Poesie di Emilia Filocamo su Aphorism.it

username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 18 feb 2011

Emilia Filocamo

13 febbraio 1977, Pompei
Segni particolari: Ho la temperatura corporea di un licantropo.
Mi descrivo così: Scrivere è tutta la mia vita. Wolfskin , in uscita nel 2014, è il film tratto dalla mia fantasy novel. Diretto  da un giovane regista americano di horror e thriller, è ambientato fra l'Abruzzo e Spoleto ed è il  primo capitolo  di una saga di streghe e licantropi. 

  • Detesto del pomeriggio il pomeriggio,
    ed il gre gre di valigie, di case da asporto
    su rotule artificiali  che battono asfalti,
    poi pavimenti di navi e poi ancora
    piazze, rodei di destinazioni in cui
    non ho posto. Detesto la lanugine
    dell'afa dopo il pranzo, i piatti
    scrostati come pidocchi dal
    cuoio delle tavole, cerchioni da
    riciclare, dischi e volanti, manubri,
    e le forchette accavallate, bambine
    di ferro e la finta diplomazia delle
    lame chiamate a violare tranci,
    molliche, interi, nodi e, missione
    di spicco, i chiassosi pappagalli
    dell'ultimo packaging. Detesto del pomeriggio
    lo stretching fino alla sera, era bello
    abbandonarsi al buio qualche frazione
    dopo il mattino, sentirselo addosso
    vorace, impaziente, amante tenuto
    a dieta di pelle per troppo tempo.
    Detesto pensarti con questo
    pensiero che non accetta tregue,
    che un giorno è tutto baldanza e
    self control ed un giovedì dopo
    sta inselvatichito e secco come
    l'innesto mal riuscito.
    Una bestia che poteva essere
    bella se addomesticata ad
    amarsi per quello che è:
    ma nel recinto in cui sola
    si scuote, ballando a vortice
    non trova che coda e
    la testa più pesa se cerca una scusa.

  • I miei meccanismi di difesa.
    Si, editi  o anche non. In piedi,
    va bene.  Prendi nota, ma in fretta:
    così cambio la forma, come il cielo
    imbusta Marzo, coniglio del mago,
    camaleonte, turbina, veloce, abbaglio,
    stortura, una nube, poi sole, poi scroscia,
    rigetto e dai tuoni nessuna divinazione.
    Non so farti da spalla, ma lussare
    questa passione si,  sono perfetta,
    non so curarti dalla mia infezione
    con metodo sano, io posso solo
    aggravarti, come al mulo  riempio
    la sacca a carico giallo e lo avanzo
    già stanco su nuovi  gradini. Toh! Sfusati alle grotte,
    due chili di battagli per una campana,
    di solito in vetro e a forma di cello,
    di bacca, di squama. Così io ti appoggio
    addosso il mio non saper stare senza.
    Di te, oltre te, dopo te. Ma prima com'era?
    Ah si ricordo, ed inorridisco. Tre volte caduta
    tre rialzata, l'ultima folle quanto una prigione
    di cui si conosce la toppa, deflorata dalla
    giusta chiave eppure si condanna l' inappropriato
    amplesso delle due per l'ora d'aria.
    I miei meccanismi di difesa: sfuggirti,
    provarti, rodarmi alla tua pelle  ma poi
    stazionare e farmi stanziale, dire fredda,
    meschina la migrazione , dondolarmi
    quindi nella stessa stagione, nell'antico
    cruccio e , valutando il passaggio,
    la portata e lo stormo, tenermi a distanza
    per non prendere il corso, la scia,
    lo schiaffo di vento che corregge
    ogni vela dall'assurda pigrizia.

