username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Poesie di Emilia Filocamo

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Emilia Filocamo

  • 23 marzo alle ore 18:05
    Sei Cento Ottantuno

    Già il mare si cambia. E' di bisonti -afa e bagnini,
    cavalieri investiti per dire alle donne come la carne
    va messa al bando, mercato di pulci mostruose,
    giganti. Sulle gambe la tempesta degli occhi- fuochi
    e le  portate ben disposte all'assaggio. Già il mare
    si cambia:  cresciuto, svezzato alla pubertà furente
    della signora -estate in prossimo arrivo.
    Lo guardo e lo vedo già adulto,
    dell'adultezza  che ha avuto il piede in
    te per sole due volte, sbriciolata di passioni
    soppresse, test da laboratorio- mortuario.
    Non ci volevano uguali, pur possedendo
    regolare permesso di portarci nel sangue
     la stessa rossa volpe agguerrita.
    Adesso che mi appare come un figlio
    mandato in collegio e tornato con le
    spalle irrobustite dai giorni di vita,
    con lo sguardo di chi vorrebbe già
    duplicarsi, adesso al mio mare
    che già si cambia e non si arresta,
    sussurro ancora il tuo indirizzo,
    comprensivo di numero civico e
    delusioni, indirizzo di piana, di
    cose che si aspettavano e non trovavano
    che grigie affissioni. Il mare si cambia
    e su dalla regia  mandano folate di zucchero
    e mitezza fuori concorso, come per ricordarmi
    che  tutto ritorna per tormentarci:  una foto
    dal cassetto dischiuso, uovo legnoso
    scoppiato per sbaglio dal volgare
    deretano della curiosità mai calibrata,
    un ritornello dalla bocca del passante
    passato per strapparci via dal
    petto il nome -errore.
    Già il mare si cambia: è
    tempo della stagione che non
    mi somiglia. E' tempo dei fuochi,
    dei giovani innamorati sulle moto
    come serpenti, è tempo della
    sera che non vuole finire.
    Mentre io gioco al mio letto con  il ventre inverno.

  • 24 febbraio alle ore 16:33
    Sei Cento Settantotto

    La domenica non ci appartiene, sai
    la domenica  dei polli al forno in
    cremazione, la domenica dei
    pigiami che tardano a spogliare
    i manichini dei lavoratori -pausa-
    stop meritato, la domenica che
    la piazza è un ossobuco ed il
    sole il pio midollo sbrodolato
    oltre l'argine, fiumacciolo in
    pubertà-incontinenza, certi
    tabù già superati.
    La domenica delle briciole
    sputate come forfora dalle
    tovaglie, del campanile aizzato,
    membro giraffa accanto alla pleura
    biancolina delle Chiese.
    Si sfuma bene il sugo e
    trema dalla plancia lo schizzo
    ai commensali. E tutta quella
    sonnolenta, blu lentezza che prende
    dopo le quindici tra il goal e la
    passeggiata,  la spesa e i
    rimandati comandamenti al
    lunedì, e tutta quella forma
    che hanno i musi delle montagne
    prima dell'accalappio scaltro
    della sera, e tutta quella fila
    di formiche in orario  all'altare
    ed al segno della pace.
    Tutte queste cose mai
    ci apparterranno finchè
    sarò quello che tu non hai.
    La domenica pulita come un gallinaio
    aspirato dalla chiocciatrice,  marinato
    budello da rimpinzare con la
    pastiche di prezzemoli  ed erbe
    in rugiadina, la  domenica signorina
    corteggiata da corteggiare e con
    l'imene più avaro della cruna
    al filo. La domenica no, non
    ci conosce. O meglio, sa di te
    che stai dove io arrivo solo
    col sogno: e mi ti immagino
    potente e fiero, bue sacro al
    rientrare, una casa semplice
    col cane arruffato, i fiori eccitati
    e la lavanda in circolo, ad alzarmi
    verso il cielo tipo ostia, ma arcobaleno
    e con pazienza assistere al
    mio miracolo. Io ad inglobarmi
    un altro te, fotocopietta ancora
    informe, il nome scelto insieme
    e di domenica. Domenica
    da sala parto, da campo,  da pranzo,
    da sistemerò più tardi,da pomeriggio
    bava che risale lungo i vetri
    la gialla-scia-pigrizia.

  • 19 febbraio alle ore 16:59
    Sei Cento Settantasette

    C'è troppo mare da queste parti,
    troppo mare per non ricordarti.
    Mare fin sulle tegole e dalle
    narici dei bimbi, etciù etciù,
    mare sulle cotenne fredde
    dei poggi, fontane ammarate,
    sulle coperte anziane e tra
    le dita di tutte le mani.
    Perfino nei letti, pudica
    polluzione la brezza
    sfuggita dalla patta-sera,
    mare -vitiligine sulle ringhiere.
    C'è troppo mare: mare nei
    cassetti e dietro le porte,
    tra la biancheria, corredi
    e negligè, lavanda salmastra
    imbustata in fustini smeraldo,
    mosche sull'acqua e radiografia
    di zanzare; c'è mare fin dentro
    i garage, là parcheggiate intere
    genealogie e curiose razze
    di onde, come gli orchi
    dalle segrete condannate a raspare.
    C'è troppo mare da queste parti,
    troppo per non ripensare al mare
    che ti porti addosso, zaino targato
    '80, baie transennate dall'orizzonte,
    sabbie e giochi fra l'inguine -riva
    ed il perizoma della risacca risacca.
    C'è mare dovunque: dai muri-cantieri
    pungolati dagli operai al miracolo
    blu ( operai-soldati sul costato
    di Cristo cemento) verranno via
    sempre sale e l'insopportabile
    bile dei pesci Hulk sollevati
    alla morte. Il mare mi tiene
    sveglia: questo compito
    toccava a te. A te!
    Così mi dicevi: stare senza
    dormire, si, come il mare,
    perchè il mare, lo sai,
    non si mette a dormire.
    C'è troppo mare da queste
    parti ed io avevo bisogno di
    legno e di roccia, di alture,
    di fondali fatti di cielo dove non
    bisogna star zitti e trattenere il
    fiato per non deflorare ai polmoni
    la pia cuticola asciutta, dove al limite
    potevo anche urlarti per nome.
    E sputarti fuori, altissima spina,
    spina che sporchi la bianca mollica
    di branchie ormai all'alt.
    C'è troppo mare da queste mie
    parti ed ogni cosa mi riporta al
    mare e da te che dal mare sei
    venuto una volta e forse di mare
    sei fatto. Ricordo bene
    come prendesti il largo, figlio
    di tuo padre , e di lui
    più capace della stessa distanza.
     

