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in archivio dal 28 feb 2008

Fabrizio Diotallevi

28 giugno 1965, San Gallo (Svizzera)
Mi descrivo così: Amo l'arte e ammiro chi riesce in questo mondo ad aver la forza e la costanza di far uscire ancora i sentimenti

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  • 29 dicembre 2008
    La marionetta

    Piccola creatura, chiusa dentro un carro,
    che ad ogni buca, dondolavi
    di crociccho, in crocicchio,
    di paese, in paese,
    hai difeso Galileo
    resuscitato Giovanna d'Arco,
    hai dato voce, a chi non ha
    santi in Paradiso,
    hai sbeffeggiato i potenti, 
    saltavi, ballavi, ti inchinavi
    ricordo, quando concluso lo
    spettacolo, ti portavi
    la manina sul petto,
    in pochi han capito
    che i tuoi fili
    erano attaccati
    al cuore

     
  • 11 marzo 2008
    Il sole

    Quando ti hanno potuto ammirare
    le stelle, son rimaste senza parole

    pur di giorno, ti volevano guardare
    e tutte insieme, han formato il sole

     
  • 11 marzo 2008
    La scala

    Quando la vita,
    pare un grande muro
    su quel muro
    appoggio una scala

    ogni gradino
    un emozione,
    più ti scrivo
    più salgo in alto

     
  • 03 marzo 2008
    La luce

    Cammino, cammino,
    cerco l'uscita
    vedo un' appiglio
    sono le tue mani

    Cammino, cammino
    cerco l'uscita
    vedo una fessura
    sono i tuoi occhi

    cammino, cammino
    cerco l'uscita
    vedo una porta
    è il tuo sorriso

    corro, corro, corro,
    la apro, e vedo
    una luce,
    il tuo viso

     
  • 03 marzo 2008
    Il lago

    Dormiva accovacciato accanto al muro
    come cuscino, il suo tamburo
    la lunga camicia di seta bruna
    illuminato, solo dalla luna
    nel sonno, non era raro vederlo ridere
    quel magico sogno, attendeva di vivere
    una fanciulla, che sull'acqua camminava
    a tuffarsi, dolcemente lo invitava

    immerso, guardando quel viso sorridente
    senza dover pensare, più a niente
    solo con lei, nel silenzio assoluto
    l'attimo che avrebbe sempre voluto
    lui, non aveva mai visto il mare
    il suo corpo attendeva di bagnare
    almeno una volta, provare un bagno
    anche se fosse, un piccolo stagno

    si alzò di scatto, senza batter ciglio
    sotto la luna, bianca come un giglio
    giunto allo specchio d'acqua, tra le bianche rocce
    le nuvole scure, annunciavano le prime gocce
    lei dal nulla, apparve  d'incanto
    tutta vestita di rosso amaranto
    i rami senza foglie, più leggeri
    lei, sull'acqua, nei suoi pensieri

    l'alba, man mano faceva il suo ingresso
    con un pallido sole, sull'acqua riflesso
    lui alzo gli occhi, ringraziando il cielo
    quando lei, liberò il viso, dal sottile velo
    al termine del fantastico viaggio
    quel desiderio, era adesso meno vago
    la doce visione, gli diede coraggio
    e sotto la pioggia,  si tuffò nel grande lago.

     
  • 29 febbraio 2008
    La fatina

    La notte, con il giorno si alterna
    con la luna, ti fermi a parlare
    sotto una piccola lanterna
    le stelle ti stanno a guardare

    sul tuo riposo, ora veglia la foresta
    un vecchio olmo, come guardiano
    bagnata, è ancora la tua testa
    che il vento asciuga piano, piano

    ogni sera, la mia fantasia
    è con te, che prende il volo
    ti scrivo un'altra poesia
    e mi sento meno solo

     
  • 29 febbraio 2008
    Il pianoforte

    La notte, una coperta sul mare
    tu, la chiave di tutte le porte
    il bianco delle onde, nel buio compare
    il mare come un grande pianoforte

     
  • 28 febbraio 2008
    La neve

    Ora, che era terminata la grande battaglia
    i feriti si potevano contare a migliaia
    il silenzio, durò poco più di un momento
    poi, con forza, si levò il loro lamento

    la neve aveva ricoperto il campo di papaveri
    ma non lo strazio, di quei poveri cadaveri
    a fatica, il soldato, in sella era rimontato
    in quell'inferno, non sarebbe più tornato

    più che un cavaliere pareva uno straccio
    ma doveva consegnare quel dispaccio
    che annunciava un'altra grande vittoria
    con troppi morti, e senza gloria

    quando partì, pensò bene alle sue azioni
    non aveva cibo, né munizioni
    lo si vedeva pure da lontano
    al galoppo, con le redini in mano

