Poesie di Emilia Filocamo su Aphorism.it

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in archivio dal 18 feb 2011

Emilia Filocamo

13 febbraio 1977, Pompei
Segni particolari: Ho la temperatura corporea di un licantropo.
Mi descrivo così: Scrivere è tutta la mia vita. Wolfskin , in uscita nel 2014, è il film tratto dalla mia fantasy novel. Diretto  da un giovane regista americano di horror e thriller, è ambientato fra l'Abruzzo e Spoleto ed è il  primo capitolo  di una saga di streghe e licantropi. 

  • 13 agosto 2012

    Tre Cento sette

    Nessuno là fuori si chiede perchè non scrivo,
    in fondo che importa al cumulo del mondo
    come la mia vena avvizzisca e come muoiano
    su un dito un verso ed il suo nome.  Qualcuno
    forse crede che io abbia dimenticato gli
    ingredienti, si vocifera di un alterco fra me
     e la mia cortese balia di parole, quella che
    mi rovesciava il sonno dalle coperte perchè
    le dessi un canto.La verità è che tanto hanno
    ignorato di me, mi hanno spesso lasciata
    in posa, come fossi un unguento, un medicamento
    da esterno , speravano ne penetrassi in tempo
    la scorza armata. E non vedono, non sanno che
    invece di infilarmi in quella coltre, io sferruzzo piano
    verso l'alto, aggrappata ad una linea nera che mi
    fa da bruco per imbastire il volo.

  • 08 agosto 2012

    Tre Cento sei

    Sono stata io, è mia la colpa: io ho sporcato,
    sottratto, rotto, mescolato, confuso, sbeccato,
    sprecato. Sono mie le tracce su ciò che è  disfatto,
    sperperato ed irrisolto, mia l'ombra sull'ala, il boato
    nella carne, la catena al sorriso.Se trovi faccende
    annodate, riconducile senza difficoltà alla mia cruna,
    di qui passano le vene di tutti i malanni, i nomi di
    tutti i ritardi, lo specchio che condanna ogni anno,
    il bottone che soffoca l'asola ancora vergine.
    Si, sono stata io, ed è ora che di tutti questi
    indizi lasciati senza attenzione, tu faccia una
    ricetta per fermarmi, se sei ancora in tempo.
    Perchè io non voglio più guasti, ma sentirmi
    finalmente voluta, nonostante le mie mani
    siano ancora invischiate in tutto ciò che non sono.

  • 07 agosto 2012

    Tre Cento cinque

    Non so stare al mondo, scivolo, la mia posa
    dura un secondo, la mia culla era  piena
    di fori, così adesso le mie ossa, annerite
    da pause lunghissime, stanno insieme
    per abitudine.Hanno tentato con argani
    ed arpioni di issarmi, ancorarmi, di 
    assetarmi da qualche parte ma poi
    succede che mi piego, poco alla volta,
    in genere lentamente, così lentamente
    che sembro la stessa lasciata sulla sedia,
    nell'angolo, al piatto. Invece mi curvo e
    trovo l'uscita, l'inciampo, la frattura su
    cui rivelare il mio fiacco equilibrio.  Non so
    stare al mondo come non sanno starci
    poche altre cose: certe alucce
    fastidiose di falene investite dai fari
    di una candela ad esempio.
    Non ho l'abilità silenziosa dei gatti,
    l'appiccicosa pazienza sottosopra
    dei gechi.Io sto ferma, ci provo,
    mi impegno, ma poi vengo via,
    come un mucchietto di polvere
    sgomberato da uno starnuto.
    l'abilità silenziosa dei gatti

  • 05 agosto 2012

    Tre Cento quattro

    Lascio le cose così, verdi, acerbe rachitiche e slavate,
    senza una culla, una covata da presidiare, una gibbosa
    sacca di sorprese. Lascio i semi inturgiditi e nani,tutti
    concentrati nella loro incompiuta possibilità e quando
    vogliono crescere, li acceco. Così le parole, annodate ed
    informi,vedo i bulbi da cui so come tirarne fuori il manto
    eppure li  trattengo da quel pianto lanoso, li preferisco
    perennemente gravidi e senza urlo.
    In qualche modo sono una strega che immobilizza
    le cose, impiastricciandole di un eterno presente,
    vado a caccia degli istanti  perchè mai si divincolino
    da questa mia trappola e prendano la fuga del domani.

