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Racconti di Elena Tomaini

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  • 21 giugno 2016 alle ore 7:43
    Confondere Aradia.

    Come comincia: E' pomeriggio da ieri mattina. 
    Dopo che hai vissuto qualcosa di memorabile, il tempo si sente inutile e comincia a non passare proprio. La schiena sta prendendo la forma del divano, le mani non hanno voglia di fare le mani.
    Ho ricevuto una nuova proposta di sfruttamento.
    E' poggiata sul comodino e ogni tanto rileggo quelle due-tre righe scritte a mano su un foglio profumato. O almeno, si sente che originariamente sapeva di violetta, poi è stato dimenticato per un po'.

    Annette si sta alzando proprio adesso, nella casa dove sono stato anche io.
    Sono strane le cose che ti vengono in mente quando non hai di meglio da fare.
    L'ho conosciuta qualche tempo fa e la prima volta che l'ho incontrata mi ha detto così:
    -Piacere, Annette. Tre mesi è il periodo di incubazione, quindi io e te staremo insieme esattamente tre mesi da stanotte, non un giorno di più. Prima di andare via ti farò un test per vedere se tutto è andato per il verso giusto, poi me ne andrò e non mi rivedrai più. Ci stai?-
    Quello che mi aveva detto era terribile, ma l'effetto che fa in me la parola “terribile” è lo stesso effetto che fa in voi la parola “tappo”, la parola “armadio”. Nessuno. Così mi ha portato a casa sua. Lungo il tragitto ho provato a stringerle la mano, ma lei mi ha dato solo un dito e io mi ci sono aggrappato con tutte le mie forze.
    Quella sera c'era un vento forte e la sua montagna di capelli castani mi finiva in faccia.
    Più andavamo avanti, più accelerava il passo, facendomi rimanere indietro, staccando ad uno ad uno le mie dita dal suo indice.
    Pochissime cose le ho detto in quei mesi ed una è stata quella sera, guardandole la schiena.
    -Lo sai in psicologia cosa vuol dire quando qualcuno cammina davanti a te?-
    -Cosa?-
    -Che si sente superiore, che vuole creare una distanza-.
    Allora lei è tornata indietro e mi ha ridato la mano, stavolta tutta intera, ma benché fosse più di prima, era comunque troppo forzato. Qualsiasi cosa fosse, di carnale non c'era niente, era più simile ad un guinzaglio.
    Arrivati a casa, fu subito chiaro dalle sue movenze il tipo di rispetto che mi avrebbe riservato. Mi guardava con aria severa, come se fossi un compito in classe, un ispettore, e invece non mi ero nemmeno mosso dall'ingresso. 
    Buttò il soprabito sul divano e io chiusi gli occhi istintivamente.
    Un momento non è mai un momento e basta; e anche se lo sarà, forse sbadatamente tra tanti anni ti ritroverai a pensarci. E allora dev'essere quantomeno carino, quantomeno bello abbastanza da essere vivido. Sei qui, in questa stanza, con lei, mentre potresti essere altrove. Questo è un pezzo della tua vita; fai almeno finta di non starlo buttando nel cesso.
    Io mi sono allenato, ci ho messo parecchio, ma ce l'ho fatta. E' però in momenti come questo che mi chiedo se tutto il mio sforzo sia stato un bene o un male.
    Penso alle cose che avrebbe pensato lo stesso me di solo cinque anni fa. Cinque, una mano sola. Una mano che si è sempre chiusa così tanto a pugno da far rompere la molla e spalancarsi, di colpo, facendo scivolare via tutto quanto, non riuscendo neanche a stringerne bene una uguale.

    Apro gli occhi.
    Annette ha un lunghissimo vestito blu a fiori. E' smanicato, ma ha talmente tanti monili addosso che di nudo ha solo le mani, le spalle e la faccia. Non sorride, sta solo davanti a me, immobile.
    Presto finirò in trance e quello che succederà vicino a lei lo ricorderò fugacemente, ad alta velocità.

    Lei comincia, come cominciano tutti, cercando di abbassare la luce della stanza a livello “sarà per sempre”.
    Su tutto si abbassa una luce calda, arancione, come se d'improvviso fosse la notte di natale.
    Comincio piano a sbottonarmi i polsini e presto mi ritrovo le mani di Annette a scansare le mie, a sbottonarmi più in fretta, sbuffando.
    Ha le unghie con lo smalto bianco perla. Muovendosi frettolosamente sulla mia camicia dello stesso colore, quasi scompaiono, rendendo più facile immaginare di essere in un film surreale. Dita che scompaiono, per quello non riuscivo ad afferrarvi.
    Non che mi sforzi più di tanto ormai. Basta un movimento, un colore, per dare spiegazione ad eventi molto più grandi.

    Alcuni ricordano il loro passato sotto forma di flash. Io invece ci vivo il presente.

    Flash.
    Annette seduta di fianco a me sul letto che fuma una sigaretta e con lo stesso accendino disinfetta l'ago.

    Flash.
    Mille spade che si infilzano tutte in un unico punto del mio braccio. 

    Flash.
    Turtles - Happy together

    Flash.
    Visuale distante e sfocata del soffitto in legno. Sulla destra, con la coda dell'occhio, schiena di Annette. Scapole che si muovono, braccia che armeggiano.

    Flash.
    Niente.

    Flash.
    Niente.

    Flash.
    Rumore di braccialetti e mani che battono vicino al mio orecchio.

    Vorrei che l'unità di tempo mese durasse come l'unità di tempo giorno, così tutto scorrerebbe più in fretta. Eviterei i silenzi imbarazzanti, gli sbadigli, gli sguardi distratti, l'allontanamento dalla stanza senza preavviso, le sue pupille che si fanno più vitree. 
    Il fatto che solo io noti queste cose.
    Da un paio d'anni mi guadagno da vivere così, con la mia epatite, lasciando che la gente con la sindrome di Samo se la inietti dietro compenso.
    C'è un mondo organizzatissimo dietro, ci sono siti d'incontri dove puoi scegliere la malattia che vuoi come su un menù. E' tutto molto professionale, ma ancora non riesco a distinguere un rapporto di lavoro da un rapporto e basta. Un appuntamento rimane un appuntamento, nel senso più adolescenziale del termine.
    Ho collocato male i pezzi del puzzle e per le mie clienti continuo ad avere piccolissime e inespresse esigenze sconsiderate da innamorato, che risolvo da solo. 
    Devo iniziare a pensarla in un'altra maniera.
    Le lettere delle persone che mi cercano sono indirizzate al mio virus, non a me, io non c'entro niente. Io sono il mezzo di trasporto che porterà loro quello che vogliono, sono lo spacciatore che li farà stendere sul lettino e risolverà i loro problemi d'infanzia.

    Annette si è iniettata il mio sangue in vena, facendosi strada tra metalli che vengono dall'India e pietre thailandesi, facendosi ambasciatrice di una nuova cultura orientale circoscritta al suo braccio.
    Colonizza le regioni corrompendo la popolazione dei suoi globuli con prodotti velenosi che vengono da me.
    Ora che la navicella è diventata lei e io sono ritornato nel ruolo di essere umano, posso permettermi di farle alcune domande.

    La luce nella stanza è ancora soffusa, ma il per sempre è magicamente diventato per ora.
    Annette ha acceso dell'incenso e si mette a ballare una personale danza del ventre. Tutto il suo corpo fa l'hoola-hop con i gioielli che lo ricoprono.
    Dico -Ho risolto i conflitti con tuo padre?-
    Lei rotea verso di me, unisce le mani sopra la testa e muovendo i fianchi si inginocchia piano sul tappeto grigio a pelo lungo, che si appiattisce sotto il suo peso. 
    Dice -Ballando e stendendosi, si dice che il virus si propaghi più velocemente. Questa è una danza thailandese, si chiama Khon-.
    Chiedo -Si è attenuata la tua sindrome da abbandono?-
    Si distende lentamente allargando le braccia. La luce si riflette su ogni minimo specchietto di cui è cosparsa e Annette diventa la più luminosa della stanza.
    Annette la stellina. Annette la reginetta della sua tribù.
    Non mi guarda, e non so se quello che dice lo dica a me o a qualche recondito meccanismo di circolazione sanguigna.
    -L'amata del Re Rama fu rapita da un demone a dieci teste. Questa danza rappresenta la solita noiosa lotta tra bene e male-.
    A questo punto mi alzo dal divano, la scavalco per raggiungere la porta della cucina.
    Contraendo e ritraendo la pancia, facendola ondulare più velocemente possibile, aggiunge -Non vorrei rovinarti la sorpresa, ma statisticamente dieci teste sono meglio di una-.
    Dall'altra stanza, versandomi dell'acqua, dico -Sono contento che tu abbia trovato un modo per riappacificare più velocemente il tuo super io all'Es-.

