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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 06 agosto 2013 alle ore 13:52
    Cinque Cento Settantasette

    Ho paura di quando arriverà l'inverno
    e la tua pelle non mi soffierà più contro,
    la vela delle vene affiorerà tumefatta e in
    superficie, gabbata dalla stessa imboscata
    tesa al totano che  compare abbagliato
    a pelo e si fa preda, viscida volpe salata,
    immobile mentre l'arpionano, tentacolare,
    balena involuta, capo e doglia. 
    Ho paura di quando arriverà l'inverno,
    della doppia fila di pioggia parcheggiata
    densa sulle finestre  da cui muoio, di come
    verranno via i capelli agli alberi, losanghe
    sbattute a poco prezzo dalle cicale, glabre
    litanie truccate dalle stagioni, con le mani
    lunghe sotto l'asfalto bernaccoluto.
    Ho paura di ogni cosa  ed ogni cosa mi rimanda
    all'orrore di un quadrante in cui il ritmo è
    precisa disposizione da gabbia toracica, costole
    e minuti ma dove non batte nulla se non uno
    sdegno, fattosi ora per necessità.

  • 04 agosto 2013 alle ore 14:33
    Cinque Cento Settantasei

    Sei ascensione al dolore, angelo che
    traghetta con se la punta dello Stige,
    su verso la bocca dell'imbuto ostruito.
    Hai chiodi per ali, una cicatrice la tua
    aureola, sei acquisto con incanto, rapito
    più che furtivo. Sei lama per medicamento,
    falla per sutura, Pasqua nel 2 di novembre
    e Natale sotto Quaresima. Ti ho visto camminare
    su due dita per non lasciare orme, ma questa
    assurdità che con te si muove non ha destinazione.
    Fermo come un piombo, talvolta volteggi con
    la leggerezza rigida della foglia  morsa dal vento,
    Parca a più mandate, bobina in bendaggio, specie
    senza prolificazione, baco ingrugnito, falena a giorno.

  • 03 agosto 2013 alle ore 14:39
    Cinque Cento Settantacinque

    La paura è un tafano di tanti anni,
    ma quanti ne avremo quando staccheranno
    al palco l'ammiccante carie dei fari?
    A nanna fra gli archi vanno ali e zanzare e
    sulle corde già preme la corsa dei tiri alla
    fune. La luna è la gatta, ma sbuffa.
    Emaciata teiera emette vapori da stireria,
    via gli aloni e le piaghe, vecchio ferro
    appiccato nel cielo, fai il tuo dovere
    prima di uscire! Tutti gli anni che avrò
    saranno salassi, la gioia raccolta dentro
    il catino, dal mio corpo piovve già  troppo.
    Una clip, una clip basterebbe a suturarmi
    l'abbaglio. Oppure un ditale con la bocca
    all'insù e qualcosa che mi raccolga  quando
    sverrò, ma non verrò. Che brutto affare
    oggi divento: liquame ed avanzo.
    Poltiglia, sporcizia in frettoloso meeting
    dietro una porta se, d'improvviso, l'ospite arranca.

  • 28 luglio 2013 alle ore 14:35
    Fede

    Tomba a giorno, macramè, le quattro
    ossa collassate sul naviglio, fumi
    e rondinotti hanno presa da polpi e
    alla ventosa delle tue labbra sugge saliva
    un calvario di carie sotto pancia, come
    falle al Titanic che in nove mesi poteva
    farti mamma. Tomba a giorno,
    imperatrice, leggera e dritta come i
    castagni e per la sagra indosseremo
    viola e blu, il verde dei tuoi occhi
    basterà a spegnerci l'estate.
    Acqua sul dolore.

  • 09 luglio 2013 alle ore 14:30
    Cinque Cento Settantaquattro

    Tre piaghe dentro la stiva.  L'ultima, Osanna,
    bel Canyon di carne abituata ad essere uno,
    urina da giorni generosa il suo pus,
    blasfemo, profano, come uno sputo contro
    il sagrato.  Dicono intorno che tre bastioni
    di buona sutura sanino in fretta qualsiasi
    travaglio, che poi del parto c'è solo la
    dolorosa movenza: dicono il tempo,
    come l'oblio, siano cerotti di indubbia
    valenza, importante è tenderli bene
    sul mio Polifemo. Ma più  consigliano
    e più mi allago e da osso ad osso spesso
    si ode una eco che trapana i tessuti con la
    testa del bolide schizzato veloce. Aspetto,
    paziento, il gong arriverà prima o poi
    vestito da pace come la bandiera salvifica
    della campana dopo la scuola. Eppure
    ho più senno di tutti gli altri se penso,
    convinta, che sarò gemella del salvadanaio
    a cui tolsero incoscienti la benda: ovunque
    mi aggirerò condurro' la mia perdita.
    Tin, tin. Non lascio molliche, non monete,
    nè gocce, orme nemmeno.
    Non sono tubo, certo non falla.
    Stillerò come chi inavvertitamente tagliato
    non si cura del rammendo e secca
    lodando quel giorno di trapasso e di lama.

