username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Eva Laudace

in archivio dal 02 nov 2010

25 maggio 1983, Vasto - Italia

segni particolari:
Eva Laudace crede nelle persone che hanno il coraggio di dare un nome alle cose e, per questa ragione, usa un quasi pseudonimo.

mi descrivo così:
(Mi) cambio spesso, quindi accumulo difetti. Amo i cappelli ed i chupa chups alla mela verde. Purtroppo sono allergica alle noccioline.

26 gennaio 2011 alle ore 16:30

E il cagnolino rise

Intro: E il cagnolino rise pubblicato nell’omonima antologia (Vari Autori – Tespi Editore, 2009) omaggio a John Fante di Tespi Editore. Con i contributi di Fernanda Pivano e Lawrence Ferlinghetti.

Il racconto

Sempre azzurra non può essere l’età.
(Nomadi – Io vagabondo)

“Tu come sei guarita dalla malattia di tuo padre?”
Di certo volevo volare.
Forse ero ancora bassa come un pinolo, qualche boccolo sparso pel di carota e non camminavo nemmeno, credo, ma di certo volevo volare.
Quelle grosse mani mi stringevano fortemente per le strade dell’Olimpo. Ripide discese nuvole sdruccioli trucioli nuvole tornanti attraversamenti nuvole nuvole nuvole, mi passeggiavano qui e non qui imprimendo la stessa forza nei palmi, quasi la stessa forza nei palmi.

Lui, detto Zeus: tutti pronti, sì?
Lei, detta Pandora: sì..

Ero una piccola dea o un mito. Mi muovevo con molta grazia, portavo frontini vanitosi alternati a fiocchetti ingenui, Lei mi vestiva abbinata. Ovviamente ero carina e avevo tanti peluche preferiti. 

Io, detta Pithos (il vaso comunicante): ti ti!

Il più preferito tra i miei preferiti era un cagnolino biancolino. Aveva l’animo gentile, il pelo corto e mi era affabilmente grato per le polpettine che avanzavo dalle lasagne. Senza di lui non dormivo mai, anzi abbaiavo, ragion per cui Loro (gli Dei maiuscoli) me lo portavano ovunque. Io non lo sapevo proprio chiamare e non ero riuscita, quindi, ad insegnargli nulla, né un Dammi la zampa né un Molla l’osso né tantomeno a spiegargli che i miei fiocchetti No.
Non ero un pinolo molto paziente, si vede, e non lo sono diventata dopo. Per qualche strana ragione gli si era staccato l’occhio sinistro o più probabilmente ero stata io perché magari sotto sotto era un occhio verde come quello di Lei ma lui si intimidiva a mostrarlo, pensavo. Comunque mi vedeva lo stesso attraverso il bottone sutura che Lei gli aveva ricucito al posto di ed io ero sicura che così non si sarebbe mai addormentato e avrebbe vegliato costantemente su di me, specie in quelle strane notti senza le stelle, senza la luna.
Quei due MAIUSCOLI mi tenevano a camminare tirata sulle punte sollevandomi da ogni responsabilità. Correvamo insieme per un tratto di nuvola a forma di nuvola, poi piantavano i piedi e mi spingevano nel vento.
Profumavo borotalco. Ero una teneruria umana. Ancora non stimolavo alcuna forma d’allergia alimentare ai frutti col cuore di nocciolina. Ero felice a tratti, come può esserlo uno yo-yo e molto primaverile anche se era già estate, ricordo, perché c’erano le coccinelle.

Loro: Volavolavola VO-LA!
La piccola donna cannone (ma era un vaso):  TIIIII!
Idefix: ..

La mia euforia durava sempre troppo poco però, come quella vanità di sentirsi amati. Quelle grosse mani tenevano ancor più stretto il mio coperchio mentre ero in volo e poi, sul più bello, mi ricacciavano all’indietro.