  • 04 agosto 2012

    Tre Cento tre

    Abbandonami da qualche parte, se avrai cura
    di seminarmi, di disperdermi, non tornerò indietro.
    Abbi fede, dimentico vie, semafori e traverse, non
    sarei capace forse di distinguere una piazza da
    una panchina, girerei a vuoto per ore,
    forerei un piede ricordando l'ombra
    del palo a cui avresti dovuto legarmi.Tu fallo come
    avresti dovuto oggi, con il sole fisso nel cielo,
    un chiodo sulla croce di Cristo, l'INRI saranno le
    nubi ed io la ladra che cerca di conquistarti
    sbagliando ingresso. Mi consumerò così, uno
    stelo che ingobbisce poco alla volta, tu lasciami
    lì, come oggi. Io non merito altro che un rimprovero
    di spalle in lontananza mentre le tue labbra
    aspettano di essere gridate dalle mie, ancora
    illuse sia un'ala l'amo nero che mi porto nel petto.

  • 02 agosto 2012

    Tre Cento due

    Scrivere non è intendersene di incastri,
    limare le lettere fino ad assottigliarne lo
    spuntone, ago per la tana giusta.
    Scrivere  è forse questo dolore che mi
    prende all'improvviso, che si moltiplica
    senza acqua in una scura regione della
    mia carne dove le ossa stanno affacciate,
    canne albine su un deserto. E' dire mi fa
    male qui ed accorgersi che il male è
    andato altrove per non essere catturato.
    Allora vado a cercare il rimedio tra le
    macerie di un soccorso,nella folla degli
    unguenti innocui, dei medicamenti assorti.
    in quella fossa comune travestita da
    sanatorio si accatastano gusci e noccioli
    di parole già spolpate e tutto ciò che trovo
    è solo un verso, una puntura senza
    cura che inietta alla pagina il mio supplizio.

  • 29 luglio 2012

    Tre Cento uno

    Ho il grugno inesploso del bozzolo, turgida,
    aspetto mi bussino le ali promesse.
    Ogni tanto sgranchisco i monconi, se appoggiate
    un orecchio, sentirete il sordo punzecchiare di qualcosa
    che non sa come uscire. Vi vedo già affannati a
    cercare la serratura, a provare la mandata,
    ad accontentare la toppa con il boccone
    giusto. Lasciate perdere, non ho fioriture:
    sono semina perenne di un raccolto incarnito.

  • 26 luglio 2012

    Tre Cento

    Dicono siano tristi le mie parole quando
    friniscono in punta di dita e vengono tonde
    a giocare sulla pagina dopo aver dormito
    a lungo dietro le siepi della mia mente.
    Dicono siano sempre vestite di scuro,
    calzino calzari, abbiano per flagello
    me come madre e come padre il calco
    del dosso con cui faccio della mia mano
    un grembo in contrazione per sputarle
    dritte ma mai furbe in faccia al mondo,
    con il campanello del travaglio  sempre
    pronto a dire basta. Dicono mi somiglino
    perchè non sanno asciugare dalle labbra
    il sapore dei morti e tutto ciò che danno è
    una smorfia, un contagio di peste a
    chi le insegue. Ma anche io saprei farvi
    ridere! Inciampando su un accento,
    aggrottando la lingua a mo' di ventaglio.
    Vi stupireste della mia comica disperazione!
    Solo che non vi accontentereste e vorreste
    comunque trovare dentro la grassa pancia
    della risata il girino di un dolore, assicurarvi
    che crescerà, allattato a dismisura dai
    seni di una turgida mannaia.

