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Racconti di Enza Iozzia

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  • 27 agosto 2013 alle ore 16:16
    La sorpresa

    Come comincia: Le tende di organza ondeggiano leggermente, il fresco profumo primaverile della lavanda soffia attraverso la finestra. I delicati colori blu e violetto trasformano la stanza in un tranquillo bozzolo di quiete. Sofia preparo tutto con grande cura, la fiamma delle candele fa apparire la stanza brillante, la note dei Led Zeppelin si diffondono armoniose. Dalla cucina esala un profumino inconfondibile, la torta di cioccolato è quasi pronta, sa che non mangia mai fuori pasto, ma stamane quando Tommaso l'ha avvisata che sarebbe arrivato le ha anticipato che oggi è un giorno speciale e vuole farle una sorpresa.
    E’ la prima volta che cucina per lui ,vuole dargli piacere totale a partire dal palato!
    Tommaso per lei è il suo unico “amore” anche se lui vive una vita parallela, lo ha saputo quasi subito ma non ha chiesto nulla, lui è stato sincero e spontaneo a volerla tenere informata, sa che da qualche parte c’è una moglie che lo aspetta, e questo inizialmente la faceva sentire in colpa, ma con il tempo non è riuscita a rinunciare al suo amore, viene a trovarla tutti i mesi per un solo giorno, ma è un giorno solo loro, ed il mondo chiuso fuori. Nel loro piccolo cercano di vivere la quotidianità scambiandosi mail, sms, telefonate, ma quando sono inseme, solo sguardi, intese, coccole, abbracci, e silenzi, perché i silenzi parlano. 
    Dalla finestra lo intravede, Sofia prende un calice versa il Cognac, e gli va incontro alla porta. 
    Indossa il tubino rosso, sa che le risalta le forme del corpo.
    Lo sguardo intenso di Tommaso le trasmette subito che apprezza il suo abbigliamento.
    La bacia sulla fronte, lei adora questa intimità dolce, ma è l’abbraccio stretto che le parla più di ogni cosa, solo da questo capisce che c’è ancora sintonia fra loro.
    -Sei bellissima oggi, le sussurra all’orecchio. -
    Ecco, questa sua frase ha rovinato la poesia, se ne frega se è passato un mese che non si vedono, non le serve sentirsi dire che è bellissima,, ma il fatto che lo ha rimarcato oggi, le dice che sta mentendo, forse si pentirà della ramanzina che gli farà, ma non sarebbe se stessa se non gli dicesse subito cosa la infastidisce. Consuma la torta in silenzio, ma lui sembra non notare che lei si è irrigidita, sono abituati a stare in silenzio.
    Con un colpo di tosse lui rompe il silenzio, abbassa lo sguardo e quasi con un filo di voce le dice: - Mia moglie è incinta-
    Le crolla il mondo addosso, quel mondo che tutti sempre descrivono che va a pezzi, si è ricomposto per crollarle intero sul suo corpo, non aveva aspettative da lui, ma un figlio è un figlio, poteva “rubarlo” alla moglie per un giorno al mese ma da un figlio no, lei che madre non lo sarebbe mai diventata per quel maledetto fibroma a ventanni.
    Lo abbracciò, lo baciò, lui si lasciò accarezzare, forse aveva già capito che gli stava dando l’addio, ma non poteva odiarlo per aver desiderato di diventare padre con una donna che non amava, ma che comunque era pur sempre sua moglie e da oggi la madre di suo figlio.
    -Ti amerò per sempre- le disse prima di uscire.
    Non rispose.
    La pensava diversamente, “vita” e “per sempre” non sono due sinonimi e non possono viaggiare insieme. Rimani nel cuore di una persona solo il tempo che lo vivi, non esiste il “per sempre” le suonava quasi come una minaccia. Preferiva vivere il presente, e lui le ha donato tanto amore senza chiederle nulla in cambio, è stato bello finché è durato, è stato parte di lei, della sua storia, l'ha aiutata a crescere, insegnandole delle cose, ridato fiducia nella vita stessa ma ora lui ha un figlio che lo aspetta e lei ha voglia di sentirsi ancora libera di amare senza riserve

