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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 16 aprile 2013 alle ore 14:46
    Quattro Cento Ottantanove

    Sei ben assortito: dalle gambe all'avallo
    dell'inguine che ti fa alto e ad alta voce
    quando io sto zitta. Ma tu sei più
    grande, anche se parlo e mentre
    rimpicciolisco  le mie paure mi fanno ombra.
    Sei corredato dei pezzi migliori:
    dalle ciglia che mi sbattono in faccia
    quanta vita ho perso finora alle braccia,
    due corde venute a prendermi nel
    sonno mio sveglio. Labbra  e labbra,
    come tetti in difetto o mansarde scuioate
    dai vetri per farsi tuttuno il refolo umido
    e la sintetica scrematura sui gelati
    più panna. Io non so stare in piedi
    più del dovuto, seduta provo
    a nascondermi: i miei occhi
    gettati fra i passi si sono alzati
    solo una volta per sfiorarti il
    mento, lì dove infili tutti i pensieri.
    Una radura a cui non vengo da
    giorni e la strada con cui
    raggiungerla nulla più sa di me.

  • 15 aprile 2013 alle ore 15:06
    Quattro Cento Ottantotto

    A chi mi osserva come l'orologio che d'improvviso
    sbotta vomitando il cucù, dico che il fiotto
    di rigurgiti ed inchiostro non è che spurgo
    dei miei malumori, di cose rapprese,
    rancide e risparmiate oltre la lapide  della scadenza.
    Uno sfratto, un inventario con piglio da esecuzione,
    uno scarto, pulizie per tutte le stagioni con cui
    estrarre ed obliterare il vecchio, il disuso.
    Questo il lavoro che faccio ogni volta castrando
    il foglio di voti neri.  A chi mi chiede se ho
    curiosità ed ansia che le risultanze, ripulite,
    abbellite, dosate e domate, vadano di bocca
    in bocca e poi di mano in mano, come
    paralumi dèco nei mercatini o porcellane
    sbeccate trovate per occasione, rispondo
    che io venderei bile, pus e veleno per cui
    non c'è tranciatura, cura od antidoto
    e che forse sarebbe meglio e più sano
    lasciare stipate certe sostanze nella
    concava, buia matrice di produzione.

  • 14 aprile 2013 alle ore 15:05
    Quattro Cento Ottantasette

    Le parole verranno via con me:
    fedele condanna, una macina al collo,
    nera esca piantata a fondo nel petto
    del mare, marchio freddo, piccione
    impallinato dalla mira crudele
    nella domenica dei bracconieri.
    Nessuna ristampa: la mia tipografia,
    piazzata fra sterno e bacino,
    non rilascerà copie. I caratteri esplosi
    con la follia di un lanciatore di coltelli,
    intubati,  tuberi sotto la pelle.
    Questa pelle che di buono conserverà
    solo la loro chiodatura antica,
    la palizzata di escrescenze che non
    sanno dirsi eppure tanto hanno detto
    poi tornando in castigo, come fossero
     colpevoli di essere così
    tante, prolifiche, succose sacche di
    seppie pronte a schizzare
    la notte sullo sguardo del mondo.

  • 13 aprile 2013 alle ore 13:15
    Quattro Cento ottantasei

    E' leggera la matrioska a cui hanno
    smarrito il ripieno: rossa regina della mensola,
    melograno tra cornici e soprammobili,
    uovo  orfano del tuorlo con la faccia piatta da sarcofago.
    La bambina che ne svelò la sorpresa,
    curiosa e disattenta, ne sgusciò dal ventre le tre asciutte riduzioni .
    Abbandonate le lucide gemelle da qualche parte tra il divano
    e gli ospiti:la prima rotolò forse dietro una tenda,
    la minore, alta quanto un mignolo,
    l'unica sterile, spinta chissà dove da una scarpa.
    Nessuna denuncia per le scomparse:
    alla mamma il compito di custodire la triplice semenza.
    La matrioska capovolta, dimezzata,
    unica volontaria al miglior numero
    del mago, tagliata all'equatore,
    adesso rimpiange la nidiata che non crescerà.
    Così è il tempo che mi è cucito dentro:
    ho lo scafo a cui manca l'incastrato.
    Una cassa senza morto in cui la cassa è il morto.

