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in archivio dal 13 gen 2006

Fabrizio La Barbera

09 maggio 1966, Firenze

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  • 19 gennaio 2006
    In morte di Lulù

    Sono, ero, un giocatore di squadra. M'hanno cresciuto le fate. Il Diavolo mi si è preso.

     

    Lulù ha detto addio.

    L'ha detto zitta, masticando il trucco.

    Me l'ha risputato in faccia ed io ho capito.

     

    Pioggia e sole fuori, parlo del tempo!

    Parlo da solo, nel traffico della circonvallazione e bestemmio Dio e la sua razza.

    Lui che ha bestemmiato me e la mia, un giorno lontano che io non c'ero.

    E continua ancora, l'ETERNO!

     

    Eri bellissima, Lulù, avevi coraggio e classe e amore…

    Dove sono adesso i tuoi uomini? quelli che ti hanno amato?

    Dove sono adesso, io?

     

    Il Diavolo mi si è preso: m'accarezza i capelli come facevi tu.

    Le sue unghie s'infilano nel cuoio, mi fa godere, Lui.

    Un buon diavolo, povero diavolo...

    Non ne parlerò male!

     

    Piuttosto: devo ricordarmi d'affilare il coltello. Il Cielo è duro, va assassinato con un colpo secco!  Meglio, se la lama brucia mentre squarcia...

    Vedrà!... Vedrà!...

     

    Ce l'ha una faccia? Questo nemico, ce l'ha una faccia? Fatemela vedere per una volta, datemi soddisfazione!

    Tanto si crepa lo stesso...

    Lulù questo lo sa, anche se fa finta di no. Per me, per Francesca, per se stessa...

    Recitando ancora per questo ridicolo teatro, lei mi ha sorriso.

    M'indica là, in un luogo, in un tempo...

    L'Amore.

     

    Ed io che tengo chiuse le labbra per non strapparmi i denti!

    Ma non importa. E' tardi adesso.

    Il prete unge la fronte con la sua santa vaselina, il muezzin sullo sgabello di calce urla più forte che può per coprire urla da massacro, il bonzo sorride...

     

    Maledetti genii!

    Ci siete costati sangue e in cambio non date che lingua,

    Il fiato ce lo dobbiamo mettere noi, finché ce n'è!

     

    Alitarvi la morte in faccia, mi divertirebbe, frantumarvi le ginocchia piegate mentre strappo a Dio la sua barba, il suo occhio di vetro, azzurro, profondo, e lo getto nel fiume fra le murene e i mostri...

     

    E intanto Lulù...

     

    Il dolore non serve, il dolore non cresce che se stesso, la maledizione che gli Dei non conoscono e che vorrei insegnargli...

    Chi farà scendere Lulù dalla sua croce?

    Mani umane l'hanno carezzata e composta, mani umane con già il segno per i chiodi che verranno.

     

    Là, oltre il cortile e il muro e il fosso, l'Amore che mi ha indicato lei, mi carezzerà di nuovo.

    Un giorno.

     
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  • 15 marzo 2007
    Lettera dal deserto

    Come comincia: Ciao Camilla…
    Come stai? Dove sei, soprattutto?

    Qui a Marrakech, passo quasi tutta la giornata seduto a un tavolino sulla piazza Jemaa en Fna (la “piazza del nulla” pare significhi il nome), a bere the alla menta, a guardare il tumulto degli incantatori di serpenti, dei saltimbanchi e dei venditori di tutto, a scrivere pensieri in libertà, talmente in libertà e sganciati da qualsiasi considerazione “reale” che ad un certo punto, avendo forse bisogno di rivolgermi a qualcuno in carne ed ossa, mi sono messo a scrivere a te.
    “Cara Camilla…”, attaccavo, oppure, “Ciao Camilla, come stai?...”.
    Ti raccontavo un po’ di quello che vedevo, di quello che speravo di vedere… Altre volte, invece, di quello che mi faceva, che mi fa, paura di questo mio viaggio solitario. Sono i momenti in cui mi sembra che tutto si frantumi dentro di me e i pezzi di quello che sono sparpagliarsi portati dal vento, con me – ciò che di me rimane comunque sempre intatto – a corrergli dietro con le lacrime agli occhi e però anche con una specie di sorriso, perché oramai mi conosco.
    Hai letto, poi, “L’uomo in rivolta”? E che dici, si può “vivere di rivolta”?
    Mi sembra, anche adesso, di sentire i tamburi berberi che chiamano alla festa, alla strada…
    Non solo loro, naturalmente. Ogni tanto, un pullman vomita i turisti direttamente sulla piazza. Nei miei momenti di “frantumazione” un po’ l’invidio: io ero e sono ubriaco di libertà, e tu sai che non c’è veleno più dolce e pericoloso (è allo stesso tempo antidoto e identico all’amore…).
    Poter essere e fare tutto, andare dove si vuole… Spesso è troppo per un uomo solo. Bisogna sapersi in tanti per pregare, tagliare la testa a un re o morire bene. Ed anche per amare bisogna essere perlomeno in due…
    La amo questa città. Sembra che ci si arrivi scivolando su un piano inclinato, da tutto il mondo, sul bordo del nulla, e vi si resta impigliati. E’ per questo che neppure i turisti, l’Occidentale roseo, sottraggono niente alla magia. Che vengano tutti popoli della Terra, l’umano delirio, si fermino qui prima di scomparire, prima dell’inferno e del paradiso. Tamburi, chiamate! Incantate l’anima, prima di lasciarla andare!... Marinai dalle sette vite, ci teniamo ancora aggrappati alle pareti del pozzo… Compra tappeto! Amico!... Fratello!... Allah è il solo Dio!... Lui guarda i suoi figli in ogni luogo, ma è qui, a Jemma, che li conta!...
    Alle sei del pomeriggio scendiamo tutti in strada, per le assurde strade, incamminandoci nella stessa direzione.
    Ieri ho cacciato a brutto muso un bambino che chiedeva l’elemosina. Mi si era piantato davanti – io stavo come al solito seduto al tavolino di un caffè – e non smetteva di dirmi “grazie, amico grazie….”. Avrà avuto undici anni, forse. Forse meno… E’ rimasto più di mezz’ora a guardarmi fisso e ripetere la stessa frase. La piazza era stracolma di gente ed io avevo detto subito di no… Perché non ha smesso? Una spiegazione è che, essendo solo, non avevo nessuna possibilità di eluderlo, nessun compare con cui fingere di parlare di cose importanti… Oppure è la mia faccia? Non ho una faccia insensibile…
    Eppure, so della mia “indifferenza”…
    Sono stato sul punto di chiamare il cameriere e denunciarlo. Non l’ho fatto, ma prima non l’avevo neppure mai pensato, e avrei disprezzato chi lo avesse fatto… Come vedi, scopro cose nuove sul mio conto. Non si finisce mai. Sospetto che la prossima scoperta sarà che posso conviverci con questa disparità, come gli inglesi e i francesi, senza agitazione e senza vergogna.
    Ti dico questo pure perché c’entra col racconto che stavo scrivendo prima di partire. Non te ne avevo ancora parlato. Un uomo di 24 anni che parte da solo per una guerra, per “vedere con i suoi occhi…”. Va a cercarsi la sua verità proprio dove, per definizione quasi, tutto è menzogna. Lui va, quindi, senza sapere bene nemmeno il perché e si ritrova fra gente munita di verità incrollabili, una opposta all’altra, tutte relative al suo sguardo straniero, e tutte con una vocazione lancinante verso un assoluto che anche lui avverte e spera, ma al quale gli è impossibile credere. Il fatto è che egli, pur non credendo a nessuna verità assoluta, non può rassegnarsi a vivere di verità relative. Devo ancora finire di scriverlo…
    Oh, Camilla… lo so: parlo come un ragazzino…

    ************************

    Riprendo a scriverti adesso che ho un po’ di tempo. Ho lasciato Marrakech due giorni fa con un pullman di linea, ho scavalcato il Grande Atlante – ‘sto gigante assonnato – e sono arrivato in una città con un nome magico: Ourazazate.
    Sto meglio e m’interrogo per l’ennesima volta in vita mia sul concetto di “avventura”. Nella stessa parola, nell’etimo, c’è già tutta la spiegazione.”A-ventura”: se non si “tende a…”, se non si mantiene viva l’unica realtà concreta che abbiamo a disposizione – il presente che ci sorpassa – se non abbiamo, in altre parole, ancora un luogo dove andare, un’idea da pensare, e se questo luogo e questa idea non occupano noi stessi “ora”, nel momento presente, allora l’anima avventurosa s’inceppa, cade. E’ più difficile tendere l’arco che tirare, ma ancora più difficile è mantenerlo teso.
    Sono andato a passeggio per la Casbah, vicoli strettissimi come in certe cittadine nostre, solo che qui tutto è rosso come il deserto e l’odore è quello della sabbia anziché della pietra. Bisogna sapersi inchinare per penetrare certi passaggi tanto è bassa la volta, e dopo poco non sei più tu a decidere la strada: sono le case che ti stringono e ti portano dove vogliono, dove antichi architetti arabi hanno deciso di condurti. Procedendo così a zigzag, mi sono ritrovato in una viuzza cieca. C’era una porta in fondo, una casa, e davanti alla porta della casa… una bambina che scalpicciava sui sandaletti!
    Ho visto anche altre cose. Per esempio, un asinello (quegli asinelli grigi…) che legato ad un carretto se lo trascinava per la città senza nessuno che lo comandasse o frustasse. Che dire di questo? Come metafora è perfino troppo scontata. Lo schiavo, talmente avvezzo alla schiavitù da non aver più necessità della frusta! Egli, è libero, a modo suo! Però, resta un somaro… Resterebbe, del resto, un somaro anche se si ribellasse. In questa consapevolezza, è la libertà e la condanna. Può scegliere se essere libero o schiavo, ma non decidere di non essere più un somaro… A meno che non si suicidi, forse. (devo informarmi sull’incidenza dei suicidi fra i somari, ho conosciuto anni fa un gatto morto che decise di togliersi la vita il 15 d’agosto…).
    Concludendo, quell’asino, senz’altro il favorito del padrone suo Dio, è felice e compiuto.
    Noi, qui, intendiamo fare una scelta diversa: battiamo la strada della libertà, per quanto ci allontani dall’essere felici. Perché? Ognuno ha le sue di motivazioni. Quanto alle mie, direi per scelta, per polemica e per “avventura”.
    Anche qui me ne sto sempre a bere the alla menta, su una terrazza però. Domani partirò per il deserto, e tutto sarà di nuovo in gioco, ma stasera guardo le cose dall’alto. E allora, noto una coppia: a lui non piace lei e si vede. E’ uno spettacolo patetico ed ignobile, e tuttavia normale. Là si compie una contraddizione così comune dell’animo umano: desideriamo essere altro da noi stessi e, quando siamo particolarmente deboli, diamo la colpa a chi ci ama, a chi è tanto “ignobile” da amarci. Tutto ciò è comunque spiacevole da vedere, guardo altrove.
    C’è qualcosa di commovente in questa ragazza che attraversa la strada, qua sotto, inconsapevole di quanto il mio sguardo la isoli da un tutto caotico e me la restituisca come una sintesi che mi dice oltre lei, come un’opera d’arte. Mi è successo così con te, quella volta a Scanno, nel nostro incontrarci a colazione in quella grande casa, senza dirci nulla, indovinando tutto… Tutto quello che so di te è forse una mia fantasia, una fantasia che, mi rendo conto, dimentica facilmente tutto ciò che non le piace: il tuo essere di un altro, innanzitutto, e quello che tu sai o credi di sapere, di me… Rimangono le tue mani, i tuoi occhi, come erano con me, per me, in quei pochi giorni…
    Mi chiedo adesso se quando torno, se tu…
    Oh, Camilla, parlo troppo!...

    *********************

    Con dei francesi che ho conosciuto abbiamo preso a nolo un fuoristrada e assunto una guida berbera, Muhammed. Siamo stati tre giorni fra le montagne, visitato villeggi collegati tra loro da mulattiere pericolanti, fino alle gole del Todra, pareti che salgono a picco per 300 metri, una ferita sul cui fondo scorre una vena verde smeraldo, un torrente dove i marocchini portano a lavare le automobili…
    Le abbiamo lasciate alle spalle le Gole, puntando decisi il deserto. Qui, lungo questa strada di sassi, non c’è nessuno. Solo nel pomeriggio, una figuretta in caffettano azzurro corre a perdifiato sulla pietraia, perpendicolare alla nostra direzione di marcia, e si ferma a lato della strada in tempo perché la nostra jeep le passi accanto. Ci saluta alzando la manina, non ha più di otto anni. Le regaliamo dell’acqua. E’ figlia di pastori nomadi, i più poveri tra i poveri, qui…
    Seguitiamo verso il grande Sahara, attraverso altri villaggi di fango con Muhammed che non smette di venderci suggestioni “non turistiche” , come se noi fossimo altro, e non disdegna di tentare l’avventura con una delle francesi, Chantal… Ci è riuscito, credo, una sera che eravamo accampati in un palmeto.
    Gli altri miei compagni, francesi giacobini, cantano loro canzoncine liete, da vacanza. Canterebbero lo stesso, così, davanti alla morte o all’Infinito. Allosanfan…
    Ma ecco!... Eccolo che inizia, il deserto…
    Sono nel mare delle dune, Camilla, e sono solo, finalmente. I francesi li ho lasciati indietro e ‘sto vento beduino m’infila la sabbia rossa, sottile come talco, fin sotto la penna. Ci sono il sole e la luna nel cielo, compagni indifferenti alle mie pene, ai miei sforzi, alle mie speranze. Giocano loro, il cielo e la terra, se li disputano in questo ritaglio di tempo che precede la notte. In piedi su una duna, microscopico, irrilevante alla pari con uno qualsiasi di questi granelli da sabbia, ho visto quello che volevo vedere. E mi piace dirlo a te.