    Nei giorni successivi, mentre non parlavo con Annette, ho avuto tempo di osservare ogni angolo della sua casa che ancora non avevo visto. 
    Non era grande, ma per digerirla ci voleva molto. Era tutto un casino, ogni stanza un bazar di cose.
    In cucina, almeno una decina di forni, di fattura e provenienza diversa; uno fungeva da forno e tutti gli altri da mensole. Un frigo piccolo poggiava sbilenco e aperto ad un altro più grande, pieno di scatole di verdure fresche, impilate l'una all'altra talmente strette da essere inamovibili, rendendo impossibile afferrare uno qualsiasi di quegli infiniti tipi di ortaggi.
    Il bagno era verde e senza porta, chiunque poteva guardarci dentro. Proprio di fronte c'era la doccia, un bouquet di almeno trecento colorati tubi di pompe che spuntavano dal soffitto e dai lati della stanza. Forse voleva essere un arcobaleno, in realtà sembrava il vomito di un unicorno. Il water non si vedeva, si intuiva.
    Il salotto, dove mi aveva ricevuto la prima sera e dove dormivo, era così scarno che scompariva letteralmente di fronte alla pienezza degli altri locali. Era una scelta del tutto illogica, ed altrettanto illogicamente a me non veniva mai voglia di andarci. Non so come spiegare: era troppo facile stare lì. In tutte le altre stanze potevi soddisfare i tuoi bisogni primari solo con fatica.
    Passavo il mio tempo appoggiato alla finestra vicino all'ingresso della camera di Annette, sempre chiusa a chiave. Non potevo uscire perché Annette non voleva che contaminassi altra gente mentre ero sotto contratto con lei; allora stavo lì.
    Non c'era molto di bello da guardare, a parte i tetti delle case e le antenne. Sembrava tutto talmente fitto da ritenere impossibile uno spazio, una stradina, che dividesse una casa e l'altra. Era tutto appiccicato. E se la vista è un bisogno primario, allora era tagliata a metà anche quella, di fronte ad un paesaggio-non-paesaggio. Adoravo quella finestra.
    La porta della camera che rinchiudeva Annette per tutto il giorno era ad un passo, sempre chiusa, sempre chiusa ad un passo. Il che me la faceva sentire un po' aperta.
    Cominciai ad affezionarmici come ci si affeziona ai grossi portoni di un castello reale. Se li trovi chiusi per giorni e giorni, inizi a pensare che non ci sia nulla dentro.

    Invece un giorno si aprì. 
    Un giorno Annette mi rivolse di nuovo la parola, disse che quella notte avremmo dormito insieme. Allora la porta si aprì.
    Era uno stanzone lungo e stretto con le pareti blu scuro, contornato da librerie realizzate con rami di betulla, che spuntavano dal muro fino al centro, dove creavano un complesso intreccio di biforcazioni. Sembrava la sezione di un bosco. I libri stavano appollaiati dove potevano, in un equilibrio decisamente precario.
    Sotto quella trama di legno c'era il letto matrimoniale, cuscini bianchi e piumone con le costellazioni disegnate, perfettamente rifatto. 
    Nonostante quel caos, trovavi sempre un punto ordinato dove lo sguardo poteva fermarsi a riprendere fiato.
    Io e Annette dormiremo insieme ed io penso che un po' si sia affezionata a me, di aver vinto quella lotta di gelosia tra me ed il mio virus.
    Mi preparo di tutto punto per quella sera. Non c'era un appuntamento vero e proprio, prima. Non c'era una cena, non c'era un cinema, non c'erano passeggiate al chiar di luna. Iniziava tutto con noi che saremmo andati a dormire, quindi avevo scelto il mio miglior pigiama rosso di velluto.
    La aspettavo sdraiato sul letto, guardando l'intreccio di rami sopra di me e cercando di leggere tra le loro righe disordinate qualche messaggio, qualche accenno di racconto in più che mi aiutasse a capire Annette. La storia di Annette sopra il letto.
    Dopo un'ora arriva ed io balzo in piedi immediatamente.
    Trascina un grosso sacchetto di plastica nera con entrambe le mani. E' vestita da indianina, con bandana verde e penna di cornacchia stretta in piedi sulla nuca.
    Mi fa un cenno con la testa senza sorridere, si mette in un angolo ed apre la busta.
    Mentre inizia ad addobbare i rami degli alberi con teschi di plastica di vari animali, dice -Quella che faremo stasera si chiama Wàwek-. Acchiappasogni ornati di penne colorate lunghissime, perse da qualche pappagallo in un negozio di animali e gentilmente regalate dal titolare; sono appesi e fatti suonare con un soffio da Annette, che continua a parlare:
    -E' un termine sciamanico del popolo Shuar, indica l'estrazione dei mali dal corpo del malato mediante oggetti del potere. Ad esempio si fa rotolare un coltello sacro, un uovo, o una pietra sul corpo dello sciagurato, in modo che il male venga intrappolato dentro di essi-.
    Si mette al collo dieci collane, con appesi medaglioni e amuleti con tappi di bottiglia di altrettanti tipi di birre e coca cole.
    -Io non ho né coltelli sacri, né uova, né pietre- dice incollandosi alla fronte lo strass caduto da un vestito.
    -Ho un piercing all'ombelico. Andrà bene lo stesso-.
    Annette, la frega divinità.

    Quella è stata una nottata strana. Nemmeno il mio volermi innamorare a tutti i costi ha potuto molto.
    Annette mi stringeva da dietro, stando attenta a far combaciare bene il suo freddissimo piercing alla mia schiena, stringendomi ancora di più. Di quell'abbraccio così intenso io però ho sentito solo il freddo. A volte hai la chiara idea di quanto sia lontano qualcuno solo quando ti è vicinissimo.
    Non ho chiuso occhio. Le sue labbra mi sussurravano all'orecchio millenarie formule magiche indiane inventate al momento, e a me sembravano mille bugie.
    Volevo andarmene, svegliarla, dirle che ormai il virus l'aveva preso iniettandosi il sangue, che non c'era bisogno di tutti quei rituali.
    Mi sentivo in trappola, i rami della libreria erano una gabbia e i libri dei gufi pesanti che la rendevano sempre più piccola. Aspettavo che l'alba entrasse dalla finestra.

    Quando si svegliò, io ero già vestito e con la valigia in mano, come nelle migliori commedie romantiche.
    Lei si tirò su, in ginocchio sul letto, con il vestito da indianina spiegazzato e i capelli arruffati, come nelle migliori commedie rock. Si stropicciò gli occhi, li schiuse e mi guardò sbadigliando, aspettando che iniziassi a parlare.
    -Me ne vado-, dissi.
    Lei rise.
    -Finalmente!-, ribatté con un sorriso a mille denti, incorniciato da labbra più lucenti del solito.
    Colpito dalla sua euforia, cercai tracce di quell'illusione che abitava in me fino alla notte prima. Se ne avessi trovata almeno una, io e Annette avremmo potuto parlare. Un'illusione si può sempre riparare.
    Annette iniziò il suo discorso.
    -Nel 1741 la sindrome di Samo venne ascritta ufficialmente come forma parafilica nei libri di psicologia. Successe dopo che un'epidemia di lebbra colpì il paese, creando una marea di nuove, fresche, giovani coppie. Le donne, mentre mangiavano con il cucchiaio del marito, dicevano che non erano malate, che era solo amore, amore, amore. Si stavano ammazzando con mille accortezze.
    La cosa strana è che si è scoperto che morivano molto più velocemente dei partner, come se l'amore fosse un acceleratore.
    Ma in realtà la sindrome esiste da moltissimo tempo, in realtà è sempre esistita.
    Hai mai notato che tutte le tribù hanno sempre avuto rituali e magie? Ti sei mai chiesto perché, con tutte le cose che ci sarebbero da risolvere nel mondo, ci sono libri e libri solo per formule di guarigione?-
    In nessun atrio, in nessun ventricolo, nemmeno dietro le ossa trovai nulla.
    -La verità è che alcune delle prime sciamane e streghe erano pazze scatenate foriere della sindrome. Si erano accorte che, allo stesso modo in cui loro venivano infettate dai loro compagni, essi venivano affascinati dalla sindrome di Samo. Cominciavano a voler avere quelle donne in maniera sempre più pazza, disperata. 
    In maniera sempre più desiderabile.
    Nei loro occhi, quel dissennamento era appetibile quanto la malattia venerea che già avevano contratto.
    Queste fautrici della magia nera hanno trovato il modo per sbagliare le formule. Una sola, piccola scorrettezza al posto giusto e i rituali di guarigione funzionavano al contrario. Invece di guarire, di cacciarlo via, il male entrava dentro il loro corpo. E loro se lo tenevano stretto. 
    Assorbivano l'amore degli uomini come un nuovo malanno, trasformandolo in energia, sentendosi sempre meglio ed evitando la morte accelerata a cui erano condannate. 
    Quei poveri cristi rimanevano senza niente. Dei fantocci. Ridotti al loro virus di base e ad una mancanza, che i più tentavano di colmare infettando altre donne e innamorandosene, finendo ogni volta per essere la possibilità di una doppia contaminazione perfetta-.
    Mi incamminai verso la porta d'entrata, Annette mi seguiva continuando a parlare. Come Orfeo ed Euridice, solo che a suonare era lei, ed io non mi stavo esattamente allontanando dalle tenebre.
    -Tu hai voluto tenermi la mano appena mi hai visto. Non avrei nemmeno dovuto sforzarmi con te, ho iniziato i rituali da subito.
    La verità è che io ho voluto prendere solo il tuo di virus e tutte le conseguenze. Ma solo tue. Tu invece ti stavi innamorando di me e di mille altre come me ti innamorerai. Sei recidivo, sarai recidivo per sempre-.
    Arrivato da dove tutto era iniziato, misi una mano sulla maniglia.
    -Verrebbe da chiedersi chi di noi due abbia davvero la sindrome di Samo.
    E l'altra mano sul cuore.

  • Come comincia: Una nera, cristo. Una nera non l'ho mai avuta. Sono agitato da morire, sento il battito del cuore che rimbomba, una donna nera non l'ho mai avuta. Cammino avanti ed indietro per la stanza come un coglione, aspettando che quel telefonino senza vita ne prenda una e cominci a trillare.
    Hanno detto così, hanno detto che mi avrebbe chiamato dieci minuti prima dell'appuntamento, per confermare. Io da solo ho già confermato dieci volte, ma quel telefonino non suona. Quanto vorrei avere una dipendenza. E’ in momenti come questi che penso a cosa mi sia saltato in mente ogni volta che ho scelto di non diventare un drogato. Quello che fa sorridere è come ho conosciuto questa nera, dove l'ho vista, a come immediatamente si è presentata nuda ed aggressiva in un colpo solo ed io mi sono sentito duro, durissimo. Durissimo che quasi piangevo. Invece mi sono masturbato ed ho immaginato di averla sul letto.
    Mi sono detto -Ti darò ogni risparmio-. Mi sono detto -Ti darò tutta la mia vita, se di vita si può ancora parlare. Basta che tu mi stringa come mi hanno raccontato. Come un cobra, un boa, un drago che porta via-.Ho sentito che è successo già ad altri, sul serio. Almeno a 5 che conosco. Hanno chiamato un' agenzia di escort e nel momento esatto in cui lo facevano si sono sentiti talmente squallidi da essersi perdutamente innamorati.E' una storia da cantautori, voglio provare anche io, voglio raschiare il fondo del barile. Anche se per me è diverso. La mia è una storia interrotta da continuare.