  • 06 aprile 2013 alle ore 13:27
    Quattro Cento Ottantacinque

    Il mostro è nato con me.
    Facevamo sempre colazione insieme:
    ho creduto all'inizio fosse un'ombra
    il peso perennemente declinato
    sulla mia spalla. Irregolare la coniugazione
    dei miei giorni sotto la sua stella turgida
    e nera. Nevo da cosmo, ingrugnito e
    spento. Il mostro frequentava il mio sterno:
    con le mie gambe ha fatto passi da gigante,
    col bacino torsioni e piroette.
    Non sarebbe però mai dovuto arrivare
    il lunedì in cui, spolverando la mia età
    dallo specchio, l'ho visto finalmente
    riflesso: un neon in apnea, una freccia
    nell'ampolla, un ago nella neve.
    E scacciarlo è stato vano:
    nella cornice entrava tutto ed a suo agio,
    eseguendo a memoria le mie mosse
    e respirando con il calco dei miei polmoni.
    Così, pur spostandomi, me lo trascino
    sempre addosso, come fanno i pazzi
    che,  voltandosi, urlano a se stessi
    di non seguirli più e quasi tutti 
    i cani braccando  la propria coda.

  • 01 aprile 2013 alle ore 14:56
    Quattro Cento Ottantatre

    A volte ti osservo con la devozione che
    si ha per le edicole in cui si incassano i
    miracolanti e, inginocchiando lo sguardo,
    cerco di cavarti una crepa di stanchezza.
    Di solito il giorno coincide con quello
    in cui mi chiedo se le tue labbra potranno
    mai accontentarsi della mia bocca,
    la tua fame del mio corpo poco
    scaltro  a far provviste e le tue
    mani di somministrarmi il desiderio
    in dosi abbondanti e dilazionate.
    Sono tutta da rassettare ed insegnare,
    da ammonire, rimproverare, rimboccare
    e svezzare. Strada facendo in me troverai
    più cose disconnesse, sbavature ed
    inclusioni. La tua pazienza sarà
    guarire ciò che non sanguina.
    L'amore stanare il tarlo  dove
    la superficie è più bugiarda e intatta.

  • 28 marzo 2013 alle ore 13:54
    Quattro Cento Ottantadue

    Ti presento il martedì: il ruffiano blatera
    nella folla, la voce gli schizza dal cappotto,
    eiaculazione asciutta e contro vento.
    Lo scirocco, intanto, alza le ali.
    Ho le tasche imbrattate dei centesimi con cui mi pago l'ansia.
    Ogni mia settimana, ogni mio mese di  nodi e noia
    non valgono  questa sera che mi offro, in cui è
    martedì  tra le vetrine ed il Corso ma dietro il
    battiscopa del lungomare, lo schiocco di una lancetta
    già prevede zingaresco il mercoledì sul campionario
    assonnato del primo treno.  Ma è ancora martedì
    e tu stai con la certezza malleabile delle boe:
    non eviterai la carica dell'onda, il bisonte di sale
    non ti atterrisce più del mio ritardo o dell'assenza,
    del mio sfuggirti a vele dirottate, orecchie ammainate
    dal richiamo del padrone.  E' questo tuo istinto di terra
    che mi insegna quanto sia inutile il mare alla mia età
    e pure tutto l'affaccendarsi che credevo viaggio,
    è solo farsi attraversare da chi va, restando
    con la voglia di sveglie shakerate  e di partenza,
    con le mani cariche  di bagagli sempre incinti della roba altrui.

  • 23 marzo 2013 alle ore 12:39
    Quattro Cento Ottantuno

    Le gambe dei bambini issate a mezzogiorno,
    lancette e femorini ticchettano l'asfalto.
    Stia lontano l'uomo grigio! Dal ruvido
    invito le mamme scostano i menti
    ancora molli: come antidoto all'inciampo
    le loro braccia tirano via l'occasione alle escoriazioni.
    Quante marionette stamattina indossano i nomi
    dei nonni  e quelli venuti in mezzo al sonno,
    imberbi pulcini ancora tinti di culla
    provano eccitati la  prima  verticale.
    Anche io ho spazio. Ho foggia da nido
    qui, più giù del cuore: provami, sono
    larga abbastanza e mi chiudo ai venti.
    Ma nessuno deporrebbe in un fosso,
    nessuno guarderebbe giù spedendo
    la voce a misurarmi il fondo.
    E' tutto vero: nel mare non si semina.