    ***********************

    L’ultima sera a Marrakech il fumo sorge dai banchetti al centro della spianata, piccole luci mescolano le cose e la gente, proiettate su uno schermo di nebbia. E’ un inferno gioioso, orgoglioso di vita. Se tu vedessi, Camilla!... Ora. Adesso. C’è spazio per le fantasticherie…

     
  • 01 febbraio 2007
    Ai caduti

    Come comincia: Stamattina sono venuti gli operai del Comune, quelli del servizio giardini. Avevano le tute verdi e i cappellini con la visiera. Svelti come faine, si sono portati via uno dei pini, quello più alto, un gigante di trenta metri. Stava qui da prima del palazzo. Dice che ostruiva l’entrata del garage.
    C’hanno messo a tirarlo giù manco venti minuti, con la sega meccanica.
    Per l’occasione si è radunata una piccola folla, proprio sotto la mia finestra. Disturba parecchio stà cosa, appena sveglio, con ancora da bere il primo caffè. Mi sono affacciato così alla zitta, giusto per rendermi conto, e li ho visti, saranno state in tutto una decina di persone, parlo degli addetti a seghe e roncole, ma ce n’erano di più, molti di più, che non avendo da fare nulla sollevavano fino al mio piano un tale brusio, uno sciame molesto di parole che, solo a riuscire a distinguerle, mi veniva d’ammazzarle una per una. La soluzione sarebbe stata quella di chiuderla la finestra, ma l’aria somigliava già a quell’ora all’anticamera di un forno, e poi il rumore non era del tutto spiacevole, sapeva comunque di vita, e mica basta chiudere le finestre per tenerla fuori la vita, è come pretendere di corazzarsi l’anima, una volta e per sempre, chiudere la porta e andarsene per davvero via con se stessi, dove sarà sarà, senza rimpianti.
    Non sono stato tanto a pensarci su, ho finito in fretta il caffè e sono uscito.
    Il signor Filippo, il portiere, come m’ha visto s’è sentito in dovere di spendere qualche parola, di spiegarmi l’iniziativa. A me che ero sceso a comprare le sigarette! Così m’è toccato fermarmi ad ascoltarlo.
    “Sono dieci anni che l’ente ha fatto richiesta, dottore!… mi fa. Oggi, finalmente!… Piazza pulita! che ci facciano i prosperi, cò quel mammalocco!… Stuzzicadenti! di quel coso lì… Si figuri, ci venivano a pisciare tutti i cani del Torrino, qua davanti! Chissà!… Lo preferivano!”.
    Non sono dottore, ho risposto io. Lui lo sa benissimo. Nient’altro. Niente obiezioni né domande, e d’altronde non aveva tutti i torti. I rivoli di piscio, giù per la rampa, finivano a sciacquare la soglia della guardiola, se ne lamentava che m’ero appena trasferito.
    Dopo averlo fatto a pezzi, per issarlo sul camion, hanno usato una piccola gru. Agganciava stretti i cilindri di legno, simile in tutto alle unghie di una fidanzata, li sollevava su su e poi li lasciava precipitare nella ribalta. Un lavoretto pulito. Per terra, così sparso, è rimasto solo qualche ramo secco, dei ciuffi di chioma, di là, a filo del marciapiede, una pigna.
    Fatto di sabato, sto traffico. Credo per renderci più interessante la giornata. E’ vero, lo dico senza ironia, hanno riscosso un certo successo, forse per via del camion, enorme, rosso pompiere. Qualcuno degli inquilini, specie i ragazzi, ha dato anche una mano a rimuovere i residui, sembravano in qualche modo preoccupati che ne restasse ancora, li lanciavano con soddisfazione nella cassa del camion. Quelli che non si davano da fare se ne restavano locchi sul marciapiede o in finestra, ad assistere alle operazioni come a teatro, ma la signora Giacomo non ce l’ha proprio fatta, è scesa lei, di persona, a dirgliene quattro ai disboscatori. Io l’ho svagato subito, come l’ho vista sul portone con gli sbuffi che le stiravano i riccioli del naso e le tette cariche, che andava alla battaglia. In quel momento la squadra con la grossa sega fra le mani stava giusto attaccando il tronco secolare. Lei ha preso di petto il più sornione, un tricheco con la cicca in bocca, quello che dirigeva la musica seduto sulla sponda del carro. La vedevo male, io, la Giacomo, perché ce l’avevo di spalle, con le mani sui fianconi e il collo taurino, e mica sentivo quello che diceva, però il capoccia lo vedevo fare dindolò con la testa da una parte all’altra, ammiccare ai colleghi… Rideva sforzato come se avesse avuto paura d’ingoiare una mosca e indicava pure, con gesti vaghi, lo stradone, la Beata Vergine del Calvario tutto addobbato di pini.
    “Signò che non li vede quelli, sento che dice, basteranno?… Sto a Val Melaina, io… lì si firmerebbe per la metà!… E io poi che comando? Magari! Verrei qui a piantargliene un bosco!…”.
    Erano parole tutto sommato ragionevoli. Quelle di uno che non ha capito niente. Non ci arrivava a intendere che la Giacomo se la prendeva proprio per quell’albero, che se ne infrescava delle aree verdi, dei piani regolatori e delle periferie a misura di bimbo. Difendeva il singolo, lei, l’essere vivente unico e irripetibile. Era un fatto, poi, che nemmeno il caposquadra poteva farci nulla. Il vecchio pino era perduto ormai, nero su bianco.
    Il resto della gente, gli stessi operai, se la sghignazzava per quell’intervento fuori programma, cominciavano a girare pareri su come sarebbe andata a finire, e poi anche delle specie di quote. Per parte mia, non ero sorpreso neanche un po’. L’avevo già osservata in azione, la Giacomo, coi gatti… i piccioni… perfino un merlo… Il salice, quello a sinistra del portone, era il suo beniamino. Tagliato, è un anno e mezzo, anche quello. E non saltava mai l’appuntamento, la sera alle sette, con la colonia felina. La “gattara” fatta e sputata! Bestie e piante, con l’esclusione, chissà perché, dei cani.
    Gli operai, loro, quando si divertono, non gliene può fregar di meno a loro del mondo. E’ abbastanza semplice osservarlo. Ne approfitta per fumarsi una sigaretta, il plotone coi fucili bragaloni che aspetta l’ufficiale per il fuoco. Intanto, si ride e si scherza… Il baffo, è a lui ora che tocca agitarsi, si sa, per via del grado. La sua pazienza, lo si vede chiaramente, vuole saltarsene in aria come un capodanno, non tornare più tra noi, già parla, senza mezzi termini, di chiamare i vigili…
    Avrei dato parecchio per una sigaretta anch’io, subito, ma volevo vedere come andava a finire.
    I vigili sono arrivati dopo una ventina di minuti, due uomini e una donna. L’hanno presa con la dolcezza alla Giacomo, per allontanarla, come si fa con i matti. Lei, Stefania Giacomo si è voltata ancora un attimo, solo per dare all’uomo, al capo, del “faccia da coglione…”.
    In quel po’ di gelo che è seguito, il baffo non ha reagito un granché. Passato il primo sconcerto, ha subito ripreso la parte del caporale con degli ordini. Segato il tronco, s’è potuto finire il lavoro senza altri problemi, nessuno ci ha avuto più da ridire. Il grande pino, dopo poco, stava nel cassone del camion, comodo come un cadavere nella valigia dell’omicida, nel suo insomma.
    Visto che il meglio si era già visto, il colpo, la caduta e lo smembramento, il resto delle esequie non aveva più tanto interesse. La maggior parte della gente se l’è quindi squagliata verso le spiagge, a famiglie intere, con una prontezza che m’ha lasciato sbalordito. Altri, ancora più di fretta, se li è portati via il vento a due a due, sui motorini. Crani rasati e tettarelle appuntite, sono partiti a razzo bercianti verso il sole, in una nuvola di fumo azzurrognolo, con gli zaini pieni di musica e la marmitta taroccata, i tatuati e gli infilzati… Le birre le compreranno sul posto, Dar Zagaia, oppure da Felice, “il Divino”, ed anche quell’altro di fumo, lì alla spiaggia…
    Rimaniamo solo noi là impalati, gli adulti senza compagnia in definitiva, io, la Giacomo e Barchetti, il pensionato del ministero che i figli – gli serviva la casa – hanno deportato qui dall’Alberone. Oltre il portiere, beninteso. Non che ne parlassimo, ma sembravamo proprio i parenti più prossimi, noi lì con quell’aria scema. Dal camion, il pino sembrava salutarci un’ultima volta con un movimento lento, appena percettibile, del suo pennacchio verde, che sporgeva un po’ in fuori, nella nostra direzione.
    Lo guardiamo andar via così, il più vecchio di noi. E’ giusto mezzogiorno.

     
  • 13 ottobre 2006
    A passeggio per il Corso

    Come comincia: Mi viene in mente l'altro l'inverno, c'era al solito una barbona a via del Tritone, poco prima, venendo dal Corso, di quella fantasticheria gastronomica che è l'Hollywood. Niente di speciale, ne vedi e ne vedrai di 'ste vecchie di anta anni che la vita ha spinto contro il muro. È lì che poi le schiaccia con comodo.

     

    Questa in particolare però, era vecchia sì, ma non tanto da ricordarsi del fox-trot. Quello lo ballano le sue pulci, alcolizzate pure loro, ma lei a ricordi non doveva essere tanto diversa da me. Era sicuro una gran fica negli anni '80, una che magari m'avrebbe ucciso d'amore.

     

    Ha gli occhi del verde scuro del Baltico allungato col vino dei castelli, e tagliati come fossero ferite a cui son saltati punti. Allunga la mano e prende il bottiglione senza guardare, come fanno i fuoriclasse e gli sconfitti.

     

    'Sta donna insomma è qualcosa di allegro. Dev'essere il grigio del marciapiede che fa fiammeggiare i suoi stracci da fantino, la tira un pò su da terra come su un tappeto magico. Davanti, la sfilata che fa prudere le dita ai bottegai, culi a mandorla e nostrani, uomini e donne, parecchi con già il natale in mano, minuscolo, infiocchettato in un sacchetto, e tutti, v'ha detto, con una gran fretta, del genere di quando sai che da un momento all'altro la terra, proprio lì sotto i piedi, sta per spaccarsi lasciandoti appena il tempo di un altro passo.

     

    Non è facile, ammettiamolo, distinguerci qualcosa in questo struscio nervoso. Bisognerebbe fermarne qualcuno o qualcuna, di queste ombre indaffarate, presentarsi, chiedere, correre insomma il rischio di essere arrestati.

     

    Lei, la mia dama ebbra, ha un suo metodo per far chiarezza. Sputa, lei, addosso a tutti gli uomini con la cravatta, salva solo i papillon.

     

    Sono sputi rabbiosi ed esatti, capaci di traiettorie importanti su quelli che passano largo. E mica nessuno le dice niente. Non più! A lei le parla solo la morte ormai, soffiandole nell'orecchio lercio, e la gente la vede bene, lì accovacciata al suo fianco, e tutti si farebbero sputare mille volte piuttosto che intervenire nel discorso. Non si sa mai, dico io, potrebbe anche, la morte, riconoscerci e non lasciarci più andare...

     

    La tengono in conto, è ovvio, anche il prete e il medico questa precauzione minima.

     

    Nel frattempo, la donna fa dei segni. Agita il dito da una parte all'altra, e poi anche la testa, seria, con cognizione di causa, per niente convinta.

     

    Si direbbe che la rifiuta, lei, la nostra grazia, o forse vuole solo dirci che noi, noi no, non ne sappiamo proprio un bel niente...

