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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 20 novembre 2013 alle ore 12:31
    Sei Cento Cinquantadue

    Un giorno anche io dormirò
    con gli occhi posati come
    le mani da fine applauso.
    Tu intreccerai ancora parole
    con l'ibiscus a chilometri
    di chilometri da qui vaneggiando
    sulla mia specie, sulla forma
    dei marmocchietti tribù nati
    da una non specificata notte
    di intento e di caso.
    Il cane, il giardino, la casa
    in montagna: chissà chi di
    noi  due farà prima  a ridarsi.
    Un giorno anche io dormirò
    e pensandoti là con dieci
    distanze di vantaggio non
    vorrò certo svegliarmi.
    Finalmente freddi e violacei,
    passeriformi, la pelle rafferma,
    riavremo, esausti, il nostro appuntamento.

  • 20 novembre 2013 alle ore 12:27
    Sei Cento Cinquantuno

    Ti scrivo dal mio letto:
    maledetto, morbido confino per cui
    non ho colpa, reato, pendenza
    e dunque nemmeno notizia di
    quanto mi servirà per scontarlo
    del tutto. Ti scrivo dal mio letto
    come spesso facevo nei mesi
    che ci vollero più vicini dei rami
    alle foglie, del cuore al miocardio.
    Rannicchiata valgo quanto il passero
    venuto giù anzitempo dalla scodella
    del nido, stesa non faccio paura,
    nemmeno richiamo.
    Non sono binario e del treno ho
    solo sentito parlare, uno sferruzzare
    cominciato a gennaio che mi ha
    smerlata da tutto.
    Ti scrivo dal mio letto mentre tutto
    il tuo corpo ha estirpato il veleno
    di cui sono madre: le tube- scorpione
    hanno alzato il tiro, tenuto al caldo
    un ovetto nocivo allattato di cure,
    ogni tanto saggiato con l'ago.
    Retrattile e scuro, impostore,
    una faccia a cui non affidarsi.
    Così ti allontani, come si fa
    dal cane molesto, dal pericolo
    annusato in anticipo, come
    si scansa dalle labbra la
    molliccia Amanita vorace
    ed ansiosa di schizzare il suo Dio.

  • 20 novembre 2013 alle ore 12:11
    Sei Cento Cinquanta

    Tubetto di colla, morsetti, puntine, gran
    carnet di malte, di prese, coadiuvanti
    i sigillanti. Una bella scorta di queste
    cose così per rimettere in sesto le
    quattro zampe, una sull'altra in piramide
    snella  le ossa della bestia che giace
    sotto la coltre marrone, pietoso, confinante
    raggiro degli anni che furono.
    Ma come si fa? Come col vaso buono
    ed ora sciancato? Come con l'alzatina
    di ceramica arcobaleno sbeccata nella
    furiosa circolazione del dopopranzo?
    Allora, prima la coda: una bella
    avvitata nel posteriore.
    Pennacchio, bandiera, fraccia
    di direzione. No, meglio iniziare
    dalle orecchie dal capo.
    No, aspetta! Riprovo col fondo:
    piedini ed unghiette, la marionetta
    durerà fino a quando non riaffiorerà
    la puzza di fine, di macerazione.
    Formaldeide, please, a go go.
    Oddio questo Frankenstein di
    pelo e pulcette è uno zombie
    a cui stanno appiccate in fila
    le tue donne e le vacanze, costumi,
    spiaggette, prime prove e leggii,
    due felpe, un rosario, le chiavi,
    il sedile, divani, poi letti.
    Adesso che te l'ho riassestato
    mi chiedo se ne sia valsa davvero
    la pena: è mostruoso e ha bava
    di fuoco, cianotico e sporco,
    con una benda sull'occhio.
    Più sotto, più sotto andava
    soppressa, così che non ne
    sfuggisse nemmeno l'istinto,
    si proprio là sotto, insieme
    alle Dore, alle gonne, ai
    bisticci. Ed a questo carrello
    multigusto di orrende delizie.