  • 04 febbraio alle ore 14:48
    Sei Cento Settantasei

    La bugia regge appena nella
    sera che miagola fra l'ombelico
    flanella e  la sterzate del vento,
    manovrina acconciatrice che
    fa dal piatto scirocco una quiche
    di tramontana. Ti ho scusato
    nel sonno: sai quando si parla
    e si trema contemporaneamente
    con la bocca schiusa come il
    lenzuolino di bava dal sedere
    della lumaca? Ti ho scusato,
    aspettato, compreso, poi ho
    riso. Perchè io sono una sorpresa
    imburrata da contegno, io sono
    di merletto e di arance, e forse
    sto meglio in piedi fra i fianchi
    renosi di due otri nel netino
    bollente, vicina di palmiformi
    e barcucce sbucciate dai
    porti indolenti. Io sono il pomeriggio
    leone dietro il foro boario, un
    balconcino esplosivo, incisivo
    antisismico nella struttura ex latte.
    La bugia regge un nonnulla.
    Si, ho provato a mettermi la
    tua faccia, i tuoi glutei, perfino
    quel maglione srotolato dal ferro
    furioso di una macchina nord,
    ma non ti somiglierò mai.
    Ho troppo sole nella gola,
    tutto il ventre proiettato a
    sud, afoso cannone, e della
    nebbia ho ricordi confusi,
    due, tre volte all'anno,
    non più.
    E mi dispiace.
    Mi addolora questo
    pomeriggio che mi porta
    la verità come il conto
    nella mano sudaticcia
    di un cameriere ecrù.
    Ho già pagato.
    Io sono grido di gabbianella
    e per quanto mi asciughi
    il becco dal sale e a
    te mi pieghi, apocrifa
    lavanda senza apostoli,
    mando sempre bagliori
    di lancette e mezzogiorno.
    Ovunque mi denudi compare,
    macchia sempreverde, la
    crosta nerastra che mi cucirono
    sotto la pelle, marchio- tattoo-tarda
    di fabbrica deserto, encausto
    al fianco sodo di una capessa bestiame.

  • 31 gennaio alle ore 14:29
    Sei Cento Settantacinque

    Ci pensi tu a richiudermi?
    Si, a richiudermi.
    Confido nel tuo tempo,
    nella tua autonomia, sai ho
    bisogno di essere riallacciata,
    riassestata  e riassettata,
    riammessa, riconnessa.
    Di tutte le mie falle, la tua
    è quella che ha trovato
    dove annegarmi con la perizia
    della manina bianca d'infermiera,
    blu rabdomante blu, che cerca
    e scova, quale bravura, la vena
    sottocoperta. Di tutte queste
    cave che ho sistemate in corpo,
    necropoli fra osso ed osso,
    fra idea e sistema, potevo
    volentieri tenere conto senza
    dolore, ma il tuo viadotto,
    il vaso che volevi, non trova
    ancora il suo rammendo, la
    sutura ed il calzante e se ne
    sta là, accidenti, boccuccia
    spalancata, smagliatura
    senza denari, con la foga
    e l'entusiasmo di chi viene
    prima al mondo e  non sa che
    dietro le spalle, le basterebbe
    una voltatina, tipo Euridice ma
    meno fortunata, c'è tanta folla
    a somigliarle, litri d'acqua
    in suppurazione.
    Così, dicevo, ci pensi tu?
    Hai avuto la chiave, conosci
    i rintocchi: si, hai capito, tipo
    tre colpi a salve, tre incornate
    del battaglio nella campata.
    Tocca a te, magistralmente,
    il lavorio, la bordatura e con
    dovizia sartoriale ed un po'
    di pena, fare cantiere perchè
    di questo  freddo, finalmente,
    io mi possa svestire.