  • 29 gennaio 2013 alle ore 15:26
    Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

    Come comincia: -Non ce la farò mai. –
    Pensai ad alta voce. Avevo trascorso due ore e quarantacinque minuti a osservare la riproduzione del quadro di Gauguin, posto sopra il mio pianoforte della mia camera dove studiavo in quelle giornate in cui non potevo recarmi in conservatorio, cercavo di dargli un senso, come se sperassi che di punto in bianco il quadro prendesse forma e mi desse delle risposte al senso della vita...
    Mi sentivo confusa, frastornata, forse la colpa era della notte insonne, dopo aver ricevuto una telefonata dal mio ex. Non si dava pace da quando gli avevo detto che non provavo più nulla per lui. Mi avevano detto che statisticamente è dimostrato che l’uomo non accetta di esser lasciato, ma pensavo non sarebbe stato il mio caso, Andrea non mi lasciava più vivere. Secondo lui io avevo un altro, ma non era così, a quarant’anni non avevo paura di stare da sola. E prima di fare quella scelta ho riflettuto a lungo, non avrei mai sposato un uomo solo per abitudine. Avevo bisogno di una scrollata per svegliarmi, e solo un caffè poteva aiutarmi!
    -Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.- era la domanda che continuavo a canticchiare quasi come fosse un tormentone estivo, invece mi ossessionavo a cercare di comporre un brano gnomico cercando di ispirarmi ad un compositore del 1300. Dovevo distrarmi, rigenerarmi prima di immedesimarmi nel brano. Dieci minuti dopo il mio caffè era pronto. Presi la tazzina e tenendola stretta tra le mie mani mi sedetti sulla ringhiera del mio balcone al quinto piano di un’anonima palazzina del centro storico. Chi mi osservava da giù avrebbe potuto pensare a un mio possibile suicidio, ma non avrei avuto mai il coraggio di farlo almeno non prima di aver bevuto il contenuto della mia tazzina e comunque non con quel metodo; se avessi dovuto fare una scelta, avrei preferito un cocktail alla Gauguin. Mi lasciai sedurre dall'aroma del liquido nero. L'intenso profumo di caffè mi rilassò sull'istante. Osservai verso la mia sinistra, al di là dalla strada. Forse era questo il senso della vita: una tazza di caffè tra le mie mani come a trattenere il mondo e fuori dove c'erano dei bambini sorridenti che giocavano in un piccolo parco. Mai come quel giorno gli schiamazzi dei bambini mi facevano tanta compagnia. Amavo osservare il simbolo della gioventù che coglie la parte migliore dell'esistenza. Rientrai con le idee più chiare. Ripresi a comporre le note come stregata da quel quadro che sembrava sempre più vivo, il testo avrei dovuto consegnarlo per le ore sedici e mancavano solo due ore altrimenti addio alla borsa di studio di tremila euro.
    -Ti aiuto io, se mi lascerai sfiorare il tuo corpo. –
    Chi aveva parlato?
    Che stessi diventando pazza e sentivo delle strane voci?
    -Abbandonati a me lasciati coccolare dolce Erica. –
    Alzai lo sguardo verso il quadro e…
    l'uomo mi afferrò la mano e mi fece entrare nel quadro, era calda e decisa, mi teneva stretta e mi dava sicurezza. Mi sussurrò :- non aver paura- Cominciammo a camminare, a sinistra c'erano due donne seminude, bellissime, provavo invidia nel vedere i loro seni perfetti, turgidi; a destra c'erano altri due uomini, vestiti solo nella parte inferiore del loro corpo, sembravano scolpiti nel marmo, avevano dei toraci bellissimi, non potevo distogliere i miei occhi da loro. L'uomo che mi teneva la mano si spogliò e si mise nudo, non provavo alcun imbarazzo, anzi, mi deliziava e mi eccitava guardare il suo corpo muscoloso e perfetto, i suoi glutei tonici, il suo forte petto, il suo membro imperioso. Si avvicinò a me e delicatamente mi tolse i vestiti, provai a ribellarmi, il mio pudore sembrava vincere sulla mia eccitazione, ma lui mi ripetè sorridendo:- se mi lasci accarezzare il tuo corpo ti aiuto a vincere la tua borsa di studio- Iniziò a sfiorarmi con le sue mani possenti, le sue carezze provocarono un brivido lungo tutto il mio corpo, lo lasciai fare come ipnotizzata. Ci lasciammo travolgere dalla passione e dai baci,noncuranti dei due uomini e delle due donne che ci guardavano, forse i loro sguardi mi eccitavano ancora di più, urlai quando il suo membro marmoreo entrò dentro di me,in quel momento entrò tutta la sua passione...e mi prese completamente chiusi gli occhi assaporando l'imminente orgasmo.
    -Erica, Erica!-
    All'improvviso mi sentii chiamare, aprii gli occhi e mi trovai sdraiata sul mio divano, vestita, il quadro era al suo posto inanimato, e la mia amica mi urlava:-Ma, sbaglio o hai scambiato le mie gocce benzodiazepine con le gocce di aspartame erano messi accanto nella mensola della cucina.-