  • 16 novembre 2013 alle ore 17:18
    Sei Cento Quarantanove

    Sono venuta dopo il sogno
    della notte a rendere omaggio alle
    tue Mainarde: certo erano ugualmente
    imprendibili e rosse d'autunno quando
    papà sedeva tutto il sedile
    posteriore- scanno  maneggiando
    la fionda rudimentale.
    Ma al mio arrivo il rosmarino era
    alloro  alla testa delle tavole
    ed il ponte sbieco
    sul fiume  una svastica buona.
    Intorno il fumo furetto delle case
    immerse nel freddo, gestazione
    furiosa delle vette i bargigli di
    prima neve qua e là, cuscini.
    Sono venuta a cercarti  lì, tra il ceppo
    e la gola amaranto dei mosti già
    avanzati in novelli, tra la facciavista
    e le porte aggrappate. Ieri sono
    venuta ad abbracciarti nella pacata
    galleria fascista delle Poste sferzate
    dalla pioggia, nel rintocco del
    pomeriggio, fra i ragazzini zaino
    e feste del corso, gelida cucchiaiata
    tutta vetrine e promozioni, nei cucù
    affacciati alle pareti. L'uomo del bar
    ieri portava sul petto un bottone,
    una coccinella lutto, una nera
    cappella, un chicco di catrame
    per venerare la donna in tailleur,
    biondo Lare ecrù fra il treno dei
    caffè e la pubblicità Toraldo.
    Io non ho mai avuto un posto
    dove appendere la tua fine, che fossero
    una giacca, un bavero,  un cammeo
    issato a prua, tipo una croce.
    Ma sento sangue questa terra
    che mi attraversa e capisco di
    essere venuta dal tuo stesso anfratto:
    dai covoni e dalle fascine shanghai
    di legna Lego e scendendo dagli occhi
    ecco, ho le tue stesse dita:
    sottili, nervose etoiles.
    Lombrichini da penna e da pane.

     

  • 14 novembre 2013 alle ore 14:13
    Sei Cento Quarantotto

    Mamma foca  è anni '70:
    la lampada è portadischi e
    l'edera bimba scavalca già
    il cancello- dondolo, metterà
    gambe robuste la bici operata
    alle rotelle, capolinea di grandi
    conquiste. Mamma foca a viso
    tondo mi tiene raccolta fra lo
    sterno ed il bottone di tutti
    i mondi: io a testa in giù
    succhio e nitrisco, viro e
    vario le posizioni, pum pum,
    scalcio, poi dribblo.
    Ravello è atossica e spalmabile
    sulle tartine di ceramica, vergine
    cruda: limoni come pulsanti
    e pecore che sembrano formichine.
    Fanno lana e fanno tana.
    Gigi  ha la mia età e tanti
    quaderni, una casa in curva,
    bianco Holter Pressorio, fasciatura
    da gomito in panne.
    Mamma foca mi aspetta e sorride
    panciuta, sembra l'otre del grande
    terrazzo, boxeur in pausa consiglio
    dall'allenatore, sembra il vasino
    in cui pioveva possente il tiglio
    decapitato dal vento dei primi Ottanta.
    Mamma foca ancora non sa che
    il nodo in liquefazione avrà più mare
    del mare, lava blu nelle orbite
    tristi. E facendo due conti ripensa e
    non ricorda quando la intinse di sale,
    ma quella riccia semenza si porterà
    dietro per sempre uno zaino di onde:
    necessaire di pinne e boccaglio,
    niente corde e morsetti
    per il cianotico pescetto puntale.
     

  • 13 novembre 2013 alle ore 20:44
    Sei Cento Quarantasette

    Io volevo crederti, ma
    la donna conosce bene il
    tuo indirizzo, il pedigree
    dei fiori, la doglia serpente
    e luglio agosto con il cane agonizzante.
    Lei è rossa e rosse sono febbre,ruggine,
    luna e rabbia. No, scusami, lei
    è bionda: e biondi sono grano e sole,
    urina ed angelo custode.
    Io volevo crederti ma lei, di 
    qualsiasi colore l'abbiano chiamata,
    è arrivata prima con piegaciglia e pettinini,
    con le fusa della sfinge e strani giochi
    di pedine, rebus e sciarade.
    Quindi non so come dirti che il
    mio mostro cambia foggia e poi
    misura, è spaventoso di notte
    ed infuocato di giorno.
    E quando tu lo richiami a letto
    con un sogno o con il campanello
    trillo di un ricordo ben dovuto,
    io sono l'orco, la megera  perchè
    sputo affranta tutti i malanni:
    una bella mescolata, un minuto o poco
    più e dolorosa
    ecco sale  profumata
    la mia  minestra di parrucche.