  • 15 marzo 2013 alle ore 13:53
    Quattro Cento Ottanta

    Il vero amore fa rumore: schiocco
    o capitombolo, risa gettate come
    riso; nel tunnel  del passante silenzioso,
    il passo si fa uno, le gambe accavallate,
    serpenti in accoppiamento.
    Il vero amore è baldanza ed
    irriverenza: la frase ad alta voce,
    lo sbuffo di balena, cincischiare,
    barrito di lenzuola, trillo di cicala,
    la tortora zittita,  frinire di denti
    nel sinistro del bacio,
    quadriglia di ciglia, nasi in deragliamento.
    Il vero amore non sa la notte e quando
    è l'ora di spegnere la voce: creatura
    irrequieta appena allattata  ed ancora
    in fame. Devi andare a rivoltarla,
    due o tre volte come la zolla in
    lievitazione quando è pregna dell'intimo
    turgore che esplode al buio e la fa
    mamma dall'uno e dall'altro verso.

  • 06 marzo 2013 alle ore 14:03
    Quattro Cento settantanove

    Hanno piallato i giardini, proprio questa mattina:
    losanghe marroni,  costole nuove, tatuaggi lombari
    hanno crivellato la terra tesa. Atterriti i pini ed i cipressi
    sbucati dai muri all'allarme delle tre falciatrici.
    Il sudore sbrinava sulle  zolle ancora umettate d'inverno
    ma una postilla più verde e resistente veniva tenera
    del tetro burrone a spiegare il cambio.
    Ogni stagione che avanza è nostra e comune:
    questo rivangare budella di vermi e radici a
    doppie punte, cerimonia puntuale  fra lucertole
    e viti a riposo, non tiene conto del crescere,
    o della distanza.  I tronchi sono cemento gentile:
    resistono e guardano il mortale trascorrere
    dallo sgambettio all'orizzontale.

  • 06 marzo 2013 alle ore 13:44
    Quattro Cento settantotto

    Oggi è di nuovo sera e la sera è
    puntuale serraglio di stelle ed oscurità.
    Buio pollaio a cui gratta affamata la faina
    del giorno; un delfino è l'alba
    dietro la rotta spaccata del sonno.
    Il giorno morderà ancora la sera al collo
    mentre invecchio e le parole vanno
    ad accucciarsi tra le dita di un'estranea.

  • 28 febbraio 2013 alle ore 9:13
    Quattro Cento settantasette

    Come tutti i poeti, tu vai dove
    le tue parole vendono bene ed i neri
    mercati in cui si accatastano  smesse
    cianfrusaglie d'occasione, alzano le
    tende, gonne rivoltate fino  al buio
    segreto. Ammiccanti anche oggi,
    gonfiano la merce con sboccate
    prostitute di cartone, conveniente
    il prezzo, ami senza l'appendice
    verminosa, boccagli per gli occhi.
    Anche io credevo di essere come
    te, ma non lo sono: io mi faccio
    comprare con un pò di zucchero
    sul cuore, spolverato come il sale
    sulla coda dei piccioni.
    Ed è così che mi irretisci il
    volo mentre oli bene il tuo marchingegno
    con cui  stupisci la rosa clientela già pagante.

  • 27 febbraio 2013 alle ore 12:24
    Quattro Cento settantasei

    Forse non dovresti amarmi,
    ho tante, troppe scatole senza seme,
    una palizzata è più madre di me.
    Il mio alveo ha fama di taccagno
    e se anche tu non credessi a questa
    infamia, lui non si è mai scucito
    più di una sola volta al mese,
    mai ha trasgredito la femminina
    regola. Per questo ti consiglio,
    forse, di lasciar perdere,
    di non insinuare nel mio curriculum
    traslochi o migrazioni .
    I bicchieri avvolti nelle notizie, il nastro
    adesivo sui ricordi, cellofan a volontà
    e polistirolo che allaga:
    tutte queste cose mi disorientano.
    Però potremmo togliere insieme
    la polvere dalle cornici, sostituire
    le vecchie foto con le nuove: ibridi,
    innesti, ingredienti esplosi nel
    guanto del grande, estroso chef.
    Questo più mi solletica al rischio:
    vederti dipingere il soffitto,
    diluire cigolii, aspirare buchi.
    Saresti perfetto ed alto
    mentre ti osservo  accomodarmi
    il nido ed io all'ombra delle
    tue spalle mi riaddormento.