  • Come comincia: Le afferrò i capelli. Lei non lo sentì arrivare. Egli Apparve all'improvviso, proprio dietro le sue spalle. Roberta stava guardando fuori dalla finestra. Lo faceva spesso, osservare i fiori, l’aiutava a rilassarsi.
    Quindi cercò di scuotere la testa per liberarsi, ma la morsa dell’orco era così stretta che nulla poté fare. A raccontarla tutta però, bisogna anche ammettere che nulla avrebbe voluto fare. Il dolore che le stava provocando le dava piacere. Un piacere che nasceva non da una pulsione masochista, ma dalla rassicurazione che anche questa volta avrebbe picchiato lei, e da questo pensiero nasceva la consapevolezza che il piccolo Edoardo l’avrebbe scampata.
    L’orco con la mano sinistra tra i capelli, le teneva il capo immobile, fu in quel frangente che con la destra le mollò un gancio, colpendola in pieno l' occhio destro. Cadde. In bocca avvertiva un sapore insolito, come se avesse mangiato della polvere di ferro. -Che strano- pensò -come è possibile che mi sanguini la bocca se mi ha colpito sulle ciglia-? Lui si allontanò. Era rimasta sola, distesa sul tappeto della cucina, era tutto finito; la manifestazione violenta quotidiana di quell’uomo che in passato giurò davanti a Dio di proteggerla era così, almeno in apparenza, terminata. -Anche oggi siamo sopravvissuti- pensò.- Invece si sbagliò. Lui stava tornando. In mano aveva un enorme coltello da cucina, teneva lo sguardo perso, un sorriso plastico. I suoi occhi avevano un’espressione inebetita ma terrificante. Lei non riusciva a muoversi e non era neppure in grado di gridare. Lui si avvicinò tanto lentamente quanto inesorabilmente. Era ormai a pochi centimetri da lei. Chinò il busto, tirò indietro il braccio, fece un lungo respiro, convogliò tutta la sua brutale forza violenta in quella mano in cui impugnava il coltello e sferrò il colpo mortale. Roberta aprì gli occhi. La sveglia segnava le 3.35, suo marito era accanto a lei e dormiva come un angioletto. -Meno male è stato solo un brutto sogno-Pensò. Un incubo spaventoso. Roberta si tranquillizzò e riprese a dormire sonni tranquilli. Questo mio racconto per "ricordare" che non è così per tante altre donne. Infatti una donna su quattro (dicono le statistiche), almeno una volta nella vita, subisce violenza e quasi sempre da mariti, fidanzati o compagni di vita. La violenza domestica continua ad essere un problema culturale che viene a mio avviso mal gestito. Certo, si sono fatti tanti passi in avanti se si pensa al recente passato. Fino al 1981 infatti, nella nostra legislazione esisteva ancora il cosiddetto delitto d’onore, cioè il riconoscimento dell’onore come valore socialmente rilevante di cui bisogna tener conto anche a fini giuridici, e in particolar modo in ambito penale.
    Oggi le leggi sono cambiate, ma purtroppo non i numeri. Ancora moltissime persone di sesso femminile devono sottostare alla brutalità della cosiddetta violenza domestica . Una indagine ONU attesta inoltre, che la violenza contro le donne è il crimine più diffuso nel mondo, ma purtroppo anche quello meno denunciato. Tuttavia ( e per questo ancora più grave) non è una situazione che si limita al nostro Paese, o a quelli considerati “meno civili” . La violenza, oggi, resta una fra le prime cause di morte per le donne dai 16 ai 44 anni per tutto l’Occidente. A questo punto mi sorge spontanea una domanda: Per quale motivo astruso, o perverso una donna non dovrebbe denunciare la violenza subita da un partner? Psicologi, psichiatri, sociologi, scrittori , avvocati e “tuttologi” si sbizzarriscono nell’asserire supposizioni, e lo fanno talvolta scomodando perfino illustri pensatori di diverse epoche e infinite dottrine, ma credetemi, la motivazione sostanziale resta unica, e cioè che la società moderna non è capace di garantire sufficientemente protezione a tutte quelle donne che restano vittime della forma più subdola di violenza esistente nel mondo: quella domestica.
    In conclusione prendo a prestito le parole dello scrittore Antimo Pappadia che quando fu nostro ospite alla biblioteca Passerini Landi di Piacenza disse che il grado di civiltà all’interno di una società, si denota dal ruolo e dal modo in cui una donna viene considerata dalla comunità in cui vive. Finché ci sarà violenza domestica sulle donne, nessuna società potrà mai considerarsi per nessuna ragione completamente civilizzata.