  • 31 gennaio alle ore 12:15
    Sei Cento Settantaquattro

    Ho fatto un sogno, un sogno
    rugiada, alambicco, una placentina
    sturata bene dal fagottino, sognato
    presto, all'oretta -missile che dalla
    fonderia  del buio ti raffredda  al
    giorno, non di lunedì, il mio sogno
    tutto uguale al papà mercoledì.
    Tu eri in teca come un Vishnù,
    murato ed occultato, retto nella
    pancia di una mansarda mai vista,
    casa sconosciuta, e tutta realizzata
    in su.Dietro le tue spalle un bollitore-
    guscio, una caldaia, un porro bianco,
    ti stava a pennello,
    tipo Invicta da lumaca, equipaggiamento
    dell'astronauta nel benedetto dì
    dell'allunaggio. Io ti facevo un segno,
    uno di quelli sciocchi che si fanno
    quando si commette una marachella,
    un tranellino ruba biscotti, smorfia
    aerea nella foto di fine anno,e tu
    facevi su o giù, a seconda del
    mio nascondino telecomando.
    Ti tenevo là, e di riserva, come
    si tengono erba cipollina, timo
    e curcuma, comprati, erano in
    lista.Di quelle cose che apri
    la bocca al mostro pensile
    e ti dici serena se stanno buone
    in panchina ad esalare il loro
    alito millefiori.
     E tu pistone, infiorescenza,
    venivi su al mio richiamo per
    poi sparire se la situazione era crac.
    Ho fatto un sogno, ti tenevo
    lì, non pronto all'uso, di proprietà.
    Ma tu non sei se non dei sogni,
    dei morticini che non hanno nome,
    solo parvenza e son vestiti
    da postini, da corridori,
    da fresie o da aquiloni.
     

  • 30 gennaio alle ore 12:40
    Sei Cento Settantatre

    L'amore vero amore  ama
    fin dentro le budella: le interiora
    sono gambe cucù fuori dal ventre
    minigonna e all'intestino fa un inchino
    come fosse treccia ipogea, la
    sottoposta, vezzo di capigliatura
    interna, acconciatura versipelle.
    L'amore vero amore, steso su
    di un fianco,dorsale appenninica,
    bruciatore spento dopo i seriosi
    ingaggi, mi fece posto nello
    slargo dove parcheggiate stavano
    le gonne già venute.
    L'amore vero amore, un colosseo,
    groviera a più uscite, presa scart,
    usb: le braccia? Due leoni.
    L'amore vero amore mi ama
    pure sconfitta e non gli importa
    di un sorriso cromatina , il lucido
    tirato sulla bocca opaca del
    mio dio-carbone. Perchè il carbone
    poi torna matto e con quell'inchiostro
    provarono già una volta ad assecondarlo,
    ma dopo i primi guizzi, le
    conte giuste, si lasciò  infilare
    domato la camicia, il forsennato.

  • 25 gennaio alle ore 13:48
    Sei Cento Settantuno

    Dovevi darmi della pazza,
    folle di follia, spurgata
    dal senno, una fogna ma
    verginale, virtuosismo da pozza
    risucchiata, da imene - pinocchio
    magicamente riacconciato:
    di qui mai passò nulla e nulla
    si formò, più in là cercate il danno,
    qui si sta chiusi in casa, come i
    cuccioli nella culla,
    solo che non vi è  culla!
    Dovevi darmi della matta,
    giocare i numeri giusti alla
    ruota -macinino, di mulini
    è pieno ogni rene della Costa,
    la sabbiolina accumula sotto
    i rodaggi esperti ed erosivi
    di questo fiumicello o quello,
    pipì di Dio. Dovevi darmi della
    fuoriuscita forse allora, quando
    il Cilento era madreperla ed i
    miei piedi blu la biglia esplosiva,
    pepita ben camuffata,dovevi fermarmi
    allora, accorgerti del guizzo, dell'intoppo,
    dell'alterco fra il mio cervello  e il mio,
    del santo diverbio fra cuore e cuoricino.
    Ma tu non ti pronunciasti su quanto
    fosse labile alla mia pelle il confine
    fra il  ricordo e la punizione,
    fra il morbo e l'assunzione,
    a piccole dosi, per carità,
    di ciò che mi gradiva non per sapore
    ma per consistenza.
    Di questa degenza sull'attenti,
    del decubito ben vestito,
    del sintomo accortamente
    lubrificato perchè del contagio
    fossi sazia ed intorno rinomata,
    quasi additata, così come si fa
    con la nuvola - toro o quella
    aquilotto: eccola là!
    La strana meraviglia!
    Ma attenzione, non è sana:
    tutta dentro è un via vai di
    tagli -camaleonti, trovarli
    è talento insperato.
    Mai visto il sangue così
    perfetto e perfettamente
    stipato aspettare l'urlo-
    tana per rispuntare.
     

  • 24 gennaio alle ore 12:13
    Sei Cento Settanta

    E sei andato.
    Adesso della tua carne ho un
    ricordo appena  confuso e d'armeria,
    l'ippocratica città ha pagato tutto
    il conto, saldo, investimento e dai
    tavoli cinesi si alzano fumi leggeri,
    le seppie aperte come paraventi
    istoriati dalla profondità del mare,
    incisi  di catrame imbustato,
    liquida pistola proteggi piccoli.
    Ora la bandiera, segnalibro
    al mio peccato,  ha smesso
    d'insegnarmi dove girare
    per poi trovarti,  attesa e
    resa, alte quanto il muricciolo
    che non sapeva farci zitti,
    cancello -murena e spia
    prontamente decodificata
    dall'estivo, crudele ritorno
    in se. La casa igloo da spiaggia,
    gli Inuit svestiti son pescatori
    e le reti in putridume, cruciverba
    di cani a pancia
    a terra; e donne strane e strane
    coppie, e le boe birilli atterrati dall'onda
    giovane del pio Gennaio.
    Adesso della tua carne ho forse
    solo più stima ed è di me che
    perdo il senno. Ero forse io
    il gioco a bordo riva? Ero
    forse io a correre al riparo
    dall'urlo, sempre uguale,
    sempre uguale?
    La vita tua - diceva quella
    voce- cornacchia astuta
    mai migratoria - la vita
    tua è dove sta la palizzata
    rossa delle dune -case,
    la cordigliera autobus
    e curve serpente, cesario
    di montagne,  la vita
    tua è un corri a casa.
    E ripulita, un po' riassettata,
    i capelli riacconciati nel modo
    del primo mattino,  le mani
    lavate dall'amore che non
    viene sempre, ostetricia
    senza mai frutto, la voce
    segugio, fanale e posteriore,
    grillo luminoso ed urticante,
    i libri corso studi allineati,
    parata senza marcia.
    Torna a casa, a quella vita:
    statino, foto, sei la più
    brava. Anche il mare
    asciuga, se si fa caso:
    dove è passato con il
    piede sale resta poi
    l'istante secco.
    Spazio -pausa fra
    un rigo e l'altro della
    meccanicissima catena-
    stesura blu.