  • 13 novembre 2013 alle ore 20:05
    Sei Cento Quarantasei

    I muli - Lattari dormono anche
    stasera, la fredda colata è
    nera e dalla punta di tutte
    le punte si muove discreta
    un'anca più chiara, il morticino
    luna ci prova a fiatare,  ma poi
    subito smette ed ogni ricordo è martirio.
    Più sopra, dove l'abitato è afono,
    stanno le tane di chi ha traslocato:
    bionde e bruni, giacche, ombrelli,
    pari e dispari,troppo presto o longevi.
    Sui miei nonni non ci sono nomi:
    la croce è  il nano di due cumuletti
    smemorati, la terra una gobba,
    il boa orizzontale digerisce ex
    bambini sotto coperta, un'arca
    che ruba alle case con un buio rintocco.
    I miei nonni sono spenti in quel letto
    da anni: papà volle fossero zolle
    senza mai marmo, i fiori sparsi,
    coriandoli anche dopo il martedì grasso.
    Ogni tanto un tafano gli ronza intorno
    e li prega. E racconta, piccione
    furioso, i giorni di chiusura e quelli
    di concerto, il mio ventre ancora
    sfitto e l'abito che mi corre
    davanti, bianco poltergeist sacro.
    E di me,  in catene, che
    sciocchina e sudata  da
    tempo gli tendo un patetico agguato.

  • 13 novembre 2013 alle ore 13:34
    Sei Cento Quarantacinque

    Se sposassi l'uomo delle cravatte
    o il metronotte, la notizia ti giungerebbe
    in un plico sordomuto mentre fai buio
    e spedisci le gambe nella nebbia.
    Ore 16,00: la bici è al guinzaglio
    mentre un dado con il mascara e
    la borsetta decide se premiarti,
    o adularti. In fondo non c'è
    storia fra maiolica ed abete,
    fra poiana e branchie.
    Io sono il giù, il sotto,
    il basso, la radice,i piedi,
    sono Positano e troppe scale,
    le case sputate fuori come i
    capezzoli col freddo.
    Sono attracchi e tammurriate,
    i restauri di Pasquale e le vinacce
    accumulate sotto costa, sono le aragoste,
    scarafaggi -sub e la tappezzeria color
    lampara.Io sto bene nel mio ghetto di
    "Dottò!" e castagni -amo, sto bene
    dietro una finestra, radiografo d'autunno.
    Per tanto non scusarti, non rammaricarti:
    questo ritardo era necessario a mettermi
    al dito il nome giusto ed a svezzarti,
    deo gratias, dall'assurdità del varo di uno scoglio.

  • 11 novembre 2013 alle ore 13:40
    Sei Cento Quarantaquattro

    La stazione è ancora treni, la
    ola dei palazzi in altero convegno,
    " Ok Computer" manda bagliori
    color ufficio dall'angolo con i parcheggi.
    Se un Mario arriva con la borsa tronfia,
    un altro scende sottile più di un filo
    d'acqua; io non conosco il rumore
    delle rotaie, ma so come le hai
    intese nei tuoi via vai, tu portavi
    neve in riva al mare ed il mare,
    per punirti, ti portava via me.
    La porta sta socchiusa come allora:
    il " Privato" è un cave canem a cui
    dovevo piegare il collo, ma come
    spesso accade agli indecisi, me
    compresa e bandierina, ho sfidato
    l'apertura, un'Idra abbaia,  un'Idra
    muore, ed il bocchettone lussurioso,
    la boccia che trasudava olio.
    E madida del gran peccato,
    ho cercato, una volta uscita,
    di ripulirmi la schiena, lì dove
    forse era più carne la mia
    propensione al volo.
    La stazione è ancora treni, bisce
    grigie e d'amaranto, risalgono
    dal mestruo caldo del sud e
    vanno verso la cerebralità
    dei portici, delle torri, di tutti i nord.
    Lì dove tutto è meccanismo, fabbrica
    e pedali alla domenica,  lì dove
    l'onda è la pagnotta del weekend.
    La stazione è ancora treni e le
    tue gambe impagliate a bordo
    città, hanno percorso un tratto
    della mia prima vita: laboratorio
    e geografia, statino, lode  e
    promozione. Ma adesso che resti
    al cuore della molla che ti schizzò
    da queste parti, vorrei sentissi
    la mia felicità traslocata dagli scambi,
    dal ritardo, dalle chiome separate
    o ladre o dalla stanza, alcova spia.
    Ho affittato un corpo un tempo, restio
    sigillo, un mulo, una cassa: felicità
    è che non s'apra subito per  scoprirsi
    semplice e mai abbastanza da dirsi al freddo.