    una macchia di sangue comparve all'improvviso
    una smorfia di dolore, gli segnò il viso
    era stato ferito, di striscio al torace
    ma per quei morti non riusciva a darsi pace

    alla vecchia fornace, per le prime cure
    comprese di essere in mani sicure
    tra i tanti, un volto lo colpì sinceramente
    di quella giovane donna, nessuno sapeva niente

    lo rimise in sesto senza farlo soffrire
    e lui dispiaciuto di dover ripartire
    doveva terminare quel compito ingrato
    ma non si scordò di chi lo aveva aiutato

    di certezze non sapeva, se ne aveva
    di una cosa sola, si rendeva conto
    che era sempre a lei che si rivolgeva
    quando le stelle annunciavano il tramonto

    la terra era tornata a respirare
    la neve si era ormai sciolta
    e con la mente libera di sognare
    ripensò a lei, ancora una volta.

     
  • 28 febbraio 2008
    L'indifferenza

    Ho lanciato
    un sasso nello stagno
    non è uscito
    nessun cerchio

     
  • 28 febbraio 2008
    L'altalena

    Durante il giorno
    ti penso
    solo per un attimo
    ma
    quell'attimo
    torna sempre

     
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  • 15 dicembre 2008
    Arlecchino

    Come comincia: Era quasi buio, quando sulla piccola bara bianca , venne gettata la prima manciata di terra. don Ignazio con il breviario stretto al petto diede l'ultimo saluto al piccolo Leonida, mentre il papà e la mamma dell’ innocente figliolo, si stringevano in un penoso abbraccio, con lo sguardo perso di chi ha terminato l'ultima stilla di pianto. Il becchino Giannello Torriani, curvo sulla pala, malediceva il suo lavoro, che mai come quel giorno aveva maledetto, per la seconda volta, in tre mesi si apprestava a seppellire un bambino di fronte ai medesimi genitori. Ancora loro! Quel padre che teneva dentro tutto il suo dolore, e quella madre che urlava tutta la sua rabbia. Erano ancora vive nella testa del disperato becchino, le urla d'imprecazione della madre, una in particolare, di formidabile  tormento" Povero Orazio, povero figlio mio, nemmeno uno spettacolo di marionette hai visto, nemmeno uno, neppure una marionetta". Ed ecco la madre fissare il prete e lanciarsi con un tono di pesante rimprovero " Tu, tu che dici essere servo del Signore, tu che ti vesti di nero, ma non conosci il lutto? Cosa ne sai, Tu? Dici che i miei figlioli sono volati in cielo e che ora giocano con gli angeli, come fai a dirlo? Li hai visti? I miei figli sono sotto terra con i vermi, ecco dove sono, poveri figlioli miei nemmeno una marionetta avete visto, nemmeno una". Il becchino allora gettò via la vanga e mise mano alla tasca interna del consumato giaccone facendo comparire una marionetta  alta poco più di una mano, vestita con triangolini di stoffa colorata, cuciti dall'alto verso il basso, una mascherina nera copriva per intero il volto, eccetto che per due piccolissimi fori all'altezza degli occhi. La donna alla vista del piccolo Arlecchino, ricacciò la rabbia, e cambiò tono di voce "Oh piccolo Arlecchino, che bel vestitino! Ah! se i miei figlioli potessero vederti, di certo il mio cuore sanguinerebbe meno, piccolo Arlecchino che bello se potessero vederti!". Il marito profondamente commosso, non poté che prendere atto di ciò che era appena successo. E cosa era successo?  Una semplice marionetta, incerta nelle fatture era riuscita dove prediche condite d'incenso avevano miseramente fallito. Una marionetta con quattro viti, aveva placato le ire furibonde di una madre votata all'odio. Una marionetta, solo con il suo apparire aveva ridato speranza, a chi quella speranza l'aveva sepolta, assieme ai figli. Un cuore frantumato dalla sofferenza si era ricomposto di fronte a dei triangolini di stoffa colorata. Un animo che affrontava con disprezzo i servi del Signore si era inchinato al cospetto di un fantoccio. Un cuore chiuso, sordo al conforto era stato raggiunto da una provvidenziale freccia di sollievo, quale formidabile arciere aveva scagliato il miracoloso dardo? Un Arlecchino. Una madre senza più fede, distrutta e disperata, tornava a credere alla vita, chi aveva compiuto tale prodigio? Una marionetta. Il marito strinse la moglie a se dicendo" Moglie mia, da oggi, ogni bambino avrà la sua marionetta, ma molto prima che finisca sottoterra" Ed è così che il cittadino Andrea divenne il marionettista più talentuoso della regia città di Vicenza.

     
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