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in archivio dal 02 nov 2010

Eva Laudace

25 maggio 1983, Vasto - Italia
Segni particolari: Eva Laudace crede nelle persone che hanno il coraggio di dare un nome alle cose e, per questa ragione, usa un quasi pseudonimo.
Mi descrivo così: (Mi) cambio spesso, quindi accumulo difetti. Amo i cappelli ed i chupa chups alla mela verde. Purtroppo sono allergica alle noccioline.
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  • 26 maggio 2014 alle ore 9:17
    La stagione dell'addio

    Sarà pieno inverno
    solo quando il vento avrà spogliato gli alberi tutti
    e non ci sarà più colore lungo le vene.

    Solo allora
    nuda e furiosa
    verrà la stagione dell’addio.

    Sarà pieno inverno
    solo quando il vento avrà imposto altre mosse
    ai denti duri come martelli di silenzio.

    Lo sguardo dirà «Spogliati di me»
    al cuore pazzo impazzito
    come se avesse corso per chilometri.

    (Sarà pieno inverno da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 19 novembre 2013 alle ore 15:43
    Punta Turchino

    Non volevo più credere 
    alla nascita segreta delle cose
    ma farmi madre
    sentirmi pancia
                             partorirti
    richiamare a battesimo la luce del Turchino 
    sciogliere i capelli al trabocco
    sostenerti
    nel mio tempo non tempo
    variabile femminile
    amore indisponibile 
    per questo eterno
    cantilena dolce di bambina.
     
    Volevo metterti tra le albicocche 
    schiacciarti un poco la testa sui rami 
    o più forte la bocca
    su una fetta di pane 
    raffermo mangiarti 
    insieme ai cannolicchi
    darti la nuca e i nascondigli tutti mancare 
    la notte dei falò.
    E altro volevo
    molto altro 
    non volevo altro volevo
    abitare nella casetta sul mare.
     
    Di me non si dica che ero bella e di buon cuore
    si dica solo che avevo il coraggio.
     

     
  • 04 novembre 2013 alle ore 22:36
    Dieci inverni

    Sì, quell'estate ti volevo amare
    e già ti amavo
    allora tu scappavi
    per togliermi il dubbio
    che fossi cosa mia anche le mattine dopo il fatto.
    Saranno gli inverni,
    avevi detto, dieci
    e ne prendevo atto
    le mani ingiallite ferite dal freddo
    stringevo i denti le spalle agli inverni
    maledetti
    tutti e dieci
    contro di me
    chissà quale concerto però a primavera.

    Invece fu solo autunno
    fu autunno sempre
    quello in cui tu scappavi
    tenendo il vento in testa non so
    quale astro o cappello
    ti credevo a Parigi.
    Senza nemmeno accettarlo
    tu sei andata lontano
    e hai fatto finta di niente
    come me
    che non so nemmeno dire
    se quella musica era quasi roba tua.
    Sfiorivano le bianche campanule
    quella stagione che ti volevo amare
    che già ti amavo.
     

     
  • 23 aprile 2013 alle ore 16:09
    Gente di mare

    Con te ci metto
    la maturità di certe stagioni
    dove se si cade
    è dal ramo più alto

    oppure succede in dialetto
    a coccia capaball
    che ci metto l'origine
    le generazioni della mia vita

    quasi ci metto
    i capelli tirati dal vento
    tutti davanti e tutti dietro
    così spinti dall'altalena

    come nel mare la pena
    con te ci metto pure l'attesa
    e l'amo corto
    ci metto la pazienza del pescatore.

     
  • 23 marzo 2013 alle ore 10:35
    Adesso sono un sasso

    Nel tempo del silenzio
    mi sono cresciuti i capelli
    ho parlato solo per necessità altrui
    avuto una buona idea o quasi
    preso appunti
    fissato molte volte il telefono
    cancellato la memoria.

    Spesso ho saltato il pasto della sera
    per una sorta di protesta muta
    che nessuno ha saputo fosse in atto
    almeno fino ad ora.

    Non posso fare altro che starmene poggiata
    come un sasso che nessuno calcerà
    umiliato dal tempo dell'ignoranza
    crudità.

    Ferma. Devo incagliare
    il tentativo di riprendere un discorso
    che mai concluderò. Se il mai è il nostro
    se non chiami amore
    se l'emozione non arriva.

    Io che sono una parola schiva
    o una valanga
    volevo sapessi il motivo del mio silenzio.
    Adesso sono un sasso
    e sono ferma
    assisto al niente che ritorna.

     
  • 26 novembre 2012 alle ore 10:09
    L'amore che tutto perdona

    Scrivo poesie di mattina presto
    quando viaggio
    o cincischio nelle tasche verso l'ufficio.
    Scrivo poesie durante il giorno
    nei caffé
    parlando con la gente del più
    e dei meno nelle pause.
    Scrivo poesie moltissime volte
    quasi il più delle volte dico
    nel dormiveglia.
    Mi appunto le cose belle a riposo.