  • 11 novembre 2013 alle ore 12:51
    Sei Cento Quarantatre

    Oggi ho un non so che di
    felice e di traverso nella gola,
    improvviso come il mezzo
    e pesante coricato sulla carreggiata.
    Forse perchè ho debellato il mio
    mostro, l'ho inghiottito, con l'aiuto
    di una mollica a cui si è affidato,
    il naufragato, con l'impugnatura
    dello stercoario, biglia nera e
    chiara, frac incongruente.
    Adesso sento nuovamente il vento
    di Venafro rimbombare sulle
    vetrine della Casa dello Sport,
    sette ragazzi, tutti di jeans,
    ridono le scale di un vecchio
    Agosto e la luna, setter smilzo,
    punta Isernia da lontano.
    Rivedo le ali di Sesto Campano e
    doso la borsa gonfia di spezie,
    il droghiere spunta ad oriente
    del retrobottega, l'unto sacerdote,
    con l'ostensorio del grembiule
    punge budelli impacchettati.
    E mentre i tir scavano la provinciale,
    una cotenna di freddo viene ad
    abbracciarmi. A mezzogiorno ho
    deglutito: è sceso al piano terra
    l'ultimo orco, giù in fondo,sottosuolo,
    destinazione da miniera.
    Il mio mezzogiorno sorride finalmente
    anodizzato, scintillano brocche e
    parmigiano,fucina senza furto,
    criceto contento di un altro giro,
    chiostra di denti ipnotizzata
    dal pendolo della ruota.

  • 10 novembre 2013 alle ore 15:05
    Sei Cento Quarantadue

    Se tu fossi un insetto, saresti l'ape.
    Certo il geco ha il tuo equilibrio,
    il ragno la tessitura, la minuziosa
    lavorazione, la mosca l'ostinazione,
    l'ineluttabilità dello sfregolio quando
    si posa, la farfalla...No, alla farfalla
    non riesco ad associarti.
    Ma l'ape, si quella lì, bruna
    siringa alata, quella si che
    ti somiglia: tutta laboriosa
    nel procacciarsi nettarume e
    compagne, chirurgo dall'asportazione
    precisa quando visita il fiore.
    In visite poi sareste pari, in
    asportazioni direi altrettanto:
    io stessa credo di averti ceduto
    tre o quattro porzioni che credevo
    inattaccabili, sigillate da tempo
    con collante di eccezionale fattura.
    Si, tu sei del partito dell'ape:
    hai medesimo incantevole potere
    incantatore, movenze circolari,
    il corpetto bicolore, un po' giorno,
    un po' notte, più primavera che
    d'autunno, con le antenne rizzate
    al succo più chiaro.
    Ma delle api si sentono sempre
    note vicende:e poi si sa, minacciate,
    che attaccano. Così anche tu, forse,
    confondendo la verità con la
    minaccia, sgusci dall'elsa la
    spada, a volte per vanto,
    a volte vuoi guerra e
     conficcato il nuovo nemico
    vi resti, paradossale,
    appiccicoso amplesso di morte.
    O almeno così accadde per me:
    sei morto al mio dentro e quando
    hai tentato di staccarti, un po' mi
    hai portato via, calamita, amo,
    uncino, risucchio, un bel po' mi hai
    lasciato, chè di te ho trattenuto
    terminali ed appendici.
    Così credo che  il tuo prossimo
    volo non duri, ahimè, più di qualche
    minuto, occhiolino, sorriso, malizioso
    giochetto, doppio senso, poi puff:
    capitoli al suolo dove stanno
    in graffette altre cento paia più uguali di te.