  • 22 agosto 2012 alle ore 22:38
    Le elemosine emozionali non aiutano i disabili

    Come comincia: Il mio istintivo interesse per i problemi sociali, supportato da approfonditi studi della materia, mi ha portato a constatare che i disabili e, in genere, i diversi continuano a essere discriminati. Da sempre l'essere umano ha temuto non solo il diverso, ma più in generale ciò che non riesce a spiegarsi immediatamente. Anche se studiosi come Freud, Winnicott e tanti altri hanno tentato di illustrare le motivazioni psicologiche, sociologiche e evoluzionistiche di questo fenomeno negativo, il principale motivo di ogni forma di discriminazione resta sempre l'ignoranza.
    Conseguenza di questo atteggiamento è una almeno parziale emarginazione dei diversamente abili. Una loro completa integrazione è invece possibile. Come già accennato, l'emarginazione è una condizione che scaturisce dall'analfabetismo psico-sociale, pertanto attraverso un costante impegno da parte di tutti noi le cose possono sicuramente migliorare. Per il futuro sono piuttosto ottimista, perché lavorando nelle scuole e con la diversità posso appurare quotidianamente che i bambini non sono mai prevenuti di fronte a nessun tipo di disabilità: sono gli adulti che, attraverso il cattivo esempio dettato dal pregiudizio, li condizionano negativamente. La strada da percorrere è comunque ancora lunga e tortuosa, nonostante la tradizione cristiana del nostro Paese faccia pensare a un più radicato senso di solidarietà. Ma, a mio parere, tale contraddizione è spesso figlia della rigidità. Una condizione che si ritrova in tutte le religioni e quella cristiana, purtroppo, non fa eccezione.
    Aggiungo che, personalmente, non mi piace il concetto con cui la cristianità concepisce il disabile. Il diversamente abile non è un "poverino" che va aiutato in quanto sfortunato, ma è una persona come qualsiasi altra. Egli non cerca l'elemosina emozionale o l'accettazione da parte di una comunità in quanto persona disagiata, ma vuole essere considerato, amato e anche odiato, purché possa vivere la propria esistenza con la stessa dignità che si dovrebbe attribuire sempre a qualunque essere umano.
    E invece i tempi non sono ancora maturi. Paradossalmente, le cose andavano meglio in epoca preistorica. Studi recenti hanno dimostrato che tra gli uomini di Neanderthal, (parliamo di circa 100 mila anni fa e di una specie umana che non è la nostra) quanti avevano subito un'amputazione a causa di un incidente o per motivi di caccia continuavano a vivere, perché altre persone della comunità si occupavano di loro. Gli uomini primitivi, nel campo della diversità, hanno dunque mostrato una civiltà talvolta più evoluta della nostra, ma è giusto aggiungere che negli ultimi trent'anni le cose sono molto migliorate, e questo fa ben sperare per il prossimo futuro. Dove invece si è ancora lontani dall'equilibrio è nel riconoscere il diritto ad amare della persona con disabilità. Ma l'amore è un sentimento che nessuno può imbrigliare.