    Non scrivo poesie
    se Qualcuno mi grida
    o sbatte la porta
    o se devo scansare le mani.
    Eppure coltivo l'amore
    negli agiti violenti
    dove ci si parla addosso
    e mi si sputa.
    Sono una vittima
    anche quando perdono?
    E' una mia colpa l'ultimo tentativo?

    Scrivo poesie in cui mi nascondo
    perché la realtà è piuttosto nemica.
    Una bellezza mortificata
    lentamente ma in profondità
    resiste allo sguardo della gente.
    Non affiorano ai versi
    quei gesti indicibili
    né la fede mia riposta
    che mi tiene schiava
    mentre scrivo poesie
    per tutto il resto della vita.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 16 ottobre 2012 alle ore 13:05
    Prendere o lasciare

    Ho i piedi freddi
    l'orgoglio malandato
    ho nascosto la festa nelle scarpe.

    Hai una bottiglia sciabolata
    sugli occhi ciglia assai sparute
    parli di giustizia
    ma scordi chi ti paga.

    Ho il caffè tre volte almeno
    la lentezza mattutina
    tardo a volte
    ti è concesso di aspettare?

    Hai l'agenda molto fitta
    i bottoni col rattoppo
    hai preso tempo
    quando il tempo è ciò che occorre.

    Ho il silenzio nelle tasche
    il risvolto ai pantaloni
    sono figlia
    il resto ancora non so dare.

    Ho speso tutto a fine mese
    ti do la schiena per mangiare
    nella tua bocca non ci entra
    un panino se ha due piani.

    Hai pagato le bollette
    la famiglia a cavalcioni
    mi sei sopra ammatassato
    stringi un giorno che non c'è.

    E' mio quel giorno? Solo uno
    in cui mi porti sull'altare
    tu hai quel giorno per pensarci
    si chiama prendere o lasciare.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 05 giugno 2012 alle ore 11:09
    La mia casa crolla

    Lo sanno tutti
    c'era un tempo in cui
    l'avrei difesa
    anche dal vento
    se solo avessi saputo
    soffiare più forte.

    La mia casa crolla
    sotto le continue scosse
    spezzata come me
    che non so più
    contro chi lottare
    per riaverti felice.

    Come un pioniere
    solo e soffio
    finchè avrò fiato
    dalla bocca
    sulle macerie
    in cerca di te.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)
    alle vittime del terremoto emilano maggio 2012

     
  • 16 maggio 2012 alle ore 10:59
    Montevecchio

    Mi affaccio alla collina
    sopra il mare
    la costa dove trabocco.
    C'era questa croce qui.
    Il mio paese
    la mia direzione
    il mio tutto.
    Solfeggio di giorni
    irresponsabili
    com'era stato noi due
    rimpiccioliti gli occhi
    le spalle e il sorriso.

    Poi quella volta
    me ne sono andata
    bestemmiando
    impazzita e furibonda.
    L'acqua torbida
    immorale
    di papaveri era pieno il monte.
    Ora mi affaccio alla collina
    sopra il mare
    solitario anche lui solitario
    tenendo caldo il palmo sul petto
    calmato e corrisposto.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 13 maggio 2012 alle ore 19:43
    S'io fossi Alda

    S'io fossi Alda
    potrei mai venire
    nuda al tuo letto
    senza rossetto
    scrivendo poesia?

    S'io fossi Alda
    o pazza al cospetto
    la notte in difetto
    piuttosto tua amante
    sarei.

    Alda s'i fossi
    li tengo tra i denti
    gli umori violenti
    presi per mano
    dolcissimo piano
    gridarteli addosso
    fai presto
    non posso
    piuttosto tua amante
    sarei.

    Ma se così fossi
    una moglie predace
    madre fugace
    s'io fossi Alda
    tra pianto di cuore
    e pianto di pace
    Alda ma onesta
    fiore o tempesta
    sarebbe poesia
    almeno questa?

    *
    omaggio ad Alda Merini (Milano, 21/03/1931 - Milano, 01/11/2009)

     
  • 21 marzo 2012 alle ore 16:46
    Paura da mare

    Non posso ignorare
    le radici che stanno sotto
    umidi segreti
    giusto in fondo alle persone
    né navigo
    meno a vista.
    Sono o non sono
    un'abbracciatrice
    di nuvole?

    Come chi scorre
    così pure io
    non ho paura da mare
    anche se resto l'unica barca
    anche se al buio
    senza luce.

    Siamo tutti soli
    lì in mezzo
    a cuore aperto
    come restiamo tutti soli
    lì dentro casa
    con le luci spente
    e gli occhi schiusi
    grandi o piccoli che siano.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 16 gennaio 2012 alle ore 21:59
    Se m'inalbero

    Se m'albero
    se m'inalbero
    s'io fossi
    a un certo punto alta
    un alto albero
    e tu arrivassi
    mi scalassi
    e ti sedessi
    pure allora
    coi pensieri
    che non sanno più come fermarsi
    se ti accomodassi
    alla nuvola
    che ti rassomiglia
    se ti spettinassi
    (vero è
    che spettinati si sta
    davanti a se stessi)
    io -finirebbe così-
    che io ti terrei lontano da tutti
    per portarti
    meglio appoggiarti
    dove poso
    ogni giorno
    tutti i sogni
    qualche lacrima
    e il mio cappello.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 14 dicembre 2011 alle ore 12:15
    La tua forma

    A volte un albero è piuttosto una casa
    a volte un albero è solo un albero
    e resta
    ombra gigante
    bellezza o minaccia.
    A volte pare una scaletta verso trame di lana
    pioggia battente a volte riparo.
    A volte un albero è solo
    e piuttosto solo e solo
    un albero solo.