  • 10 novembre 2013 alle ore 14:25
    Sei Cento Quarantuno

    Ho grande coraggio a restare
    qui quando staccano la testa
    agli ombrelloni ed il tappeto
    di mozzati, busti svitati, ricorda
    la vicinanza della bruna stagione
    e del congedo. Ho grande resistenza
    nel sopportare le cerniere rabboccate
    dal cursore, compartimenti stagno,
    dinosauri sulle vie e sulla gente, valigie e ventri,
    versipelli, come a suggerire l'ora del rientro.
    E tu cosa vorresti? Forse vivermi?
    Tu che spargi il tuo nome ovunque,
    il ratto grasso untore a quattro
    zampe, tu che investi in semi la
    prima buca utile, tu non hai forse
    ancora il senso del mio durare.
    Mi vorresti come il tuo tempo
    di gonne  e camicie a favor di spettro.
    Ma io sono l'inverno quando muta
    tutto il vento e la terra è solo avara,
     utero esonerato dalla succosa
    espulsione. Mi vorresti piana, poi
    leggera, il corpo un bel vivaio.
    Ma io sono tossina e rilascio lento
    il mio morire con un allarmuccio,
    uno sforzo di sordina.
    Sono il nemico impellicciato da
    camaleonte, l'amaro diluito a
    centro bicchiera, il cercatore
    incallito  con un foro nel  cesto delle cattive spore.

  • 10 novembre 2013 alle ore 12:50
    Sei Cento Quaranta

    Ricordo quando chiamasti la nera
    signora per sverminarmi la paura
    dal ventre e lei, sotto i tre nodi,
    trovò le tre urla ed i bordi esplosi
    della culla che non sarebbe arrivata.
    Ricordo il bastone e la spola - cantilena
    del fruttivendolo, Don Paolo dimenticato
    al sonno, ciliegio da marciapiede e la testa
    ottanta spaiata dalla smemoratezza:
    anestesia da morte, gatte sorelle.
    E la Messa pomeridiana nel forno
    di Via Magenta e l' incontinente
    colata appiccicosa dei passeri
    sui marmi del bar e Pippo,
    silenzioso come un nano.
    Ricordo la bionda signora della
    farmacia e le gambe bambù
    sotto il camice bianco, lische
    senza più peli, pali spenti.
    Ma da notizie sicure so che
    la sera è arrivata pure là,
    strattonando il sole, rovesciando
    il secchio, pittura buia.
    Mentre un geco risale la catena
    dei muri , scalatore upside down,
    tutti credono di vedermi ancora
    chiaramente semplice nei miei
    ritmi blu. Forse anche tu mi
    credi così, collezionabile fra
    la caldaia ed il terrazzo, la margherita
    stizzosa e lo strofinaccio: ma
    proprio io sono cento volte più spaventosa.

  • 09 novembre 2013 alle ore 13:52
    Sei Cento Trentanove

    Mi consumo e non vedi:
    ho meno fiato del moccolo
    raso al suolo dalla fiamma.
    E tutti questi oscuri che
    ridono nella stanza accanto, tutti
    questi corpi che fanno rumore
    di forchette e le impattano,
    asce di cacciatori primordiali,
    tutti questi che vivono e sono
    contenti del pollo ben cotto o
    disossato, della polvere debellata
    con un push e della pasta in
    ebollizione quanto del dito
    impertinente nello schiocco,
    per tutti questi, che fortuna, 
    non sapere il mio finire.
    Mi consumo e come loro
    anche tu non sai la mia
    notte dura quanto l'inferno,
    mentre vado a spasso
    fra le scintille nel latte della notte.
    La notte ferma, mucca veggente
    con le mammelle fuori gabbia:
    grassi, trofici, bui, gaudenti
    bocchettoni, maschere ossigeno
    per soffocarmi con l'ombra- giugno
    della tua bocca, il sonno.

  • 08 novembre 2013 alle ore 12:36
    Sei Cento Trentotto

    La casa è mondata: chicchirichi!
    Osanna! La novellina sguscia
    dalla pula molesta, più pulita,
    la piccina, di un budello ben
    sgasato. Comignolo sturato.
    Tutta vergine ed ignara dall'anta
    alla cucina: le finestre tese imeni,
    ombrelli intatti,tube tunnel, asciutti
    sai ave -nodo, la porta un geco,
    un prepuzio, innocente, pia lumaca
    con la testa imbavagliata.
    La casa è battezzata: via il maligno!
    Alle tende irrorate  con suffumigi
    ed esorcismi, vanno appese ostie
    non liquirizie. Sui comò dicono Messa,
    tra i divani il confessore: tutto splendido
    e leggiadro più del pranzo, della Domenica,
    della ciambella affumicata, Polifemo
    lievitato. La casa è spurgata: complimenti.
    Clinica dallo smalto perfettissimo, i muri
    in tulle, rigidi cigni, il cemento smontato
    è  neve. Passa ancora un turno di straccio
    intriso di benedizione, ha lo sguardo
    d'ispettore e lo scarico dell'astronave:
    lì vanno le stelle, nel cestello, nella
    trave, dentro al fosso, all'armadietto.
    Ma io son l'orchestrale che dirige
    il bianco ospizio con un mostro in fondo al secchio.