  • 23 gennaio alle ore 12:28
    Sei Cento Sessantanove

    Maledetti il mese maledetto
    e del mese il figlio sfasciato
    a piacimento, mostruoso e menomato,
    ventiquattro giri esatti
    sulla piastra porta -tempo
    per sorprendermi nella tua conta.
    Maledetti nel mese maledetto
    l'ora e l'abbigliata, l'istante,
    l'orologio, il disimpegno e poi
    l'impiego, la gonna bordeaux
    ed il tappeto di fard srotolato
    bene, la matita nera parabordo
    all'azzurro del mio visto,  patente
    per guardare, carta d'identità
    del mio gene quasi geniale
    a farmi opposta al corredo
    da cui provengo, che si sa,
    al cielo s'abbina bene il
    grano sulla testa. Io invece
    sono catrame e a nord
    del litorale  e sono mare
    dove mare non ci può stare.
    Maledette le palme ancora
    sane, non violentate dal bubbone
    mangia fusto e secca foglie,
    maledetti lo scirocco,il divisorio,
    di là Salerno, di qua l'imburrata
    dei centri commerciali, i fuochi
    fatui, zona industriale,  e la ferrovia
    di carrelli per la spesa, buste e
    leccornie, portabagagli pronti
    al vomito. Al bambino comprano
    gelato, poi patatine: oleose
    lingue crick e crack, ammucchiata,
    plancton nella bestia rossa col
    ventre alluminio.  Maledette
    le parole venute bene un tempo
    prima ed arrotondate per una sventura,
    ben calzate, prova d'abito,  la sposa
    puzza di rancido e sotto il bouquet
    ha marciume e piccante. Q.b.
    Non era la mia tavola quella
    abbagliata,  nemmeno mio era
    quel cane: sedermi, Dio, il grande
    errore! Dovevo svoltare, si sempre
    là,dove ritte ed extracomunitarie
    stavano le palme ancora sane
    e la dadolata dei pacchi commerciali,
    cubi Rubik monocolore, le facce
    sempre uguali, mamma e papà
    con gli scontrini, ed il via vai
    delle diciotto, al cinema,
    al marciapiede.
    Zonaccia di donnine.
    Bastava curvare ed imboccare
    il letto,quello mio, ancora non
    esploso dal bacio - puntura
    ed urticante del dispettoso
    al palloncino, pura creatura,
    non incinta, ma tronfia d'elio.

  • 22 gennaio alle ore 12:14
    Sei Cento Sessantotto

    Alle otto della sera, in certe case,
    tutto è già pronto. Le tomaie a riposo,
    come le spezie, i fumenti migrano
    dai cocci  in sobbollire e fuori un po'
    di nebbia a dire di quale partito è
    il cielo. La china invisibile della pioggia
    ben spennellata. Alle otto della sera
    lei ti prepara un bagno caldo: opera
    come l'infermiera, opera come l'operaia
    dalle cellette in miele, tutta concitata
    intorno alle tue ossa; il fantasma bianco-blu,
    spugnoso regalo di nozze è già impiccato
    ai manicotti e riscaldato, paltò da dopo
    tuffo, un mantellino. Aspetta, deontologia
    di chi deve aspettare, sopra una dama
    di mattonelline verdi e blu: scorza, calotta
    di lepidottero in frigidaire.
    Adesso che la lancetta  batte la testa
    sul pube del quadrante, ai bambini coprite
    gli occhi. Lei ti guarda. Vi somigliate.
    Mezzora dopo le otto della sera,
    rito antico e tiritera, dalle campagne
    sale la notte in forze. Ma se spariste
    al piano superiore, le anche in fremito
    e scongelate, le braccia indomite
    e riafferrate, il nascondino, la conta
    uguale a venti anni fa, un gioco fatto
    di tante volte, ma se spariste, io me
    ne accorgerei e dal silenzio della luce
    spenta e dal contegno delle stanze
    assorte, liturgia di un altro sacrificio,
    tampone antico e rispolverato,
    dalla cerimonia di riapertura
    del caveau ibernato
    mentre si intingono le lenzuola
    del doppio peso, io me ne
    accorgerei. E finalmente avrei
    la pace che hanno presto le
    cose finite, quelle che c'erano
    come la bugia per la candela
    ed il lapsus per la parola tronca
    o il lampo per la ventata, quelle
    che d'improvviso chiami  e stanno
    zitte. Quelle che più non ti risponderanno.