    Se oggi mi avvicinassi alla finestra
    e guardassi un albero
    se fossi una persona che dà i nomi alle cose
    come credo
    di quasi fare
    io saprei come chiamarti oggi
    Albero
    e tu sapresti che forma ha un albero
    che forma d'albero
    è tua.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 07 dicembre 2011 alle ore 14:36
    Morire di mare

    Un albero si straccia
    delle foglie
    gialle come miele selvatico
    si scopre ridanciano
    le frasche e le altre bruttezze.
    Prepara la trapunta alla sua terra.

    La terra si traccia
    delle foglie
    avulse e ferite
    si copre accigliata
    i boccioli i sementi tutto.
    Non capisce il dono del suo albero.

    Se almeno la terra
    si facesse mare
    e lo potesse cullare
    l'albero non piangerebbe così disadorno
    e quell'altra
    non si scoccerebbe così vestita.

    E io sarei felice
    sarei perfetta
    coperta di te
    e tu saresti felice
    saresti perfetto
    ricoperto di me.

    E' che la terra non può essere mare
    e tu non puoi essere mare.
    E' che l'albero invece
    viene dal mare
    vive di mare
    e muore di te.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 30 settembre 2011 alle ore 9:44
    Nella tana dell'inverno

    La bagnante si riveste
    controluce al mio paese
    l’affetto si fa ruvido
    che non lo puoi gestire.

    Mi addormenta come un ghiro
    nella tana dell’inverno
    mi sfama coi ricordi
    prima di uscire al sole.

    La bagnante si riveste
    sullo sfondo il paese invaso
    tremule si piegano le ciglia
    sotto il peso mentitore della neve.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 21 agosto 2011 alle ore 13:29
    Possiamo possiamo possiamo

    Possiamo possiamo possiamo
    toccare e non toccarci
    mangiare e non mangiarci
    sentire del sentirci
    solo la parte indolore
    in modo da non esserne drogati mai.

    Sono stanca dei buchi
    stanca delle cicatrici.

    Mi tocco e quel che sento
    resta sempre aperto lì.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 26 luglio 2011 alle ore 15:24
    La presenza

    E dopo il dopo
    ogni mattina dopo il dopo
    mi allaccio la cosa segreta
    che non ci giurerei
    ma mi pare proprio
    sia la radice ultima tua
    a cui attecchisce ostinatamente il mio futuro.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 21 luglio 2011 alle ore 15:31
    Febbre alta

    Febbre alta
    oggi
    come ieri
    quando hai confuso tutti i miei suoni
    che fino a quel momento
    galleggiavano distinti nell'aria.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 05 luglio 2011 alle ore 13:03
    Tutto ciò che amo ha dentro il mare

    La mia mamma ha dentro il mare
    i miei silenzi hanno dentro il mare
    il porto di mare
    il lungomare
    le radici degli alberi hanno dentro il mare

    l’odore del mare ha dentro il mare
    l’aria
    la brezza
    la nostalgia del mare
    ha dentro gli scogli ha dentro gli argini ha dentro i limiti ha dentro il mare

    i trabocchi hanno dentro il mare
    un costume da bagno a pois - si vede subito - ha dentro il mare
    il sole
    le nuvole a pecorelle
    certe telefonate hanno dentro la freschezza hanno dentro il mare

    l’alba più bella di tutte le albe ha dentro il mare
    il tramonto più bello di tutti i tramonti ha dentro il mare
    i libri letti al mare hanno dentro la sabbia per scrivere d’amore
    e per scrivere d’amore ci vuole una storia
    ci vuole uno sfondo, ci vuole il mare

    Oceano mare ha letteralmente dentro il mare
    gli occhi verdeggianti hanno dentro pagliuzze e pagliuzze e pagliuzze di mare
    asciugarsi i capelli al mare ha dentro la salute del mare
    ha dentro la bellezza del mare
    ha dentro l’estate del mare

    le barche nel bosco hanno dentro il mare
    il pesce palla ha dentro il mare
    i fuochi d’artificio le maruzzelle le conchiglie
    hanno dentro il suono del mare
    e il suono del mare ha dentro il mare

    le fotografie del mare hanno dentro il mare
    il papavero
    il tulipano
    il girasole ha dentro il mare
    le stanze da letto hanno dentro il sapore la sete il frutto del mare

    certe storie d’amore hanno dentro il mare
    tu stesso per me - indovina cos’hai dentro? -
    hai dentro il colore
    l’abbraccio
    il chiasso del mare

    tra certi amori tu sei l’àncora
    che getto nel mare
    il segreto
    il rumore di fondo
    il tuo respiro ha dentro il respiro del mare.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 05 luglio 2011 alle ore 10:46
    Disamore

    Il caffè rovesciato
    le piante piantate
    il diritto di restare in silenzio
    in pausa
    da parole non più necessarie.
    Disamore
    una vita intera per capire
    ciò che veramente siamo.