    Il fatto che spesso la società si contrapponga a questo diritto non significa che non si possa concretizzare. Certo spesso mancherà l'approvazione, ma il diritto di provare un sentimento e di essere ricambiati resta. Altra questione spinosa, complessa e talvolta controversa riguarda l‘emarginazione che coinvolge anche la famiglia del disabile. In generale, purtroppo, non posso esimermi dall'ammettere che spesso il nucleo familiare, a causa dell'enorme impiego di energie che un disabile richiede (e qui la gravità ha un ruolo importante) tende esso stesso a isolarsi. Inoltre ci sono anche casi in cui è più difficile metabolizzare una disabilità (specialmente se acquisita) per un familiare, che non per la persona che "incappa" in questa peculiare e svantaggiata condizione. Per alleviare il fardello di chi ha in casa una persona con disabilità bisognerebbe mettere il prossimo in condizione di dare il meglio, ma senza chiedergli l'impossibile. A tale proposito vorrei citare una massima di Antimo Pappadia, scrittore e saggista professionalmente impegnato nel sociale. Una frase che, naturalmente, (vale per tutte le categorie di abilità) bambini compresi: "Se mettiamo gli altri in condizioni di non esprimersi, questi saranno sempre ridimensionati, se invece diamo loro la possibilità di essere se stessi, lo saranno sempre e in ogni circostanza; mentre ancora se forniamo loro le condizioni congeniali affinché possano dare il meglio, allora ci sbalordiranno, perché supereranno se stessi".

  • 10 luglio 2012 alle ore 14:14
    Un ricordo d'infanzia

    Come comincia: Chissà perché, improvvisamente, gli tornò in mente quel lontano febbraio 1981.
    Le vette delle montagne erano ancora imbiancate dalla neve. Un pallido ma gradevole sole, sembrava voler restituire la vita e la speranza ad un paese che fu vittima un po’ dei capricci della natura e un po’ dell’incoscienza dell’uomo.
    In un tendone adibito a scuola, la maestra Anna, visibilmente provata anche lei dalla terribile esperienza vissuta, entrò in quell’ambiente adattato a classe e impose subito in modo perentorio a tutti gli alunni di prendere immediatamente i quaderni.
    Nella tenda c’era molta confusione. Qualcuno stava giocando, mentre altri chiacchieravano animatamente, due maschietti, invece, dopo aver con la fantasia trasformato le loro matite in spade, simulavano una finale ai mondiali di scherma.
    -Silenzioooooooooooooooooooooooo- urlò a squarciagola l’insegnate.
    D’improvviso il tempo sembrò fermarsi. Il chiasso che si udiva fino a pochi secondi prima, mutò in un silenzio assoluto. Tutti rimasero zitti e immobili.
    - Ora facciamo un esercizio di italiano- proseguì la docente.
    -Ma questa non è l’ora di musica?- Chiese Francesco che era seduto al secondo banco
    -Abbiamo perso tante lezioni a causa del terremoto, pertanto “si è deciso” di recuperare le ore di grammatica che si faranno al posto di quelle di musica. Rispose la docente. Poi addolcendo un po’ il tono della voce disse:
    -Bambini, nella vita ci sono delle cose importanti e delle altre marginali. Studiare l’italiano è fondamentale, giocare a fare i musicisti può andare bene, ma solo dopo aver terminato il programma.-
    -Maestro, Maestro? Si sente bene?-
    -Si, si scusa mi ero incantato- rispose
    -Scusi Lei ma…. Volevo informarla che il pubblico di Milano, qui alla Scala, è in delirio per il suo concerto in mondovisione, e tra meno di cinque minuti le TV daranno la diretta sul palcoscenico-
    -Vengo immediatamente- ribatté l’insigne Musicista Francesco Pacileo.