  • 21 gennaio alle ore 12:29
    Sei Cento Sessantasette

    Le ultime case stanno nella nebbia.
    A guardare. Spettacolo vietato
    la linea scosciata dei monti che
    precipitano al mare, cieche gatte
    dalla testa di coppi e terrazze,
    spianate di budellini bianco-ecrù.
    Che storia questa vessazione di
    agnelli con le zampine di cemento
    e  pietra, di limoni e falle!
    Due spalle salgono gli scalini
    tramortiti; anche io, come loro,
    mi sono spenta, una cassa nella mente,
    ben imburrata dal morto sorridente,
    grigio nera  poggia la pioggia sui
    ciottoli, seppie investite, acciambellatura
    dei vermetti padroni dell'umido, liquirizie
    piediformi, rotelle in congedo dallo svitato
    che gestisce oggi il cielo.
    E se urlo il nome, il nome mi si ritorce
    contro: ciò che si recide è reciso,
    al cordone non si riattacca la santa
    camicina imboccatrice, la pancia
    esplosa non riprende mai indietro
    il benedetto innesco. Conto pagato.
    E tutto ciò che mi manca è quasi
    sempre fra due tronchi ed un precipizio:
    altalena - carota all'asino -baratro.
    Gioco micidiale del malato.
     

  • 21 gennaio alle ore 12:23
    Sei Cento Sessantasei

    La poesia è questione di sangue.
    Una bazzecola imbrattare, scorazzare
    con il verso sotto il braccio a mo'
    di baguette, o di giornale.
    Ma la poesia, quella che io
    e te sappiamo, è come il parto,
    l'ustione, la frattura. Scrunch fa
    l'osso ed il tendine saluta, vaporetto
    in partenza all'ora di punta.
    La poesia è il primo dente cavato
    dalla tenaglia con insolenza,
    il primo ingresso di uomo in donna,
    la macchia di femmina nella
    teglia immacolata della fu - bambina
    in un giorno di scuola. E poi è
    lutto, tac, finito, rotto,irrimediabile,
    inguaribile, letale. Quindi a tutti
    gli impostori, agli sfaccendati,
    ai presuntuosi va detta questa
    cosa: poesia è fame più dolore.
    Quando vedo tanto sorriso,
    quando fiore e gioia rimano
    sale e pepe, inorridisco.
    Noi siamo ingessati o contusi
    dopo ogni cosa che ci esplode
    dentro e si aggrava.
    Guai ad alzarsi sani  dalla diagnosi
    di questo malanno. Non si cura
    al moncherino il pezzo mai formato.

  • 14 gennaio alle ore 12:11
    Sei Cento Sessantacinque

    Nel pomeriggio che va tra il rantolo
    sgozzato dei maiali, terrestre mattanza,
    tonni zampati, rosee rese grugniformi,
    Santi Pietri in cotenna, nel pomeriggio,
    dicevo, che va tra il Golgota rustico e
    le sterpaglie in fumo,idolatria di campi,
    vello d'oro  e lama, muovo i piedi nelle
    scarpe mosse e la via dice di se.
    Gomme e piume, pneumatici, tutta
    nei e carboncino,ossa contro ossa.
    Mia nonna sgrassa il brodo e
    pare pepita la gelatinosa anima
    adunatasi nella sala del setaccio
    alluminio.Così cresciamo più
    alti e più sani, chi sposa e chi
    è medico, adusi e  rimpolpati  nel pomeriggio
     '80 che si mozza in vista della sera;
    sul mare la rossa lucertola, tramonto,
    affumicatura vespertina, casa in pace.
    Chiudono le porte e le persiane
    in sintonia, meccanismo ed unisono,
    orchestrata e perfetta dal nonno
    previdente: tutti dentro al primo gong del buio.

  • 31 dicembre 2013 alle ore 14:59
    Sei Cento Sessantaquattro

    Non bisognerebbe mai insegnare
    che esiste un amore perfetto
    perfetto; la vite che riconosce
    il pampino dalla filettatura  e scesa
    a valle per la spremitura,  con la testa
    che le gira, incastra bacino e gabbia,
    portentoso il meccanico contatto.
    Non bisognerebbe mai udire il
    " sei tutto per me, la tavola e
    pure il vino"strizzata mammella
    del Bacco travestito, indomita
    la doratura sulle corna ottobrine
    a chiudere la generosa lampo
    portatrice, oh aurea traghettatrice,
    dei doni custoditi negli uteri
    grondanti. Non bisognerebbe mai
    dire di aver visto agganci incredibilmente
    combacianti con affezioni da torsolo
    alla mela: è bello non sapere, ipotizzare,
    mai scardinare alla porta la porta
    che appunto porta all'osso perfettamente
    ad agio nella nicchia, Madonnina eburnea
    sorride dalla teca, il femorino impacciato
    impiallacciato nella coscia tumultuosa.
    Perchè se esiste tale bellezza, se esistono
    tali imbandimento e leccornia da dei,
    se esistono, dicevo,  e non ci toccano o solo
    ci sfiorano come avvenne per me
    un mercoledì che era mercoledì
     per tutto il Santo mondo,
    ma poi si infrangono, allora tutto
    vorrei che esserne nuovamente
    consapevole e fuggiasca.
    No, non bisognerebbe mai alzare
    la voce e chiamare questa creaturina
    tanto naturale -eccezionale il Signor
    amore per poi saperla crepata
    come la mattonella in un sismico
    turgore. Parimenti con quale cuore
    al malato che è terminale si potrebbe
    far mai annusare il medicamento
    miracoloso senza poi somministrarlo?
     

