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in archivio dal 17 mar 2007

Elisa Bellanti

29 maggio 1982, Agrigento
Segni particolari: Solare, riflessiva, egocentrica, lunatica, imbranata, fragile... praticamente perfetta...
Mi descrivo così: Scrivere, per me stessa... Per le tre donne che si muovono nella mente e dai miei pensieri prendono vita. Scrivo per loro: per Varyena, Shynnovea e Shemaine. Tre caratteri distinti che all'unisono presentano un'unica donna... Me
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  • 28 gennaio 2008
    Stelle di trincea

    Respira il mio sguardo

    carico di bellezza e ardore
    Amami nel sonno fra le stelle di trincea,
    stringimi al petto e scaccia il gelo
    che latrando morde le tue ossa.
    Attendo, il giorno in cui ritornerai.

     
  • 28 gennaio 2008
    Femmina

    Ancheggi invitante e felina,
    figlia immortalata dal tempo
    profumata d'acqua e sudore
    traspiri memorie e sensualità
    di corpi perduti sul lino grezzo
    materasse dischiuse
    come gigli notturni colmi di nettare
    a suggellare sospiri.
     
    Nascondi col nero
    ogni lembo di pelle, Femmina
    lava il sapore che ti rode il corpo
    velandoti nella falsa innocenza.
    Naiade pudica fremi passioni
    arrotolando cuori,
    oltre la porta sbarrata
    della tua esistenza.

     
  • 28 gennaio 2008
    Capitano di ventura

    Navigano sogni
    dentro un bacile di acqua stagna
    onde di carta bagnata e lacrime
    - pensieri -
    affogano dentro la tempesta privata
    di mente e cuore
    scogliere ardue oltre il corpo nudo
    che nel vuoto ondeggia
    sferzato dal desiderio di lasciare  quella terra.

    Naviga,
    capitano di ventura,
     soldato imperbe catturato dalla vita
    solca
    ad occhi chiusi
    mari di solitudine e squallore
    trappole di ragno
    che senza tregua assaltano
    il giorno.
    Soffocano te
    che ne fai parte
    - bambino fra le guerre -
    gli uomini che bombardano
    vascelli di carta
    inabissandoli col sole
    che ogni giorno nasce e muore.

     
  • 28 gennaio 2008
    Gocce di noi

    Parlami.
    Amore tremabondo di donne
    di sapori dolciastri
    innaffiati di vino

     

    Guardami.
    Velata di pudore e passione
    bianco e rosso
    su cosce tornite e seni floridi

     

    Toccami.
    Creta calda per le dita
    impronta di fuliggine
    strascico di fuoco sui muri.

     

    Gocce di noi
    pazze imbrigliate
     nell'aroma di tabacco e sudore
    perdendosi lungo la scia della notte.

     
  • 27 novembre 2007
    Pizzo Nero

    Pizzo nero per coprire i miei cocchi
    per nascondere i pensieri
    e lasciarmi andare.

     

     Abbandonata alle tue mani
    alla sensuale morbidezza
    del bocciolo di un fiore.

     

     Per suggere fuggevole
    senza arte né parte
    nell'oblio della malìa
    il caldo nettare del  tuo Essere.

     

     Pizzo nero per celare il mio sguardo
    per impedire di perdersi oltre il buio,
    Strisce di seta per legare le mie mani
    per la paura di macchiare la purezza.

     

     Legacci d'amore
    per unirmi a te.
    Che mi hai reso Geisha
    senza chiedermelo
    nel freddo dell'inverno.

     
  • 27 novembre 2007
    Figli di Caino

    Prologo
    Tornata alla torre nel freddo pungente della notte, qualcuno di conosciuto. Il silenzio perpetuato. Un lento brindisi, fissandoci. L'acre sapore del sangue fra le labbra, e poi perle lucenti di sangue, fatte cadere sul marmo. - No, fermiamoci, non si può andare oltre.- Egli mi chiede se io conosca cosa siano quelle lacrime vermiglie. Diplomatica risposta la mia, di chi immagina cosa sia, ma attende che sia lui ha dirlo. Le città del mondo, piccole e vermiglie, lucenti quasi. Londra, Kiev, Parigi e poi, la sua città e la mia... Basta un suo gesto per far sì che un movimento del mio piede le distrugga. Ed eccole, città, uomini e cose che si sgretolano come sabbia. Tutto è vano dunque,  tutto è una mutevole spirale di vita e morte, di buio e luce. Mentre i sogni rimangono. Rimangono nel tempo, fermi e brillanti. Duri ed impossibili. Ed anche egli rimane freddo e immutato, così come i sogni.

     

    Scivola la notte sulla pelle
    morbida coltre su di un bianco corpo nudo.
    Occhi di giada, labbra vermiglie.
    Cinico un sorriso.
    Diafane le vostre mani
    come frammenti di specchio fra le ombre
    si muovono su di me.
    Gelido tocco.
    Giungerà infine la morte?
    Quante delle certezze che come macigni
    gravano sul vostro capo mi  donarete?
    Quanti pensieri? Sogni? Desideri?

     

    Non batte il cuore
    Non batte.
    E' morto, ma i corpo è vivo.

     

    Attende forse
    che la follia distrugga
    ogni pensiero razionale
    e giunge infine l'estasi dell'abbandono...

     

    Epilogo 
    ...E non riesco a distogliere lo sguardo e non riesco a staccare i pensieri, è lucida la mente, a tratti nebulosa se la sfiora poi, è come i sogni

     
  • 06 giugno 2007
    Tu, dono nel mio azzurro

    E’ notte
    lieve sento il tuo respiro
    fra le note di una canzone già sentita
    mille e mille volte per farti addormentare.
    La adori, ti rilassa,
    ti porge con dolcezza alle braccia di Morfeo
    che ti culla come se fossi un tesoro prezioso.
    Piccole stelle lucenti nascoste dalle tue palpebre socchiuse
    riposano e morbide danzano nel tuo sonno tranquillo.
    Sorridi
    sorrido.
    Chissà cosa pensi,
    quali sono i tuoi sogni...
    Come farfalle che delicate si posano su di un petalo
    per non sciuparlo,
    le mie dita toccano la tua fronte,
    accarezzano i tuoi capelli chiari.

     

    E non immaginavo,
    che il tuo sguardo potesse un giorno incontrare il mio
    che fossi stata capace di amare così tanto
    che senza di te oggi sarei incompleta
    che sono incredula e tutto  mi pare impossibile
    che la mia vita è meravigliosa
    che sei mio figlio.

     

    Splendido dono nell’azzurro della mia esistenza.

     
  • 06 giugno 2007
    Gocce di Follia

    Gocce di Follia

    - Follia -

    nella notte bagnano i nostri volti
    scivolano come pioggia

    - Salata -

    bagnano la pelle
    distruggono i pensieri.

    Polle di razionalità fangosa
    distorte dai Peccati tutti

    - Capitali -

    che morbidi e voluttuosi
    sfiorano i nostri corpi

    - Tentazioni -

    e si dissolvono
    in spire di fumo rosso.

     
  • 04 aprile 2007
    Portatrice di sogni

    Guardo lontano
    verso il cielo notturno,
    in quella buia profondità
    scorgo i tuoi occhi brillare
    stelle nascoste da palpebre socchiuse,
    tu che mi tendi la mano.

    Mi ami?
    Dimmelo.
    Dimmelo ancora.
    Non mi stancherò
    dell’immensità del tuo sguardo.
    Penso.

    Mentre il sogno ovattato
    di una famiglia lontana aleggia
    nell’aria,
    e la credenza di poterla toccare
    fa sì che la mia mente ed il mio corpo
    respirino.
    La mia anima si lega
    indistintamente
    unita a te per sempre
    A te...
    che mi fai libera e portatrice di sogni.

     
  • Di sole vestita
    d’argento adornata
    di pallida luna sbiadita.

    A scatti ti volgi ad una soglia socchiusa
    ad uno specchio distratto ti mostri avvilita
    al  giorno che fugge ti porgi atterrita.

    Tendi alla luce che irradia l’aurora.

    Di sole vestita
    d’argento adornata.

    Guardando il cielo piangi delusa
    gridare vorresti, ma non ti senti capita
    gelide voci: vieni rapita.

    Ti struggi, combatti, ti liberi
            e ancora...

    al vento sopito invochi tormento
    al tempo che corre vuoi dare riposo

    t’innalzi maestosa per dire qualcosa
    taci nel vuoto per insoddisfatto sgomento.
     
    Di sole vestita
    d’argento adornata.

    Ritorni alla vita con vigoroso talento
    riponi con maestrìa il tuo ego furioso

    ricoperta di veli come una sposa
    ritrovi la quiete per un solo momento.

    Tace il silenzio nulla ti sfiora.

    Di sole vestita
    d’argento adornata.

     
  • 29 marzo 2007
    Momento

    Una sensazione mi sconvolge la mente
    un brivido mi pervade il corpo
    quando le tue mani mi sfiorano,
    quando la tua bocca divora
    ogni centimetro della mia pelle.
    Desiderio di urlare
    quanto ti ami
    quanto desideri starti vicina.
    Caldi sospiri si innalzano nell’aria
    sfiorando le corde già tese della passione.
    Riuscire a fermarsi,
    ma la mia mente è cedevole,
    il mio corpo uno strumento
    nelle tue mani,
    mentre le barriere già incrinate del mio Io
    si disintegrano
    come una goccia di cristallo sul duro marmo purpureo.

