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in archivio dal 31 gen 2012

Ermanno Bresciani

05 ottobre 1956, Barbata (BG) - Italia
Segni particolari: Sono nato in un paese della bassa bergamasca da una  famiglia di contadini.
Abito a Somma Lombardo in provincia di Varese. 
 
Mi descrivo così: Mi definisco un "raccontatore": raccolgo  testimonianze e le trasformo  in racconti.   Ho pubblicato un opuscolo in memoria del Partigiano UGO MASPERO E  alcune raccolte di racconti: RIVER MAN - RACCONTI IN MOVIMENTI - TORNANDO A CASA/RACCONTI RIBELLI.
 

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  • 01 maggio 2015 alle ore 0:17
    La fabbrica dei calendari

    Come comincia: L’unica cosa sicura è un futuro incerto, quindi meglio prepararsi, con la testa soprattutto, perché anche affrontare attese decrescenti è una bella sfida.
    Era quello il pensiero che, da quando aveva ricevuto la lettera di licenziamento, spesso ripeteva a se stesso; una forma di autodifesa, utile per non farsi fagocitare dalle preoccupazioni, dall’ansia, da quel malessere della mente che impedisce di guardare oltre.
    Certo l’età (cinquant’anni compiuti) non aiutava e il mondo del lavoro nell’ultimo decennio aveva cambiato pelle e anima.
    Duecentoottantanove: quello era il numero di dipendenti che la fabbrica in cui aveva lavorato per due terzi della sua vita raggiunse nel momento di massima espansione.
    Alla fine, dopo prolungati periodi di crisi, ristrutturazioni e cessazione di alcune produzioni, erano rimasti in venti, e da lì a poco la manifattura avrebbe chiuso definitivamente.
    Le lettere di licenziamento erano già arrivate e nel giro di alcune settimane si sarebbero ritrovati tutti disoccupati.
    “A causa delle crescenti difficoltà, siamo costretti, nostro malgrado, a cessare l’attività; pertanto … “  iniziava così il comunicato che l’azienda aveva esposto in bacheca per annunciare la fine; era la stessa bacheca che, negli anni di uno sviluppo che sembrava un treno in corsa,  aveva ospitato i volantini che comunicavano ai lavoratori i risultati conseguiti con le lotte sindacali.
    Nell’ultimo decennio quel pezzo di legno era diventato un incubo: periodicamente vi compariva una lettera che comunicava la chiusura di un reparto e l’apertura della procedura di riduzione del personale.
    Chi restava, chi non veniva espulso si considerava un sopravvissuto, almeno per quella volta.
    Guido quella mattina di gennaio entrò in fabbrica più presto del solito, attraversò il corridoio dove c’era la macchinetta per timbrare il cartellino e arrivato nel cortile interno, anziché entrare in ufficio si diresse verso il reparto di produzione.
    Quando aprì la porta, un brivido lo sorprese, e non solo perché il riscaldamento era spento da diverse settimane; una debole luce entrava dai vetri sporchi e, a chiazze, illuminava le grigie pareti e il pavimento unto di grasso impastato con la polvere.
    Lì, a distanza regolare, restavano i segni dei pesanti telai in ghisa da poco rimossi.
    Ricordava bene ciò che accadeva nel momento in cui quelle macchine entravano in funzione tutte insieme: il cemento vibrava e nel giro di pochi secondi un rumore fatto di schianti cadenzati, riempiva l’aria ed entrava nel cervello.
    Chi ci lavorava con il tempo s’era abituato al ritmo infernale che regnava nel reparto, ma non era in ogni caso un bel vivere. Eppure quel mestiere, ripetitivo, maledetto, ai limiti della sopportazione, aveva permesso a buona parte degli operai di costruirsi una vita, a volte piatta, ma comunque dignitosa.
    Un posto di lavoro fisso, un salario che con qualche ora di straordinario, magari in nero, perdeva un po’ della sua miseria, non erano cose da sputarci addosso; e poi con qualche battaglia sindacale si riusciva sempre a portare a casa dei miglioramenti.
    Tra quei telai la precarietà quasi non esisteva, anzi quella sicura fatica quotidiana spesso era l’unica certezza, e poteva aiutare a superare le altre precarietà della vita.
    Lavoro, lotte e sacrifici erano la porta d’ingresso verso un benessere che, dicevano, presto avrebbe arricchito tutti.
    Ecco che fine hanno fatto quelle aspettative crescenti! disse tra sé mentre guardava l’unico telaio rimasto.
    Presto, una squadra d’operai l’avrebbe sezionato e caricato in un container in partenza per l’oriente.
    E’ lì che erano già andati tutti gli altri.
    Il proprietario aveva fretta di vendere, perché anche quei paesi stavano diventando esigenti, e presto i suoi telai, vecchi e obsoleti, sarebbero diventati invendibili.
    Aveva inoltre fretta di cessare l’attività perché il terreno su cui sorgevano i capannoni, grazie ad un’amministrazione comunale disponibile e all’interessamento interessato di alcuni professionisti prestati alla politica (o meglio: che avevano preso in prestito la politica) presto sarebbe diventato area residenziale e commerciale; e non c’era tempo da perdere perché anche il settore edile cominciava a scricchiolare, e vendere quello che si costruiva diventava ogni giorno più difficile.
    In paese le fabbriche più importanti avevano chiuso da tempo e le opportunità di lavoro si erano spostate nei servizi e soprattutto in quel grosso aeroporto intercontinentale che ogni giorno inventava qualche nuova località verso cui far partire o da dove fare arrivare migliaia e migliaia di persone.
    L’aeroporto assorbiva manodopera d’ogni tipo: da quella altamente qualificata che in genere veniva da fuori, a quella senza professionalità, quasi tutta del circondario.
    Lì però non era come in fabbrica; i lavori erano quasi tutti a termine, stagionali e inoltre richiedevano tempi e disponibilità assoluta: un vero scombussolamento della vita, senza certezze, sicurezze, prospettive per il domani.
    Tanti lavoratori, dopo la moria di manifatture che aveva colpito il paese, erano riusciti a farsi assumere con la qualifica di precari a tempo indeterminato in quella stazione del cielo; e ora saltavano da un contratto all’altro come stambecchi.
    Probabilmente, a marzo, quando la sua fabbrica avrebbe chiuso definitivamente i cancelli anche lui si sarebbe ritrovato nella stessa situazione.
    Uscì dal reparto di produzione ed entrò in ufficio; non c’era ancora nessuno.
    Accese il computer e scaricò la posta: tutte stronzate!
    Spostò l’intero contenuto nel cestino; adesso la cartella di posta in arrivo era vuota: come il reparto di produzione.
    Quella non era proprio giornata.
    Mancavano ancora pochi minuti alle otto e c’era il tempo per un caffè; di regola non si dovevano consumare bevande prima delle nove, ma che cosa gli poteva succedere? Ormai aveva già in mano la lettera di licenziamento.
    Tornò nel vuoto reparto di produzione e si diresse verso il distributore: l’unica cosa calda rimasta; inserì alcune monetine, selezionò una bevanda e poi spostò lo sguardo sulla colonna che stava alla sua sinistra.
    Si ritrovò a ridere: neanche il calendario con le donne nude era rimasto.
    In un momento di rabbia, gli operai addetti allo smontaggio dei macchinari dopo aver raccolto tutti i calendari (genere come mamma ti ha fatto) li chiusero in una busta che poi buttarono nel container; prima però su quella busta vergarono alcune frasi del tipo:
    “Tutto ci avete preso!  Allora pigliatevi anche queste quattro zoccole!”
    In quel frangente si ricordò di quello che successe diversi anni prima, quando una scolaresca visitò la fabbrica.
    Alla fine del tour, il padrone, o meglio il datore di lavoro (come lo chiamano oggi) offrì a tutti quei ragazzi, storditi dal rumore e per niente entusiasti, una bevanda calda; poi quando si spostarono nel cortile, con un tono che trasudava orgoglio da tutti i pori della pelle, chiese loro qual’era stata la cosa che più li aveva colpiti.
    Nel silenzio generale si sentì la voce di un ragazzo che, deciso, rispose:
    - Il calendario appeso di fianco alla macchina del caffè.
    Tutta la scolaresca scoppiò a ridere.
    - Chi è quello? -  chiese alquanto arrabbiato il padrone rivolgendosi alla persona che aveva di fianco.
    - Non ci faccia caso -  rispose il professore d’italiano, cercando per quanto possibile di mantenersi serio -  so’ ragazzi! -
     

     
  • 23 aprile 2015 alle ore 22:50
    Il Respiro della Libertà

    Come comincia: Il coraggio, la forza: a Carlo non mancavano.
    Lo sapevano bene i suoi compagni di gioventù, perché lui alle sfide mai si sottraeva.
    Come quella che si svolgeva là, dove i frastuoni della fabbrica si spegnevano per lasciare il posto al silenzio della campagna e subito dopo agli umori della palude: terra pregna d’acqua marcia ma anche di vita, che si faceva sentire prima che vedere.
    La prova, rigorosamente riservata ai maschi, era molto impegnativa, senz’altro la più difficile da sostenere: parteciparvi era già un risultato.
    Bisognava, superando paura e schifo, trovare una biscia e, prima che strisciasse via, afferrarla per la coda e tenerla il più a lungo possibile sollevata da terra.
    Imbattibile Carlo: era sempre quello che resisteva di più.
    Questo il racconto di Vincenzo a cui avevo chiesto di parlarmi di lui.
    So che si conoscevano e che a un certo punto tutti e due entrarono nella Resistenza.
    Fu lì che le loro strade si divisero: Vincenzo aderì alle formazioni della zona, mentre Carlo si unì a quelle dell’Alto Vergante, dove prese “Nuvola” come nome di battaglia.
    Carlo fu tra i primi a salire in montagna; fu lui a insegnare a tanti ragazzi il coraggio di masticare la guerra.
    Tra i tanti Guido: un giovane milanese aspirante partigiano, arrivato in montagna con il cappottino, le scarpette della festa e una pistola che ancora non sapeva usare.
    Un giorno il ragazzo gli chiese perché aveva scelto quello strano nome di battaglia.
    Lui molto semplicemente spiegò che guardando il cielo aveva visto una bella nuvola e quindi …
    Ma a me piace pensare che dietro quel nome ci fosse dell’altro.
    Una nuvola può apparire o scomparire, mostrarsi con orgoglio o discretamente nascondersi, presentarsi da sola o in compagnia, stare tranquilla in un cielo o scatenare l’inferno in terra: non per distruggerla ma per continuare a farla respirare.
    Come loro che erano lì in montagna e che si battevano non per il gusto di combattere e fare del male, ma per ridare vita, speranza a una nazione asfissiata dalla dittatura e offesa dalla guerra. 
    Come le nuvole, anche loro a volte fuggivano e si nascondevano; altre volte erano loro a inseguire e a ferire.
    Prima di entrare nella Resistenza, Nuvola faceva l’operaio; quando salì in montagna decise che l’azzurra tuta da lavoro sarebbe diventata la sua divisa, con l’aggiunta di un fazzoletto rosso al collo e di un fucile sulle spalle.
    Anche quel giorno di fine marzo del ’45 portava quella strana divisa.
    Alle brigate partigiane della zona era giunto l’ordine di scendere al piano e di ritrovarsi nelle vicinanze del paese di Invorio, dove c’erano alcune cascine in cui avrebbero potuto fermarsi.
    La decisione di lasciare le postazioni sicure in montagna, a molti sembrò assurda, oltre che pericolosa; nessuno però mise in discussione l’ordine ricevuto, anche perché la guerra sembrava ormai all’epilogo e la vittoria sicura.
    Fu un grave errore abbandonare la prudenza che sempre aveva accompagnato le loro azioni, e in guerra gli errori si pagano.
    I fascisti arrivarono in massa alle prime luci di un’alba fredda e piovosa; quando i Partigiani udirono le prime raffiche di mitra l’accerchiamento era ormai completato ed era troppo tardi per cercare di opporre resistenza. 
    Ci furono comunque alcuni coraggiosi tentativi di reazione, che però ben presto mostrarono tutta la loro fragilità: dall’altra parte c’era un nemico bene armato e con il vantaggio dell’agguato.
    Non restava altro da fare che cercare di uscire dalle cascine e attraversando il prato raggiungere il bosco, sfidando quel cerchio di fuoco.
    Facile a dirsi, meno a farsi, perché anche per fuggire a volte ci vuole coraggio, soprattutto quando a inseguirti sono delle pallottole.
    Il primo a uscire fu Mario, nome di battaglia Vento, le raffiche di mitra lo falciarono quasi subito; poi fu il turno di Nuvola che scattò in piedi e si lanciò in una folle e zigzagante corsa, alcune pallottole lo raggiunsero, lui però riuscì ad arrivare ai bordi del bosco.
    Era ferito ma vivo, solo alcuni passi lo separavano dalla salvezza.
    Poi quella tuta: troppo larga… quella maledetta tuta s’impigliò in un rotolo di filo spinato e lui perse tempo cercando di liberarsi dal groviglio di ferro e stoffa che lo bloccava.
    Il coraggio, tutto il coraggio di cui era capace non bastava più e le forze gli mancavano.
    I fascisti lo raggiunsero: e furono pugnalate e poi dolore, sangue e alla fine il nulla...
    Certe volte, perso in uno sguardo al cielo, mi capita di pensare a Nuvola, al bel nome di battaglia che si era dato, a quella strana divisa e al suo ribelle percorso di vita.
    Ne tratteggio l’immagine e sebbene non l’abbia mai conosciuto, mi ritrovo a pensare a lui con la stessa intensità emotiva che mi coglie quando ritorno a quei buoni compagni di viaggio che, prima di andarsene, hanno dato respiro alla mia vita, impregnandola di passioni, amicizia, amore.
    Ma Nuvola è ancora qui, insieme a Ugo, a Nicola e a tanti altri.
    Si ribella la mia mente a questo mondo di maestri della dimenticanza: sempre pronti a levare l’ancora alla barca dei ricordi per mandare alla deriva la memoria; si ribella e torna a pensare a Nuvola e agli altri, come a dei preziosi amici.
    Lontananze che si annullano, anime che tornano corpi, assenze che si fanno presenze.
    Sono ancora qui: sento il loro soffio vitale… respiro libertà.