    Il primo rumore, Egade lo sentì mentre ancora era nel suo appartamento e stava indossando le scarpe buone.
    Un boato, verso est. Talmente distante da sembrare un miraggio. Ogni ragazza lo sa, è una regola insita nel processo di preparazione. Se quello che succede attorno non distoglie l'attenzione dalle dosi di profumo da spargere sui polsi, se non distoglie l'attenzione dai colori della sera da abbinare al rossetto, allora non è una cosa importante. Così lei, tutto quello che fece dopo il boato, fu mettersi la scarpa sinistra.
     
    Ecco il trillo. Finalmente. Ho aspettato dei mesi quel suo cazzo di squillo. Chiede di scegliere un bar della zona e incontrarci lì, ed io questa zona l'ho imparata a memoria in tre giorni, girandola anche di notte, per capire quali punti sarebbero stati i più miseri. Forse sembravo un cane rabbioso, perfino i matti si dimenticavano di essere matti per concentrarsi a guardarmi. E' così che funziona no? Dal letame nascono i fiori. E allora io me lo vado proprio a cercare, il sudiciume.
    Il locale che ho trovato ha come sedie dei sedili di macchina reclinabili, isolati da un separè di lamiera. Era una bella idea, una bellissima idea. Ma presto le cose hanno cominciato ad andare come ci si sarebbe dovuto aspettare, e tra camerieri privi di endorfine, chiazze di sperma e macchinette rumorose, l'atmosfera è perennemente quella di un immenso vano posteriore di una macchina al drive in.
    La aspetto camminando avanti ed indietro, valutando la luce, valutando la forza che ci metterò, che ci metterà.
     
    Ascoltò molto bene i passi che fece scendendo le scale, come se il rumore troppo forte di uno dei tacchi sul marmo fosse l'avviso di un boccolo messo male, una debolezza della spilla appuntata al vestito. L'avesse sentito altri giorni, si sarebbe fermata a sistemarsi, ma si era resa talmente impeccabile per quell'appuntamento, che tutti i suoi ideali manuali sui segnali di sventura furono invalidati, e quando il richiamo della vicina di casa sbucata sul pianerottolo quasi la fece cadere, lei ringraziò con un sorriso.
    -Che buon profumo ha signorina Egade.-
     
    Tutti quanti sono andati a prostitute. Non mentitemi, non mentitemi. State fingendo. Tutti quanti. Ne sono la prova i parchi dove sbocciano i profilattici. Cristo. Io almeno faccio le cose al chiuso. Non ci faccio giocare i bambini con i loro stadi primordiali morti nel lattice. Quello che avete fatto, quello che sto facendo anche io giusto adesso, cinque minuti prima che lei arrivi, è sforzarmi di non avere alcun ricordo romantico.
    Per l'amore sono nuovo. Per il sesso sono navigato come una bagnarola.
    Ho esattamente le sembianze di chi spera di arrivare al cuore di una donna penetrandola più forte. Seduto sul mio bel sedile cigolante, guardo fisso davanti a me.
    Non voglio vederla arrivare. Voglio vedermela sopra, intorno, dietro, davanti. Che mi lasci stremato su un letto di fronde secche come la vittima di un sacrificio. Che mi lasci sudato di colore nero. Il punto è che voglio che mi lasci.
    Che lasci anche me.
     
    Egade. Il suo profumo lo confeziona da sola. Non che lo faccia da sempre, ha iniziato quando l'ha conosciuto in ottobre. Il suo primo sguardo le è rimasto marmorizzato negli occhi e voleva in qualche modo riuscire a marmorizzare tutto quanto, anche il profumo dell'autunno di quel preciso momento. La prima cosa che ha detto dopo averlo incontrato è stata -Stavolta mi innamoro-, e cominciò davvero ad innamorarsi di tutto.
     
    Me l'avevano detto, il rumore dei passi sarà fortissimo, rimbomberanno anche all'aperto, sembrerà l'arrivo di una catastrofe.
    E' esattamente così che succede adesso. Sento tutto amplificato. La terra romba, trema, la gente urla, i lampioni saltano. Sembra che il cameriere abbia ripreso vita e mi dica di scappare.
    Si salvi!- mi dice.
    -Coraggio, scappi!-.
    Lo guardo  mentre mi dà del lei. E lo immagino già filare via.
    Mentre la aspetto, mi viene un'erezione potentissima.
     
    Il primo appuntamento con quell'uomo così particolare doveva essere speciale. Egade doveva far sembrare che già il secondo in cui gli sarebbe apparsa davanti agli occhi, fosse la più bella conversazione che lui avesse mai avuto.
    Una volta uscita dal suo palazzo, in strada, iniziò a provare un tipo di camminata più sensuale del solito. Si allenava. Si trattava di mettere un piede esattamente davanti all'altro, in modo da sembrare quasi in equilibrio sopra un filo sottilissimo. Sembrava poco, ma faceva la differenza. Se si allenava già da adesso, all'arrivo al punto d'incontro tutto le sarebbe riuscito perfettamente naturale. Aveva 200 metri di esperienza da fare.
     
    Lo sapevo che era violenta, me l'avevano detto, ma non credevo così tanto.
    Ero convinto di poter essere martoriato senza soffrire. E invece poi, appena ha rotto i vetri, appena mi ha toccato, in un attimo ho voluto sentire tutto il male possibile, abbassando la soglia del dolore sotto le scarpe.
    Tutti i mobili sono stati buttati in aria. Mi ha preso ad occhi chiusi. Il suo bacio sulla guancia con le sue enormi labbra da nera si è trasformato anche in bacio sul collo, sulle spalle, sui fianchi, sui polpacci. Tutto assieme, tutto con la rincorsa, finisco contro un muro.
     
    Per la prima decina di metri sembrava volare sul vento di quel viottolo deserto. Dopo trenta poteva anche permettersi un'andatura più veloce. Dopo cinquanta quella che cadeva sembrava pioggia. Egade si rifugiò sotto il porticato per non bagnarsi il vestito. Quando a cinquantacinque metri la pioggia si era già trasformata in ondata, la sua andatura si trasformò in un peso alle caviglie.
    Dopo sessanta metri era cento, trecento metri, quattro chilometri più distante dal luogo in cui si sarebbe dovuta fermare e lui la vide passare. Dal suo balcone, la vide passare. Vide passare i suoi capelli, preceduti da una processione supersonica di cose sventrate da terra che nuotano affannosamente insieme a lei. La riconobbe anche se la incrociò una volta sola.
     
    L'ondata non si lasciò scappare nemmeno un millimetro di pelle, di vestiti, di aria intorno. Le cose più leggere divennero impregnate, i vestiti macigni incollati, i giri di perle un cappio.
    Se vogliamo essere romantici, era un abbraccio che stringeva i fianchi. Se vogliamo essere disfattisti, era una tragedia.
    Egade lo vide. Mentre stava con gli occhi aperti verso il cielo, senza riuscire a risalire, Egade lo vide essere in salvo sul balcone, riconoscerla e iniziare a piangere.
    Fu il loro secondo sguardo.
    Egade per chiamarlo aprì la bocca e ingoiò più acqua, fingendo che fossero lacrime d'amore. Più acqua beveva, più lui aveva pianto.
    Annegò con il cuore spezzato prima che poteva.
     
     
    Le mani sudate non si lasciano scappare nemmeno un millimetro di pelle, di vestiti, di aria intorno. Le cose più leggere diventano impregnate, macigni, incollati. Se vogliamo essere romantici, è una scopata. Se vogliamo essere disfattisti, è un tentativo forzato di resurrezione.
    Quella puttana nera ha portato con sé pezzi di fango e rametti. Li ha portati per i suoi giochetti selvaggi. Apro la bocca e mi lascio trasformare in uno stupido vaso.
    Apro la bocca principalmente per chiamare la donna che ho amato.
    Persa mesi prima. Persa mesi prima per colpa la stessa dannata puttana bagnata.
    -La prostituta è andata a donne!-, ho continuato a ripetermi. In attesa che quella disgrazia distruggesse gli argini dei marciapiedi da qualche altra parte, che venisse preannunciata.
    Non sono un idiota sapete. Sono più furbo di tutti voi messi assieme.
    Io l'ho persa mesi fa, e da quel giorno ho letto tantissime cose.
     
    La mia casa sembra quella di un pazzo. Ho tappezzato ogni superficie riflettente con articoli, ricerche, statistiche, annunci riguardo prostitute di tutti i reami. Capitemi. Capitemi, cazzo. Dovevo trovarne la migliore. La più devastante, dalle curve pericolose, nera di malasorte con il ritmo nel sangue. E' stato come inseguire una divinità, corteggiare un tumulto del cielo per vendetta.
    Nonostante sia un lago di eccitazione, nonostante stia affogando nel sudore, nonostante il suo disastro, il suo infilarmi dita negli occhi, riesco a dominarla. La prendo per quella massa unta di capelli ricci nero verdognoli che sembrano alghe e le spingo la faccia contro la terra. La lotta si fa scivolosa e profonda. Forse comincia adesso il vero sesso. Di sicuro comincia ad esserci un po' d'ordine nella distruzione che mi sono andato a cercare.
    Comincio a darle dei colpi talmente forti da finirle nell'utero. Immerso fino alla testa nella sua placenta fangosa.
     Quando sei dentro una puttana, sei parte della puttana. Quando sei nell' acqua, sei parte dell'acqua. Quando sei passata davanti a me morendo, sono diventato la parte di te ancora vivente.
    Da allora si è trattato solo di completarti, Egade.
     