    A te...
    22 Marzo 2004

     
  • 23 marzo 2007
    L'arco della vita

    Vivere.
    Credendo di essere un gabbiano,
    sognare di sorvolare il mare,
    guardare dall'alto i pescatori
    che tornano dalla riva carichi di pesce.

    Vivere.
    Immaginando di essere un fiore,
    gioire nel bere la rugiada
    sperare in un pittore
    che ti doni l’immortalità.

    Vivere.
    Aspirando ad essere un'alta roccia,
    convincerti che nulla possa  abbatterti,
    ammirare la vallata sotto di te
    dove il grano è ormai maturo.

    Morire.
    Capendo di essere stato uomo.
    Scoprendo che tutto ciò che hai vissuto
    nella sua piccolezza,
    è quello che di più straordinario sia mai esistito.

     
  • 23 marzo 2007
    Mendicante di baci

    Fra i sogni della notte
    erro nei lucidi paesaggi
    che la mente mi offre.

    Mendicante di baci
    busso alla sua porta
    alla  mente socchiusa,
    nitido il ricordo delle sere trascorse
    ovattato il presente
    muschio e cannella
    come fiori per la stanza

    Volo in alto
    cerco un contatto
    tiepido
    leggero
    libera dalle vesti urlo…

    nuvola nel cielo in una notte di pioggia
    è ciò che chiedo
    è ciò che pretendo
    e ricevo.

    Mendicante di baci
    amore e passione
    invocati dal mio cuore.

    Vaniglia si sente nell’aria.
    E’ già mattina.

     
  • 22 marzo 2007
    Il bacio

    (Colpita dal genio di Gustave Klimt)

    Donna, inginocchiata tra le viole
    dai capelli cosparsi di primule,
    prato di fiori in un mondo dorato.
    Timida ti porgi
    delicatamente reclini il viso.

    Uomo, leggero come la rugiada
    che bagna l’erba,
    passionale e forte, come il vento
    che scuote le fronde.
    Hai geometrie scure fra le tue vesti
    menta fra i capelli,
    mani scure e virili.
    Le sfiori il viso,
    la cingi a te
    per donargli il bacio
     
    Pioggia dorata scivola sui vostri corpi.

     
  • 19 marzo 2007
    E potrà volare...

    … E sarà tenace,
    andando per la sua strada
    irta e ripida,
    portando con sé
    le Sofferenze,
    le Delusioni,
    le Proteste sparse al vento,
    di tante che come lei
    hanno provato,
    ma non ce l’hanno fatta.
    Avrà per compagne
    la Pazienza,
    la Perseveranza
    e la Passione,
    e insieme a loro continuerà
    il suo cammino
    … e potrà volare
    consapevole di ciò che è diventata
     dopo secoli di fatiche.
    Potrà librarsi in alto
    su, nel cielo,
    … e sarà il vento a chiamarla sorella
    e il sole a baciarle le labbra;
    non avrà paura di cadere
    perché le ali conquistate
    non la tradiranno,
    non la lasceranno sola.
    Raggiungerà la vetta
    e potrà volare:
    libera di  sentirsi
    finalmente donna.

     
  • 19 marzo 2007
    Le tre età della vita

    {Seduta ad ammirare il dipinto di Gustave Klimt}

    E’ giunta la notte.
    Sembra che pianga l’anziana donna
    distrutta dal peso della vita.
    Un corpo deformato dal trascorrere del tempo
    il capo reclinato
    il volto coperto dalla mano scarna
    come se volesse dimenticare
    come se volesse già andare via.

    Scende la prima lieve neve.
    Serena la fanciulla chiude gli occhi
    biondi i capelli cosparsi di fiori
    bianche le mani
    due rose le guance
     indisturbata riposa, tenendo una bimba in seno
    con i pensieri che vagano lontano
    al tempo che fu e a quello che sarà.

    E’ già primavera
    Dorme la bambina fra le braccia della madre
    nuda fra leggeri veli
    delicato il volto
    innocenti i pensieri
    sembra che nulla la possa turbare.
    Attende fiduciosa lo scorrere del tempo
    poiché non conosce ancora le tre età della vita.

     
  • Credenza illusoria che nel mondo possa morire l’usura
    Occhi che non servono a vedere con lucidità
    Rigidi nell’anima i pensieri non accetti
    Antichi malumori e uomini uccisi follemente
    Gelide azioni ottenebrate dalla paura
    Gesti frenati da lucida razionalità
     Innaturali pose date da preconcetti
    Onnipresenti idee addormentate nella mente

    E' la vita, ma

    Viverla pienamente con ardore 
    Immolarsi per dargli splendore
    Valorizzare il sorridere
    Esternare i sentimenti dopo troppi anni
    Raddoppiare gli sforzi per costruire la pace
    E lasciare ai figli un dolce  messaggio

    Offuscare l’odio del nostro cuore a dismisura
    Gioire delle piccole cose e della libertà
    Navigare nel mare dei propositi perfetti
    Impegnarsi per mantenere la  rotta ciecamente

    Già difficile percorrerla senza tempeste
     Indaffarati come si è a seguire mete funeste
    Offrire il proprio pensiero sagace
    Riuscire a liberarsi dagli affanni
    Non abbattersi, vivere
    Ogni giorno è “coraggio”

     
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  • 17 dicembre 2007
    Gocce di Follia

    Come comincia: Il pianista stanco, in un angolo del salone male illuminato raccoglieva da chissà dove grappoli di semiminime, suonando un tempo volgare in quattro quarti, silenzioso e lascivo, cangiante, come lo sguardo sfuggente delle zingare che ieratiche attraversano i viottoli dirette ai ponti silenziosi e bui, statue in movimento nella notte, per fissare le stelle e leggere in esse passato e futuro, danzando sui propri passi, col ritmo e il frusciare della notte.
    Sulle dita dello stesso colore dei tasti pesavano i suoi cinquant'anni, tutti spesi alla ricerca di accordi imbalsamati e scomodi.
    La polvere dei palchi dei teatri di mezzo continente si impastava, quella notte,  col suo sudore e con i suoi affanni, col pensiero di tirare avanti, ancora, per un’ altra notte e per un altro giorno; ogni ruga che solcava il suo volto, ogni goccia di sudore che imperlava la sua fronte portava con se un bagaglio di emozioni e sensazioni, egli portava scritta in faccia la tradizione della sua gente: artisti, pittori, danzatori, poeti, musicisti, una razza a parte la loro, con un linguaggio segreto e sensuale, conosciuto solo da chi dell'Arte fa la propria ragione di vita.
    In un cono di luce, il violino suonato da un uomo alto ed emaciato, ricamava frasi che puzzavano forte di bassifondi,  di topi affamati alla ricerca di cibo, di sogni inquieti e passioni d’amanti, di sgualdrine sorprese agli incroci dai gendarmi della guardia, mentre cercano di smerciare le loro quattro ossa senza rimetterci.

     

    La luna brillava sui volti scandalizzati delle signore in strass, con il volto reso bianco dal belletto e la sua luce si rifletteva su un paesaggio desolato di uomini e conigli, di piume e balocchi, felice solo di specchiarsi talvolta nelle lacrime incredule di qualche cuore affaticato capitato lì, senza sapere come.
     
    Una taverna fumosa e raffinata, densa di aromi, di ricchi uomini di affari, viaggiatori, filosofi e nobili scapestrati, di prostitute sorridenti travestite da signore e di giovani donne perbene con adoranti accompagnatori.
    Vi aleggiava un perenne brusio. Qualcuno sul proscenio cominciava  ad azzardare uno stentato passo a due, poco statico, diverso da ciò che alle corti si vedeva, più malinconico forse, più incisivo e madrigale.
    La musica prendeva quota ed anche i figuranti, muovendosi giù dal palco, come marionette sino ai tavoli di scura noce, recitavano ormai da attori consumati.

    Una figura minuta e diafana, poggiava il proprio corpo al pianoforte in molle posa, cantando così della vita e dell'amore, della morte e della fortuna che rubiconda e grassa come una musa danza, sfiorando gli esseri, cambiando le loro vite d'un tratto.
    I capelli chiari, sui quali danzava la luce del fuoco inondandoli di bagliori rossastri, erano raccolti sobriamente sul capo, le guance parevano pallide e le labbra schiuse nel canto, rosse come succose fragole, intonavano note prepotenti che si facevano strada sino alle orecchie degli astanti; ella muoveva  le mani, dinanzi a sé, come se disegnasse, accompagnando con le dita quelle note che distillate dagli strumenti fluivano come liquore che riscalda i cuori.
    D'improvviso poi si sentivano giungere nuovi suoni, sembrava che l'orchestra volesse invertire la rotta e la musica ricordasse una bassa danza, morbida e sensuale, libera e provocatoria nei movimenti.
    Le anime accartocciate dei musicisti si allontanavano definitivamente dalla palude dei luoghi comuni, delle assorte corti dei regni, dalla routine della vita, per infilarsi temerarie in quell’intricata foresta di note selvagge e invitanti.