  • 26 febbraio 2013 alle ore 13:14
    Quattro Cento settantacinque

    Il golgota è la stazione e ha per
    croce tutti i binari che dai valichi,
    salmoni inversi,  scendono al
    mare, lombrichi gelidi  con orari
    e sbuffi nelle viscere longitudinali,
    setti viscidi di fonderia. Tu mi
    vorresti lì con il  passato radiografato
    da un inutile check in  ed i risultati
    appesi ai fili, biancheria fumo di
    Londra, iridiscente referto.
    Tra il necessaire e le pillole,
    il souvenir ed indumenti in odor
    di piegature, smaschererai l'esca
    che eccita l'allarme.  Per poi comprendere
    che ci siamo già stati  e dovremo disfare
    tutto per poi ricominciare.  Prendi solo
    ciò che serve, nessun peso che
    duri oltre la data di scadenza.
    Una sforbiciata al bagaglio,
    il fondo intonso: la superficie
    un poco smossa, sotto pace.
    Come un  letto  che non ti conosce.

  • 26 febbraio 2013 alle ore 12:38
    Quattro Cento settantaquattro

    In fondo faresti bene a restare là,
    avverbio di luogo da cui dici
    di aver tentato molteplici fughe
    e contro il quale hai ordito
    magistrali rappresaglie.
    Si, hai inteso bene: proprio
    là, fra i suoi lustrini anni
    settanta e coppe di gelato
    acciaio, tese ballerine opache,
    ombrelli con le budella rivolte
    in su. La tua orchessa di grano
    e sale, bionda e pure madre,
    sa come sollevarti dal piatto
    il mento e riconosce i nascondigli
    per calzini. Quante coppie e quanti
    buchi, quanti coppi fanno un tetto
    e dove vanno le briciole in eccedenza.
    In fondo non ti biasimo: lei adopera
    benissimo i suoi arnesi e non credo
    ne esista uno che mal si adatta
    alle tue falle. Conosce testi e malattie
    di zona, sentieri e scrosci, fa salvataggi
    dai fossati e chiude porte.
    Io sento demodè ma schietto il
    tuo rincasare e poi, ad essere onesti,
    le mie ossa hanno una condotta
    diversa e proprietà che non
    abiterebbero le tue lenzuola
     così bene come le sue .

  • 25 febbraio 2013 alle ore 13:49
    Quattro Cento settantatre

    Parla ancora di noi un balcone,
    salato e sciocco.
    Parla del mio maglione ecrù,
    del tuo sorriso quando non
    sapevi da dove si sfilava
    l'inverno.  Ne parla come
    si parla della fine di una
    migrazione: lieto ritorno
    di code,  marezzatura di
    piumaggi esperti,  pavoni,
    non cincillà, non pipistrelli.
    Gatte arruffate sui davanzali:
    non vanno mai via  se il  mare profuma.
    Da allora , giorno dispari,
    numero pari,  ancora provo
    a spinarmi il tuo odore,
    gaglioffo di gran carriera e
    generosa prole  distribuita
    più o meno equamente.
    Poi mi dico che forse con
    me vengono meglio.
    Per questo di te conservo
    tanti detriti: con un dito in più
    di posa vinco i bicchieri
    da cui hai già sorseggiato il frutto.

  • 25 febbraio 2013 alle ore 13:26
    Quattro Cento settantadue

    E' terribile, ogni cosa di
    te è terribile. Dai gusci d'uova
    non viene verdetto se propongo
    il tuo nome. Ho scelto più
    oracoli e in più  mi hanno delusa:
    la mia vita è cosi piena di
    Cassandre che ho schiere
    di aruspici come vene ed il mio
    sangue si dispone per essere
    scrutato.  Ma tutto in te sfugge
    con la sfuggevolezza  dell'ortaggio
    che guizza podalico  e fuori tempo
    e fa del contadino un nuovo Abramo
    per la fogliosa beffa con cui la sua
    fresca nudità ed imprevista
    a pelo di terra lo deride.
    Ogni cosa di te scalcia e
    scalpita  ma accetto questa aritmia,
    il tramestio del tuo nero appuntamento.