     
  • 30 marzo 2006
    Reporter di guerra

    Come comincia: Vukovar è caduta con un rumore assordante nel cuore dell’inverno. Almeno tre eserciti e mille bande l’hanno strigliata con un pettine d’acciaio, aprendo, di cannone e di coltello, le case al vento del nuovo secolo, quello con l’atomica da taschino e l’odio nelle mani. Intanto, mentre i cani mordevano, era la neve che attutiva il fragore. Toccava avvicinarsi, allora, per sentirlo bene.
    A noi della stampa internazionale è stato l’odore del sangue rappreso, inconfondibile, che ci ha attirato. Oltre noi italiani, c’erano degli spagnoli della televisione e poi francesi, inglesi, americani della black star, tedeschi. Tutti lupi, cronisti di ventura che il comando territoriale aveva autorizzato a raggiungere il fronte, concluse le operazioni militari nell’area. Ci spostavamo su un pulmino messo a disposizione da Bolic, il capobrigante che se ne stava in un ufficio di Belgrado, sotto un ritratto di Giorgio il Nero, a dirigere a distanza il suo privato orto da battaglia. Io, quasi un debuttante fra quei marpioni, facevo squadra con Pepe e Miguel, i due spagnoli, e con Paolo Monti, il fotografo con il quale ero partito da Trieste.
    In città, nella spettrale città che abbiamo trovato, nessuno che non portasse un’arma aveva diritto, fosse pure sindaco o maestro di scuola. Portato dal fiume, il veleno di mezza Europa era arrivato fin là e aveva ingrassato l’odio fino a farlo ruggire, ruttare in faccia agli uomini. La città ne era sazia e ne inghiottiva ancora.
    Un maggiore dell’armata federale ci ha accolto, era lui che recitava per i giornalisti. Ci disse di chiamarsi Jugovic, questo carrierista. Ci ha portato a spasso come scolari, prima dal preside, comandante della piazza, e poi in giro per le strade impossibili dove cento e uno cani rovistavano tra le macerie in competizione con gli uomini.
    Era ansioso, il maggiore, si intuiva, d’istruirci sull’eroismo della sua gente. L’abbiamo fatto parlare e allora non l’ha più finita. Casa per casa, alla fine, avevano dovuto prenderla la città. Uno stillicidio di stupri certo più impegnativo, per il maschio, di quello unico, supremo, auspicato nella guerra post-moderna. I difensori, cittadini e milizia, durante il bombardamento erano rimasti nascosti sottoterra, la pancia dove la città mercantile aduna le merci che la pace lasciava transitare il Danubio. Appena il cannone aveva abbassato la voce, erano usciti fuori tutti, gli uni a cercare scampo, gli altri vendetta. L’esercito federale, nascosto a sua volta dietro la bocca del cannone, aveva sciolto i mastini, gli irregolari, a spintoni l’aveva indirizzati verso le postazioni nemiche. Se n’erano viste di belle!… E poi anche di sorprendenti: i croati avevano saldato con la fiamma le porte e le finestre delle case sul vialone grande. Si dovette avanzare allo scoperto, arrangiarsi sotto la grandine con pianerottoli da niente. Si fu a un passo dalla disfatta!… Allora, il genio serbo ha avuto l’idea di passarci attraverso alle case, col plastico, d’attaccare la piazzaforte muovendo per il soggiorno e la camera da pranzo.
    Ci raccontava tutto quello con un sorriso di condiscendenza Jugovic, voleva meravigliarci. Ci ha portati a vederle le case, e poi anche l’ospedale dove oramai non c’era più nessuno, fino a che non è stato il turno dei “testimoni”, poveri vecchi che sbiascicavano dolore filtrato dall’ufficio stampa.
    Per noi, tutti free-lance che dovevamo guadagnarci la pagnotta con l’inedito, il viaggio si dimostrava così una perdita secca. Abbiamo protestato, allora, ma non abbiamo ottenuto molto. Solo di stizzirlo e di poterci muovere a nostro piacimento in un raggio di trecento metri dal suo sguardo. Se n’è andata così l’intera giornata.
    Il fotografo della Black Star, Alex Roots, a quel punto s’è fatto sentire. Stavamo per risalire sul pulmino. E’ andato verso il maggiore e gli ha urlato sul muso col suo inglese di New York che la questione non finiva lì, che non avremmo mancato, noi rappresentanti della grande stampa occidentale, di rimarcare l’ostruzionismo, la reticenza dell’autorità serba, che ci costringeva, nostro malgrado, a scrivere solo d’impressioni, impressioni che, il maggiore poteva esserne sicuro, non avrebbero giovato alla causa della Grande Serbia.
    Per sua ulteriore informazione, gli ha garantito pure che lui, il maggiore, figurava già con nome e cognome sul suo taccuino, pronto per essere segnalato, tramite ambasciata, al Ministero della Guerra per la sua totale incompetenza.
    Che abbia capito o no, il maggiore si è imbrunito parecchio. Ci ha salutato freddamente e poi è montato nella jeep per farci strada verso il ricovero che ci aveva promesso per la notte.
    Ormai solo i fari strappavano alla tenebra delle porzioni di steppa rese uguali dalla neve. Il nostro autista, un montenegrino di Bar, seguiva le piccole luci del mezzo militare davanti a noi.
    Adams, l’uomo Reuter nei Balcani, scherzava con Roots. Li sentivo parlottare e ridere entrambi alle mie spalle. Il mio inglese non era così buono da capire una conversazione di quel tipo. Mi volsi verso Paolo.
    “Sta dicendo che gli dà sempre un particolare gusto cazziare un ufficiale, mi spiegò lui, ma – aggiunse - credo che abbia voluto pure tastargli il polso. Non si sa mai che ne esca fuori qualcosa. Se non succede niente, a noi conviene lasciar perdere e tornare in Italia a cercarci un altro lavoro. Quanto abbiamo speso finora?
    “Fra tutti e due circa un milione e mezzo.
    “Possiamo già essere sicuri di andarci sotto, allora. Pepe e Miguel, con la televisione, non hanno da preoccuparsi. Dividono con noi le spese, ma non spartiscono mica i guadagni… Ci vorrebbe un colpo di fortuna, ma ci credo poco…".
    Non risposi. Anche Roots ed Adams adesso avevano smesso di parlare.
    La notte veniva su dall’orizzonte e sembravamo tutti star là ad aspettare che ci addormentasse, dopo averci rimboccato la sua coperta scura. L’immagine della morte, nascosta nel buio imminente, sotto un metro e mezzo di neve, esorcizzata finché il sole era stato con noi, prendeva il sopravvento e voleva silenzio.
    Appena dopo il fiume, deviammo per una strada secondaria. Stanchi come eravamo, in piedi dalle cinque del mattino, ci saremmo accontentati di qualsiasi tipo di letto, purché al caldo. Ci aspettavamo comunque una qualche locanda presa in mezzo alla guerra in cui, per miracolo o calcolo, il fuoco fosse rimasto confinato dentro un caminetto senza traboccare e divorarla intera, oppure una scuola requisita. Insomma, tutto tranne quello.
    In mezzo alla steppa, senza nessun tipo di avviso, c’era un hotel degno in tutto della catena Sheraton. Per quello che si riusciva ad intravedere nella bruma, era una struttura su di un solo livello, di vetro e legno, somigliante ad un centro benessere dei più eleganti, moderno e al tempo stesso integrato perfettamente nel paesaggio come un gigantesco chalet di lusso. Doveva, pensai, trattarsi di un centro termale. Nel parcheggio, proprio davanti all’ingresso, c’erano parcheggiate un paio di jeep bianche delle Nazioni Unite e poi anche delle auto private, degli scassoni di fabbricazione italiana e cecoslovacca. Appena ci arrestammo, due inservienti in maniche di camicia vennero per occuparsi dei bagagli, mentre il maggiore, fatto un cenno dal finestrino, fece manovra e tornò verso la città.
    Nella hall, rivestita di legno chiaro e moquette, un portiere in divisa scura e mostrine amaranto ci accolse con un ottimo inglese. Ci disse che avevamo una prenotazione, tutte camere doppie con bagno. Se lo desideravamo potevano fare una doccia, in attesa che la cena fosse servita. Era il portiere, perfettamente in sintonia con l’apparizione e apparizione lui stesso.
    Anziché con Paolo, capitai in stanza con Pepe. Per favorire l’affiatamento, visto che con loro, gli spagnoli, io e Paolo avremmo dovuto condividere anche il resto del viaggio.
    Riposta l’attrezzatura fotografica, liberato dagli stivali fradici e fatta una doccia veloce, sono sceso di sotto, voglioso di rendermi meglio conto di dove eravamo capitati.
    A parte il personale di servizio, solerte, numeroso e del tutto zitto, l’albergo era quasi deserto rispetto alla capienza. La gente delle Nazioni Unite, i proprietari delle jeep che avevamo visto arrivando, se ne stavano probabilmente rintanati nelle stanze, mentre in una piccola sala quattro uomini erano impegnati intorno ad un biliardo. Giocavano a snorkey e stetti un po’ a seguire la partita. Erano giornalisti della televisione di Stato jugoslava. Non erano un granché come giocatori, solo apparenza. Tiravano forte senza un motivo e quasi sempre contro gli spigoli delle buche. Due settimane dopo fecero scalpore, saltando tutti assieme su una mina indipendentista dalle parti di Knin.
    Non c’erano solo loro lì, in bilico sul bordo della buca. Sui divani appoggiati alle pareti, dei ragazzi, dei soldati dell’Armata Federale in convalescenza chiacchieravano con parenti venuti là in visita, prima che li rispedissero al fronte, a provare a prendersi Osjiek. A loro ci si misero i francesi a fotografarli.
    L’invitavano coi gesti e i versi, come si fa con i bambini piccoli, ad alzare l’indice e il medio e loro, i soldati, obbedivano ridendo. Anche i parenti sorridevano. La notte gelida premeva forte sulle grandi vetrate, ma non entrava per poterli ingannare meglio.
    Mi sembrava, uscito dal salottino, di sentire una musica, del genere classico da camera che si ascolta nei programmi radio di filodiffusione. Seguitando ad avanzare verso la sala da pranzo, aumentava di volume la musica, e anche d’illogicità. Quando arrivai alla grande sala dei banchetti, vidi che era l’orchestra. Sei elementi che avevano appena attaccato con delle arie viennesi.
    Erano già tutti lì i colleghi, seduti ad uno dei tavoli, impeccabilmente apparecchiato come gli altri, con una nutrita forza di camerieri addetti.
    “Un saggio dell’ospitalità serba – mi ha detto Paolo mentre mi mettevo a sedere anch’io – Adams si starà pentendo di non essersi portato lo smoking…”.
    “Si, ma dove sono le ragazze? – ho chiesto.
    Con queste premesse, accompagnati dall’orchestrina, mangiammo e bevemmo bene. Prima una zuppa vegetale calda, poi goulash con carne, verza e peperoncini, il tutto innaffiato di vino rosso della Crimea. Non mancava niente per dirci in pace con il mondo. Un tedesco di cui non ricordo il nome, Gunther qualcosa mi pare, era un talento comico. Ci fece ridere imitando il maggiore cazziato da Roots. Stavamo attaccando il dolce, quando al nostro tavolo si presentò proprio lui, il maggiore.
    Aveva il colletto della divisa slacciato e l’aria un po’ furtiva di uno che si trova dove non dovrebbe. Roots lo accolse chiedendogli se voleva una grappa. Il militare fece come non avesse sentito e si avvicinò ad Adams che lo osservava sorpreso con la forchetta a mezz’aria. Parlottarono a distanza molto ravvicinata e quindi io, che ero dalla parte opposta del tavolo, non sentii nulla. Poi, dopo aver salutato compitamente, il maggiore fece dietrofront e se ne andò.
    “Che ha detto?, chiese Roots appena si fu allontanato.
    “Eh!…
    “Allora?”.
    Adams guardò allusivo prima lui e poi tutti i presenti. “Dovrei non dirvi nulla…”. Poi divenne serio: “di là c’è un cetnik – scandì in un inglese pulito, una cortesia verso di noi – fa parte delle brigate che hanno preso la città, quelli che hanno fatto il lavoro sporco per conto dei federali. Sono stanziati in alcune cascine intorno a Borovo Selo e… hanno dei prigionieri. Dei condannati a morte. Il maggiore ha detto che ce li fanno vedere, fare tutte le foto che vogliamo…
    “Chi sono questi condannati a morte? - chiese Paolo.
    “Non lo so, non l’ha detto. In ogni caso ci si va. Vieni tu, Alex, andiamo a sentire l’uomo”.
    Tornarono dopo cinque minuti. L’accordo era che sarebbero venuti a prenderci l’indomani alle sette per scortarci fino al campo che distava pochi chilometri. Era stato il maggiore a combinare la cosa, ma dovevamo sapere che l’Armata Federale non si assumeva nessuna responsabilità.
    Dissi a Paolo: “Bè…
    “Il problema è che siamo in parecchi e i francesi hanno ottimi canali per vendere…".
    All’epoca io non pensavo molto agli aspetti commerciali, cioè professionali. Avevo 24 anni, l’avventura mi sembrava più importante.
    “Vedremo! – risposi.
    Dopo poco andammo tutti a dormire. Ci aspettava un'altra giornata pesante e volevo recuperare un po’ d’energie. Stentavo però a prendere sonno. Pepe si era portata in camera una confezione da sei di birra slovacca. Ne stappammo così un paio, sorseggiandole a letto.
    “Ah… mi Gordi…
    “Perché la chiami così?”. Gordi era la ragazza di Pepe, non aveva fatto altro che invocarla durante quel viaggio.
    “Gordi… gordita… è come dire in italiano cicciolina…, rise.
    “E’ parecchio che la conosci?
    “Due mesi. L’ho incontrata in un bar vicino l’Università. Ha vent’anni meno di me ed è quasi un mese che non la vedo… E tu?
    “Io? Io niente. Niente donne. Nessuna in particolare, intendo.
    Mentivo. Una c’era, ma non mi andava di parlarne.
    “Pepe…
    “Si?
    Gli indicai un’altra birra, lui la stappò e me la porse.
    “Pensi che abbiamo raccolto del buon materiale?
    “Non lo so e sai, non me ne importa neanche. Troppo freddo e troppa guerra qui. E troppa poca birra, coño!… Paolo ci si muove como un pez en el agua, ma non è il mio genere questo.Sai come sono arrivato qui? Ignacio m’ha telefonato a Gran Canaria, stavo là a fare un reportage sul surf, chiedendomi se avevo lasciato le chiavi di casa mia a qualcuno. Claro, gli ho risposto, perché è successo qualcosa? No non ti preoccupare, m’ha detto, solo devi partire per la Jugoslavia, ti porto il cambio a Barrajas… Non sono potuto neanche passare per casa…
    “That’s the press… - dissi. - T’aiuta anche con le ragazze, dì la verità….
    “Coño!… Soy un periodista!…
    “’Notte, Pepe.
    “Noche…
    Spensi la luce e m’avvoltolai nelle coperte. Cercavo d’immaginare che faccia avrebbero avuto degli uomini che sapevano di stare per morire. Se sarei stato capace di reggere il loro sguardo e descriverlo, e infine se descriverlo aveva un senso. Come ce l’ha, del resto, anche un qualunque gioco. Piacevolmente ubriaco, la mia mente se ne andava a zonzo nel futuro, quel futuro che ero convinto di avere a differenza di quegli uomini. E’ tutta là, in quello che puoi permetterti di pensare prima di addormentarti, lo spazio che si ha a disposizione per infilarci dentro i sogni, la nostra vera vita.
    Puntuale, la mattina, il cetnico che doveva accompagnarci si presentò davanti all’ingresso. Aveva una regolare faccia da assassino e alla cintura portava un grosso coltello con l’impugnatura ricoperta di nastro adesivo, di quello che si usa per le racchette da tennis. C’intimò di sbrigarci perché aveva una guerra da combattere.
    Il campo si trovava a venti minuti di strada. Si trattava di un gruppo di cascine sfollate dai contadini nei primi giorni della guerra. Zlatko Selic, il loro comandante, ci venne incontro sull’aia. Era un bel tipo dai tratti decisamente slavi, alto, con il volto scavato e gli occhi grigioazzurri. Dopo i convenevoli, andò subito al dunque. Diede ordine ai suoi di andare a prendere i prigionieri che tenevano chiusi nella stalla. “Franchi tiratori”, ci disse presentandoli.
    Erano tre. Due intorno ai trent’anni, l’ultimo, più giovane, non arrivava ai venticinque. Avevano tutti il viso stanco e la barba non fatta e gli occhi erano enormi, spalancati in maniera innaturale, nonostante fosse evidente che dormivano pochissimo da parecchio tempo. Dopo un po’ capii che era a causa delle pupille, così dilatate dalla tensione da occupare quasi per intero l’iride, fino a diventare dei pozzi neri, senza fondo.
    I miliziani li trattavano con grande confidenza, privi di ogni risentimento, parevano tutti compresi nella stessa fatalità. Quello più giovane, vedendoci, sorrise. Un vero e proprio sorriso amichevole, che si allargò quando capì che fra noi c’erano anche francesi e inglesi e soprattutto americani. L’Occidente che veniva a salvarlo. Disse anche qualcosa, ma fu zittito e allora rientrò tranquillo nei ranghi, senza però perdere quella nuova espressione. Gli altri due, più seri e stanchi, ci guardavano appena, distanti.
    Chiedemmo a Selic se era possibile parlare con loro, ma il serbo scosse la testa. Potevamo riprenderli, fotografarli, ma niente interviste.
    “Non hanno nulla da dire, spiegò.
    Poi li fece portar via e con noi radunati là intorno, si schiarì la voce: “Questi uomini devono morire, – scandì – sono colpevoli di omicidio. Cecchini! La loro sorte è già stata decisa dal popolo serbo. La sentenza è in attesa d’esecuzione e sarò io a stabilire quando eseguirla. Questo potrebbe avvenire oggi stesso, alla vostra presenza. Sappiamo – la sua voce assunse una vena di disprezzo – che per voi giornalisti questo sarebbe un buon business. Noi siamo poveri e come vedete i miei uomini sono costretti a combattere con vecchie armi, mentre il nemico riceve aiuto dai vostri governi. Abbiamo bisogno di armi per combattere i fascisti croati. Per questi motivi vi chiediamo 5.000 dollari per assistere alle esecuzioni. Dovete rispondermi subito.”.
    Ci fu un istante infinito di silenzio. Potevo ascoltare il vento scuotere gli alberi e la neve polverizzarsi cadendo a terra. La proposta era stata fatta, ma sembrava che nessuno avesse sentito.
    Fu Adams a spezzare l’incantesimo. “Questa è una follia!… – gridò – e voi siete dei selvaggi! Signor capitano, o quello che diavolo siete, la risposta è no. Anche a nome dei miei colleghi. Giusto? – si rivolse verso di noi – Giusto, no?”.
    Nessuno disse niente. Selic era impassibile, a braccia conserte ci passava in rassegna muovendo appena il collo da falco.
    Paolo mi disse: “Togli l’obiettivo dalla macchina fotografica”. Lui già lo stava facendo.
    “Perché?
    “Così capiscono bene che l’articolo non c’interessa.
    “Ma, glielo abbiamo detto…
    “Lo so, ma se adesso gli viene l’ispirazione di metterli comunque al muro, qua in faccia a noi, io le foto le scatto lo stesso e poi toccherebbe discutere…
    Tolsi anch’io l’obiettivo e me lo ficcai in tasca.
    Selic rimase piantato là un altro minuto buono, poi si tolse e ci tolse dall’imbarazzo, salutando e rientrando nella cascina.
    Ci si avvicinò Roots: - Hai sentito che roba, Monti. M’è capitato una cosa uguale in Libano, ma lì volevano solo duemila dollari.
    Pensai che non c’è nulla di più relativo e volubile del prezzo della vita umana, soggetta ai tempi, alle latitudini e all’andamento del dollaro.
    ““I francesi mi hanno chiesto se volevo fare a mezzi. L’ho mandati a fare in culo e gli ho detto che comunque da qua ce ne andavamo tutti insieme.
    “Hai fatto bene.
    “Già.
    Tornammo a Belgrado quella mattina stessa e dopo una settimana rientrammo in Italia. Non riuscimmo a vendere abbastanza neppure da coprire le spese.
    Pensavo un giorno si e uno no a cambiare lavoro, ma, invece, continuai con il giornalismo.
    Un mese dopo ero a Madrid per un servizio su una ragazzina italiana scappata di casa per fare la torera. Ne approfittai per rivedere i vecchi amici. Miguel mi diede anche una mano presentandomi un allevatore di miura che forse poteva aiutarmi a rintracciare la toreadora. Sempre a lui chiesi notizie di Pepe.
    “In questi giorni c’è una mostra organizzata da lui sulla guerra, mi ha detto.
    Mi diede l’indirizzo. Stava in un teatro ricavato in una catacomba ed era patrocinata dall’ayuntamento. Sulla locandina era scritto Vukovar, la ciudad martire, por Josè Figueras. Dentro, in una sala circolare che odorava di muffa e cadaveri, avevano sistemato dei televisori che trasmettevano a ciclo continuo le immagini girate durante il nostro viaggio. Pepe, più bello che mai, stava in mezzo a un sacco di gente, soprattutto donne, che lo complimentavano. Me la squagliai con discrezione, senza farmi vedere.
    Alla fine, la trovai pure la torera, e feci l’intervista. Viveva con un tizio che aveva trent’anni più di lei e ancora non aveva visto un toro.
    Fu all’aeroporto, a Barrajas, che curiosando in un chiosco mentre aspettavo l’imbarco per tornare, vidi la rivista. Era un’importante rivista americana e dedicava la copertina alla guerra nei Balcani. A Morte!, diceva il titolo. Prometteva, nelle pagine interne, un reportage sull’esecuzione di alcuni soldati croati da parte dei serbi nei dintorni di Vukovar. La comprai per vedere le foto. Erano state pubblicate molto in piccolo. La didascalia spiegava che quella scelta grafica era stata fatta per “non urtare la sensibilità dei lettori”. Non erano firmate.

