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in archivio dal 05 mag 2011

Fabio Petrella

Teramo

elementi per pagina
  • 18 maggio 2012 alle ore 17:15
    O il parcheggio o la vita

    Come comincia: Da qualche tempo il buon Cittadino passa le sue giornate a casa. Lava i piatti, fa il bucato, stira le camicie, taglia e annaffia l’erba in giardino, cura le piante, s’impegna a preparare prelibati piatti in cucina e insegue il cane nelle sue scorribande mattutine. Per colpa della crisi, minacciosa come uno spettro scuro e gelatinoso, ha perso il lavoro.

    A mandare avanti l’azienda dove prestava servizio sono rimasti esclusivamente il padrone, con le scarpe di vernice e le bretelle, e il solitario custode che gira scalzo per i padiglioni deserti masticando una spiga di grano fiero nella sua tuta di fustagno blu. Il buon lavoratore, quando non è costretto a barcamenarsi tra le faccende domestiche, si concede lunghe e rinfrancanti dormite sul morbido sofà in ecopelle. Con la moglie in fabbrica e i figli a scuola, la tv, appena digitalizzata, è la sua unica amica. La scatola parlante ha una gran voglia di cicaleccio. Con la civetteria tipica delle donne trasmette di continuo notiziari sportivi, documentari e fiction che, per l’assiduità con cui vanno in onda, hanno finito di stancare anche il nostro perdigiorno, da sempre accanito telespettatore. Il caso vuole che in un torrido giorno d’estate, quando l’asfalto tremola per il caldo e l’acqua nelle fontana evapora prima di toccare la vasca che la raccoglie, il Cittadino si senta male. Suda a freddo e ha il battito del cuore accelerato. Trovandosi in casa da solo, e non potendo contare sull’aiuto del cane, un bastardino infame e accidioso come il sole d’inverno, a gran fatica si trasporta in cortile dove con un colpo di chiave avvia la sconquassata utilitaria che tossendo fumo e sputando bulloni dal tubo di scappamento s’immette nella giungla del traffico. Sono le dieci del mattino e l’atmosfera è rovente. L’ospedale dovrebbe essere una felice struttura sovvenzionata dalla Asl ma in verità è un campo correttivo di lavoro forzato gestito con il pugno di ferro dalla polizia politica dell’URSS.

    Prima di raggiungere il sanatorio, il Cittadino ha già affrontato e sventato un attacco ischemico causato dalla nevrosi estiva dei semafori agli incroci. Alle pendici della struttura ospedaliera, che da lontano sembra una grande montagna grigia con le finestre, non si trova l’ombra di un parcheggio. Con la mano serrata sul cuore e l’altra sul volante, il buon padre di famiglia percorre più volte il perimetro dell’edificio in cerca di un buco dove posteggiare la vettura, invano. Per soddisfare la realtà buffa delle cose, al limitare della struttura penitenziaria è stato da poco costruito un ampio parcheggio. A pagamento, giusto per arricchire la vita di amara imprevedibilità. In bilico tra la vita e la morte, il Cittadino si fruga nei pantaloni alla ricerca del portafoglio, che suo malgrado è rimasto nella tasca interna della giacca appesa all’appendiabiti. A casa. Con le tasche bucate e la vita agli sgoccioli, prega l’inserviente addetto all’amministrazione dei parcheggi di offrirgli rifugio giurando di tornare a pagare il saldo nel pomeriggio stesso. Ma l’integerrima sentinella a guardia del parcheggio - che è sgombro perché nessuno vuole spendere più di quello che guadagna in un mese per il servizio - incrocia le braccia e si punta al centro della strada, per non farlo passare. Una volta maledetta la madre di tutti i parcheggiatori, il Cittadino fa retromarcia e facendo fischiare le gomme riprende il suo personalissimo gran premio nei dintorni dell’ospedale. All’entrata del pronto soccorso un giudice di gara, cronometro e bandiera a scacchi bianchi e neri in mano, registra tutti i tempi giro per giro. Passano i secondi, i minuti e le ore ma il parcheggio rimane un miraggio. Quando è arrivata la sera e il crepuscolo è sceso sulle vicine montagne violacee, il buon lavoratore è colpito da un’apoplessia fulminante. La vettura, perdendo il controllo, si schianta contro uno dei pini che guardano il viale d’accesso del gulag. Tramortito e con la testa abbandonata contro il volante il Cittadino perde i sensi.