  • 25 febbraio 2013 alle ore 12:47
    Quattro Cento settantuno

    Posso restituirti tutto, volendo.
    Con grande, generoso sforzo.
    Lo sfriso  colato nel nostro ultimo
    abbraccio, è ancora impilato
    sul pavimento di una palafitta
    di città. Con il piede, prima
    di salutarti, sfollai in un angolo
    le ceneri del veloce amplesso:
    dubito sinceramente che
    abbiano pulito.  Chi ci girerà
    intorno lo farà senza attenzione:
    che vuoi ne sappiano di due paia
    di braccia evase per qualche
    ora alla galea della distanza?
    Chi vuoi che sotto il getto della
    felicità noti quell'ossicino in
    polvere che è nostro?
    Frutto del tuo ginocchio
    contro il mio, della mia mano
    ingabbiata nella tua, della
    mia testa afferrrata dalla tua.
    POsso restituirti tutto, dicevo.
    La donna di servizio non conosce
    la mia voce però, come tutti,
    ricorda le tue spalle.
    Al buio saprebbe riconoscerti:
    alla luce nemmeno mi vedrebbe.
    Ciò che posso renderti indietro
    è quanto segue:  una promessa,
    le cavolaie  venute a spiarci,
    il microchip  fra le ali di terra,
    un nastro e qualche sillaba.
    Altro non do. Se permetti,
    mi tengo il resto, in fondo
    abbiamo già sporcato abbastanza.
    A cosa serve restituirsi tutto
    se siamo ancora nostri?

  • 25 febbraio 2013 alle ore 12:26
    Quattro Cento settanta

    La mia vita trompe l'oeil: giù
    dalla china dei fianchi ammirerete
    ghirigori di vette e più mani,
    decalcomanie di vedute azzurre,
    fogliame spillato da pruriginosi innesti.
    Dalle gambe celebrato in concomitanza
    alle embolie di movimenti, il  puntuale
    solstizio di carezze.  Ricca la sentieristica
    d'emergenza, mappature  accovacciate
    come galline in materno sforzo,
    nascondono la meta. Tutta questa
    abbondanza di finte scene con cui
    mi ricopro e ritardo all'esposizione,
    tutta questa mortifera natura che
    brulica e ronza ed ancora non smette
    la sua bugia. Non c'è più
    niente da vedere: allontanatevi, circolate.
    Il paesaggio ha chiuso.
    Con i biglietti acquistati farete
    coriandoli e qualche battaglio per fionde.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 14:14
    Quattro Cento sessantanove

    Hanno ordinato i fili, indegli prevosti
    votati senza vocazione al ludico
    impiego di sbrogliare la matassa.
    Giallo con il giallo, rosso che
    bacia il rosso: eppure qualcosa
    ancora non quadra, l'impulso
    soccombe dopo il primo incoraggiante
    ma debole fulgore.  Allora ricominciano:
    dama di tentativi senza voglia.
    Uno sull'altro a mangiare il difetto,
    ad aspirare la preoccupante
    tumescenza. Questo va qui,
    quello al suo posto, canile
    per gatti,  fusa di ribellioni
    senza successo.  Hanno investito
    in scommesse  sul parassita del
    baccello in cui mi attardo :
    dall'esterno viene sempre il
    virus che, respirando, invoglia
     a respirarlo.  Nomi e conseguenze,
    verità e deduzioni . Io intanto
    invecchio, incattivita dalla  mia
    stessa buona disposizione a crescere
    e perdonare le ali che ancora
    scalciano e non sono riconosciute
    come tali.  Perchè non hanno piedi,
    non un cordone, semmai una cordata
    di piume con cui saprei meglio di
    chiunque altro il mio mestiere.
    Bisogna essere madri di ciò
    che vuole il mondo: ma è
    proprio questo il mio bambino, un
    bolo informe e senza sesso che
    dal mio pasto risucchia quanto
    basta.  Non va curato niente,
    nessun filo rabboccato nè
    tranciato,  non sono cavia
    per paternali pesticidi
    se dentro, misto al  sangue
    ed alla carne, ho la prima dentizione
    e fontanelle e rosei arti mollicci.
    Ed un elenco di santi a cui votare il mio scritto.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 13:49
    Quattro Cento sessantotto