    “Approfondendo ulteriormente il discorso, possiamo dire che l’acqua, infine, rigenera. Se l’acqua è un po’ il simbolo della materia prima, ecco che allora la vita nell’acqua nasce e nell’acqua ritorna, ma nell’acqua anche rinasce. La distruzione stessa che l’acqua opera è la condizione per la rinascita: purché vi sia un ordine, una Parola, un Logos. Altrimenti siamo di fronte all’acqua come drago: forza bruta e caos.

    Come nelle celebrazioni misteriche, l’iniziato deve morire simbolicamente per poter rivivere in possesso delle autentiche qualità umane, così tutta l’umanità deve passare attraverso la morte per rigenerarsi. E’ significativo il fatto che l’acqua sia considerata la fonte della vita da tutte le tradizioni arcaiche; la vita, dunque, si congiunge con la morte per dare origine ad una nuova vita. L’eletto che si salva galleggia a lungo sulle acque; è il simbolo dell’uomo rigenerato che, dall’acqua portatrice di morte per gli altri, assume le facoltà per una vita totalmente nuova.”

  • 11 gennaio 2016 alle ore 19:48
    Le Rendezvous de High Life

    Come comincia: Questa non è una lettera, è un prontuario.

    Ti insegnerà molte cose, alcuni segreti che la maggior parte degli uomini, quando viene a vedermi, non sa.
    Non è tutto dimenare il corpo, non è tutto scuotere i capelli. Puoi pensarla così, ma se la pensi così non sopravvivi a lungo.
    Le cose che vedi, le cose più immediate, da giarrettiera, sono sì la via di fuga da una crisi economica, ma la via di fuga dalla via di fuga ce la dobbiamo inventare.
    Non avevo bisogno di continuare a farlo per guadagnare, ho già il mio nuovo lavoro, pagano bene ed ho il culo coperto. E fino ad ora era il mio sogno americano.
    Però, tutto è stato fatto per scriverti.
    Ho voluto riprendere da dove ci siamo fermati. Io e i miei organi, intendo. Poi tu sei continuato.
    Anni e anni di lavoro come ballerina di lap dance non mi sono mai pesati così tanto come quando ti ho visto nel locale, appena salita sul palco per esibirmi.

    Tutto il sudore che avevo lavato via è tornato. Tutte le mani che mi hanno toccato una alla volta, sono tornate a toccarmi insieme.
    A spingermi in basso, in basso. Sul palo non sono riuscita neanche a fare acrobazie.

    Muoversi in modo sensuale è una forma di paralisi. E' la prima cosa che ti dicono al corso avanzato.

    La mia insegnante aveva i capelli rossi, curati nel minimo dettaglio, uno sguardo vitreo, luccicante come il palo dal quale non si staccava mai. Anche agli allenamenti portava un vestito da battaglia, fatto solo di due copricapezzoli e un tanga con le piume. Continuava a chiederci se credavamo di vederla.

    Un giorno, lei stava fumando. Nuda, sul balcone, aggiustandosi con il pollice l'elastico del tanga che le segava le anche.
    Mi sono avvicinata trascinando i piedi, per annunciarmi, per dirle che stavo per fare un discorso importante.
    Le ho detto che ti amavo, che non te l'avrei mai detto. E basta, due parole.
    Per quanto mi riguarda, più l'amore è grande più vuoi conservare per te i dettagli.
    Lei mi ha guardato, ha espirato una quantità di fumo enorme, davvero, enorme, come se avesse fumato l'intera sigaretta senza esalare mai.
    Si è spenta il mozzicone sulla mano, e vedendo che non ne ero affatto turbata, ha cominciato a parlarmi.
    -Credi che tutte noi siamo finite a dimenarci su un palo perchè siamo involucri di ghiaccio?-
    Mi ha preso per le spalle, mi ha girato verso le altre ragazze che si stavano esercitando.
    L'avevo irritata, lo sentivo dalle sue dita che tremavano.
    -Ognuna delle ragazze che vedi- disse -ama in modi per i quali neanche i poeti hanno figure retoriche adatte. Credimi, stellina, nessuna di noi finirà sposata con l'uomo che ama. Nessuna di noi gli rivolgerà mai la parola.
    Credi che io sia diventata istruttrice perchè mi sono fatta toccare più delle altre?
    Io non so niente di lap dance.
    Sospiro davanti a milioni di ritagli di foto assemblati assieme, nel tentativo di ricostruire la faccia di un ragazzo che vedo tutti i giorni.
    So molto di romanticismo. Per questo sono qui.-
    Le divise delle Giuliette moderne sono fatte di labbra umettate di whiskey.
    -Tu pensa alla sostanza di qualcosa di non svelato, alla sostanza di un segreto.- continua -Nessuno parla. Nessuno si confida. Nessuno si tocca.
    E' assolutamente contronatura esprimere con le parole quello che parole non ne ha mai avute.
    La scrittura, la poesia, le canzoni..tutte stronzate, stai mentendo a te stesso.-
    Afferra il palo con entrambe le mani,
    Il moncherino che pendeva dalle labbra perdeva cenere in mezzo ai suoi seni, creando un glitter magnifico fondendosi con il sudore.
    -Non ci sono tele per noi, bambolina. Non ci sono penne a sfera. Non ci sono sospiri incantati al chiaro di luna. Ma devi rispondere a questa domanda.
    Sinceramente, qualcuno si è mai fatto una sega sulla divina commedia?
    La corona d'alloro qui te la cuciono a forza di smanettarsi, a misura della circonferenza del loro amichetto.
    Sono capaci tutti di guardarti le tette, ma la tua amata Beatrice, Silvia, Lucia..loro sono attenti ai dettagli. Loro sanno quali frasi del corpo stonano, sanno quando la rima non è apposto, quando una spaccata significa una passeggiata sui prati, quando ti lecchi il dito e vuoi preparargli il caffè, quando messa a novanta gli dici Andiamo a cadere per le stelle.-
    Avevo capito il messaggio.
    Le ballerine non rinunciano al loro cuore. Il cuore in realtà è tutto quello che hanno.

    Stavo immobile a guardare il vuoto e forse dai miei occhi danzavano già lacrime di gioia, bruciavano sul viso come gocce di limone.
    Era come quando senti che potresti essere soffocata dalle frasi che non potranno mai uscire. E più le accumuli più loro trovano sinonimi di loro stesse, analogie, collegamenti, antonimi, contrari, tutto per costringerti a parlare.
    Stavano per arrivarmi al cervello, appannarmi la vista, prendersi tutti i sensi, ma Lei mi ha afferrato un polso e me l'ha messo a contatto con il palo. Il freddo dell'acciaio mi ha risvegliato.
    Fa due passi indietro, si posiziona in mezzo alla luce del sole che entra dall'unica enorme finestra, si ravviva i capelli e dice:
    - Mi sono preparata per il grande evento. -
    Va verso la porta dello spogliatoio senza mai staccare lo sguardo dai miei occhi, senza mai smettere di sorridere.
    Quando la apre esce un uomo che avevo già visto ciondolare lì intorno. Avrà avuto una cinquantina d'anni portati stancamente, due ciuffi di capelli lunghi appiccicati alla testa, la carnagione cotta dal sole e una salopette verde. Le pupille degli occhi erano l'unica cosa degna di nota. Erano coperte da due cataratte grigio chiaro, due pareti mute e liscissime, perfette per proiettare.
    Dice.
    - Allora? Cosa vuoi fargli sapere? -

    Il mio cuore si è trasformato in una caldaia, tutto il corpo si è trasformato in un pavimento rovente da dove dovevo scappare e quell'uomo, amore mio, si è trasformato nell'anello mancante tra me e te.
    Neanche mi sono accorta di aver cominciato a ballare.
    Muovimi o diva del fremito amore, la lancia funesta che gli occhi trafisse.

    Fireman Climb: Devi prendere la rincorsa, abbracciare il palo e rannicchiarti a uovo. E' molto difficile, la presa non ti riesce quasi mai all'inizio, e se ti riesce scivoli praticamente subito. Tempo fa lei mi disse - Immagina la pressione che vorresti la tua mano facesse su una penna che sta scrivendo per lui. -
    E sono rimasta sospesa.
    Nel vuoto.
    Attaccata stretta stretta al palo.
    Hanno dovuto toccarmi per farmi staccare, hanno detto che quando ho riaperto gli occhi li avevo lucidi.

    Forearm stand bow: Sei a testa in giù, con le braccia appoggiate a terra. Quello che ti lega al palo è un piede ben uncinato ad esso. Gambe divaricate e altro piede sospeso nel vuoto. E' il modo in cui, in un mondo parallelo e distorto, un antimondo, io acquisirei l'eleganza necessaria per avvicinarmi a te di nuovo.
    Sei in bilico su una fune, all'incontrario. Per quanto sia acuto il tuo senso dell'equilibrio, sei sempre destinato a cadere.

    U Bend: E' un inchino sospeso.

    Yogini: Qui assomigli ad una barca. La schiena è completamente arcuata in avanti, devi prenderti i piedi tendendo le braccia, l'unica cosa che ti unisce al palo è la stretta che fai con l'interno di una di esse.
    Il punto più basso della tua cassa toracica è quello più sporgente, quello che verrebbe colpito per primo da un fascio di luce, da un naufragio. Quello che vedresti meglio al primo sguardo, all'ultimo sguardo.
    La prima, l'ultima impressione che voglio darti di me è la mia parte più vulnerabile.