    Al risveglio scopre che intorno è tutto un accecante biancore. I raggi del sole indorano la stanza filtrando attraverso il giallognolo panneggio delle tende. Da un mazzo di rododendri sistemati in un vaso sopra al comodino si spande una amabile fragranza. Dopo aver bussato alla porta, un medico impettito e dal piglio severo entra dentro la stanza. Mentre gli ausculta il cuore con lo stetoscopio, il Cittadino scopre di essere stato vittima di un ictus e di esserne uscito illeso. Il dottore, controllato il battito, gli dà un buffetto sulla guancia e lo guarda con un sorriso da benefattore stampato in faccia: “Si rallegri, il peggio è passato. Ma mi raccomando, da ora in poi dovrà tenere uno stile di vita morigerato, senza eccessi, e dedicarsi ad una sana attività fisica”. Assaporando con la mente il gusto forte di una megabirra doppio malto e la salinità esacerbata dei semi di zucca, il buon padre di famiglia non può che scivolare sotto le lenzuola mentre il medico snocciola le ultime, ferree indicazioni.

    Dal reparto, in tutta fretta, arriva un’infermiera. La donna è trafelata e il petto gli fa su e giù come un mantice per riprendere fiato. “Presto, si metta in ordine che sta arrivando il Vigile” dice rimboccandogli le coperte. Il Cittadino, che non capisce la gravità dell’evento, alza un sopracciglio colmo di stupore. Si aspettava la visita di sua moglie, dei figli magari, ma non certo quella del Vigile. Intanto passi pesanti provengono dal corridoio. Tac tac fanno i tacchi delle scarpe sul pavimento che emana un nauseabondo odore di disinfettante. Quando l’ausiliario del traffico entra in camera l’infermiera con l’uniforme inamidata si accomiata dal degente. Passando davanti al nuovo venuto si prodiga in un inchino. L’uomo nemmeno la guarda e tira dritto, verso il letto dove sprofonda il Cittadino. Il Vigile indossa una divisa a doppio petto orlata sulle spalle da diamanti, ha il volto coperto dalla barba di un giorno e i lineamenti sono rudi e gli occhi taglienti, che non ammettono replica. Con solennità estrae da una borsetta in pelle bianca il taccuino per le multe e inizia a compilarlo. Terminato il duro lavoro, stacca il foglietto e lo fa scorrere sotto al vaso dei fiori. Poi si volta e lascia la stanza sussurrando sardonico “buona giornata”. Il buon lavoratore, inebetito, protende il braccio per raggiungere il foglietto. Inevitabilmente fa cadere a terra il vaso che contiene i rododendri. L’acqua si sparge sul pavimento come una fatale condanna. Masticando un’imprecazione si concentra sul contenuto del biglietto. La calligrafia è ovviamente indecifrabile, ma la somma arrotondata per eccesso e il numero di targa segnalato sono inequivocabili. Preso dallo scoramento, il Cittadino scivola dal letto e si affaccia dalla finestra. La sua cenciosa utilitaria è parcheggiata ancora contro l’albero e occupa parte della carreggiata. La portiera è aperta e anche da lassù si riesce a comprendere che nottetempo gli hanno rubato l’autoradio. Dal parabrezza posteriore sventola un foglietto color limone che si sbatte e si dimena per liberarsi dalla presa del tergicristallo, inutilmente. Aguzzando la vista il buon padre di famiglia sembra leggere: “sosta non autorizzata”.

     
  • 22 marzo 2012 alle ore 12:36
    Il medico

    Come comincia: Mi guardavo il fianco. La maglietta era stropicciata e da uno sdrucitura che si apriva in tanti piccoli tentacoli di cotone si intravedeva il taglio sanguinolento che pulsava intriso di pus. Ero stato accoltellato. E ad accoltellarmi era stato Florian della comunità rom che stanziava in periferia insieme a baracche e baracconi. Ero convinto di non aver commesso nulla, ma la ferita sanguinava a rendermi partecipe di un’innata e insondabile colpevolezza. Mi strascinavo lungo la tangenziale con una mano al fianco lasciando dietro al mio passaggio una traccia vermiglia. Le auto sfrecciavano come animali in fuga nella savana. I conducenti guardavano dritto fissando un punto in lontananza, la loro meta, non badando a me che sudavo a freddo tra la vita e la morte. Il colpo subito era stato netto. Un lampo nella notte, un baleno. Poi il rombo dei motori che si avviavano e lo stridore delle gomme sulla terra secca di luglio.