    A punta di matita
    la linea delle labbra.
    Per te non mi restano che sentimenti educati dal tempo
    lacci emostatici
    che ottundono il rigore del sangue.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 03 marzo 2011 alle ore 12:32
    Vasto

    Un treno mi porta in città
    il tempo di crescere e morire di fame.

    Vasto
    sicumera postilla di mare
    porto d'occhi incresciosi
    nel silente guardare.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 23 febbraio 2011 alle ore 10:23
    Le coquelicot

    In mezzo alla ghiaia
    se ne sta
    un papavero
    orfano e claudicante
    come sulla punta
    delle mie dita.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 02 dicembre 2010
    Scioccamente cadono

    Le foglie lo sanno che è già autunno.
    Le foglie lo sanno che è colore indocile.
    Loro lo sanno che il tempo non aspetta

    e cadono
    scioccamente cadono
    come le foglie sopra le foglie cadono.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
  • 02 novembre 2010
    Senza fare rumore a nessuno

    Per un attimo minuscolo attimo
    presagire la vera primavera
    lontani dall’equinozio.

    Dietro i muri di silenzio
    il puzzo delle strade
    sopravvive una bellezza che non ci si addice.

    Si può uscire di casa anche senza fare rumore a nessuno.

    (da Tutto ciò che amo ha dentro il mare, Eva Laudace, La Vita Felice 2013)

     
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  • 16 agosto 2011 alle ore 17:48
    Né ora. Né qui.

    Come comincia: Quanto è fragile il mio amore segreto.
    Quanto è piccolo. Ci sta tutto dentro ad una mano.

    Mi piacerebbe, adesso, prendere la tua sotto la pioggia, portarti lontano, metterci seduti al caldo ed al riparo.
    Mi piacerebbe se del fumo di cioccolato ti scompigliasse lo sguardo assente. Mi piacerebbe, durante i sorsi, sfogliarti le pagine di un libro. Leggerti la nostra storia a voce alta. Fissarti, nelle nuvole ammiccanti e tra le righe dei miei puntuali perché.

    Probabilmente ti arrabbieresti. Anzi è facile che tu lo sia già da prima che io possa cominciare a raccontati la favola. A te non piacciono i C’era una volta e a me -invece- piace ricordarti così. 

    Vorrei che ascoltassi ancora ciò che non dico, quel magma che sale da dove neanche io so. Che è lì, pronto a raschiare ogni volta che seguo quel vapore sparso. Ogni volta che inseguo te.
    Vorrei che, tacendo la voce, parlasse la mia con l’anima tua. E nel silenzio, crescesse un sentimento forte.
    Nascerebbe dal nulla (e nell’aria) la speranza d’affascinare il tuo cuore. La speranza che t’innamori del mio.

    Ma tu. Beh. Tu non sei come me. E se mai ti lasciassi condurre nei posti lontani, saresti distratta dai rumori d’intorno. Gli scricchiolii dei sassi le ruote le risse le risa. Ti staccheresti dai passi mentre io, arreso, perderei la calma d’averti. Afferreresti il primo paesaggio attraente e non sfioreresti il battito della mia solitudine. Non toccheresti me.

    Mi piacerebbe, lo stesso, andare a ballare con i primissimi raggi di sole, quelli di quando poi esce il sorriso triste dell’arcobaleno. Abbracciandoti, sentire il tuo profumo e girare e girare e girare e chiudere i miei occhi grandi ed affamati sui tuoi, riflessi grigi di ciò che non saprò, non volendo soffrire nel sapere.
    Mi piacerebbe abbassare la musica del sottofondo, sono certo. Cogliere tra tutti i suoni solo il tuo denso respiro.

    Eppure so già che la vicinanza al mio desiderio ti spaventerebbe non poco. E tu comunque non desidereresti me, se non a suggellare un lieto fine d’amicizia. Ma la storia che non inizia (così) è già troppo distante dal poterlo diventare e mai, dico mai, potrà in questo modo finire la mia voglia di restarti per sempre addosso.
    Per questo, e solo, hai ragione quando parli di me. Quando dici In nessun momento ti ho avuto. Perchè non m’hai raccolto nel pianto della  notte e portato con te.

    Vorrei che fossi il mio giaciglio dopo le danze danzate nel cielo, giacché non ho potuto più riposare da quando nel sogno t’ho incontrata. Il mio sonno s’è nascosto nella paura di non trovarti distesa al fianco di un coraggio che non esiste. Né ora. Né qui.
    Nascerebbe nel miraggio la speranza di un presentimento d’amore. La speranza che non mi lasciassi andare via.