    Quattro mosse, quattro figure per descrivere solo un momento.
    Le ripeto per un quarto d'ora, ogni volta più forte, ogni volta con qualche dettaglio in più. Un dito alzato, un'angolazione diversa.
    Quello che mi ritrovo a fare con l'andare dei minuti, è guardare sempre più fissamente gli occhi di quell'uomo anonimo. Diventa ossessione.
    Ad ogni giro, ad ogni capriola, devo per forza tornare da loro, dalle sue cataratte. Devo vedere se in quei fogli bianchi comincia ad esserci scritto qualcosa. Non c'è ciocca di capelli che si possa mettere tra noi, non c'è goccia di sudore che mi possa bruciare abbastanza le orbite.
    Quell'uomo non sei affatto tu, non sto affatto proiettando. Quell'uomo per me non esiste nemmeno, ma i suoi globi oculari vuoti diventano veicolo di risposte immaginarie migliori di qualsiasi altra realtà.
    Smetto di ballare solo quando inizia a strizzarli.
    Si avvicina alla mia maestra, le dice qualcosa all'orecchio e se ne va da dov'era venuto, con le mani in tasca.
    Lei viene da me lentamente, si guarda intorno e dice – Lui è un massimo esperto d'arte, uno specialista in sonetti per gambe lunghe, un divoratore di promesse sigillate da un paio di collant, nel 2011 ha partecipato ad un quiz ed ha vinto l'ambito premio Sai far schifo. -
    Si ravviva i capelli con la sua mano superidratata. - Dice che non si è innamorato di te, che nessuno si innamorerebbe. -
    La sensazione è stata quella che hai quando nei sogni cadi.
    Anche se tornassi a vedermi, anche se tornassi da me, non ti innamoreresti. Capisci? L'ha detto lui.
    Quando vuoi a tutti i costi una risposta che non arriverà, accetti qualsiasi opinione pur di arricchire le tue personali macchinazioni.
    Lei torna da me, attualmente in stato catatonico, si accende una sigaretta ad un centimetro dal mio naso. Credo che l'effetto sia lo stesso dei sali, infatti ritorno lucida.
    - Sai cosa dicono i tuoi movimenti? Dicono “Nessuno vuole conoscere qualcun altro fino in fondo”. E la prima che non vuole conoscere il suo grande amore sei tu. Nel tuo ballo non c'era nemmeno una domanda, nemmeno un invito. Sei stata sempre tu, tu, tu per prima. -
    Tutto di lei, tutti i suoi colori, diventano immediatamente più saturi.
    Ci hai mai pensato? L'arte fissa un momento. Anche i romanzi le cui storie si svolgono nell'arco di anni, generazioni, per l'artista sono solo figli di un unico momento. Il momento in cui hanno visto il volto di un vecchio, il momento in cui hanno sentito un rumore particolare, il momento in cui si sono sentiti liberi.
    Tutti momenti che scaturiscono vampate, orgasmi, fluttuazioni. Premono un tasto dentro di te e tu cominci a fare. Fregandotene di com'è veramente, di come continuerà la vita di quel vecchio, di quel rumore, di quegli spazi aperti.
    Il segreto è che nessuno è mai stato contento di essere una musa.-
    I pali da lap dance possono anche mettersi in orizzontale e trafiggerti, trasformandoti in caleidoscopio.
    Gira. Gira. Gira.

    Sono solo 4 le figure che provo per te.
    Una volta a casa ho cercato, ti giuro, nella numerologia qualcosa che avvalorasse la mia tesi, che confutasse il resto del mondo.

    In Giappone  il numero è considerato sfortunato: ciò deriva dal fatto che si può pronunciare sia yon che shi, quest'ultimo con pronuncia foneticamente simile all'ideogramma 死, che rappresenta la morte. Tale credenza determina l'usanza di evitare il raggruppamento di quattro oggetti uguali: ad esempio, in Giappone è impossibile trovare nei negozi un servizio da tè per quattro persone.

    La quarta lettera dell’alfabeto ebraico: Dalet. 
    La sua funzione è la Solidità.
    La materia è concentrazione di energie e di dinamiche che tengono insieme, in modo ordinato, tali energie. Solidità è concentrare energie per rendere visibile e toccabile, dare consistenza e stabilità ad un pensiero, progetto o sogno.
    Dalet è la stabilità, la razionalità, le fondamenta. Segna il passaggio dal movimento all’identità in una forma.
    Solidità è anche ripetitività, tornare su se stessi, confermare per dare consistenza ad un’idea, ad un modo di essere, ad una situazione.

    Non posso assolutamente fingere, non posso assolutamente essere così ipocrita da immaginare una vita intera con te.
    Sei stato le radici di tutto quanto, solidissime radici, ma sono io quella che cresce.
    Il livello di narcisismo si misura in base alla capacità di circondarti di persone che non ami, ma che non hai nessuna intenzione di lasciare andare.
    L'unica cosa che posso fare per te, sarà per sempre una specificazione, un ulteriore chiarimento, una definizione, un riempire di dettagli il secondo prima di sparire.
    Il mio addio diventerà un frattale più ricco della vita di chi insieme ci sta per anni. Ed in tutto questo particolareggiato disperare, saprò benissimo fare a meno di te.

    Ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse Ispirazione?

  • 06 gennaio 2014 alle ore 17:17
    Vi amo come si può amare un incendio.

    Come comincia: -Da ragazzo il mio modo per attirare le tipe è sempre stato quello di fingere di stare male. Ero già un attore-
    Le luci dei riflettori sono talmente forti che nemmeno riesco a vedere chiaramente la giornalista davanti a me. La vedo a pezzi, così mi rivolgo alle sue gambe accavallate.
    Mi chiede -Come è stata la sua fase edipica?
    Le dico che è stata sensazionale, piena di primi contatti con il mondo dello spettacolo. Correvo a casa dopo una mattinata a scuola per fiondarmi sulla cassetta delle lettere.
    La mia fase edipica l'ho scoperta masturbandomi sulle guide tv.

    Capisco di aver detto qualcosa di interessante, la giornalista si piega verso di me e il suo volto emerge dai bagliori.
    Chiamando la truccatrice con un cenno della mano, ma comunque tenendo lo sguardo verso di me, così non me ne accorgo, mi chiede -Lei vede nella masturbazione la via per lo star system?
    Torna ad appoggiarsi allo schienale, torna a sparire nella sua copertina luminosa.
    La vedo di nuovo a pezzi, così mi rivolgo all'unico ricciolo nero che si è salvato dall'immersione.
    Mentre il rossetto le viene ravvivato, io schiocco le dita, ma comunque tenendo lo sguardo verso di lei, così non se ne accorge.
    Dopo tutti i miei studi, dopo tutte le mie ricerche, le dico che quello a cui dovrebbe puntare un format di successo è il concetto di asfissia autoerotica.

    Il primo riflettore scoppia, ma io non lo guardo, continuo a parlare. Facendo così, non do l'autorizzazione agli altri di distrarsi.
    Arrivare allo scheletro delle cose. Alla trachea delle cose. La televisione come cappio alla gola.
    Il mancato apporto di ossigeno al cervello può causare euforia ipossica, che comporta sensazioni di euforia, leggerezza, diminuzione delle inibizioni, stordimento ed incremento delle sensazioni relative alla masturbazione e all’orgasmo .
    E se il cappio alla gola è fatto da mille mani smaltate di ballerine con la minigonna inguinale, tanto meglio no?!
    Il pubblico comincia a ridere in modo sguaiato, ritmato da un corollario di mille piccole esplosioni e corti circuiti.

    Prima che il black out sia totale, l'ultima luce si riflette per un attimo contro il fumo grigio che comincia ad espandersi dal soffitto.
    Cominciano tutti a tossire, ma non è importante quanto il tizio del pubblico che traccia con le mani le curve di una donna.
    E io rido. Tirando fuori da sotto la mia poltrona una maschera anti-gas, dico Fratello, tu hai capito benissimo dove voglio arrivare.
    Ma penso che in realtà tutti abbiano capito benissimo.

    Non vedo più nessun pezzo della giornalista, così mi rivolgo alle particelle di fumo.
    Dico che Il problema molto serio è che questa pratica può portare alla morte, a causa dell’incapacità della vittima, di utilizzare i sistemi di protezione. 
    Ora non si sente altro che gente che sta male, che geme dalla sensazione di soffocare. Facendo tutto il più piano possibile, per non disturbare la diretta, per non interrompere il discorso.
    Se hai un microfono diventi il capobranco.
    Se hai un microfono sei un supereroe con il potere di togliere le riserve di ossigeno, e tutti te ne saranno grati.
    Ora si tratta solo di rimanere a guardare il più grande spettacolo mai esistito.

    Prima che tutto cominci a prendere fuoco, mi alzo. Infilo le mani in tasca, nel buio trovo i ricciolini neri e li accarezzo.

    Quello che non ho detto è che, schioccando le dita ad inizio trasmissione, ho appiccato l'incendio.
    Camminando per i corridoi verso l'uscita, sento qualcuno del pubblico ridere.
    Nella loro testa sto ancora parlando, probabilmente sto dicendo le cose migliori che abbiano mai sentito.

    Durante i miei studi, durante le mie ricerche, ho scoperto che Gosink e Jumbelic  sottolineano che il decesso per asfissia deve essere considerato un incidente, perché sulla scena della morte vengono quasi sempre ritrovati sistemi di protezione aventi lo scopo di evitare un esito letale.
    Quello che non ho detto è che prima di iniziare la trasmissione, ho sistemato sotto ogni sedile una maschera anti-gas esattamente uguale alla mia.
    Tutta questa gente avrebbe potuto salvarsi, ma a nessuno è venuto in mente di smettere di divertirsi.

    Il piacere assoluto non è altro che mancanza di ossigeno al cervello.