     
  • Come comincia: Appena finito di mangiare, i gitani s’erano riversati anche loro nell’apoteosi della festa, fra le case, in mucchi, plotoni, gazebi umani. Si confondevano con i curiosi, gli zingari, ma senza sciogliersi nella folla, rimanendo come in grassetto, sottolineati dalla vita stessa. Uno mangiava il fuoco che prendeva dalla borraccia della sua donna. Lo beveva a lunghi sorsi, il fuoco che lei gli porgeva, e poi lo sputava come un indemoniato, un momento prima, sembrava ai battitori di mani, che gli invadesse di fiamme la gola, che s’alimentasse dei suoi tessuti, gli incendiasse davvero il cuore. Un gioco di prestigio, un giro della morte… Campavano così, per fiere loro due, sempre un po’ ubriachi per forza di cose.
    Lola non la vedevo, là in mezzo al pubblico, ma non c’era da sbagliarsi: il paese era appena un cesto di case serrato fra mare e palude. L’avrei trovata di sicuro.
    Tanto valeva bighellonare ancora, passare il tempo per strada a farsi incantare dagli artisti. Si ballava, più in là, sotto un ciliegio. Erano tre ballerine, giovanissime. La musica le teneva per i capelli e glieli scuoteva, se le trascinava via, oltre il tempo e il nostro povero spazio, dove se ne volano i sogni d’amore, la giovinezza di tutti, molto molto più in là di dove normalmente si è disposti ad andare. Erano più vicine loro, a un barlume di verità, del più grande dei filosofi. Chiamarle? Seguirle? Già se ne sono andate, a quel punto. Il ballo era un addio. Tutti applaudono, non si sono accorti di quello che si sono portate via.
    Gli uomini, parlo dei gitani, stanno sulle loro. Controllano a distanza l’andamento delle offerte. Qualcuno, è anche vero, suona la fisarmonica. Un’eccezione. Gli altri sorvegliano semplicemente, là fermi, appoggiati al proprio sesso, compatti.
    Ecco dei turisti in bermuda. Sempre in seconda fila, la loro piccola borghesia scrocca il divertimento dalla strada. Tristi carni di uomini e donne, in calzoncini per stare più comodi. Si metterebbero nudi, se non fosse sconveniente, da arresto, per dimenticarsi il più possibile dei loro panni.
    M’era facile capirlo. Gente mia.
    Scattavano foto con macchine superautomatiche, dei bonzai giapponesi, e qualche volta se le facevano fra di loro, le foto. Un ricordo. Qualcosa che nessuno più ti toglie.
    Stavo sprofondando in uno dei miei momenti d’agitazione. Ora passa! mi dicevo. Avrei creduto in quel momento di poterla lasciare lì per sempre, sulla piazza, l’agitazione. Come…uno scherzo! Appoggiata al muro della chiesa con un cappello messo davanti e un cartone con la scritta: fate la carità! Capelli di paglia e un po’ di fango inzeppato in qualche straccio… Un fantoccio della vera disperazione, che non inganna nessuno tanto è fasullo. Arte, insomma! Uno scherzo amaro!...
    Provai a infilarmi in un bar, attratto dalla luce, risucchiato dal marciapiede come una falena. M’affacciai dentro e non mi piacque il posto, una trappola per turisti. Meglio la strada, mi dissi. E poi, Lola non era nemmeno lì.
    Ancora la strada, quindi. E’ là che tutti prima o poi s’incontrano.
    Ma è proprio vero? A che servono in fondo, le strade? Pure gli zingari un giorno erano arrivati a St. Maries de la Mer, spinti dall’agitazione, dal voler sapere tutto, e ci si erano arenati. Niente barche per passare il mare, e nemmeno più abbastanza strade per andarsene via, battersela per dove erano venuti. Erano rimasti, alla fine. Pittoreschi.
    Così, in genere, ci si contenta, come me, di gironzolare intorno alla chiesa per farsi passare la sbronza. Sbronza triste, per giunta! Scambiai due parole con un venditore d’aglio. Poi con uno spagnolo che aveva portato la famiglia, la moglie e i figli, a vedere los gitanos, a fargli fare, alla famiglia, conoscenza con qualcosa. Una gita. Voleva che li fotografassi tutti assieme con il mangiafuoco sullo sfondo, tutti e quattro a figura intera.
    Li feci schierare e poi andare un po’ indietro. - I piedi! - gli gridai. Papà abbracciava mamma che teneva il braccio destro sulla spalla del maschietto, la femminuccia invece era tutta del padre. Fermi così! Bene… Scatto! I ragazzi, li vedevo io, avevano la faccia di chi trovava quello molto patetico, ma bisogna anche sorridere, fare un po’ finta. Già se ne immaginavano la morte, dei genitori, e così ritrovavano un po’ di colore sulle guance .
    Quanto a me, la macchina fotografica l’avevo lasciata in albergo. Ne avevo basta della realtà inscatolata in 36 millimetri. M’andava di nuotarci dentro la realtà, ingoiarla a pezzi interi, il più possibile, tutta. Ero, per così dire, disponibile. Forse per questo una ragazzina mi si avvicinò. Doveva averne dodici o tredici di anni, non sono sicuro. Sotto gli occhi, scuro denso, degli invisibili ragni avevano già iniziato a tessere, a raccontarne di storie, e a trenta avrebbero finito per scrivergliela tutta la faccia, bella spiegata senza bisogno di parole. Per allora, doveva augurarsi di essersi trovata un uomo, innamorato o ubriaco che fosse.
    Mi parlava in francese, la bambina Rom, e io lo capisco male il francese, ma misi una mano in tasca e le allungai cinque franchi. L’elemosina… La fai, magari un po’ vergognandoti, pensando che son sempre cinque franchi, mille lire, che nessuno ci può far niente…
    Lei non li voleva però i miei soldi. No, no, mounsieur, no argiant… Mi scansava la mano e sorrideva come divertita per l’equivoco. Aveva dei bellissimi denti, uno d’oro le rideva più degli altri.
    Io gliela volevo proprio dare, ‘sta monetina, m’era simpatica, e insistetti un po’, anch’io sorridendo; ad un certo punto, mi servì un’espressione tutta seria, proprio il broncio delle bambine che fanno le donne, o delle donne in generale, forse. Ce l’aveva con me perché non capivo. Mi prese l’altra mano, la sinistra, e l’aprì quasi a forza, scoprì il palmo.
    Ecco. Mi mancava, la chiromante!
    Non reagisco, lascio fare in un primo momento. Lei m’accarezza la mano, la studia, passa le sue piccole dita sui contorcimenti delle linee, mi tasta i calli… Ogni tanto alza gli occhi sui miei, mi entra dentro, pare che legge, legge, legge… M’imbarazza, alla fine. Non mi va di essere letto! Io le maghe, gli indovini, l’ho sempre scansati. Manco per scherzo io! Lo strano è che rimanevo ancora lì, immobile, con la mano tesa in mezzo alla strada.
    - Tutto bene? - le chiesi, riprendendomi finalmente.
    Sorrise, scuotendo la testa. Mi chiuse la mano, stringendola come poteva con le sue forze. Domain, domain… disse. Poi, prima che potessi rendermene conto, mi diede un piccolo bacio sulla guancia, furtivo come un sussurro, e scappò via verso la notte.

     
  • 04 febbraio 2006
    Bar delle Rondini

    Come comincia: Ci ha un odore tutto suo il bar delle Rondini, di sale e di cloro, a seconda se il vento tira dal mare oppure ci prende alle spalle, dalla parte dei depuratori. Dico alle spalle perché qui a piazza s’è sempre guardato verso il mare, sto gigante sdraiato che sembra poco più che un lago, stretto ormai tra l’ultimo stabilimento e il cantiere del nuovo porto turistico. E lo sguardo salta sempre oltre la spiaggia, uno sputo di sabbia nera come una radiografia andata male.

    Oggi, a dir la verità, è più il cloro che sento mischiato al cappuccino. Sarà questo che mi mette l’umore storto, ed anche la solitudine che la domenica mattina è impossibile nascondere, e lo sciopero della SNAI, proprio oggi che ho una martingala sicura e i cavalli di Massimo sono andati a nascondersi, lontano dalla polizia.

    Se ne chiacchiera poco, per non dire nulla, di questa faccenda, fra noi, del fatto che siamo rimasti orfani, dico. Invecchiano facile le storie, e poi non si parla volentieri di certe cose, nessuno ci tiene a sembrare bene informato con le orecchie lunghe dei poliziotti sempre all’erta agli angoli delle strade. Confidenze si, qualcuno che conosce un particolare in più, che offre una ricostruzione inedita, naturalmente si trova, ma queste indiscrezioni si fanno a bassa voce, a tu per tu, lasciando che sia il vento a portarle più in là le parole, fino a farle confondere come piccole onde.

    Ad ogni modo, a forza di star là a  traccheggiare con le cronache sportive, è arrivata pure a me la risacca.

    Due settimane fa, verso le undici e mezza, Massimo è venuto come al solito per l’aperitivo. Lo avevano visto in diversi buttar giù il campari e sgranocchiare due pistacchi. Aveva pure commentato, sornione, la nuova pettinatura di Alessia, la ragazza che sta al banco, e lei aveva riso un po’ troppo forte, agitando i capelli. Non  è un mistero che avesse un debole per lui. Le portinaie del bar sussurrano pure che di tanto in tanto gli facesse dei servizietti in macchina, dalle parti del monumento a Pasolini, e questo solo per farsi scarrozzare fino al Kursaal con la porsche. Sono quasi sempre pettegolezzi, quelli che ci si ferma a dire dei morti ammazzati. Vale per tutti, questa regola, anche per spacciatori e poeti.

    Pare che però Massimo avesse altro per la testa quella mattina. Una moto ad acqua appena comprata, un modello nuovo, una meraviglia gialla e nera, tutta carbonio e propulsione tedesca, una specie di demonio che voleva provare quel giorno stesso. Era in effetti la giornata ideale. Un cielo di giugno come si vede spesso sul mediterraneo, né troppo alto né basso, un arco dolce da dove non pare strano che gli dei siano scesi ad incontrare gli uomini, lo incoronava, a lui, Massimo Sacconi, re di piazza Gasparri.

    Passata da poco la trentina, era già uscito indenne da un paio di guerre. Dei suoi compagni d’avventura, quelli con cui aveva iniziato da ragazzino a vendere il fumo per strada, un paio erano finiti sparati, un altro stava scontando vent’anni per traffico internazionale, ed uno, il più furbo a conti fatti, era sparito nel sudamerica, in qualche buco tropicale senza trattato di estradizione. Quando le guardie, dopo aver tollerato e a volte favorito la resa dei conti, s’erano fatte vive gridando “Basta così, ragazzi!…”, lui era stato l’unico a rimanere in piedi, il re che metteva di nuovo d’amore e d’accordo tutti: guardie, mafia e malavita indigena. Noi, gente del bar che lo conosceva da sempre, ne traevamo da questa situazione una serie di vantaggi difficilmente comprensibili da uno di fuori, una specie d’impunità per le nostre piccole magagne. Si capisce bene, quindi, quanto ognuno pure quella volta abbia mostrato interesse per la sua nuova moto ad acqua. Si sentivano come in dovere di condividerlo il suo entusiasmo, quando capitava l’occasione.

    Prima di andarsene al mare, aveva detto però di aver da sbrigare un’altra faccenda. Doveva incontrarsi con Gigi, un delinquentello malato d’incoerenza, un senza coraggio, che gli avanzava soldi per venti grammuzzi di coca mai pagati.  Naturalmente non è che Massimo parlasse di solito così, davanti a tutti, dei suoi affari, ma appunto il fatto era che non lo considerava un affare vero e proprio quello, solo una seccatura senza importanza.

    Si conoscevano da una vita lui e Gigi, dai tempi della scuola addirittura, per quel poco che a tutti e due li avevano visti da quelle parti, e a quello che si sapeva, non era nuovo, l’amico, a scherzi del genere. Di norma in quei casi, Massimo aveva sempre lasciato correre. Era poca roba, niente, rispetto agli affari seri che trattava nei narcotici e con le scommesse clandestine, ma quella volta, non so perché, s’era impuntato, gliel’aveva voluto fare anche lui uno scherzetto. Gli si era presentato a casa, aveva tirato fuori la pistola e senza tanti complimenti, a calci nel culo, lo aveva caricato in macchina, guidando fino alle fratte in mezzo alla pineta. Una volta arrivati, l’aveva ficcato fino al collo in una buca fonda e poi s’era seduto tranquillo, con la sigaretta accesa, a ragionare sull’importanza di saldare i debiti, specie con gli amici. Ce l’aveva lasciato fino a sera, a riflettere.

    La storia aveva fatto in un baleno il giro di Ostia.

    Manco a dirlo, i soldi erano saltati fuori. Entro le 48 ore, aveva ricevuto una telefonata da Gigi che gli dava appuntamento per le due e mezza del giorno dopo al parcheggione. Aveva detto “va bene” senza stare a pensare che fosse sabato l’indomani e lui avesse da collaudare il nuovo giocattolo.

    Insomma, era una scocciatura rimandare al pomeriggio il suo programma marino, ma voleva lo stesso togliersi il pensiero, disse, ed anche in fondo rassicurare Gigi prima del week end.

    Andato via dal bar, da solo, intorno alla mezza, aveva puntato dritto verso la Vecchia Casetta, a pranzare in faccia al sole. Quando sono andato a parlarci, Beltrani, il padrone, se ne ricordava perfettamente perché se n’era occupato lui in persona del servizio, come si fa con i clienti di riguardo che col contante smuovono all’amicizia perfino i commercianti. Aveva ordinato, mi ha detto, un’aragosta alla catalana, di quelle piccole, delle Baleari, e un Regoldego del trentino secco bianco e freddo. Mi ha detto anche, questo Beltrani, che il signor Sacconi aveva gradito, lasciato come al solito una buona mancia per i ragazzi e prenotato per la metà della settimana successiva la saletta privata per una cena di quattro persone. Non ne sapeva niente, ovvio, di chi fossero gli altri avventori, non sono cose che un ristoratore deve conoscere. Inutile perfino chiederlo, ma comunque mi ha congedato a quel punto, con la scusa dell’ora, come se infantilmente pensasse di aver parlato troppo, dicendomi che gli dispiaceva molto per quanto era successo. Un ottimo cliente, ha ribadito, prima di sparire in cucina.