  • Sto bene, davvero.
    Sto bene così, con i punti
    dati al mio male  tutti in riga
    e sull'attenti alla pagina,
    ore quindici solitamente,
    qualche volta anche dopo.
    Che cosa vorreste fare?
    Forse una sutura in braille?
    Un accorato rammendo a
    rilievo? Sentire il mio dolore
    sotto bianco con tutto il palmo?
    Una sposa smagrita dal tanto
    amore che trapana la vestaglia
    con un osso che alza così
    tanto la voce da sembrare di
    troppo , conto dispari,
    non più  206. No, non è da
    me. Non da me.
    Io nascosta ed orizzontale
    riesco a fare tutto ciò che riesco,
    quando poi mi dicono che è ora
    dell'alzabandiera, di mostrare
    dentro le spalle le ali infilate
    con grazia un po' di anni fa,
    mi scuoto, protesto. Ho più
    coraggio nella vigliaccheria, quasi
    mi arrotolo e sbraito e mi raggrumo,
    mi curvo e coagulo dicendomi ormai
    in forma di insetto e solo terrestre,
    che di anfibio non avrò nemmeno il
    cuore nel giorno della comune
    apnea.  Indicherei la schiena  e la
    calotta turgida da cui non spuntano
    certo prove di volo:io sto bene intessuta
    a questa trama che chiede soltanto
    di essere letta, ma nel suo letto.
    Chè da sveglia avrà sempre freddo
    ed il segreto è solo darle una cuccia.

  • Ti abbraccerò e dirò che stai
    bene, che la cura, litigio e distanza,
    il dagherrotipo dei si, ma no, e basta,
    può darsi,  che importa, ti ha rimpolpato
    le ossa per reggere meglio il carico
    sempre sporgente, arti fuori sagoma,
    il pane da solo non sana. Però la
    medicina è la stessa: tre giorni di
    vento, un weekend di tapparelle
     a lutto, poi sole fino a nausearsi
    sui polpacci  a segno, dritte frecce
    di carne. Indosserai il solito
    ventaglio di odori che non conosco, senza
    farmi notare cercherò di dar  loro una casa,
    un nome, una coda  o una gonna, poi,
    spaventata, dirò che è essenza da mercati,
    da bar, da piazza con le sedie e la plastica
    abbronzata dalle intemperie, sai quel
    flaccidume seppia su cui si abbandonano
    i retri di interi pomeriggi. Percorrerò dallo
    sterno alla gola una fossa a me cara, che
    poi sia stata terrapieno di altre battaglie,
    frontiera agli sguardi che inevitabilmente
    ti hanno bagnato, quasi io me lo nego,
    le palpebre del tuo respirare hanno
    poteri occulti, dimentico anche l'ora
    della realtà stretta dove tu sai.
    Ti abbraccerò e dirò che conviene
    accostare un poco la luce, oriunda
    su certi pavimenti da poco, balzana
    l'idea di darle spazio: ho fremore ed
    istinto di falena, di talpa, di Dracula
    da fondale e con la solita antenna
    sintonizzata sui cambiamenti del
    mare, farò come fanno le formiche
    eccitate dal boccone sbriciolato.
    Possono sollevare appetiti
    grandi come grattacieli, sapevi?
    Si, tu sai tutto  del popolo che il
    caso risparmia alla jihad delle suole.
    Ti abbraccerò e dirò al crotalo che
    qui dentro con te si è intonato:
    questo è lui. Stenditi, appianati,
    scusati, perdonati, insegnati, iniettati,
    annientati, stordisciti, insultati, tieniti,
    adattati, ambientati, accettati, finisciti.
    Ma poi afferra, tratttieni, adesso non
    dopo: non esiste morte più sciocca
    di quella che si poteva obliterare
    quando, arrivata la salvezza, la si
    ignora credendo quell'occasione
    giunta in formato di gregge.

  • 19 maggio 2013

    Cinque Cento Quarantuno

    Vogliono essere come noi:
    me e te. Ma solo per gioco:
    la penna, in verticale, è
    infilata nel foglio, natica
    da diporto, gli occhi tirati
    al piattello, ago scandaglia
    braccio, il tartufo a caccia
    del padrone,  fiele a pieni
    polmoni, la fiala è su,
    nella testa, clessidra già
    guasta, il tempo va speso
    qui sopra. Noi e questa
    nostra comune malaria: ci ha
    punti una volta da bimbi,
    forse di meno, tu dieci volte
    più grande di me, con l'ampolla
    del fluido serpente che uguale
    ci attraversa le dita, vagonate
    di versi e virgole e scontri e
    deviazioni, deragliamenti.
    Vogliono essere come noi:
    e provano, provano.
    Ma sanno come si fa?
    Non esistono vacanza, sosta,
    riposo,  pausa, pic nic, colazione,
    a sacco,briefing, aperitivo, partita,
    simulazione. Non è da tutti stare
    fermi con questa tormenta fra
    i pali del cranio, da tempia a
    tempia uno sciamare continuo
    di ricordi e bollette e strade
    e nomi ed amori e morti e
    resuscitazioni  violente e poi
    pietre scostate dai sepolcri
    ed ossa sguainate come
    una Torah: dal tronco si legge
    quando ci inanellammo alla
    sventura che però ci seduce,
    incantandoci al letto.
    Non è di tutti questa stagione
    che sembra passata ma non
    si estingue  quando svegliandoci
    appena  o appena iniziata la fiumana
    che porta al mattino, siamo già
    pregni, imbevuti, ubriachi  delle
    sante parole e così, va curata
    la sbronza, assaggia, sputiamo,
    ma sempre io e te, insieme,
    a distanza, complimenti,
    contagiati senza  toccarci.