  • 07 novembre 2013 alle ore 12:26
    Sei Cento Trentasette

    Mi dicono di scrivere di me:
    nell'obliquo sanatorio ogni
    barella è orizzontale,
    qualcuna più di altre.
    Infanzia, puerizia,
    dondoli ed inezie.
    Allora comincio: pose di caffè
    ed edera sui bordi. E' femmina,
    tranquilli! Ha quell'ala sotto pancia
    che non mente, che non mente.
    Siamese e bianconero, il salotto
    con le teche, cento tazze e porcellane
    murate più dei santi: clavicole, femori
    e falangi. Tutti in fila sul divano damascato,
    vagone bordeaux, in carrozza tutto il corpo,
    esclusi i piedi. E le piume dei pavoni, cotoni
    per giganti e tre specchi, bolle argento, la scatola
    di Barbie, la bacchetta. Ma io volevo essere un
    maschio: maschio come il robot, l'autotreno
    ed il soldato. Alle sedici papà litiga, pure la zia:
    è colpa mia, dei miei occhi sempre pronti a
    non parlare. Ma la lettera a Natale sotto il
    piatto è come l'ostia. Devi schiudere le
    labbrucce, inghiottire e dirle amen mentre
    va dentro e già conficca, radar bianco,
    spina tonda, l'ago mago toglie al pus la pia catena.

  • 06 novembre 2013 alle ore 12:26
    Sei Cento Trentasei

    Torna pure alle tue Grete:
    sono fonde, pozzi oscuri
    come ai sogni dei bambini.
    Rosse fosse accomodanti,
    caramelle multi gusto, scorza
    opale e polpa blu, zucche isteriche
    esplose contro i semi.
    Torna quindi alle tue api con la
    chiave sempre in bocca ed il miele
    in punta d'ali: majorette appiccicose
    come il bacio alla francese.
    Io non ho trascorsi dentro il ventre:
    se vuoi entrare porta al seguito una
    torcia, da qualche parte giuro, credo,
    stia il pulsante che potrebbe duplicarmi.
    No, va bene, lascia stare: torna pure alle
    tue Veneri, alle sere bionde e brune,
    ai crani in ebollizione,
    misto carne a taglio vario.
    Io non ho culle da svezzare, faccio un
    letto ed un letto è altare, le carezze
    son candele comprate dalla  foga
    e dalla moneta, lingua - robot che
    già scava la fessura.
    Il mio sapore non fa rima,
    non ho il turgore nè la ghianda
    da cui cola il gran secreto con
    cui ti tengono all'inganno:
    passeretto nella morsa del malefico collante.

  • 05 novembre 2013 alle ore 13:08
    Sei Cento Trentacinque

    Avresti dovuto vedermi allora:
    un venerdì di parcheggi pieni a
    Monza,il barista è sud alla cintola,
    ma sopra solo  nord, nord di arancini
    chiusi come noci, nord la lingua che
    riconosce la mia dal sole. La pioggia
    sbava diagonale sul trolley delle brevi
    partenze, Rondò dei Pini è l'orbita
    buona di Polifemo, i neon dei supermercati,
    frigoriferi orizzontali. La salopette bianca,
    Napoli  un  damerino, ha i tendini contratti
    dal seno alla mia schiena. Mi guardano
    le gambe, mi danno dell'amante ma sono sana.
    Controllatemi il polso: non ho rubato, tutto regolare.
    Toccatemi: l'unione è consenziente, non ho furbizie,
    orari rimandati. Avresti dovuto  vedermi allora:
    infilata nell'estate, il gambo nella terra, una fiera
    in allestimento, tutta sorrisi e biglietti staccati
    puntuali, ferma nella fila, la carta oleata lascia
    tracce di sudario. Avresti dovuto innamorarti allora:
    allora che ero salubre più di un candeggio, più compatta
     di una candela,una bandiera ancora da impalmare,
    tutta odore di amuchina. Non adesso che sembro
    fuori di miniera, sputata da un setaccio e se negli
    occhi resta ancora azzurro, è perchè gli
    occhi sono barche ed anche  il rimessaggio
    non asciuga mai davvero il mare.

