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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 02 novembre 2013 alle ore 20:13
    Sei Cento Ventisette

    Quando guardo i pini ti amo:
    resistenti applique, lunghi quanto
    la stampella di un gigante, in diagonale,
    dalla stanza stretta arriva il tubicino
    gutturale dei piccioni, grigi e chiazze,
    erogano gargarismi con i colli - imbuto
    verso l'ala. Quando è primavera, quando
    è sera, quando la posa del caffè scoppia
    sul lavabo, granata in pace, quando il vento
    sventaglia e le  foglie sono sventole che vengono
    via  per poco, anche allora ti amo.
    Quando la campana è insopportabile quanto
    il ragionamento del folle, la busta della spesa
    quanto il saluto del vigile, quando un cono vale una
    gonna ed il manubrio delle rondini quanto l'ultima
    mandata alla porta, ancora ti amo.
    Tutte queste cose intorno finiranno e torneranno,
    caparbie ondine: il merletto modanato, penetrato
    e rammendato, la poltrona scalciata e smacchiata,
    il telo pregno di umori, spurgato del peccato
    controsole. Ma io ti amo. Ancora. Sempre e più
    che sempre. Mentre il tempo macera le stelle,
    pesto luccicante, e nel cielo non ve n'è mai la  traccia.

  • 02 novembre 2013 alle ore 19:44
    Sei Cento Ventisei

    Tante cose non vanno.
    O non vanno più.
    Il cucù guaisce dalla scatola ed al suo
    polletto, pomo d'Adamo non irrorato,
    sbarrato e di traverso, il cattivo boccone,
    hanno messo la museruola anni addietro.
    Un bagagliaio è morto, l'altro sciancato.
    Della panca si narrano leggende: altare
    senza unzione, binario su cui correvano
    le fortune dei parenti  e nella pancia
    stipati come alici i corredi
    per le spose mai arrivate.
    Tante cose liquefatte: il manico
    del bricco, la maniglia del primo
    tema: apritelo per trovarmi, giù,
    in fondo, l'ultimo rigo; la scatola di
    latta, cervella al burro decorate da
    damine, il foraggio per i passeri
    in picchiata. Di tutto mi restano
    solo le mani, intinte e stinte,
    deflagrate e forsennate, un po'
    orfane, un po' maitresses.
    E quando come oggi cominciano
    la tarantella orizzontale dimenandosi,
    mi chiedo se siano davvero figlie dei
    polsi a cui spesso non combaciano.
    Placenta grezza quanto un miscuglio.
    Le mie dita sono muli che scalciano
    da ferme e tori in incornata
    quando impenna il rosso della voglia.

  • 01 novembre 2013 alle ore 9:58
    Sei Cento Venticinque

    Dove dovrò aspettarti?
    Ah si, certo: sul pontile a vista roccia,
    ormeggio dieci, lo riconoscerò dalla neve.
    L'orario  scritto nel sussurrato: sotto
    le stelle a mezzogiorno, in fondo tutti e due
    amiamo il buio quando è di fuoco.
    Si mi coprirò, stai tranquillo,  ma
    con l'ombelico al vento.
    Le suole nuove ed i lacci del nonno,
    la brillantina per lucidare il cuoio.
    Io col bianco scintillante del lutto e tu
    sorridente nella divisa da sub con la piuma
    sul cappello; tu con il bernoccolo della
    mia prima carezza ancora intatto, io con
    la pancia carica del tuo aborto.
    Mi prenderai la mano e sull'anulare
    già occupato da una corona, sostituirai
    il tuo pegno: intorno pochi invitati e tutti
    malvoluti che parleranno solo al momento
    del taccia per sempre. Ma all'uscita
    della Chiesa le colombe saranno
    colombe ed il riso sarà riso, i confetti
    cilindri per le mandorle - coniglio.
    E per bacio ci daremo un bacio, ma
    forse tu sulla mia bara,
    od io sulla tua foto.