    Sono rimasto, io già che c’ero, altri cinque minuti, sulla terrazza a guardare il mare. Finito di mangiare, ammazzato il caffè, m’immagino che pure Massimo abbia fatto lo stesso. Da lì, dalla veranda della Vecchia Casetta, si vede meglio che da noi, il mare si apre e svela la sua enormità, che è il suo vero mistero. Grande, il mare visto da lì, quasi come a Pantelleria, da dove era venuta la sua famiglia. Aveva ancora una casa là e ci tornava un paio di volte l’anno a scherzare con i pescatori che conosceva uno per uno. Si sentiva, mi ha confidato una volta che era in vena, al sicuro là, come in famiglia, col mare tutt’intorno che lo abbracciava, senza essere costretto a girare armato, a guardarsi le spalle di continuo. Ci passava, mi raccontò pure, tre mesi l’estate, quando era bambino, in compagnia di uno zio Bastiano che lui vedeva come una sorta di eroe classico. Questo vecchio lo portava a guardare l’isola dalla cima di Montagna Grande, spiegandogli tutto sui movimenti dei banchi di pesce che sfiorano il promontorio prima di perdersi verso l’Africa.

    Se avesse potuto supporre che quello era il suo ultimo pasto, forse non l’avrebbe scelto diverso, ho pensato, ma sono valutazioni arbitrarie le mie. Per come l’ho conosciuto, non credo che sarà rimasto così, in contemplazione, per più di tre minuti, sulla terrazza dopo il pranzo. Anche se non la toccava quasi, i suoi tempi erano comunque quelli della cocaina, del gran commercio cioè. Si muoveva, come gli uomini d’affari, secondo schemi mandati a memoria e poi dimenticati di azioni successive, senza spazi vuoti per pensare o esitare. Quei pensieri che gli attribuivo, assomigliano, in effetti, più al mio modo di essere che al suo.

    Quel che so per certo è che, con una porsche, traffico del lungomare considerato, non ci vogliono più di dieci minuti fino al parcheggione. Era in anticipo, quindi, se è vero che se n’era andato da lì che non erano nemmeno le due. Tutto il tempo ha avuto di fare un salto da Luana.

    Stavano insieme da circa un anno e, a quanto si diceva in giro, Massimo ci aveva perso la testa. Io, lei l’avevo vista diverse volte al bar degli Attori. Non è una che passa inosservata, nel suo genere. Fino a che non s’era messa con Massimo, avevo pure in un paio d’occasioni provato ad attaccarci discorso, senza fortuna. Una gran bella ragazza, una mora con un corpo e una testa da velina mancata, inavvicinabile da comuni mortali che non avessero cioè caratteristiche da maschio alfa. Avevo quasi subito lasciato perdere.

    Dopo il fatto sono andato a trovarla, a Luana. Lavora come commessa, aspettando tempi migliori, nella boutique di un marchio prestigioso fra i modaioli, su via delle Baleniere, la strada dello struscio incessante quando, specie il sabato, il popolo di Ostia, ripulito, si da allo shopping.

    Il negozio però a quell’ora era deserto e lei se ne stava seduta dietro il bancone, a leggere un giallo storico sulle peripezie di un faraone incredibile. Non mi ha riconosciuto lì per lì. Mi lanciò lo stesso sguardo che avevo già notato le altre volte, di una malizia a vent’anni già scettica. Sembrava sforzarsi sempre di esserci, ma lasciava, guardandola con un minimo di attenzione, non distratti dal faccino disegnato col pennello, piuttosto la sensazione di un’assenza disperante.

    Se aveva del dolore dentro, lo nascondeva bene. Dopo i convenevoli, le spiegai il motivo della mia visita. Le raccontai che collaboravo con un giornalino locale e volevo scrivere qualcosa di diverso da quello che già era stato detto sulla fine di Massimo e speravo che lei mi desse una mano. Era un pretesto idiota, forse, ma non trovai nulla di meglio.

    Invece di rispondere, chiuse il libro, infilò una mano sotto il bancone, prese la borsa e tirò fuori una copia del Messaggero piegata in quattro. Era del giorno dopo il delitto.

    - Sai leggere? - ecco che mi fa. - Ci tieni a sapere come sono andate le cose? Qui c’è tutto, compresi i particolari. Accomodati!… però, a me, lasciami in pace…

    Non mi feci impressionare. -  Il fatto è che non credo sia stato Gigi, le dissi a bruciapelo.

    - E invece è stato lui. L’hanno trovato con ancora il sangue di Max addosso, ha pure confessato…

    - Mi riesce difficile crederci, perché avrebbe dovuto farlo?… e poi, non mi figuro neppure che ne avesse il coraggio…

    Dicevo quelle cose soprattutto per provocare la sua reazione, per invogliarla a parlare, ma ciò non significa che non le pensassi davvero.

    - E invece non è strano. Quel vigliacco ha aspettato gli girasse le spalle e l’ha colpito al collo…

    - Si, lo so, con un coltello da cucina… Ma ti pare che abbia senso? Voglio dire, proprio adesso che hanno bisogno di ripulire la zona del porto perché arrivano i soldi veri, ecco che il boss muore ammazzato. Scusa, se parlo così…

    Non mi ha risposto. Si è alzata in piedi ed è andata verso la porta spalancandola.

    - Fuori! Tu sei ancora peggio degli altri, almeno fossi stato un suo amico, capirei, ma sei soltanto uno sciacallo di giornalista, solo un po’ più sfigato…

    - Quelli come Massimo è difficile che abbiano amici in senso tradizionale, Luana. Quanto a me, è vero, mi pagano, e male, per scrivere di queste cose. Cerco di farlo. Ma forse hai ragione tu, è inutile andare a rovistare…

    Ero già sulla porta e lei mi dava le spalle. Mi bloccai.

    - E i soldi?

    - Che soldi?

    - Massimo non si fidava di nessuno, non poteva permetterselo. Forse non si fidava nemmeno di te, ma tu sei di sicuro la persona della quale aveva più voglia di fidarsi. Parliamo di un mucchio di soldi…

    - Non ne so niente – disse in fretta.

    Avevo fatto quel riferimento ai soldi d’istinto, senza starci troppo a pensare, ma pareva che l’avessi in qualche modo colpita. Aveva smesso come d’incanto la sua aria da piccola dura. Anche lo sguardo le era diventato più umano. Assunsi un tono di voce dolce.

    - Non era preoccupato? insomma, un affare come quello del porto era troppo grosso per farselo passare sopra la testa.

    - Non so. Non mi parlava di queste cose. Però non era preoccupato. Diceva che aveva legami troppo importanti e a nessuno conveniva scatenare una guerra per farlo fuori.

    - A meno che… un tizio, un balordo qualsiasi, spaventato a morte, o a cui hanno fatto credere di dover essere spaventato a morte, non gli facesse il piacere…

    - Questo lo stai dicendo tu. Adesso vattene. E non ti azzardare a fare il mio nome, se per caso scrivi un articolo. Ti faccio passare un guaio!…

    Non ne cavai insomma quasi nulla da lei. Peccato perché mi piaceva proprio, anche se era forse un po’ troppo ragionatrice per i miei gusti. Sapeva nascondere la paura come la maggior parte delle persone non si sogna neanche. Un tipo interessante, che però probabilmente non sarebbe andata più in là del genere calciatore, e alla fine avrebbe sposato un dentista.

    Sono riuscito, interessando un’amica avvocato, ad ottenere il permesso d’incontrare Gigi a Rebibbia. Lo avevano già processato per direttissima e condannato a quindici anni in primo grado. Il suo difensore aveva puntato sulla legittima difesa e gli avevano riconosciuto delle attenuanti, ma non più di tanto evidentemente. Quello che mi comparve davanti era un ometto piccolo, con degli occhi cisposi da nutria che non riuscivano a contenere lo spavento che gli covava dentro. Sembrava avere una paura folle che lo aspettava alle spalle mentre mi guardava.

    Gli ho fatto alcune domande, evitando quelle troppo dirette. Lui mi osservava in silenzio, non capiva assolutamente perché mi fossi preso la briga di venire fin là per incontrarlo. Come ha intuito che non avevo alcuna possibilità di dargli una mano, che non ero lì per quello, ha preso ad insultarmi. Ad un certo punto ha addirittura urlato che ero lì per assassinarlo. E’ stato imbarazzante. Gli altri detenuti e le guardie nel parlatorio stavano a far finta di niente, ma avevano l’aria di trovare la scena perfettamente naturale. Poi, uno dei sorveglianti è intervenuto. Gigi si è fatto portar via docile a quel punto. Non m’è rimasto che alzarmi e andarmene senza guardarmi intorno.

    In fondo, volevo solo che Massimo non fosse dimenticato così in fretta, che non finisse tutto così, ma ancora una volta avevo avuto torto. Non mancava a nessuno, Massimo. Al di là del bene e del male…rimane soltanto l’oblio. In più, rovistare nelle ultime ore di vita di un boss ucciso per caso, me ne rendevo conto, è quanto di più malinconico. Un po’ come sorprendere la regina d’Inghilterra nel cesso. Non è solo il suo di prestigio che ne esce compromesso, ma anche il tuo amor proprio. Non sarà più possibile, dopo, ricostruirti l’immagine che ne avevi avuto fino a quel momento. Non è altro che casualità il destino che ci costruiamo con le nostre mani. Il mio, solo un po’ più anonimo.

    Andai a passeggiare quel giorno. Oltrepassai il cantiere del porto e arrivai fino a fiumara. Era il tramonto. Una luce meravigliosa arrivava dal largo, un tappeto magico srotolato dal sole, una sequenza di onde luccicanti come oro. Il Tevere che fluiva placido, più melma che acqua, si trasformava appena arrivava al mare. C’era una grande tranquillità. Nessuna imbarcazione a quell’ora. La marea bastava ad impedire alle barche di guadagnare il mare aperto. In lontananza c’era però un puntino che si muoveva a zigzag fra le onde, a circa cinquecento metri dalla costa. Approfittava dell’ultimo sole per quelle evoluzioni spericolate. Pareva una moto ad acqua.

    Mi sarebbe piaciuto avere un sorso di vino da mandar giù.

     
  • 28 gennaio 2006
    La murena

    Come comincia: Esiste il Paradiso? E se esiste com’è? Cosa e perché è, soprattutto? Belle domande!… Riempiono la mia vita di una piacevole incertezza sul futuro…

    Naturalmente, penso queste cose solo la domenica, per lo più dopo pranzo. In mezzo alla settimana, preso come sono dal provare ad alzare soldi, dalle bollette scadute e dall’osservazione della mia incapacità, tendo a semplificarmi al massimo il concetto di beatitudine e, visto che vivo a Roma, la Sardegna diventa il mio Eden più prossimo, il luogo che l’anima mia ha scelto come rifugio dei tempi migliori. La scorsa estate mi sembrò di essere morto, così ho preso per mano Maria e ci sono andato.

    Ah!... Ce n’erano di beati, in quel luogo sacro! Alcuni, senz’altro i più santi, avevano la barca e ci salutavano agitando le aureole dorate, in mezzo ad angeli in bikini che però non ci vedevano, loro, troppo occupate a soddisfare i pii desideri dei loro patroni. Io e Maria stavamo sulle nuvolette magre della terraferma, insieme ad una selva di gente rosa dal sole. Avevamo a stento lo spazio per l’asciugamano, ma la Grazia ci impediva di provare la minima invidia per quelli in barca, così come per gli abitanti delle ville con caletta privata, per gli avventori dei ristoranti alla moda…

    Contemplavamo. Era l’Estasi.

    In fondo il Paradiso è il Paradiso, non era il caso di stare a questionare più di tanto, si vede che doveva essere così, mica ci potevano essere sbagli.

    Comunque, già che ci stavamo, io e Maria decidemmo di girarcelo un po’ quel regalo di Dio. Un amico ci aveva parlato di una caletta su al nord, tra Stintino e Alghero, dove fino ad un secolo fa cavavano l’argento dalla montagna.

    - Andate a vedere… - ci aveva detto – Una vera miniera abbandonata, e poi una spiaggia da sogno, poca o pochissima gente… un paradiso… -

    Siamo andati, allora. Una mattina abbiamo preso la motocicletta e ci siamo spostati di settanta chilometri. Per il Paradiso, questo e altro, ovvio! E poi, fotografare la miniera poteva essere un modo di rientrare dei soldi della vacanza, forse anche di pagare qualche debito che m’aspettava al varco sotto casa.

    Quello che trovammo fu un grande ragno nero che sembrava ancora bere il mare. Una grande, inumana, struttura di legno bruno, con la schiena spezzata. Quello rimaneva dell’antica miniera. Dopo una mezza mattinata passata a tentare di fotografarla, di venire a capo delle sue prospettive contorte, abbiamo comunque dovuto lasciar perdere. Troppo complicato fare concorrenza al colpo dell’occhio. La spiaggia era là ad attenderci.

    C’erano delle scale di pietra da scendere e, passato uno sperone di roccia, l’universo apriva il suo ventaglio di pietra, cielo, acqua e fuoco, ognuno cangiante ed eterno come un dio antico seduto sul suo trono. Non pensate però ad una cartolina. Nessuna amicizia legava quegli elementi e l’uomo, lo sentivo, e capivo il dolore che spinge l’umanità a sfidare il destino che l’incatena alla morte. Intuiamo maledettamente bene l’eternità quaggiù, e uno – per forza di cose! - se ne risente.

    Per il momento io e Maria risolvemmo sdraiandoci sugli asciugamani, la faccia al sole. Vicino a noi c’erano una coppia di lesbiche e poi, qua e là, una famigliola, dei ragazzi, un’altra famigliola…

    La spiaggia era un cielo a buon mercato.

    Dopo un po’, mi alzai per dare un’occhiata all’acqua.

    Faceva male, a guardarla. Diventavi debole come per gli occhi di una figlia, davanti a quell’azzurro-verde e ti dicevi che non poteva esserci nessuna cattiveria nella creazione se esisteva quell’acqua, quegli occhi….

    Chiamai: - Maria! …-

    Guardò anche lei e si mise a ridere. Disse una cosa buffa: - Chi si tuffa per ultimo è mucillagine…- 

    Già era dentro. Continuava a ridere, fra gli spruzzi che sembravano polvere di luce.

    – Vieni, dai vieni… - m’invitava con le braccia tese, sorridente, nell’acqua….

    Mi tuffai anch’io. Come ci si tuffa in un’altra vita, senza memoria di quella precedente, dei creditori, giudici, avvocati, funzionari di banca, ex soci, ex donne, ex sogni… Non ne avevo più bisogno, non esistevano, soprattutto io non esistevo per loro. Ero morto, morto, morto… E potevo, finalmente, vivere.

    Fui subito nell’abbraccio di Maria, poi tutti e due andammo sotto, ridendo coi denti chiusi. Bellissimo. Il dolore non c’era più, svanito come il peso al contatto del corpo con l’acqua. Ci togliemmo i costumi e li sventolammo per salutare un aeroplano che volava verso il sole. Mi veniva da ringraziare qualcuno e lo feci. Grazie! Grazie! Gorgogliavo sott’acqua. Dicevo all’amico, al Mediterraneo, a Maria che mi nuotava accanto…

    Nuotammo un po’, dimenticandoci di tutto. Il fondale era frequentato da ricci e piccoli pesci che si muovevano in comitiva, lesti a scattare e cambiare direzione ad un misterioso segnale. Mi dispiaceva di non avere maschera e boccaglio. Maria, lei, si divertiva come una bambina. Ogni tanto qualche piccola onda la investiva, mandandola sotto, facendole il solletico, riportandola verso riva. Io restavo a guardarla. Poi, mi stancai di tutto quello ed uscii. Lei mi seguì dopo poco.

    Io, al mare, sono piuttosto sul pigro. Mi misi a seguire le evoluzioni di un cane con un bandana azzurro legato al collo, alzando appena un po’ la testa, il gomito puntato nella sabbia calda. Mi veniva da divagare, nel vedere tutta quella villeggiatura. Lì, un secolo fa, l’uomo aveva sudato veleno.

