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in archivio dal 09 set 2009

Elisa Barindelli

02 gennaio 1982, Milano
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  • 11 settembre 2009
    L'amore finito

    Di tutta la nostra guerra
    è rimasta la luna.

    Impudica.
    Ammantata d'alone vago
    e nessuna nuvola,
    sul silenzio respira.

    Aperta,
    la porta abbandonata.

     
  • 11 settembre 2009
    Esecuzione

    Su tutti gli sguardi
    l'occhio delle nubi s'è aperto.

    Sospeso, tremante,
    un enorme sospiro ristagna
    in un mondo di volti.
    Ammanta in silenzio
    l'attesa atterrita.

    E nell'ultimo istante
    non sono che ultimi istanti
    mai giunti.
    Non sono che amori
    non diventati ricordo.
    Non sono che giorni.

    Con il giudizio
    laverà la pioggia il sangue.
    Ma nell'ultimo fiato,
    infiniti profumi

     
  • 11 settembre 2009
    Esuli

    Abbiamo dimenticato,
    abbandonato per soffrire
    e punirci
    ogni luogo d'affetto.

    E quando ti alzasti
    per osservare in ultimo la città di sale
    non piangevi
    che rospi e rimorsi corrosi

    Una nuova antica casa abbiamo.
    Sulle acri volute di fumo
    s'alzano nostri i silenzi

     
  • 09 settembre 2009
    La città natale

    Ancora mi prendi
    e non chiedi.

    Invecchiata, abbandonata,
    rovinata di amanti infedeli,
    coi piedi nudi ti troverò addormentata.

    Nel tuo mare di roccia e di sale
    sarai principessa svelata,
    e sulla spiaggia la notte
    canterai l'inno crudele.

    Colorata dell'odio screpolato
    mi culli sul tuo seno divelto,
    e di nuovo ritorno
    incapace d'andare.

    Per guardarti dormire.
    Dal tuo trono di vento,
    benedicimi.

     
  • 09 settembre 2009
    Al mio vincitore

    Lo sguardo indimenticato,
    sue le iridi di luce.
    Nel buio la perfezione
    e nostra era la notte.
    L'albero solo respirava.

    Ed il lago argenteo non esisteva,
    si rifletteva su stelle disperse,
    ovunque senza colore
    eterno splendeva.

    E tutto è sempre,
    e dentro di noi.

     
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  • 10 ottobre 2009
    La corte dei miracoli

    Come comincia: Il sole tramontava invisibile dietro i profili delle case; filtrava un alone dorato e caldo dalla loro cornice nera, che avvolgeva la piccola piazza come in un abbraccio, nascondendola dalle vie del centro, immersa nell'atmosfera irreale della sera di primavera.
    Dominava lo spiazzo una chiesa grande dalle scalinate larghe, ampie e consunte dalla pioggia e dai passi; su di esse sedevano alcune ragazze a fumare uno spinello e parlar d’uomini, mentre poco distante un ragazzo dall'aria mesta rifletteva in silenzio se rientrare a casa o scappare lontano, chissà dove e chissà da cosa.
    Sulla panchina lì vicino, c’era un vecchio con una fisarmonica che, stonato, intonava una versione tutta sua di molte canzoni popolari, mentre due amici, intenti a bere birra dalla stessa lattina, a tratti si levavano a danzare in tondo sui suoi ritmi irregolari; ad entrambi mancava una gamba e le loro movenze erano goffe, ma ridevano e schiamazzavano come ragazzini nel cortile della scuola e il loro divertimento rendeva superfluo ogni giudizio.
    Al centro della piazza, un giovane dalla pelle abbronzata, di quel color del cuoio che solo i visi che hanno visto sorgere l'alba molte volte dalla strada assumono, faceva volteggiare qualche birillo colorato in aria, allenandosi in un numero da giocoliere che non gli riusciva mai e lo faceva ridere dietro la barba incolta e nera ad ogni schianto dei birilli sul selciato.
    Con lui, rideva del rumore anche un uomo solitario che, un po' discosto, regalava briciole ai piccioni e ai passeri con la naturalezza di chi ama farlo, senza il peso delle nostalgie e delle tristezze.
    Tra poco sarà notte.
    Ci sarà forse freddo e forse nessuno resterà qui nella piazza a giocare, a ballare o a sorridere di niente e di tutto insieme; ma ancora l'oro della sera cade dai tetti scuri ed è facile illudersi che questa piccola corte dei miracoli sia abbastanza grande per un'anima in più', che possa burlarsi dei loro numeri sbagliati e dei propri, della birra sgasata e delle musiche stonate senza pensare a nulla.
    Tra poco sarà notte.
    Ma per qualche minuto ancora, che tutto sia magico e perfetto come non potrebbe essere in nessun altro luogo e non vi sia altro che la poesia della loro gioia a riempire la sera.
    E per un attimo ci si chiede
    come sia possibile non credere alle favole.