    Mi piacerebbe potessi provare quello che non hai. Che questo dolce sapore fosse un poco anche il tuo. Forse capiresti che non c’è tesoro più fragile del mio amore segreto.
    Non c’è niente di più piccolo da tenere. Tutto dentro la tua mano.

     
  • 26 aprile 2011 alle ore 13:10
    Il vizio dell'amore

    Come comincia: Have no fear in your heart.
    (Bird York - Have no fear)

    Bastava confondere un poco il sogno con la realtà. E guardarsi. Dormirsi e respirarsi e toccarsi le mani. Cancellando lo stupido confine a forma di cuscino blu.
    In questa zona dove io tremo c’è la primizia di un raggio di sole. E tu sei lì che un poco mi stringi quando quello si è già nascosto. Ed io sono lì che chiudo fermamente gli occhi quando ti vedo.
    Sii felice se con coraggio piano ti sfioro e per favore non parlare. Non parlarmi mai di te. Nella colpa si sente maggiore il peso delle parole a quello del silenzio. In
    silenzio, domani sarà egualmente bello se ancora sarai lì che un poco mi stringi. Tu.
    Mi (co)stringi.
    Sono in questa zona, dove io solo tremo, e custodisco le cose che non possono essere. E custodisco anche te.

    Non succede niente, niente, eppure.
    Ciò che non quadra è quel triangolo.
    Ci vogliamo bene assai o ci vogliamo e basta. Se c’è una differenza sostanziale, di certo, l’ascolterò. Pretendere che non sia, non essendo, mi pare davvero chiedermi abbastanza. Come un Non è abbastanza? Io soffro già. C’è la paura nell’aria. Ci sono i futuri contenuti. Ci sei tu. Ed io sogno che mi tocchi, che mi lecchi
    le vene.

    - Resta.

    Quando non sogno penso, molto, e penso, molto di più, quando non penso affatto. Pensa che cosa stupida è questa: il pensare. Stupidamente. Stupida mente.
    Di giorno i miei pensieri pensati non sono opportuni. E’ perciò che te li mando di notte. Non dovrei, lo so bene. Non conviene. E’ forse solo un vizietto il mio? Sii puntuale una volta. Dimmi esattamente chi gode. Dimmi chi sta sopra chi è sotto sopra dimmelo. Se una (persona) è preziosa vale? E tu? Tu? Sai che non mi accontenterò delle tue parole. La verità è che non so rinunciarti. L’abiura cos’è? Avere coscienza. Avere pudore. Chissà cosa conta (alla rovescia). Se tre
    noi due
    o solo una.
    Io potrei disegnare la tua bocca anche ad occhi chiusi.
    Sta per nevicare.
    Dicembre è tutta la mia anima.

    *

    Mi tieni in sospeso e così io, crudamente, mi spoglio. Tu copriti ti prego anche stanotte di armoniosa pace prima che l’istinto si prenda la tua parte di letto. E leghi il lenzuolo, blu anche quello, assieme alle altere mani. Copriti se lentamente ripasso il modo in cui ti curi i capelli, le movenze delle tue labbra schiuse che sono come di cuore, la curva rigida del naso e il soffio calmo che mi ti avvicina, le mosse delle gioviali ciglia e quando arricci lo sguardo e sorridi per compiacere e piacermi e le guance anche, e quello, lo sguardo dico, che allora si allunga parecchio e la facilità con cui
    tu
    rifletti e rispecchi quello che sei. Io alzo le mani e le sopracciglia.

    Non succede niente, niente davvero, eppure.
    Ciò che non quadra è quel triangolo. Appeso si allontana dalla punta.
    E’ solo allora che ti dico tante cose con la lingua. Tante quante sono le carezze. Tanto quanto mi arrivi.
    Ti dico Dormi?
    Mi dici No e neanche tu.
    Ti dico Tre. Ti dico Due. Ti dico Per una volta hai ragione. Aha, hai ragione se pensi che ho il vizio dell’amore. Amore fisico. E’ che lui mi ha educato così. La fortuna, qui, qual è? La memoria emotiva? Io odio certi meccanismi. La gente ha il diritto di essere dimenticata non credi?

    - Tornerò da Marte.
    - Resta. Stai.

    *

    Ed è successo di primavera lo Svegliamoci bambine. La nostra terra non si ferma a guardarsi. Dormirsi e respirarsi e toccarsi le mani. Trema sotto i tuoi passi feriti. E’ un terremoto in cui tu perdi sangue.
    Io in quota barcollo. Tra un tratto e l’altro. Ti (co)stringo. Fortemente. Forte mente. Sciocca tu.
    Nell’aria, nella fottuta aria, si sente lo stesso terrore, ma la scossa è d’amore low cost.
    Trattengo il fiato. Aspiro.
    Cado nell’epicentro emozionale.
    Cado sopra il nome di tuo padre.
    Collasso nel vedere che.
    In questa zona qui, questa zona dove io tremo, è bastato confondere quel poco di te con quel poco di me per non averti per sempre, anche se.