    Ero rimasto da solo nella notte con una bocca aperta sul fianco che vomitava sangue infetto. Le civette e i pipistrelli si contendevano il trono regio della luna e le fate della radura vicina si tenevano lontane da me e dai miei dubbi peccati. Come un’ombra sghemba mi portai avanti nelle tenebre. Le luci della città brillavano distanti come lanterne di un galeone fantasma. Il cane di una fattoria vicina latrava, allertato dal minimo sospetto. Ciondolando e muovendo passi a fatica giunsi là dove iniziava la strada e la civiltà. I fari delle auto tagliavano la fitta nebbiolina di smog.  Cercai invano aiuto. I viandanti percorrevano l’asfalto concentrati sui problemi delle loro coscienze, delle loro vite. Chiunque li avrebbe giudicati come buoni cristiani, come esemplari padri di famiglia, ma dinanzi la sofferenza di uno sconosciuto non avevano osato accostarsi. Cavoli suoi, disse uno di loro tra sé e sé mentre ingranava la quarta. Camminai per un paio di chilometri. Ad ogni passo perdevo sempre più sangue. Le vetture sfrecciavano veloci come le bighe negli stadi. Il sudore mi incollava i capelli alla fronte. La paura invadeva ogni cellula. Provai ad alzare la mano, a supplicare aiuto, ma la diffidenza che suscitavo tra gli onesti cittadini che tornavano a casa dopo una dura giornata di lavoro, così conciato, era più forte della pietà.

    Un senzatetto che riposava  al limite della carreggiata, dove impera la sporcizia e i mucchi di polvere la fanno da padrone, vedendomi in difficoltà protese un braccio e mi allungò una bottiglia di sangiovese involta da una busta di carta. In volto era sporco come di caligine e vestiva abiti logori, e le maniche della giacca erano troppo corte. Indossava una camicia di fustagno macchiata in più punti e dei calzoni strappati sulle ginocchia. Con una smorfia rifiutai l’offerta di bere un goccio. Che ti è successo, mi chiese. Niente. Niente non sanguina come un fiume che ha spezzato la diga. Mi guardava sempre con il braccio proteso impugnando la bottiglia che emanava fetido alcol, suo unico compagno in quella notte carica di stelle e canti stonati. Tu hai bisogno di aiuto, affermò. Poi ruttò sonoramente. Sto bene, non c’è bisogno di preoccuparsi. Stanno venendo a prendermi. Nessuno verrà, spiegò con severità quasi leggendomi nell’animo. Sei solo, e perdi sangue. Chi ti ha aggredito. Nessuno. Sì, nessuno. Nessuno come quel nessuno che verrà a prenderti. Hai bisogno di un medico. Se non tamponi quella ferita non ne uscirai vivo. Fatti un goccio. No, grazie. Non mi va di bere. Peggio per te, il vino fa sangue. Mi guardai intorno. Mi trovavo a dibattere con un barbone e sanguinavo vistosamente. La vista cominciava ad annebbiarsi. Vado a chiamare aiuto, disse quello interrompendo il flusso irregolare dei miei pensieri. Non mi serve, sto bene. Ti serve eccome. Aspettami qui. Accomodati pure. Non è la reggia di Versailles ma starai più comodo che in piedi. Mi sedetti su un foglio di cartone e mi coprii con una coperta sfilacciata. Era luglio, faceva caldo, ma a quell’ora della notte la temperatura all’esterno si irrigidiva di qualche grado. Il vagabondo si allontanò di gran carriera. Lo vidi sparire all’orizzonte. Fu allora che persi i sensi. Venni svegliato un tempo indefinito dopo. Un volontario della croce bianca mi scuoteva con determinazione. Sveglia, signore. Come sta? Adesso la portiamo all’ospedale. In quattro e quattr’otto fui caricato sulla barella e inserito nella plancia dell’ambulanza. Le sirene, spiegate, aprivano la via tra i semafori. Una dottoressa mi parlava per tenermi sveglio. Mi chiese da dove venivo. A fatica le dissi che lavoravo in una fabbrica di buste da quindici anni ma che ero originario di un piccolo villaggio in provincia di Salerno. Con premura mi domandò come mi trovassi a Milano, su nel grande nord e così tanto lontano dagli affetti e dalla famiglia. Mi chiese anche se fossi sposato. Voltai il capo da una parte all’altra, simulando un tacito diniego. La maschera che mi copriva bocca e naso pompava ossigeno ai polmoni. Siamo arrivati, disse d’un tratto. L’autoambulanza arrestò la sua corsa. Ci fu un gran trambusto quando fui scaricato dal mezzo. Gli infermieri accorsero sgusciando dalle porte automatiche del pronto soccorso. In una viavai acceso mi portarono dentro. Un medico col camice bianco che sventolava come una bandiera al vento intimò di trasferirmi all’ambulatorio numero sette. La schiera di infermieri obbedì mascherando malcontento. Erano abituati ad essere trattati senza riguardo. La stanza dove mi abbandonarono era luminescente e odorava di candeggina.