*

“D’inverno le persone si coprono da sole.”
Noi due siamo aria. E per questo ci respiriamo. Noi ci inspiriamo. Espiriamo. Sbuffiamo. Aspiriamo. Soffiamo. Come quando inaliamo aria fresca a pieni polmoni insomma. Come quando si va in montagna d’estate.
Una volta mio padre mi aveva invitato a raccogliere un ramo. A sceglierlo tra i mille sparsi nell’erba pasticciata di muschio giallo risecco e di more e di coccinelle.
Le coccinelle, che strani insetti. Ti camminano addosso lentamente e si trascinano dietro un ombrellone duro e rosso a pois neri. O duro e nero a pois rossi. O dipende. Ce ne sono di diversi colori e si riparano sempre dal sole. Che strani insetti. Era pieno quel giorno. O forse ero solo io, piena. Le inseguivo sulle foglie e sui sassi. Si dice che portino fortuna, quindi.
Alto fino alla tua spalla, diceva. Dovevo misurarlo così.

- Quale? Destra o sinistra?

Lui rideva e non capiva che facevo solo finta di essere ancora una bambina. Si era seduto su un sasso grigio a forma di sasso grigio. Aveva scosso la testa. Aveva riso ancora. Mentre i miei occhi attenti mettevano a fuoco solo serpenti storti e marroni tra le primule selvatiche, lui aveva indossato in fretta una felpa nera sui calzoni beige corti, stretto il marsupio in vita e srotolato le calze di cotone sui polpacci. Io gli avevo teso la mia macchina fotografica Ricoh nuova di due giorni.

- Prendi un attimo. Ecco. Guarda. Così sembri proprio un giapponese!

Chinavo la testa e a mani giunte ripetevo Arigatò. Facevo solo finta di non essere ancora una bambina.
Mezz’ora prima l’uomo amico insegnante mi aveva fatto pedalare lungo in marciapiede. Due metri davanti al suo cerchione anteriore. Aveva deciso dove fermarsi a riempire le borracce d’acqua fresca di fonte perché Quella è acqua incontaminata. Aveva deciso dove incatenare insieme le bici perché Se ce le rubano, poi.

- E tienila nel tuo marsupio. Non la perdere pà. Sennò non riusciamo a tornare a casa. E niente lasagne di mammetta!

Pandora: aiutami con le polpettine và.
Idefix: ..
Pandora: dico a te sai.
Idefix: ..

Aveva deciso che la chiave del lucchetto dovevo tenerla io. Ma soprattutto aveva deciso che avrei dovuto cercare un ramo tutto per me quel giorno.
I suoi capelli erano ancora neri. Tutti neri. Neri come le macchie che avevo sulle ginocchia sbucciate di croste più rosse che rosa. Il grasso della catena della mountain-bike mi aveva dipinto un cuore sui polpacci. Ed io ne ero anche un po’ fiera, a dirla tutta.
I suoi capelli erano ancora neri e la sua barba scabra aveva un riflesso rosso. Se la guardavi bene la sua barba aveva un riflesso rosso. Ecco. Le origini dei miei capelli rossi tendenti all’abboccolato. Allora è da lui che.
La radura ai piedi della montagna spaccata pullulava di gente in braghe corte e profumo di fame e d’erba al sole. Tavoli e braci. Arrosti e schiamazzi. Avevo notato alcuni ragazzi sudaticci giocare a pallone a torso nudo. Altri rincorrersi e sputarsi l’acqua addosso. Altri ancora fare dei piccoli otto con le bici e sgommare e impennare e schiantarsi sotto le grida furiose delle loro madri. Ed io. Seguivo le spalle di mio padre. Sicure. Larghe. Davano l’impressione di fierezza come quella montagna in cui ci aspettava un nonsocosaciaspettava.
E poi, le sue mani. Mani forti di sogni realizzati con fatica mani di libri sfogliati e studiati con ambizione mani d’amore mani forti. Le sue mani penzoloni. Che seguivo con gli occhi. Le sue mani tenaci. Che spezzavano da una verga i bastoncini secchi e le foglie venate di giallo spento e ormai senza vita. Le sue mani senza l’anello che portano tutti i padri. E che sarebbe apparso al posto giusto solo molti anni dopo. Per scelta o per forza. Perché sì.
Lo osservavo incuriosita. Imparavo come modellare il mio futuro compagno di quel breve viaggio tutto in salita. Imparavo a guardare la mappa della zona alpina.
Voi siete qui.
Capito. E’ qui che siamo. Nel bollino.
Lui insegnava. Io imparavo. Nella più naturale natura delle cose che da sempre devono andare così e non possono andare cosà.