    Delirante la donna con gli occhi socchiusi si scostava dal piano, dopo averne accarezzato i tasti, come un amante grata, sfiorando appena le mani del pianista, che con le sue tante rughe, avrebbe potuto interpretare suo padre nella scena della vita.
    Attendeva il silenzio, lisciando con le mani esili, rami fragili pronti a spezzarsi,  l'ampia gonna di velluto, poi alzando il capo fissava gli uomini, i loro volti madidi e contratti nel seguire il piacere sublime della musica e cantava, fino a che la voce pareva confondersi in un tutt’uno con le note.

    E le donne... Oh le donne! Erano rose dall'invidia per i lascivi sguardi che i loro compagni rivolgevano verso quella Musa, Calliope che inneggiava la solitudine degli esseri, solitudine che erompeva tragica dal fondo di quella melodia senza speranza, invitandoli alla morte.
    Intemperanza quella delle donna, che non permetteva a nessuno di nascere, né morire, un canto nel ricordo, un canto nel dolore, un canto di rabbia e sussurri.
    Uno scroscio di applausi sulle note finali poi il silenzio piombava nella sua mente spegnendo ogni nota ed ogni pensiero e lasciando in ella solo il vuoto. Come una visione che si confonde fra i sogni e la realtà, inchinandosi al pianista e ai ballerini dai sorrisi seducenti, si apprestava a uscire di scena per ritirarsi come ogni notte, nelle sue stanze, poco lontane dal ricco locale dove uomini e donne, desiderosi di lusso e buon cibo, solevano ritrovarsi per innalzare le loro anime fra i fumi dell’alcool e delle erbe costose.

    Camminava tenendo fra le mani i fiori bianchi ed odorosi lanciati dagli ammiratori. Gigli, orchidee, rose che finivano sempre ad addobbare le sue stanze, perpetuando un rito privato della notte, in cui i profumi aleggiavano nell’aria, umidi e molli, pungenti se sfiorati con l'anima in profondi respiri.
    Un sorriso malinconico, dipinto suo volto bianco, al pensiero dell’uomo che nella dimora l’attendeva...  Non avrebbe dormito da sola, dunque, quella notte.
    Non più da sola, da quando era cresciuta e gli uomini erano entrati a fare parte della sua vita.

    Suo padre era girovago, un artista, egli trascinava con sé la figlia, fatina evanescente, dalla voce d’angelo, bambina dalle aggraziate movenze e dai sorrisi magnetici.
    Portava in giro per il mondo, Andrej, la bimba e la viola, dalla cassa sempre lucida e dall’archetto perfetto, viola a cui sfiorava le corde notte dopo notte, come se godesse nel farla vibrare, come se quel suono l'appagasse più del calore di una donna.
    Trasportate, come se entrambe fossero parte di un bagaglio troppo prezioso per essere lasciato in un posto fisso, in un luogo incustodito troppo a lungo.
     Vissuti distanti, lontano dalle occhiate troppo insistenti dei curiosi, di chi chiedeva da dove quella bambina minuta e fragile, dalla bellezza acerba e dagli atteggiamenti da donna fosse spuntata, di chi domandava l’alchimia di come Andrej, uomo apparentemente insignificante da quella vecchia viola potesse trarre note così sublimi da far piangere le donne e irrigidire gli uomini.

    Eppure la storia era semplice, a grossi caratteri era stata vergata ed esposta in pubblica piazza con un inchiostro indelebile, priva di pieghe, calda e avvolgente come il velluto.

    Sua madre era bella, sottile come un giunco, superba e ricercata cortigiana nei palazzi dello zar Pietro I, la sua mente era evanescente, amava le belle cose, il lusso, gli intrighi , gli uomini ed i cavalli, che usava nello stesso modo, con essi correva, ed era tutto un gioco, un passatempo. Erano bastate poche moine, qualche sorriso in un frusciare di stoffe per l’affascinante e  silenzioso musicista di viola giunto a corte e Andrej irretito si scopriva, pochi mesi dopo, padre.
    Troppo tardi per affidarsi alle erbe che prese in giusta dose, avrebbero fatto tornare  l’ammaliatrice come una vergine, troppo tardi per uccidere il piccolo frutto che lentamente cresceva nel suo grembo. 
    Varyena è il nome di quella notte di passione senza amore. Ella pianse all’alba di una fredda giornata invernale venendo al mondo così fra le urla di maledizione della giovane madre.
    La mente di Annabelle si sconvolse, ella che faceva della bellezza il suo sostentamento e la sua ragione di vita, non poté reggere la presenza di una ninfa, di una rosa che delicatamente si schiude alla vita, di una figlia che con la semplicità e l’ingenuità di bambina le aveva distrutto l’esistenza nello stesso momento in cui era stata concepita, su quel letto dalle lenzuola di seta dai mille corpi e dai mille nomi.
     Corse, scappò via, fra le braccia di un amante per un ultima volta, verso quel fiume che sotto la sua finestra scorreva, così avvolgente, forte ed impetuoso, Annabelle in esso si gettò e nella follia del suo essere in un danzare di stoffe annegò, lasciando la figlia del suo dolore alla porta del musicista.

    Porcellana bianca Varyena con Andrej per padre e la viola dalle dolci note come irreale madre e compagna di gioco e vita.
    Nessun altro al mondo  tranne loro due ed una sorella, scoperta per caso in una notte di pianto.
    Kilena il suo nome, altera, superba, caotica, ma sempre sorridente, dolciastra e falsa come un liquore contenete veleno. Rise Kilena nella mente della piccola Varyena, quella notte, facendole raggelare il sangue, rendendola ancora più piccola ed inerme, ma dandole nello stesso tempo la forza, di non essere più sola, come un tarlo che scava nel legno, così giorno dopo giorno la sua voce si faceva strada nella mente della giovane, consigliandola, invitandola, ammonendola, cullandola nella sua pazzia.

    Volano gli anni quando si è intenti a conoscere così tanti posti e nomi che a stento la mente li contiene, le lingue dei regni si mescolarono con i colori delle città e i volti della gente di ogni razza e la musica solcava nella vita di Varyena e di suo padre, un percorso invisibile.
    Artisti li chiamano alcuni, pazzi, molti altri. Sottile è il confine, tra l'arte e la pazzia. L’importante è per loro piacere e dar piacere, poco importa se tutto si mescola in un calderone di sensazioni.
    Non importava se la voce di Varyena, unico dono datole dalla madre, affogata da anni nel fiume, veniva usata per irretire gli animi degli spettatori, catturandoli ignari rendendoli prede, prese alla sprovvista dai ladri, spogliate da ogni avere e da ogni pensiero.
    Non contava se quella voce invitava gli uomini nel talamo solitario, donando loro attimi di pura gioia, estasi che raggiungeva il culmine in note troppo grevi e vibranti per essere ascoltate senza aggrottare la fronte e spalancare la bocca in un grido di piacere; era la sua vita, era la sua espressione d’Arte e lei di questo era certa.

    Disperazione, incarnata come amica comprensiva prima, come amante funesta poi,  aveva da anni preso con sé Andrej, fra le sue braccia rinsecchite lo aveva accolto,  aveva gettato la sua mente nello sconforto, rendendo l’uomo che un tempo era mite e affascinante nel suo silenzio, uno zingaro violento, un ladro di cuori, di denari e di donne.
    Disperazione colpita dalla gelosia, aveva distrutto le note che dalla viola di Andrej scaturivano, incessanti come acqua di cascata, le aveva trasformate in cacofonia, in stridule urla di donna, in lamenti funebri ammantati di buio, fino a distruggere corde ed archetto e rendere il legno traslucido e profumato di cedro, in legna da ardere nel fuoco invernale.

    A tutto questo ed a molto altro Varyena pensava, percorrendo il viottolo che conduceva dalla taverna sino alla propria casa, camminando senza timore nella foschia notturna e gelida, distorta dalle luci calde che dalle case si riversavano in strada.
    Era stata una donna senza cuore né pietà quando aveva lasciato il relitto di uomo in cui suo padre si era trasformato col passare anni, poco prima del suo ventiquattresimo compleanno.
    Era andata via, lo aveva lasciato alla matrigna Disperazione, sbattendo la porta senza voltarsi indietro. Sentiva il bisogno di star sola seppur sola realmente non lo era mai, parte integrante di lei era ormai Kilena, gemella all’unisono, senza un volto e senza un corpo, viveva annidandosi fra i suoi pensieri, suggendo dalle sue emozioni e suggerendole quando occorreva emozioni e parole. Così anche quella notte, Kilena manovrava come fili di burattini i suoi pensieri e  le parole crudeli sfuggivano dalle labbra scucite, urlate ridendo al suo vecchio, la frasi danzavano solleticandole il palato, mentre le braccia si allargavano ampie in un gesto che diceva tutto e nulla,  non un invito ad un abbraccio, non un segno di addio; freddo e distaccato poi un ultimo bacio, dato con sdegno ad Andrej che con occhi lacrimosi la supplicava di non infierire ancora sulla sua condizione, di non gettare sale sulle ferite del cuore, di non andar via. Cancellato tutto, un colpo di spugna su una macchia di sporco e suo padre non esisteva più.