    Il medico entrò sbattendo la porta. Lo stetoscopio stretto al collo. Respiravo a fatica. Cosa le è successo, mi interrogò. Sono stato aggredito. Aggredito da chi. Uno zingaro. Ha contatti con gli zingari, chiese sospettoso. No, spiegai. Da dove viene? Cosa c’entra? Sa, di questi tempi. Ma mi dica, dove è stato colpito. Al fianco, sussurrai in uno spasmo di dolore. Come mai era in compagnia di quell’uomo? Mi sono trovato lì per caso. È scoppiata una lite, sono finito nel mezzo. Quando la banda è andata via ero piegato nella polvere e ferito. Cosa è successo, mi dica. Non lo so, dottore. Sto perdendo le energie. È stato accoltellato in un campo rom e non sa come e perché è successo. Capisce bene che suona strana come analisi dei fatti. Le ho detto che non le so spiegare l’accaduto. Il dolore mi martellava i sensi. La ferita intanto sanguinava vistosa ma il medico non se ne curava. Avete avvertito la polizia? No. Allora chi ha chiamato i soccorsi. Un senzatetto, dissi stringendo i denti. Sentivo che il fiato cominciava a mancarmi. Le fitte erano strazianti. Da quanto in qua frequenta malintenzionati? Non era un malintenzionato, era semplicemente un senzatetto. Senza di lui a quest’ora sarei già morto. Ma la prego, dottore, il dolore si sta facendo insopportabile. Tossii sputando sangue. Un lembo del camice del medico si macchiò. Per tutti  i diavoli! faccia attenzione, mi rimproverò. È meglio che avverte il suo avvocato. Perché, chiesi spazientito. Perché la storia non mi convince, è lacunosa. Sono costretto ad avvisare le forza dell’ordine. Cristo, dottore, faccia pure ma intervenga. Sto morendo dissanguato. Ha un avvocato, domandò circospetto. No, replicai in un filo di voce. Ognuno di noi ha un avvocato. Dovrebbe averlo anche lei. Io non ce l’ho. Non ho mai avuto a che fare con la giustizia, per fortuna. Devo dedurre che risolve da sé le proprie questioni legali. È forse per questo motivo che si è ritrovato in questa brutta faccenda. Io sono innocente dottore, non ho fatto nulla. Sto perdendo conoscenza. Presto, chiami qualcuno. Ne riparleremo domani, quando sarò fuori pericolo. Il dottore sembrò soppesare la ferita con lo sguardo. Poi infilò le estremità dello stetoscopio negli orecchi e mi auscultò il battito. Sembra apposto, disse. Lei è in piena salute. Dottore, protestai, ho uno squarcio nel fianco destro. Ho perso già tantissimo sangue. Ho bisogno di essere curato altrimenti morirò. E così dicendo mi sollevai mostrando la ferita al medico. Avevo i nervi a fior di pelle. Com’era possibile che non si accorgesse della situazione di gravità. Resti calmo, disse semplicemente. Non vedo nulla di cui preoccuparsi. La lettiga era un pozza densa. Il sangue si era sparso anche sul pavimento come prova irrefutabile. Come faccio a rimanere calmo se sto morendo, gridai. Il medico s’irrigidì e mi guardò fisso negli occhi. Infermiera, urlò. Sì, dottore, rispose una flebile voce dalla stanza accanto. Mi chiami le guardie. All’istante due omaccioni entrarono nell’ambulatorio e mi afferrarono i polsi. Provai a dimenarmi ma le forze erano fluite lontano con il sangue perso.  Mi legarono alla barella che ero sul punto di svenire. Quando mi calmai il dottore mi toccò la fronte. È bollente, esclamò. Vedrà che con una bella dormita le passerà tutto. Non ho la febbre, dottore. Le parole ora si mischiavano alle lacrime. Perché vuole farmi morire? Morire? Giovanotto, ma cosa va raccontando. Sono un medico rinomato. Lavoro in questa città da quando lei era in fasce e nessuno si è mai lamentato delle mie cure. Questa notte la terremo sotto osservazione ma domattina lascerà la struttura e andrà in questura a costituirsi. Io non ho fatto niente, come devo spiegarglielo. Non deve spiegarlo a me, infatti, ma dovrà raccontare la sua versione dei fatti alla polizia. Non posso tenere un soggetto socialmente pericoloso nel mio ospedale. Io sono un onesto cittadino. Non può infangare la mia onestà. Se non ha nulla da temere perché si preoccupa tanto di presentarsi in questura? Io non temo di presentarmi in questura, ho paura di non sopravvivere alla notte. Ma suvvia, rise il dottore, che era anche un emerito professore di università. Nessuno è mai morto per una banale febbre. Ora la saluto, e, mi raccomando, faccia il bravo. Strabuzzai gli occhi per l’incredulità. Dottore, non può lasciarmi in queste condizioni. Guardi il mio fianco, è lacero. Guardi il pavimento, è un torrente di sangue. Con un vago gesto  della mano il dottore ordinò agli uomini che mi tenevano fermo di ritirarsi. Andate pure, disse. La febbre gli sta provocando delle allucinazioni. Una bella dormita lo rimetterà in sesto. I due si guardarono e accennandomi un saluto di compatimento levarono le tende. Il dottore mi guardò per l’ultima volta, poi alzò i tacchi e andò via. Le sue scarpe lasciavano inconfondibili tracce di sangue.  