  • 04 novembre 2013 alle ore 13:16
    Sei Cento Trentaquattro

    Nonna, i nostri posti sono foto di bottoni:
    tutti lì, fossa comune, nella scatola blu
    del borotalco, spurgo vintage delle asole,
    i cordoni variopinti tagliati senza cura,
    bava asciutta di orfanezza, di giovane ripudio,
    monete a quattro fori, altre storpie, veterani ad
    una gamba, tavoli miniati evocano gli spiriti.
    Nonna, Assergi è un gufo arrugginito dal tramonto e
    sulle sue spire stanno le rocche,il pennacchio argento
    della  nevicata, Montazzoli è la bugia di un bambino.
    Avezzano sta tutta in un paio di scarpe: il calzolaio fece
    un buon lavoro quell'inverno. Nonna hai fatto anche tu
    quelle scale? E svoltato a destra, fra la Chiesa ed
    il portale svenduto e detestato? Ora so perchè il
    mio ventre non vuole sale e perchè a riva la mia onda
    è solo nebbia, perchè cerco l'incornata dei temporali.
    Io sono la tua bambina, i calzettoni strozzati sotto il
    ginocchio,sono la coccarda,la prima campana di
    Agnone,le interiora massaggiate col prezzemolo, il
    ruoto ustionato dalle castagne. Sono l'uva passa
    e la candela, il rosmarino evitato dal gatto  e la
    consolazione. Nonna che dici il tuo dialetto,
    nonna che non dovevi cadere qui ma dormire nella neve.
     

  • 03 novembre 2013 alle ore 16:55
    Sei Cento Trentatrè

    Dovrebbero elevarti un monumento: altero,
    solido monolito dal piedistallo incorruttibile.
    Con i piccioni che vanno intorno ed un bambino
    che ti osserva come si fa col cielo, naso in su,
    occhi nel sereno. La sera poi sbiancarti con
    i lampioni, gonfie ciliegie cariche di ali, masturbazione
    per moscerini. Dovrebbero erigerlo  dritto al centro
    di ogni centro: colonnina  di mercurio e campanella
    della scuola, santuario, abbazia, monastero , pendolo
    e palazzo del ghiaccio, tendostruttura, adduttore,
    catalizzatore, catrame e tubatura, le cose vengono
    a te con disinvoltura, accentratore.
    Tu che di un neo hai fatto il mio pozzo,  di un nome
    la mia croce, di una vampa il cappio, meriteresti questi
    ed altri colossei, trionfi ed architetture mentre mi chino
    al tuo comando ed avvolgi il braccio intorno all'ombra.
     

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:58
    Sei Cento Trentadue

    Il tuo porto è la mia Giudecca: le canne
    tese come falli in attesa di essere sbocconcellati.
    Non mi hanno fatto bene le  risse di Giugno,
    i gendarmi rizzati dai saraceni, il grigio doppiopetto
    del molo od il faro arrugginito dalle mareggiate,
    rossa oliva dalla testa agile. Non sono serviti
    i libri impilati secondo grandezza, il negozio che
    mutava in banca, il vimini sguaiato di nocciole e
     di limoni,la frutta esposta a buon mercato
    come i seni sulle spiagge.  Tu sei tutto il mio
    male coagulato in due strade: sei l'avaria ed
    il guasto non preventivato.  Verginità e sangue
    hanno percorso ogni tuo gradino mentre suonava
    a perdifiato  la nuova promozione.
    Resta solo il blu della bidella,
    un occhio marcio al centro del corridoio ed
    intorno al suo fischio tutte le rocce, coro magnifico,
    un concistoro: perla sputata
    come l'osso dal rigido cane sgraziato.