  • 19 maggio 2013

    Cinque Cento Quaranta

    Le farfalle hanno più diritto di noi:
    sternini fibrillanti impiegati nel turno
    di un giorno, a due danno forfait,
    veloce la loro resistenza come
    il lancio di un elastico,
    batacchi in servizio  al don delle
    primavere formicolanti di vene alate
    e lepidotteri lanciati  in alto, e sbadati
    frontali, sputi di scura saliva.
    Persino le falene, nella buia arrampicata
    sociale alle tende, toppe a trapezio,
    od ai muri che va colorando la sera,
    persino loro hanno più diritto e di noi.
    E che dire dei ragni?
    Pasciuti dalla caccia del mago a
    retino, morsa perfetta, squali fra i rami,
    imboscata di un'ostia.
    Ogni cosa sembra avere più diritto di noi:
    i volantinaggi di umidità dei lombrichi
    a pascolo nel terriccio  e più sotto
    ancora le radici e le verminature molli,
    e forse ancora più giù, fra i resti dei
    resti e le ossa.  Ogni cosa è più
    forte, sana, equilibrata e sorride.
    Noi siamo stati incisi nel baco
    da un demone antico, venuti
    fuori da una sbavatura imprevista,
    come il geyser del pus, credevamo
    la cura a metà strada fra due niente
    travestiti da tutto.  Siamo l'incollare
    ghiaccio sul vetro: uno scioglie,
    l'altro gracchia, merletto, frattura,
    poi cede. Strana, inconsueta commistione
    la nostra,  tentativo da folli l'ammaraggio di tuberi
    ai fondali, la miccia del  fuoco sui fiumi.
    Appiccare il vento alle braccia
    e chiedersi perchè non si vola.

  • 18 maggio 2013

    Cinque Cento Trentanove

    Ti basta sia oro, che spalanchi
    le labbra alla corda  con cui pizzichi
    il mestiere, Osanna al tuo verseggiare!
    Ti basta una vanga, con petali e
    terra fai quasi meglio che con carne
    e capelli. La notte mi porta conigli,
    giganti squittii e malvagi  mi mordono
    i piedi cercando la via in cui tu hai
    parola d'ordine e chiave. 
    Ti basta sia lattea e  bronzea
    di quel poco che il sole ormai sa
    di me, praticamente la lozione  sul cassino
    a fine anno . Sfinita, sgattaiolata dalle maniche
    e dalla lana ho già tremori per la stagione
    che avanza, i treni che adoro hanno
    binari sistemati come costole a bordo
    torace. Spezzarne una, incrinarla,
    vedere come regge l'affitto ciò
    che rimane, non basta, ora non più.
    Sono il mio testimone, sono il celebrante,
    la sposa, lo sposo, l'altare, l'addobbo,
    la damigella, lo scambio, la promessa,
    l'alzata del velo e poi il bacio.
    Io sono di me tutta la mia cerimonia
    e faccio fatica a spalancare le porte
    convenendo sia numero e circo
    questo bastarmi quando, depennandoti,
    non ho nulla più che sia abbastanza.