  • 25 luglio 2012

    Due Cento novantanove

    Speravo che qualcuno lo uccidesse, stanandone
    l'invadenza da ariete, che giustiziasse il capro
    e mi sciogliesse dal mostro che ha la sua
    nicchia preferita fra il mio sterno e le mie
    domeniche. Invece sta là e decide con quante
    dita posso sorridere e con quante altre tagliarmi.
    Se mi tendessero una trappola e ribaltassero,
    si accorgerebbero della voglia di questo scuro
    sonaglio che ho sotto la lingua, spierebbero
    dalla mia bocca , come fosse la testa di un prigioniero ,
    il battaglio che mi è stato fuso al cuore in un giorno
    di inverno e che rintocca di rado.Si crogiola del
    suo gingillo tutto il mio essere,è forse gemella del
    mio respiro l'apnea, della luce la cecità.
    Il nido non è che una tomba
    quando manca la cura della vedetta.

  • 23 luglio 2012

    Due Cento novantotto

    Questa è l'estate di tutti gli amanti,
    dei piccioni schiantati sulle strade,
    grigie sindoni sotto le suole meccaniche
    del lunedi, delle decalcomanie di farfalle
    uccise dai bambini, tatuaggi di ali
    rossastre in cui trovare i propri mostri.
    E' l'estate che non sono più come ieri,
    che vedo nelle rughe pochi semi e
    nessun bocciolo, allora scavo più a fondo
    e cerco radici, ma mi risponde sempre
    l'uncino di un punto interrogativo.
    Questa è l'estate dei cocomeri spalancati
    come porte insanguinate, delle verruche dove
    l'asfalto si stanca ed il catrame non sa
    guarire, della tua attesa e del mio nome.
    Ci incontriamo così, nella mezzaluna
    di questa stagione furibonda, siamo la
    trama di un merletto, una groviera di arnie
    senza miele e la posa della cera,
    una sola fiamma a liquefarla.

  • 21 luglio 2012

    Due Cento novantasette

    Quando ho incontrato il tuo nome, era
    tutto impettito, un dorso di piccione appena
    caldo di volo, un attenti di piume.
    Eppure in quella bandiera spiegata  a dire
    la tua meraviglia, ho sentito il sapore del
    mio primo cavallo a dondolo. Quell'arnese
     poco colorato e severo se ne stava come un
    ago al centro del salotto, intorno le ore
    damascate dei divani, le gambe spuntite
    di mia nonna e la voce di una zia. Tutti
    gettavano scommesse come dadi sul
    mio divertimento,io sola lo accarezzavo
    cercandone la carne: mi piaceva la
    parentesi della criniera, la sella per paravento,
    il nodo di plastica sotto la pancia,  una chiesa 
    sconsacrata, il nitrito giocattolo.
    Quando ti ho detto, io ho sentito quella stanza.
    Allora mi sono chiesta se  mi stavi già cucito
    dentro, un bottone di riserva, generosa dotazione
    della  giacca più  nuova, scorta di un  sarto previdente.
    Se mai mi fossi trovata sola e spalancata
    al mondo infreddolita, tu saresti stato là, a rimboccarmi.

  • 18 luglio 2012

    Due Cento novantasei

    Tre dosi di ruggine, una copiosa manciata
    di guasti, pizzichi di condotte sbullonate,
    fresature di torniture mai panciute,piallature
    imperfette, levigature abbozzate, rifiniture
    tralasciate, acconciature glabre, giunzioni
    allentate e poi croci e marsine infilate
    di forza sulla gonna, asole dalla bocca
    slabbrata e bottoni adottati da buchi
    casuali.Questa dunque sono io
    messa sotto la lente del caso: a
    ricostruire il mio impasto fanno tutti
    fatica.Il risultato sembra commestibile
    a giorni alterni,nello specifico peso
    quanto peserebbe un danno ben
    truccato. Poggiata sul gusto per fame,
    fornisco sapori variabili e variazioni
    dalle beffe usuali. Ma con il passare
    del tempo vengono fuori le spine non
    preventivamente scartate e di polpa
    rimane appena un granello, più
    quasi un fastidio che una perla tra il catrame.

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