- Tutti pronti, sì?

Annuivo soddisfatta. I miei occhiali tondi e celeste puffo mi regalavano un’espressione buffa ma simpatica al tempo stesso. Piccola. Furba. Una che i libri li macina tra un Topolino e l’altro. Coi capelli legati in una coda infilata nel foro posteriore di un berretto nero a pois bianchi, ero al riparo, proprio come quelle coccinelle, in tuta acetata. I lacci delle scarpe di tela ben stretti sui piedi. Lo zaino con panini e borracce ben stretto sulle spalle. Il bastone ben stretto nella mano destra.

- Serve a consigliare ai piedi il giusto sentiero.

La scalata era soleggiata e arrampicata e fatica. Ma dal momento in cui lui aveva appoggiato la scelta del mio bastone, di quel bastone, mi ero armata di una tale forza e coraggio che mai avrei pensato. Mai. Mi sembrava di avere trovato una terza gamba a dividere la stanchezza delle altre due. Il carico si smorzava tra loro in un tacito accordo. Una salita sola. E poi il bastone sarebbe tornato ramo da sua madre natura. Con qualche foglia in meno, certo. Con una ragione in più, però.
Le scarpe spostavano lente la sabbia di terra bruciata dal sole, le rotture fatte a craquelé. E scricchiolavano sui sassolini grigio topo. Ogni tanto io scalciavo con forza quelli più grandi. Mi piaceva giocare a calcio. Calciavo qualsiasi cosa avesse un che di rotondo in effetti. Ora che ci penso, in vacanza noi due giocavamo spesso a pallone. Lui mi portava in un cantiere edile dove un suo amico aveva montato un campetto d’erba sintetica. C’era una squadra che si allenava lì e quando tutti i giocatori erano andati via entravo negli spogliatoi a rubare i palloni di cuoio più gonfi.

- Facciamo a rigori?!

Era un bravo allenatore mio padre. Lo avevo visto in pose fotografiche vestito da calciatore. E quindi così mi sembrava.
Il cammino era lungo. Raramente incrociavamo dei turisti in discesa. Quando succedeva lo vedevo puntualmente tagliare il loro sguardo rilassato. E scambiarci dei cenni impercettibili con la testa. Contraccambiavano sempre. Lui aveva gli occhi educati. Non come i miei,  vichinghi e un po’ malati.
Imparavo a riconoscere gli alberi utili ad orientarmi nel verde scuro e chiaro e scuro e verde pisello. Mi indicava quelli tracciati, quelli utili. Ma era facile non perdersi. Non ero certo sola.
Ai margini del sentiero c’erano delle ripide spaventose. Fitte di alberi e fifa. Pensavo alla paura che si poteva provare a rotolarci dentro. E lo faccio ancora adesso quando costeggio degli strapiombi. Il sudore aveva preso la forma di un respiro profondo e in affanno. Tutto intorno era silenzio e attesa di arrivare. Tutto intorno era raggio di sole. Che a tratti scompariva nell’ombra di quercia o di pino o di abete o del suo berretto dei Chicago Bulls.  Affondavo il piede destro nell’erba secca e a fronde spesse. Calpestavo con il sinistro orme più grandi stampate da lui. Quanti passi pesanti erano stati qui prima di noi? Mi chiedevo. Quante coccinelle ci sono in tutto? Mi chiedevo. In quanto tempo gli alberi crescono così alti? Mi chiedevo. E quando cresco, quando cresco anch’io pà?