     
  • 26 gennaio 2011 alle ore 16:30
    E il cagnolino rise

    Come comincia: Sempre azzurra non può essere l’età.
    (Nomadi – Io vagabondo)

    “Tu come sei guarita dalla malattia di tuo padre?”
    Di certo volevo volare.
    Forse ero ancora bassa come un pinolo, qualche boccolo sparso pel di carota e non camminavo nemmeno, credo, ma di certo volevo volare.
    Quelle grosse mani mi stringevano fortemente per le strade dell’Olimpo. Ripide discese nuvole sdruccioli trucioli nuvole tornanti attraversamenti nuvole nuvole nuvole, mi passeggiavano qui e non qui imprimendo la stessa forza nei palmi, quasi la stessa forza nei palmi.

    Lui, detto Zeus: tutti pronti, sì?
    Lei, detta Pandora: sì..

    Ero una piccola dea o un mito. Mi muovevo con molta grazia, portavo frontini vanitosi alternati a fiocchetti ingenui, Lei mi vestiva abbinata. Ovviamente ero carina e avevo tanti peluche preferiti. 

    Io, detta Pithos (il vaso comunicante): ti ti!

    Il più preferito tra i miei preferiti era un cagnolino biancolino. Aveva l’animo gentile, il pelo corto e mi era affabilmente grato per le polpettine che avanzavo dalle lasagne. Senza di lui non dormivo mai, anzi abbaiavo, ragion per cui Loro (gli Dei maiuscoli) me lo portavano ovunque. Io non lo sapevo proprio chiamare e non ero riuscita, quindi, ad insegnargli nulla, né un Dammi la zampa né un Molla l’osso né tantomeno a spiegargli che i miei fiocchetti No.
    Non ero un pinolo molto paziente, si vede, e non lo sono diventata dopo. Per qualche strana ragione gli si era staccato l’occhio sinistro o più probabilmente ero stata io perché magari sotto sotto era un occhio verde come quello di Lei ma lui si intimidiva a mostrarlo, pensavo. Comunque mi vedeva lo stesso attraverso il bottone sutura che Lei gli aveva ricucito al posto di ed io ero sicura che così non si sarebbe mai addormentato e avrebbe vegliato costantemente su di me, specie in quelle strane notti senza le stelle, senza la luna.
    Quei due MAIUSCOLI mi tenevano a camminare tirata sulle punte sollevandomi da ogni responsabilità. Correvamo insieme per un tratto di nuvola a forma di nuvola, poi piantavano i piedi e mi spingevano nel vento.
    Profumavo borotalco. Ero una teneruria umana. Ancora non stimolavo alcuna forma d’allergia alimentare ai frutti col cuore di nocciolina. Ero felice a tratti, come può esserlo uno yo-yo e molto primaverile anche se era già estate, ricordo, perché c’erano le coccinelle.

    Loro: Volavolavola VO-LA!
    La piccola donna cannone (ma era un vaso):  TIIIII!
    Idefix: ..

    La mia euforia durava sempre troppo poco però, come quella vanità di sentirsi amati. Quelle grosse mani tenevano ancor più stretto il mio coperchio mentre ero in volo e poi, sul più bello, mi ricacciavano all’indietro.

    *

    “D’inverno le persone si coprono da sole.”
    Noi due siamo aria. E per questo ci respiriamo. Noi ci inspiriamo. Espiriamo. Sbuffiamo. Aspiriamo. Soffiamo. Come quando inaliamo aria fresca a pieni polmoni insomma. Come quando si va in montagna d’estate.
    Una volta mio padre mi aveva invitato a raccogliere un ramo. A sceglierlo tra i mille sparsi nell’erba pasticciata di muschio giallo risecco e di more e di coccinelle.
    Le coccinelle, che strani insetti. Ti camminano addosso lentamente e si trascinano dietro un ombrellone duro e rosso a pois neri. O duro e nero a pois rossi. O dipende. Ce ne sono di diversi colori e si riparano sempre dal sole. Che strani insetti. Era pieno quel giorno. O forse ero solo io, piena. Le inseguivo sulle foglie e sui sassi. Si dice che portino fortuna, quindi.
    Alto fino alla tua spalla, diceva. Dovevo misurarlo così.

    - Quale? Destra o sinistra?

    Lui rideva e non capiva che facevo solo finta di essere ancora una bambina. Si era seduto su un sasso grigio a forma di sasso grigio. Aveva scosso la testa. Aveva riso ancora. Mentre i miei occhi attenti mettevano a fuoco solo serpenti storti e marroni tra le primule selvatiche, lui aveva indossato in fretta una felpa nera sui calzoni beige corti, stretto il marsupio in vita e srotolato le calze di cotone sui polpacci. Io gli avevo teso la mia macchina fotografica Ricoh nuova di due giorni.

    - Prendi un attimo. Ecco. Guarda. Così sembri proprio un giapponese!