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:34
    Sei Cento Trentuno

    Tu sei come un vecchio amico venuto
    a trovarmi dal nuovo mondo con la ginnastica
    nei piedi ed il chewingum per deodorante.
    Con la testolina argilla  e corrosiva mi punti
    alla gola dalla O di di un portone e sgusci con
    talento sapienze e grande inventario.
    Somigli a certi gatti rossi tutti pelo ed
    evoluzioni: tenaci, ritte ballerine alla sbarra,
    in piedi sopra i nervi, contratti spaghetti
    previa cottura. Somigli al gioco ed al circo,
    al tendone od alla donna razzo quando fingi
    sia adatto a me lo spettacolo delle ventuno
    e nella fila delle più o meno paganti, io mi accordo
    col disagio e con l' intralcio.
    Struggente quanto  un pesce conficcato in una duna.

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:05
    Sei Cento Trenta

    Il signore mi guarda con sospetto:
    "Con quella stiva proprio là sotto lo sterno -dice -
    non si va da nessuna parte, certe lacune
    fanno i laghi, il ribellarsi è solo un mortaretto
    nella parata".Eh, no, mia cara! Con quella falla
    non si ragiona. Cos'è un foro? Una botola o  una fossa?
    Torni un'altra volta, la cuciranno per benino: un nodo
    qui, una sutura là e poi saliva a volontà, collante e miste soluzioni".
    Ma io, signore, il mio mostro devo portarlo in giro: chè
    se non fossi quel che sono, l'avrei di certo già eruttato,
    spurgando ogni suo indizio.
    Questo orcio ben fornito, panciuto commerciante nel giorno
    del tutto esaurito, con le spezie ed i puntali, tre coccarde
    ed un bel nastro, si è intrufolato, talpa gigante, scavando
    di lena più di un tempio, di un megaron, di una Babele.
    Piuttosto mi chieda  perchè sono venuta.
    Da tempo  seduta e spettinata,  osservo da  una teca
     delle gonne, sconosciute  come  scimmie, ammaestrate perline
    lungo il  filo, la prima è scura, segue una chiara.
    E  poi mi dico: quanto somiglio a quella?
    E quanto poco all'altra? Mentre sotto banco  continuo a pizzicarmi
    la destra con la sinistra e a sussurrarmi:
    " Torna in piedi, non c'è più posto".

  • 03 novembre 2013 alle ore 12:36
    Sei Cento Ventinove

    Sono tre le fate, aerodinamici siluri:
    intorno al capezzale con un abaco di dosi
    e le firme in casseruola, orride mongolfiere,
    meduse in volo. La prima si presenta, la seconda
    canta in coro, la terza mi addormenta.
    Non sento più il tuo tocco: bum bum, alla tempia
    hanno smosso l'architrave, se le orecchie son
    vestali, la bocca è  il sacerdote.
    Lei aveva forse gambe sode, il ventre
    era  arredato, le veci di un gabbiano, bottoni
    di gran  mira, proiettili dagli arsenali dei
    mirteti. Io starnazzo ed incanto i gufi,
    col mio passo tessono nervi, il budellino
    ritorto e breve, la mano grotta e morto.
    Lei sta tutta dentro ad un boccone,
    il mio succo scende lento, liquame
    da prima spremitura.
    Ma le tre fate vogliono aiutarmi, ognuna
    un patch ad ogni falla: dicono galleggerò,
    un sugherino, sarò azzurra, poi finalmente più piccina.

  • 03 novembre 2013 alle ore 12:18
    Sei Cento Ventotto

    Ho dato la carica a tutti gli orologi
    e la sveglia è la civetta sul tramezzo
    del ramo comò. La notte ha fatto un
    patto: portarti via da me. Disossarti,
    fionda sempre in tiro, portentoso
    scioglilingue, dal pettoruto davanzale;
    tu femore mancino, zoppicheremo entrambi.
    La notte che non passa è una febbre
    di stagione che tutto arroventa, una pazza
    e la sua smania che cammina sulle righe.
    Nella mia carne dal tuo ingresso non c'è
    più posto per altra carne: mi avranno pure
    predisposta ma ho fallito proprio all'ingaggio.
    Prima di scappare taglia bene tutta la coda,
    questo funebre nerastro inchiostro, dal gozzo
    della seppia non vengono colombe.
    Taglia ciò che riconduce a me, il bus come
    il biglietto, la traversa, soprattutto  il conducente
    con il numero sul berretto.
    Come un bambino mostruoso recidi
    con i denti  il lombrico cordone:
    oh Ercole contro i serpenti, scalcia via  tua madre.