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in archivio dal 09 set 2011

Ersilia Anna Petillo

26 maggio 1984, S. Gennaro Vesuviano - Italia
Segni particolari: La poesia ci circonda, è in un testo di una canzone, lo sguardo di un secondo, la vista di un tramonto, la scena di un film, un bacio rubato ed uno appassionato. Sono una scrittrice da strapazzo alle prese con  il suo primo libro, una raccolta poetica dal titolo: Le stelle sul soffitto.
Mi descrivo così: Sono una sognatrice, non amo i confini e le restrizioni, ho uno sguardo ampio sul mondo e sulla natura: raccontamo più di quanto riusciamo a comprendere. Mi piacciono le piccole cose, nulla è scontato: un profumo, un tramonto, uno sguardo, il cadere di una stella. Amo ogni forma d'arte.
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  • 10 settembre 2011 alle ore 12:17
    Aspetto la luna dietro l'angolo

    Aspetto la luna dietro l'angolo
    immergo gli occhi
    assaporo le stelle
    navigo a piedi nudi sulla sabbia
    è il respiro del mondo
    il gioco dei venti
    richiamo d'amore
    istinti selvaggi.

    Ersilia Anna Petillo

     
  • 09 settembre 2011 alle ore 20:39
    Nel mio stesso viaggio

    Nel mio stesso viaggio sono esiliata
    dispersa tra i miei passi
    smarrita da quella meta
    che come miraggio ha offuscato i sensi

    lenta scivola sugli occhi
    occhi traditi, ingannati
    solo da me.

    Ersilia Anna Petillo
    ( LE STELLE SUL SOFFITTO - PHOTOCITY EDIZIONI)

     
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  • 10 ottobre 2011 alle ore 20:27
    Firestorm

    Come comincia: Scarlatto è il cielo, attraversato da dune solari, che come onde travolgono il rosso del sangue, di cui si tinge il soffitto della città di FireStorm. È un fuoco perenne, quello che resta acceso al di sopra di essa, vivo e caldo, scaccia sulla terra piccole gocce di brace, forse, ultimi residui di qualche stella ancora viva, che si sgretola divorata dalle fiamme.  Il giorno e la notte si confondono in un tramonto, di cui la fine non è ancora stata scritta. Ribolle il mare di lava, che si estende da lontano sino alla riva, come se il cielo all’orizzonte si fosse sciolto in una cascata, di cui la terra si è fatta culla. Si agita a stento, appesantito, sofferente, scotta la riva a piccoli accenni per poi rifugiarsi nei suoi abissi. Si erge fiero il pontile, confine naturale, nero bruciato, fumante di rabbia, per essersi riscaldato e svestitosi della sua consistenza. Profuma di catrame l’aria. I pochi edifici circostanti sono stati mangiati dai fuocherelli naturali, che prendono vita al semplice schiocco delle dita, percorrono in orizzontale e verticale i palazzi, le case, i negozi come se li recintassero, è un filo spinato accaldato, avaro di morte, che quanto più penetra all’interno più fa sanguinare, macchiando di rosso l’intonaco ormai consumato. Frequenti esplosioni si verificano intorno, sia all’interno delle abitazioni, che all’esterno per l’eccessiva temperatura. È una musica leggera il ripetersi in successione del frantumarsi di vetri, specchi, che leggeri cadono dall’alto, riflettendo come lucciole i colori accesi del cielo, scivolano brillanti sull’asfalto. È l’incontro di due anime che si avvolgono, è un bacio da cui restare inghiottiti. La natura è bruciata, morta, stecchita. Ne restano poche sembianze, se non gli esili scheletri carbonizzati a ricordare una vita ossigenata, pura. La stessa terra non sembra essere tale, è un lutto ciò di cui è spettatrice, sterile nel ventre, vedova e senza figli. Gli abitanti di FireStorm sono chiamati le torce, prima erano dei normalissimi essere umani, col sopraggiungere poi del surriscaldamento globale, lento e graduale, anche il loro corpo si è adeguato come l’ambiente naturale ricoprendosi di fiamme dalla testa ai piedi. Il loro corpo è fatto di fiamme, si distinguono le braccia le gambe e il busto con la testa ma non c’è traccia di dita, orecchie, capelli, naso. Nel rosso vivo di cui sono coperti sono visibili occhi e bocca incavati all’interno del focolare, di un giallo così intenso come se stesse appena nascendo una piccola stella nel nero della notte. È alta la temperatura a FireStorm è malinconica la vita delle torce è dolce il tramonto è romantico il cadere degli astri a cui affidare desideri caldi.