    Chinavo la testa e a mani giunte ripetevo Arigatò. Facevo solo finta di non essere ancora una bambina.
    Mezz’ora prima l’uomo amico insegnante mi aveva fatto pedalare lungo in marciapiede. Due metri davanti al suo cerchione anteriore. Aveva deciso dove fermarsi a riempire le borracce d’acqua fresca di fonte perché Quella è acqua incontaminata. Aveva deciso dove incatenare insieme le bici perché Se ce le rubano, poi.

    - E tienila nel tuo marsupio. Non la perdere pà. Sennò non riusciamo a tornare a casa. E niente lasagne di mammetta!

    Pandora: aiutami con le polpettine và.
    Idefix: ..
    Pandora: dico a te sai.
    Idefix: ..

    Aveva deciso che la chiave del lucchetto dovevo tenerla io. Ma soprattutto aveva deciso che avrei dovuto cercare un ramo tutto per me quel giorno.
    I suoi capelli erano ancora neri. Tutti neri. Neri come le macchie che avevo sulle ginocchia sbucciate di croste più rosse che rosa. Il grasso della catena della mountain-bike mi aveva dipinto un cuore sui polpacci. Ed io ne ero anche un po’ fiera, a dirla tutta.
    I suoi capelli erano ancora neri e la sua barba scabra aveva un riflesso rosso. Se la guardavi bene la sua barba aveva un riflesso rosso. Ecco. Le origini dei miei capelli rossi tendenti all’abboccolato. Allora è da lui che.
    La radura ai piedi della montagna spaccata pullulava di gente in braghe corte e profumo di fame e d’erba al sole. Tavoli e braci. Arrosti e schiamazzi. Avevo notato alcuni ragazzi sudaticci giocare a pallone a torso nudo. Altri rincorrersi e sputarsi l’acqua addosso. Altri ancora fare dei piccoli otto con le bici e sgommare e impennare e schiantarsi sotto le grida furiose delle loro madri. Ed io. Seguivo le spalle di mio padre. Sicure. Larghe. Davano l’impressione di fierezza come quella montagna in cui ci aspettava un nonsocosaciaspettava.
    E poi, le sue mani. Mani forti di sogni realizzati con fatica mani di libri sfogliati e studiati con ambizione mani d’amore mani forti. Le sue mani penzoloni. Che seguivo con gli occhi. Le sue mani tenaci. Che spezzavano da una verga i bastoncini secchi e le foglie venate di giallo spento e ormai senza vita. Le sue mani senza l’anello che portano tutti i padri. E che sarebbe apparso al posto giusto solo molti anni dopo. Per scelta o per forza. Perché sì.
    Lo osservavo incuriosita. Imparavo come modellare il mio futuro compagno di quel breve viaggio tutto in salita. Imparavo a guardare la mappa della zona alpina.
    Voi siete qui.
    Capito. E’ qui che siamo. Nel bollino.
    Lui insegnava. Io imparavo. Nella più naturale natura delle cose che da sempre devono andare così e non possono andare cosà.

    - Tutti pronti, sì?

    Annuivo soddisfatta. I miei occhiali tondi e celeste puffo mi regalavano un’espressione buffa ma simpatica al tempo stesso. Piccola. Furba. Una che i libri li macina tra un Topolino e l’altro. Coi capelli legati in una coda infilata nel foro posteriore di un berretto nero a pois bianchi, ero al riparo, proprio come quelle coccinelle, in tuta acetata. I lacci delle scarpe di tela ben stretti sui piedi. Lo zaino con panini e borracce ben stretto sulle spalle. Il bastone ben stretto nella mano destra.

    - Serve a consigliare ai piedi il giusto sentiero.

    La scalata era soleggiata e arrampicata e fatica. Ma dal momento in cui lui aveva appoggiato la scelta del mio bastone, di quel bastone, mi ero armata di una tale forza e coraggio che mai avrei pensato. Mai. Mi sembrava di avere trovato una terza gamba a dividere la stanchezza delle altre due. Il carico si smorzava tra loro in un tacito accordo. Una salita sola. E poi il bastone sarebbe tornato ramo da sua madre natura. Con qualche foglia in meno, certo. Con una ragione in più, però.
    Le scarpe spostavano lente la sabbia di terra bruciata dal sole, le rotture fatte a craquelé. E scricchiolavano sui sassolini grigio topo. Ogni tanto io scalciavo con forza quelli più grandi. Mi piaceva giocare a calcio. Calciavo qualsiasi cosa avesse un che di rotondo in effetti. Ora che ci penso, in vacanza noi due giocavamo spesso a pallone. Lui mi portava in un cantiere edile dove un suo amico aveva montato un campetto d’erba sintetica. C’era una squadra che si allenava lì e quando tutti i giocatori erano andati via entravo negli spogliatoi a rubare i palloni di cuoio più gonfi.

    - Facciamo a rigori?!