     
  • 07 maggio 2011 alle ore 16:08
    Orrore di carie

    Come comincia: Il Cittadino da qualche giorno soffre di mal di denti. Prima di cadere nelle grinfie del dentista tenta cure tradizionali per alleviare il dolore. Impacchi d’erbe, fagotti alieni, sorsate d’aceto e quant’altro la medicina folcloristica offre come pseudo rimedio. Presto sorgono nuovi osceni spasimi.

    Il buon lavoratore si convince di andare dal dentista dopo una settimana a letto in stato terminale. Sfoglia un vecchio elenco logoro risalente ai primi anni del novecento e trova l’indirizzo del medico curante: Dr. Vincenzo Draculio, via Transilvania 666. Nel tardo pomeriggio di un lunedì di ferie il Cittadino inforca la bicicletta per una passeggiata salutare e muove verso la periferia a est. La città è collegata ai quartieri esterni esclusivamente da vie boschive e fluviali. Il fango regna sovrano lungo queste contrade. Il buon padre di famiglia si accorge che il sole sta calando in anticipo nonostante sia estate. Alle sei è già notte fonda. Pedalando con la vigoria di un bimbo su un triciclo percorre il paludoso sentiero divenuto di colpo inospitale e freddo. Alcuni brutti ceffi appollaiati su delle staccionate lo minacciano con sguardi idioti. Con una virata degna del miglior skipper evita l’incontro molesto con gli sgherri e imbocca una stradina ombrosa. Scivola in una pozza profonda due metri. Completamente zuppo d’acqua e melma torna in sella imprecando contro tutti i santi del paradiso.

    La luna alle sette è già al centro del cielo, fiera e luminosissima. Il Cittadino si ora è inoltrato in un bosco fitto e oscuro. In lontananza lampi e fulmini rischiarano il cielo stellato illuminando le guglie e le merlature di un vecchio maniero arroccato. Un prolungato ululato si disperde dalle alture lontane verso la macchia. Le fronde degli alberi stormiscono sotto il soffio di venti notturni.