  • 31 ottobre 2013 alle ore 12:19
    Sei Cento Ventiquattro

    Ho un altro spettro da combattere,
    recente e così vivace, come il
    Beaujolais stappato a rue de la
    Turbie, traditore, resistente.
    La chioma non sta nella cornice,
    ma vanno tutti gli occhi e sanno
    di posa, di muffa da cui non si
    cava antidoto, solo dolore,
    suppurazione. E' una vena
    che non affiora, corridore in
    immersione, anguilla verde\blu.
    Lei non ha un'investitura, da ieri
    so solo del suo odore ma la diceria
    è feroce , una squama che resta
    nel pattume dimenticata e macera.
    Sono stata felice e bella come non
    mai: avevo tre camicie da notte
    per un solo letto, nera, bianca e seta.
    Ero la bambina che tutti guardavano
    per l'azzurro e per il buio.
    Adesso mi nascondo, mi fa
    male anche la luce, il vento
    abrade,
    una carezza è mortale quanto una pozione.
    Tutto mi invade come se avesse
    jus di perquisizione,  forse l'unico torto
    è nella muraglia dei vestiti.
    Nuda sono come il pane quando
    si offre e per spezzarmi basta solo  già la fame.

  • 31 ottobre 2013 alle ore 9:34
    Sei Cento Ventitre

    O è joule o anestesia, ma io non sono da montagne
    russe: una sedia a capotavola  è già la mia vertigine.
    Ho il cuore in superficie, all'imbocco come il vomito
    della bulemica, maremoto sotto pelle, l'osso esclamativo
    nel tema dello stento, il totano evocato dagli abissi.
    O è giostra od orfanotrofio, shock od epidemia:
    tu puoi uccidermi e salvarmi, solo non ti
    rendi conto che l'ancora è la lama, la
    rete come il cappio e che in tutta
    questa confusione, mi tumuli
    lavandomi alla luce.
    Così che non distinui il mio respiro
    dall'ingoio, l'apnea dal suo siamese
    in sonno. E la sirena del tuo soccorso
    stasera è come il lugubre corteo
    dei cavalli in grassetto.
     

  • 30 ottobre 2013 alle ore 12:44
    Sei Cento Ventidue

    Oggi è mercoledì: lo sanno le foglie,
    tutto il dannato paese sa che giorno è.
    Non può certo esserci mistero in una
    casa grande quanto un pollaio.
    In tutte le piazze c'è una Rosa seduta
    ad aspettare la fine della scuola
    contando arance come fossero pepite.
    Girotondo e forchettoni: una finestra
    sbraita il budello della sposa.
    Sulle mensole lucenti come orinali,
    stanno le prove  ed i corredi, tazzine
     e specchi, la noia non ha bussato.
    Verrà dopo lo sbiancamento dell'ennesimo
    merletto, dopo le scorie della cena,
    sotterrate per la differenziata.
    Toccarsi è un miracolo  che fanno
    solo i Santi, quella sacra geologia
    che entra nel costato e cava il fossile
    di un taglio, l'ambra di uno sputo,
    la resina da un pediluvio.
    Noi gli somigliamo:
    le ali inferocite irrigidite già in bastoni,
    l'aureola deglutita  e l'oscuro potere
    di cui ci accusano inciso e deportato
    come la cappella parassita di un tossico funghetto.

  • 29 ottobre 2013 alle ore 21:09
    Sei Cento Ventuno

    Una muratura non avrebbe saputo far meglio,
    l'apri e chiudi non ha più restituito la combinazione.
    Inutile scardinare: dall'ogiva si stabilisce solitamente
    il colpo, ma l'arma è lontana dei chilometri e resta
    comunque intatto il suo prodigio.
    I muli qui costruiscono case, elevano cortine
    di mattoni, dentature precise quanto l'arco
    di un dio. Ma tu hai fatto di più ed è tutto un
    santuario il tratto dissestato che dal mio ventre
    adesso arriva all'inverno consacrato.
    La bocca di una bambina che ride a colazione
    e tutto quel che dice sembra panna,
    il suo silenzio un bricco di latte appena munto.

  • 29 ottobre 2013 alle ore 20:47
    Sei Cento Venti

    Avevo una cosa in mente, poi
    l'ho dimenticata. Come sempre accade
    quando mi svesto e metto le tue ossa.
    A chi mi guarda e dice " fa attenzione
    che non sta bene prendersi le malattie
    degli altri, certi catarri asciutti e le
    sconfitte" , faccio spallucce e rido.
    Che già sono te dopo le cinque.
    Avevo una casa e l'ho spogliata:
    adesso è aborto, un nido ormai
    sbiancato dalla covata in decollo
    e laureata, e sta sul ramo tutto
    sciancato, lo spettinato, le travi
    e la pagliuzze puntate in fuori,
    vecchi cannoni, pubblica
    uscita di interiora, come una volpe
    a cui è schizzata la mobilia
    nell'impatto. Dovevo dirti una cosa
    e non so se l'ho già fatto.
    Ma se così non fosse, spero mi
    perdonerai per questo ossobuco
    con cui ti amo, rigido occhio che
    più non vede e per midollo inzuppa la tua tana.

  • 29 ottobre 2013 alle ore 14:11
    Sei Cento Diciannove

    Faccio sempre lo stesso sogno:
    tu che mi sproni ai fianchi e che
    ripeti: " Sono io, sono io per te".
    A volte sei vestito da dottore, in
    altre da ambulante: o mi curi
    o mi nutri. Di certo sai di pino,
    di gomiti puntati su tavolacci e
    pegni, di cortesie mancate e lana
    usata più che spesso, armatura
    su cui sono caduti tanti inverni.
    Di certo sai di spalle e di pensieri,
    di tegole e spioventi, di fiori che stanno
    solo in piano e per i quali ogni declivio
    è ghiaccio. Faccio sempre lo stesso
    sogno: il mio seno che chiude dopo
    le venti come un confessionale, le mani
    nella folla delle prudenze e dei dinieghi e
    la tua forma confusa con quella di
    un bancale. O siete immobili o
    siete vivi. Certe fiamme sembrano
    dipinte fino a quando attraversandole
    senza guardare, il fuoco non ci investe.

  • 28 ottobre 2013 alle ore 12:53
    Sei Cento Diciotto

    Tu sei il fosso, io il piede
    che vi cade fino alla caviglia.
    A caccia sei micidiale ed
    orizzontale e quanto più
    mi torco, più mi avviluppo
    nella morsa al punto che,
    disincastrata, non so librarmi
    e voglio nuovamente intorno
    il dentato girello doloroso.
    C'è un mondo intero che potrebbe
    vivere senza di te, ma io sono come
    il pesce quando è pescato, argenteo
    astronauta privo di tuta  sollevato
    paonazzo dall'atmosfera delle onde.
    A cui basta poco, una calatina,
    per riaccendere la branchia.

  • 27 ottobre 2013 alle ore 14:04
    Sei Cento Diciassette

    Non sono ancora nata: quando
    accadrà, il mio vagito dovrà spezzare
    il mondo, il cordone srotolarsi fino
    all'inguine della montagna, noioso più
    del velo dell'ultima sposa, retto da quattro
    damigelle trafelate, ridicolo crasso
    edulcorato, mondate le budella, accolgono
    il ripieno. Non sono ancora nata:
    quando accadrà voglio tante braccia
    quante saranno le mie smorfie, essere
    accarezzata da prodigio, schiaffeggiata
    non più di una volta, dalla pelle leggeranno
    il mio futuro, tenera posa raffreddata
    dopo il rigurgito, sul fondo dorme quasi
    sempre la verità. Non sono ancora
    nata e quando sarà voglio essere lucida
    quanto una perla, il sangue, farcitura,
    ipogea, tenuto giù all'inferno;
    voglio essere pulita, come  venuta da un
    ordinato anfratto  e non dalla calda conca
    prosciugata dal tuono della spinta.
    Venire come una nevicata improvvisa,
    quando tutto il cielo è in apnea, immobile,
    una bestia coricata sul fianco
    in mezzo alla carreggiata  che sembra
    morta finchè,  guardandoci, non  schizza via.

  • 26 ottobre 2013 alle ore 13:27
    Sei Cento Sedici

    I gerani non mi guardano più,
    tutto il terrazzo è una chiglia
    appollaiata sulla roccia, dai boccaporti
    delle ringhiere sale l'autunno con
    una sciarada di foglie. Ogni cosa
    sfiamma come un passaggio di
    orticaria, defluisce il sangue che
    era in adunata: circolare!
    Ma ho forse colpa di ogni sussulto,
    responsabilità per quello di cui
    sono attrezzata e che negli altri
    è a giusta altezza, ha battiti
    frequenti, ma poche infiorescenze.
    Il mio, invece, spiuma di continuo:
    ho contato già tre mute, l'ultima
    più lunga con carne a vista in
    abbondanza. Tump, tump: scalcia
    più di un feto, più di una vecchia
    lavatrice, verro irrequieto quando
    è a digiuno, bizzarria di elementi
     che richiama  l'attenzione  dalle altre stanze.
    Ma se è amore di cosa ha colpa?
    Ah si, certo: del naufragio.
    In fondo ricordo già durante
    il varo quell' odore di non approdo.

  • 26 ottobre 2013 alle ore 8:38
    Sei Cento Quindici

    Non credo più ai poeti, alle leccornie
    travestite da tormento, ai fusti di versi
    con cui mi ubriacano il sentire.
    La vita  è solo questo: mosto che
    gonfia la sete alle mosche, le grigie
    estumulazioni, drenaggio di novembre,
    il parroco che conta le offerte ed un
    altro Natale senza neve.
    Non è la febbre incandescente con cui
    ci marchiano, la parola cappottata contromano
    che soccorriamo sanguinante per capire
    la dinamica. Incidente di grande effetto
    di cui  restano in bocca le ferite.
    No, non voglio più credere ai poeti
    mentre accomodo il letto che è
    letto e basta, ed il cielo che hanno
    usato come sale e dappertutto,
    osservo senza incanto ed a
    piccole dosi, anonimo quanto
    uno scaffale. E già sto meglio
    adesso che, finalmente, sono
    lavata da tutte le bugie sulla
    bianca indole della strega-luna.

  • 23 ottobre 2013 alle ore 13:47
    Sei Cento Quattordici

    Le parole hanno fatto le valigie,
    alla chetichella fuori dalla porta,
    sgattaiolate come la goccia dal
    rubinetto libertino. Non c'è stato
    il tempo di salutarle, tutte impressionate
    dal tuo nome, decalcomania di breve
    durata, marchio sul trancio migliore,
    codice da pezzatura, tatuaggio  da
    fine galera. Le parole sono andate
    via qualche giorno fa con la faccia
    dei turisti che rimpiccioliscono
    a via Magruni dove i limoneti
    colano come fontane, le fontane
    sono serie e la resina, calamita
    con bouquet, è sirena ai gradini.
    Adesso, sinceramente, non so
    più come chiamarti, indicarti
    mi è difficile: sei una piazza?
    O un vicolo? Forse una scorciatoia,
    il complotto di due percorsi
    somiglianti.  E' che loro, le parole,
    avevano tutto: il criterio dei tuoi
    occhi, la fronte del tuo sorriso e
    adesso, senza quel sussidio,
    quello stipendio di suggerimenti,
    non riesco a tirare  in piedi
    la tua forma. Pertanto taccio,
    più silenziosa di qualsiasi silenzio
    perchè è questa mano che smette di parlare.

  • 22 ottobre 2013 alle ore 12:49
    Sei Cento Tredici

    Mia piccola sciagura, che tempo fa
    lì da te? Qui le auto hanno lasciato
    il posto alle foglie  ed una mosca infesta
    il castagno avviluppato;le mie ossa
     disposte a xilofono  fanno
    strani gargarismi, ogni tanto un fremito
    di qualcosa che verrà. Mia piccola
    sciagura, sicario del silenzio, so che
    le gru hanno smesso la ferrosa nidiata
    sopra i cumuli e le macerie, un camposanto
    di cementi sventrati è ciò che resta
    della più folle delle stagioni.
    A te nei piedi è ancora intatta
    la macabra oscillazione e tutto è
    sbieco, tutto penzola  e va
    alla terra come ad un cuscino.
    Magari reggendo te reggeranno
    le case ed i viadotti,  e spurgheranno
    il rischio dalle ferrovie, il collasso
    e l'implosione.  Tu, mia piccola
    sciagura, re di stenti e scarti
    a buon mercato, dovevi forse
    essere eletto prima. Prima degli sfaceli,
    dei cartoni sotto l'orologio della stazione,
    dei fiumi in tracimazione.
    Mio dio senza miracoli, non una
    chiesa a consacrarti, solo questa
    mia struttura, sana a giorni alterni.
    Sconsacrato dal passato, perseguitato
    ed allontanato con disgusto:  un pappatacio
    nella fulva brughiera del cane da passeggio.
     

  • 20 ottobre 2013 alle ore 13:29
    Sei Cento Dodici

    Amabili le tue ossa sporgenti,
    alberi fuori sagoma segnalati
    da una gobba della pelle. 
    Ed tuoi piedi, freddi puntali sul
    pavimento, cacciati dalle decorazioni
    dei calzini, oltre il tunnel dell'ultimo
    paio di scarpe. Tutti conoscono
    il nitrito dei tuoi muscoli, zoppi
    purosangue destinati alla
    pallottola. Con te tutto è fine,
    penuria, magari, poi lusso, rinuncia,
    spina allunata sulla lingua dallo
    shuttle di un'occasione, fiotto di digiuni,
    spiccioli che fanno un capitale,
    ho mangiato e non soffro,
    ho lo stomaco randagio.
    Amabile il tuo petto, sfitta
    mansarda ventilata dagli
    spifferi, privè dove i piccioni
    trovano sempre come incastrare
    i becchi.  La tua attitudine è
    vestirti da pozzanghera, insignificante
    pancia scoppiata dalle suole
    levatrici: ma solo là dentro
    il cielo è alla toilette e
    tutti siamo più veri davanti ad uno specchio.

  • 16 ottobre 2013 alle ore 13:49
    Clara. Sei Cento Undici

    I bambini urlano all'uscita
    della scuola e le foglie fanno
    gli alberi. Le tane annacquate
    dai temporali,  gli anziani
    posteggiati dalla tosse,
    doppiafila di ossa retrò.
    Tutto è così uguale, questo ottobre
    monozigote di quello andato, gli confondo
    il naso, il mento è identico e ventoso,
    ereditaria la  couperose di funghi e spore.
    Forse l'altro però era più alto,
    il neo di un chiosco per differenziale,
    ma poi che prodigio questa cosa
    dell'essere siamesi. Eppure oggi
    in una casa manca un respiro:
    conta e conta ancora, sono rimasti
    in tre e per l'altro hanno aperto
    le ricerche.  Ecco, hanno portato
    i cani e la denuncia è in compilazione:
    sotto il letto le pantofole non si sono
    mosse, ha un alibi la polvere di
    domenica e le scope non parlano
    da ore. Ma non un testimone
    a dire della scomparsa,  quindi
    per favore accendi poi spegni
    la luce nel salotto, magari il
    colpevole è pure fluorescente.
    Signori miei, la morte è uno
    scalino: come grattarsi
    l'indice con l'anulare.

  • 15 ottobre 2013 alle ore 14:14
    Sei Cento Dieci

    Sono più libera di me:
    dal carico non si direbbe ma
    nelle ossa ho ore d'aria e forma
    di piuma. Quando il mondo mi
    fa tana,  sigillo meglio le paratie
    seminate lungo i fianchi, branchie,
    bianche truffatrici dell'apnea.
    Il mio midollo è disponibile in sughero,
    birillo in standing ovation, erculea
    resistenza fra i liquidi e gli spurghi.
    Si, sono più libera di me: ho vocazione
    da pennuto, cresco come un souffle,
    guardatemi dal vetro lievitare ad uso vela.
    Eppure la testa, maledetta,  sta sempre
    là, zavorra e contrappeso,  a ricordarmi
    la facilità del precipizio.
    Dritta come una punta, l'asperità
    in attesa del palloncino a zonzo, cappuccetto
    rosso trova il lupo, prognata
    Parca in imboscata, infida zanzara succhia elio.