  • 04 luglio 2013 alle ore 13:05
    Cinque Cento Sessantatre

    Piegato nel mezzo il tuo nome è un boomerang,
    la nave inabissata di prua che scodinzola al cielo
    il deretano ancora asciutto, la luna che si fa pregna
    nel quarto. Adesso che mi sta dentro come una
    scheggia, come la spina fra lenzuolo e lenzuolo
    di carne, non riesco a spurgarlo, o meglio potrei,
    ma è dolce il dolore che viene quando, coricata
    o all'in piedi per inerzia più che per vita,
    lo sento ancora tagliarmi, così che non sia
    liquido miraggio tutto il sangue che perdo
    e perderò all'infinito perdendoti. Lenta, struggente,
    rossa disidratazione: tu mio percolatoio dove,
    scolando, mi spengo a morte e raffreddo.

  • 03 luglio 2013 alle ore 13:28
    A Michele. Cinque Cento Sessantadue

    Nel giorno della tua morte nessuno
    indossa i guanti o esibisce il nodo,
    nera mostrina affacciata alla giacca,
    tetra bocca di leone.Non c'è più tempo
    per i cuscini con il collare delle preci
    e dei nomi, cani ben profumati a ricordare
    in quante cucce entrò il tuo spasmo, nè
    per la viola palizzata dei fiori accostati
    alla Chiesa. Dong dong.
    Nel giorno della tua morte si ride; nei
    vicoli i coni sono post it alle mani ed
    i gusti, artificiose chiome dolciastre,
    friniscono sciogliendosi, meduse
    condannate all'arena bollente.
    In questo santo giorno maledetto
    in cui la distanza è un'orsa e bramisce
    da Place Vendome alla Costa, i pollai
    evaporano la maleodorante resina
    dei rifiuti  e nella paglia ancora tiepida
    sono posti mancanti in sala i buchi
    dei tuorli a cui non andrà l'investitura
    del pigolio. Ho conservato la foto in
    cui compari dietro una bibita scura:
    io ed i miei riccioli abbiamo quattro
    anni per quattro candele, il mio  busto
    è impacchettato nel maglione più caldo,
    pappagallo ammaestrato a ripetere
    nella lana il colore degli occhi.
    Oggi, all'alba, eri già oltre ogni
    cosa, sornione e beffardo, la cravatta
    sottile adagiata da qualche parte,
    l'ultimo sorriso a  Philippe. Buon viaggio,
    vai in alto e all'ingresso della mammella
    di questo luglio bastardo, stacca il tuo
    biglietto.  Riposa. Io interrompo la
    corrente al pensiero.  Nella borsa
    hai già tutto? Pancia sciccosa di
    Hermes con dentro le tue brave ossa.

  • 03 luglio 2013 alle ore 12:40
    Cinque Cento Sessantuno

    E le rotelle prensili sotto il cielo:
    gran quadriga di stagioni questo silenzio,
    di pose involute come organi ancora
    informi, di embrioni intirizziti alla
    schiusa. Chi sono da giorni non
    sommo più: sono essenza
    ed intenzione. Sono spasmo,
    la cordigliera spezzata
    di una schiena abituata all'ombra
    ed improvvisamente sbucciata al sole.

  • 06 giugno 2013 alle ore 14:23
    Cinque Cento Sessanta

    Eccomi già in quarantena.
    Coprifuoco. La mia siccità
    da laboratorio sferruzza sottocoperta
    e sancisce con un rammendo esemplare,
    rabbocco di razza, la fine del casuale
    piovasco. Un fortunale: questo serviva.
    Irruente carica senza controllo, sboccatura
    violenta, esondazione, diluvio senza la pace
    dell'Arca. Ah, ma ci hanno provato.
    Mi avevano intessuta per bene, fissata
    agli arti perchè non andassi, quattro puntali
    rivolti all'ingiù, tipo paletti che, rimestando,
    cercavano il cuore. Ci hanno provato, eccome.
    Con grazia, con garbo, con rabbia, spazientiti
    o guerreschi. Ma sono già alla fase di
    scrematura, dalla superficie raccolgo
    l'ultimo evidente bollore perchè
    non scoppietti tradendo la fermentazione
    che due mani, e solo due, ventilati cortili
    del nord, hanno operato con grande
    perizia, infilandomi a volte.
    Eppure sono smesse tempesta ed
    irrigazione: adesso è tempo per
    l'ombelico e tutto il suo sud
    di stare ad aspettare che cada
    qualcosa, che so una stella,
    o un fiocco, a questo punto
    meglio una lama. Chè tutte
    le finestre di cui mi hanno dotata
    perchè ne rigurgitassi più vita,
    sono sempre burroni in cui
    si lanciano  solo bei desideri,
    tuffatori mortali.  Ma il tintinnio
    arriva ormai a stento.
    Aspetterò ancora le nuvole,
    e fingerò  su di me l'ombra
    della pelle che sa come vegliarti,
    ma niente sarà più di quello spessore,
    di quella trama. Resterò. Inutile.
    Asciutta. Come lo stoppino che mai si imbeve.