    Miniera d’argento, l’acqua necessaria rubata al mare d’estate e pure d’inverno, quando il mostro si vendicava scaricando onde d’ira sulle schiene degli uomini, spezzando e scompaginando il loro miserabile covo, come un bambino con un formicaio. Alle spalle, avevi una terra brulla, una madre avvizzita dai troppi allattamenti, disposta a lasciar morire qualcuno dei suoi figli pur di salvarne altri, forse i migliori, forse no, perché una madre non distingue. Poi, l’argento veniva caricato su piccole barche in grado di passare gli scogli, fino al largo, fino a navi più grandi con sopra altri uomini minuscoli e stranieri. Estate e inverno, sempre.

    E sempre l’Uomo, sulle barche o nel termitaio, a pregare e bestemmiare Dio. 

    Noi lì c’eravamo venuti in vacanza. Bene!

    - Che ti pare? - mi chiese Maria.

    - E’ bello. No, non solo bello… -

    -  Mi vado a fare un altro bagno. Vieni?

    - Fra un po’… - dissi lontano.

    Sulla sabbia rovente, il cane con il bandana inseguiva da solo il mondo conosciuto. Apparteneva alla spiaggia, in un certo senso: tutti lo attizzavano su qualcosa. Di là volava un freesbe, di qua un bastone, carezze, richiami confusi...  Il cane non sapeva più a chi dar retta, si fermava ogni tanto ansimante di gioia, col piccolo cuore che scoppiava sotto il pelo più chiaro, per poi ripartire a razzo, verso un riflesso condizionato, in mezzo alle risate dei suoi dei.

    Ero anch’io così? Un bastardello pronto a correre dietro ad ogni scherzo del caso, senza altra difesa che l’inerzia? Era ragionevole pensarlo. Ero lì con Maria e… non mi sembrava significativo di qualcosa. Un caso, appunto.

    - Che cos’hai?

    - Niente. Stupidaggini. - dissi.

    Dovevo tornare a Roma, sistemare la mia vita, smetterla di perdere tempo, vivere…

    - Perché non provi ad andare in analisi? Non è possibile che stai sempre così. C’è Giovanni che va da uno bravo. Se vuoi mi faccio dare il numero…

    - Giovanni ci avrà i suoi motivi per andarci…

    - E allora? La questione è accettarsi. Si sta facendo aiutare in questo senso. Se pure tu ti accettassi…

    Grazie, Maria. Hai ragione tu, pensai. Non dissi niente, però.

    Girai la faccia dall’altra parte, perché avrei voluto sotterrarla nella sabbia, sbucare dall’altra parte, in Cina, in Nuova Zelanda, su Marte…

    Era quasi il tramonto. Il sole si piegava sul campo del mare come un gigantesco papavero. Lento e inerte, lasciava che spore di luce disegnassero una scia di stelle cadute sull’acqua.

    – Andiamo via - Maria mi si strinse addosso – sento freddo… -

    Raccogliemmo i nostri stracci e ci avviammo. Un capannello di persone se ne stava fermo sull’arenile; avevano formato un cerchio e discutevano tra loro. Ci avvicinammo come tutti.

    - Quant’è grossa!

    - Saranno quattro chili, almeno…

    - Morde?
    Una signora, mamma di famiglia, la toccò con un bastone.

    - Ehi, è ancora viva!

    - Attenzione!

    La murena era riversa su un fianco, mostrava le file di denti aguzzi, avvelenati, come un impiccato la sua ultima lingua. Stava morendo. Morendo su un altro pianeta, in una dimensione sconosciuta, tra creature che non capiva. L’occhio era sbarrato verso le piccole onde che accarezzavano la battigia. Erano lì, le onde, così vicine che quasi arrivavano a sfiorarne la pelle che s’andava accartocciando al sole.

    Intorno, ormai, c’era tutta la spiaggia. Un tipo sui quaranta con una tuta da sub si comportava come ne fosse stato il padrone della murena. Evidentemente s’era avventurata fuori dalla tana e gli era bastato il retino per catturarla. Ora, il tipo la faceva lunga sulle murene in generale, costumi e abitudini. Smorzava, il campione, la pericolosità dell’animale. Le signore lo guardano…

    - Ce ne sono parecchie da queste parti… -

    - Oh, ma è pericoloso! -

    - Solo se non si conoscono. Il pericolo è che se sono nella loro tana possono riuscire a trattenerti sotto… -

    Un brivido percosse l’auditorio di bagnanti. La murena ancora non aveva perso i sensi, ma già non guardava più le onde, forse aveva capito che la marea sarebbe arrivata comunque tardi per lei. Si rivolgeva dall’altra parte, invece, verso le creature. Sembrava che, per quanto fosse ormai inutile, cercasse di comprendere che cosa le fosse capitato.

    Un silenzio alieno era comparso, intanto, come un ladro, tra la gente della spiaggia, donne, uomini, bambini. Il padrone della murena, anche lui, stava con le braccia lungo i fianchi, senza parole. Solo il cane col bandana saltellava da una parte all’altra come intorno ad una tomba scoperta. Poi, all’improvviso, la murena fece un movimento brusco. Aveva raccolto tutte le forze che ancora le rimanevano e con un guizzo da serpente era riuscita a spostarsi di tre centimetri.

    Puntò la terra, però, non il mare.

    Qualcosa allora si agitò nel cerchio perfetto, qualcuno gridò e abbaiò alla vita che non finiva.

    – S’è mossa!… s’è mossa!… - 

    – Attenti!… Attenti!… -

    – Bau!… Bau!… -

    Fu allora che un bambino, una faccia da Tiberio, scappò all’improvviso ai genitori, infilandosi tra la platea degli adulti, e s’avvicinò all’animale. Quando l’ebbe a mezzo metro, gli tirò contro un sasso che teneva nascosto nella mano. La colpì di striscio, con un movimento storto in bocca che faceva male, come ci avessi visto la paura che sta dentro ogni colpo di baionetta, ogni rogo, ogni sentenza capitale. La folla ebbe una sbandata, precipitò per un attimo in un gorgo di spavento e stranezza, ondeggiò e si riprese, mentre la murena iniziava a sanguinare ed aumentare la frequenza del respiro. Pareva che fuggisse e inseguisse qualcosa. L’ultimo fiato di quando la coscienza e l’anima sono già libere e lontane.

    Istintivamente strinsi Maria tra le braccia.

    - No! No! - la sentii mormorare, la voce le tremava.

    Provai a abbracciarla e coprirle gli occhi in qualche modo, ma non feci in tempo. Non si può mai. Sospinto dalle grida della madre del bambino, il padrone della murena si fece largo fra la schiera dei bikini e delle pance e risolse la situazione, come una Santa Vergine, schiacciando il serpente sotto una grossa pietra. Colpì una, due, tre volte… Facendo la volontà della maggioranza. Liberandoci dal male.

    Lasciò lì, sulla pietra, del povero sangue.

    - Maria… Maria… - dicevo con la bocca fra i suoi capelli.

    La baciavo perché piangeva.

    Piangeva, ed io m’accorsi che non avevo neanche una parola vera per consolarla, che non sapevo far altro che stringerla fra le braccia finché non fosse passata, fino ad un giorno prossimo, qui sulla Terra.

    Il sole si precipitava a portare il paradiso da un’altra parte.

     
  • 28 gennaio 2006
    Addio all'università...

    Come comincia: In ogni caso, arrivò il momento di dire la mia, a primavera inoltrata.

    Il giorno che finalmente chiamarono il mio nome fu un colpo. L’emozione mi prendeva alla gola. Il primo esame, dicono, non si scorda più, hanno ragione. Stavo sulla soglia dell’aula, a sbirciare come andava agli altri e a ripassare facendo l’indifferente un paio di capitoli che non m’entravano in testa. Feci finta di nulla anche allora io, sul momento. De Riva stava a chiacchierare fitto all’inpiedi con uno dei suoi cocchi e credevo quindi di avere tutto il tempo per finire le mie orazioni prima della battaglia.

    Mica era così, però, mi sbagliavo. “Berberi!”, ripeterono con aggressività.

    Per esaminatore m’era toccato un assistente, una faccia da sbirro amministrativo come se ne incontrano, fatevi un giro, in tutto ciò che è pubblico ed anche privato oramai. Scaravilli, si chiamava ‘sto precario. Non aveva manco trent’anni e troppa merda doveva ancora ingoiare per rincorrere la carota di una cattedra tutta sua. Cominciava forse solo allora a sospettare, a costruirsi un minimo dubbio che la sua preparazione, il suo essere ligio fino al ridicolo, non sarebbero bastate per issarlo su fino al cuore del mangiafuoco capo del divertimento, il Magnifico, che se ne stava chiuso nella cabina di manovra con sulla porta il cartello “vietato l’ingresso ai non addetti”. Quello gli faceva allora un po’ rabbia: pischello com’era, si credeva “addetto” lui stesso! Il cane da guardia ideale del potere, insomma.

    Non mi guardò neppure quando gli porsi il mio libretto, ancora immacolato. A saperlo, pensai, avrei potuto mandare qualcun altro al mio posto, se avessi conosciuto quel genere di persona, beninteso, disposta per di più a farlo gratis.

    Mentre lui era impegnato con gli adempimenti burocratici, io tenevo comunque gli occhi addosso al professore. Non ne perdevo niente delle sue mosse, tentavo perfino di leggerne il labiale visto che seguitava a complottare col suo chierico, in tutto e per tutto alle mie spalle, secondo me. Perché non era lui a valutarmi? In fin dei conti avevo seguito le sue lezioni, apprezzando pure due o tre cosette pescate tra le dritte che ci forniva pavoneggiandosi come una regina di Rio, ad esempio quando aveva affermato il primato dell’economia sulla politica, e quello del lato oscuro, ambiguo e irrazionale dell’essere umano, sulla stessa economia. Mi sentivo perfino in grado di svilupparla una teoria del genere, se stimolato a dovere. Invece niente, eccomi là, trattato da seconda o terza scelta senza nemmeno una parola di spiegazione. Mi sentivo ferito nel mio amor proprio. Ero giovane.

    Lui, l’assistente, m’attacca allora con una domanda circa gli effetti microeconomici della rivoluzione industriale inglese sui vecchi imperi del tempo, niente di meno, i turchi e gli austroungarici dell’epoca di ceccopeppe, voleva gli facessi un quadro della situazione intorno al 1910.

    Era vero che non mi sarei augurato di meglio io, alla vigilia, che di restarmene sulle generali, se proprio dovevo immaginarmela a me più favorevole la prova, ma oramai l’avevo presa per storto e quel tipo di quesito finì d’indignarmi. Devo spiegare che mentre lui m’intervistava su quegli eventi fantastici, in Gran Bretagna la regina Margaret gli aveva già fatto spuntare i boccoli agli inglesi, a partire dai minatori, i più tosti, e poi messo giù chiaro al resto dei sudditi di Sua Maestà come le intendeva lei le cose, mostrando contemporaneamente la via agli altri principi azzurri. L’America, la moderna, si era già mossa per impastarla ancora meglio la restaurazione. Mi chiedevo se lui, l’assistente che certe cose doveva studiarle per mestiere, se ne rendeva conto di quello. Volevo saperlo a tutti costi, subito, prima di rispondere a qualsiasi domanda, quale era la sua posizione. Poi, se proprio ci teneva, avremmo potuto metterci a contare insieme i marenghi nelle saccocce dei trisavoli, ma solo dopo questo, con comodo.

    Anziché rispondere, mi lanciai in una specie di comizio: “L’Inghilterra? Ma andiamo! La Belle Epoque? - cominciai così. “Si, se ne può pure parlare. E’ Storia. Ma forse è il caso guardare un po’ meglio all’attualità. La nuova politica dei Tories inglesi, per esempio. A proposito di effetti…”.

    Lì per lì mi lasciò parlare. Questo m’incoraggiò.

    “E’ la riscossa dei ricchi, - lo provoco – e proprio adesso, mentre parliamo, niente di buono né per te né per me, ci puoi scommettere il dottorato!… Là nelle loro torri d’avorio, preparano il pacco. Sicuro! L’arte sta nel convincere il garzone d’essere il padrone del negozio, dell’intero magazzino. Così non ruberà più, e se ruberà sarà a maggior gloria del ladrone capo. La rivoluzione industriale dicono loro, il capitalismo rapace, e poi il socialismo, e quindi l’evoluzione socialdemocratica, il welfare, e tante belle cose. Per dimostrarci dati alla mano che le cose sono cambiate! Non ci bastonano quasi più del resto, è vero, e ci mandano pure a scuola fino a vent’anni. Niente più militare, se proprio non ne hai voglia. Però, il figlio di Ambrosi lo interroga De Riva, e pure il giovane Siniscalchi… Gli stessi nei consigli d’amministrazione e nelle ribellioni vittoriose, gli stessi! Tutti artisti e filantropi, i miliardari oggi giorno, reciterebbero qualsiasi parte pur di non sembrare troppo cattivi. Intanto ai piani nobili si fanno le parti come al solito, quelle vere, e aspettano che attacchi la banda per scendere fra noi a tagliare il nastro della nuova università…”.

    Mi pareva di stare a proferire cose importanti, mi ci infervoravo, gli avevo afferrato l’avambraccio e lo tenevo fermo perché mi stesse a sentire bene prima di dirmi lui la sua opinione. Non avevo dubbi, che in fin dei conti stavamo dalla stessa parte della barricata. Per via dell’età e dell’evidenza della situazione. “Dì! Quanto ti pagano a te, per stare qua? Ecco la prova! Ti lasciano la catena che basta a mordere me, ma non per salire di sopra a dare davvero un’occhiata…Non è così? Parla tu.”.

    “Io la boccio!”, ecco che mi ha risposto il garzone. “Lei… mi lasci il braccio! Si vede bene che non ha studiato, che forse nemmeno l’ha aperto il libro! e ora cerca di fare il furbo. Le capisco io certe cose. Ma sia serio! Se ci riesce… Cosa crede di fare? Non siamo qui a perdere tempo!”.

    Mi dava del lei lo stronzo, per rimarcare la distanza fra di noi.

    Ritenendo di avermi sistemato secondo i miei meriti così su due piedi, volle approfittare dell’occasione per collaudarsi, già che c’era, l’altra faccia magnanima, quella del buon educatore che desiderava diventare.

    “Per questa volta, vada pure, aggiunse, non scrivo niente. E’ il suo primo esame e non voglio rovinarle subito la media… Però, che impari almeno, da oggi. Qui si viene per ricevere un istruzione superiore, non per fare il buffone. Vada adesso e buona fortuna.”.

    Io, per quanto avessi oramai anch’io il dubbio d’aver esagerato, m’ero spinto però troppo in là per cedere così. Avevo una coda che non voleva proprio saperne di ritornarsene tra le gambe all’epoca. Orgoglio da saputello ventenne. Non era una furbata, la mia.

    “Voglio essere interrogato dal professore.”, affermai solennemente.

    Quella era un’insubordinazione bella e buona, davvero inaccettabile. L’espressione benevola che pure aveva assunto dopo avermi mezzo strapazzato scomparve. Diventò tutto rosso.

    “Ma questo! Proprio non è possibile. Il professor De Riva, mi pare ovvio, non può mica occuparsi lui di tutto. Per quanto sia poi uno dei più presenti, ma appunto perciò, io e altri siamo qui proprio per sollevarlo da alcune delle incombenze… Se lei intende evocare – disse così evocare – per se un altro esaminatore, può fare ricorso, motivandolo, si capisce. Ma da qui a pretendere! Parte con il piede sbagliato, amico mio, è tutto quello che posso dirle. Non è certo lei a decidere, sia chiaro questo!”.