  • 13 ottobre 2013 alle ore 14:30
    Sei Cento Nove

    Sono venuta da una tua costola e non
    credo ad altri accadimenti per essere
    così simile alla tua trama.
    Quel giorno in cui ti disossarono la forma
    appuntita, più o meno non so, tanti anni fa
    e tu sentisti lancinante il dolore, una fitta
    fu improvvisa, mentre ridevi e gonfiavi
    il petto per farti sollevare agli adulti,
    e l'apnea senza un tuffo per padre.
    Venivo così fatta di te, del tuo disimpegno
    a cercarti una scusa per stare meglio
    in mezzo alla vita  o forse chissà fatta
    del tuo stesso sangue in modo sinistro,
    un sortilegio antico, una faccenda fra
    maghe, una conta di streghe. Alcune
    cose non vanno spiegate: stanno piantate
    nel cuoio della terra , tante strette
    impunture poi fanno il destino.
    A svelarle ci pensa il tempo, scoperchiando
    alla sorpresa l'intruglio e dove adesso
    in te è il prurito sta asciutto il  taglio da cui arrivo.
     

  • 12 ottobre 2013 alle ore 13:59
    Sei Cento Otto

    Le nubi sono buoi dal giogo furioso
    oggi che tutta l'ombra gode
    come il gatto accarezzato
    per bene ed il sole ha versato l'ultimo
    sangue, martire festeggiato nei giorni
    pari. Quello che volevo dirti sta
    intirizzito sopra tre foglie di un grande
    castagno, nello sfogo dei ricci e nelle
    costole delle vie incrinate dal
    temporale: proprio ieri ancora tossivano
    solleticate dai tacchi che l'estate
    ha spezzato. Quello che volevo dirti
    sanno ripeterlo mastici, macerie
    e torbidi gufi: è tipo rintocco, moto
    perpetuo. Non c'è più mistero, i codici
    scassinati, le dighe violate,
    i dubbi risolti come i nodi dal talento dell'ago.

  • 10 ottobre 2013 alle ore 20:58
    Sei Cento Sette

    E magari potevi amarmi e portarmi
    perfino in Africa, spettinarmi dai capelli
    le api, cucirmi vassoi di gerani, insegnarmi
    la gramigna, come si stufa del padrone
    un cane, dove piantare le stagioni e dove
    vederle sollevare la coda, balene  in sbuffo
    con foglie o cicale. E magari potevi davvero
    imbottire il crinale che asciuga da giorni
    e farlo saetta, ma  resta il fatto che chi mi
    allaga non conosce mai la capacità di cui
    mi vanto e perdo nel travaso il rispetto
    dell'orlo, la sazietà del beccuccio.
    Così mi lascio inondare e la sete,
    perenne, sottopagata, triste badante,
     riaffiora leggera dal fondo e cadaverica,
    imburrata di acqua e pietosa,
    come un antico Cristuccio di sughero.

  • 10 ottobre 2013 alle ore 20:32
    Sei Cento Sei

    Non mi hai più cercata, non
    come volevo, con l'asola avida del
    bottone che salpa e la pelle
    intirizzita dal fuoco di aversi,
    con il mirino puntato verso il
    mio ventre. Non vedo più i tuoi
    occhi stiparmi meraviglie  di cui non
    sapevo ancora forgiata la testa, le spalle,
    i dolci nodini di morbida carne, anse da vaso
    di nuova fattura, manici molli di invertebrati,
    lucertoline da nove mesi in  letargo e poi
    puff, sbucciate nel mondo come melette  rosse
     e sanguigne. Non ho più coscienza della tua
    stretta,  poderosa tenaglia che  dragava
    dal fianco la stima più puntuale alle mie ossa:
    di essere incompiuta, incapace, imbrigliata
    in una secolare brinata da cui non si salva nè
    viene mai frutto, non una polpa, tantomeno
    il formicolio scalpitante di un acino giovane,
    succoso puledro impaziente di drizzarsi nel mondo.