- Papino, quanto manca?

Fingevo di essere stanca perché sapevo che lui lo era. E affondavo ancora e ancora, impaziente di arrivare in cima.

*

“Guarda che l’estate ritorna sempre.”
Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante.
Si apre il sipario.
Due posti vicini (distesa lei).

Padre: sei stata preparata per eccellere.
Figlia: ..

Figlia osserva se stessa fuori dall’occhio paterno.
Chi io?

Padre: non avere paura. Di che hai paura? Scegli quello che vuoi. Sei libera. Sei fortunata. Potrai sempre tornare sui tuoi passi. Cambiare lavoro quando vuoi.
Figlia: ..

Zeus: tutti pronti, sì?
Pandora (la femminella curiosa che libera il male sollevando il coperchio): no, non è pronta. Ci vuole più tempo! Guarda anche tu.

Padre: la vita è fatta a stagioni. L’estate sta finendo e sulla neve non ci sono certezze, sono opportunità.
Figlia: ..

Pithos (il vaso comunicante mezzo scoperchiato): che ne dite di abbassarmi la fiamma?!

Padre: che problema hai? Me lo vuoi dire? Non sono uno che non può essere detto.. Mammetta si preoccupa, dice che non vuoi più le lasagne. Perché?
Figlia: ..

Zeus: ma cosa sta succedendo!?
Pandora: è colpa tua. Lo sapevo!
Zeus: dice a te sai.
Idefix: ..

Figlia spunta in rassegna le risposte elaborate nei giorni precedenti.
Non voglio farlo. Tic.
Non posso farlo. Tic.
Figlia osserva la macro di una coccinella in mezzo al mucchio di facce appese alla parete. I piedi ai piedi del letto ruotare. I calzini puliti di un’ora. Che li ha messi dopo l’ultima doccia bollente a sciogliere via le lacrime del suo immenso Perchè. Dopo lo specchio. Il dimagrimento palese. Gli occhi gonfi di canzoni sbagliate. Dopo il folle vento contro. E il tentativo di frenare la macchina che vuole tornare su quella spiaggia. Voltarsi. Inseguire. Cambiare strada. Cambiare finale.
Vorrei ma non posso (fidarmi di te). Tic.

Pithos: sto bruciando missà. C’è Speranza?
Speranza (l’ultima a morire): cazzi tuoi.

Padre: è come se avessimo caricato un cannone che ha paura di sparare adesso che è il suo momento. Tic.

Figlia si abboccola tra le dita i ricci color del rame. Osserva un cagnolino biancolino a forma di cagnolino biancolino nascosto dai cuscini messi sopra il piumone.
Dice a te sai.

Padre: che poi, sono convinto che qualsiasi problema tu abbia puoi risolverlo da sola. Sei forte papà. E tieni presente che i problemi sentimentali sono un lusso di pochi. Le crisi.. avessi io il tempo di farmele venire.
Figlia: ..

Figlia sospira. Pensa a Crisi. A come sarebbe facile e stupido stringere il suo cuore di padre con sole cinque parole.

Figlia: la verità è che..

Nulla sarà più come prima.

Figlia: non ho nessun problema.
Padre: non hai nessun problema.. sei parte di una famiglia. La famiglia sta bene se tutti i suoi componenti stanno bene.
Figlia: davvero. Io sto bene. E tu?

Padre osserva Idefix nascosto dai cuscini messi sopra il piumone.
Dice a te sai.

Idefix: ..

Nel tempo restante quei due risero. E il cagnolino rise. Ma solo per le polpettine che lei avrebbe certamente avanzato dalle lasagne.

Madre: tutti pronti, sì?

Due posti vicini (in piedi lui).
Si chiude il sipario.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento