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in archivio dal 03 feb 2013

Elèna Italiano

Caserta
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  • 07 luglio 2013 alle ore 14:15
    Inquietudine

    Mi mordo le labbra
    pensando
    a come la tua mancanza
    generi vortici di attesa.

    Lieta sia
    l’ora dell’incontro.

    Immortale sia
    l’attimo inquieto.

    Nervosa
    ostinata
    la memoria rovisterà il ricordo
    come un aratro
    sulle zolle
    di terra
    rivolte.

    Mi scoperchi sull’abisso di me
    e io sento la vertigine del volo.

     
  • 04 giugno 2013 alle ore 14:54
    Sfarfallio

    La speranza 
    è uno sfarfallio
    madreperlato.
    Con dita delicate,
    ti eleva le spalle,
    allungandoti lo sguardo.

    All’unisono si dirama nelle arterie 
    come latte
    argenteo
    di rosso screziato;

    Nelle vene si mesce col sangue,
    trepida luce lunare,
    filtrata dalla notte
    come polline in polvere,
    da stami di giglio
    stellante.

     
  • 02 maggio 2013 alle ore 11:58
    Che cos'è?

    Ti ho, forse, scelto io?
    Mi hai, forse, scelto tu?
    Non so dire,
    non so discernere
    ora
    chi abbia scelto chi.
    Chi sia stato il primo,
    chi sia stato il secondo,
    chi sia stato
    tra i due
    il più scaltro,
                            il più veloce,
                                                   il più intelligente,
    il più percettivamente intelligente.

    Chissà
    se vi sia stata
    invero
    parte attiva e parte passiva.
    Forse no.
    Non c’è stata vittima.

    - È dunque "amore"? -
    - No. -
    - Perché? -
    - Perché molesto non è. 
    Pur volendo, non saprebbe esserlo.-

    - E allora…che cos’è? -
    - E' aria...riusciresti a vivere senza?  
    Basta con le domande.
    Vieni qui.
    Abbracciami.
    E respira. - 

     
  • 01 maggio 2013 alle ore 15:14
    Sussurri

    Il cinguettio degli uccelli
                                                - festoso -

    il sole
                - timido,
                                paglierino - 

    un gruppo di margheritine
                                                    - gialle -  
    nate sui resti di un muro diroccato, 
    tendono i petali
                                 più su
    come la corolla
    di un fuoco pirotecnico, 
    come al suo risveglio,
    dopo uno sbadiglio,
    la mano di un bimbo appena nato.

     
  • 29 aprile 2013 alle ore 14:47
    Narcisi selvatici

    Hai mangiato le noci
    stasera?

    O un pistacchio
    verde, 
    sgusciato con avidità nervosa?

    O un'arancia
    succosa
    di un'energia calda,
    liquida?

    Nè l'una, nè l'altra  cosa.
    E nemmeno l'altra ancòra,
    vero?

    Hai affondato i denti nel cioccolato
    per sentire tra lingua e palato
    dolce
    un sapore.

    E quando hai finito di scrivere ti sei stropicciato 
    con i polpastrelli morbidi, 
    gli occhi?

    Hai sonno, ma sei hai ancòra sveglio. Lo sento. 

    E sento che te lo chiedi anche tu
    perchè 
    tra me e te 
                        ...parole...
                                           ticchettii di orologi...
                                                                                puntini sospensivi...
                                                                                                                     silenzi...
    e il profumo dei narcisi selvatici...
    e quella promessa sempreverde
    di quel bacio, ricordi?
    ...
    Che sia
    sotto la pioggia
    oppure al sole.
    Che sia
    all'ombra dei tigli
    odorosi
    cascanti di fiori.
    Che sia
    tra lo scorrere bianco
    di una fontana zampillante.
    Che sia
    nell'abbraccio di un pergolato, 
    di rose, 
    luogo candido,
    stupido, 
    romantico.

    Aspetteremo quel giorno
    con ardore
    per togliere
    le spine dal cuore.

     
  • 26 aprile 2013 alle ore 20:49
    Amaro

    Sorrideva. 
    Sorrideva perchè doveva. 
    Sorrideva con la bocca tutta.

    Si alzavano simmetriche e veloci
    le guance carnose
    all'apertura delle labbra 
    rosse.  

    Ma gli occhi non sooridevano affatto. 
    Erano lì: fissi come stelle,
    tristi 
    come il silenzio austero delle feste. 

     
  • 25 aprile 2013 alle ore 10:45
    Maleducato

    Non ha bon ton 
    il passato: 
    senza preavviso
    torna
    con un balzo.

    Sa
    di rosa 
    graffiata
    quell' antica
    terra lontana... 

    ...sono ancora inesplorati
                                                   gli angoli
    accartocciati. 

     
  • 22 aprile 2013 alle ore 20:18
    Ribelle

    Incendiario era il tuo sguardo:
    generava fuoco 
    alle scintille dell’incontro.
    Erano
    le pupille
    meteore di sogni,
    dirottate qui,
    nella realtà.

                                          Poi…
    senza la cura del riassetto,
    miagolando difesa,
    inoffensivo
    il fuoco
    si è spento,
                          f  r  e  d  d  o .

    Ma la cenere non l’ha insabbiato.
    Superstite
    ancora esiste
    come fiamma imprigionata nel prisma vetrato.

    Dalla polvere della soffitta
    l’osservo,
    come se fosse a me estraneo,
    mentre le lingue
    fiammanti
    si diramano
    rabbiose
    verso l’alto.

     
  • 16 aprile 2013 alle ore 21:35
    Parole stellanti

    Parole stellanti

    Intingo l’inchiostro
    nel caramello
    liquefatto.
    Come zucchero filato,
    raccolgo parole
    affusolate
    sul legno dell’anima,
    rigonfio
    quand’è pioggia.
    La resina è miele.

    Sciolgo lettere,
    timidi lilium screziati di rosa.

    Riflesso è nel mare
    il tremore delle stelle
    che il poeta cuce
    sull’indaco del cielo.

     
  • 13 aprile 2013 alle ore 20:21
    Incontro

    Gelidi polpastrelli
    su di un viso
    carnoso.
    Brividi
    lungo il corpo.
    Tachicardia.
    Sudorazione impazzita.
    Adrenalina
    cooptata e sospinta in un sorriso che esplode
    isterico.
    Ma prima che tu percepisca
    il fremito,
    io mi volto.
    E’ già dietro le mie spalle,
    quel
    “c i a o”
    tremante
    come queste parole,
    spezzate.

     
  • 10 aprile 2013 alle ore 13:59
    Nemesi

    Ti ho confinato in un sogno,
    rendendoti
    più reale dell’acqua
    che scivola sul mio corpo.

    Più reale
    finanche
    della fiamma calda che accalora il mio viso,
    illuminandolo.

    Più reale della terra
    appiccicata
    alla mie mani quando pianto
    un fiore, 
                   narciso
                                  baciato dal sole.

    Più reale dell’aria fresca sul collo
    che volteggia tra i miei capelli
                                                           alzati
    mentre, correndo, fingo di non pensarti.

    Sarebbe stato meglio viverti.

    Saresti stato ospite
    del mio tempo
    per qualche tempo.
    Poi…
               indisturbato…
                                          te ne saresti andato.

    Della tua assenza, credimi, non avrei pianto.
    Ambra liquida imprigionata in un cristallo.

     
  • 08 marzo 2013 alle ore 14:46
    Polline al vento

    No, non voglio alcun ramo di mimosa.
    Non staccarlo d'albero.

    Ricordi

    il rumore
    secco asciutto sofferto 
    che fa

    se la recidi?

    Lasciala lì,
    integra
    e fiera.

    Preferisco
    vedere oscillare così
    quei grappoli di polline odoroso,
    sullo sfondo di un cielo
                                               plumbeo.
     

     
  • 22 febbraio 2013 alle ore 19:19
    Walz of the flowers

    Come un bambino
    dalla plastica trasparente della confezione regalo 
    scorge felice
    il suo giocattolo
    preferito,
                     così
    accolgo la tua voce.

    Quasi fosse un surrogato fatato, ne rido
    raccogliendo fili di seta nella mano.
    Interrogo l'ordito indovinandone i toni,
    ugole
    in campane di cristallo: sono un walzer
    di gigli,
                 gladioli,
                                morbide rose
    le lettere
    danzanti sulle tue labbra,
    viole e girasoli.

    Come in una clessidra
    vitrea 
    scorre 
    la tua voce,
    così 
    la sabbia dorata
    nel mio cuore.

     
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  • 03 febbraio 2013 alle ore 11:52
    Occhi di sole