  • 10 ottobre 2013 alle ore 13:45
    Sei Cento Cinque

    Il ventre del Settantasette era buca
    lussuosa, faglia senza soluzione,
    nessun rappezzo da sartoria adatto.
    Mi accoccolai pigra per spuntare a
    Febbraio con la poca voglia che già
    mi pulsava, turgida vena sul tabernacolo
    della testa ed i reni in combutta per
    diluirmi tutta quella precoce insofferenza.
    Mi girai tre volte la collana  di carne
    intorno al respiro, volevo starmene ancora
    in tana,in conchiglia, godermi  del salubre
    mondo di non guardare in faccia le cose,
    ma solo spiarle, scarafaggino a cui il
    cibo andava comunque. Il ventre del
    Settantasette esplose con la neve
    attaccata alle vie e gli autobus
    che smarmittavano di rossa salute:
    quando arrivai, trattenevo ancora il
    fiato, creatura di acqua, di unte
    immersioni. E per cacciarmi  dalla gola
    la vita credo mi sculacciarono con più
    forza che mai: un ossicino andato di traverso
    dovette sembrare a chi
    mi disincagliò il mio aprire la bocca.

  • 09 ottobre 2013 alle ore 20:42
    Sei Cento Quattro

    Che cosa hai ottenuto ? Ah, si, ce l'hai fatta.
    Hai la nike cucita nel mento, adesso ti
    agiti trionfante e grassa quanto una
    vecchia baccante. Mi hai strappato
    il velo dalle radici, ecco  già
    accorri con il bicchiere a raccogliere
    la prima colata, lava fredda, intingi
    le dita e le porti al collo.
    Benedetta ragazza dovevi restare
    in campagna mentre io venivo
    al mondo già incrinata! Per vincermi
    non servivano poi grandi sforzi, ho fori
    da cui mi allago, basta piovermi
    addosso. Dovevi restare in casa,
    aspettare il cucù di tuo padre
    per portarti in paese, pulire,
    stirare e non offrirti così, slavata,
    pallida ed indifesa ma con l'arma
    giusta accucciata nello stivale.
    Ti vedo, lo sai? Che ridi del mio
    vestito: bianco è bianco, e rispetta
    le usanze che hanno le donne
    che vanno in promessa.
     Ma ha gli orli non rifiniti e stoffa
    in eccesso che sgorga a volontà
    come da un rubinetto schiodato:
    una candida abbazia che la
    maestranza non ha mai
    terminato ed in cui nessun ginocchio si flette.

  • 09 ottobre 2013 alle ore 20:24
    Sei Cento Tre

    La crepa nel muro, perfino lei è
    una bella signora e materna, divaricata
    ad uso e consumo. E pure in quel
    macinato polistirolo, nella sollevata
    coltre di bianco catrame c'è l'istinto
    della proliferazione, verminazione
    al contrario,  parassiti di germinazione
    e non di putrida conclusione.
    La crepa è una fionda, come un paio
    di gambe sotto il turibolo del neon,
    intorno commensali in camice e
    mascherina, carnevalata di sangue
    e cordoni srotolati come il botto
    che partorisce le stelle filanti: da quella
    V contratta viene fuori una coppa,
    cianotica ed intinta dell'ultimo bagno.
    A testa in giù a guadare  il mondo con
    i remi all'asciutto. La crepa è di casa
    vissuta, di parete che ha dato: tutta questa
    mia intonsa, lineare facciata non viene mai
    scossa. Al punto che credo di essere
    esente dall'intorpidimento, dall'esplosione,
    dal lancinante spasmo, dalla gemmazione
    che da una bocca fa zampillare  in pianto l'attesa seconda.