    Centrata l’ennesima buca la ruota anteriore della bicicletta esplode come una supernova. Un raggio del cerchione schizza impazzito sfiorando la giugulare del buon lavoratore, in preda a una delle tante crisi disperate. Ma il fato, per una volta, è dalla sua parte. Qualche metro più avanti, sul limitare della sentiero, è posteggiata una vecchia carrozza d’epoca. Un tizio con una vecchia tuba gli fa cenno di avvicinarsi. Due possenti cavalli neri come la notte trainano il veicolo. Gli occhi rosso brace. Lo strambo cocchiere, un omino smunto dal naso aquilino e ingobbito dall’età, gli da il benvenuto. Il buon lavoratore sale a bordo circospetto. Una strana inquietudine lo avvolge. Sedili in pelle e stoffe di foggia antica ornano il sinistro abitacolo. Dal fitto della selva si diffondono versi spaventevoli. Lungo il tragitto verso il castello il Cittadino trema di freddo. E’ agosto, ma a giudicare da alcuni cumuli di neve intorno fa parecchio freddo. Un’infinità di montagne stringono la valle in un morso spietato. Il cocchiere ride di gusto al cospetto di un uomo appeso a testa in giù, con del filo interdentale, ai rami di un larice. La carrozza supera uno scricchiolante ponte in legno a strapiombo su un orrido bestiale. Il buon lavoratore, stordito dalla paura, recita a memoria alcuni versi della Bibbia che non credeva di conoscere. Belzebù si affaccia dal torrione nord del castello proiettando una lingua di fuoco. L’ultima rampa che sale verso il maniero è stretta e accidentata. Ai lati l’abisso dei Carpazi. Stormi di pipistrelli vampiro volteggiano famelici sulle alte merlature. Gargoyles, angeli delle tenebre, si stagliano sopra le colonne del cancello d’ingresso avvolto nella nebbia. La carrozza si ferma davanti al gigantesco portone ligneo. Il Cittadino scende in fretta dal dannato veicolo che si perde fiammeggiando nella notte. Una logora e arrugginita catena è legata a un campanaccio riottoso. Sollevando polvere e detriti il vecchio portone si spalanca di qualche grado. Un fascio di luce si irradia dall’interno. Una figura bassa e incurvata si delinea all’ingresso. L’inserviente, una sorta di portinaio, dice di chiamarsi Igor come il buffo personaggio di Marty Feldman in “Frankenstein Junior”. Con passi piccoli e veloci la goffa figura accompagna il buon padre di famiglia all’interno del tetro antro. Affreschi angoscianti ornano le pareti spoglie di qualsiasi mobilia. Impugnando una torcia medioevale e armato di balestra il Cittadino prosegue per labirintici corridoi fino a giungere nella sala d’attesa. Una segretaria giovane e agghindata come una dama del seicento lo invita a aspettare il suo turno. Al buon lavoratore pare di scorgere prominenti canini bramosi di sangue.

    L’attesa è spasmodica. Quattro ore di estenuante lettura di rotocalchi e squallide riviste di gossip. Alla mezzanotte le pendole del maniero rintoccano. Il Cittadino è chiamato al suo destino. Accompagnato da un cavaliere fantasma dell’anno Mille si dirige verso lo studio del Dottor Draculio. Attraversano un passaggio umido sovrastato da volte in pietra in cui si annidano ragni e strani esemplari di vita animale. Rumori metallici, stridio di catene e lamenti si propagano nell’oscurità della grotta. Un pipistrello vola sfrecciando sopra le loro teste. Il buon lavoratore deglutisce a fatica. Superato l’ultimo angolo, il fantasma sparisce dietro una parete. Una stanza illuminata da fuochi e torce fluttuanti compare d’improvviso. Un signore attempato, altezzoso e sicuro di sé lo invita nell’antro. Un lungo pastrano copre le sue spalle appuntite. Rivoli di sangue color cremisi scorrono come minuti torrenti lungo il selciato dello studio. File di bare sostituiscono le comode poltrone da lavoro. Candelabri e fiaccole irradiano la nebbiosa stanza. Il Dottor Draculio, dopo averlo fatto accomodare con fare viscido, prende ad armeggiare nella bocca del Cittadino. Strumenti rudimentali, trapani smussati e pinze da boia dell’inquisizione compongono la ferraglia usata. In una sofferenza atroce, il bieco dottore scopre e cura una quantità industriale di carie; la metà scoperte per l’occasione. Dopo tre ore di morte apparente, il buon lavoratore torna a respirare l’aria greve della grotta. Draculio è celato nell’ombra di un angolo. Si frega le mani leccandosi tracce si sangue che scivolano ai lati della bocca. Il Cittadino si massaggia il collo intorpidito. Due piccoli fori sull’arteria carotide. Stordito dalle operazioni sfugge dal pazzoide dottore e percorre il corridoio buio a ritroso, tornando nella hall. Becca la segretaria mentre sorseggia una densa bevanda vermiglia. Con ansia e timore chiede il conto. Una cifra astronomica. Vorrebbe morire, ma non ha abbastanza energie. Firma un assegno direttamente con il sangue rappreso del collo. La segretaria lecca la carta con sensualità e gusto. Il buon padre di famiglia rabbrividisce. Ostentando una sicurezza e una fermezza d’animo degna del più pavido prelato di campagna abbandona il lugubre castello dell’insigne dottore conte di Valacchia.