  • 05 maggio 2012 alle ore 11:45
    Il velluto della notte

    Come comincia: Antonio P. vuole stringere amicizia con te. E’ la prima cosa che noto appena accedo a Facebook. Quel nome aveva qualcosa di familiare anche se il suo profilo non mostrava nessuna foto. Prima di accettare però, gli mandai il seguente messaggio: -Ciao, ho ricevuto la tua richiesta d’amicizia, scusami ma per principio mi tengo lontana dalle persone che non conosco nella vita reale, quindi, ti  sarei grata se mi dessi qualche ulteriore delucidazione su di te. –

    Quasi immediatamente lui mi rispose: -Ciao Katia, mi ero illuso che citandoti semplicemente il mio nome ti riportasse indietro di undici anni, forse, questa volta, ho preteso veramente troppo.-

    Improvvisamente dalle ceneri di un passato completamente rimosso, si ricomposero sentimenti, emozioni e ricordi che credevo di aver definitivamente  sepolto. Antonio era stato il mio primo vero amore e forse anche l’unico. La storia finì quando decise di andare a lavorare come chef sulle navi da crociera. Io preferii rinunciare completamente a lui piuttosto che  mantenere una relazione  a distanza. Temevo che il nostro amore si contaminasse di paure e gelosie, che  fosse demolito da uno stillicidio composto di ansie e di timori. Lasciandolo, l’essenza del nostro amore restò intatta, almeno nel ricordo!

    Decisi di incontrarlo a pranzo.

    -Allora, hai smesso di fare il cuoco vagabondo? Resterai sulla  terraferma stavolta?- gli chiesi stringendolo in un abbraccio che sembrava voler concentrare l’intensità di un decennio.

    -No, Katia, non faccio più il cuoco o meglio, non più come professione. Cucino solo per me e per la mensa dei poveri e la domenica  celebro la messa.  Io ora sono un servo Dio. Non credetti alle mie orecchie. Come era possibile che il mio Antonio, amante delle belle donne e della vita dissoluta, fosse diventato un prete?

    -Ma ora che sei sacerdote,  andare a pranzo con una donna, per di più una ex, non è in contrapposizione con la tua vocazione?-

    Ma intanto che io gli formulavo quest’ultima domanda, le sue pupille, focalizzate sulle mie labbra si dilatarono, comunque, lui con una calma serafica mi rispose:

    - No Katia, ma cosa dici. Andare a pranzo con una vecchia amica, mica significa portarsela a letto?-

    Più lo ascoltavo e più l’impulso di confidargli un mio grande segreto si faceva spazio nella mia mente. Sentivo di potermi fidare di lui,  ecco il motivo per cui (come si dice in certi casi) decisi di confessarmi.

    -Sai Antonio, per più di due anni sono stata innamorata di una persona che non è mio marito. In alcuni momenti ho temuto addirittura di fare qualche sciocchezza per quell’ uomo.-

    Dopo aver confessato il mio “peccato”  tutto d’un fiato mi sentii meglio. Avrei voluto spiegargli le cose in modo più dettagliato, ma non sapevo da dove cominciare. E poi, un senso di  leggerezza pervase  la mia anima. Improvvisamente avvertii la sensazione di essere una donna migliore, una persona candida. Allora, tacqui per una manciata di secondi e ne approfittai per osservare Antonio, il quale annuiva. Evidentemente era abituato a questo tipo di rivelazioni. Mi aveva dato perfino la sensazione di provare una certa soddisfazione per la mia confessione.