  • 18 maggio 2013

    Cinque Cento Trentotto

    Forse è nelle tinture, diserbanti
    al cuoio che disbosca l'anno
    venuto dopo l'anno che pareva
    più giusto. O forse è nelle schiene,
    tra i nodi ed i nervi delle dorsali, o giù
    verso il coccige, lanterna che rischiara
    l'origine dell'antico, indimenticato carponare.
    Magari è nelle mascelle,  nei ritmi
    della mandibola, salse, digrignare:
    io osservo la gente e mi chiedo dove
    stia allegata la sacca di coraggio fino
    all'orlo che a me sempre sfugge o
    quale passaggio mi abbia sfornita
    dell'inchiostro per latitare dai
    fallimenti. Come sempre il grande
    tiglio mi dirà cosa fare: lì sedeva
    mio nonno, a tre anni dalla mia
    prima parola, nelle estati di
    bottega in primina, con la sedia,
    stuzzicadenti nell'unico boccone
    di ombra, guard rail sulla
    lisca delle formiche, assicurata al suo  muro,
    osso sacro del Duomo.
    Nonno di poche parole e
    grigia flanella, e grigi capelli
    e grigi cotoni lì a riparo fino
    a quando non urgeva il taglio,
    la chierica austera della creatura
    verticale contro la pepata della
    verde processionaria.
    Si, il tiglio mi dirà come
    sempre l'inizio o la fine di questa,
    di quella stagione col suo starnazzare
    pruriti innocenti e qualche  starnuto dopo,
    con l'irrigidirsi spettrale in cento rughe di rami.

  • Lettera agli approcci dal mare,
    ai viandanti  delle stagioni
    generose di umori, rumori:
    la Costa è un cranio in preghiera,
    chino sulla camicia sbottonata
    da Golfo a Golfo, dopo l'amore.
    Nessuna intenzione di rabbocco
    alle asole. Mette in circolo sangue
    col sale, poi le vene hanno ingorghi
    di lombrichi a due piani, di lumache
    corredate di servizi, cucina e
    tre biciclette,  luccichio di pendagli alle
    gonne e alle zingare.
    La Costa vende brodaglie a prezzo di linfa:
    è esplosa dal torace di Dio, obliterata
    e perfetta, osso per cani che l'azzannano,
    consigliabile Marzo concluso, scrollati
    via coriandoli e sedie sbattute dal vento.
    Di qui passano bene gli scirocchi,
    monsoni parenti e le tramontane
    sono amazzoni svelte sui
    miraggi di asciutto.
    Lettera agli approcci fugaci:
    La Costa mi tiene nel suo
    ombelico da sempre, io scendo
     i gironi che vanno alle viscere
    ma sanno sempre di fiori,
    di lucertole e strisce, di venerande
    sospensioni dal male. Una volta
    imbevuti del suo ticchettio, asprume
    di alici e limoni, sfusato, colato,
    garum, inchiostro, natura,
    difficile non insaporirsi.
    Chiunque, annusandomi, sa
    come arrivo e da dove: vana
    la detersione dal paradiso con
    il crasso di inferno. Qui senza
    un Orfeo (con il tuo nome) che
    mi torca il collo  mentre mi volto e rintano.

  • 17 maggio 2013

    Cinque Cento Trentasei

    Lui è la coda, o io sono
    il cane. Razza discutibile.
    Ci provo e dannatamente
    riprovo a venire via dalla bruma,
    a scollarmi l'appendice, scrollatina
    di me: si fa così col prurito molesto,
    con la pioggia quando è zavorra.
    Ma poi è giovedì o è sabato e
    devo voltarmi, controllare da
    dove sono venuta e quanta
    strada non ho battuto, ma poi
    basta una sera che dice
    il mio nome senza attenzione
    ed eccolo lì. Lui. Ancora.
    Il per sempre, il posticcio,
    l'applique, l'addendo, la
    scusa, l'addetto. 
    Dovunque mi trascini,
    trascino il suo resto, il
    mio continuo, continuo
    giovane, di un pò di mesi,
    ma corposo come se mi
    fosse stato costruito
    addosso nella culla
    dove sverminavo l'infanzia.
    Dunque, mi dite, che senso
    ha ormai la fuga?
    Non si va lontano, il lontano
    è una posa, un atto, un trafiletto
    nel sangue di tutte le mietiture
    e delle parole.  Alla carne non
    è concesso gemmare con la
    miracolosa faccenda delle meduse:
    la carne va incisa,  molestata
    dalla lama e separata. La doglia,
    il calvario del ventre sminato,
    divaricazione: benedetto rigetto
    di ciò che era entrato.
    L'attesa, lotteria dei dettagli,
    la spinta, poi urla.
    E' da ciò che viene che si
    riconosce la forma di chi ha dato.
    Ed  il suo inizio.