  • 14 aprile 2013 alle ore 12:28
    Grand Supreme

    Come comincia: Posso capire molti dei dibattiti in tv.
    Quando ci sono documentari su medicina o geologia, fantastico su quanto possa essere divertente l'icnologia e so che l'epindimite non è una bella cosa.
    Non che possa scriverne tesi su questi argomenti, le parole lunghe non mi riesce ancora bene scriverle. La penna scivola tutta da un lato, scappa dalla manina e d'un colpo il foglio si ritrova attraversato da una linea non prevista.
    E sconfitta finisco a far diventare il mio saggio un albero, una casa, una bambolina, un pettine, delle scarpe con il tacco.
    Insomma quello che ho davanti tutti i santi giorni.
    Da grande voglio fare la radiologa, per vedere quello che c'è dentro alle persone e per, a fine turno, infilarmi dietro la macchina e vedere quello che ho dentro io.
    Quando le amiche di mia mamma vengono a trovarmi, a dire Oh quanto sei carina, a volte lo dico. Mentre hanno un calice di rosso in mano e sono in piedi vicino a me. Piega perfetta e vestiti che gareggiano a chi è il più fiorito, dico che secondo me lo scheletro non è così scontato.
    Io nel vestito ho un fiore solo, appuntato al vestito. una margherita di stoffa, e alla base ha un nastrino nero lucido.
    Ma nonostante la dura competizione tra stampe floreali che si sta svolgendo davanti a me, nonostante questa fretta implicita nel muovere l'anca nel momento opportuno per beccare la luce migliore a far risaltare la qualità degli abbinamenti tra calendule e gigli finti, a me partecipare non interessa. Io e la mia margheritina ce ne stiamo al bordo del ring.
    Mi hanno detto che quando sto alzata devo unire i piedi. Quando mi siedo devo accavallare le gambe e tirare un po' giù la gonna. Sorridere sempre. Sbattere le ciglia. Percorrere la passerella ancheggiando come Marilyn.
    Però quando dico le mie opinioni a questo prato umano, quando vorrei che i loro nuovi rossetti si chiudessero un attimo per serrare l'attenzione intorno a quello che ho sempre sognato, mia mamma si inginocchia per guardarmi dritta negli occhi. Tira fuori dalla pochette la sua scatoletta di cipria, e me la passa sul viso con un piumino rosa. Con l'altra mano mi sistema la manica a sbuffo. Sa fare un sacco di cose contemporaneamente.  Dice “Tesoro, sei ancora una bambina”. E le sue amiche dietro sorridono. E sembra che tutti i loro fiori sorridano.
    Meglio della mia margheritina. Che a guardarla, ora, sembra proprio un fiore infantile. Semplice. Petali e polline. Il modello base della flora. L'esempio del poco impegno.
    Ed è questo, detto in parole vegetali, che non capisco.
    Ho 6 anni, ma ne avevo molti meno quando mi hanno fatto sfilare per la prima volta. Nemmeno camminavo benissimo. Una modella con delle gambe chilometriche fasciate in jeans striminziti rinunciava al suo metro e ottanta per piegare le ginocchia e prendermi la mano.
    Avevamo i riflettori puntati contro, io e lei. Solo che lei sapeva benissimo come farsi strada in quel fascio di luce con passo sicuro, tacco-punta. Io no. Io ero in confusione totale.
    L'unica cosa che potevo vedere la guardavo, con tutti gli sguardi possibili, con tutte le grandezze della mia pupilla. Lei. Il percorso iniziava dalla mia mano aggrappata alla sua. Dalle sue unghie smaltate di rosso scuro. E più percorrevo il braccio con gli occhi, più la sua pelle era come un sole che tramontava in una notte di neon. Sfumava sempre di più in mezzo al bianco, e l'ultimo barlume di essere umano che riuscivo a distinguere credo potesse essere la spalla, e le punte di alcuni capelli biondi.
    Il viso l'ho visto soltanto alla fine della passerella, quando lei si è fermata per fare l'inchino. Come un mare all'incontrario. Da quella nebbia di luci che avevo sopra la testa spuntò un collo, tutti i cuoi muscoli delineati, la mandibola, i chiaroscuri delle guance, il promontorio rosa delle labbra e lunghe lunghe ciglia nere.
    Quella delicatezza. Quella raffigurazione di come sarebbe stato diventare grandi.
    Mi strinse di più la mano e me la mosse per fare Ciao a qualche sconosciuto che non vedevo. I flash dei fotografi mi abbagliarono, come a dirmi che ai riflettori mi stavo abituando, che adesso non era più abbastanza.
    Tornammo indietro a passi da gigante, io quasi cadevo. Camminavo e strizzavo gli occhi. Certe cose a quell'età non si possono fare insieme.
    Dietro le quinte mi veniva da piangere, non ci vedevo più, ma sentii due labbra umide appoggiarsi sulla mia guancia sinistra e lasciarci uno strato di gloss, sopra uno strato di rossetto, sopra uno strato di matita, sopra uno strato di primer. Un monumento.
    Sapevo che era la mia modella, ma fu tutto così veloce, non feci in tempo a sorriderle aprendo gli occhi che già se n'era andata. Il suo rumore di tacchi confuso tra altri rumori di tacchi.
    Sono rimasta sola per un po', poi è arrivata mia mamma a stringermi forte. Pulendomi la guancia con un fazzoletto leccato, dicendomi Sei stata bravissima! Dovremmo rifarlo!, portandomi fuori e caricandomi in macchina.
    Il tutto in un tempo velocissimo. Dico, probabilmente in quel genere di mondo, i tempi così sono la normalità. Ma non per una bambina. Una bambina è abituata ai tempi dei cartoni. Con le risate e gli abbracci che durano mezza puntata.
    Il ritorno lo feci pensando a lei. Che ero felice di avere una nuova amica.
    Non avevo ancora imparato il concetto di Gente che può anche sparire nel nulla.
    La vita di una modella bambina inizia da vestiti dal tessuto memorabile e da abbandoni di questo tipo.
    I giorni dopo, tutto quello che ho fatto è stato correre alla porta ogni volta che suonavano.
    Ero cresciuta, a quest'età si cresce in fretta. Ma quando il campanello trillava, mi si piegavano le ginocchia, finivo a gattoni, a guardare in basso. Volevo rivivere l'incontro partendo da dove l'avevo lasciato, dalle cose rimaste a fuoco per tutto il tempo della sfilata.
    Quando quelle che entravano non erano lucide scarpe da donna, quando non era un passo aggraziato a spostare l'aria, neanche mi prendevo il disturbo di alzare lo sguardo per completare la mia analisi.

    Conoscere le cose ti può far diventare qualunque cosa tu scelga di diventare.
    Conoscere le infinite possibilità in cui puoi reagire, ti rende un camaleonte.

    Una sera, sarà stato la trentesima che lei non si faceva viva, appoggiai le spalle alla porta indifferente e chiusa e mi misi a piangere. Di quei pianti isterici da bambini, pianti da catastrofe.
    Mia mamma arrivò, preoccupata che mi fossi fatta male. Senza chiedermi nulla mi rivoltò in tutte le posizioni per cercare la bua. Non trovando nulla mi chiese
    -Si può sapere cos'hai?
    Io tirai su con il naso, con la visione appannata dai lacrimoni, chiesi se la modella non mi volesse più bene. Perchè io gliene volevo ancora molto.
    Attraverso il vetro opaco che mi stava dentro gli occhi, ho visto mia madre alzarsi immediatamente. Il suo grembiule giallo distendersi, voltarmi le spalle e ritornare in cucina lasciandomi con con queste parole.
    -Non fare la bambina.
    E io rimango lì, infestata dal sole. con i lacrimoni che non volevano più scendere. E con le due cose insieme che nemmeno mi regalavano un arcobaleno.
    Semplicemente, li deglutii, li feci tornare indietro.
    Ghiandole lacrimali in pausa.
    Il film della mia vita che si blocca. Una faccina paffutella sovraesposta, graziosi ricciolini castani, ciglia lunghe, boccuccia rosa e socchiusa. Tutte queste cose che non fanno rumore, tutte queste vite che non fanno rumore, interrotte da un sempre più forte rumore di bruciato.
    Residui minimi, ancestrali, di gloss  e rossetto che cominciano a bollire. Tutti gli strati in ordine di apparizione. Il calore aumenta, bolliscono a temperature differenti, e a me sembra di andare a fuoco. La mia radiografia definisce la diagnosi:
    La cute ha aperto le danze, si è aperta formando una specie di cuore frastagliato. Il sottocute è più scuro, ha detto ciao ciao in modo più serio. Da sotto, il muscolo buccinatore ha fatto capolino integro come un papavero dalla neve. E' attraversato dal dotto parotideo e da alcuni nervi. Tutte cose che hanno i fiori. Adoro l'anatomia umana perchè accresce il mio pollice verde.
    E' un muscolo mimico. Si tende. Apposta per farmi sorridere ai fantasmi dei fotografi.
    E' lei sottoforma di spasmo.

    Nei sogni di qualcuno, la ballerina balla balla balla, con il suo tutù viola, nelle sue calze viola. E' una serie di piroette perfette, in quella strana luce rossa soffusa. E' una riga di eye lyner lucido. Non c'è neanche un capello fuori posto, su quel palco, non c'è neanche la musica.
    Ma la ballerina continua a ballare, sente che tutto il mondo è suo anche se in quel teatro non c'è nessuno. Le braccia inseguono le posizioni.
    La tragedia è quando cade. E al rallentatore vede le pareti diventare più alte, più dominanti, spaventose. L'eco della caduta a terra si diffonde tranquillamente nella sala, senza brusio di voci a smorzarlo.
    Sono tutte piccole cose che cambiano tutto. Piccoli rumori, piccoli passi, e quella piccola sconnessione del legno che diventa espressione del teatro intero.
    Il centro del tuo sistema solare e tu sei Plutone.
    Gente che dimentica la sua intera vita per diventare un'esperienza sola.
    Io ho sempre trattato quella guancia da persona.