  • 23 dicembre 2013 alle ore 20:29
    Sei Cento Sessantatrè

    Quando verrà la porta non cigolerà,
    il cane mai abbaia contro padrone
    ed il gatto non scatterà la testa
    curiosa incuriosita dal passo
    innovativo. Le sedie riconosceranno
    il calore, radar sotto plancia, spiegate
    le bandiere ed il ritardo sulla tavola
    araldo, i pavimenti saluteranno la posa
    del peso già sperimentato.
    E tutte le stoffe tutte, lavette e merlettini,
    i cuscini impronta e le due sagome
    evaporate al letto, Sindone di una data
    e di un banchetto, bianco dolce indurito
    e dimenticato, e le posate ed i ferri morticini
    gelidi nella cassetta degli attrezzi e la cotenna
    onda dei coppi versus pioggia, insomma tutti
    scardineranno il silenzio in onore dell'oratrice.
    In un'ora imprecisa che il sud non conosce,
    entrerà l'accolta: oh incastro di talento!
    Palla in buca! Dio che avvita il nocciolo
    alle valve ben salate  e cuce il frutto
    come un Santino fra le assi arancio
    dell'albicocca, tutto perfetto.
    Suo è il piede per la scarpetta: calza!
    Alleluja! Così vengono certi miracoli:
    eccola che entra, sicuramente  e facile.
    Irrorata, già massaggiata, oleata con
    l'oleosa agilità della chiave nella toppa-
    cappotto. Perdono per la  figliola prodiga:
    è di ritorno l'infreddolita.

  • 18 dicembre 2013 alle ore 12:19
    Sei Cento Sessantadue

    Ho usato nuovamente i
    piatti verdi: la sera, giarrettiera
    al tavolo, ha strappato alla cantina
    la luna migliore. Le montagne miagolano
    e tutto i cielo, tutto intero  il cielo,
    intona il sonno  adesso che il cuore
    mi rincasa dal dopo lavoro ferroviario
    e smaltisce, tenuto a spalla, lo sferruzzare
    i terreni accidentati, le nebbie e le gambe
    composte di commensali asburgici,
    coda rossa solletica la cena.
    Ho versato l'acqua in tutti i bicchieri:
    sono Ganimede, sono Leda e sono
    il cigno, per compiacerti a volte.
    Sistemerò con calma l'incidente,
    sposterò le ossa ed i noccioli
    così che il pasto sembrerà
    non esserci mai stato
    ed il mio nome mai venuto.

  • 13 dicembre 2013 alle ore 20:47
    Sei Cento Sessantuno

    Quando avevo sei anni mi legasti i
    capelli ed i capelli vennero agili
    alle tue dita ma  le tue dita
    non  vennero ugualmente agili
    via da loro,trovando l' uscita
    dalla bocca nera dei riccioli in
    doverosa crescita.
    Quando avevo quella stessa età
    mi comprasti un quaderno, ostia
    quadrettata su cui il pomeriggio
    faceva penitenza e non disturbava
    al nonno le parole crociate, ai
    cugini l'adultezza privilegiata
    da Grecia e la voce bella
    di Phil Collins in certi giorni,
    in una borsa di plastica
    forata crema solare ed oggetti
    che non sapevo.Quando avevo
    sei anni il mondo era tutto fra
    la moka spanata, la credenza
    ingiallita ed il lombrico di tazze
    che pendeva sul lavabo, moccolo
    di narice male sturata.
    Era fra il vimini
    e gli adesivi  a forma di mucca
    schizzati qua e là, stigmate sulle mattonelle
    del bagno ospiti.  Quando avevo
    sei anni i tuoi gatti erano nord e sud,
    uno sbadiglio, l'altro sorriso ed io
    distesa non facevo che poco
    ingombro; il  pesciolino con
    il tuffo negli occhi e le  mani sempre
    a vista sul tavolo. Insieme senza
    segreti aspettavamo la sera e papà
    che tornava giù dalla fatica pigiando
    il citofono- sirena fine turno;
    col maglioncino in ordine scattavo
    in piedi. Io mosto, alè, fra le sue braccia.

  • 03 dicembre 2013 alle ore 15:43
    Sei Cento Cinquantanove

    Vorresti dragarmi con quel tuo
    modo sapiente di prenderti le
    cose: non facendoci caso.
    Ma tu, giocoliere, hai già
    il tuo angelo custode a cui
    non metto una coda in finale
    per non sciuparne la santità.
    Ha dormito più notti con te
    della notte stessa e perfino
    guardandoti adesso, in piedi
    od orizzontale non fa differenza,
    ne avverto l'odore e la sua ombra
    dorata, opalescente testuggine,
    pampino d'età indecifrabile,
    ti segna le spalle.
    Tu vorresti guarirmi, proporti
    come garum consolatorio ed
    anestetico propiziatorio di tagli,
    ma puoi solo offrire un pacchetto
    di torsoli dalle date di fame confuse,
    una parure di rimasugli spolpati
    da corazzate vittoriose, un'ispida
    dadolata di  bionde contestazioni,
    di affinità superiori e sabbie che
    io non tollererei mai.
    Quindi, davvero, non importa:
    lasciami alla fanghiglia ed all'inverno,
    ai nodi ed alla faccia seria dei castagni.
    Le strade che conosco non fanno mai
    rima con le sue e se anche ci fossimo
    incontrati allora, scommetto che un
    dislivello da niente o forse perfino la
    virata balorda di un insetto condannato
    all'impatto, ci avrebbero  fatti bersaglio
    di indifferenza mentre infilavamo la
    vita nella stessa direzione ma con
    la faccia piantata nel panorama di un estraneo.