    Alla fine della strada Varyena giungeva alla sua casa volutamente silenziosa, priva di suoni e note che nell’aria si diffondevano, ricca di profumi intensi e colori sgargianti che stordivano i sensi inebriandoli ed invadevano lo sguardo in ogni stanza, colmandolo nella loro interezza. Chiudeva i battenti di ferro del portone, due giri di chiave, monotonia dei gesti, rabbrividiva per il contatto col freddo metallo poi lentamente  la lasciava scivolare nella piccola borsetta. Perpetuando le azioni, si avvicinava al basso tavolino di vetro poco dopo l’ingresso e su di esso riponeva la borsa, i fiori odorosi, che prima o poi avrebbero trovato collocazione in un vaso, poi poco curandosi di dove le vesti potessero andare a finire, con gesti lascivi e deliberatamente lenti, ad occhi socchiusi, si liberava dalle stoffe che le coprivano il corpo, spirito libero, fantasma della propria solitudine, conduceva se stessa in uno spettacolo privato, fatto per soddisfare la propria superbia. Varyena mormorava durante quei gesti simili ad una danza, lievi parole come battiti di ciglia, ali di farfalla delicate e allegre, spazzando via dalla sua mente ogni pensiero cupo, cullando Kilena nel suo sonno notturno, attendendo di essere semplicemente se stessa, dirigendo infine i suoi passi in camera dove il suo uomo, l’amante del momento, l’aspettava dormiente come ogni notte da mesi ormai, pronto a soddisfare dopo un bacio o una carezza, in un gioco lungo e complicato, i desideri di entrambi.

    - Palpiti di cuore, desideri di piacere puro e senza vergogne.-

    Il sorriso stampato sul viso di ella che faceva capolino nella camera da letto, veniva accolto da uno sguardo furioso, un marinaio in calzoni a petto nudo, con una bottiglia di vetro contenente un liquido ambrato fra le mani e cocci di vetro sparsi per la stanza, bottiglie e specchi fracassati in uno scempio per gli occhi.
    Lampi di rabbia vividi, dal volto paonazzo e dalle scure iridi dell’uomo che digrignava i denti farfugliando, la spaventavano ed un urlo muto e silenzioso, un appello mentale scaturiva sino alla sorella, a Kilena, affinché le desse in soccorso.
    Irriconoscibile l'amante che, dinanzi alla Varyena nuda e pronta per egli, gesticolava urlando con voce impastata, annebbiato dal liquore bevuto in abbondanza e dal vino e da solo Dio sa cos'altro. Dolore sordo alle tempie, giungeva insieme ad uno schiaffo in pieno sul suo volto impietrito. In bocca solo il sapore del sangue, coscia di dolore, ed ebbra di follia, mentre le parole di Kilena sovrastavano i suoi pensieri turbinando, trasformandola in cagna rabbiosa. Un gesto, un insulto, un invito al massacro, Varyena sputava sul volto del suo uomo, saliva e sangue tentando di arretrare per cercare una via di fuga.
    - Derelitta puttana a  quale demone ti sei donata? -
    Livido di rabbia l'uomo afferrandola per i capelli nel suo fuggire,  senza scampo, la trascinava fra le lenzuola attirandola a sé, premendo il fragile corpo di donna contro il suo, contro il suo rozzo torace, torcendole le braccia fino a farla urlare.
    - Guardami!- urlava strattonandola con più forza – Cupidigia degli uomini! Bastarda di una cortigiana - 
    Le sue orecchie venivano ferite con parole crudeli, mentre il collo dolendole, minacciava di spezzarsi sotto il peso delle mani di quel barbaro ubriaco, che con forza le stringeva la gola togliendole il respiro.
    - Perché non canti più? Non vuoi cantare? Bella! Fremente! Luccicante  come un pugnale! Rosso sangue sulle labbra! Non mi hai amato, mai! MAI! -
    Ubriaco fino al midollo, infieriva su di ella in ogni modo tappandole la bocca per non farla urlare nella ferocia della violenza, trasformando così il rito sensuale ripetuto ogni notte in qualcosa di disgustoso e ripugnante, soddisfacente per Egli.
    - Addio, addio!- Vaneggiava - Mia bella, mia cagna, mia puttana, questa sarà la nostra ultima notte d'amore-
    Le parole venivano biascicate nell’estasi del rapporto, alitate rancide sul suo volto. Varyena boccheggiava in preda all’asfissia alla ricerca d'aria accasciandosi poi semisvenuta, sotto il petto di egli, ansante ed appagato, pronto ad abbandonarsi al sonno, ristoratore ed amico.
    Lunghissima la notte nella quale la tortura della vicinanza di egli pareva non aver mai fine, le ore trascorrevano fino a quando il sole tornava a baciarle le palpebre bussando con delicatezza ad una finestra schiusa.
    Dolorante riprendeva i sensi, compiva movimenti lenti per non svegliarlo, le labbra serrate per evitare di vomitare su di egli tutto il suo odio.
    Nuda e minuta, ascoltava l’idea sinuosa di Kilena farsi strada nella sua mente, con il sangue nelle vene che scorreva avvelenato di rabbia, con un requiem di morte nella testa, sovrastato senza controllo, dalla risata della sorella,
    - Ha detto che è stata la nostra ultima notte Varyena, fate qualcosa.-

    “Qualcosa”

    Pochi secondi per pensare, ancora meno per agire, le sue tempie battevano come le  campane a morto della cattedrale, mentre affondava il coltello sul corpo inerme del suo amante marinaio, avvolto nel sonno. Una volta e poi un’altra, nuovamente senza pietà, infierendo e colpendo un corpo che sentiva come se fosse suo, un corpo che nei mesi aveva imparato ad amare e venerare dimenticando la solitudine, un brivido, un sussulto, poi la macchia rossa iniziava ad allargarsi sulle lenzuola.
     Rideva mentre il volto dell'uomo si contorceva in un ultima smorfia di dolore, ed egli spalancava gli occhi, come se non se l’aspettasse quel gesto dal suo angelo dai capelli rossi,  dalla sua Varyena che seduta su di un angolo del letto lo guardava morire sorridendo, mentre le lenzuola divenivano porpora.
    - La nostra ultima notte... -
    Attimi che parevano ore, nel silenzio alzandosi, per l'ultima volta sfiorava il corpo di egli ormai freddo e distante, devastato dalle lame. Tutti presto avrebbero saputo, ma poco importava.
    Ella non ci sarebbe stata più. Fuggiva, correva via lontano.
    Non più dalle sue labbra le note struggenti, non più la sua voce cristallina nel canto sarebbe risuonata, morta Varyena nella sua gola, con i singhiozzi repressi del suo conturbante pentimento quando Kilena tornava a scivolare nel sonno.
    Tutto il passato serrato nella sua mente, richiamato alla vita a volte, da quella  sorella amica e priva di sentimenti. Avvolta in scure vesti, come vestita in perenne lutto, evita di mostrare il suo volto, la sua tristezza o il sorriso che affiora sulle labbra piene al ricordo di quella notte, lo sguardo ammaliante e disincantato di chi rimane comunque un'assassina.

    Nuova adesso è la città, Venezia, lussuosa ed umida. Perfetta, dice Kilena, per confondersi fra le nobili e le sgualdrine, fra le lavoratrici oneste e le ladre, per vivere nutrendosi delle storie degli altri, farle proprie e recitarle in lei.
    Così Varyena  acquista mille volti e mille nomi, di tutti quelli che conosce e sfiora, apparendo così come un artista di strada, come una nobildonna, incomprensibile e strana, come una donna senza passato, come una amante, una madre, una sorella e una figlia che chi ha dinanzi ha sempre desiderato, ma non ha mai avuto.
    Si mostra così dunque:

    - Sola, nuovamente per Vivere.-

     
  • Come comincia: ... Cosa accadde quando l'eunuco mi comprò?
    Perchè ancora mi duole pensare il passato?

    ...300 donne, rinchiuse in una gabbia dorata. Simili a rari uccelli esotici, a fiori mai visti.
    E’ strano ricordare e descrivere cosa occhi profani possano vedere per la prima volta in quello che dall’alto appare come un immenso castello che si estende in orizzontale, con mille stanze.
    Quello che nell’immediato colpisce è  che ancora oggi rimane in me, è l’intenso profumo che impregna l’aria, un misto di fiori, incensi, oli ed il caratteristico e inconfondibile odore dolciastro e acidulo della pelle delle donne.
    Ci si accorge dei colori e del  lusso nella quale la maggior parte delle concubine vive percorrendo i vasti corridoi che ti addentrano dentro quello scrigno d’oro; colpiscono gli occhi come raggi di sole troppo brillanti, quelle pennellate sui muri così vivaci, quei decori così accesi da apparire irreali: le tende, i morbidi tappeti, i cuscini di seta, in ogni luogo dove si volga lo sguardo c’è qualcosa di luminoso che attira l’attenzione rapendoti in un vorticare di scintillanti bagliori, lasciandosi esausta e nauseata, insolitamente brilla.