  • Se non avesse vestito mia nonna,
    mia nonna un mulo sfiancato
    a Novembre smise il suo
    carico e nemmeno tossiva più.
    Io ero il gesso incartato di beije,
    alla gonna tiravo i capelli sperando
    mi desse contegno nel luogo
    del dolore improvviso. La luce
    una piovra nel singhiozzo
    dei corridoi, hula hoop itterico
    dalla scatola blu dell'obitorio
    ci danzava sui piedi, i nostri
    caldi: olè. Prezzoliamo la mano
    che prima disincaglierà la bianca
    creatura arenata nell'Ade che va
    alla sera. Sfilati i tubicini dalle
    vene come boccagli dal sub
    che non gonfia le branchie.
    Il pomeriggio era stato
    così buono, sincero, che megera
    quest'ora! Sui tavoli del Pesce
    d'oro le squame del giorno feriale,
    una donna, del fumo, la Costa
    sbiadita dai tomi di pioggia,
    più su le ginocchia di Agerola,
    confine di muro sul mare.
    E poi la nebbia, la veranda
    dei limoneti, nera pernice,
    lutto d'anticipo. Se non avesse
    vestito mia nonna una mano
    che sarà sempre più mamma
    di me che sono soltanto una
    gatta, se quella Croce non
    fosse sul petto,
    inanellata al capo ancora non
    rigido tra i gigli ed il disinfettante
    dei lunedì di Cava, sui pavimenti
     bobine delle notti di reni fallaci, oggi
    Adele è di turno, la signora della
    203 è impazzita, se quella Croce
    lei non l'avesse issata sul Golgota
    del petto ansimante, certo non
    l'avrebbe mai presa nel vespro,
    nuova reposizione, il Cristo
    s'invola, la Croce ci resta a
    reliquia  del Novembre che
    finisce in per sempre, come un suo bacio.

  • Sfebbrare:  mi strofinano
    con l'alcool. Ero sporca di sangue
    quando con una pacca mi diedero
    al mondo. Dovevo già allora
    non restare nè rosa nè calda,
    certo non così a lungo.
    Il serpente da cui ebbi la vita,
    mi attanagliò il collo con
    doppia mandata, per poco
    mollavo, invece voilà: eccomi
    qui, a testa in giù come
    sempre, come Pietro rivoltata,
    crocifissa al mio Santo di fine
    maggio. Ero sporca di sangue,
    sarò sporca di fuoco. No, dicono.
    Il fuoco andrà via con questa
    energica aspersione di palmi
    unti dallo Spirito in flacone.
    Sfebbrare: in fondo è solo
    estrarmi dal cuore il tuo nome,
    ma se fosse poi così facile
    credo basterebbe portarti
    sopra il mio seno e chiederti
    gentilmente di riprenderti
    il colpo.Ecco che accorrono: orario
    di visita. Sono la torta del capezzale,
    la ciliegia nel letto.  Hanno più
    fame del  " come è successo" che
    del mio sanamento. Si allungano su
    di me con gli stetoscopi dei nasi:
    la fine se è fine ha un odore
    sottile; mi adombrano con le
    fonti aggrottate, con le mani
    al Mercurio. La curiosità ingrandisce
    i difetti: le pupille sono nei
    gettati nel mare che mi è venuto
    in eredità, dicono, da un lontano
    cugino del nonno , o forse chissà,
    ancora più su sull'albero antico
    sta il ramo con appesi il corredo
    e i miei dati. Adesso spiegato
    il perchè dei capelli.
    La seconda volta avevo già
    un dente: una pausa e non
    respiravo più, terrore di mamma,
    papà  non trova il Rosario.
    Nessuna pacca, nessun intervento:
    da qualche parte mi oliò
    il buon Dio. Miracolo e Osanna
    per la bambina con il cielo 
    negli occhi  che si salva ancora
    una volta. Sfebbrare?
    Non credo.
    Questa deve essere la
    definitiva. Inutile accorrere:
    il soccorrere burla.
    Non sono mai stata più
    morta che in questa morte
    che ha le tue spalle, il tuo
    mento fiorito dall'incuria
    di soli due giorni e gli
    occhi fermi del predatore
    un attimo prima del balzo.
    E guai a chi mi salva!
    Finalmente mi concedo
    alla chiave di tutte le porte.

Prima Precedente 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22  ... Successiva Ultima