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Autore

Fabia Muscariello

in archivio dal 06 nov 2009

12 luglio 1981, Gaeta (LT) - Italia

mi descrivo così:
Io la vita me la godo... io la vita me la soffro....

15 febbraio 2012 alle ore 12:54

"Altro che San Valentino"

Il racconto

Da piccola mi piaceva guardare mia mamma preparare tutte le cose buone del mondo. Sembrava che le sue mani fossero capaci di qualsiasi movimento. Cucirmi vestiti per il carnevale, preparare frittelle al latte e pizza al pomodoro erano solo alcune delle cose che sapeva fare. Ogni tanto mi divertivo a tirare fuori da un vecchio baule tutti i suoi tesori. C'erano cose che nemmeno capivo ma che allora ammiravo soddisfatta nell'attesa di trovarne una spiegazione, e nell'attesa facevo finta di essere la figlia di una strega, o di essere una regina. L'immaginazione dei bambini è qualcosa che muove il mondo, proprio come l'amore. Io non so cosa sarei stata senza quei giochi e quelle storie di principesse da liberare, di cavalli alati e di folletti. Un pomeriggio mi capitò di vedere qualcosa che cambiò la mia vita per sempre. Il giardino di casa dava su una vecchia strada del paese, da li si vedevano il mare, le barche e addirittura le persone, una in particolare che mi piaceva guardare più delle altre. Non so se a quell'età capissi davvero il fascino o la bellezza, ma ricordo che io osservavo quel ragazzo e lo facevo spesso. Era diventato un riferimento al mio sguardo, come una lucerna, un faro nella mia mente ingenua e serena. Lo vedevo avvicinarsi alle barche, tirare le funi, unirsi a loro con maestria, lo vedevo muoversi ma da lontano non riuscivo a sentire bene la sua voce, finchè un giorno decisi di andare a vedere più da vicino. Trovai una scusa con mia madre e riuscii ad uscire di casa, avevo undici anni e gli spostamenti dovevano obbligatoriamente essere brevi e motivati. Dissi che andavo a comprare un gelato. Corsi per le scale e non so come feci a non ruzzolare, arrivai al porto in un attimo, ripresi fiato e cominciai a camminare lentamente attaccata alle pareti come un gatto, superai le vetrine della boutique, il gradone della piazzetta scavalcando gabbiani e granchietti e arrivai vicino alla rimessa.
Li forse mi pietrificai, somigliavo ad una mummia egiziana e i turisti mi avrebbero scambiata per una statua vivente. In quel momento volevo sparire e mi pentivo di essere arrivata fino lì. Tutto quel coraggio, quella curiosità e poi l'incapacità, la balbuzia dell'anima mi bloccò completamente. Il ragazzo però mi aveva vista. Mi aveva notata, mi sorrideva, si avvicinava. mi disse: "Ciao".
Nel momento stesso in cui me lo trovai di fronte, mi girai e scappai il più velocemente possibile. Nella corsa sorridevo e gridavo e quando arrivai a casa mia madre mi chiese: "Ma dove sei stata?"
Io risposi: " Ero a guardare le barche" . Credo che quella fu la prima volta in cui compresi che la mia pelle non ricopriva solo il corpo ma era anche capace di farlo vibrare. Avevo undici anni e non avevo notizie del mondo fuori, ma il mio approccio, e le mie scoperte sull'amore si muovevano acerbe ma nulla mi faceva davvero paura. Compresi che ogni essere umano ha un potenza dentro, e può fuggire o allontanarla, ma che se riesce a domarla, a conoscerla, può trovare il coraggio per affrontare ogni cosa. Anche il dolore. Ma allora non sapevo cosa fosse. E questa fu la vera magia. Continuare a giocare con le bambole e sognare di innamorarmi senza sapere come davvero sarebbe potuto mai succedermi. Credevo arrivasse come un febbrone, a volte pensavo fosse una cosa da imparare dai grandi, ma nessuno era mai riuscito a spegarmelo. Io so che da allora mescolai il mare all'amore e all'amore per il mare la poesia. Fu da sempre un tutt'uno. "Sempre e per sempre dalla stessa parte mi toverai" cantava De Gregori, che io ripetevo a mente in quella giornata, in quella vita. 

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