    E poi le voci, i sorrisi, gli sguardi maliziosi ed indulgenti delle donne che ti osservano, la loro invidia tangibile, la loro tendenza naturale all’intrigo e persino all’omicidio, visibili, vivi in ogni centimetro di quelle stanze. Loro soppesano con lo sguardo il tuo corpo appena giungi, giudicano, spiano, ridacchiano in un melodioso turbinio di lingue diverse.
    Una sorta di malinconia sopita attraversa come trama invisibile le pareti, sfiora e colpisce le fanciulle languide sui cuscini di raso, tramite le note morbide di un'arpa o di un flauto, le colpisce tutte: cento donne e poi altre cento.

    Alcune di loro erano molto belle, altre brutte, altre ancora mi apparsero come spettri nelle gonne bianche, ampie, con i calzoni pieghettati così diversi a ciò che ero abituata, coi turbanti di garza, le tuniche ricamate e i giubboni ornati di sciarpe multicolori e collane.
    Mi addentravo sempre più nel cuore stesso dell’harem, ed un suono mi colpiva la testa sconvolgendomi, come una martellata pesante e senza pietà data da un fabbro ad un pezzo di metallo: il cigolio ed il tonfo sordo delle porte, alte quindici piedi e spesse un piede, che si chiudevano oltre il mio passaggio.

    Accanto a me, con passo fermo, simile a quello di un uomo, camminava la kiaya, la governante dell’harem,  per scortarmi perentoria in quel mondo assurdo in cui ero stata catapultata: ella avrebbe avuto il compito di educarmi e rendermi una perfetta ed umile gedicli, una schiava, e più avanti forse una kadin, in attesa che nel tempo il califfo potesse notarmi ed eventualmente ingravidarmi.
    Scoprii solo col passare dei mesi che senza neanche volerlo avevo oltrepassato il primo  problema di protocollo di quel mondo. Senza rendermene conto ero salita al primo gradino della rigida gerarchia che vigeva fra le donne dell'harem, non ne compresi mai il vero motivo, il perché di quel salto. Non riesco a spiegarmi tuttora come mai non divenni una semplice odalisca, una gedicli, un’umile addetta alle cucine, una schiava che serviva i pasti per le altre donne; non mi occupai mai del bagno e delle abluzioni delle concubine senza avere alcun diritto di parola nelle questioni. Io ero diversa.

    Avevo l’età di una delle figlie minori del califfo, non ero giovanissima, ma la mia kouss era ancora intatta. Ero una vergine.
    Proseguimmo. La kiaya mi accompagnò nell’hammam; fui spogliata da alcune donne e condotta nella prima camera.
    Trattenni il respiro nel vedere l’alta cupola sopra la mia testa, dalla quale la luce scendeva attraverso centinaia d’aperture rotonde non più grandi del palmo di una mano.
    Fui affidata a tre schiave che cominciarono a prendersi cura di me,  dopo aver tolto dal mio corpo ogni segno di peluria ed avermi ispezionato; stranamente non sentivo imbarazzo alcuno, ma provavo tremendo fastidio nell’attenzione morbosa che tutte quelle donne avevano nei miei confronti.

     Mi avvolsero in una leggera camiciola di mussola che non nascondeva nulla del mio corpo ancora acerbo, cosi simile ancora a quello di una bambina, poi senza alcuna fretta mi condussero nel primo calidario.
    Vidi più di cinquanta donne presenti nella prima camera, alcune avvolte in morbidi drappi, altre no, ed il mio sguardo vagò a lungo su quelle figure così diverse che mai sarebbe parso possibile immaginarle. Vi erano matrone dalle forme opulente, alte, con occhi scuri, labbra tumide e narici dilatate, aristocratiche nei loro molli gesti, ed anche ragazze di pochi anni più grandi di me a quel tempo, dai seni alti e sodi, i busti allungati e le gambe simili a quelle di un’adolescente, ed altre ancora piccole e grassottelle con la figura, gli occhi, il naso e bocca egualmente tondi, infantili e rassegnate tanto da apparire simili a balocchi.
    Tutte spettegolavano allegramente con occhi  astuti e capricciosi.
    Mi condussero da una camera ad un'altra, dal caldo insopportabile alle vasche rinfrescanti, alle docce tiepide, al vapore che toglieva il respiro. Ero la loro bambola, il loro nuovo gioco, la novità straniera con la quale svagarsi un po’.
    Passò un tempo che mi parve un’infinità mi vestirono con babbucce bianche ai piedi ed una tunica ricamata d’oro, sopra una camiciola di lino finissimo, mi sciolsero i capelli e li profumarono con olii poi mi diedero un piccolo copricapo rotondo ed aderente ricamato di perline. Mi sentivo una di quelle stupide marionette che addobbano gli scenari ed i palcoscenici per sollazzare la gente.
    Ero frustrata e sconvolta e dentro di me infuriava una tempesta, i miei pensieri si scontravano con le idee e quando fissavo quelle giovani donne sorridenti immaginavo il loro viso putrefarsi e le loro ossa sciogliersi nel tempo, era un incubo melenso dalla quale non potevo uscire, volevo fare la carnefice, volevo essere il serpente che distrugge il nido,  volevo che gridassero di dolore e che fossero mortificate nel corpo e nell’animo, placavo la mia disperazione con la rabbia e restavo imperterrita, pietrificata, chiusa nel mio mutismo.
    Da quello che potevo vedere, le altre donne, non soffrivano della loro condizione d’uccelli in gabbia, anzi ne godevano e se ne pavoneggiavano, trascorrendo mollemente le ore nel dedicarsi alla loro persona e nel rendersi migliori ed interessanti agli occhi del califfo, anche se le attenzioni di egli, probabilmente mai si sarebbero posate su di loro. Le donnine ci tentavano, ci speravano, vivevano in agognata attesa che un giorno il fazzoletto dell’uomo che deteneva il potere di vita e di morte, gli venisse recapitato o potesse cadere ai loro piedi innalzandole al rango di gozde per poter dunque passare una notte con lui.
    Era la loro unica aspirazione, gongolavano nel tedio che sono certa mi avrebbe ucciso se solo avessi permesso ad esso di afferrarmi.
    Barricata dietro il muro di silenzio eretto, decisa a rimanere in quello stato tutto il tempo che occorreva, almeno fin quando non mi fosse stata chiara la situazione, fin quando non avessi appianato le mie idee ingarbugliate e avessi deciso come agire in merito a tutto.
    Non potevo far a meno di fissare con disprezzo tutte quelle figure femminili che da quel giorno nell’hammam per altri otto lunghi anni mi avrebbero attorniato, facendo in qualche modo parte della mia vita. 

    Da quella  notte cercai  la maniera migliore per sentirmi viva in qualche modo e se questo implicava il farlo soffrire sarei diventata il loro strumento di tortura.
    Non desideravo la loro gentilezza, né le loro attenzioni, né la loro eventuale amicizia. Volevo rimanere da sola.

    La kiaya mi accompagnò in una sala ampia e lunga con finestre su entrambi i lati: al centro c’erano file di cassapanche dipinte. La luce penetrava in fasci obliqui dalle finestre e la sala era molto spoglia rispetto a ciò che gia avevo visto, il pavimento nudo; allo stesso modo c’era comunque il brusio di voci e lingue diverse che accompagnava ogni singolo metro dell’harem.
    Ella mi portò in disparte e mi fece spogliare per l’ennesima volta, suo compito era valutare se la merce appena acquistata, se la kouss cosi preziosa, era realmente intatta o se chi aveva acquistato la mia verginità per donarla al califfo era stato raggirato.
    Mi avevano comprato solamente per quel motivo, non importava loro se fossi stata sorda, muta, cieca o altro, sarebbe stato un particolare che avrebbe arricchito la mia persona distinguendomi dalle altre, ero come una bambola di quel raro materiale, il vetro, fragile e pronta a rompersi in mille pezzi, pensavano che fossi chiara e trasparente e riflettessi la luce, ma non sapevano, non potevano neanche immaginare che sarei stata per loro la rovina.