     
  • 03 ottobre 2009
    Anime scordate

    Come comincia:

    Dopo la pioggia, le strade hanno un profumo leggero e riflessi da guardare senza pensare a nulla.
    C'e' la stessa atmosfera di un giorno dopo l’ultimo, quando niente rimane ed ogni cosa si è conclusa; un passo oltre il confine, il silenzio dietro i cancelli chiusi del luna-park, il fumo dell’ultima candela ormai spenta per dormire.
    Al bordo delle scale della metropolitana una ragazzina mi osservava, vestita di veli leggeri e colori provocanti. Sembrava aver appena compiuto i quindici anni, forse neppure; teneva un sigaro tra le dita fumato per metà, mentre dagli occhi le colava il trucco per le ultime gocce di temporale che dai capelli mossi le correvano sul viso.
    "Vuoi scopare?"
    Non risposi nulla.
    Ascoltavo la sua voce annoiata, alta senza vergogna, e ne sentivo i toni un po’ discordanti e falsati, come si fosse rotto qualcosa di molto piccolo e marginale che le impediva di suonare accordi perfetti, come fosse un magnifico strumento ormai corroso dal tempo.
    La fissai a lungo, ma non vidi nulla.
    Solo il vuoto, il silenzio e il grigio: lo stesso grigio del temporale, che le colava dagli occhi come le lacrime che non sa più piangere, e le inumidiva gli abiti senza farla rabbrividire.
    Si avvicinò una donna anziana, vestita di gioielli arrugginiti e scialli di lana: con le dissonanze delle campane rotte e lo sguardo dei corvi che volavano bassi sulla piazza della stazione mi disse: "Se non ti interessa, va’ via".
    E io me ne andai.
    Perché non sono musicista da suonare alcuna nota nel loro spettacolo, e dalle loro corde lente non trarrei che silenzio o sgradevoli rumori.

    Sull’aria di una melodia
    triste come la musica mai scritta

     
  • 03 ottobre 2009
    Romantico acquazzone

    Come comincia:

    Era un romantico acquazzone, quello che cadeva sulla città argentata di gocce e spruzzi, colorando di lucidi contrasti sfumati i volti e gli ombrelli delle persone come acquerelli, dolci nella loro irreale tela, incantati nel mondo disegnato da un artista immaginario, geniale ed invisibile.
    Fresca era la carezza del vento appena accennato, che sussurrava canzoni brevi e sottili agli angoli delle vie; struggente, quasi malinconico, era il gocciolare copioso dei cartelli, dei tetti e delle mura antiche sotto l'abbraccio piacevole e cangiante del temporale primaverile; era un gioco irrefrenabile, un divertimento musicale, l'alternarsi rapido e caotico degli schizzi nelle pozze al passaggio delle rare biciclette, tra gli spruzzi, i salti e le risate dei monelli, negli impermeabili sgargianti.
    Loro si stringevano, come per scaldarsi.
    Lui con le spalle contro il muro, dimentico dell'ombrello e della giacca zuppa; lei sorridente, incurante delle ciocche umide e dei ricci biondi sfuggiti alla pettinatura che le adornavano il viso e i begli occhi scuri. Memori solo del momento, ai baci da scambiare, al piacere di giocare come i ragazzini che non sono più, facendo tardi ai rispettivi lavori, rovinando i begli abiti stirati, macchiando le scarpe lucide. Interessati solo a godere ogni istante di questo bellissimo, irripetibile acquazzone d'Aprile, che li ha sorpresi così felici e innamorati, quanto forse neppure loro sapevano. Bisognosi solo di se stessi e niente altro, come fosse scomparso, cancellato d'improvviso, il resto del mondo a parte loro.
    Un passante storceva il naso, commentando a mezza voce l'indecenza di due adulti che danno spettacolo in tal modo. Una vecchia donna invece ride, con un po' di malinconia e tanta gioia, mentre li osserva ad occhi lucidi, forse stringendo al cuore qualche ricordo caro.

    Il ricordo
    di un infinito istante perfetto