    Non gli risposi neppure, mi misi invece a cercarlo, il professore, con lo sguardo, ma non era più dove l’avevo lasciato. Mi sembrò d’altra parte d’intravedere la sua coccia pelata mentre sottobraccio ad uno studente guadagnava l’uscita. Si voltava di tanto in tanto il luminare, un paio di volte in tutto, come quando ci si allontana dal luogo d’un incidente. Lo chiamai a gran voce: “Professore! Heu, professore!…”.

    Non mi intese, oppure fece finta, non lo so. Di certo Scaravilli reagì male a quel tentativo, evidentemente per la figura che avrebbe fatto con il Maestro se avesse dimostrato così davanti a tutti di non essere in grado di gestire la mia miserabile pratica. Mi richiamò secco all’ordine, come si farebbe con un bambino che monta su una sedia per rubare una fetta di torta dal centro della tavola. Me ne fregavo io però dei suoi problemi a quel punto, ne avevo abbastanza dei miei. Avevo tutta l’intenzione di rincorrerlo il De Riva, prima che imboccasse la porta per chiedergli senza mezzi termini di tornare sui suoi passi e starmi a sentire che ce n’avevo di cose da dirgli.

    Ahimè… Non la vedevo già più la nostra fulgida guida, s’era defilato nella confusione che intanto era montata alle mie spalle fra i compagni di studio che pure s’erano appassionati alla disputa. Non mi ero neanche accorto di quanto si fossero fatti sotto mentre polemizzavo con l’assistente. Non si trattava soltanto delle matricole come me, a loro s’erano aggregati laureandi a cui mancavano un pugno d’esami, fuori corso imbiancati, precari prossimi alla quiescenza, tutti con il loro veleno lungamente distillato. A guardarli mettevano quasi paura quelle intelligenze, ma più ancora facevano venir voglia di suicidarsi. Mi davano d’altra parte ragione loro, citando a riprova diecimila e più torti subiti dal giorno che avevano consegnato il diploma in segreteria. Era ora di dire basta, dicevano pure, era matura.

    Avrei dovuto rallegrarmene forse del loro supporto ma, mi rendevo conto, si trattava piuttosto di una reazione al ventilato aumento delle tasse d’iscrizione, nonché alle voci di numero chiuso che avevano preso a circolare. Nient’altro che un casus belli d’occasione ero. La Storia ne è piena di esempi del genere, quasi quanto i cimiteri e le galere.

    Ne arrivavano di belli forti da quella parte, del resto, di commenti acidi, e intimazioni parecchio più drastiche delle mie che però avevo ancora il vantaggio di avere a disposizione una specie di tribuna. Oramai che c’ero, volevo approfittarmene fino in fondo. Non sono cose che capitano spesso.

    “Dov’è il professore? – gridavo quasi per farmi sentire in mezzo al clamore – sentiamo lui cosa ne pensa… E’ un radicale, no? O un comunista?… Venga a dirci la sua, una buona volta, faccia a faccia!”.

    Scaravilli, quanto a lui, ormai era in barca. Di fronte all’imprevisto si scioglieva a vista d’occhio alla velocità di un sorbetto in spiaggia. Non aveva ancora il polso che ci vuole con i tipetti polemici del mio genere, troppo aveva da imparare da quel lato, metteva chiaramente a rischio il blasone accademico che pur con tutte le sue magagne rappresentava fisicamente. Invece di affrontare di petto la situazione, farfugliava tra il losco e il brusco ridicole minacce sul conto del mio libretto universitario, che per la verità teneva ancora stretto in pugno. Ci sarebbe voluto in quel momento ben altro carattere. La sua palese debolezza, insomma, finiva per aizzare gli animi peggio d’un pezzo di fica.

    La folla, studenti e precari, sono tutt’uno nel ribollire, nel spingersi, nel pretendere spazio vitale a quel punto, è la natura umana. Iniziarono con l’accapigliarsi su ogni parola, a dividersi fra chi la voleva cruda e chi cotta la cuccagna, poi, dopo aver spaccato il capello in sedici, ritrovarono miracolosamente l’unità per avanzare minacciosi. Esigono, lo affermano chiaro e tondo, che si faccia giustizia sommaria, una buona volta, delle graduatorie ministeriali, dei Baroni, della Scienza stessa…

    In un ba, senza quasi accorgercene, eravamo arrivati ad un passo dalla rivolta. Scaravilli, si vedeva, pallido come un cadavere, cominciava a temere per la sua incolumità fisica ed anche l’ultimo simulacro di carisma che s’intestardiva a trattenere lo abbandonò di colpo, lasciandolo nudo in mezzo ai lupi. Gridò che non voleva più saperne di noi, degli esami, arrivò a rinnegare De Riva, che il Rettore lo perdoni! Lo gridava ai quattro venti, per la verità.  Si alza e le sue carte volano per aria come piume…

    Sembrava essersi completamente dimenticato di me, del mio esame, e provai a richiamarlo indietro. Tutto insieme mi dispiaceva che finisse così, non ho mai amato stravincere. Cavallerescamente, gli offro di passare, lui precario, dalla nostra parte.

    Si è voltato verso di noi allora Scaravilli, guarda al nostro mucchio selvaggio ancora esitante come non sapesse decidersi, sospeso in mezzo al dilemma come a un gancio di macelleria, scoraggiante, fa un passettino verso la porta e lì si blocca. Allarga le braccia rassegnato. Che se ne vada al diavolo, alla fine! Un libro, un trattato di mille pagine con la copertina rigida, attraversa volando il salone, io faccio appena in tempo ad abbassare la testa, lo colpisce ad una coscia… E’ troppo per lui! In un attimo ci mostra le terga e se la da a gambe.

    Dovette intervenire l’usciere per sedare gli animi che s’erano a un tratto incattiviti. Non fece complimenti, anzi! Me ne accorsi per primo. Mi sloggiò dal mio piccolo pulpito con semplicità, afferrandomi per il collo della giacca mentre ancora stavo a blaterare non so che. Poi gli bastò una spintarella e mi ritrovai in mezzo ai colleghi.

    Oh, non fu brutto sul momento. Per un bel po’ di secondi i compagni mi accolsero come una specie di eroe. Pacche sulle spalle, incoraggiamenti, proposte… Il mio numero aveva fatto impressione! Potevo starne certo, anche se non era nelle mie intenzioni l’aver scatenato quello scandalo. Me ne guardava bene però in quel momento dal precisarlo. Ero circondato da una solidarietà, direi un affetto, che mi sembravano genuini. Me la godevo, insomma.

    Manco a dirlo mi mescolai a loro, a quei nuovi fratelli, con leggerezza e il sorriso sulle labbra. Si può parlare adesso di un vero evento perché fu la prima e unica volta in vita mia.

    Era una bella giornata di maggio, è il bel tempo che fa sbocciare le rivolte giovanili, uscimmo quindi all’aperto tutti assieme, io trasportato dal loro entusiasmo attraverso i corridoi della Facoltà, mentre altri studenti, dei mattacchioni, si calavano dalle finestre per unirsi più alla svelta al corteo. Bisognava assolutamente esserci! L’intero ateneo ci apparteneva!…

    Per cominciare ci riuniamo in assemblea permanente di fronte l’ingresso dell’Aula Magna, sotto la statua della Minerva. E’ allora che uno spiritoso si è arrampicato per tastarle le zinne di marmo alla dea guerriera. Uno scroscio di applausi celebra il bel gesto. C’erano pure fra noi in quei giorni, me lo ricordo, le vestali del gruppo di studio femminile che s’erano aggregate anima e corpo alla causa, ‘ste monache mancate. Mica facevano le scontrose, non più. Lì strappavano ridendo le pagine del libricino degli appunti e ne ricavavano barchette, cappellini sfiziosi per i quali, secondo loro, valeva senz’altro la pena azzuffarsi. Si scoprivano tutto insieme ambizioni modaiole, le ex femministe. Sembravano prendere il volo quei loro berretti, tanto si sdilinquivano in aria alla minima folata di vento, non era facile perciò riacchiapparli una volta che prendevano l’abbrivio. Li vendevano su dei banchetti improvvisati, insieme a prodotti naturali che le madri avevano scovato nel Punjab e sul Piccolo Atlante, a prezzi d’artista.

    Alla fine sono stati gli skateboarders scesi dal Pincio che gliele hanno rovesciate le bancarelle, così per scherzo, con le loro tavole imbizzarrite. Stupivano ancora un po’ loro (non durerà) con i caschetti fuxia, le ginocchiere coloro cane che fugge… Chissà come avevano attraversato l’Oceano, ed ora eccoli serfare l’asfalto dei viali dell’università a velocità paraboliche, strappando sguardi d’ammirazione tra il pubblico femminile. Gli acrobati, si sa, sono sempre belli, veloci, sono colorati… Alla lunga diventa difficile riuscire a distinguerli, salvo qualcuno, più intraprendente, che ci ha anche montato, sulla tavola, una piccola vela.

    Mi muovevo in quell’euforia anch’io come una zanzara, saltando da una parte all’altra per non perdermi niente. Tutto ciò che era sperimentale vent’anni prima lo era di nuovo, solo un po’ cambiato. Eravamo nuovi pure noi del resto. E allora dagli con l’Arte di tutti! La rassegna di pellicole cubane! Le capirinhas a prezzo politico!… E che notti! Ragazze! Promiscuità militanti, mica uno scherzo!…

    Sul più bello della festa, proprio quando bisogna ad ogni costo tenere su l’allegria degli invitati, finì che eravamo tutti oramai un po’ a corto d’idee, a furia di botte di stranezza c’eravamo spompati, il cinema non bastava più, e neppure il living theatre, si ricominciava ad annoiarsi. Più o meno sottovoce ci fu chi propose addirittura di sbaraccare e ritirare fuori i libri. Panico! A nessuno, è normale, gli andava di dirsi che era già finita. Fu uno studente di legge, pare che di notte facesse il disc jockey al Veleno, a salvare la situazione. Ci regalò un paio di settimane con la sua iniziativa. 

    Di nuovo eravamo tutti eccitati da non dire. Eccola, miss Giurisprudenza, che scende la scalinata in pompa magna, vestita di porpora e oro già che siamo a Roma. Appena eletta tra un elite di quaranta aspiranti, la scortano dodici cicisbei tutti figli di principi del foro. Offrono, gli atletici laureandi, i loro corpi splendidi per proteggerla dagli autonomi che la insultano, ‘sti moralisti, dandole della “zoccola borghese”. Fortuna vuole che li annichiliscono di frivolezza a quei quattro gatti.

    Lei, la micia, superato lo spavento, vorrebbe essere di tutti a giudicare da come c’invita, almeno così pare. Sfoggia, mentre scende tra noi, il suo sorriso da guerra, e non basta, si strofina ai più vicini, strizza l’occhio ai meno fortunati che cercano di farsi largo coi gomiti… A dirla tutta, lussureggia come una bajadera, ‘sta troietta, e ci aspettiamo, noialtri, che ci spiattelli le Indie quando scopre una spalla, in effetti, non le facciamo mancare niente riguardo all’incoraggiamento più o meno grossolano. All’ultimo momento però, ecco che sono venuti a proporci d’acquistare un certo biglietto! E’ lo studente di legge che raccoglie i soldi, s’è scoperto magnaccia dalla mattina alla sera e gentilissimo ci spiega che, se vogliamo il resto, ha organizzato lui stasera stessa al Radio Kasbah. Per trenta carte abbiamo diritto ad una consumazione mentre lei, la miss, danza una versione techno dei sette veli. Quella sfilata serviva appunto a promuovere lo spettacolo. Subito trecento minchioni aspiranti al califfato gli si sono fatti intorno coi soldi in bocca. Un successo.

    Non mi andava a me d’infilarmi in quella ressa, ma tentai lo stesso di baciarla a miss Giurisprudenza, quando me la ritrovai vicino, era una bellona con degli occhi scuri da cavalla, e cercai proprio con lei di riprendere il filo del mio bel discorso, la medesima eloquenza, la gestualità fascinosa. In fondo avevo avuto un ruolo nell’inizio dell’occupazione, glielo segnalai, nel caso le fosse sfuggito. Tiravo, insomma, a non pagare. Lei però non mi capì granché. Manco per sogno. Il suo ragazzo, la cui idea di moderno era sgobbare in palestra, qualcosa di più. Prudentemente mi defilai.

    Ero perplesso e me ne sarei pure andato, ma dove? Non avevo le trenta carte che ci sarebbero volute per seguitare la mia avventura by night e l’università era sempre una buona risposta se qualcuno m’avesse chiesto cosa facevo nella vita. Dovevo in quei momenti lì avere un’aria abbastanza spaesata, specie perché gli skateboarders non smettevano di girarmi intorno, di farmi il verso. Alcuni, parlandomi inglese, m’indicarono con entusiasmo americano una street in discesa in fondo alla quale c’era pur sempre un lavoro. Dovevo soltanto, secondo loro, tenermi al passo con i tempi, se possibile precederli, i tempi, anche solo d’una mezz’oretta. Consigli, insomma. Li spintonai via, naturalmente, e ne feci ruzzolare un paio fin dove potevano arrivare con il loro ottimismo idiota. Così imparavano! a prendermi per il culo! Come ce l’avessero soltanto loro, la gioventù…

    Nello slancio di quest’altra mia piccola ribellione mi ritrovai per un attimo, non so come, nel bel mezzo dello “zoccolo duro”. Confermarono, quelli del Collettivo, che mi tenevano d’occhio da tempo. Estremamente seri, parlando tra le barbe mi dissero “bravo!” e mi confidarono che non gli piacevano neanche a loro i mangiapanini a rotelle. M’offrirono pure seduta stante la candidatura al Consiglio: un affare, mi fecero capire. Quelli del Fronte, del resto, i fascisti, per essere giusti, uguale identico, meno gentili e meno freddi loro. M’era in ogni caso già capitato di conoscerli gli uni e gli altri, bazzicarli già al liceo, ringraziai, ma gli dissi che per me pari erano, e che tutti assieme potevano andare a farsi fottere da un prete, che non m’interessava la politica a me, s’erano creduti male.

    Smisi all’istante di stargli simpatico, evidentemente, ma mi lasciarono andare per quella volta, senza brutalità. In fondo mi rivelavo un qualunquista ai loro occhi, un piccolo borghese, o peggio ancora, scava scava, una specie d’anarchico.

    Bisognò tuttavia riconoscere da mille segni che oramai era finita. Già quando arrivò il tempo di andarsene in vacanza chi ha potuto è comunque partito, andava tantissimo il Messico quell’anno, e poi dopo gli altri le prime piogge li hanno convinti a ritornarsene al coperto, fra i banchi, a tentare di ricavarsi un posticino nelle gerarchie future. Hasta a la victoria, insomma, o per dirla come è, hasta a la proxima… I portoni dell’Ateneo di nuovo ben chiusi, e protetti anche dall’aumento, confermato, delle tasse universitarie.

    Sono rimasto fuori io, per strada. Cominciava a far freddo. In tasca non avevo un soldo. La disoccupazione pure lei, ‘sta bestia, stava appunto finendo di prendere le misure per cucirmi addosso il suo cappotto.