     

    Una scheggia di vetro tagliente che nelle mani sbagliate poteva procurare enormi ferite. Dovevano solo prendermi, afferrare quel bicchiere che credevano di aver comprato per brindare ai loro successi e romperne il fragile stelo.
    E se non fossi stata un dono interessante? Avrei potuto passare il resto dei miei giorni alle cucine come gedicli, finire in isolamento nel palazzo delle lacrime, essere condannata a morte, rimettermi semplicemente alle decisioni del califfo, di certo non sarei potuta trovarmi qui a scrivere.
    Rimasi immobile durante quel contatto con la kyaya, assolutamente silenziosa e inerme, continuavo a fissare la sua nuca, come se non vedessi nulla, come se fossi distante in un altro luogo ed in un altro tempo, con rabbia crescente facilmente celata, mentre le  mani callose dell’anziana guardiana, mi frugavano in cerca di un piccolo difetto.
    Quando ella parve soddisfatta ed annui a se stessa borbottando  in una lingua che ancora non conoscevo, fui  condotta lungo un ampio corridoio fino ad una stanzetta molto piccola e angusta e là giunta,  costretta a bere un intruglio nauseabondo, che  mi addormentò i sensi e la mente facendomi scivolare in un sonno agitato, ricco di suggestioni, visioni, ombre e paure.
    Ne sono certa urlai, con quanto fiato avevo in gola, perché il dolore era troppo forte anche per la  mente ottenebrata, livido ed intenso come un tizzone di fuoco che brucia la pelle. Non potevo muovermi, cantilenai parole sconnesse per placare il dolore, come facevo da bambina quando mio padre sfogava su di me la sua collera,lentamente, qualcosa di comprensibile solo a me affiorava e poi sprofondava nel buio, fomentava e teneva viva la rabbia e la voglia di vendetta. Persi i sensi o mi addormentai, non ne sono certa. Tutto era nero e rosso allo stesso tempo e le voci, le voci di donna, che poi imparai a riconoscere una per una erano talmente lontane e confuse, vi era il  vuoto, ed il mio corpo talmente freddo  che pensai di stare finalmente per morire.
    La campana di legno annunciò il sorgere del primo sole e in seguito di mille altre albe ancora, segnò il tramonto, scandì l’ora del pasto e quella della preghiera, delle fantasticherie e del coprifuoco, sempre alle stesse ore.
    Tutti i padiglioni erano di legno dipinto con foglie d’oro e aperti al cielo, e le finestre si aprivano su splendide vedute. I cortili interni erano un’alternanza di luce e di ombra, di fontane, pozzi, sorgenti, orizzonti incorniciati dalla filigrana delicata delle finestre a grate e dalle porte ad arco. Gli alberi centenari, scuri cipressi e platani chiari, davano un’illusione di spazio, le terrazze ed i giardini e tutto intorno il mare, infinito, variabile, ad ogni momento del giorno e della notte, che cambiava con le maree, le ore e la luce… il mare, l’unico elemento davvero libero.

     
  • 07 aprile 2007
    All'ombra della Morte

    Come comincia: Una storia di rabbia e dolore.
    Una storia di sopraffazione, la mia, quella di una  bambina divenuta infine donna, dai grandi occhi scuri come polle d’acqua profonde nella notte.
    Un’ostinata selvaggia, diceva mio padre, cresciuta senza regole e senza un‘adeguata educazione.
    Una ragazzina ossuta e  poco femminile, ero io per mia madre, lei lo ripeteva sempre; una nobile castellana con una figlia impossibile, lei, consorte di un marito padrone, lei con molti altri figli più rispettosi di certo alla quale badare.
    Lei: consumata dalla morte. Infine.
    Ero una bella ragazza, focosa e determinata per Erin il mio promesso, decisa la nostra unione da entrambe le famiglie quando aveva poco meno di sei anni. Questo era ciò che egli sapeva, questo è quanto gli avevano raccontato di me nel corso degli anni.
    Ed adesso cosa sono diventata?
    Cosa rimane di una bimba che sognava di divenire una principessa guerriera, come nelle più belle favole, quando si perde tutto ciò che si ha cosa resta, se non la rabbia, la cattiveria prima sopita e quel sensuale e appagante piacere che si prova nel vendicarsi e  far del male a chi ti toglie ogni cosa per sempre?
    Cosa, dunque adesso?
    Una donna fredda, distante, un monolite di pietra scura, seducente forse, nella sua bellezza priva di canoni fissi, molti gli amanti che l’hanno detto, con un modo di fare erotico, con gesti apparentemente laconici e calmi, sottilmente allarmanti, equivoca, provocatrice, un diabolico labirinto di specchi, un intrico di rami contorti, un caleidoscopio che riflette sempre la stessa immagine, ogni volta da prospettive differenti, deforme, distorta, tanti aspetti capaci di restituire ad ogni modo una visione a tutto tondo.
    Sfuggente e fragile, attraente e sinistra, fino a provocare la repulsione nella gente (quanto odio sento piacevolmente attorno a me?), ma ugualmente desiderabile, esile e pallida, ossuta. Maestra nell’avvolgere sempre di più strettamente le vittime che desidero e amo, fra le ombre ovattate e languide, possessive, che da tempo ormai mi stringono in spire mortali.
    Ardente e passionale se voglio, se razionalmente decido di farlo, per poter raccogliere torpori inquieti, dolcezze malate e folli.
    Mostruosa e forte, (tutto ciò mi spaventa?), colma di potere, come può esserlo solo il Male, accanita e caparbia nel mio demoniaco compito, per la Morte, per l’Oscura mi mostro, tuttavia, docile languida, come una creatura sospirosa e fragile, coperta da un velo di malinconia quasi stanco: il preludio di una fine che si rivela inesorabile prima ancora che per le mie vittime, per me stessa.
    Seduco per la morte e dalla morte sono sedotta in un gioco macabro di specchi e labirinti.
    Un fascino ineffabile e potente, quanto mortale, che si consuma nella pozza scura dei miei occhi.
    Mortale sì: per chi giunge e soccombe, trascinato da questa spirale di doppiezza ed ambiguità che adesso mi caratterizza, perennemente in contrasto tra pietà e paura, disgusto e inesorabile attrazione, che rendono ogni volta più sfumate ed incerte le linee di confine tra Bene e Male, realtà e sogno.
    Come può un ramoscello divenire tronco che abbatte?
    Un uccellino piumato divenire predatore?
    Possono gli avvenimenti della vita trasformare il bianco in nero o vi è già del nero sotto una crosta bianca di sale?
    Non è da molto tempo che tutto è iniziato, io sono stata la pietruzza che è scivolata nel baratro del pozzo, cadendo sempre più giù, in fondo.
    Un’infanzia tormentata, contrasti e discussioni, un villaggio ed un enorme maniero.
    Non ho molti altri ricordi, credo di aver deciso da tempo di celarli a me stessa, di rimuoverli completamente dai pensieri della mia mente. Venivo picchiata, da bambina testarda che non accetta alcun consiglio dagli adulti, non ero molto benvoluta dalla gente che lavorava al servizio di mio padre; tutti dovevano e volevano educarmi ad essere servile per divenire una perfetta castellana, una futura moglie ed un'amorevole madre.
    Erin, lui è solo un puntolino grigio in un angolo minuscolo della mia mente, un ragazzo smilzo e noioso, il mio futuro e promesso sposo. Alle due famiglie la nostra unione avrebbe portato enormi vantaggi e ricchezze e molte terre.