  • 04 giugno 2013 alle ore 13:14
    Cinque Cento Cinquantanove

    Un po' di bene. Da sollevare con
    la pala. Punto e vango pulendo
    dal gelo l'ingresso delle mie ossa
    così che non scivolerai più su di me,
    tentando di afferrarmi. Eppure non accumulo
    fogliame, solo bene:dorato, saltuario, argenteo,
    feriale, mai festivo, scricchiolante, sordo e muto,
    alternato, raro invero. Un po' di bene da raccogliere
    e seminare come il beneficio di un concime,
    che poi è tutto ciò che serve per incollare
    la spina dorsale al mio aquilone e spedirlo,
    piccione in carta,  lassù da te, sulle colline,
    così saprai, una volta per tutte le altre,
    che da ogni costola poteva venire fuori
    una bambina, bolla alta come te, Gretel
    da cura, stelo con le gambine bianche
    da mondina e la calma piatta della
    pianura. Un po' di bene. Come razzolare
    dal fuoco estinto l'ultima scintilla, eccitata
    testa  di zolfo, il prepuzio pronto alla
    ritirata e fare il carico con quella
    pepita ancora calda,  sai una portata
    che non soddisfa, che solo gabba
    l'appetito e salta la staccionata adunca
    dell' "è finita". Un po' di bene: è questo
    il segreto di ciò che mi batte sotto
    la giugulare, che non ha più forza
    di predatore  ma il rassegnato
    esaurimento del fondo raschiato,
    utero confessato dal nero rischio
    tumescente, ed ogni tanto ravvivato
    da un bocchettone puntato verso
    l'esterno come un furbo cannocchiale.
    Avvenimento da una tantum di cui
    è impossibile il prosieguo ed è
    paradossale. Come la polluzione
    sboccata da un cadavere.

  • 03 giugno 2013 alle ore 14:31
    Cinque Cento Cinquantotto

    E' stato ieri, ricordo. E ricordo bene.
    Le mie parole sarebbero un leggiadro
    artificio, un furbo incantesimo, fascinazione.
    Avrebbero direzione di dardo, volontà di ariete,
    carica di toro, coraggio di avanguardia.
    Ma davvero aprire una botola è sedurre?
    Far cigolare il proprio male così raramente
    oleato equivarrebbe a miagolare?
     Quando scrivo frequento un obitorio:
    sotto il neon blu della mia mente
    taglio l'escrescenza, scoperchio dal peso
    la parte in ombra, poi, non contenta, circoscrivo
    l'area di contagio ed individuato il guasto,
    incido. Una fioritura le due sponde divaricate,
    facili come le gambe facili, l'una di fronte
    all'altra  e nel mezzo il pistillo adunco.
    E allora, solo allora, asporto con grande
    attenzione la malconcia inserzione.
    Intorno va nauseabondo l'odore del
    già detto che rapprende, acre e violento
    alle narici, una lama. Scuro eritema.
    Quando scrivo riesumo carcasse
    che ancora dovevano macerare,
    ergastolane ipogee, virus da quarantena
    e questa nera cerimonia va avanti da
    anni con salti dannosi quanto una pestilenza.
    Quando scrivo secerno il mio veleno:
    qualcosa qui dentro si acquieta  e si
    avvita, ma poi ecco che in fretta nuovamente
    si allaga della stessa sostanza, rubinetto
    infestato. Il veleno esonda, liquido banditore,
    un proiettile travestito da gendarme, bugiardo
    come la maschera di menta che nasconde il
    fiele allo sciroppo. Disorientante. 
    Come uno schiaffo dato  sulla carne intontisce
     prima che si  riceva dall'incornata
    dell'ago il vero sopruso.
     

  • 02 giugno 2013 alle ore 14:22
    Cinque Cento Cinquantasette

    Pensarti è fare la valigia ogni ora,
    neutra cornamusa con le ruote,
    pecora passata dai Sioux a cui infilo
    nella pancia destinazioni come aghi.
    Ho tutto l'occorrente: nei pensieri
    sono ordinata, non solo puntuale di quella
    puntualità che mi ha ritardata.
    L'elenco è fitto: scarponi da trekking, qualche
    trappola per lupi, fischietti e tomaie, un lazo
    per far da mandriani alle lucertole, se possibile
    anche alle stelle e taccuini  a  cui, ne sono certa,
    affolleremo anche gli angoli come si fa
    a volte sotto le coperte puntando i piedi,
    cercando il vertice più caldo.
    Scriverò la faccia del nord ed i nomi delle valli,
    quasi tutti con il coccige sporgente, pungiglione
    in consonante, quella strana terminazione
    che lascia l'acquolina senza mai addentare
    il boccone. Un treno spezzato a metà corpo,
    un soldato con gli stivali rintuzzati.
    Pensarti è me e te stesi accanto ad uno dei
    tuoi ponti, arcobaleni di pietra sopra i fiumi,
    è aspirare il marciume dai fossati e sentirvi
    acre la colonia dei rospi mentre giocano a campana.
    Pensarti è tenerti la mano mentre mi porti,
    Ma dove mi porti? Ah, si, dove non ci sarà mai
    mare  ma solo un cavalletto di montagne
    su cui salire per scattare  il cielo.
    Pensarti è un albergo con il tetto a punta
    come il cappello di Merlino,
    una camera d'albergo e la signora  che
    gentile ci affida il letto  come un cane.
    E una volta entrati, scorgere dalla finestra,
    attaccato al davanzale come un busto,
    il femore di un tronco, nero di trombosi
    da distacco, un po' scuoiato e proprio
    lì riempito da un cerotto di gerani con te
    che in un orecchio piano mi sussurri che
    per me ne farai di più belli, tutti fuori appesi,
    come monili al collo della nostra casa,
    chissà dove, con sette stanze, con otto aiuole.
    E poi toccarti  e dire che è tutto vero mentre
    scoloriamo lentamente ed ognuno torna
    ad incassare il proprio posto
    al gong di fine della  ricreazione.