    Sono sempre divertenti le sfilate organizzate da stilisti giapponesi, riescono ad inventarsi cose straordinarie.
    Questa volta, gli abiti sono centocinque, le modelle solo due, io e Janine. I tempi per cambiarci saranno al limite della velocità del suono, e, per compensare, ci stiamo godendo al rallentatore queste poche ore prima dell'inizio.
    Funziona così. Tutti si affrettano ad avventarsi su di te con ciprie e pettini e poi ti lasciano sola in una stanza ad aspettare. In un vuoto che somiglia al secondo dopo la fine di una guerra.
    Io stremata, con il mio primo vestito cucito addosso, seduta in una poltrona di pelle, mi godo la scompostezza delle gambe lasciandole piegate a caso.
    Ho le ciglia talmente lunghe da oscurarmi la visuale ai lati, creando una specie di tunnel. E' come se stessi spiando tutto dal buco della serratura.
    A Janine hanno cotonato i capelli in un cespuglio di riccioli. Indossa un tutù color crema che sembra dell'esatta tonalità della sua pelle, un reggiseno bianco sporco e quelle scarpe con il tacco stranissimo che costringono il piede a stare completamente in verticale.
    La guardo, e penso ancora alla guerra.
    Volano ancora le polveri dei trucchi, creando una nebbia cosmetica che somiglia all'offuscamento creato dalle macerie dei palazzi caduti. Probabilmente entrambe rendono belli, solo in modo diverso.
    Lei è in piedi davanti a me e fa piccoli passi, cercando il modo migliore per non cadere. Le lucine degli specchi la fanno apparire una star più di quanto riuscirebbe a fare il sole. Allarga le braccia e guarda il basso. Sembra un inchino ai ritagli di stoffa multicolore che le stanno ai piedi, e lei un angelo che cerca pezzi di ali ancora utilizzabili dagli altri angeli martiri per il mondo Beautiful.
    Sul soffitto di legno, la mia mente scrive con lo spray nero “Paradisi a prezzo ridotto”.
    Prima di sedersi sulla poltrona vicino a me, prende la sua borsetta. Si toglie le scarpe e le scaglia contro un angolo.
    -Fanculo!
    Di profilo, con la figura tagliata ad altezza torace dai grossi braccioli, sembra composta dagli stessi zigomi definiti del mezzo busto di un grande eroe.
    Dopo un sospiro profondo, dopo che le sue sopracciglia aggrottate sono tornate a distendersi, indica lo specchio di fronte a noi, dove ci riflettiamo.
    -Che fantasia averci truccato esattamente allo stesso modo eh?
    Quelle che ci stanno guardando, sono due facce uguali. Con un gioco di chiaroscuri hanno riallineato i lineamenti, hanno dato la stessa forma alle sopracciglia. I nostri capelli sono cotonati allo stesso modo e si uniscono al centro, formando un'unica grande nuvola marroncina. Le ciglia non lasciano intravedere le iridi di colore diverso, chiudono gli occhi in una cella.
    Siamo gemelle.
    Janine apre la borsetta. -Conosco un buon modo per stemperare la tensione. Sai qualcosa dell'agopuntura?
    Io dico che Sì, è un metodo veramente antichissimo di medicina alternativa nato in Cina.
    E lei neanche mi guarda, tira fuori un cofanetto di velluto blu con decine di aghi dentro.
    Ne prende due, si inginocchia davanti a me, mi apre la mano destra e me la volta verso l'alto.
    Sorride.
    -L'agopuntura- dice percorrendomi l'indice con il pollice -è un'invezione delle donne nomadi. Nasce una decina di anni dopo la scomparsa dei dinosauri. A quell'epoca si credeva che i demoni fossero esseri piccolissimi, grandi come batteri, e si prendessero respirando l'aria di certi postacci.-
    Alza l'ago in verticale e si morde il labbro inferiore mentre lo tiene sospeso, quasi fosse un pendolo e lei fosse un'indovina in cerca di un preciso segnale magnetico.
    -Attraverso vene e cose varie, i demoni arrivavano alle mani, alle punte delle dita. E a quel punto eri finito, ti muovevano loro, e tu eri un burattino.
    Si ferma di colpo, alza lo sguardo come se avesse fatto la scoperta dell'anno. Tornando a guardare giù trattiene il fiato, inventa l'apnea terrena, e mi infilza il polpastrello. Proprio al centro dell'impronta digitale. Il nuovo centro magnetico che tiene unita la mia intera galassia, il nuovo chakra.
    Guardo quella piccola antenna sbocciarmi dal dito, somiglia ad una bandiera piantata da Janine la sopravvissuta che dice “Stiamo ricostruendo quest'area”. Le chiedo se è normale che senta la punta dell'ago come se fosse infuocata.
    D'improvviso la porta si apre sbattendo ed entra trafelato un tizio dello staff che urla -Tra un minuto in passerella Janine! E muoviti!-.
    Per il violento movimento d'aria, le polveri dei trucchi volanti vengono sbattute al muro, come se avessero ripreso a bombardare. La luce degli specchi senza più un filtro di ciprie è quasi volgare e, appena Janine distoglie l'attenzione e volta lo sguardo, qualcosa si rompe.
    Il rituale magico si rompe. L'atmosfera intima si rompe. Il cuore della stanza si rompe.
    Fa cadere il secondo spillo per terra come se non fosse una cosa vitale e corre via, claudicante e storta sui suoi trampoli, fregandosene di evitare i pezzi di ali, come se questa non fosse una sala operatoria e i miei demoni fossero un raffreddore.
    Io e lo spillo rimaniamo a guardarci allibiti, legati da questa strano metodo di accoppiamento. Sgomenti testimoni di quello che c'era fino ad un attimo fa. Siamo souvenir. L'uno dell'altro.
    Una volta iniziata la sfilata, non ho più avuto modo di stare con Janine. Mentre lei sfilava, io mi cambiavo. E viceversa.
    L'ago è caduto dal mio dito mentre mi toglievano il primo abito in fretta e furia per mettermene uno nuovo. E' uscito un po' di sangue ed io ho pensato fosse per il principio delle magie: solo il mago può dissolverle come si deve, altrimenti qualcosa andrà male. Il centro del mio chakra andava in fiamme. E continuava ad andare in fiamme anche dopo che i coloni se n'erano andati. Rimaneva l'eco di quella terribile disfatta, se ne parlava ancora. Tra un abito e l'altro.

    La ballerina si era slogata la caviglia. E si rese conto che la parte più importante di un corpo è la caviglia.
    Riflettè sul fatto che tutto il corpo si divide in parti più importanti, in primedonne.
    Da allora ricominciò a ballare come se non volesse fare un torto a nessuna di loro.

    Sono seduta tra i banchi dell'università di medicina, il giorno della discussione delle tesi.
    Katye ed Herin tamburellano le unghie laccate di viola sul legno scuro, dando il perfetto ritmo al mio ripassare ogni frase.
    Il respiro affannoso tampona le altre voci, nella mia mente c'ero solo io.
    Flora ha i capelli appiccicati alle guance da goccioloni di sudore che nascono e crescono ad una velocità impensabile per qualsiasi ciclo vitale. Nascono e muoiono tutti per me.
    Quando il ragazzo prima di me stava per terminare, Clohe viene a ripassarmi il rossetto. Diane accavalla le gambe. Il mio intero entourage è ad assistermi.
    Il mio turno inizia con una camminata da star giù per le scale. Sorrido e saluto le persone ancora sedute che man mano mi scorrono a fianco. Mi guardano e si voltano a borbottare qualcosa al compagno.
    Lo strascico del mio vestito blu mi finisce in mezzo ai piedi, ma Barbara mi ha insegnato come fare piccolissimi passi per evitare cadute rovinose. Non me le posso permettere, non adesso che sto per cambiare il mondo della ricerca. D'altronde anche l'uomo sulla luna camminava piano, lo si fa perchè il momento speciale duri di più.
    I miei giudici questa volta sono vecchissimi, mi guardano dubbiosi. Rose dice sempre che l'importante è concentrarsi su uno solo, riassumere la folla in una persona sola, sceglierla prima che siano loro a scegliere te. Così il comizio si trasforma in una chiaccherata intima.
    Il prescelto è il signore al centro, con la pancia stretta in una camicia, le sopracciglia nere e i capelli grigi a contornare la luce artificiale che si riflette sulla sua pelata. Quello che mi colpisce è la sua pelle liscia e paonazza.
    Sfoggio il mio sorriso migliore e, fissandolo, mi siedo. Dopo che io ho scelto lui, lui sceglie me.
    -Mi scusi, lei come si chiama?
    E io prima gli dico che spero che abbia con sé un set da cucito, perchè prima o poi qualche bottone schizzerà via dritto in faccia a qualche candidato.
    -Prego?
    Divento seria seria. Deglutisco. E quando ripete di dirmi come mi chiamo deglutisco ancora. Viola trema sempre di più.
    E allora abbasso lo sguardo, poi lo rialzo, rispondo Scelga dal mazzo.
    Lui si zittisce. Tutta l'aula è piena di gente che non conosco, sono tutti nei suoi occhi, tutti riassunti nelle sue pupille concentrate.
    -Lei non è nell'elenco, non l'ho mai vista..
    rido un sacco, dico. Ecco quello che sto per dire. Il principio per cui non si dice prima Non l'ho mai vista e dopo Lei non è nell'elenco. Il principio per il quale gli aspetti tecnici vengono sempre prima dei sensi.
    Posso sentire fin da qui il cuoricino sgangherato di Marie che batte con lo stesso ritmo sgangherato di un temporale.
    Vede tutte queste persone? Anche loro non hanno mai visto lei, ma se ne fregano
    -Sono tutti studenti del mio corso.
    Dico che Continua a fingere di non capire. Il mio bell'ometto prescelto, gli dico, non capisce nulla di noi.
    Tiro fuori dalla tasca un fogliettino ripiegato, e mentre lo distendo dico -Ha presente il feticismo?- e passandoglielo lentamente dico -Lei sta dicendo a tutte queste persone che in realtà non esistono.-
    Il fogliettino, aprendosi, perde i glitter rosa che Stephany ci aveva creato sopra, creando la stessa scia luminosa che crea la fascia di miss america quando si muove.
    In cima, il titolo glitterato che ha perso pezzi, e ora è una bellezza maculata.