    ***

    Erin giunse nella mia dimora accompagnato da una scorta, due giorni prima del mio dodicesimo compleanno per ufficializzare la nostra unione, per chiedere formalmente la mia mano. Questo accadde prima che tutto avesse inizio.
    Non sò quali sentimenti io provassi per lui a quel tempo,  lo avevo visto solo due volte prima di allora, durante due delle feste ufficiale e la prima volta ero addirittura troppo piccola per ricordarlo. Indifferenza forse, un destino già deciso dal giorno in cui ero nata non mi scalfiva di certo, le costrizioni però mi infastidivano e rendevano me, un’adolescente irascibile.
    Quattro giorni dopo la festa di Sahmain una violenta discussione, l’ennesima con mia madre e due delle mie sorelle più piccole. Imposizioni su imposizioni non riuscivo a sopportarlo, lasciai la mia casa livida di rabbia, infuriata per le loro idee e decisioni sulla mia persona, mi sentivo ancora una bambina e loro desideravano che divenissi una donna in pochi giorni.
    Correvo nel bosco, ettari ed ettari di verde e di silenzio, correvo lasciandomi alle spalle le liti, le urla, le percosse ricevute.
    Sapevo che mi avrebbero cercato, ero certa che avrebbero passato la notte a chiedersi dove fossi finita, ma non mi importava, era già successo altre volte, quando sarei tornata mi avrebbero nuovamente picchiato, ma non aveva importanza nemmeno quello.
    Due giorni trascorsero e della mia famiglia nessuna traccia, mangiavo ciò che trovavo, ciò che il bosco mi offriva pur essendo una stagione rigida, bacche e frutti, ero stanca ed infreddolita, ma troppo testarda e tenace per abbassare la cresta e ritornare.
    Un pomeriggio, il terzo dal giorno dalla mia fuga, riposavo sotto una quercia, riparandomi dal vento che si era levato ormai da ore preannunciando un temporale, non ebbi il tempo nemmeno di rendermi realmente conto di cosa stesse accadendo quando mi sentii afferrare da  tre uomini. Una stretta brutale ai polsi ed alla  vita, il dolore che esplodeva nella mia testa a causa di un pesante pugno al volto, una nebbia rossastra che circondava i miei pensieri. Non mi servì a nulla inveire contro di loro, scalciare, mordergli mani, se non a farli ridere di più ed a farli godere nel picchiarmi ancora, iniziai a sentire il sapore del mio sangue in bocca seguito infine da un’idea che nata in quell’istante turbava la mia mente.
    Se mi fossi chiusa in me stessa avrei sentito meno dolore? 
    Se avessi finto di essere remissiva, avrei placato il loro  essere bestiali e sarei sopravvissuta.
    Misi in atto ciò mentre mi trascinavano verso il maniero, verso la casa dove avevo vissuto la mia infanzia, dove coloro che mi avevano cresciuto vivevano, ed un acre odore di fumo e carne bruciata mi giunse alle narici facendomi rivoltare lo stomaco; alcune capanne dei contadini non erano che cenere, dinanzi all’ampio e massiccio portone del maniero vi erano mobili rotti, pergamene bruciate, vesti lacere e sangue: sangue da ogni parte.
    Non una smorfia, né una lacrima sconvolse il mio viso.
    Non potevo crollare, non desideravo farlo e la vista dei miei genitori e dei miei fratelli in catene mi diede un inaspettato e sconvolgente moto di gioia. Rimasi senza fiato per lunghi istanti, attonita, poi le mie labbra si incresparono in un vago ed ebete sorriso, una sorta di liberazione definitiva dalle loro angherie pensai, era dunque giunta. Mia madre mi guardò con occhi lucidi e imploranti, ma io volsi lo sguardo. Osservavo intorno a me ogni particolare per imprimerlo nella mente per sempre, razionalizzavo, pensavo e cercavo un modo per uscire vincitrice da quella situazione.
    Potevo perdere la battaglia, ma di certo non la guerra.
    Misero in catene anche me, ero pesta e dolorante, ma al momento non me ne curavo.
     Fra i prigionieri vi era anche Erin, legato col viso gonfio e gli occhi arrossati di pianto, frignava come un bambino ed  il vederlo così mi disgustava, giurai a me stessa che mai mi sarei concessa ad uomini che non erano degni di appartenere a quel sesso.
    Nel salone principale una banda di sassoni banchettava con le nostre provviste, sghignazzavano paghi del loro bottino. Venni trascinata fin davanti ai piedi di un uomo, il loro capo, biondo e grasso, con una lunga barba incolta, il viso rubicondo dalla troppa birra bevuta: fui costretta ad inginocchiarmi dinanzi a lui da uno dei suoi uomini come nuova preda, come animale catturato; non parlai, alzai semplicemente il capo per fissarlo, con aria di sfida, in reazione a ciò ricevetti un sonoro ceffone e la mia espressione di odio lo fece  scoppiare a ridere, sentivo il sapore ferroso del sangue in bocca mentre egli faceva cenno al suo uomo affinché mi conducesse in un angolo, legata come una cagna.
    Tutto adesso mi appare chiaro alla mente, i miei ricordi… mi occorre semplicemente chiudere gli occhi per avere una verosimile raffigurazione della sala e di ciò che quel giorno, io giovane e spaventata seppur spavalda, avevo intorno.
    Sasso dopo sasso eressi un muro, chiusi persino le crepe più piccole e insignificanti del mio essere; gelo misto al dolore ed ad uno strano senso di appagamento nell’essere finalmente da sola, sola ed unica nella mia esistenza,  giunsi finanche a determinare i nuovi valori della mia vita.
    Me stessa prima di tutto, sopra ogni cosa. Io, le mie pulsioni, i miei desideri e il mio senso di grandezza che dilagava prepotentemente spazzando via tutti gli argini che col trascorrere degli anni mi avevano costruito intorno.
    Niente in quei giorni riuscì a scuotermi esteriormente, più di quanto in verità non lo ero nell’anima, dentro di me infuriava una tempesta, fuori vi era il mare placido.
    Né le torture agli uomini, fatte per il sollazzo dei briganti, né i gemiti dei miei familiari, né la loro agonia fino al sopraggiungere della morte che da giorni incombeva con il suo puzzo, in ogni angolo della sala.
    Legata in un angolo, osservavo silenziosa  lo svolgersi degli eventi.
    Una risata troppo rauca, una manata data con forza alla natica di una serva, un cane che latrava dalle cucine, una musica fastidiosa, troppo melensa per la situazione e per le mie orecchie mortificate dalle urla di chi come me era ancora vivo e  prigioniero, il suono riempiva la stanza strappato da una armonica rudimentale suonata da uno degli uomini.
    Ballavano i briganti ubriachi, danzavano allegri e macabri, sornioni come i gatti che sbranano i topi dopo aver giocato con loro, girovagavano per le stanze del maniero saccheggiandole di ogni suo avere, nelle camere padronali avevano trovato una cospicua somma  che gli avrebbe assicurato una buona rendita per gli anni a venire e adesso contavano quei denari, soppesavano i gioielli, ammiravano i candelabri, le ciotole, gli arazzi, mentre i miei familiari gelidi e ammucchiati in un angolo come stracci smessi, iniziavano ad emanare il sentore della putrefazione ed erano lauto pasto per mosche e ratti.
    Frignavano le altre donne, le serve sopravvissute obbligate a servire i ladri, alcune legate come me, inciampavano di tanto in tanto coi vassoi colmi di cibo attirando su di loro gli scoppi d'ilarità della combriccola, erano state maltrattate, erano seminude e piene di lividi,  erano probabilmente già gravide, violentate quella prima notte di soggiorno dai nostri villici visitatori; dal mio angolo riuscivo ad immaginare la scena e le loro pietose suppliche.
    Ero combattuta, il mio spirito si lanciava verso qualcosa che mai avevo pensato, desideroso ad unirsi a quei maltrattamenti, a quei bestiali soprusi; volevo divenire da vittima a carnefice, desideravo far del male anch'io per ripagarmi da anni di angherie, poi d'improvviso la corrente del mio pensiero cambiava il suo corso e desideravo che la morte giungesse anche per me, prima che mi fosse riservata la stessa sorte delle altre vittime, cambiavo umore come una dama cambia il suo abito, idee contrastanti affollavano la mia mente, non sapevo nemmeno cosa volere.
    Pregavo che arrivasse la morte veloce e senza dolore in ogni istante lucido della mia giornata, poi mi lasciavo andare al delirio e desideravo che la Signora giungesse a me nella maniera peggiore, che mi facesse soffrire più di come soffrivo, che tutto fosse atroce e potesse distruggere il muro che si era creato dentro il mio corpo, che fosse violenta magari, in modo da poter spazzare tutto con le lacrime, ma ogni mio pensiero era comunque invano, serviva semplicemente a far scorrere il tempo più in fretta.
    Nessuno arrivava a portarmi via, né la morte, né un azzurro principe delle favole e nessuno si avvicinava a me e mi faceva del male.
    Certo, ero trattata da prigioniera, ero legata, soffrivo la fame, ma a parte qualche pesante schiaffo assestato sul mio viso e sul mio corpo in malo modo, nessuno posava gli occhi colmi di cupidigia su di me.
    Iniziai a chiedermi cosa avessi di sbagliato, di diverso rispetto agli altri, alle serve formose, che di certo da lì a pochi mesi avrebbero messo al mondo figli bastardi, alle mie sorelle, bambole rigide e fredde, ormai morte da giorni semplicemente perché erano le figlie del padrone.
    Iniziai a chiedermi se sapessero realmente chi fossi, iniziai a chiedermi perché mi riservavano questo diverso trattamento, cosa li divertiva, cosa li allarmava, se fosse il mio corpo gracile e per questo ripugnante, il mio sguardo duro o semplicemente la mia persona a tenere lontane le loro voglie, ma ogni scelta che la mia mente faceva mi pareva improbabile ed assurdamente ridicola.
    In quei giorni ancora non capivo quanto in verità potessero guadagnare nel mantenermi intatta, avevo appena dodici anni, ero molto ingenua.

    ***

    Trascorsero circa due settimane, non so bene con esattezza: alternavo momenti di veglia e pensieri chiari a momenti di pura trance indotta, dalla disperazione forse, dalla determinazione o da qualcosa di più grande… chi può dirlo cosa già da allora era stato scelto per me, per il mio futuro; poi una delle tante mattine piovose la ciurmaglia di uomini decise di andarsene a razziare qualche altra proprietà.
    Mi trascinarono con loro, ne fui felice, sempre meglio che marcire alla dimora, dove ormai chi conoscevo era morto, era storpiato o semplicemente trattato da schiavo.
    Stavo male, vomitavo il poco cibo che avevo ingerito, i tozzi di pane raffermo che avevo mi avevano gettato e che avevo ingurgitato violentando il mio stomaco, probabilmente avevo la febbre, a fatica riuscivo a mantenere il silenzio che mi ero imposta ed il condegno determinato, con la poca volontà che mi era rimasta riuscivo ancora a mostrarmi come qualcosa di solido, come un giunco, fragile, fragilissimo, che si piega, ma di certo non si spezza.
    Settantotto giorni senza una parola, (lo seppi soltanto dopo…), quando feci il conto a quei tempi, mi parse davvero strano, assurdo, inconcepibile, adesso invece sembra che neanche ci faccia più caso, a volte mi appare davvero superfluo il suono della voce, troppo stridulo, troppo irruento e troppo spesso fastidioso.
    Giungemmo in un porto, io insieme ad altre tre donne della quale non seppi in alcun modo la fine, quattro bambini ed una decina di uomini.
    Il vociare, la confusione e gli odori  attorno a me mi davano la nausea, poco dopo ad essa si unì  lo sfinimento fisico; ricordo che quel giorno svenni più volte, qualcuno mi sosteneva, per quanto lo odiassi non riuscivo ad impedirlo, infine confusa e dolorante ripresi coscienza e mi risvegliai su di una nave in mare aperto. Sentivo le onde rollare sotto le assi e il ronzio di suoni e voci di molte altre persone vicino a me, c'era inoltre un odore rancido che permeava nella stanza.
    Ero stata venduta.