  • 01 giugno 2013 alle ore 13:36
    Cinque Cento Cinquantasei

    La notte i gatti fanno come vogliono
    e sulle terrazze, baldacchini solo bifore,
    trabocchi senza l'onda, la bouganville
    è riccia e callosa cresta di gallo.
    " Chicchirichì domani ti sposo!
    Ti solleverò in aria come una moneta,
    testa  o croce ogni tuo giorno, nel letto
    c'è la zecca, ma non punge, certo non
    sugge, però si gonfierà, un calzino
    con più dita, come un guanto
    per una mano che è moltiplicata.
    La notte i gatti fanno come vogliono:
    si azzuffano tra le siepi e verseggiano
    con l'inghippo  e la confusione della
    radio mal sintonizzata.  Bisognerebbe
    drizzare l'antenna ai grilli. Ah, già!
    E' già quasi tempo di grilli la sera
    e dell'erba che chiacchiera nel buio
    con se stessa: tutte quelle nere,
    minuscole, agili comari, mollette
    che schizzano da un'aiuola stesa
    bene e vanno altrove. E' già
    tempo di luna grossa in mezzo
    al mare, strategico lampione fra
    i divani verde blu degli scogli
    capitonnè.Ed io? Io sono ancora
    da qualche parte, correttamente
    seduta in inverno, le spalle sotto
    il golfino della solita paura, così
    non mi ammalo e la corrente,
    solo elettrica, sta rinchiusa nella
    presa, tipo leone nella buca
    al Colosseo. Ma quando poi
    passo sotto le terrazze ed avverto
    il frontale delicato dei bicchieri penso
    siano folli a festeggiare fuori stagione
    chè il freddo incalza e non c'è abbastanza
    tempo per tutelare quel palcoscenico
    con la cappotta dello " spostiamoci all'interno"
    e, Santo Cielo, mancano cesoie e giardiniere
    per sfrondare al tiglio la nuova  acconciatura
    ed il riso, guai a voi,  va lasciato nel piattino: Ostia in
    granuli da stipare per la prossima occasione.

  • 31 maggio 2013 alle ore 15:07
    Cinque Cento Cinquantacinque

    Sono nata dopo di te. Buia e stretta,
    come Febbraio. Gli occhi inzuppati
    di cielo: aspettarono curiosi di vederli
    maturare in nocciole, parure perfetta
    per i capelli, eppure nulla. A venti
    mesi ancora cielo:dicevano fosse così
    perchè loro lo avevano guardato troppo
    prima di staccarmi. Puff. Cade preciso
    il pomo dal ramo. Di vita so tre cose:
    è normale, è scomoda, è alta e disinvolta.
    Su di me cucirono più stoffe, divise da cui
    spillavo come da un boccale la mia bava,
    su di me tentarono più cose che cominciavo
    per poi lasciarle lì. E nemmeno ritornavo
    sulle briciole spaesate per completare
    il giro. Sono nata dopo di te: stavo dal
    lato opposto.La culla attaccata al salubre
    matrimonio dei miei, un doveroso ascesso
    venuto fuori a zampa anni  Settanta. Il porta
    lampada contiene cassette e sull'armadio
    corre una gendarmerie di salvadanai rossi,
    riserva di sangue, ponfi di più grandezze,
    matrioske senza la guaina del sarcofago
    gemello. Un'estate mi insegnò la bicicletta,
    le rotelle rigavano il terrazzo, scia di nave
    da terra, caddi lì e caddi altrove.
    Saltavo con l'elastico e con due amiche,
    creature che si estinguevano puntuali
    alla fine di Agosto, migranti più delle
    rondini. E poi c'era il gioco solo mio:
    la penna ed il foglio.
    " Che fai, non vieni? E' pronto! Si fredda!"
    Ed io là, le gambe incrociate sotto il tavolo
    e la sinistra agile più della destra, il mio
    contrappunto senza suono compariva come
    il tuo già tempo fa.  E tutto intorno il mondo
    che ci diceva strani per quel passatempo
    senza amici e senza palla: appuntamenti
    con la carta da cui rincasavamo controvoglia.