    Era un bravo allenatore mio padre. Lo avevo visto in pose fotografiche vestito da calciatore. E quindi così mi sembrava.
    Il cammino era lungo. Raramente incrociavamo dei turisti in discesa. Quando succedeva lo vedevo puntualmente tagliare il loro sguardo rilassato. E scambiarci dei cenni impercettibili con la testa. Contraccambiavano sempre. Lui aveva gli occhi educati. Non come i miei,  vichinghi e un po’ malati.
    Imparavo a riconoscere gli alberi utili ad orientarmi nel verde scuro e chiaro e scuro e verde pisello. Mi indicava quelli tracciati, quelli utili. Ma era facile non perdersi. Non ero certo sola.
    Ai margini del sentiero c’erano delle ripide spaventose. Fitte di alberi e fifa. Pensavo alla paura che si poteva provare a rotolarci dentro. E lo faccio ancora adesso quando costeggio degli strapiombi. Il sudore aveva preso la forma di un respiro profondo e in affanno. Tutto intorno era silenzio e attesa di arrivare. Tutto intorno era raggio di sole. Che a tratti scompariva nell’ombra di quercia o di pino o di abete o del suo berretto dei Chicago Bulls.  Affondavo il piede destro nell’erba secca e a fronde spesse. Calpestavo con il sinistro orme più grandi stampate da lui. Quanti passi pesanti erano stati qui prima di noi? Mi chiedevo. Quante coccinelle ci sono in tutto? Mi chiedevo. In quanto tempo gli alberi crescono così alti? Mi chiedevo. E quando cresco, quando cresco anch’io pà?

    - Papino, quanto manca?

    Fingevo di essere stanca perché sapevo che lui lo era. E affondavo ancora e ancora, impaziente di arrivare in cima.

    *

    “Guarda che l’estate ritorna sempre.”
    Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante.
    Si apre il sipario.
    Due posti vicini (distesa lei).

    Padre: sei stata preparata per eccellere.
    Figlia: ..

    Figlia osserva se stessa fuori dall’occhio paterno.
    Chi io?

    Padre: non avere paura. Di che hai paura? Scegli quello che vuoi. Sei libera. Sei fortunata. Potrai sempre tornare sui tuoi passi. Cambiare lavoro quando vuoi.
    Figlia: ..

    Zeus: tutti pronti, sì?
    Pandora (la femminella curiosa che libera il male sollevando il coperchio): no, non è pronta. Ci vuole più tempo! Guarda anche tu.

    Padre: la vita è fatta a stagioni. L’estate sta finendo e sulla neve non ci sono certezze, sono opportunità.
    Figlia: ..

    Pithos (il vaso comunicante mezzo scoperchiato): che ne dite di abbassarmi la fiamma?!

    Padre: che problema hai? Me lo vuoi dire? Non sono uno che non può essere detto.. Mammetta si preoccupa, dice che non vuoi più le lasagne. Perché?
    Figlia: ..

    Zeus: ma cosa sta succedendo!?
    Pandora: è colpa tua. Lo sapevo!
    Zeus: dice a te sai.
    Idefix: ..

    Figlia spunta in rassegna le risposte elaborate nei giorni precedenti.
    Non voglio farlo. Tic.
    Non posso farlo. Tic.
    Figlia osserva la macro di una coccinella in mezzo al mucchio di facce appese alla parete. I piedi ai piedi del letto ruotare. I calzini puliti di un’ora. Che li ha messi dopo l’ultima doccia bollente a sciogliere via le lacrime del suo immenso Perchè. Dopo lo specchio. Il dimagrimento palese. Gli occhi gonfi di canzoni sbagliate. Dopo il folle vento contro. E il tentativo di frenare la macchina che vuole tornare su quella spiaggia. Voltarsi. Inseguire. Cambiare strada. Cambiare finale.
    Vorrei ma non posso (fidarmi di te). Tic.

    Pithos: sto bruciando missà. C’è Speranza?
    Speranza (l’ultima a morire): cazzi tuoi.

    Padre: è come se avessimo caricato un cannone che ha paura di sparare adesso che è il suo momento. Tic.

    Figlia si abboccola tra le dita i ricci color del rame. Osserva un cagnolino biancolino a forma di cagnolino biancolino nascosto dai cuscini messi sopra il piumone.
    Dice a te sai.

    Padre: che poi, sono convinto che qualsiasi problema tu abbia puoi risolverlo da sola. Sei forte papà. E tieni presente che i problemi sentimentali sono un lusso di pochi. Le crisi.. avessi io il tempo di farmele venire.
    Figlia: ..

    Figlia sospira. Pensa a Crisi. A come sarebbe facile e stupido stringere il suo cuore di padre con sole cinque parole.

    Figlia: la verità è che..

    Nulla sarà più come prima.

    Figlia: non ho nessun problema.
    Padre: non hai nessun problema.. sei parte di una famiglia. La famiglia sta bene se tutti i suoi componenti stanno bene.
    Figlia: davvero. Io sto bene. E tu?

    Padre osserva Idefix nascosto dai cuscini messi sopra il piumone.
    Dice a te sai.

    Idefix: ..

    Nel tempo restante quei due risero. E il cagnolino rise. Ma solo per le polpettine che lei avrebbe certamente avanzato dalle lasagne.

    Madre: tutti pronti, sì?

    Due posti vicini (in piedi lui).
    Si chiude il sipario.

     
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