    Ersilia Anna Petillo

    Racconto pubblicato sul quotidiano "Il Roma" del 15 Settembre 2011

     
  • 09 settembre 2011 alle ore 20:44
    Bahia e calzini

    Come comincia: Le gambe si muovevano lentamente, ad ogni passo una pausa e poi una ripresa. Era un continuo andare  e poi fermarsi. Le mani ondeggiavano in concomitanza alle gambe, il viso si voltava in ogni direzione, come alla ricerca di qualcosa. Si guardava di continuo i piedi, poi osservava come a comando i passanti, che lo sorpassavano nel suo incedere, forse troppo lento. Pensava, al motivo per cui i suoi piedi dovessero sopportare i granelli di sabbia infilarsi tra le dita o al calore insopportabile che la spiaggia raggiungeva nell’ora di punta e a quella sensazione che di fuoco ravviva il rosso della loro pelle o ai sassolini che nel camminare si infilavano tra i sandali tormentandoli e ai disgustosi residui che potevano calpestare e spiaccicarsi proprio sotto di loro. Ritenne, che nonostante questo, dovesse tentare di proteggerli in qualche modo, dalle incurie della natura e dalle calamità dell’uomo. Dopotutto, senza di loro non avrebbe  potuto passeggiare, muoversi, sentire. Forse, dei calzini sarebbero stati la soluzione ideale. Così, durante il suo viaggio, che lo aveva tenuto fuori per tutta la mattina e l’intero pomeriggio, aveva avuto modo di poter vagare in lungo e in largo per Bahia, attraversare i sentieri in salita e in discesa delle varie contrade, i vicoli delle periferie più remote e osservare di quante cime fosse composta. Aveva passato a setaccio ogni mercato, ambulante e passante lasciandosi addirittura tentare dal riposarsi nelle varie taverne che incontrava o nelle case di appuntamento di cui era facile imbattersi a Bahia, alla ricerca di qualche informazione, utile, per cercare un negozio, che vendesse calzini. Ormai esausto, aveva deciso di accasciarsi sull’uscio di una vecchia casa abbandonata, prese un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e poiché grondava di sudore, se lo mise sulla fronte coprendosi il capo, appoggiandolo al muro dietro di sé. Senza accorgersene, si era fatto prendere dalla stanchezza e si addormentò. Sognò del mare, che bagnava quella terra, profondo come il blu del cielo e spumeggiante come le nuvole, della spiaggia del porto di Bahia e di una donna, di spalle girata, dalla figura esile, dai capelli neri che ondeggiavano al movimento del vento sulle onde del mare. Si svegliò di colpo e come  convinto, che la sua ricerca lo aveva portato nel sonno, verso la destinazione giusta, si diresse al luogo sognato. Attraversò le viuzze tortuose del porto, lo raggiunse e si allontanò, ormai al calar del sole, verso la spiaggia, lasciandosi alle spalle la banchina e le sette porte antiche, che davano accesso alla città. Si sedette in attesa di quella donna, aspettò che anche l’ultimo raggio di sole, trovasse pace dietro l’orizzonte e mentre la notte si colorava di lucciole respirò il profumò del mare si guardò i piedi luridi e sporchi, gonfi per lo sforzo della giornata, rossi dalla vergogna e pieni di graffi causati da quei sentieri stretti e tortuosi che aveva calpestato e se li accarezzò. Poi disse, tra se  e i suoi piedi, che forse Santa Barbara  gli avrebbe indicato la via. Decise di stendersi sulla spiaggia e con la brezza che gli accarezzava i piedi, dando loro un po’ di sollievo, si riaddormentò. Sognò, di nuovo, la donna dai capelli corvini di spalle girata accarezzare il pelo dell’acqua, raccogliere una stella e prendere una manciata di sabbia dalla spiaggia. Poi, una sensazione di inspiegabile freschezza, avvertita ai piedi, lo fece rinsavire. Quando si sollevò dal suo giaciglio, si ritrovò accanto un paio di calzini. I più preziosi, pensò, perché erano stati fatti col mare di Bahia, cuciti con la stella più lucente del firmamento e adornati dei granelli d’oro della spiaggia di quella terra. Forse Santa Barbara ci aveva messo lo zampino.
    Ersilia Anna Petillo.

     
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