  • 31 maggio 2013 alle ore 14:28
    Cinque Cento Cinquantaquattro

    So già cosa ti diranno storcendo il
    naso e portando gli occhi negli angoli
    più consoni. Ti diranno che a sud
    si pescano raggiri, ad ingegno o
    a strascico non importa, ciò che è
    certo è che la rete viene sempre su
    inverminata. Che il sud è necessaire
    di cicale ed afa, che le merlature delle
    coste bacano il cervello e che proprio
    quella tarlatura è gelida complice di
    naufragi dal netto sentire. Ti diranno
    che in fondo era prevedibile essendo
    io sporca del mio zolfo da vulcano,
    che il mio arrossire è stato lesto e
    ladruncolo nell'infilare la mano nella
    tua tenerezza. Ti diranno che  fremevo
    come un tentatore a sonagli sentendoti
    arrivare per poi morderti  col mio gusto
    scialacquatore, che di questa terra
    ho il battesimo, la coda e l'impalcatura
    tutta squame, sirena senza emergenza
    di cui è fin troppo noto il modus operandi:
    chiamo, favorisco l'abboccare fingendo
    bisogno o forse sete di asciutta libertà.
    Ti diranno che stavo aspettando proprio
    te sull'unico ginocchio del mare steso
    al sole e sentendoti veleggiare da nord,
    ho cominciato a frinire esponendo il mio
    amo scintillante.Ma quando ti prenderanno
     dopo il tuo trascorrermi dentro,
    ti apriranno piano piano cercando  il
    proiettile rimasto conficcato:
    scatola nera che registrò il maleficio,
    le date e gli  avanzamenti sull'acquisto
    della tua carne, incantevole incanto.
    Poi ti riaggiusteranno: due mani, forse
    quattro. Una colata di buon cementino
    di sutura  da un lato all'altro dello
    squarcio, falla al contrario da cui
    verranno fuori saliva e aceto, ti daranno
    una pacca sulla spalla, una frase e la
    circostanza per riutilizzarla.
    Rimontato il tuo splendido sistema,
    butteranno via l'estratto, un budellame
    tutto fatto del mio nome : tintinnerà nel
    piattino come il dente non abile a rizzare
    il capo, sobbollirà violaceo, come l'appendice
    infiammata e spenta in tempo.
    E ti diranno salvo, in corsia per la riabilitazione,
    una convalescenza che saprà più di resurrezione
    dalla mia croce intermittente, un faro che,  a capolino
    fra le onde della notte, ogni tanto emette voce,
    poi silenzio,  e così sbanda il rientro
    a chi gli si è  affidato
    come al panneggio della Vergine seduta.

  • 30 maggio 2013 alle ore 14:51
    Cinque Cento Cinquantatre

    La poesia non serve: mi dici a che serve?
    Suona forse? La senti?  Forse esplode?
    E' un pesce nero e ruggisce?
    O una cicala in calore? Che fa me lo
    spieghi? E' un moccolo adottato  dai
    lampadari, sai tipo anatroccolo, Mosè
    in mezzo ai cigni, un neon in servizio
    a mezzogiorno.  La poesia non serve
    più: questo rotolo in rewind come la
    lingua verso le tonsille, questa sgraziata
    cotenna, sorda bobina, gomitolo, spirale
    di liquirizia, papiro dagli strani sistemi,
    mi ha stancata. Ho scrollato dai capelli
    l'ultimo mare meglio di un cane, scucito
    il sole dal costume bianco, ho dimenticato
    un pizzico di sale nell'ombelico perchè
    sembrasse un'orma di neve quel posto
    infame e fosse ostruito quel  vicolo
    cieco in  cui nessun micio mi chiama
    mamma, ho fatto tutto questo e cosa
    mi resta? Ah si, certo: la poesia.
    Tavola imbandita di tante cose che
    morte una volta sembrano di nuovo
    stantie, zombie verminosi ma gelatinati.
    La poesia non mi serve. Certo, potresti
    obiettare che è stata il nostro sensale,
    Cupido di gommalacca sbrinato a novembre
    dal mio disincanto, potresti obiettare
    che è stata più valida di una festa, di un'amica in comune,
    della parente del collega dell'amico che ci
    presentò. Potresti ma in fondo, poi, non ci serve.
    Che non ti mette più carne addosso e non
    mi fa meno nuda, vigliacca e pigolante.
    Allora, dimmi, che vuole?  Perchè mi tartassa,
    mi sveglia, mi chiama, mi accompagna a letto
    e poi mi tira già che ancora non ho infilato
    la cruna del sonno? No, non ci serve!
    A noi servono casa, due figli ed un cane, un
    garage con la bocca sempre affamata
    ad accogliere ruote e nonni  e mani che
    si rincorrono perchè non sanno fare due
    passi. Tutto il resto è una giostra, il baracchino
    dei gelati, il bancone con le mandorle nei
    caschi di zucchero ed i palloncini schizzati
    di elio. Tutto il resto è farfugliare:
    un merletto di fuochi d'artificio  che mestrua
    nel cielo e poi si riassorbe, più o meno come
    succede ogni mese a chi non ha la zolla
    accogliente per il colpo che bussa e che preme.

    .