    ***

    Non desidero riportare ancora i giorni ormai  scoloriti nella memoria del mio viaggio in mare, i volti sofferenti ed esterrefatti degli altri prigionieri, le strette catene, la fame, i ratti e tutti gli orrori, e la morte così vicina che mieteva vittime su vittime, che prendeva senza una parola i miei compagni di viaggio. L'abbracciarono in tanti, se ne andarono colmi di orrore e dolore con lievi lamenti, come animali feriti. Io rimasi lì rannicchiata, annichilita dentro dal mio dolore, senza che nulla riuscisse a spezzarmi, chi parlava la mia lingua nella stiva discuteva a bassa voce della loro futura sorte, chi parlava pensava che fossi muta e sorda, pensava che non capissi, che fossi una stupida. Dopo alcuni giorni in cui fallirono tutti i loro tentativi di dialogo ed approccio mi ignorarono, ed io li assecondai preferendo il silenzio e la concentrazione, la ricerca dei miei pensieri e dei miei nuovi scopi nelle lunghe ore di attesa, probabilmente se avessi voluto parlare non sarei stata in grado di farlo, tanto il trauma aveva devastato il mio essere. Per tutta la durata della traversata rimasi silenziosa e cercai di essere vigile e sorprendentemente lucida, per quanto le forze lo consentissero.
    E poi ancora alla luce del sole dopo giorni e giorni, altri viaggi, carovane, ancora prigionieri e catene, lingue e posti sconosciuti, uomini dalla pelle scura, donne minute e tonde col viso e i capelli coperti da veli ed un caldo soffocante che mi lasciava senza fiato e faceva tornare in me l’immensa voglia di abbracciare nel gelo l’oscura Signora che tutti in cuor loro chiamavano ed alcuni addirittura invocavano.
     Pensavo di poter crollare da un momento all'altro, ma vi era qualcosa dentro di me che mi impediva di farlo, la rabbia, che mi divorava le viscere impedendomi di diventare sabbia del deserto, piccola, insignificante e scivolosa fra le mani. Cambiai padroni più volte, fui venduta da un mercante ad un altro, tanto che alla fine realmente non seppero se fossi in grado di parlare o se fossi realmente una succube muta, capivo di questo erano certi, ero una ragazzina sveglia e per questo probabilmente i denari attorno a me circolavano.
    Poi giunse un’ ultimo padrone alla quale fui venduta ed osannata come se fossi un bel fiore.
    - Ed ecco la nostra perla,  il nostro fiore del nord, la nostra bellezza esotica del mare glaciale.
    Ammirate la sua pelle chiara e gli occhi scuri. Vi assicuro signore, non vi è donna più silenziosa, remissiva  e pronta ad ogni voglia e desiderio, guardate la sua bellezza acerba di chi fra qualche anno diventerà armonia preziosa. Il vostro padrone non resterà deluso. E’ muta, ma è sveglia, cosa può desiderare un uomo di più?-
    Mi descrisse così il mercante agli occhi dell’eunuco dinanzi a me pronto a comprarmi.
     L’effeminato servo parve soddisfatto e fu in un harem che si concluse la prima parte del mio viaggio.

     
  • 17 marzo 2007
    Per mia Madre

    Come comincia: Cara Madre,
    sono conscia che la mia voce è cosi lontana che a stento riuscite a udirne il flebile sussurro. Il buio di questa grotta mi penetra giorno dopo giorno nelle ossa, nella testa. Non ho più forza di piangere, non ho forza di reagire. Mi mancate tanto...
    Sapete Madre, durante un lungo interminabile giorno dove sono rimasta da sola e senza cibo osservavo le acque scure del lago, che nascondono chissà quali misteri, il loro infrangersi lento e monotono sulla riva e senza rendermene conto devo essere scivolata nel sonno. Vi ho sognato Madre.
    Nel mio viaggio onirico vi eravate voi, ridente come quando cavalcavate i vostri cavalli, con la risata cristallina mentre correvate come un uomo, con i capelli rossi al vento, così simili ai miei, fra la gioia e i sorrisi di coloro che vi amavano e che vi amano ancora.
     Vi ho sognato con i cavalli che tanto amo e odio, con quegli animali fieri che creano in me sentimenti contrastanti.
    Ricordate come vi venivo dietro per i campi attaccata alle vostre gonne? Come anche a me piaceva cavalcare?
    (Elastir, bianco destriero... è lì vicino a voi adesso?)
    Non sono riuscita a montare più su di uno di essi dal giorno della vostra morte, da quando vi hanno portato via, dalla mattina in cui vi abbiamo trovato con quel sorriso dolce ed enigmatico così pieno di promesse. Madre perché? Perché siete andata via? Perché la vita è cosi crudele con me? Cosa ho fatto di terribile?
    Con stupefacente angoscia stringo fra le mani la pietra che tenevate al collo, essa è sempre con me, la piccola pietra senza alcun valore di cui voi eravate tanto gelosa, nessuna l'ha mai vista madre, la tengo fra le vesti con un lungo laccio, per gli altri non avrebbe comunque alcuna importanza, ma mi lega a voi, al vostro ricordo e mi dà conforto.
    Sono andata via dalle nostre terre poiché il dolore di vedere la nostra casa vuota, la nostra famiglia, un tempo serena, ormai distrutta mi soffocava, mi toglieva il fiato, non riusciva a farmi aprire gli occhi senza che essi fossero colmi di lacrime, sapeste quanti fiori ho piantato sul vostro giaciglio... dovreste vedere come erano profumati e colorati.
    Poi un giorno sono giunti due uomini, dopo alcuni mesi dalla partenza di nostro padre, mi dissero che avevano il suo corpo.
    Egli era partito nonostante le mie suppliche, cercava il vostro assassino... non riusciva a rassegnarsi che fosse stato tutto un incidente, vi amava alla follia egli, come vi amavamo noi. Ed allora rimanemmo da sole. Io e la vostra piccola Varienne.
    Perdonatemi madre se quanto insieme a voi, sul giaciglio di umida terra è giunto anche vostro marito, mio adorato padre, ed ho piantato fiori anche per lui, non sono rimasta a vederli crescere. Perdonatemi se non ce l'ho fatta e sono andata via.
    Adesso che sono sola e ho tanto tempo per riflettere, me ne rammarico. Non dovevo lasciare il villaggio né la nostra gente. Adesso sono sola. Abbandonata a me stessa.
    Dovete sapere madre che il vostro piccolo gioiello è divenuta adulta, Varienne adesso è una sacerdotessa, è lontana, mi manca, ma ogni tanto mi appare in sogno sono cosi contenta che non sia in pericolo e stia bene. Varienne sorella mia, ti voglio bene... sempre e comunque, qualsiasi cosa mi possa accadere.
    Ed io? La vostra figlia buona e laboriosa, come sono finita? Cosa faccio? Non mi dicevate sempre che avrei avuto un futuro luminoso?
     Perché Madre ogni volta che cerco di afferrare la felicità mi sfugge, gettandomi dentro un baratro?
     Un pozzo sempre più buio, sempre più profondo. Sola. Non so cosa accade al di fuori di questa piccola ed umida grotta, non so quando l'uomo che mi tiene rinchiusa si annoierà di me e quando quel momento arriverà pregherò la Dea affinché mi uccida in fretta senza abusare di me.
    Sono giunta su queste terre e tutto mi appariva scuro, vi era solo un puntino a illuminare il mio cielo nero, era lui, una piccola stella destinata a cadere poco dopo,ingannandomi e facendomi soffrire. Sono stata una sciocca Madre, egli aveva un'anima dannata ed io non sono riuscita a vederlo.
     I rosei sogni dell'amore, come posso ancora crederci?
    Il mio cuore dolente si era aperto a poco a poco, il lavoro mi aveva aiutato, il gettarmi anima e corpo nei piccoli progetti che tanto amo, e la congrega... la mia nuova famiglia.
    Era giunto il sole, una nuova vita, la serenità, il desiderio di figli. Ci pensate Madre? La vostra piccola Shemye con un bambino da amare? Non era il vostro desiderio fin da quando ero ancora piccola?
    Ed adesso? Rapita. Segregata, per rivivere di nuovo un incubo, in forma ed in maniera diversa, ma pur sempre un terrile e nebuloso incubo.
    La prima volta ho perso il mio compagno, Elverelith, il mio promesso sposo, viva e salva per grazia divina, fuggita con la calata delle nebbie, confusa. Non tento nemmeno di ricordare cosa mi è accaduto.
     Adesso invece cosa perderò? Non ho più nulla se non la mia vita, le mie mani e la mia voce, che nelle ore di solitudine mi tiene compagnia, facendo sì che non impazzisca e tenti per questo gesti folli.
    Scappare? Come posso... Quanto dista la terra ferma dalle acque scure? Cosa c'è fuori da questa grotta? So di essere sull'isola, ma morire a causa della stanchezza nelle alte acque? E' questo il mio destino?
    E se non morissi, se quell'uomo riuscisse nuovamente a prendermi, cosa il futuro mi riserva?
    Madre ho tanta paura. Paura di non farcela.
    Vi supplico vegliate su di me e datemi la forza di continuare a vivere.
    Vostra Shemye