    Come comincia: Cammino lentamente a piccoli passi, decisi. Sono titubante circa la direzione dello sguardo: non so se fissarlo dritto in faccia, o se volgere il viso altrove. La paura si impadronisce della rabbia, amica infedele, che mi sta abbandonando. A dare un preciso assetto ai miei pensieri era lei, stratega evanescente. Dovevo prevederlo: i pensieri non sono le azioni. Lì, nella massa informe, sei tu a condurre il gioco. Qui no.
    Percorro il corridoio stretto e lungo dell’albergo, illuminato solo da applique al muro, e associo involontariamente il colore rosso della carta da parati con quello del sangue. Sento il battito del cuore nelle orecchie. Ho caldo. Sto sudando. Lui, come al solito, è impassibile. Anaffettivo. Immobile. Non sembra stupito. Sul suo viso non leggo alcun entusiasmo. È a meno di tre metri da me. Credo non voglia guardarmi negli occhi. Abbassa lo sguardo. Chiude le palpebre. Toglie le mani dalla serratura della porta, dove stava per infilare la chiave, ora stretta nel palmo destro. Con la nuca tozza volontariamente contro la porta. Una e due volte, tre. Strizza gli occhi. Ingoia e mi chiede: «Che vuoi?» Io non riesco più ad articolare, con rigore logico, una frase di
    senso compiuto. Ma non posso assolutamente rendere visibile tutto questo. E allora, mi schiarisco prima la voce. Poi respiro, lo guardo, ma non parlo. Non riesco a dire nulla. Lo guardo mentre i suoi occhi roteano verso l’alto a fissare il soffitto. Apre la bocca, sospirando. È attraente nel modo che solo lui può. E che solo lui sa. È affascinante come nessuno. E come sempre. Tuttavia gli dico: «Gli uomini come tesono solo capaci di ricevere. Quindi, cosa mai potrei volere?»
    «Me lo chiedo anch’io» risponde lui con un cenno beffardo sul labbro che ora si sta grattando con l’indice sinistro. Le sue labbra sono carnose, ma non in un modo indisciplinato, eccessivo. I contorni sono netti, decisi, taglienti.
    «Sono venuta perché ha bisogno di te una persona che in passato ti ha dato tanto. Le devi un piacere».
    «Ambasciator non porta pena» sorride lui, non credendo nemmeno a una sillaba da me pronunciata. Infila la mano destra nella tasca del jeans, dove ha appena fatto scivolare la chiave, e poi, si tocca l’omero sinistro. È nervoso. È irrequieto. Non riesce a star fermo. Guarda oltre la mia figura, come se non esistessi. L’iride dei suoi occhi emana una luce, che tutta la luce cattura. Specchi catarifrangenti al cospetto dei quali mi sento sempre in forse. Ora le sue pupille cercano le mie, e io non sono più io. Scompaiono i contorni di ogni cosa, come nei dipinti ad acquerello.
    «Perché mi guardi così? Mi infastidisci» replico con fermezza, vestita
    di un’autorità fragile, ma mai inutile.
    «Ah, sì?» dice lui con tono irriverente e irrispettoso, come se sapesse
    tutto a prescindere da ciò che io decida di fargli sapere.
    «Sì» gli rispondo.
    Lui recupera la chiave dai jeans e apre la porta.
    «Prego» mi fa con tono ironico, indirizzando il braccio destro
    verso la suite. Così entro, prima di lui.
    «Allora, sentiamo: con chi dovrei sdebitarmi?»
    «Con Flavio. Vuole conoscere il nuovo assessore ai lavori pubblici
    della tua città. Dicono che sia una donna particolarmente sensibile
    al fascino della virilità. E tu – per dir così – dovresti esserne a conoscenza.
    O sbaglio?»
    «Vai avanti».
    «Ad ogni modo, la ditta di Flavio deve vincere un appalto. Un
    grosso appalto. Lui sa che, con la tipa, sei in buoni rapporti e confida
    che non esiterai a fungere da intermediario. Ti ha prestato del denaro,
    ricordi? E… ora… pretende un corrispettivo. Esige che la fiducia,
    che da subito ha nutrito verso di te, sia ricambiata, così come
    è richiesto agli uomini d’onore».
    «Perché non è venuto lui? È lui che aspettavo, non te».
    «Perché avrebbe dato troppo nell’occhio. D’altronde sei uscito di
    galera nemmeno una settimana fa. Lo hai già dimenticato?»
    «Grazie per avermelo ricordato».
    «Di nulla».
    «Stai con qualcuno?»
    «Perché vuoi saperlo?»
    «Ti ho chiesto se stai con qualcuno» tuona lui agitato, camminando
    verso di me fin quando non ho le spalle al muro.
    «No. Non sto con nessuno».
    «Sicura? O lo dici perché ti faccio paura?» mi fa lui mentre con le
    mani mi cinge i polsi, stringendoli forte.
    «Non ho paura».
    «Sicura?» mi chiede mentre stringe ancora più forte.
    «Sicura».
    «Nemmeno ora?» insiste lui, facendo salire la mano sinistra sino
    al collo, che mi stringe piano, ma con insistenza.
    «No, non ho paura di te».
    «E sbagli».
    «No, non sbaglio».
    «Ti dico che sbagli. Dovresti stare lontano da uno come me. Lasciami
    perdere. È meglio così, fidati».
    Apre la porta, che non ha nemmeno il tempo e la forza di sbattere
    violentemente e, sillabando, mormora: «Dimentica tutto, dimenticati
    di me».
    Esco dalla stanza dell’albergo; vorrei prendergli il braccio, strattonarlo e impedirgli di andar via. Ma lui si ferma. Due imbianchini stanno restaurando una suite vicina alla stanza che ha appena ospitato le nostre paure. Portano fuori vari complementi di arredo. C’è un comò che ha impedito a lui di avanzare rapidamente e non può
    ancora fuggire via da me, da noi. I due imbianchini stanno ora trasportando uno specchio enorme e, mentre attraversano la larghezza esigua del corridoio, lo inclinano. Posso ancora vedere lo sguardo di lui che, attraverso la lastra di vetro, mi guarda: i suoi occhi sono rossi e lucidi. Ingoia, ma una volta che lo specchio è stato addossato
    alla parete, il passaggio è tornato libero e lui va via. Come cascate impetuose, scivola sulla superficie vetrata ogni tentativo di comprensione.

     
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