    La luna ha carichi pendenti:  da due
    notti tengo vicino la tua meccanica
    buonanotte di tasti ed alfabeti
    sragionati. Santino hi tech,
    pelouche senza imbottitura.
    Lei, intanto, veniva presa.
    La caccia ordita senza premi,
    le prove accatastate da monatti
    della celeste giurisdizione.
    L'olezzo ha incuriosito gli occhi passanti.
    L'atea ostia girata per me quasi
    sempre di traverso, adesso ha
    più colpe che bellezze.  Non dico
    che ne godo ma se fossi stata
    in grado di sguinzagliartela dietro
    con l'autorità del padrone al suo
    fidato, ne avrei poi torturato le
    ore di turno in cielo chiedendole
    la cosa più prossima alla
    tua schiena.  Va bene, lo confesso:
    ci ho provato. Glielo chiesi.
    Ed al rifiuto l'ho insultata. 
    Così che adesso un poco
    mi compiaccio  della prossima condanna.
    Cercavo alleanza e protezioni  per
    fare della tua carne il mio rimedio.
    Ma lei non collabora,  non sa di
    complicità nè di spionaggio.
    Forse è innocente.  E non vuole
    altro che arrampicarsi all'oscura
    soffitta da cui dipendiamo  e come
    i bambini sorpresi sugli alberi
    in pericoloso, curioso equilibrio, anche
    lei impiegherà tempo per calare, per scendere.
    E non darmi più torto.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 13:29
    Quattro Cento sessantasette

    Sul tuo sterno vengono ad appendere
    le crinoline:  da anni credo si svolga
    questo biondo o moro rituale,
    meduse  in feroce accoppiamento
    e nomi alla rinfusa.  Dicono forse
    si accorino ai tuoi versi  che intruglio
    di strega non potrebbe  mai fare
    più allusivo  delle tue suadenze
    e dei tuoi strali. Devono aver lavato
    prima tutto il fornito, esperto
    corredo: so che dallo sterno,
    tastando la tua cassa come il muro
    che qui è pieno e vuoto altrove, si
    sente esatto e caldo il lago
    dove palpiti. Lì scorrono vene
    ed acque di limpida consistenza:
    il battesimo lo fanno con le gambe,
    con i bacini, con le avide bocche
    di città. Il celebrante è ancora
    un palazzetto di lettere a più
    piani : scavalcato l'ingresso
    di cui non concedi le chiavi,
    una volta basta,ripetersi è
    scontato, si ha voglia della
    terrazza e dei ripostigli,
    delle cabine dove accumuli
    ancora e sempre parole
    per tutte le stagioni. Ma io arranco
    già al primo passo: ho impurità
    da bambina , i giochi infilzati
    nelle anche. Volevano operarmi,
    la mia andatura è goffa e fuori
    tempo, ma sembra sia già
    anziana per qualsiasi intervento,
    curativo o correttivo.  Nessuno
    si addossa la responsabilità
    di vedermi cedere all'affilata
    ustione del bisturi: così
    provo a fare quello che mi
    riesce meglio, provare.
    Certo non arrivo a trattenerti,
    trascino il busto e alla tua ombra
    larga di platano, eccitabile
    vibrissa, mi faccio piccola
    quanto un grumo.  I
    Insignificante ma stabile,
    lapide  della rossa, vitale,
    precente liquidità.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 12:57
    Quattro Cento sessantasei

