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Autore

Elisabetta Raimondi

in archivio dal 09 set 2006

13 aprile 1992, Milano

01 febbraio 2007

29.03.2006

Intro: Paura di innamorarsi, di soffrire, di perdersi nell’altro. Ma poi perché, se la cosa più naturale del mondo è l’amore? Storia di una rinascita, di un buio che sembrava infinito… finché non viene trafitto da un raggio di sole.

Il racconto

Giorno: 29.3.06


Brutti ricordi mi tornano in mente: lui, la sua lettera, la sua schiena. Cosa c’entra la schiena? Se ne è andato, per sempre. È arrivato, mi ha dato un foglio e, senza neanche guardarmi o parlarmi, se ne è andato. Ho subito capito che quel pezzo di carta era la fine di quello che era nato tra noi. Infatti: mi ha lasciata. Una stretta al cuore: la luce dei miei giorni si era oscurata, di botto. La felicità che coronava i giorni in cui lui era “il mio fidanzato” è scomparsa di botto. Avevo già avuto altre storie, ma nessuna di queste mi ha fatto così male. Caccio i ricordi in fondo alla mente: devo velocizzarmi se voglio arrivare in tempo all’appuntamento con Elena, la mia migliore amica. Mi vesto e velocemente esco di casa. Il tratto tra casa e il posto dell’appuntamento è lungo e i ricordi riaffiorano: il dolore, la promessa di non innamorarmi più perché “tutto è una burla e io sono solo l’oggetto delle prese in giro”, l’astio per i maschi. Non volevo assolutamente un nuovo ragazzo perché, conoscendomi, mi sarei aperta totalmente e ciò si sarebbe poi rivoltato contro di me non appena “lui” mi avesse lasciato. Perché succede: tutto ha un inizio e una fine. Peccato che con me si arrivasse subito alla fine e tutti i possibili stadi intermedi venivano inspiegabilmente saltati.

 

Salgo sul tram e trovo posto di fronte al finestrino, vuoto per poter guardare di fronte a me il paesaggio. Mi piace tanto questa zona: i bastioni. Neanche una fermata e mi si siedono di fronte due ragazzi, innamorati. Vorrei dire a lei che tutto è una burla, che prima o poi soffrirà per colpa della persona a cui adesso cerca di prendere la mano. Mi concentro sulle loro mani: cercano di trovarsi e si intrecciano appena si incontrano. Gli sguardi: in cerca di attenzione, di conforto. I baci. Non me li ricordavo. Comincio a sentirmi allegra, desiderosa di provare anche io quello che adesso stanno provando loro. Ragiono sulla mia promessa: ho davvero paura di questi gesti teneri, affettuosi? Forse. Oppure no. La cosa che più mi da fastidio è soffrire, essere lasciata, fare la figura della mongola davanti a tutti. Posso quindi innamorarmi ancora. Ma brucia ancora la delusione e il rimorso della lettera di un mese fa. Però a vedere quei ragazzi vengo contagiata. Mi rallegro. Ho deciso: ho voglia di innamorarmi, di provare ancora una volta la sensazione di felicità improvvisa e totale. Ancora un po’ di tempo e riuscirò anche a dimenticare il dolore. Ho voglia di innamorarmi.

 

La mia fermata. Scendo. “ciao Ele, devo dirti una cosa importante”

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