     

     
  • 17 aprile 2015 alle ore 22:43
    Il latte della Lola

    Come comincia:  
    Ma voi, “Il latte della Lola “, quello della pubblicità per intenderci, l'avete mai visto?
    Io sì.
    Da ragazzo trascorrevo le vacanze estive dai nonni materni che vivevano in un piccolo paese della bassa bergamasca: quattro case e otto cascine nei dintorni.
    Tutti i giorni, nel tardo pomeriggio, andavo alla stalla di mio zio Giovanni (Gianni per tutti noi, anzi Zio Giani, perché le doppie da quelle parti non si usano molto) a prendere il latte appena munto.
    Vi assicuro: non era un bel vedere.
    Il bergamino toglieva dal bidone uno strato di mosche (tutto sommato felici, dopo una vita di merda, di morire in quel nettare candito e dolciastro) e poi con il mestolo versava il latte nel mio pentolino.
    Uscivo dalla stalla perplesso e anche un po' schifato.
    Recentemente, dopo molti anni d’assenza, sono tornato in quel paese e l'ho trovato rovesciato come un calzino.  Un parente (mio zio Giani) si è offerto di farmi da guida tra i cambiamenti e i ricordi: i suoi nitidi, i miei un po' sfuocati dalla lontananza.
    La stalla della Lola e delle sue compagne non c'è più; è stata ristrutturata, o forse sarebbe meglio dire riconvertita: fuori mattoni a vista antichizzati e grandi vetrate, dentro uffici ultramoderni.
    Come si dice: dalle stalle alle stelle.
    Al cascinale, in passato utilizzato come essiccatoio per il grano, è toccata una sorte ancora peggiore: la demolizione; al suo posto una bella stecca di villette a schiera.
    Proseguendo mi accorgo che anche il mitico Circolo vinicolo ha chiuso i battenti.
    Ricordo che nei mesi estivi il lungo porticato di quel locale diventava sala cinematografica.
    Pesanti e polverosi teloni chiudevano le aperture verso il cortile, oscurando il loggiato.
    Subito dopo partiva la proiezione di pellicole in bianco e nero, già allora molto vecchie
    Fuori le stelle, dentro i bambini e le donne, al circolo gli uomini, contenti per qualche sera di non sentire le mogli lamentarsi perché tiravano tardi o esageravano con il vino.
    Ora quel posto è diventato un locale trendy: musica afro e birra tedesca.
    In piazza noto che la pompa dell'acqua potabile è stata rimossa; tutti ormai hanno l'acqua in casa (nel senso che non devono uscire con i secchi per prenderla) e la fontanella in finto sasso fuori, naturalmente con il mestolo appeso: giusto per ricreare un senso dell’antico. 
    La ruota del mulino è sparita, e anche il fiume, nel tratto che attraversava l'abitato, non si vede più: l'hanno intubato così non porta umidità.
    Lì vicino, quasi tutti i giorni, si teneva uno spettacolo gratuito.
    Alcuni ragazzi, con una carabina ad aria compressa, sparavano ai topi che, nuotando velocemente nell'acqua, cercavano di raggiungere la ruota del mulino per guadagnare un passaggio verso il deposito dei cereali.
    Una caccia grossa:
     - Sa rigordet zio che ratu?
    Lui conferma e ride, poi, prendendomi sotto braccio, m’invita a bere qualcosa.
    Ma dove? mi chiedo, visto che il circolo ha chiuso per fallimento e il pub apre quando lui va a dormire.
    Ci spostiamo ancora di qualche metro e siamo davanti alla ex scuola elementare, chiusa da diversi anni per mancanza di materia prima, cioè di bambini.
    I locali, rimasti vuoti, ora sono utilizzati da un'associazione culturale e ricreativa, insomma ci hanno fatto un piccolo centro sociale.
    Al bar self-service, lo zio, oltre ad offrirmi da bere, fa anche da barista e cassiere; sguattero no, perché per i bicchieri c'è la lavastoviglie, tutto a norma di legge, o meglio: di modernità.
    Uscendo gli chiedo se ci sono ancora le cascine; dice di sì, ma aggiunge che adesso sono un'altra cosa.
    Stalle, fienili, letamai: tutto in prefabbricato.  Anche la gente è cambiata, adesso lì ci lavorano solo indiani.
    E pensare che una volta la provincia di Bergamo mandava mungitori in giro per il mondo; ora invece tutti a lavorare nell'industria, nelle centinaia di fabbriche spuntate tra i coltivi di grano: cubi di cemento che troncano la vista di una campagna che qualche anno fa pareva non finire mai.
    Tutto sommato però è una vita meno grama di quando, se non volevi puzzare di stalla dalla mattina alla sera, dovevi alzarti ogni giorno prestissimo e prendere il pullman per andare a Milano a fare il carpentiere o il manovale.
    Certo che noi uomini siamo strani, rincorriamo la modernità e quando l'abbiamo raggiunta ci facciamo prendere dalla nostalgia per quello che abbiamo lasciato. 
    Ma forse questo è normale, siamo cresciuti in un periodo che è stato un concentrato di cambiamenti e che in pochi anni ha cancellato tradizioni secolari e modificato radicalmente il nostro modo di vivere.
    Sto scivolando nella retorica, torniamo a noi.
    Per quanto riguarda il latte della Lola: scordatevelo!
    Non ci sono più le stalle di una volta, e nemmeno le bestie, e nemmeno le mosche.
    Oggi le mucche sono semplicemente delle macchine da latte, producono il doppio e vivono la metà; il resto è solo pubblicità: bella, creativa, capace di suscitare emozioni forti, ma pur sempre pubblicità.
    - E' ora di tornare a casa, -   dico a mio zio
    - sta scendendo la nebbia e vorrei ripartire.
    Ecco! La nebbia è l'unica cosa che non è scomparsa: ora puzza meno di stalla e più di petrolio, ma è rimasta al suo posto.

     
  • 27 novembre 2014 alle ore 23:09
    E tutto intorno era vita

    Come comincia: Il fontanile dove quella notte aveva deciso di pescare, distante chilometri dalla sua cascina della bassa, versava ormai in uno stato d’abbandono; le tinozze in legno che cingevano le polle erano mezze marce e l’acqua, soffocata dalle erbacce, a fatica trovava una via d’uscita.
    Subito dopo la testa del fontanile, alcuni metri sotto il piano campagna, si snodava il gelido corso della roggia; i rami degli arbusti piantati sui bordi delle rive inclinate s’incrociavano al centro, disegnando una volta.
    Camminando nell’acqua si aveva l’impressione di stare in un tunnel; nelle giornate estive, di calure insopportabili e raggi di sole come morsi di luce, quel cono d’ombra metteva in mostra tutta la sua istintiva vitalità, la sua vergine e spregiudicata bellezza, regalando ai visitatori umori positivi, orgasmi di freschezza.
    Ben altre sensazioni, dopo il tramonto, avvolgevano le persone che lì osavano avventurarsi; nel buio della notte ogni fruscio lungo le rive, nell’acqua o tra le fronde degli alberi liberava paure e disegnava mostri.
    Berto quella sera si era allontanato dai fontanili a lui ben noti perché in quelle sorgive, di pesci, a parte qualche ghiozzo o scazzone, non c’era più traccia.
    Colpa di un suo compaesano che aveva deciso di lavorare senza fare fatica; sì perché pescare di notte con la fiocina in una mano e la lampada al carburo nell’altra, stare per ore nell’acqua e camminarci fino a non sentire più le gambe era proprio un lavoro, e di quelli pesanti.
    Molto più semplice buttarci una bomba e poi raccogliere i pesci che storditi venivano a galla.
    Era andata avanti un bel po’ quella storia, ufficialmente in paese nessuno sapeva chi fosse la persona responsabile del misfatto; ufficialmente, perché per dire la verità un più che sospettato c’era: il padre del Giuanì.
    Giovanni, detto Giuanì, con un corpo sano e la testa deformata, era l’ultimo dei figli di quell’uomo; tra tutti l’unico nato in ospedale e staccato dal ventre di sua madre con le pinze.
    I genitori avevano deciso di non mandarlo al Cottolengo e se l’erano cresciuto armandosi di tanta pazienza.
    Giuanì aveva un legame particolare con il padre; da quando poi il genitore era andato in pensione, il ragazzo stava perennemente attaccato a lui.
    Insieme al circolo, a messa, nell’orto, in casa, di giorno e anche di notte: quando lasciava il suo letto e andava in mezzo a quello dei genitori.
    In paese Giuanì era più stimato del sindaco; di tutti ricordava nome e sopranome, e a tutti regalava saluti, abbracci, buon umore, senza fare promesse e chiedere voti: né per soldi né per altro, solo per istintivo amore del prossimo.
    Negli ultimi mesi però il ragazzo era cambiato e si comportava in un modo strano.
    Per esempio quando passava davanti all’emporio del paese, uno stambugio in cui si poteva trovare di tutto, foriero di novità commerciali, e che proprio in quel periodo aveva esposto un’ampolla con alcuni pesciolini rossi, lui fissava l’acquario artigianale e subito dopo ripeteva sempre la stessa frase:
    -I pesci, i pesci pimm!
    Non ci volle molto in paese a fare due più due, ma nessuno ebbe il coraggio di andare dai carabinieri a raccontare l’evidente verità.
    C’erano ben altri problemi a cui pensare e non era il caso di mettere in scena una guerra tra morti di fame; e poi il padre del Giuanì era stato un eroe della Resistenza, anche se non la diceva giusta quando sosteneva di aver riconsegnato gli strumenti di guerra.
    Del resto dopo il 25 aprile il proclama non era stato chiaro: diceva di riconsegnare le armi, mica le bombe.
    Rimase un segreto corale, ma nel frattempo qualcuno del partito fece capire a quell’uomo che la doveva smettere di andare in giro a lanciare bombe, mettendo a rischio la vita sua e soprattutto quella del Giuanì, che già non era delle migliori.
    Il danno però era ormai irreversibile: a contarli c’erano più pesci nell’acquario dell’emporio che nei fontanili del circondario.
     
    Berto era stufo di quella vita, per diversi mesi dell’anno era più il tempo che passava in acqua che fuori, e per di più sempre di notte: quando non era nei fontanili era in campagna, ad aprire e chiudere le paratie dei vari canali di irrigazione dei campi.
    La lampada al carburo continuava a spegnersi, l’acqua era gelida e l’erba, che credendosi riso vi cresceva rigogliosa, rallentava il passo e rendeva incerta e barcollante l’andatura.
    A un certo punto, nel vano tentativo di recuperare stabilità, mise il piede sul legno del tino che circondava la polla, ma quello si ruppe e lui cadde malamente all’interno della pozza profonda e invasa dalle alghe.
    Gli sembrò di morire, cattivi pensieri passarono nella sua testa in quei secondi, ma l’istinto di sopravvivenza e una buona dose di fortuna lo salvarono.
    Uscì di corsa dall’acqua e raggiunto il piano campagna prese una decisione che avrebbe cambiato lo scorrere della sua vita.
    Un mese dopo, con famiglia al seguito, lasciò la cascina, la folgorante carriera di bracciante e andò ad abitare in una zona di collina, dove prese in gestione un frutteto; mise così fine a quell’esistenza d’acqua.
    Ma il giorno che cambiò frontiera non se la sentì di abbandonare la fiocina e la lampada al carburo.
    Per il lavoro che l’aspettava quei due arnesi non servivano più, ma avrebbe sempre potuto mostrarli con orgoglio ai figli, agli amici, raccontare della bellezza dei fontanili, dove l’acqua come per magia sgorgava limpida e fresca e tutto intorno era vita.
    Narrare,magari moltiplicando un po’, delle tante pesche miracolose e di piatti succulenti da far venire l’acquolina in bocca: zuppa di rane, tinche ripiene al forno con polenta, luccio lessato e insaporito con salsa, anguille alla graticola.
    Raccontare di quella maledetta sera in cui rischiò di annegare.
    E poi ancora del Giuanì e di pesci che volavano in aria per colpa di un pescatore bombarolo, che tutti in paese conoscevano.
    Tutti … tranne il maresciallo.
     