    -Avrei mandato all’aria il mio matrimonio, se solo lui avesse ricambiato il mio sentimento.- gli dissi

    Antonio assentì ancora.

    -Più volte abbiamo fatto sesso, o meglio lui lo considerava solo un piacere fisico,  per me invece, quell’atto aveva un valore molto, ma molto  più profondo. La cosa più sconcertante è che io ne ero perfettamente consapevole, ma nonostante ciò, non riuscivo a rinunciarci. Con quella sua voce calma e sicura, con quell’espressione del viso che rasentava il profondo cinismo, mi ripeteva: -io amo mia moglie-.  Il pensiero però di condurlo sentimentalmente a me era così intrigante che al solo pensiero mi eccitava terribilmente. Oggi, mi domando ancora quale possa essere stato il motivo che mi aveva spinto fra le sue braccia.

    -Sarà stata la noia? -

    -Non so, ma ricordo che in passato, l’irraggiungibile ti ha sempre affascinato. –

    Antonio sorrise

    -E’ vero Antonio, sono stata sempre incline alle storie impossibili, ma in quella circostanza, mi inebriava proprio l’idea che lui amasse la moglie, ma facesse sesso con me. Sono malata vero?

    -No, ma cosa dici… Io credo solo che tu abbia sofferto tanto!-

    -Non è stato così spiacevole, ero felice di essere ancora desiderata a quarant’anni, quando mio marito quasi non mi guardava più. Provavo una strana sensazione di appagamento e di esaltazione quando appuravo che i miei movimenti, le mie carezze, la mia bocca gli generassero profonda eccitazione.

    Sapevo perfettamente di amare e di non essere ricambiata, quell’amore, seppure non contraccambiato, mi faceva sentire comunque viva e soprattutto donna. -

    -L’amore è sofferenza mia dolce Katia.- mi disse Antonio scuotendo la testa. Poi guardandomi con uno sguardo molto intenso mi disse:

    -Sai Katia, anch’io non ho mai smesso di amarti.-

    A quella rivelazione, mi si gelarono le gambe. Improvvisamente mi sentii proiettata in una dimensione surreale. Scoppiai a ridere, era uno scherzo che spesso la tensione emotiva mi faceva quando ero sotto stress.

    Lui dopo essersi inumidito le labbra con la lingua, prese un gran sospiro e mi disse:

    -Quando presi i voti ebbi la sensazione di tradirti, anche se tu avevi scelto di non volermi più frequentare, nel profondo del mio cuore sapevo che mi avresti amato per tutta la vita.-

    -Noi siamo nati per tradire, se non è col nostro partner, finiamo prima o poi per essere infedeli a noi stessi.-

    -Voglio baciarti- mi disse -Fosse l’ultima cosa che faccio, ho voglia di accarezzare la tua pelle liscia, e sussurrarti dolci parole d’amore guardandoti negli occhi che hanno il “velluto della notte”.-

    Tossii, la saliva mi andò di traverso.