  • 30 maggio 2013 alle ore 13:06
    Cinque Cento Cinquantadue

    Copriti, non fare tardi. Ho perso le
    gambe da quando cammino senza di te.
    Le braccia sono stampelle  e portano bene
    la carne all'ordine dell'armadio a muro
    dei giorni, ghirigori ed estencil.
    Nella pancia si incassano casse, in ognuna
    muore un'idea, più avanti un nome, poi
    una faccia, respirazione artificiale  è
    quella che cola dalla scapola al polpaccio.
    Tre giorni per il rigurgito, resurrezione!
    Ola dalle venti all'alba: cosa mi è successo?
    Non si sa. Tenevo il sorriso vigile come una
    flebo, ma forse il tubicino o forse  l'ago,
    espulso come un piccolo escremento d'argento.
    Copriti, non fare tardi: è tempo di genetliaci
    e le rane mai passeggiarono così disinvolte
    per maggio, c'è pure un po' di autunno incrostato
    ai gerani, stagione di follie e folle stagionate
    ai cambiamenti improvvisi.Tu ascoltami,
    non fare tardi e se ritardi copri bene le spalle
    ed il pomo d'Adamo: sembra la luna quando
    sanguinosa spunta dal mare, tipo bersaglio
    centrato, pozza in cui il proiettile ha pagato regolare
    l'affitto. Ama, ma ama un po' meno e, se ti riesce,
    fallo con santo distacco: che poi non sopporterei
    certo di saperti seduto al riparo da me che ti
    infuocavo con il mio liquido sentimento esplosivo
    per poi disinnescarmi all'impiego, tirando i remi
    all'asciutto  se tu stavi integro, impermeabile
    e waterproof.

  • 27 maggio 2013 alle ore 12:48
    Cinque Cento Cinquantuno

    Disperatamente arrivo, onda terragna
    sul torace a facciavista  e osso per
    osso ti strofino, che genio: la lampada ancora in
    gabbia, poderoso mezzo fermo in
    galleria, cotone da lana sulla volta
    serrata, canario di scarsa compagnia.
    Dalla lampada genie di possibilità
    a farmi donna.  Disperatamente ti chiedo,
    labbra sigillate e pensieri alla spina,
    di dimenticare fiere e carrugi ed i vermentini
    e le sangrie di pelli sorseggiate su isole
    gonfie come divani e di cancellare
    i lidi in eresia dai costumi e le felpe
    e doghe e dogane. E scavandoti dal
    ventre alla gola, io proprio io, senza
    mestiere in queste faccende, vorrei
    pulirti da tutte le braccia che certo
    ti tennero più a bordo di me che
    devio e mi annacquo di giorni in cui
    le boe sono imbavagliate dalla marea,
    omertosa salvezza alternata.
    Ho paura di amarti perchè ti amerei
    con il mio malsano agganciarti e ti
    studio da troppo tempo per non saperti
    vergine ai cappi, ai lazi ed alle crune
    a cui infilare il mio amo e strapparti
    la carne che non mi appartiene.

  • 25 maggio 2013 alle ore 14:07
    Cinque Cento Cinquanta

    Non sono furiosa:  il gioco, già più
    che perso, mi passa fra le dita
    con il guizzo della biscia e quasi sempre
    poi mi sfugge, un colabrodo ogni stagione
    che fa ressa al mio ventre ,ma  io dolcemente
    scuoto la testa e specchio i palmi per dirmi
    pulita dalla perdita, che  puntuale! 
    Che non ho messo io certo intenzione
    nella tarlatura che corre da un lato all'altro
    del mio essere in fondo così strana.
    Non sono ingegnosa: con le ossa avrei
    potuto fare molto di più: argani e saette,
    mostrine e tournament.  E dalla carne
    mia sputarne versioni  poi migliori,
    tutte pallide e ricce, perle da scuola,
    da Comunione,  da marito o da nuora.
    Invece mi accontento sovente di essere
    una, di bino e trino solo le punte alla
    fine di ogni ciocca, santini a tre facciate:
    ho tese che non danno ombra ed ombre dove la luce
    dovrebbe allargare.  Ma non sono furiosa:
    è questo l'incasso per il mio meccanismo,
    questa la cresta del mio cucù, il pendolo
    esce e rincasa senza sbalzi e di scherno
    ha solo la riga scura sui ricordi, banda
    dispettosa sui canali in trasmissione .
    E poi c'è uno scarabocchio dell'età
    in cui le pedine sono veloci ed il
    dado un'occasione. Ma nel mio schema
    non avanza mai nessuno: tutti fermi
    al mostro dell' alt, campana a muro,
    battaglio imbalsamato,  merlo nell'ogiva
    con il  cranio rotto dal rintocco, armadio di splendide
    mosse stipate per il grande giorno
    senza razza. Bastardo il senza data.

  • 24 maggio 2013 alle ore 14:17
    Cinque Cento Quarantanove

    A quell'ora avevo già fatto. Si, era fatto.
    Il labbricino della Piazza bordato  da
    una matita d'inverno, foglie e foglie
    a cumuli, a gazze, a secchiate, a iosa,
    per gioco. E tu: tu lo sentivi?
    Tu mi sentivi? A quell'ora ero  io nave
    in altra bottiglia,  le vele un po'
    inginocchiate dalla coscia del vetro,
    rannicchiate, come i bambini che
    nel nascondino sono ancora più
    bambini e  a cuccia sotto i lavelli,
    o dentro gli armadi, aspettano il
    bu e la faccia tonda della sorpresa.
    Ah, gambe due  e dal nord di mestieri,
    di binari, di petrolchimici e piane.
    Ah, mani d'artista e di padre mancato!
    Io, io davvero il gheriglio in quel
    palmo osannato? Una ola alle sue
    spalle  che non finivano come il
    ricordo più prossimo: piccole,
    quasi sempre riverse in direzione
    opposta alla mia. E poi, voglio dire,
    come ha pescato il mio respiro
    quel giorno: dove avevo prima
    respirato era solo un singhiozzo.
    Sono io quella? Quella distesa?
    Quella con l'ombra più alta e
    di fronte che su lei si curva e
    le cava dal ventre un grido bianco
    sempre più nuovo? A quell'ora
    avevo già fatto: avevo già scelto
    e mai scelta più folle, perfetta.
    Del mio grande aquilone soffiato
    da colli dove  le lettere da sonore
    si assordano, io tengo il filo.
    A quell'ora era la data già incisa
    e la promessa, se anche si slabbra,
    fila, si tende e a volte sembra già ceda,
    polpa bacata, ha acciaio per ossa,
    per doghe.
    Ed io sono sua ed io dormo  e non
    avrei altro sonno altrimenti, piegata
    a tutte le ore che da quella prima
    moltiplicano ancora: conigli e conigli
    dalla mia gaia, materna  e  fertile segreta.

  • 24 maggio 2013 alle ore 12:48
    Cinque Cento Quarantotto

    Mio padre, mia sveglia, mi scelse dal
    ramo su cui tre stagioni in più dovevo
    restare. Ma lui niente, il testardo!
    Manovrò abilmente la cruna fra i lattiginosi
    preliminari, neonata di mesi, proibita
    alla rete e punse con l'ago, magistrale
    il miracolo, là dove bene mi tennero
    in acqua. Ed iniettandomi da colonna
     a cattedrale, era  ormai fatto il lavoro:
    mi fabbricò casa e destino. 
    Tre stagioni, bastavano tre,
    di cumulazione, di irrobustimento:
    bisognava aspettare.
    Ma lui niente, era l'ora: mi tirò
    giù dal tetto su cui occhieggiavo,
    solo testa, un puttino, cefalo, tutto il corpo
    compresso,  i piedi e le gambe in galleria,
    motrice senza mai busto, e mi trovò
    il posto. Mi voltarono: capo in giù,
    come un siluro, piedi a nord.
    Sul rullo di Febbraio già in corsa,
    figlia di neve, lontano Febbraio,
    lucertola mozza, la coda che ancora
    tremava dell'unico nervo in corrente,
    isolato dalla mannaia del Marzo
    precoce.  E con il suo sfiato, mio
    padre,  mi mise là dentro a
    crescere tonda, prua di carne,
    io Giona? Avanzavo come la
    bugia di Pinocchio. Ma il frutto
    che non è sicuro e viene fuori
    anzitempo  non ha consistenza
    e sapore sinceri. Dovevo restare
    ancora là:  si lassù o là sotto,
    fate voi, o non fate. Forse dovevo
    restare per sempre: indurirmi,
    gonfiarmi quel tanto e poi dire,
    ad afflato completo:" Sono pronta!
    Staccatemi, avanti! Giù con la lama"

  • 23 maggio 2013 alle ore 19:21
    Cinque Cento Quarantasette

    La ragazza porta a cuccia le capre,
    il recinto si infiamma, tonsilla
    ingrossata che frigge alla fiumana
    della saliva: sembravano otto,
    da otto gemmano in venti, poi
    sono trenta, meduse con il cappello
    lattiginoso. Quattro cani ai lati
    come gendarmi, come i piedi
    nel letto, gli angoli nel ring, stecche
    da biliardo e lanugine, lanterne alla
    buca del pascolo; per una è
    già pronta la fossa, la vecchia.
    La ragazza è vestita alla moda
    ma ha lingua da bestie: indossa
    scarponcini chiodati, suole in guerra
    sui declivi minacciosi, fisarmonica
    di ripidi ramarri. Già vanno intorno
    i turisti, yo yo nei coni delle monovolume
    affittate, infilate fra i tornanti come sali
    nell'uretra, calcolabili disagi. E con le
    facce da bandiera salgono e scendono,
    staffetta sempiterna di limoni e panorami.
    La ragazza tira su il cappuccio, la pioggia
    in calzamaglia, saio da governante di
    greggi, timoniere all'asciutto: io mi domando
    quanto ti piacerebbe la stoffa con cui mi
    hanno cucito i monti e le vie, bella l'impuntura
    dei tetti, rondini senza collo, colombaie
    abusive. Bella l'impanatura blu sugli
    scogli quando le onde sollevano il gomito
    e sono così folli da ubriacare perfino
    le file dei primi bagnanti.  Mi domando
    e ti perdo, con la stessa lucida certezza
    con cui le stelle tornano ad affiggersi al
    Cielo, cento Cristucci nell'eterna tredicesima
    stazione, candele fuori fuoco.
    Ma tu amore, amore che stai dall'altra parte,
    che mi rimproveri ed ami in egual misura,
    ma tu  e solo tu possiedi l'innesco per farmi
    brillare. So già che se anche questa volta
    non mi prenderai alle viscere, premendomi
    a fondo, pigiando, so già, si lo so, che arriveranno
    in dose rinforzata le valigette, deus ex machina
    degli artificieri con cui smorzare anche questa
    leggenda del moccolo, questa primizia che
    sembrava pronta ad esplodere e a fare
    finalmente per se i disastri più belli.

  • 22 maggio 2013 alle ore 14:45
    Cinque Cento Quarantasei

    Gli stessi segni! Già
    visti: analizzato quel caso
    da nove mesi, più o meno,
    indizi familiari e mancanti
    per chi, come me, li indaga
    col fiuto del vistoso digiuno.
    Ma su di lei si spogliano
    a caso: tubicini verde e bottiglia,
    tatuati dal calcagno in su, capelli
    blu nati dallo sforzo dei nati.
    Così succede quando nel ventre
    si portano cose che somigliano
    ai noi incontratisi in un nodo
    delle due stoffe, infuocati dal bacio,
    dall'amplesso, dal fato. Di tonico,
    è vero, forse ha solo la lingua, ma è
    veloce e soddisfatta del suo essere
    scatola ben confezionata ed
    assestata dal ripieno venuto fuori
    tre volte, parto normale, fortune,
    destini. Nello specchio  che ci
    fa da tornasole, di uguale abbiamo
    solo l'età,  le canzoni alla radio,
    i giochi, i vasi retrò della piazza,
    due amici, la cartolina  rossa,
    inaspettata freccia da Londra:
    poi siamo come i rami di una
    fionda, siamesi per il gambo
    dell'infanzia anni Ottanta e deviate
    da forze speciali, da corsi fratellastri.
    Il mio piuttosto un pantano di notizie
    venute poco o mai arrivate, il suo
    pregno: bavette, casina delle api,
    gne gne, pastrocchi ed orari contati
    come le monetine dell'ultimo resto.
    Le mie caviglie sono due scudi,
    ancore troppo sottili per il fondale del mondo
    e più su, la corazza  omogenea, è antiproiettile,
    un gong a cui manca la verga , lo scuotere:
    a che serve in fondo un tamburo
    se non a tamburellare quello che è ?

  • 21 maggio 2013 alle ore 14:55
    Cinque Cento Quarantacinque

    Detesto del pomeriggio il pomeriggio,
    ed il gre gre di valigie, di case da asporto
    su rotule artificiali  che battono asfalti,
    poi pavimenti di navi e poi ancora
    piazze, rodei di destinazioni in cui
    non ho posto. Detesto la lanugine
    dell'afa dopo il pranzo, i piatti
    scrostati come pidocchi dal
    cuoio delle tavole, cerchioni da
    riciclare, dischi e volanti, manubri,
    e le forchette accavallate, bambine
    di ferro e la finta diplomazia delle
    lame chiamate a violare tranci,
    molliche, interi, nodi e, missione
    di spicco, i chiassosi pappagalli
    dell'ultimo packaging. Detesto del pomeriggio
    lo stretching fino alla sera, era bello
    abbandonarsi al buio qualche frazione
    dopo il mattino, sentirselo addosso
    vorace, impaziente, amante tenuto
    a dieta di pelle per troppo tempo.
    Detesto pensarti con questo
    pensiero che non accetta tregue,
    che un giorno è tutto baldanza e
    self control ed un giovedì dopo
    sta inselvatichito e secco come
    l'innesto mal riuscito.
    Una bestia che poteva essere
    bella se addomesticata ad
    amarsi per quello che è:
    ma nel recinto in cui sola
    si scuote, ballando a vortice
    non trova che coda e
    la testa più pesa se cerca una scusa.

  • 21 maggio 2013 alle ore 14:17
    Cinque Cento Quarantaquattro

    I miei meccanismi di difesa.
    Si, editi  o anche non. In piedi,
    va bene.  Prendi nota, ma in fretta:
    così cambio la forma, come il cielo
    imbusta Marzo, coniglio del mago,
    camaleonte, turbina, veloce, abbaglio,
    stortura, una nube, poi sole, poi scroscia,
    rigetto e dai tuoni nessuna divinazione.
    Non so farti da spalla, ma lussare
    questa passione si,  sono perfetta,
    non so curarti dalla mia infezione
    con metodo sano, io posso solo
    aggravarti, come al mulo  riempio
    la sacca a carico giallo e lo avanzo
    già stanco su nuovi  gradini. Toh! Sfusati alle grotte,
    due chili di battagli per una campana,
    di solito in vetro e a forma di cello,
    di bacca, di squama. Così io ti appoggio
    addosso il mio non saper stare senza.
    Di te, oltre te, dopo te. Ma prima com'era?
    Ah si ricordo, ed inorridisco. Tre volte caduta
    tre rialzata, l'ultima folle quanto una prigione
    di cui si conosce la toppa, deflorata dalla
    giusta chiave eppure si condanna l' inappropriato
    amplesso delle due per l'ora d'aria.
    I miei meccanismi di difesa: sfuggirti,
    provarti, rodarmi alla tua pelle  ma poi
    stazionare e farmi stanziale, dire fredda,
    meschina la migrazione , dondolarmi
    quindi nella stessa stagione, nell'antico
    cruccio e , valutando il passaggio,
    la portata e lo stormo, tenermi a distanza
    per non prendere il corso, la scia,
    lo schiaffo di vento che corregge
    ogni vela dall'assurda pigrizia.