    MISS FETICISMO ANATOMICO
    Questa è la mia tesi.
    Intendo, tutta quanta la mia tesi.

    Eccomi. Tutto quello che avevo sempre desiderato. Un concorso di bellezza basato sulla medicina, su esperimenti e cavie. Non la prendo come una discussione di laurea, la prendo come un'esibizione.
    Non me lo chiedono direttamente, ma io so che lo stanno pensando.
    Sono la miss che si è slogata la caviglia ballando, che sta per ballare passi complicatissimi. Addosso a me, le aspettative smarrite delle persone che mi stanno guardando
    Cara giuria, caro pubblico.
    Quello di cui vi sto per parlare, è il più grande spettacolo mai visto in una stanza, ed ha una storia antichissima. Alla coreografia originale ha lavorato anche Freud, pensate.
    Ci sono persone che nascono e imparano a conoscere la gente in sezioni. Una persona non è mai un pezzo intero. Ci sono le braccia, le gambe, il collo. E ci si affeziona come fossero parenti.

    Questo equivale a un Assemblé.

    Il soggetto, in età matura, si porterà dietro questa divisione. E quando vi conosce potrete pure stargli enormemente antipatici, ma magari i vostri gomiti sono la migliore persona del mondo.
    Ecco come nascono i maniaci dei piedi. Ecco perchè uno ha come ambizione diventare un talent-scout di manisti.
    Però tutto ha un contrario, tutto non si diverte ad essere unico. Tutto vuole avere almeno un passo in cui mostra la schiena al pubblico.
    E io ci ho inventato la mia vita.

    L'argomento del giorno in questa stanza, è il casino che ho creato nell'elenco dei laureandi. Ma io sto mettendo un Encontraire davanti a tutti i passi di danza e, quello che sto spiegando, è che non devi essere un ballerino professionista per guardarmi.
    Basta guardare la piramide di keope che creiamo in perfetto equilibrio su una sedia sola, saremo in cento.

    Ci sono persone che nascono, e imparano a riconoscere le sezioni nella gente che le ha toccate.
    Un album dei ricordi, le incisioni sugli alberi, alcune delle mie articolazioni sono addirittura in bianco e nero.
    Molte persone sono state così importanti nella mia vita da non incidere minimamente sulla mia vita, senza sapere che è stato proprio facendo così che sono diventate parti del mio regno incantato. Sono un insieme di buoni esempi e di luci giuste.
    Sono una stanza piena di persone che discutono su come gestirmi.
    Se siete romantici sono un robot.
    Sono composta dalla mia evoluzione.

    La coreografia ora prevede che la ballerina solitaria, che cadeva nei sogni di tutti quanti, ora si moltiplichi in tanti altri ballerini che sono episodi della sua vita, e che il pubblico li veda nelle loro bellissima livrea. E' il momento migliore dello spettacolo, quello che rimarrà impresso nella vostra memoria. La coreografia prevede che sarà un momento così importante da creare un nuovo tipo di feticismo.
    Magari tutti questi ballerini si concentreranno in un solo vostro arto.
    Magari voi sarete la mia evoluzione, a me non è rimasto spazio.
    Studiare medicina mi è servito per accumulare persone.
    Sono qui per un pacchetto di pagine nuove per la continuazione della storia, per non considerarmi già un libro finito. Voglio farvi vedere quello che ho in modo che lo prendiate voi, in modo da archiviarlo, ed iniziare di nuovo da persona intera.
    La coreografia prevede che applaudiate. Che vi sembri una cosa meravigliosa.

    E anche se questo equivale ad una serie infinita di Sissonne, non è esattamente quello che succede.

    Il mio giudice supremo si è alzato, ed io non l'ho nemmeno visto.
    E' venuto da me e ha chiesto a Janet, Barbara, Giulia, Arianette, Margaret, Lou e tutte le altre di allontanarsi.
    Le ha spinte via appoggiando troppo le mani su Clarence.
    Per non far finire in pappa lo spettacolo, le altre hanno fatto finta che fosse una cosa preparata ed hanno seguito i passi fino a finire fuori, nel giardino, con il fogliettino senza più glitter che galleggia sui fili d'erba, sballottato dal leggerissimo vento come la sicurezza di chi decide di essere un'unica entità.

    Nonostante questo, c'è un bel sole.
    Il genere di sole, il genere di verde saturato, che ti da l'energia necessaria per prendere decisioni importanti.
    Lo spettacolo è stato un flop, la compagnia discute su cosa fare e fa un gran casino. Provare a concentrarsi su qualcos'altro che non sia questo gran vociare, provare a non sentire nulla, è praticamente impossibile. Ed io sono una disputa in corso.

    Succede che tutte quante sono rimaste deluse dal rendimento, da come sono state gestite.
    Succede che cercano quelle scuse orribili per andarsene. Posso comprenderle, posso comprenderle. La delusione è stata grande per tutti.
    E tutte vogliono andarsene. E tutte se ne vanno.

    Non è il cuoricino sgangherato che era Marie, a spezzarsi. Sono arterie, ventricoli, che si spezzano. E' quello che abbiamo tutti, quello a cui non sono abituata.
    So gestire Julie, Verlaine, Clohe, le conosco alla perfezione. Ma non so muovere un muscolo.

    La sensazione è quella di pesare 3000 kg in meno.
    Di aver perso la memoria.
    Di essere rinate già grandi.
    Di essere immobili stese sul prato a pregare che qualcuno dei medici appena laureati prenda me come primo cliente, e mi prescriva una medicina che mi causi un qualche tipo di scatto nervoso che poi potrò ammaestrare in corse, in pompare il sangue, in sfilare.

    Loro se ne sono andate, e io non so più in quale parte del corpo mi sono nascosta.

    La mia caviglia non l'ho mai fatta guarire.
    Questo equivale ad una Révérence.
    Vista di schiena.

  • 18 agosto 2012 alle ore 12:26
    Tutto questo non è invenzione

    Come comincia: Stare con un narcisista patologico è come stare sulle montagne russe, però il biglietto lo paga il cervello.
    Fiumi di amorose formule magiche sfoggiate dopo pochi giorni, ripetute talmente tante volte da intontire, da portare, malauguratamente, a crederci.
    I narcisi di oggi sono piccoli cesari, con un'immagine di sé grandioso che però non permette loro di vedere di essere composti essenzialmente da mancanze.
    La loro più evidente caratteristica, a detta di molti psicologi e riconosciuta anche da molte vittime, è la totale mancanza di empatia.
    Dal momento in cui state con un narcisista, siete una sua appendice.
    Dimenticate i vostri impegni, i vostri amici, le vostre preferenze.
    Fate quello che vuole lui, anche se vi chiederà di raggiungerlo da un momento all'altro.
    Richieste mai chiare, codici da decifrare.
    Se li lasciate da parte, iniziano quelli che da bambini avremmo chiamato capricci, ma che adesso, a questa età, quando questi individui hanno un vocabolario molto più ampio, ora che sanno più o meno ragionare e fare strategie, si sono evoluti su una cattiva strada, e hanno preso il nome di Bastonate Emotive e vi lasceranno, a lungo andare, senza fiato.
    Loro sanno benissimo quello che fanno quando vi fanno del male, ma è anche vero, fidatevi, che pensano sia giusto.
    Punizioni. Le stesse che si danno ai cani per addestrarli a fare qualcosa.
    Giorni di silenzio totale che seguiranno attimi esaltanti, per i quali non vi sarà data alcuna spiegazione, spingendovi a mettere in dubbio tutte le vostre azioni.
    Le vostre.
    Perché sarà impossibile pensare che lui, la perfezione, quello che vi ama così tanto, possa fare qualcosa di sbagliato.
    Sarà incredibile la facilità con il quale vi reputerete sbagliate, orrende, insensibili spietate senz'anima.
    Vagonate di scuse per cose che non vi sembra di aver fatto ma che, se ci pensate bene, avete fatto eccome.
    In nome dell'amore, dell'infanzia terribile di cui lui vi ha raccontato e che la crocerossina che è in ognuna di noi si è messa in testa di curare.
    La situazione che state irrimediabilmente aggravando.
    Quello che accadrà, è che mentre voi sarete messe alla gogna per qualsiasi cosa, lui avrà mentito almeno la metà delle volte in cui avrà parlato, anche su cose banali.
    Se cercate un benedetto confronto diretto, sarà uno show senza precedenti, con un happy ending in cui voi siete delle visionarie.
    Un rapporto di soggezione, non di coppia. Dove ogni vitalità vi sarà succhiata via dal re, a fondo, fino a quando ne avrete qualcuna. Fino a quando servirete.
    Saprete cosa si prova ad essere una bambolina. Un gioco da veri maschi.

    Per quanto mi riguarda, prima di conoscere la patologia per puro caso, variavo da angoscia colpevole a felicità nel giro di un secondo.
    Poi è stato come essere svegliati non da un bacio, ma da una voce che diceva“mentre dormivi ti è stato fatto questo, questo e questo”. Ho provato a negare, per prendermi la colpa ancora una volta come mi aveva insegnato, ma ho sentito le macerie di un cervello distrutto da mani diverse dalle mie.
    Finché non si trova il coraggio di ripercorrere ogni cosa, di ridare un nome di chiamarla con il nome di Violenza Psicologica, non si comincerà il percorso di rinascita.
    I casi di donne distrutte sono molti di più di quelli che pensavo, e non sempre hanno il coraggio di confrontarsi.
    Sul forum http://narcisismo.forumup.it/ potrete trovare un valido aiuto, una spiegazione ad ogni vostra domanda.
    Mille mani tese di donne fortissime, rese splendenti da orrori simili.

    La cosa è sfiancante. ma lo è molto di più stare zitti.
    Testa Alta.