     
  • 23 ottobre 2014 alle ore 22:29
    Anche questo è amore.

    Come comincia: Ci troviamo in un borgo della val di Vara, nell’entroterra ligure alle spalle del Golfo dei poeti.
    E’ l’alba, troppi pensieri ribelli frantumano il sonno: meglio alzarsi.
    In silenzio, per non disturbare mia moglie che ancora dorme, esco all’aperto; c’è odore di radici e l’aria è ancora umida.
    Nell’orto vedo Mario, il proprietario della casa in cui alloggeremo per alcuni giorni; sta preparando il terreno per i giorni della semina che presto verranno.
    Non sembra sorpreso di vedermi in quest’ora insolita, si rammarica solo di non avere ancora preparato il caffè.  Lo tranquillizzo dicendogli che faremo colazione più tardi, intanto butto lì alcune domande per sapere qualcosa in più di lui e del territorio; risponde senza problemi e ne approfitta per raccontarmi un po’ della sua vita.
    Mario ora è pensionato, ma prima, per oltre quaranta anni, ha gestito un negozio di frutta e verdura a La Spezia.
    Un lavoro pesante, tutte le mattine all’alba, prima di aprire, doveva passare ai mercati generali per fare acquisti all’ingrosso e poi via di corsa al negozio, dove rimaneva fino a sera tardi.
    Nella sue mani è passata tanta di quella verdura e frutta che oggi il solo vederla dovrebbe provocargli nausea; invece lui è ancora qui che lavora la terra: non solo l’orto, ma anche un grande campo di patate.
    La cosa che più lo inorgoglisce è però il vecchio castagneto, che lui ha ripulito e curato; dall’essicazione e macinatura delle castagne ottiene un’ottima farina che vende alla sagra del paese.
    Mario, a dispetto di un’età in cui la realtà, fatta di aspettative agli sgoccioli, lascia pochi spazi all’immaginazione e alla fantasia, conserva ancora un sogno, e me lo rivela con l’emozione e l’entusiasmo di un ragazzo.
    Ne ha parlato con chi di dovere ottenendo, per ora, solo vaghi cenni di consenso; ma lui non demorde e continuerà, finché ne avrà la forza, a portare avanti il suo progetto.
    Un sogno che non ha a che fare con il suo lavoro, ma con il territorio: recuperare, almeno in parte, la vecchia miniera di manganese che sta lì vicino e che da diversi anni è in abbandono. 
    Vorrebbe realizzare un museo didattico rivolto soprattutto ai giovani, per far rivivere una storia lunga centosessant’anni, per ricordare i pericoli, la fatica del lavoro in miniera, e i tanti uomini e ragazzi (spesso bambini) che   hanno buttato sangue per tirare fuori da quel budello nella roccia la ricchezza che stava dentro.
    Mi affascina Mario, potrebbe lasciare questa frontiera e in pochi minuti scendere al mare, e starsene lì tranquillo tutto il giorno, anche solo ad annusare i sentori di salmastro, o a guardare le onde infrangersi sugli speroni di pietra, oppure, una volta stanco di quell’orizzonte d’acqua, andare al circolo per una partita a carte.
    Invece sta qui, su queste alture, in questo paesaggio che sembra lo sfondo di un quadro antico, a seminare e aspettar raccolti; sta qui a cercare di togliere dall’oblio una storia di lavoro e fatica.
    Mi vengono in mente le parole di una canzone: “Forse non lo sai ma pure questo è amore “.
     

     
  • 29 marzo 2014 alle ore 23:03
    L'odore degli zingari

    Come comincia: Guardò l’orologio del campanile e, visto che era quasi ora di pranzo, si avviò; a casa l'aspettava il piatto della domenica: coniglio agli aromi con patate e olive.
    In tanti anni di matrimonio non era ancora riuscito a capire perché sua moglie, brasiliana, si ostinasse a preparare quella specialità tipica della cucina ligure.
    Lei poi era capace di conferire a quel piatto, in apparenza semplice, gusti particolari, capaci di sprigionare sensazioni positive: gustose per il palato, ottime per lo stomaco, colorate per l'umore.
    Camminava soddisfatto degli acquisti fatti al mercatino dell'antiquariato di Borgo San Vito: un libro sui luoghi di soggiorno della Riviera, edito dal Touring in un lontano 1932; alcuni bicchieri decorati, destinati ad arricchire la sua collezione personale e una vecchia foto in una cornice di legno d'ulivo.
    Era una stampa in bianco e nero, con qualche macchia d'umidità sui bordi frastagliati, ma ancora nitida nell’immagine.
    Due adulti, uomo e donna, una ragazza e un bambino: probabilmente un nucleo familiare; alle loro spalle un paesaggio collinare e sullo sfondo il mare.
    Aprì il cancello del giardino di casa ancora concentrato su quell'immagine e quindi senza badare al cane che, praticamente al galoppo, lo stava raggiungendo; si accorse di lui quando gli buttò le zampe sul petto: troppo tardi per cercare di fermarlo.
    Riuscì, con una goffa manovra, a salvare i bicchieri; la cornice invece rovinò tra i sassi che contornavano un’aiuola e il vetro si frantumò.
    Chinatosi per raccogliere ciò che rimaneva, notò che il retro della foto nascondeva un piccolo segreto: una lettera.
    La scrittura era piccola e vibrante; si fermò a leggere.
     
    Sassello, luglio 1885
    Ci aspetta un lungo viaggio; domani, alle prime luci dell’alba, partiremo per Genova e una volta lì saliremo su di un piroscafo che ci porterà in Brasile.
    Sono spaventata, ma con i miei genitori cerco di mostrarmi tranquilla e serena; più volte mi hanno parlato di questo viaggio, del fatto che non partiamo per fame, ma per scelta e che, di là del mare, ci attende un posto dove costruiremo un mondo nuovo.
    Dicono anche che un giorno torneremo e io fingo d’essere contenta; altri però, prima di noi, se ne sono andati, ma i loro parenti li stanno ancora aspettando.
    Oggi, per salutare familiari e conoscenti, ma forse solo per rendere meno triste la partenza, abbiamo organizzato un pranzo da signori.
    Alla fine, rivolgendosi a mia madre, tutti gli invitati hanno convenuto che la Liguria perderà la miglior cuoca che c'è in giro.
    Un amico di famiglia ha portato in regalo degli amaretti: dolci molto buoni, ma anche costosi, che lui vende ad alcune persone benestanti.
    Mio padre gli ha detto che è l'unico, in paese, che riesce a togliere i soldi di tasca ai ricchi.
    L’amico pasticciere, sorridendo, ha replicato che, fra i tanti rivoluzionari, lui è l'unico capace di prendere quei signori per la gola e che, in ogni caso, dei suoi amaretti presto si sentirà il profumo in tutta la valle... e forse anche oltre.
    A tutti i costi ha voluto che li assaggiassimo prima dell'inizio del pranzo, per preparare la strada agli altri piatti.
    Zia Rita di Castelletto D'Erro, decisa a non essere da meno, ha insistito perché, subito dopo, mangiassimo anche le sue fragole; giusto per pulire il palato dai sapori precedenti.
    Lo stesso ha fatto zio Osvaldo con la copia di furmagette di latte di capra che si era portato appresso.
    Abbiamo accompagnato la prima, bianca e freschissima, con dei pomodorini aromatizzati alla menta; l'altra, stagionata e colore del fieno, con dei peperoni quadrati cotti alla brace e conditi con olio d'oliva e finocchio selvatico.
    In genere le furmagette stagionate non superano l'inverno, perché la fame le divora prima; quella invece, zio Osvaldo l'aveva voluta conservare più a lungo per verificare il cambiamento di sapore.
    In pratica oggi abbiamo fatto un pranzo al contrario.
    I piatti migliori però sono stati quelli cucinati da mia madre: "pernici allo spiedo con lardone, salvia e fette di pane fatto in casa" e subito dopo "coniglio alle erbe aromatiche con patate e olive."
    Quest'ultimo è un piatto che noi prepariamo solo in alcuni giorni speciali dell'anno.
    In apparenza potrebbe sembrare una ricetta semplice, ma non è così; dietro c'è un lavoro paziente di ricerca di alcune erbe che solo mia madre sa dove e quando trovare, ma soprattutto come dosare: che è la cosa più difficile.
    Lei afferma che tanti anni fa, con le stesse erbe, ma cambiando le quantità, alcune donne riuscivano a fare miracoli; alla fine però, proprio per quegli intrugli, erano finite sullo spiedo: come le pernici.
    A metà del pranzo è arrivato l'ambulante di Spigno Monferrato, che, come consuetudine, una volta al mese passa da Sassello; lo abbiamo invitato ad unirsi a noi, e lui, per ricambiare, ha messo in tavola una bottiglia di un amaro d’erbe preparato da sua moglie.
    Tutti hanno insistito perché anch'io lo bevessi, visto che non sono più una bambina; e poi hanno aggiunto che la prossima volta che ci ritroveremo dovrò cucinare insieme a mia madre: perché una gran cuoca basta, ma se sono in due è anche meglio.
    Alla fine, alzando i bicchieri colmi d’amaro, abbiamo brindato alla nostra amicizia e alla libertà.
    Domani mio padre chiuderà bene la casa; dice che così, quando torneremo, troveremo tutto quello che abbiamo lasciato.
    Lo spero anch’io, ma ho come l’impressione che presto qualcuno, magari nel cuore della notte, entrerà nelle nostre stanze e si porterà via mobili, oggetti e ricordi.
    A noi resteranno addosso i sapori della nostra terra lontana e l'odore degli zingari; la speranza di un mondo nuovo e la nostalgia per quello vecchio.
     
    Terminata la lettura, sentì un nodo alla gola e un senso di colpa tremendo: quasi fosse stato lui a rubare la fotografia in quella casa.
    Mangiò distrattamente e in silenzio il coniglio alla ligure; riprese a comunicare con il mondo solo quando la moglie portò in tavola i dolci.
    - Che cosa sono? - chiese riprendendosi dal torpore.
    - Amaretti di Sassello. - rispose lei e poi aggiunse: " Aspetta che apriamo la bottiglia di Moscato passito."
    -  Ma tu chi sei? - domandò l'uomo sorpreso.  - Per caso avevi dei lontani parenti liguri?
    - Una volta mi raccontarono che la mia bisnonna era cresciuta in un paese di montagna, ai confini tra la Liguria e il Piemonte, ma non ho mai approfondito. Tu piuttosto, cos'hai?  Sembri strano.
     - Niente, solo un senso di pesantezza; dovevo mangiare meno, e in ogni caso il dolce lo lascio per stasera.
    - Ti porto un amaro alle erbe, l'ho trovato alla Coop tra i prodotti tipici; dicono faccia miracoli.
    Quando la moglie mise in tavola la bottiglia, lui lesse ad alta voce l'etichetta: " Amaro di Spigno Monferrato".
    Non aggiunse altro.
    Lasciò la cucina e si spostò in sala per sistemare i bicchieri comprati al mercatino; su uno di questi erano disegnate tre torri e subito sotto portava la scritta: " Ricordo di S " il resto risultava illeggibile.
    Senz'altro era lo stemma di qualche paese, ma non approfondì, e nemmeno interrogò la moglie in proposito; capace che gli dicesse che quello era lo stemma del comune di Sassello.