    Dopo una pazza corsa nel bosco, il Cittadino torna a casa insanguinato, sporco di fango, dilapidato dei propri averi e con più carie di un venditore di caramelle. Il sole è alto in cielo; prima di prepararsi per andare a lavoro si fa il segno della croce. Ha una strano bisogno di sangue e l’odore di aglio, sempre amato, ora lo disgusta.

     
  • 05 maggio 2011 alle ore 17:46
    Quando in città chiuse l'ufficio delle poste

    Come comincia: Quando in città chiuse l’ufficio delle poste dal balcone del municipio era già stata ritirata la bandiera della nazione. Un devoto impiegato comunale, tale Gaudio Stanchieri, si era preoccupato di riavvolgere il vessillo, ripiegarlo con delicatezza e riporlo in una vecchia cassaforte arrugginita, così per dare senso ai ricordi di una gioventù passata tra barricate, manifestazioni e moti insurrezionali. Gli operai della nettezza urbana, vigili come le circostanti rupi imperiose battute da venti di tramontana, passavano in rassegna le vie principali del centro storico, raccogliendo sornioni i mastelli e i residui di mondezza popolare, virtuosismo del fallimentare piano di raccolta differenziata imposto anni prima dall’amministrazione.

    Escluso lo strofinio della grande scopa a spazzola, indomita contro le cicche incollate come tasselli di un mosaico sulle scale della monolitica cattedrale eburnea, non vi erano, in città e nelle distanze, principi di rumori e riverberi di quotidianità. Le porte dei bar chiuse a doppia mandata, le saracinesche calate implacabili sulle edicole e le vetrine spente andavano a formare un quadro desolato e spoglio di esistenza. Un fioco e borioso sole cullava i piccioni appollaiati come avvoltoi sui tetti delle abita-zioni svuotate, sventrate di animo e pace. La combustione della sigaretta fumata dell’operaio ecologico pareva un motore su di giri tanto era il silenzio siderale della città. Ogni tanto si sentiva un forte ansimare seguito da un clangore metallico che anticipava la  corsa di qualche sventurato in bicicletta, con la morte scolpita in volto e la fronte tempestata di  gocce di sudore, che pedalava svelto senza apparente destinazione. Bastava un attimo e già non si vedeva più, fuggito via in qualche angusta via con la spontaneità dell’adrenalina e la forza della paura. Le autovetture da tempo erano ferme e chiuse dentro polverosi garage impregnati di gasolio. Più che per propria volontà, il blocco delle vetture era imposto dalla mancanza di rifornimento dato che l’ultima trivellatrice aveva smesso di funzionare al seguito della guerra in Libia. Le pensiline degli autobus venivano utilizzate come punto di ricovero dagli strenui residenti rimasti in città. Delle chiese, simbolo un tempo di carità e voluttà sepolta, non rimaneva che l’aspetto spento e disadorno di un culto andato a male, soppiantato dall’energica memoria virtuale delle RAM.