    Tutta la mia stanza è un foglio,
    lo scrittoio campeggia nel centro,
    toro elettrico che da anni tenta
    di scalzarmi  ed io mi appiglio
    alle sue corna esclamative ,
    con gli alluci gli solletico
    la pancia imputata di troppe
    parentesi, scuole serali
    per parole ancora in placenta.
    Ogni tanto scaccio la scrofa
    del silenzio, invadente come
    l'ospite che non si preannuncia:
    le pungolo la cotenna spaziale
    sperando il fastidio le rammollisca
    l'insistenza.Tutta questa stanza
    che mi basta come rifugio antiatomico,
    sotterraneo durante gli uragani,
    dove la pioggia arrivando si dilegua
    e cerca altre vie, dove le perdite
    sono rancidume di avanzi per chi
    non mi legge secondo direzione.
    Non ho tubature fallaci, ritorni
    di fiamma da condutture in
    astinenza. Ho questo foglio
    ristrutturato da cementini
    bui ed ordinati, perenne
    il lavoro in corso, nugoli
    di  nere operaie al mio
    servizio.Ed ho il cuore
    avvampato, camino con i motori
    al massimo: dormo sul dorso
    del destriero  che giunge con
    un fagotto di verbi, metafore
    e sogni.  Chiunque li scaccerebbe
    come fantasmi, presenze senza
    dominio di pace: i miei coinquilini
    buffi e magistrali. Mangiamo insieme,
    poi ci zittiamo, gargarismo a fine pasto:
    maneggiando bene questo vano,
    abitiamo e da tempo immemore
    la più solida delle convivenze.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 9:21
    Quattro Cento sessantacinque

    Per te sono malata. Eppure tu stessa mi
    hai sputata dalla cervice del tuo cranio
    meridionale trenta e più anni fa.
    Il collo delle bottiglie reca sempre
    l'impronta di ciò che mesce ma forse ti
    acquietava sapere che le ossa erano
    ben disposte ed in forze, che due
    erano le gambe e due le braccia ed
    il cuore incassato alla sua scrivania,
    gli occhi abili e di incredibile, imprevedibile
    colore, il respiro caldo e regolare.
    Credevi finissero lì gli inghippi,
    gli intoppi. Cosi che adesso ti chiedi
    cosa mi abbia contagiata a tal
    punto da ammalarmi da sana e
    quale mistura si è fusa al dosaggio
    perfetto dei tuoi valori e della tua
    salubre mammezza. O quale veleno
    si sia imboscato nel tuo latte,
    infilato nella mammella e
    lì abbia covato per anni, perniciosa
    incubazione, liquido travestito che
    i miei denti non filtrarono e la suzione
    avidamente assimilò.  Si, sono malata.
    Sono malata come tutti i poeti.
    Che si tagliano e medicano con
    la lama stessa,  e poi, sanguinando
    di più, ancora accostano dolore
    al dolorante. Perciò ti dico: non
    stremarti, non affannarti, nè
    dannarti per la colpa del mio
    sangue inverso, della dissolutezza
    con cui amo questo mestiere senza lavoro.
    NOn puoi impedirmi l'amore per il
    degente che, gemello nel mio stesso
    male, con me fraziona  flebo di inchiostro,
    palliativo in odore di seppia, e con cui
    condivido patologia e referto.  Non puoi
    correggermi da questo affanno che mi da gioia.
    Nè guarirmi cercando di farmi somigliare
    al mondo. Perchè io voglio zoppicare
    e farlo ancora di più nella standing
    ovation del senso comune e questo
    difetto con cui mi trascino
    è il mio saggio di volo.

  • 23 febbraio 2013 alle ore 9:12
    Quattro Cento sessantaquattro

    Con te vorrei finire. Mare o cielo,
    Non importa. Cadendo annegarmi,
    e perquisita dal vento farmi
    violentare dagli anni. Con te accanto
    asciarmi scucire la giovinezza ,
    sfoderare dalle braccia il desiderio
    di  desideri che non somiglino alla tua
    testa, sentirmi disossare da tutto ciò
    per cui al passante incuriosivo lo
    sguardo. Con te vorrei finire
    dove vanno tutte le cose che
    finiscono insieme, quando gettata
    alla risacca degli smessi la giacca
    consunta, i bottoni ne seguono
    la fatale apnea e nessun messia
    ne risparmia le maniche tranciandole,
    gemelle siamesi divaricate dalla
    perizia del sarto. La morte è
    completa e comune sul capo che ha
    stancato e te ne sbarazzi senza
    operare incisioni. Così voglio
    finire se finire è essere dove
    so che, stendendo il moncone,
    troverei una tua parte a
    compiere il gesto che non posso.