  • 30 novembre 2013 alle ore 12:46
    Sei Cento Cinquantotto

    Tutto finisce: Venere era solo
    un lampione e per oscurarla
    servirà ancora una generazione
    di nuovi, tonti moscerini.
    Sui dorsi delle colline, la neve
    è soma  discreta.
    Io credo che non avrebbero dovuto
    tranciare i fili del terrazzo,
    antennume del panoramico insetto,
    e nemmeno sollevarne le mattonelle,
    febbrile desquamazione e ferrare
    il cavallo blu con zoccoli omogenei
    di cotto cool. Io credo che non avrebbero
    dovuto cambiare in studio il salotto,
    inselvatichire il giardino, lasciare
    che si scrostasse la caldaia,bianca
    testuggine rugginosa, applique  in
    decomposizione, intorno i bulbi
    delle tubature accorrono devoti,
    salvifichi come i liquidi anti
    disidratazione al degente.
    Io credo che era bella con l'edera
    barbuta in verde avanzata, con il
    citofono schizofrenico e le persiane
    che ragliavano secche ad ogni buongiorno.
    Tutto finisce: l'ultima volta che ti sono
    passata dentro,stavi tutta impettita
    davanti al sole ed al martedì.
    Dalla tua pancia arrivavano vocine
    e bambini, cigolii di bici, schiaffi
    alla biancheria dopo battesimo.
    E non c'era nessuna certezza che
    tu mi guardassi e mi riconoscessi,
    che dalle mie ginocchia irrobustite
    dagli anni riaffiorasse appiccicoso
    il pus trasparente della prima caduta,
    il canyon di quel taglio a Natale,
    o che dal mio viso spuntasse il
    rossore della Comunione.
    Non che ripensassi ai miei piedi infilati
    fra le ringhiere: " Gerani, spostatevi,
    è mia nipote!" mentre Settembre
    ruminava le ossa ad Agosto e color
    cartone arrivava puntuale
    la scuola  a portarmi con se'.

  • 29 novembre 2013 alle ore 12:28
    Sei Cento Cinquantasette

    Quell'estate volevi comprare
    un gazebo da spiaggia:sotto riunire,
    calumet della pace, il circo delle
    buone abitudini. Tu progettavi ed io,
    lungo il corso che dava sul fiume,
    putridume e spaccio, cercavo
    le mie stelle. Mai ti  mostravo i
    fianchi speronati dal desiderio
    di quelle vie appiccicate alla terra
    in formato collage, mosaico di
    alberi giallognoli e vecchie botteghe.
    Quell'Agosto, Agosto era caldo
    fino al casello che ci inghiottiva
    per darci ai monti, e nella piazza
    antistante il bar, cieco quanto il
    bastardo  di qualche facile gattaccia,
    blu di divani e di insegna, sedeva
    sedata dal tedio la gioventù
    del Molise: giacche ed alcolici,
    risa, discoteche, distanti maliarde.
    Io mi sentivo sicura sui ciottoli
    ripidi, autostrada di discese e
    salite: una gradinata cingeva
    il monumento maggiore. Messo
    al centro, naso quasi aquilano,
    odorava di antico e di guerre,
    di fascismo e cannoni dimenticati
    come dentiere. Quanto ho amato
    quella sera d'estate nessuno
    potrà mai saperlo e quanto
    ero certa del mio bacino e
    delle cose che per le mie
    gambe erano tutto.
    A proposito: un giorno mi sfilarono
    gli stivali verdi. Quelle lucertole
    tutte tacchi e punte tonde cavesi,
    sono state arrendevoli ed obbedienti
    alla mano che corse esperta ad
    aprirgli le bocche.
    Si afflosciarono uno sull'altro:
    svenuto il destro, il sinistro
    sopportò poco il peso del primo caduto.
    Forse allora mi sono ammalata,
    quando trovandomi scalza sul
    pavimento dei tali, ho avuto
    freddo. Ed il freddo mi ha risucchiata.
    Giù, fino in fondo.
    Un draculino soddisfatto non ha tenuto
    conto di quanto mi fosse già vicino alle
    ossa con quella sola, veloce suzione granata.
     

  • 27 novembre 2013 alle ore 20:59
    Sei Cento Cinquantasei

    Avrei voluto portarmi dentro i
    tuoi estremi,i connotati, patrimonio,
    corredo e pedigree.
    Così impastati, ottenere la giusta
    consistenza per l'annodato marsupiale,
    fagottino di non più di pochi grammi,
    imberbe caprettino roseo che schizza,
    involucro alieno, il suo tump tump
    dal robotico schermo sonda.
    Che mi importava del nome in fondo?
    Del nome? Del nome?
    Avrei voluto solo accomodargli
    il letto, questo letto di anse
    morbide e mai calcate, sella
    intonsa, rigide doghe su cui
    non si è coricata l'insonnia
    di nessuna notte di grida
    e gengive sventrate.
    Una plancia mai andata a
    varo, estesa ma retrattile,
    lumaca da rincasare in fretta.
    Avrei voluto le tue generalità
    risalirmi fino allo sterno con
    rigurgiti e calci e vagabonde
    nausee giramondo  e poi
    gettarmi sulla sedia sorridendo
    la finta fatica di portarmi addosso
    il tuo te più piccolo, ancora informe
     e già tutto te.  Avrei voluto
    urlare  e sentire la gioia dolorosa
    che squarcia, la pioggia rossa
    da cui viene il mondo  e poi
    raccogliere dal guazzabuglio - brodetto
    il nostro furfantello scampato alle
    bombe distanza e  non si può.
    Un solo pianto, squilletto di tromba:
    Osanna all'obbediente soldatino
    tutto sporco di noi.
     

