che in più felice stella trovò riparo?
    Non hai tu strappato la Naiade ai suoi flutti,
    l'Elfo ai verdi prati e me stesso infine
    al mio sogno estivo all'ombra del tamarindo?

     
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