    Mentre intorno la vita tornava alle radici, la sala consiliare del comune, foro peccaminoso di rubizzi politici, era occupata con ostinazione dai seguaci del sindaco detronizzato, esiliato dall’avvento messianico del sistema informatico. I banconi dell’opposizione, rivoltati contro le porte, impedivano ai mostri elettronici di penetrare fisicamente all’interno del rifugio, ma i server della rete comunale erano andati in tilt già tempo addietro. Le barbe lunghe, i volti pallidi e le membra sfiancate dalla sopravvivenza avevano fatto degli abili oratori una masnada di pellegrini affamati, vittime del loro stesso potere. Per non dover abbandonare l’autorità e il ruolo dirigenziale tanto bramati, il primo cittadino e i suoi fedeli servitori si erano barricati all’interno della sala mentre fuori, inesorabile, il mondo andava a rotoli. Ma la loro epoca era al tramonto; presto le serpi elettroniche sarebbero sgusciate tra i pertugi degli scaffali e a quel punto, anche per i privilegiati, non ci sarebbe stata più speranza.

    Un bip acuto, ripetuto e amplificato dal campanile della cattedrale si propagava per tutta la città scandendo le ore come una campana invisibile e spietata. I cittadini obbedivano assuefatti al suo sibilare e come formiche volenterose defluivano dalle case per vagare tra gli scheletri di cemento. Dalle alture circostanti alcuni uomini sbirciavano con un potente cannocchiale i movimenti in città. Vestiti di stracci, sporchi come primitivi e una luce viva negli occhi avevano ritrovato nella caccia un istinto sopito tra le poltrone e tra i telecomandi caleidoscopici impugnati come scettri. Quando l’invasione dei cervelli elettronici era cominciata, i più avveduti, fiutando l’inganno, si erano dati alla macchia trovando rifugio lungo le coste, in campagna e tra le montagne, dimora sepolcrale dei propri antenati. Ogni luogo, ogni casa, ogni ufficio dotato di un computer era stato assoggettato, in una burrascosa notte estiva, al volere di particelle virtuali venute da un universo parallelo, conquistato a sua volta secoli prima con un reboot micidiale. Ora le terre emerse e il regno degli uomini, dopo l’avanzata delle milizie cibernetiche, era in scacco a sceriffi senza pistole e senza nome, entità senza scrupoli e senza margine di errore. La vita sulla terra era stata in breve disinstallata, così come la grazia di Dio. I più scaltri, i disonesti, i farabutti e gli avanzi di galera si erano presto dileguati dalle carceri di metallo e venduti ai nuovi sovrani virtuali. I giusti, gli instancabili lavoratori e gli umili si erano ritrovati, invece, coinvolti in un unico destino. Preferendo mantenere integra l’identità si erano decisi ad abbandonare le città prima del collasso del sistema urbano e ritirarsi in luoghi remoti, dove il canto della vita ancora si dispiegava armonicamente con la natura. Qui, tra tronchi silenti, radure incolte e bastioni di polvere dolomitica avevano organizzato la resistenza contro il potere cibernetico venuto da galassie lontanissime. Mentre in città l’astio, il rancore e l’invidia cementavano le basi della società, nelle tribù isolate ai confini del mondo prosperavano la felicità e il benessere, e la quiete non appariva solo dopo la tempesta.

    Più passavano gli anni e più sui volti degli uomini raccolti sulle spiagge dorate, tra i verdi prati carezzati dalla rugiada e a ridosso delle frastagliate pareti verticali si distendevano delicati e affabili i segni di uno sperato ripristino sociale. Nessuna ombra incuteva timore agli scampati, nemmeno la più ripugnante. Al contrario, nelle città, il destino degli asserviti incrociava la via della tirannia e del terrore. L’invasione dei cervelli elettronici aveva cancellato ogni diritto sociale e calpestato quello divino. Sottomessi e in balia di soprusi e perversioni, i cittadini, persi nel vuoto dei viali abbandonati, senza tabacco né alcool, tornavano a pregare nelle vecchie chiese in rovina, sotto lo sguardo indagatore di una croce sgretolata da umidità e tarli. Ma oramai, per loro, era troppo tardi. Dalla sommità di un frassino, coltivato in gran segreto dagli ultimi uomini al centro del ghetto in periferia, due pestiferi corvi gracchiavano sospetti al calar della sera.

     
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