     
  • 07 marzo 2014 alle ore 21:51
    I rododendri di Margherita

    Come comincia: Era una notte fragile: di cristalli e specchi; una di quelle notti in cui il riposo si frantuma in mille risvegli che riflettono pensieri pesanti capaci di trasformare, a poco a poco, il sonno in una veglia.
     Margherita restò così per alcune ore, girandosi e rigirandosi nel suo giaciglio di foglie, con gli occhi spalancati nel buio e in compagnia del respiro affannoso, stanco e malato del sonno degli altri.
    Sentì il bisogno di staccarsi, anche solo per un momento, dall’'incubo che la stava consumando, di respirare aria fresca; lasciò il caldo umido del ricovero per animali in cui si trovava e uscì all'aperto.
    I riflessi della luna sulla neve dilatavano l'orizzonte visibile, liberando dal buio della notte ombre di paesaggi che parevano infiniti.
    Margherita, facendo violenza al suo corpo reso debole dalla fatica e dagli stenti, salì verso la cima del colle e guardò la successione dei monti della Val Sesia e, in fondo, la catena del Rosa che sembrava un possente guerriero posto a difesa di quel pezzo di mondo.
    Camminò ancora qualche passo e suoi occhi incontrarono un orizzonte completamente diverso: le alture digradavano verso la pianura del vercellese e, in lontananza, sfumate, le ombre di altre colline chiudevano quell'immensa distesa di terra, acqua e nebbia.
    Oltre quelle alture c'era la Liguria. Da lì venivano alcuni dei soldati di ventura reclutati dalla Chiesa e dai Signori di Novara e Vercelli, per combattere e annientare Fra Dolcino e i suoi seguaci; erano guerrieri possenti, determinati: balestrieri dal cuore di pietra e dalla mira infallibile.
    Margherita si chiese per quanto tempo avrebbero potuto resistere agli attacchi sempre più violenti di quell'esercito e se, ancora una volta, sarebbero riusciti a sfuggire alla cattura.
    In quel vagare notturno ripercorse con la mente gli ultimi anni della sua vita; pensò al Trentino, la regione in cui era nata e cresciuta, al momento in cui prese la decisione di abbandonare tutto: casa, ricchezze, e la sua bellezza, lasciata come ricordo a qualche giovane, per unirsi agli Apostolici di Fra Dolcino.
    In quel viaggio a ritroso nel tempo, ritrovò l'angoscia dei giorni in cui, per sfuggire alle persecuzioni e ai roghi, furono costretti a lasciare il Trentino.
    Cominciò da lì quel lungo cammino che sembrò terminare in val Sesia, dove la loro fede si saldò con la rabbia delle popolazioni locali, stanche delle continue vessazioni dei signori della pianura, e di una chiesa che, anziché liberare, opprimeva anime e corpi.
    Parve persino, per un certo periodo, che il sogno di costruire un mondo più giusto prendesse forma. Le illusioni però si spensero in fretta perché contro di loro fu organizzata una vera e propria crociata.  Nel nome di Dio, alcune persone che si credevano padrone del cielo e della terra, scatenarono una guerra contro altri uomini che credevano nello stesso Dio.
    Alla fine gli eretici di Fra Dolcino furono costretti a fuggire anche dalla Val Sesia e camminando sentieri sconosciuti e innevati, raggiunsero l'alta valle Sessera, dove si stabilirono e costruirono alcune fortificazioni.
    Tutto inutile però, perché la battaglia riprese con più forza; la chiesa romana aveva deciso di farla finita con quella storia di disobbedienza civile e religiosa, capace di mettere in discussione e scardinare un ordine e un potere millenario.
    I crociati svuotarono interi paesi, bruciarono i villaggi e le case sparse tra le montagne dove si erano rifugiati gli eretici di Fra Dolcino, chiudendo così ogni possibile via di rifornimento. Gli abitanti del luogo, attratti da quel movimento che non chiedeva nulla ma prospettava invece un mondo migliore, avevano accolto con favore gli Apostolici; ora però, di fronte a tutta quella distruzione, vedevano la speranza di una liberazione trasformata nel peggiore degli incubi.
    Margherita pensò a Dolcino, a quanto tempo ancora sarebbe riuscito a tenere insieme quel migliaio d’uomini che gli erano rimasti. La forza delle sue idee era ormai impregnata di fame, freddo e paura.
    L'unica speranza era di riuscire per l'ennesima volta a sfuggire alla cattura, inseguiti come sempre da uomini armati, da immagini di torture e roghi, e da quei pensieri pesanti sempre in agguato e pronti a violentare altre notti.
    Margherita tornò a guardare la pianura del Vercellese, quel lago di nebbie era l’unica via possibile di salvezza verso altri monti e foreste dove continuare a vivere e pregare, perché, come le avevano insegnato, si può adorare Cristo anche lì, come in chiesa e forse anche meglio; ma ormai per lei, per Dolcino e per tutti gli altri era troppo tardi... maledettamente tardi.
     
    Il 23 Marzo 1307, i crociati sferrano l'attacco decisivo: sulla Piana di Stavello, nella Valle Sessera, trucidarono circa ottocento persone, tra eretici e valligiani che si erano uniti a loro. Fra Dolcino e Margherita furono catturati vivi e finirono sul rogo.
    Alcuni signori del luogo, colpiti dalla bellezza di Margherita (ma forse solo per accaparrarsi le sue ricchezze che altrimenti sarebbero state confiscate) si offrirono di prenderla in moglie, naturalmente a condizione che rinnegasse il passato di eretica. Lei non accettò e fino all'ultimo dei giorni rimase fedele alle sue idee e a Dolcino: bruciarono il suo corpo, ma non riuscirono a rubarle l'anima.
     
    Salendo verso l'alta Valle Sessera, si percorre un tratto di strada denominata Panoramica Zegna; nel mese di maggio, lungo quel tragitto, centinaia di rododendri in fiore colorano scarpate e pendii: come un arcobaleno dopo il temporale.
     
    Che siano per Margherita quei rododendri in fiore?
     
    Che siano contro le guerre, fatte in nome di Dio o di qualcun altro, quei colori di pace?
     

     
  • 23 febbraio 2014 alle ore 23:29
    Mica siamo alla Bovisa

    Come comincia: Che anno fosse, ora non lo ricordo, ma sono sicuro che il tutto si svolse quando la Festa dell’Unità, anzi “de L’Unità”, si trasferì al Parco Robinson.
    Tale area era collocata a metà strada tra il centro città e la frazione di Maddalena, in un luogo dove la campagna bruscamente s’interrompe per cedere il posto alla prima zona boschiva.
    Il parco inizialmente fu pensato e poi utilizzato come centro estivo per i ragazzi; successivamente si rivelò anche luogo ideale per le manifestazioni popolari
    L’area disponeva di varie strutture in legno (con adeguate coperture: particolare questo non secondario) destinate ad accogliere i servizi, le cucine, il bar e il ristoro; c’era inoltre una grande pedana in cemento per il ballo; esternamente   ampi spazi per il parcheggio.
    Un vero salto di qualità rispetto alle precarie locazioni e agli zingareschi allestimenti delle precedenti edizioni della kermesse estiva, che si svolgevano lungo il viale XXV Aprile.
    Era quello un luogo certamente caratteristico, soprattutto per la sua magnifica alberatura, ma infelice da un punto di vista organizzativo.
    Tra l’altro in quegli anni, non si sa bene il perché ( forse per punizione divina) capitava spesso che, terminato l’allestimento alquanto spartano di cucina, balera, tavoli e sedie, cominciasse a piovere; allora bisognava smontare tutto e rinviare l’evento alla settimana successiva.
    L’inghippo meteorologico si era verificato talmente tante volte, che qualche democristiano aveva soprannominato la kermesse “Festa dell’umidità”; ma vista la pazienza con cui il tutto veniva smontato e rimontato in viale “XXV Aprile” forse bisognava chiamarla “Festa della Resistenza”.
    Per quanto riguarda la gestione, lo spostamento non creò grossi problemi, grazie al fatto che la festa si avvaleva di un gruppo di volontari di lunga e collaudata esperienza.
    Non c’era bisogno di stabilire cosa dovesse fare l’uno o l’altro, ognuno nel tempo lungo delle passate esperienze si era ritagliato una propria collocazione e sapeva già quale sarebbe stato il suo ruolo: come in una squadra di calcio.
    Alla cassa Bruno, un muratore calabrese con un fisico massiccio, un ventre smisurato, il volto bruciato dal sole e due mustacchi neri come il carbone.
    Era capace di stare seduto al suo posto per ore senza scomporsi e con atteggiamento professionale distribuiva, dietro pagamento s’intende, bigliettini prestampati con l’indicazione delle varie consumazioni.
    In cucina Valerio e Oriana, che tra l’altro avevano alle spalle alcune esperienze in ristoranti della zona; con loro Maria e Alba.
    Alla Griglia Augusto; ci stava lui e basta e si portava tutto da casa: la griglia, le spazzole in ferro per pulire le piastre di ghisa e gli aromi per riempire le trote (un miscuglio misterioso di erbe che coltivava nell’orto bonsai collocato sul balcone della sua abitazione).
    L’intruglio magico riusciva a conferire a quei pesci, dal sapore di nulla, aromi signorili.
    Augusto sudava come un cavallo e beveva come un cammello (solo acqua gelata: era astemio) mentre ininterrottamente cuoceva sulla griglia salamini, braciole di maiale che via via spruzzava di vino bianco con succo di limone, e naturalmente le sue mitiche trote.
    Al bar ci stavano Luca e alcuni ragazzi che in quegli anni si erano avvicinati al partito, e poi Vito che oggi è un famoso Sommelier.
    Poi c’era Giovanni che gestiva la pesca di beneficenza; alcune settimane prima dell’inizio della festa, infilava migliaia di bigliettini dentro a degli anellini di pasta, per fare questa operazione aveva costruito dei ferretti che arrotolavano perfettamente i foglietti di carta.
    I volontari che avevano superato una certa età, alla sera lasciavano la festa prima degli altri, però alla mattina presto ritornavano per fare pulizia.
    Come guardia notturna c’era Moreno che per svolgere meglio l’incarico si portava appresso la sua roulotte.
    Più che altro lui alla festa tirava tardi e poi a notte inoltrata si metteva a letto; c’era però un ambulante marocchino che, in cambio della possibilità di esporre la sua misera mercanzia e di un po’ di cibo, vigilava nelle ore in cui chi avrebbe dovuto fare la guardia andava in letargo.
    Nei mesi che precedettero la festa, eccitati dalla novità, decidemmo, dopo estenuanti e interminabili riunioni, di dare alla nostro evento un tocco di modernità: ricco menù, lista dei vini e soprattutto musica nuova.
    Non solo ballo liscio con orchestrina o mezzo meccanico, ma anche spettacoli musicali in linea con i tempi che stavano velocemente cambiando. Tra le tante iniziative in programma, spiccava per il sabato sera uno spettacolo di musica blues con artisti stranieri che in quel periodo erano in tournée in Italia. Purtroppo per un disguido la band andò altrove; riuscimmo però, con estrema fatica, a rimpiazzarli con un gruppo jazz della Bovisa.
    Quella sera il parco era pieno, dalla cucina uscivano in continuazione piatti di pasta, patatine, braciole, salamini e trote; il bar, senza tregua, stappava bottiglie di vino e spinava birra fredda e schiumante.
    C’era fatica in quei momenti, ma anche gioia nel vedere che la gente apprezzava ciò che si stava facendo. Un pubblico allegro gremiva il ristorante, il calore della compagnia coinvolgeva tutti; il colore rosso del vino, come per contagio, passava dai bicchieri ai visi degli uomini e il tono delle voci saliva.
    I ritmi soft e i toni malinconici della musica jazz crearono però uno strano contrasto con l’allegria che impregnava l’aria, anzi l’area della festa.
    Alcuni malumori cominciarono presto a manifestarsi, soprattutto tra quelli che, dopo aver mangiato e abbondantemente bevuto, si aspettavano di fare quattro salti sulla grande balera in cemento che stava davanti al palco.
    Maria, la compagna che puliva i tavoli, vista la situazione pensò bene di intervenire; si tolse il grembiule, con un tocco deciso delle mani si sistemò i capelli e poi, a testa bassa, si avviò spedita verso il palco.
    Si accostò al musicante che stava con professionalità suonando il contrabasso, lo fissò intensamente per alcuni secondi e poi, accompagnando le parole con ampi movimenti delle braccia, urlò:
    -  Ma insomma non potete fare qualche ballo liscio?  Siamo a una festa popolare, mica alla Bovisa!
     

     
  • 14 febbraio 2014 alle ore 23:43
    L'ultimo vigneto

    Come comincia: Ho incontrato Eliseo mentre, a piedi e distratto da mille pensieri, procedevo verso casa.
    E' stato lui a riconoscermi; appena mi ha visto ha suonato ripetutamente il clacson della macchina, poi si è accostato e con una manovra impacciata ha abbassato il finestrino richiamandomi a sé.
    Eliseo è una persona già avanti con l'età, ma il suo fisico, a prima vista, sembra non risentire del tempo che passa.
    E' alto e robusto, al punto che l'utilitaria lo contiene a fatica, ne limita i movimenti, lo ingobbisce; il sedile del conducente, spinto indietro a toccare quello posteriore, lascia uno spazio enorme tra lo schienale e il volante, ma lui lo satura completamente e a vederlo sembra stia guidando una macchinina degli autoscontri.
    Dopo i saluti di rito ha cominciato a parlarmi di politica e ha finito per ricordarmi alcuni compagni di viaggio che non ci sono più e che invece secondo lui oggi dovrebbero essere qui: a mettere ordine in questo casino in cui ci siamo cacciati, a cercare, se non di cambiare la società, almeno di tornare a farci sognare un futuro.
    Ascolto volentieri, anche perché a guardar bene la penso proprio come lui, ma dopo un po' quei ragionamenti mi mettono addosso tristezza e rabbia; allora, nel tentativo di dare una svolta al suo monologo, cerco di fargli cambiare argomento e chiedo della sua campagna e del vigneto.
    Lui guarda l'orologio e, vista l'ora, di colpo si ricorda che deve correre a casa perché la moglie lo sta aspettando per il pranzo; mi lascia con l'invito a ritrovarci nel pomeriggio.
    Quando arrivo a casa sua è nel cortile che sta combattendo con la magnolia, rastrella le foglie e aiutandosi con gli scarponi le raggruppa in piccoli mucchi.
    - E' una bella pianta, ma sporca troppo - dice con un tono di voce tremula.
    Mi accorgo che è diventato lento nei movimenti e stenta a piegarsi; un vero supplizio vederlo chinarsi per raccogliere le foglie e poi sollevarsi per metterle nel secchio.
    Se continua così facciamo notte, penso, allora decido di aiutarlo.
    Quando terminiamo il lavoro, mi porta in garage e una volta lì riempie due bicchieri di vino.
    Lo trovo esageratamente dolce: più che fruttato direi zuccherato.
    Naturalmente non faccio apprezzamenti e lui nemmeno chiede; subito dopo da un mobiletto toglie una bottiglia e me la porge: è grappa di sua produzione aromatizzata al cumino, sostiene che tale spezia facilita la digestione ed elimina i gas che escono dalla bocca e anche da altre parti del corpo considerate meno nobili.
    L'avvolge in un foglio di carta e mi raccomanda di non dire niente in giro; prometto che la berrò solo io e farò il possibile per fare scomparire in fretta ogni traccia.
    Ride di un bel ridere, ed è proprio un piacere vederlo così.
    Lasciamo il garage e ci spostiamo nella vigna: una delle poche rimaste, forse l'ultima.
    Gli racconto che tempo fa, in un libro di storia locale, ho visto una vecchia stampa del nostro paese: fuori dal centro storico, dove ora ci sono palazzi, ville, capannoni, boschi, prima c'erano immensi e ordinati vigneti, prosperosi frutteti.
    La vite è sostenuta da pali in cemento, unica concessione alla modernità; il rasato tappeto verde del fondo esalta la bella geometria del vigneto, i filari seguendo il profilo della collina disegnano un'onda marina.
    L'unica cosa che stona, in quell'intreccio perfetto di ordine, lavoro, amore per il paesaggio, è la sbilenca casupola costruita con materiali di riciclo e posta proprio nel bel mezzo del vigneto.
    Fuori è proprio brutta, ma dentro è una guerra.
    La visione però più di tanto non mi scandalizza, anche perché sono cresciuto in una cascina della bassa in mezzo a bestie di ogni tipo, al fieno, agli attrezzi agricoli, al letame con i suoi gradevoli sentori; quindi so benissimo che per un contadino i concetti di ordine e utilità non sempre coincidono, anzi spesso divergono.
    Nel rustico c'è di tutto: cassette piene di sarmenti tagliati in piccoli pezzi (buoni d'inverno per accendere il fuoco nella stufa) badili, vanghe, zappe e altri ferri del mestiere, poi damigiane, bottiglie; il tutto ricoperto di polvere e con una nuvola di mosche e moscerini a fare da contorno.
    Eliseo toglie il tappo da una damigiana, ci ficca dentro un pezzo di tubo di quelli da irrigazione e aspira, appena il vino gli entra in bocca, sposta il tubo in una bottiglia impolverata che ha preso da una cesta; terminato il riempimento cerca un tappo ma non lo trova, allora prende un mezzo foglio del quotidiano l'Unità, lo accartoccia e lo preme nella bottiglia.
    Prima di togliere la canna dalla damigiana spina un bicchiere di quel vino, ne sorseggia un po' e mi porge quello che rimane.
    Sono imbarazzato, ma non posso rifiutare; assaggiandolo però mi rendo conto che è migliore di quello che prima avevo bevuto in garage.
    Nei gesti del mio volto Eliseo intuisce approvazione e, compiaciuto, mette la bottiglia di vino in un sacchetto e me la porge.
    Sinceramente non so che cosa ne farò una volta arrivato a casa, e di colpo mi ricordo di aver già vissuto una situazione simile.
     
    Con lei, che da lì a poco sarebbe diventata mia moglie, stavo trascorrendo alcuni giorni di vacanza a Vernazza: paese delle Cinque Terre.
    Oggi quella frastagliata costa della Riviera Ligure di Levante, a cui sono aggrappati i borghi, è universalmente riconosciuta come un'area turistica di pregio, capace di farsi ammirare da una frenetica, invadente e straripante platea di visitatori.
    Invece nel tempo del nostro soggiorno prematrimoniale non era proprio così, quei paesi avevano ancora il respiro lento dei borghi di pescatori e contadini; ma erano anche gli anni in cui gli abitanti cominciavano a intuire le potenzialità dei luoghi in cui vivevano e a pensare che la bellezza e la generosità di quelle terre di mare potevano diventare fonti di un buon reddito aggiuntivo.
    Da quel momento in poi fu tutto un fiorire di nuove attività, inizialmente di tipo individuale e spesso condite da qualche furbizia casereccia.
    Avevamo lasciato il mare e stavamo percorrendo i caruggi, gli stretti e ombrosi vicoli caratteristici di Vernazza e di quasi tutti i borghi liguri; volevamo salire alla fortezza, da dove la vista a tutto campo spaziava sul golfo, il paese sottostante e le colline dell'entroterra.
    Arrivati a un piccolo slargo del caruggio, notammo alcune persone sedute fuori da una cantina: stavano imbottigliando del vino e nello stesso tempo ne bevevano in abbondanza esaltandone le qualità.
    Uno di loro ci offrì un assaggio, faceva un caldo infernale e quel fresco bicchiere di vino bianco era proprio un toccasana; subito dopo ci propose di acquistarne un po', ma noi anche volendo non avremmo potuto farlo, eravamo venuti in treno e sulle spalle avevamo già gli zaini che sembravano carichi di pietre.
    Giusto per non essere scortese, dissi che al massimo avrei potuto comprarne due o tre bottiglie.
    Il cantiniere, attaccandosi alle mie parole, affermò che non c'erano problemi.
    In men che non si dica prese da una cesta tre bottiglie, le riempie e con un gesto altrettanto veloce vi conficcò i tappi; poi, porgendomele, sparò una cifra esagerata.
    Non mi andava di mettermi a litigare e quindi pagai.
    La prossima volta non mi freghi più! pensai allontanandomi da quel teatrino in versione ligure; ma la fregatura oltre che nel prezzo, stava anche nella qualità del vino.
    Quando alcune settimane dopo feci per aprire la bottiglia (le altre due le avevo regalate a degli amici) il tappo, di pessima qualità, si disfece lasciando cadere i trucioli nel vino; lo filtrai con un panno, ma a quel punto mi accorsi che oltre ai pezzi di sughero c'era dell'altro, evidentemente la bottiglia non era stata lavata.
    Alla fine, quando insieme a tutto il resto trovai anche un lungo capello grigio, dissi basta e buttai il tutto nel lavandino.
    Penso che i miei amici fecero altrettanto, ma non ebbi mai la conferma perché non li rividi più.
     
    Usciamo da quel posto e ci spostiamo nell'orto che sta sull'altro lato della strada.
    Un disordine quasi autunnale ha invaso il terreno, rimangono alcune file di paletti a cui sono aggrappati i rinsecchiti e sterili fusti dei pomodori, pochi ceppi di insalata che hanno nelle foglie la stanchezza del vivere e, in controtendenza rispetto alla tristezza che le circonda, una bella fila di verze con un futuro da cassoeula. In un angolo del coltivo ci sono anche alcune piante cariche di peperoncini di un bel colore rosso carminio.
    Eliseo ne prende uno e se lo mangia in un boccone, poi ne coglie un altro e me lo porge dicendomi di assaggiarlo; ormai pronto a tutto, ma pure fiducioso nella mia resistenza ai sapori forti, lo porto alla bocca e morsico con decisione.
    Nel giro di pochi secondi mi ritrovo il palato in fiamme; per un po' fingo e resisto, quando però mi accorgo che sto per esplodere, prendo la bottiglia di vino, tolgo il tappo de l'Unità e bevo senza ritegno.
    Lui stavolta non ride, però butta lì una delle sue battute.
    Questa settimana ne ho quasi ammazzati tre con i miei peperoncini.Lascio un po’ di spazio alle sue parole, giusto per riprendere fiato, poi rispondo:
    Bell'amico che sei! 
    Adesso Eliseo ride, ed è di nuovo un piacere vederlo così.
     

     
  • 24 gennaio 2014 alle ore 0:02
    Certi pensieri di ghiaccio

    Come comincia: - Guardi che in casa nostra si cucina con il burro e lo strutto; l'olio lo usiamo solo per non fare cigolare i cardini delle porte.

    Così rispose al medico di famiglia che poco prima, ironizzando, gli aveva chiesto di cambiare almeno i condimenti, perché il livello del sangue nei trigliceridi e nel colesterolo era troppo basso.

    Oltre che con l'olio anche con i dottori aveva un pessimo rapporto, e pure con l'acqua, che appena poteva sostituiva egregiamente con altri liquidi.

    Per esempio placava la sete, scacciava i momenti brutti e ricamava quelli belli con un buon bicchiere di vino, ma in caso di necessità andava bene anche quello di qualità inferiore.

    L'unica concessione che dopo la visita fece al medico fu di prendere le pastiglie prescritte, naturalmente senza l'ausilio dell'acqua.

    Per dire la verità più di una volta ci aveva provato, ma gli erano sempre andate di traverso, cosa che invece con il vino non succedeva.

    Non che considerasse l'acqua un bene superfluo, tutt'altro: aveva sempre fatto il contadino e capiva benissimo l'importanza di quella risorsa per la campagna, l'orto, il frutteto, le bestie.

    Il fatto era che l'acqua aveva riempito la sua vita di fatica e rabbia, lacrime e sensi di colpa.

    Notti intere a bagno nei freddi fontanili per portare a casa un po' di pesce da vendere per poche lire alle famiglie che abitavano con lui alla cascina; ore e ore di lavoro per aprire e chiudere le pesanti paratoie delle rogge e dei canali d'irrigazione; spesso il lavoro di mesi perso in poco tempo a causa della pioggia che sembrava buttata giù a secchi, o della grandine che a volte aveva la forza devastante di una fitta gragnuola di sassi e bastonate.

    Per non parlare di quando, lasciata la cascina, prese in gestione un frutteto di collina.

    Diverse volte l’anno doveva fare i trattamenti contro i parassiti che aggredivano le piante.

    Sopra un carretto metteva una grossa cisterna, la riempiva di acqua e veleno e poi, a forza di braccia, via lungo il sentiero in salita che collegava le fasce della collina dov'erano sistemate le piante di frutta da irrorare.

    Un massacro a cui, come aiutanti, dovevamo partecipare anche noi ragazzi.

    Immensa la fatica, soprattutto nei mesi estivi, quando il caldo africano sbottava; forte, in quei momenti, la voglia di essere altrove.

    Capitava anche che se c'era qualche improvvisa folata di vento, l'acqua marcia spruzzata sulle piante tornasse indietro, con gran soddisfazione dei parassiti; quando succedeva non era certo una situazione piacevole: oltre alla fatica la beffa.

    Noi ragazzi poi eravamo svantaggiati: per via della giovane età e del fatto che frequentavamo il corso di catechismo, non potevamo imprecare; cosa che invece regolarmente faceva nostro padre, subito rimproverato dalla moglie che lo richiamava all'istante ai suoi doveri educativi nei nostri confronti.

    Lui allora si azzittiva, poi prendeva il fiasco del vino che teneva di fianco alla botte e ne tracannava una discreta quantità.

    Ricordo ancora oggi la fatica di quelle ore rubate al gioco, la sensazione sgradevole degli spruzzi di acqua e merda che andavano ad aggiungersi al sudore, il prurito e l'odore pungente che impregnava la pelle e ti restava addosso come una rogna.

    Ci fu però un fatto che segnò profondamente la sua esistenza e scavò un solco profondo tra lui e l'acqua.

    Accadde tutto al ritorno da Barbata: paese della bassa bergamasca, dove in quei giorni ci eravamo recati per far visita ai parenti.

    Avevamo lasciato da poco la stazione e stavamo percorrendo il viale alberato che conduceva al frutteto; a un tratto si avvicinò una persona in bicicletta e disse a nostro padre che doveva andare subito ai canali perché era annegato un ragazzo che forse lui conosceva.

    Quando arrivò sul posto e il carabiniere tolse il telo che copriva il giovane, lui lo riconobbe e per un momento sentì il corpo abbandonarlo.

    Era il nipote, il suo nipote preferito che trascorreva le vacanze estive al frutteto, ma che in quei giorni, per la nostra assenza, era ospite in casa d'altri.

    E pensare che pochi mesi prima il fiume che dava l'acqua a quel canale maledetto gli aveva regalato un momento di felicità: lui e un suo amico avevano pescato un luccio di dieci chili.

    Un evento straordinario, al punto che nei giorni successivi uscì persino un articolo sul quotidiano locale con tanto di foto: lui sorridente e orgoglioso che sollevava deciso la pesante preda.

    Pianse molto quel giorno maledetto e anche nei giorni successivi, e offuscò con il vino la visione che spesso tornava del nipote, poco più che un cucciolo d'uomo, rigonfio d'acqua e lo strisciante senso di colpa che lo opprimeva.

    Non andò più a pescare, e restò per sempre alla larga dal fiume, dai canali e, per quanto possibile, dall'acqua stessa.

    Quando alcuni anni dopo arrivò l'età della pensione, lasciò la campagna e comprò una casa nel centro storico del paese, attaccata al circolo vinicolo cooperativo.

    Un giorno il barista gli chiese perché non aveva scelto un'abitazione con del verde intorno.

    Lui, che stava bevendo del vino, posò il bicchiere sul banco e poi, cercando lo sguardo dell'uomo che aveva di fronte, rispose:

    - Ho sempre fatto il contadino, in mezzo all'acqua, alla terra, al letame; e ho visto tanto di quel verde, che se anche non ne vedrò più sono a posto per il resto della vita!

    Ostia come mi mancano le sue istintive battute! Come mi manca lui!

    Se oggi fosse qui, lo porterei in quel ristorante del biellese che anche lui conosceva, dove fanno la polenta concia (che i medici chiamano polenta assassina) gravida di formaggi e liquida di burro fuso.

    Da bere, per sciogliere certi pensieri di ghiaccio, ordinerei una buona bottiglia di rosso con sentori di frutteto: che l'acqua, come la vita, a volte fa male, e il vino...

     
  • 18 settembre 2013 alle ore 8:43
    River man

    Come comincia: La luce della luna si schiantava sul fiume, espandendosi poi sulle colline che in parte avvolgevano il corso d’acqua;  quelle alture, con crinali ripidi e ricoperti di alberi, costringevano il fiume a virare verso destra.
    In quella curva a gomito,  a poca distanza dalla diga, c’era la spiaggia.
    Il ragazzo stava lì, seduto sulla panchina in pietra sistemata vicino alla riva; pensava,  per l’ennesima volta, all’impresa che voleva compiere.
    Dovevano essere in due, anche per ragioni di sicurezza, ma alla fine il suo amico aveva deciso di rinunciare.
    Guardò la superficie dell’acqua: immobile.
    Sapeva però che sotto quel velo d’apparente tranquillità, era tutto un ribollire di correnti; sapeva perché nel tempo aveva imparato a conoscerle e a governarle.
    Ne avevano fatte di vittime quei torrenti nascosti, per imprudenza, cattiva digestione; a volte era anche successo che qualcuno, per scelta, si abbandonasse alle correnti, regalando al fiume sofferenze, paure fuori controllo, vite giunte al limite.
    Il fiume quelle esistenze non le cercava e nemmeno le voleva; portava acqua e quindi vita, e la morte lo rattristava: avrebbe voluto aiutarle, avvisarle dei pericoli.
    Avesse almeno potuto piangerle, ma non c’è posto per le lacrime in un mare d’acqua.
    Alla fine il ragazzo decise: doveva farlo!.
    Era la prima volta che tentava di attraversare il fiume di notte: una bella sfida, ma era sicuro di riuscirci; negli anni aveva avuto  un maestro straordinario, suo nonno, che tutti chiamavano “River Man”, uomo di fiume, a sottolineare quella sua simbiosi con l’acqua.
    Proprio alcuni giorni prima, in occasione dei suoi ottant’anni, aveva fatto un tuffo dal trampolino della spiaggia che poi era un muretto,  e tutti  i presenti si erano alzati in piedi ad applaudire.
    Ricordava ancora le parole della prima lezione teorica di nuoto che il nonno gli aveva impartito:
    Quando fai i compiti ragioni con la testa, se invece giochi a pallone,  oltre che con la testa devi pensare con i piedi;  ma se vuoi diventare un uomo di fiume come me, devi imparare a pensare con tutto il corpo.Entrò nell’acqua e lentamente cominciò a nuotare.
    La corrente, in quel tratto costretto tra due sbarramenti, era forte: violenti massaggi  che affaticavano la muscolatura di tutto il corpo e incrementavano la fatica.
    Sentì rumori di motore nelle vicinanze della spiaggia. Girandosi, vide una vettura fermarsi e spegnere le luci.
    Probabilmente una coppietta,  o forse una di quelle persone che di notte scaricavano tra gli alberi ogni tipo di rifiuto; ma non era il momento per fermarsi a pensare, doveva mantenere la giusta concentrazione, quindi, voltando le spalle ad ogni ipotesi, riprese a nuotare, stavolta  con vigore.
    In un lasso di tempo che a lui sembrò breve, abbordò l’altra riva; si sentiva carico e soddisfatto, e aveva ragione di esserlo: senza grossi problemi aveva fatto metà del lavoro.
    Solo in un tratto della traversata si era trovato in difficoltà, per via di un vortice del tutto inaspettato; in quel momento aveva anche pensato che il fiume non gradisse di essere disturbato nel cuore della notte.
    Uscito dall’acqua e recuperato un respiro regolare, fece un po’ di ginnastica per ridurre l’impatto dell’aria e ridare tono alla muscolatura; poi si fermò lanciando lo sguardo sulla collina del Belvedere.
    Lì sopra volevano costruirci una grande piazza, per consentire alle persone di guardare il fiume dall’alto; per ricongiungere il paese, che stava  sull’altopiano di là dalle colline, con il fiume: così dicevano i tecnici.
    A lui l’idea non piaceva, non aveva bisogno di quella vista aerea, buona per gente che sa guardare solo con gli occhi, pensò;  non percepiva quella separazione, perché il fiume era parte della sua vita.
    Nei mesi invernali,  in cui era costretto a tenere i piedi per terra, fuori dell’acqua,  lui soffriva e si deprimeva.
    Cominciassero a sistemare la spiaggia !  pensò.
    I giovani e i meno giovani  della sua compagnia, facevano di tutto per tenere in ordine quel posto, per educare la gente ad usare i cestini dei rifiuti; solo quando c’era qualche piena che fagocitava  parte della spiaggia chiedevano l’intervento del Comune, ma era tutto uno scarica barile.
    In Municipio si attaccavano alla Provincia, che si attaccava all’Anas, che si attaccava al Magistrato del Po, che  si attaccava al Parco, che si riattaccava al Comune, che…
    Alla fine restava tutto com’era;  e loro si attaccavano a qualcosa che non era un tram.
    Ora doveva tornare dall’altra parte. La brezza che all’arrivo gli aveva regalato una benevola frescura, adesso portava brividi e la stanchezza cominciava a farsi sentire.
    Era rimasto troppo tempo fuori dall’acqua. Valutò anche, in quel frangente, la possibilità di non tornare a nuoto: poteva, di corsa, prendere il sentiero delle “Lucciole”, attraversare il ponte della  diga e poi proseguire sulla strada fino alla spiaggia dove aveva lasciato i vestiti.
    Già i vestiti!  pensò,  mica poteva andarsene in giro in mutande; e poi quella sfida con se stesso, senza testimoni,  in una notte di luna solare, per lui era troppo importante.
    Ricordò in quel momento altre parole di suo nonno:
    -Siamo fatti d’acqua e pensieri, e di carne che prende fuoco, se una passione ci coglie.
     
    Senza ragionare oltre si tuffò.
    Cristo, era o no il nipote di River Man?!

     

     
  • 01 giugno 2013 alle ore 22:30
    Little Tony bye bye

    Come comincia: Il consumismo fece il suo ingresso trionfale in casa nostra sotto forma di radio.
    I nostri genitori la posarono sopra una mensola su cui prima sistemarono, a mo’ di altarino, un centrino con i bordi in pizzo.
    La mensola naturalmente era collocata a un’altezza per noi bambini irraggiungibile.
    Durante l’ascolto succedeva una cosa strana: se passava un aereo misteriose voci sostituivano quelle del conduttore e, di colpo, sembrava di trovarsi nella torre di controllo dell’aeroporto o addirittura a bordo.
    La radio aveva un bell’aspetto, oltre a una linea sfrontatamente moderna; dentro però era ancora un apparecchio a valvole, e come altri suoi simili aveva il destino segnato.
    Dall’evoluzione tecnologica?  No:  dal caldo.
    Un giorno d'estate una di quelle valvole si surriscaldò e la voce prese fuoco: parole che diventarono sibili, poi  una fiammata e alla fine una nuvola di fumo che annerì il muro.
    In sua sostituzione, dopo alcuni mesi arrivò una  radio usata. Era un vecchio modello, ma portava con sé due grosse novità: la prima era che, visto peso e dimensione dell'apparecchio, lo stesso non poteva più essere collocato sulla mensola; la seconda che nella radio era incorporato anche un giradischi 45/78 giri.
    Arrivarono anche alcuni dischi, pochi per la verità, tanto che a volte, per introdurre una variante, li facevamo girare a settantotto anziché a quarantacinque giri;  la velocità deformava in modo ridicolo la voce dei cantanti. 
    Il disco più bello tra quelli che col tempo ci regalarono fu senz'altro "Cuore matto" di Little Tony.
    Un giorno d'estate  dalla nostra via passò un ambulante, dalle  trombe poste sopra la cabina del suo furgone uscivano le parole di una strana canzone, narravano di un signore che per andare in America chiedeva a sua madre cento lire: gli stessi soldi che a noi davano nei giorni festivi per recarci  al cinema dell’oratorio.
    Ci fermammo un attimo, più per curiosità che per interesse, ad ascoltare, per tornare subito dopo ai nostri passatempi.
    Papà invece uscì da casa correndo; poi rientrò,  prese un disco e si precipitò di nuovo fuori.
    Lo seguimmo incuriositi e ci accorgemmo che stava barattando il quarantacinque giri di Little Tony con quello dell'ambulante.
    Le nostre suppliche non sortirono l'effetto desiderato e a noi rimase in casa quello strano disco.
    Lato B:  "I pompieri di Viggiù", eroi popolari di una guerra in tempo di pace, che spegnevano i fuochi e infiammavano i cuori delle giovani donne, sempre pronti a pompare qua e la su e giù.
    Lato A:  "Mamma mia dammi cento lire", una bella storia ma con un finale triste; quel figlio alla fine, nonostante la madre fosse contraria, partì per la sua America ma giunto in alto mare la nave che lo trasportava s'inabissò.
    Del resto con cento lire non poteva che essere una carretta e quindi più adatta alla pesca che alle traversate oceaniche.
    Little Tony invece ci lasciò con una voce che diventava sempre più debole via via che il furgone si allontanava,  fino a sfumare definitivamente quando l'ambulante imboccò la prima curva della strada.

     
  • 31 gennaio 2012 alle ore 16:16
    Il secondo figlio

    Come comincia: Con una valigia,
    un sacchetto di mele,
    un biglietto di solo ritorno...

    Sul ripiano bagagli del treno: una valigia di cuoio, un pacco contenente alcuni scampoli di ricami Sangallo, un sacchetto di mele.
    Nella tasca della giacca: il passaporto, il portafoglio con un biglietto di solo ritorno e alcune banconote della Confederazione.
    Alle spalle sei mesi di lavoro nella Svizzera tedesca; davanti a sé la strada ferrata verso casa.
    Ancora poche ore ed avrebbe ritrovato i genitori e, forse, la fidanzata.
    Lui, a differenza di tanti altri, non era partito per fame e nemmeno per soldi, anche se a dirla tutta gli avevano assicurato che lì, nel paese di Guglielmo Tell (quello che aveva fatto passare al figlio Gualtierino la voglia di mangiare le mele) un operaio metalmeccanico specializzato come lui avrebbe senz’altro guadagnato bene, certamente più che in Italia.
    Né per fame, né per soldi: decise di partire perché lo avevano già fatto alcuni suoi amici e anche per il desiderio di una nuova esperienza.
    Si licenziò dall’officina aeronautica dove lavorava e via.
    Partì, ma non fu così semplice.
    Suo padre si mise di traverso;  della Svizzera, per di più tedesca, non voleva proprio sentirne parlare.
    No, proprio non capiva quella decisione affrettata, il lasciare un posto di lavoro sicuro, una vita tutto sommato comoda, per andare in mezzo ai crucchi; e pensare che il figlio qualche anno prima, durante la resistenza, aveva rischiato la vita per cercare di rimandarli a casa loro, i crucchi.
    Anche la sua ragazza lo minacciò:
    - Se parti, io ti lascio!
    Il giorno che a piedi andò alla stazione, non c’era nessuno ad accompagnarlo; il padre sino all’ultimo tentò di fermarlo strappandogli la valigia, ma poi, di fronte alla cocciutaggine del figlio, si arrese e lo lasciò al suo destino, salutandolo con affetto, e rabbia nello stesso tempo.
    Arrivato a destinazione, alcune persone lo accompagnarono nel villaggio dove vivevano gli immigrati italiani.
    Il caposquadra che lo prese in consegna parlò chiaro e disse che le nuove baracche non erano ancora pronte, quindi nel frattempo doveva dormire su, nel solaio; gli consigliò di usare la valigia come cuscino e non  per stare più comodo, come aveva pensato lui in un primo momento,  ma per evitare che nella notte sparisse.
    Alla fine, non contento, usò pure una scarica di parole ironiche per esprimere il suo punto di vista sulla decisione del ragazzo di venire a lavorare in Svizzera.
    Cominciamo bene, cominciamo proprio bene, pensò prima di addormentarsi.
    Restò solo alcune notti in quel dormitorio umido e maleodorante.
    Nei giorni successivi prese a girare il paese alla ricerca di una camera in affitto; per capire e farsi intendere da quelle persone, che parlavano una lingua di cui lui non intuiva nemmeno i punti e le virgole, si fece accompagnare da un amico che, avendo trascorso un lungo periodo di “villeggiatura“ nei campi d’internamento nazisti, parlava discretamente il tedesco.
    Niente da fare: appena capivano che era  italiano, riceveva  subito un secco rifiuto, spesso contornato da frasi per lui incomprensibili e che il suo amico rifiutava di tradurre, ma che, dal tono, si capiva bene non essere  di benvenuto.
    Strideva quell’atteggiamento con il famoso motto svizzero: “Uno per tutti, tutti per uno”.
    Era quasi  intenzionato a rinunciare, ma decise di  fare ancora un tentativo.
    Dalla strada vide un uomo indaffarato a pulire il giardino di casa e si avvicinò; mascherò la stanchezza e lo scoramento con un timido sorriso e poi, educatamente, domandò a quel signore se aveva una camera da affittare.
    L’uomo, con atteggiamento distaccato, gli chiese il passaporto; quando vide che non era del sud, e ci tenne a precisarlo, disse di sì.
    La ragione di quel sì però era un’altra, e l’avrebbe capita nelle settimane successive.
    La casa era strana: per quanto perfettamente in ordine e piena di mobili, pareva mancare di quella  sensazione di focolare, di vita a cui lui era abituato.
    Anche nella camera che il proprietario gli assegnò, percepì quella sensazione, e in ogni caso quella non era una stanza  per migranti.
    Non capiva, ma presto avrebbe compreso.
    L’uomo, impiegato della stessa fabbrica dov’era stato assunto lui, era una persona gentile, più nei gesti che nelle parole, perché parlava poco. Nel tempo però riuscirono, se non proprio ad entrare in confidenza, perlomeno a spezzare certi prolungati e imbarazzanti silenzi.
    Un giorno, tornando insieme dal lavoro, si fermarono in un bar e fu lì che l’uomo trovò il coraggio di raccontare quello che non avrebbe voluto dire, e lui ascoltò quello che non avrebbe voluto sentire.
    Poche parole, tirate fuori a fatica con una voce impastata dall’emozione; parlò di un figlio, l’unico figlio, perso alcuni anni prima, poi guardandolo in faccia aggiunse:
    - Si chiamava come te.
    Capì!
    Di colpo capì  perché l’aveva accolto in casa, l’atteggiamento paterno che aveva nei suoi confronti, quel piattino con una mela che tutte le sere trovava sul comodino della sua stanza, quel bussare delicato alla porta per dirgli che era ora di alzarsi e di andare in fabbrica.
    Di colpo capì, ma avrebbe preferito ignorare.
    Restò ancora alcuni mesi: il tempo di rendersi conto che quel lavoro non stava aggiungendo valore  alla sua vita,  che a parte l’amicizia con la persona che l’ospitava,  niente lo legava a quella terra.
    Il giorno che ripartì, l’uomo lo accompagnò alla stazione.
    Non gli chiese più di restare, come aveva fatto nelle ultime settimane, lo abbracciò e poi gli consegnò un sacchetto di mele.
    Non gli strappò la valigia di mano, come  fece suo padre alcuni mesi prima, ma in quell’istante, in quel preciso istante, ritrovò la stessa amara sensazione.
    Cercò d’immaginare lo stato d’animo, d’interpretare il groviglio di emozioni dell’uomo che aveva di fronte e vide un treno partire e, dal finestrino di una vettura, due ragazzi salutare; e sulla banchina una persona correre, in un vano tentativo di salire sul treno ormai in movimento.
    Cercò d’immaginare e provò dolore, e rabbia per un destino che stava togliendo a quel padre l’illusione di un secondo figlio.
    Provò dolore.
    E rabbia.

    Con una valigia,
    un sacchetto di mele,
    un biglietto di solo ritorno.
    Verso casa.

     
  • 31 gennaio 2012 alle ore 16:12
    Il partigiano francese

    Come comincia: Guglielmo quella sera, come spesso accadeva da quando aveva trovato lavoro alla Rumianca di Pieve  Vergonte, si era recato, in compagnia di alcuni amici, a casa della famiglia di  Flora.
    Niente quella sera lasciava presagire ciò che di lì a poco sarebbe successo...

    La permanenza a Vanzone San Carlo, in alta valle Anzasca, dove si era nascosto per sfuggire ai primi bandi di arruolamento nelle file dell’esercito fascista della Repubblica sociale italiana, era diventata pericolosa.
    In paese Guglielmo non era il solo a nascondersi, con lui c’erano altri due ragazzi: il figlio del proprietario di una trattoria della zona  e un nipote del Podestà.
    Durante il giorno stavano insieme, ma la notte lui andava a dormire da una signora che abitava  fuori dal paese, in basso: quasi a ridosso del fiume Anza.
    La casa era fatiscente, piena di crepe e impregnata di umidità: segni evidenti di un destino d’abbandono.
    La proprietaria era molto anziana, o perlomeno così a lui sembrava, silenziosa come lo sono certe donne di montagna rassegnate alla  solitudine.
    Silenziosa ma ospitale: per cena, con quel poco che aveva nella credenza, preparava a Guglielmo qualcosa da mangiare, il più delle volte si trattava di una semplice zuppa.
    Una sera il podestà gli disse con modi decisi che quella notte non doveva andare a dormire dalla signora:  sarebbe rimasto in paese con il suo nipote e l’altro ragazzo.
    Il giorno successivo Guglielmo seppe che durante la notte c’era stata una retata dei fascisti.
    Avevano scoperto  che alla casa sul fiume facevano tappa delle persone (ebrei o ex militari) intenzionate a espatriare; giunte in quel luogo trovavano ad attenderle dei contrabbandieri  che, seguendo percorsi solo a loro conosciuti e spesso innevati,  le guidavano sino al confine con la Svizzera.
    Il podestà, per via della sua carica, era venuto a conoscenza dell’imminente  retata e  aveva deciso di salvare almeno  Guglielmo,  che altrimenti  sarebbe stato arrestato e con lui probabilmente anche gli altri  due ragazzi.
    Ma non era stato solo quello scampato pericolo a fargli  maturare la decisione di abbandonare Vanzone; ai primi bandi di arruolamento ne erano seguiti altri, ben più pressanti nei confronti sia dei  renitenti che dei loro familiari.
    L’unica possibilità per restare e mettersi al riparo, era di trovare lavoro in qualche attività o fabbrica considerata strategica dai tedeschi.
    Ma  in alta valle Anzasca la sola via d’uscita era un tunnel, o meglio una galleria: la miniera d’oro di Pestarena a  Macugnaga.
    Lì già lavoravano i suoi due amici, ma purtroppo quando si presentò (tra l’altro poco allettato dall’idea di fare il minatore) gli dissero che erano al completo e avevano chiuso le assunzioni.
    Decise allora di tornare a casa, anche per sollevare i genitori dalle minacce di gravi ritorsioni.
    Si presentò in caserma al distretto di Varese per arruolarsi, poi però, nel pomeriggio dello stesso giorno, scappò e risalì in valle Anzasca.
    La conseguenza fu che aggravò la sua posizione, perché da renitente diventò disertore.
    Nelle settimane  successive, sua cugina, maestra  in quei paesi di montagna,  riuscì  a  fargli avere una lettera di presentazione firmata dalla dirigente scolastica di Stresa.
    Con quella lettera si  recò alla Rumianca, una ditta chimica di Pieve Vergonte dove fu assunto come apprendista  manovale. 
    Iniziato il lavoro, grazie all’aiuto di Flora,  segretaria del direttore della fabbrica, riuscì ad avere l’esonero italo/tedesco che lo sollevava, almeno nell’immediato, dal pericolo di subire le conseguenze del suo essere disertore ai bandi della R.S.I.
    A Pieve,  Guglielmo ed Eugenio, un ragazzo di Omegna che  come lui non voleva combattere per i fascisti, trovarono rifugio in una baita appena  fuori dal paese.
    Una vecchia stalla di montagna per essere precisi: sotto il ricovero per le bestie e subito sopra, nel soppalco in legno, lo spazio per i pastori; su quelle quattro tavole contorte e sconnesse sistemarono due pagliericci per dormire.
    La baita, a  parte la porta d’ingresso, aveva solo un piccolo pertugio sul retro: utile via di fuga in caso di necessità.
    La sera, dopo il lavoro e prima di ritornare al loro rifugio, con cautela la casa di Flora li accoglieva: brevi parentesi di tempo in cui emergevano i racconti dei primi nuclei partigiani, e liberamente discutevano, progettavano, fantasticavano sul loro futuro di giovani ribelli;  ma soprattutto  ritrovavano quel clima familiare che avevano lasciato e di cui, principalmente nelle ore notturne, quando i pensieri si facevano pesanti, sentivano l’assenza.
    La casa della ragazza era situata sulla piccola piazza del paese, di fronte stavano  l’asilo e  un’osteria.
    Guglielmo in quel periodo non aveva ancora maturato la scelta di  aderire al movimento partigiano; era cresciuto in un mondo fascista, in una scuola fascista, ma provava fastidio per la divisa, le sfilate, le interminabili adunate, l’obbligo alle stupide esercitazioni della fine settimana.
    Trovava ridicoli i goffi e arroganti gerarchi locali in divisa con le aquile sul cappello a imitazione del capo, dell’uomo “mandato da Dio” che faceva scrivere sui muri, come fossero pagine della Bibbia,  le massime da ricordare.
    Da quelle insofferenze era scaturita la ribellione, il rifiuto netto a prestare sostegno alla R.S.I. e al suo esercito, e di conseguenza la decisione di lasciare il paese, la famiglia, gli amici.
    Avrebbe potuto spingere oltre la sua ribellione, ma l’Ossola in quei mesi  viveva  un periodo particolarmente difficile, che non aiutava a scegliere. 
    Il regime si stava di nuovo radicando sul territorio, faceva sentire la sua funesta presenza:  c’era stata la strage di Megolo, dove era stato ucciso il Capitano Beltrami e undici  uomini della sua formazione, e la dispersione dei movimenti Partigiani di Omegna e val Strona.
    Colpi duri da riassorbire, bisognava ricominciare praticamente da capo: trovare nuovi volontari, riorganizzarsi, decidere strategie diverse da quelle seguite sino a quel momento.
    In quel breve e precario periodo  non era strano trovare Partigiani allo sbando, che agivano individualmente o quasi, isolati geograficamente e politicamente dalle formazioni che nelle altre valli  alpine andavano crescendo.
    Per esempio a Pieve, sempre stando attenti a chi si aveva di fronte o alle spalle, si parlava di un giovanottone sui vent’anni che circolava sulle montagne che facevano da cornice ai paesi del fondovalle.
    Si diceva Partigiano, non apparteneva ad alcuna formazione, né si sapeva chi fosse, da dove venisse, forse d’oltralpe, non portava con sé documenti, per tutti era diventato “il francese”.
    Viveva girando tra le baite, dove riceveva aiuti dai valligiani; non aveva creato che piccoli problemi, appariva e scompariva, ma intanto la sua fama cresceva.
    La cosa dava parecchio fastidio ai militi del  comando fascista:  non potevano tollerare che al mito del Capitano Beltrami, ancora presente nonostante la sua morte, se ne affiancasse un altro.

    …Quella sera in casa di Flora il discorrere fu bruscamente interrotto da un susseguirsi rapido  di rumori provenienti dalla piazza:  prima il rombo di alcune camionette in arrivo, poi un crescendo di  voci alterate e spari.
    Avevano ucciso il francese.
    Il giovane ragazzo, sceso in paese, era entrato nell’osteria: per bere o per mangiare qualcosa, o forse più semplicemente per stare un po’ in compagnia.
    La spiata era arrivata subito al comando dei militi fascisti di turno, ai quali non sembrava vero di avere un partigiano così a portata di mano.
    Quando Il manipolo di uomini entrò nell’osteria con le armi spianate, il giovane tentò una disperata fuga; con un rapido scatto riuscì a scansare alcuni armati e ad uscire, ma quando fu sulla piazza una raffica di mitra fermò la sua breve corsa.
    Tornato  il silenzio Guglielmo aprì con circospezione la porta di casa: giusto lo spazio per potersi affacciare e vedere.
    Era una serata buia, le stelle e la luna, come in un presagio di dolore, avevano preferito volgere il loro sguardo altrove; una pioggia tignosa avvolgeva il tutto in un’oscurità angosciante.
    Solo un piccolo e solitario  lampione illuminava l’angolo della piazza; in quel cerchio di luce stava il giovane Partigiano.
    Era steso sull’asfalto con le braccia in avanti, le mani aperte e le dita che sembravano voler grattare l’asfalto, come in un estremo tentativo di fermare la morte; dal suo fianco  una macchia di sangue si allargava sul nero del catrame reso lucido dalla pioggia.
    Un cane,  dopo aver ripetutamente annusato il ragazzo, cominciò a leccare il sangue tiepido.
    Fu lasciato così tutta la notte.
    Guglielmo lo rivide il giorno dopo nella cappella mortuaria del cimitero:  un bel viso giovane contornato da una folta capigliatura e da una lunga barba, un corpo massiccio costretto dentro una cassa di legno grezzo.
    Ancora oggi a Guglielmo capita di visualizzare l’immagine di quella notte assassina: un orizzonte emozionale che  ogni volta torna a lacerare l’anima; ma nel momento in cui tutto accadde, qualcosa in lui cambiò.
    Dopo tanti racconti, discussioni, ragionamenti, fantasie, speranze, dopo tanta teoria,  per la prima volta gli capitava di trovarsi di fronte alla dura realtà di una morte violenta.
    Pensando alla rabbia vigliacca e spropositata con cui era stato freddato il ragazzo, alla sua giovane età,  alla speranza delusa e al dolore della famiglia, provò rabbia e desiderio  di riscatto: come se quel sangue offeso  fosse stato il suo,  come se la famiglia del giovane Partigiano fosse la sua.
    Doveva, dovevano tutti fare qualcosa, non potevano regalare il loro futuro alla follia senza speranza, a dei criminali seminatori di morte; quel ragazzo massacrato senza pietà urlava giustizia.
    Era giunto il momento di scegliere, di trovare il coraggio civile di ribellarsi e combattere.

    Dopo quel tragico evento maturò in lui la decisione di diventare Partigiano.
    Rimase in fabbrica e in paese ancora alcune settimane,  poi abbandonò tutto e salì in montagna.
    Su quelle alture trovò tanti giovani; altri e altri ancora arrivarono.

     

     
  • 31 gennaio 2012 alle ore 16:08
    The king

    Come comincia: “Racconto libero con ironia”: così recitava il bando del concorso di narrativa.
    Visto che è libero, pensò, uno dovrebbe poter scegliere se far ridere, piangere o tutte due le cose insieme.  Lo mettevano di cattivo umore certi  accostamenti impropri di parole, del  tipo “Pranzo di lavoro” (o si lavora o si mangia, non si possono fare bene tutte due le cose insieme); oppure: “Divieto assoluto” ( ma un divieto non può essere relativo e se una cosa è proibita, è proibita e basta); o ancora: “Libertà vigilata” (ma se uno è controllato non è più libero).
    Quel titolo, “Racconto libero con ironia”, proprio non gli piaceva, ma nemmeno voleva passare  per uno incapace di accettare le sfide; decise quindi  di partecipare al concorso letterario e aprì lo schedario delle idee.
    Lo schedario altro non era che l’applicazione pratica di un metodo di lavoro consigliato da un noto scrittore americano agli aspiranti raccontatori; consisteva nello scrivere, titolare e archiviare in ordine alfabetico,  tutto quello che via via passava per la testa.
    Un po’ come fanno certi maniaci del fai da te, che conservano meticolosamente, nelle loro cantine trasformate in officine artigianali, viti, bulloni,  guarnizioni e quanto altro nel corso della vita potrebbe tornare utile;  il tutto naturalmente in un ordine perfetto fatto d’armadietti, cassette, scomparti. Vuoi mettere la soddisfazione di trovare una vite autofilettante a testa svasata  lunga due centimetri virgola cinque nel tempo di uno schiocco delle dita.
    Sfogliando l’archivio si rese conto che negli ultimi anni la sua mente aveva lavorato molto e che però alla fine, nei suoi racconti, ben poco era riuscito ad utilizzare di quel pacchetto di pensieri, battute, citazioni, modi di dire,  ricordi in lista d’attesa.
    Arrivato alla lettera T, sotto la voce Testate, trovò alcune schede; ricordava vagamente il contenuto di quei fogli. Decise quindi di rinfrescarsi la memoria,  e iniziò a leggere.

    Volevo afferrarla e spingerla più in alto, ma la corda dell’altalena nel ritorno si arrotolò.
    Il ripiano in legno del seggiolino mi colpì in fronte; sentii un colpo secco e subito dopo vidi tutto quello che stava intorno a me  tingersi di rosso.
    Mi ritrovai steso per terra, confuso, incapace di muovermi e con uno strano sapore di ferro in bocca.
    La suora si avvicinò correndo e poi, stringendomi tra le braccia, mi portò nel locale dov’erano sistemate alcune piccole brande per  il riposo pomeridiano.
    - Non è successo niente, - ripeteva in continuazione -  adesso ti medichiamo e poi potrai tornare a giocare.
    C’era preoccupazione ma anche dolcezza nei suoi gesti e nel  tono di voce, ed era la prima volta che succedeva.
    Odiavo quella suora, quella donna nera che, per impedirmi di disegnare le asticine con la sinistra, mi legava la mano alla sedia; e che quando poi  riuscivo a liberarmi e tornavo a scrivere nel modo che a me sembrava più naturale, diventava ancora più cattiva.
    A forza di urla e sberle tra capo e collo, imparai a scrivere con la destra, ma per quanto riguarda il resto continuai ad usare la “mano del diavolo”.
    Se ripenso a quella donna, non riesco a visualizzarne il volto; ricordo invece il calore del suo corpo in un giorno di primavera, e il gelo di tanti altri momenti.
    Un’escursione termica di sentimenti che  ancora oggi fa male.

      - Mai più una domenica con parenti  che hanno bambini piccoli! - dissi a mia moglie durante il tragitto verso casa.
    Faceva un caldo “a morte” quel giorno a Borgomanero e allora, per sopravvivere, ci rifugiammo in un bar dove almeno c’era l’aria condizionata; ordinammo una birra e per i bambini, alquanto agitati, un bel gelato.
    Così si calmano, pensammo.
    Prima di uscire mio figlio chiese e ottenne una bibita in lattina, che una volta fuori mostrò con orgoglio ai cugini.
    - La voglio anch’io! – gridò uno;  - anch’io la voglio! –  urlò l’altro; - anche me – disse piagnucolando il terzo, che ancora si pisciava addosso, ma sapeva bene come farsi capire.
    Per bloccare la crisi isterica collettiva che da lì a poco sarebbe inevitabilmente esplosa, decisi di tornare indietro  per comprare altre lattine.
    Entrai deciso nel bar, anzi non c’entrai proprio, perché non vidi che la porta, tutta in vetro e trasparente come un cancello aperto, era chiusa.
    Andai a sbatterci contro e sentii un dolore pazzesco, soprattutto al naso  per via del contraccolpo degli occhiali.
    Vidi il barista, i camerieri e tutti i clienti del locale girarsi verso di me e ridere apertamente.
    Oltre al dolore  anche l’umiliazione: era troppo!
    Con le lacrime agli occhi, la mano sul naso e una bestemmia trattenuta a stento, mi girai verso i pargoli e, con  voce decisa, gridai:  - Lo spettacolo è finito e anche le bibite! Si torna a casa!

    Accadde in  uno di quei periodi in cui le sole cose che non mancavano  erano i problemi.
    Casa, lavoro, soldi, famiglia, politica: tutto sembrava rotolare verso un fondo valle d’incertezza.
    Non ero molto socievole in quel periodo, faticavo ad ascoltare gli altri, soprattutto quando aggiungevano i loro problemi ai miei.
    Cercavo soluzioni e trovavo confusione; si, la testa era attaccata al collo, ma stava sempre altrove.
    Insomma, per farla breve, non  era proprio una situazione da “Mulino Bianco”.
    Ero già salito sul motorino per tornare  al lavoro.
    - Beh non si saluta? - Gridò mia moglie dalla porta di casa.
    Beccato!  pensai.
    Alzai il cavalletto del motorino e tornai verso di lei; quando la baciai sentii un rumore strano; la vidi ritrarsi e colsi sul suo viso una strana espressione di sorpresa, quasi di dolore.
    Ripensai al  faticoso  momento che stavamo vivendo, ai problemi irrisolti, alla mia perenne distrazione; pensai a tutto ciò in un vano tentativo di comprendere le ragioni di quel dolore improvviso, di quell’allarme del cuore.
    - Ti voglio bene, - disse mia moglie – però la prossima volta ricordati di togliere il casco.

    L’ufficio dove lavoravo aveva chiuso e da un paio di mesi ero stato assunto come operaio in un magazzino; la mansione principale consisteva nello scaricare merce dai container.
    Si lavorava all’aperto, con qualsiasi tempo, ma quello, almeno per me, non era l’aspetto peggiore, il problema principale era la fatica fisica, a cui non ero abituato; e poi non avendo esperienza e la giusta manualità alla fine sudavo il doppio.
    Un giorno mi sporsi dalla ribalta per vedere se la porta del container era tutta aperta; non lo era, e me n’accorsi perché ci picchiai contro la fronte. L’impatto mi aveva quasi tramortito, ma ero ancora in prova e non potevo permettermi il lusso di un infortunio; cercai quindi di mascherare il dolore.  Le preoccupazioni iniziali dei miei compagni di lavoro si trasformarono quasi subito in risatine e battute ironiche. Il camionista poi volle esagerare e affermò che tornando in sede si sarebbe fermato dal carrozziere per quantificare i danni al portellone.
    Era genovese e si sa,  i genovesi sono tirchi: guai a rovinargli qualcosa che gli appartiene.

    Sono ad una  festa natalizia,  in uno di quei luoghi che accolgono persone che non hanno avuto la fortuna di nascere sani come Gesù bambino e che la croce, nel corpo e nell’anima, la portano dal primo giorno di vita.
    Tra loro intravedo un ragazzo con un casco da pugile in testa; mi spiegano che spesso,  così, all’improvviso, sviene e cadendo picchia la testa:  ecco spiegato il perché di quella protezione.
    Io non resisterei un giorno in questa residenza per figli di un Dio distratto, e mi rendo conto del valore che le operatrici che ci lavorano aggiungono alla vita delle persone che assistono.
    Penso, mentre le osservo,  che c’è fatica nel loro mestiere, se così si può definire, visto che ci mettono anche  una buona dose d’amore, e  non  potrebbe essere altrimenti.
    Se poi è vero, come ho sentito dire, che si può voler bene al mondo, ma non si possono amare più di cento persone nel corso di una  vita,  allora vuol dire che gran  parte di quel patrimonio del cuore loro  lo stanno donando a chi sta lì. Penso anche, con una punta d’ironia, d’aver trovato uno che in fatto di capocciate mi supera alla grande. La conferma arriva subito dopo,  perché quando il ragazzo si gira sul casco di gomma  leggo: “The King“.  Non ci sono dubbi:  è lui il re delle testate.

    Il giorno dopo trascrisse al computer  tutte le cartelle in un solo testo, che poi stampò.
    Di più non sapeva cosa aggiungere a quel racconto; rimaneva però  una riga vuota e allora, prima di  chiuderlo nella  busta e spedirlo all’indirizzo dei promotori del concorso, in quello spazio scrisse:
    “  Racconto libero…  ironicamente testato “.