  • 05 maggio 2012 alle ore 11:43
    Le carezze del sole di fine settembre

    Come comincia: Faceva terribilmente caldo! L'afa mi appiccicava il sudore addosso. Non eravamo nel cuore dell'estate, ma l'aria calda mi assopiva i sensi e attenuava le mie forze. Si udiva in lontananza la "musica" proveniente dallo strofinio delle ali delle cicale, le quali riempivano l'aria della dolce sinfonia che mi trasportava, nonostante tutto, in uno stato di grazia e di stupore.
    Il sudore mi scendeva dalla fronte e attraversava ogni anfratto del mio corpo, lo inumidiva dal capo alla punta dei miei piedi. Quella domenica erano tutti al mare, l'aria era ferma, immobile, quasi come se il tempo si fosse fermato lì!
    Se una banda di briganti avesse deciso di saccheggiare un negozio, rubare in una casa, avrebbe potuto agire indisturbata, nessuno se ne sarebbe accorto.
    La sacralità del mare domenicale era qualcosa a cui non si poteva rinunciare, era come un rito, un bisogno al quale nessuno poteva resistere. Nessuno, tranne che me! E questo, perché quel giorno, per me, non era uguale agli altri…
    In questi paesini le settimane estive sono lente e numerose, ci si fa il bagno anche in ottobre, e a chi piace, può far durare la "tintarella" fino a dicembre. La consapevolezza che per me il futuro sarebbe cambiato, mi turbava l'animo di emozioni contrastanti, di sensazioni nuove.
    In quel paesino, nonostante ognuno vivesse una vita diversa e svolgesse un'attività professionale differente, si ritrovava nelle domeniche estive a vivere un'unica passione: il mare. Ed ecco che intere famiglie si riversavano su quelle spiagge, con i loro ombrelloni, i loro tavolinetti, le sedie, e con le borse-frigo piene di cibo. Gli alimenti abbondavano sempre, nel caso qualcuno potesse decidere di aggregarsi all'ultimo momento non si poteva far di certo brutta figura. Per chi vive questo evento dall'esterno, gli sembra di assistere ad una sorta di migrazione, estiva.
    I bambini non aspettavano altro che star lì con i loro coetanei, per giocare, costruire, correre e soprattutto sentirsi liberi e al tempo stesso indissolubilmente legati al mare, luogo in cui tutti gli esseri viventi hanno avuto origine.
    Raccontata così qualcuno può pensare che si tratta di una scena d' altri tempi, e invece per chi ha la fortuna di essere nato da queste parti, è in grado di comprenderne la sacralità, l'importanza sociale e culturale di questa singolare migrazione domenicale.
    A metà mattinata improvvisamente cambiai idea: decisi di andare!
    Si era già fatto un po' tardi, ma nonostante il mio particolare stato d'animo decisi (proprio come facevo le altre domeniche), di raggiungere ugualmente i miei amici. Loro erano lì, come sempre ad attendermi. Anche stavolta li trovai un po' assonnati a causa della "notte giovanile" appena trascorsa, ma come sempre li ritrovai sorridenti quasi come volessero esternare una gioia atavica: quella di esser nati.
    La loro allegria mi contagiava, i loro sorrisi mi rallegravano. Qui tutto è allegro e caldo: le persone, il mare e il sole, dall'alba al tramonto. Poi c'è la spiaggia che col suo ammiccante sorriso ti invita a distenderti su di lei sempre tutto l'anno. Non eravamo in tanti ma con i miei amici si stava bene, o meglio in quel momento loro stavano bene. Io continuavo ad essere turbata. Il desiderio di cambiare qualcosa nella mia vita era diventato sempre più impellente. Ma quel sole di settembre che baciava tutto e coccolava tutti mi bloccava, mi confondeva. Poi c'erano le persone.... Ripensavo al passato e alle emozioni che mi legavano a quella spiaggia: il primo amore, le mie prime cotte, gli amici con i quali avevo condiviso gioie e dolori.
    La mia prima ed unica sigaretta della mia vita l'avevo fumata lì, seduta vicino ad un falò quattro o cinque estati precedenti.
    Ero triste, osservavo i miei amici con occhio diverso. Quei ragazzi che come me avevano le mie stesse esigenze, aspettative e illusioni, eppure qualcosa ci stava dividendo. Io amavo ognuno di loro ma a differenza loro però, nutrivo un desiderio di ottenere da questa vita, l'unica che posso ricordare, un qualcosa di diverso. E forse questa era l'unica cosa che ci ha sempre contraddistinti in tutti questi anni
    Quella era l'ultima giornata insieme, e volevo viverla completamente, fino all'ultimo istante, avevo deciso. Non potevo tornare indietro. Non fuggivo, non scappavo, sceglievo!