  • 21 novembre 2013 alle ore 20:37
    Sei Cento Cinquantacinque

    Quale stupido tributo volevo ti consegnai
    mentre Gennaio infuriava, certo meno
    turbolento di tutto il Gennaio precedente
    in cui ero vestale di un sacro, composto,
    omogeneo patto infantile.
    Una pila di carne imbrigliata fra il pullover
    e la finestra, il contenzioso del darsi
    o meno farcita, inamidata della più
    tenera, bianca delle paure.
    Quale stupido, povero, bislacco
    offertorio la mia professione di amore
    nei tuoi confronti! Io, appena imburrata
    di vita,un furetto, la lepre imbevuta
    dei fari - Parche sulla mezzadria
    di montagna. Ed ero venuta così,
    impreparata, infreddolita, con i piedi
    infilati nelle scarpe come in un'armatura
    di morte, muovevo una gamba e quella
    stessa chiamava l'altra che ancora
    esitava. Sotto il mare, il mare scacchiera
    di Gennaio, le bandiere srotolate dal
    vento, paraventi giramondo e multilingue,
    il sole - ghiaccio piantato come una boa
    in mezzo alla strada, fra le strisce pedonali
    ed una seicento rossa che strombazza
    la follia del suo cocchiere. Ma io amo! -mi
    dicevo - ed il mio  amore mi fa da traino
    e sono tutta dietro questo aquilone che
    mi cinge i fianchi e dal seno scopre
    le ginocchia. Forse perfino  si accorge
    della brulla regione che ancora non
    ha deposto agli armenti la finitura
    con cui avvicendare, come d'abitudine
    umana, alle ossa già stanche nuove,
    fresche giunture. Quale stupido
    tributo volevo tributarti, altero
    Giove veloce più dell'agile Mercurio.
    Io là irretita sulle coperte di altri,
    fra giochi adulti.
    Con tutto il mio mondo pret a porter
    stretto in una borsa, marsupiale
    sporco di chewingum a cui,
    di nascosto da te, sussurro:
    " Ssssh! Non dirgli chi sono"

  • 21 novembre 2013 alle ore 19:52
    Sei Cento Cinquantaquattro

    Papà, volevi mettermi al trotto
    una domenica, il maneggio in salotto,
    l'argenteria luccicante la chiostra
    fredda del drago, la faccia del coccodrillo.
    Per staccionata una sola ringhiera.
    Sulla sella superba, duna di plastica
    e senza pelo, una banda color
    saraceno uguale uguale alla
    pelle di Ken, salivo insicura,
     i piedi, cuccioli fra il feltrino
    e la ciappa azzurra, tremavano
    a turno. Ero a qualche centimetro
    dal tappeto color bocca di donna
    eppure tremavo, con te che mi
    incitavi a tenere il passo, a
    dondolarmi, così facevano in
    cento altre stanze altri cento
    bambini. Papà, tutti ci stavano
    intorno ed io nel mezzo, meridiana
    non alta un metro con le lancette
    blu di blu e le unghiette brevi.
    Al centro, si. Come la ballerina
    del carillon, il buco della ciambella
    e tu con i tuoi " Oop!" mi davi
    il tempo, metronomo di un metro
    e novanta, tutto negozio ed
    Alfa sud bianca,  squalo bianco
    col muso prominente e gli interni
    caldi, tu dentro pilota e nocchiero,
    sub e cacciatore, le ray ban pulite
    ed i baffi inquadrati, due parentesi
    in grassetto sulle labbra da Vomero.
    Papà tu mi volevi ambiziosa ed
    impettita sulla schiena toffee
    del nuovo inquilino,comprato
    ricordo nella Napoli che ci piaceva,
    la Napoli dei venerdì e del pesce
    impiattato in silenzio al Sarago vip.
    Ma io scivolavo, poi rimbrottavo
    l'alieno e piangevo, volevo la terra
     e la terra mi chiamava già
    con il suo profumo di acqua
    e di pace, di orizzontale, di
    vermetti tra le anse scure.
    Così mi prendesti in braccio e giù
    sul tappeto con i piedi felici
    e la gola finalmente asciutta
    dal pianto. Mi accarezzasti e
    punisti nell'angolo a nord,
    tra la porta ed il comò, il cavallino
    altezzoso, lui che mi aveva
    nitrito spaventoso il suo bu.
    Quel bu adesso non ha più
    criniera, speroni, sellai,
    le stalle sono vestite di jeans
    e rassicuranti quanto lo sguardo
    del lupo. Ed io piantata sul
    pavimento, avvitata radice
    più buia che alta
    aspetto ancora il vento
    per dirmi finalmente spuntata.

  • 21 novembre 2013 alle ore 14:33
    Sei Cento Cinquantatre

    Se tu non avessi avuto una tale
    perizia di interni, l'abilità di suonare
    certe campane dondolate dal tocco,
    dall'ora, mezzogiorno o poco prima,
    se non ti avessi sorpreso a cercare
    privo della confusione di chi cerca
    davvero ma con la certezza del predatore
    di oro, di quadrifogli, di acque sulfuree
    e sotterranee, chissà forse mi sarei
    detta arca e speciale, arata per prima,
    modanatura di alto lignaggio,
    da asta e non da mercato.
    Ma tu ti muovevi al buio meglio
    del gatto padrone di casa, con
    una teca intera ed una tastiera,
    hai scelto il pulsante giusto.
    Push.
    Insomma, chi vuoi convincere
    con quell'aria da novellino, da
    matricola dei letti  e delle pedane
    in cui si sciolsero altre faccende?
    Certe maestrie non si possono
    nascondere bene, stanno sempre
    in agguato, si può provare a
    fingere, zoppicare per non sfoderare
    il trotto, ma una volta avviata
    la corsa non c'è niente che
    ferma il talento covato fra zoccolo
    ed ossa. E tu mi sorridevi
    con gli occhi puliti del bimbo
    al primo banco del primo giorno
    di scuola,  il fiocco annodato
    da qualcun altro  ma sotto le
    mani sudaticce e pivelline,
    stavano metri di pelle già
    soddisfatta e cantata.
    Un coretto disciplinato dai differenti rodaggi.