     
  • 27 gennaio 2006
    Il serraglio

    Come comincia: Devo avere qualche linea di febbre, un’originalità di questa stagione, una delle poche che oramai mi concedo. Me ne sto senza far niente: non leggo, non scrivo, non ascolto la radio e non guardo la televisione, evito pure di muovermi se possibile. Respiro ancora, quello si, ma con prudenza.
    Me ne sto ad ascoltare il rumore che ho nella testa, provo a concentrarmi su quello. Suona un organetto triste, pare, ad un primo ascolto, ma ciò che conta è il fruscio di fondo, una specie di riga sul disco. Quello è difficile da distinguere. Bisogna provare e riprovare. E augurarsi di non riuscire. E poi provare ancora. Si ha di che passare il tempo così.
    La gatta, lei se ne frega però dei miei esercizi, per non dire della febbre, dura mica. Davvero silenziosa lei, è venuta a strofinarsi sulle gambe. La schiena inarcata, il pelo bianco arruffato, ottenuta la mia attenzione, è partita con la danza del latte. Non gioca più come un tempo, è vecchia, e l’unica soddisfazione ormai pare cavarla dal cibo. Me ne chiede di continuo e quando non l’accontento s’arrampica sul tavolo, mi ruba una briciola di formaggio, un pezzetto di pane, quello che trova di avanzato. Devo sparecchiare tutto con lei, non posso lasciare più niente in giro e forse è giusto così a questo punto della nostra convivenza. Micia si chiama. Un nome di poca fantasia, lo ammetto, ma non mi andava d’imporle un qualsiasi Chicca, o Nefertari…
    Lei, la gatta, spesso si ferma per lunghi minuti a fissare un punto in fondo alla stanza. Lascia perdere, quando le prende così, è tutto dire, perfino la scodella. Chissà, può darsi ci veda qualcosa che io non riesco nemmeno a immaginare.
    Se fossi al suo posto, quando sono io a sbarrare così gli occhi sul muro, allora sono quasi sempre ombre, volti, scene rimaste impigliate negli occhi come una congiuntivite romanzesca a venirmi a trovare. E mi ci incanto anch’io allora, pari pari che al cinema, a vedermeli piroettare davanti ‘sti fantasmi.
    Sono amici alla fine, parenti di sangue.
    E’ gratis lo spettacolo, e insistono finché non arriva una lacrima o una risata, le serve pettegole dell’emozione. Sono loro a ricordarmi, queste vecchie troie, che sono ancora vivo, nonostante tutto, per farlo mi sussurrano nell’orecchio la morte. E che "soltanto Lei, piccolo, ti toglierà dall’incanto per sempre".
    Per i gatti magari non è tanto diverso.
    L’altro giorno ha catturato un geco. Un geco giallo smorzo, minuscolo, che viveva qui da un po’. Eravamo diventati amici, se si può dire, si lasciava prendere e carezzare la testolina la bestiola. Terrorizzato, è naturale. Micia me l’ha portato a far vedere tutta fiera, tenendolo tra le fauci con una delicatezza assassina. Uccidere la eccita ancora, mezza cieca com’è. Sono duri a morire gli istinti, non ce ne libereremo mai, e questo non smette di farmi paura.
    Il geco comunque l’ho preso e buttato nel cesso senza una parola. Amico o no, è la legge del serraglio. Sono tutti avvisati.

     
  • 13 gennaio 2006
    Andando al lavoro

    Come comincia:

    Come comincia: Sulla metropolitana, andando in ufficio, è lì che guarda le facce. Una
    vecchia abitudine, un passatempo innocente. Ce ne sono di già malate,
    adornate di fresco lana, finto cachemire, con due impiastri per occhi, che
    se ne stanno zitte per non disturbarsi. Parecchie assomigliano alla sua. Lui
    le sbircia borbottando.

    Parla spesso da solo, Mario, quella specie di borbottio, attento a non
    farsene accorgere. Gli serve, 'sto esercizio, lo sciogliere la lingua a
    becco chiuso, per farsi un'idea di se stesso. Un'altra esigenza della
    solitudine, questa. Non hai nessuno vicino che ti dia una mano a capire, che
    ti dica: "tu sei."

    Ti tocca far da solo, t'aiuti con gli specchi, con gli sconosciuti sul
    metrò, e intanto il tempo passa. Marconi, San Paolo, Garbatella. Alla fine
    però torna sempre a spizzare le donne, Mario, a cercare la più bella da
    portarsi a casa, l'anima dico, per riempirci un sogno.

    A Castro Pretorio, la sua fermata, è già un po' che spia una ragazza. Una
    bionda. Una trampoliera. Sta vicino alla porta del vagone, pronta per
    scendere, e guarda dritto avanti, al muro dello scantinato cittadino. Mario
    la vede di tre quarti, il consentito dalla ressa, e ci ha provato a fare
    qualche passettino, un po' a destra, a sinistra, una gomitata ad una
    signora, una pestata ad uno studentello, ha guadagnato dieci centimetri
    così, buoni per vederle la coda dell'occhio, uno sfarfallio di ciglia.

    Lei è parecchio bella, bella e giovane anche, di sicuro non supera i
    ventidue, la bellezza del somaro elevata alla enne. Entro trent'anni sarà
    attrezzata per il macello, buona per il tamburo, ma quella mattina a Mario
    sembra uscita da un quadro.

    Sbaraglia la concorrenza, la valchiria. Miss Metropolitana! Eletta nel
    vagone centrale, per giunta, il più affollato!

    Quando le porte si aprono gli viene di seguirla. Non sembra troppo
    difficile, supera di una spanna la media dei pendolari, Mario gli arriva un
    po' sopra la spalla, quanto basta per un uomo. Sono imbozzolati nell'ora di
    punta, sono folla, solo che lei è bionda e lui calvo. Non c'è molta
    differenza, in fondo: fanno entrambi parte dello stesso quadro adesso,
    puntini di colore, grigio, azzurro, rosa. L'insieme, Monet l'avrebbe
    titolato " Una stazione d'inverno", con un colpo d'occhio secco, d'artista.

    Fingendo di andare per la sua strada, le si piazza alle calcagna, l'affianca,
    butta lì lo sguardo, tenta una mossa, ma appena libera dalla calca, lei
    scivola via a velocità vertiginosa, come tirata da un cavo d'acciaio. Lo
    semina di agilità su un paio di pattini, di roller blade.

    Mario rimane là, lascia che la folla gli passi accanto, sciogliendosi nelle
    gallerie.

    Sta già per imboccare le scale che portano alla strada che si sentì battere
    sulla spalla. Si volta pensando ad un mendicante, ma invece è lei, la fata,
    che gli sorride dall'alto dei pattini.

    - Permette? -. Porge a Mario un biglietto che questi prende in mano quasi
    senza volerlo. Gli esce dalla bocca pure un grazie, mentre la ragazza fa di
    nuovo volteggiare il sorriso, schizzando via.

    Gli aveva ammollato la pubblicità di un mago. Amore, Salute, Denaro. Tutto
    il campionario. A prezzi stracciati! Provare per credere! Garantito il
    rimborso per gli insoddisfatti. Mario lo appallottolò nel taschino della
    giacca e prese a salire le scale. Era in ritardo, la riunione in ufficio
    iniziava alle nove in punto. Arrivar tardi era una mezza sciagura con quegli
    squali, quei pesci rossi dai denti aguzzi. Chi s'alza prima si veste! È la
    regola! Rischiava, giungendo per ultimo, di ritrovarsi a chiedere i sospesi
    ai nomadi, ai nullatenenti doc. Carta straccia nel borsone, mentre gli
    altri, i colleghi, si ciucciano le caramelle migliori, gli incassi sicuri.
    Presto! Presto! Correva trafelato e pieno di vergogna, per quella sua
    miseria: la Biblioteca Nazionale. L'Università. fino al Policlinico e oltre
    alle Province, a passo di carica! A Balaclava! Sentiva la tromba!.

    La riunione però era già iniziata, lo capì dal fatto che la porta della
    stanza del dottor Dal Sole era chiusa e la segretaria impazzava al telefono
    gorgheggiando di saldi. Prima di entrare si sistemò: il nodo della cravatta,
    la camicia nelle mutande, il naso sporco.
    È pronto, ma si ferma sulla soglia. La voce di Dal Sole invade tutta l'anticamera:
    "La nostra famiglia. sì, perché siamo una famiglia! Ha bisogno dell'impegno
    di tutti i suoi figli. Di dedizione! Attaccamento! Ripeto: impegno! E lei,
    Baccini, venga! Non stia lì."

    Baccini entra. Gli sguardi per un attimo sono tutti per lui, gli si
    attaccano addosso come bottoni. Vorrebbe strapparli, ma non può, per fortuna
    fanno presto a sfilacciarsi da soli. Dal Sole ha finita la predica, ha
    aperto il cassetto sotto lo scrittoio e tirato fuori i documenti contabili.
    I conti sono i conti, dice, anche dentro a una famiglia. Analizziamo,
    dunque, il fatturato: Maresca sessanta milioni, Perotti, quarantacinque,
    Maestrelli, quarantuno, Papi, quel leccaculo di Papi, settantacinque, e solo
    nel mese di marzo, Baccini.

    Baccini si è fermato a sette. Sette! Compagno aspette, sussurra uno. Sette
    milioni, Baccini, considerando l'anticipo provvigioni, è lei che deve soldi
    alla ditta. Circa un milione. Ha da dire qualcosa, Baccini? Se ce l'ha, la
    dica. È con noi da tanti anni, Baccini, ma questo non le dà diritto a
    vivere di rendita, né a trattamenti di favore, se ne rende conto? Eh, cosa
    dice?...

    Dal Sole ha un bel sorriso e sa di averlo, lo usa mentre dice quelle cose
    perché ha deciso di non licenziarlo. Non buttiamo nessuno in mezzo alla
    strada, noi, però anche lei deve capire. Capisce, Baccini?

    Baccini capisce di volerlo assassinare. Si figura la scena: sotto il
    cappotto ha un fucile a pompa, la notte prima ha segato la canna e fatto un
    lavoretto sui proiettili con la lima a ferro. Adesso, lo fa vedere a tutti
    quello che ha in serbo, ora anche lui ha un bel sorriso; assomiglia un po' a
    un ghigno, mentre invece è una risata. Ride perché quelli non hanno ancora
    capito e deve premere il grilletto per spiegarsi. Prima, è la testa del
    dottor Dal Sole che esplode di stupore, poi, sempre sorridente, fa secchi
    gli altri, in ordine di fatturato. Per ultimo, lascia Papi. Gli chiede com'è
    che sta lo zio onorevole, il capocommissione, se per caso può mettercela
    lui, una parola buona per il sottoscritto.

    Il collega gli promette subito, a nome del parente, la nomina a
    vicedirettore esecutivo, con uno stipendio base di dieci testoni e
    percentuale sugli utili generali, e che, qualsiasi cosa desideri, senza
    dubbio suo zio. Gliene parlerà appena arriva a casa, basta che si calmi, ha
    pure dei figli, lui, e una moglie, Mario deve ricordarsela, una signora
    bionda che stasera lo aspetta con i biglietti per il Rugantino.

    E' parecchio alto, Baccini, quella mattina, perché l'altro è in ginocchio.
    Piange e lo supplica, uno spettacolo penoso per un uomo, pensa, e quindi
    decide di porre fine a quella sofferenza, fa fuoco un'ultima volta.

    L'omicidio gli ha seccato la lingua, non riesce a dire mezza parola. Allora,
    è Dal Sole che ricomincia a parlare: questo mese è andato come è andato, ma
    sono sicuro che riuscirà a rifarsi. Intanto. prenda esempio dai suoi
    colleghi. Purtroppo, ho dovuto affidare a Maresca la sua quota di pratiche
    della Deutsche Bank. Per un paio di mesi, così avrà anche il tempo per
    riflettere. Io vorrei che lei mi dimostri che sto sbagliando! Mi creda,
    non ci sarebbe nessuno più felice di me, a parte lei, s'intende. Diciamo…
    trenta milioni. Che le pare? Un obiettivo ragionevole. I soldi degli
    anticipi, glieli trattengo un po' per volta, per venirle incontro. Diavolo!
    Siamo una famiglia, no?!

    A sentire quelle parole, qualcosa si scioglie in Baccini. Che significa quel
    processo? Sa di non essere un assassino. Trova tutto molto ingiusto. È il
    suo avvocato ora che parla. Ricorda con passione che, per ben due anni, il
    suo cliente è stato il miglior procuratore della ditta. Ha praticamente
    svezzato la nidiata di falchi che batte la regione per conto della Sodofin
    spa. Inoltre, fu proprio lui, Baccini, a portare in portafoglio i tedeschi.
    Una brillante iniziativa, sottolinea, condotta al successo quando ancora i
    vari Papi e Maresca bivaccavano alla Camera di Commercio a controllare gli
    indirizzi. Se questo è il ringraziamento che usa la ditta, lui è pronto a
    gettare la toga e ripudiare la legge.

    - Se non le va, quella è la porta. -, gli risponde Dal Sole.

     
  • 13 gennaio 2006
    El Duende

    Come comincia: "Tre anni fa, ero ancora qualcosa tre anni fa, incontrai una compagnia di musicisti, zingari completi, che in quel periodo si esibiva poco lontano da noi. Gente davvero di strada quella, che si ritrovava a primavera per poi sparire ognuno per se quando metteva al brutto, senza date stabilite come un accidente. All’epoca io giravo per conto del T.M.M. in cerca di novità, ovviamente «sensazionali», da presentare per la nuova stagione; facevo un po’ il talent-scout insomma, intanto che lavoravo alle mie cose... Comunque, mi avevano parlato del loro spettacolo come di un fuoco d’artificio per chitarra e tacco, un tutto selvaggio, tutto umano, senza canzone, che resuscitava l’anima o la faceva scappare. Un sabba laico, intendi? Mica una cosa che vedi tutti i giorni...
    Paco fece segno di si e di no.
    "M’ero precipitato, curioso e interessato alla percentuale, presentandomi come il direttore artistico del Teatro Mondiale Mobile, e che cercavo gente nuova, qualcosa d’originale e patapin patapan, insomma tutta la tiritera... Al capotartaro non gli pare vero, divento lì per lì il suo migliore amico e dopo avermi leccato a dovere il culo, mi organizza uno spettacolino solo per me, direttamente di fronte alla sua roulotte sciccosa.
    “Me ne sto seduto su una poltrona in mezzo alla sua famiglia, sai com'è in questi casi: i bambini che mi toccano, le vecchie m’accarezzano… Ad un cenno del vecchio, una chitarra parte, un’altra segue, un ritmo spagnolo come tanti, poi ancora corde... Cominciano i bambini a dare palmas, uno, dos, tres, quatro, cinco, seis... Poi, una donna inizia a gridare più forte, siete, ocho, nueve... Un tono così amaro che ti veniva di guardarti le spalle... E continua la donna, insieme ad una più vecchia, mentre intanto la musica cresce e il cuore prende a battere al ritmo di quei numeri... Dies, once, doce!… Altri musicisti escono fuori allora dalle baracche, con i baffi, senza baffi, tutti armati di chitarra e di coltello. Quante sono le chitarre adesso? Dieci! Quindici! un milione!…Che ne so? E a noi che c’hanno raccontato che il Giudizio Universale sarà a passo di tromba!… No! E’ qui! Là! Mi devi credere! Se Dio esiste...
    Poi, ecco, un grido più forte, improvviso, che t’entra dentro. Uno spavento che chiama nell’arena, chiama, chiama... Basta così! vorrei gridare. Ho visto abbastanza! Scansarmi tutti da dosso!...".
    Si fermò un attimo, guardando Paco con occhi di spirito.
    "Eccola. A lei le basta uno sguardo per affondare tutti, ma a me pare la salvezza. Comincia a battere con i piedi il legno, quelle assi inchiodate, lenta all'inizio… E parla in morse alla vita e alla morte, la svergognata! Fa cerchi stretti stretti e dentro ci sono prigionieri gli strazi che noi abbiamo il coraggio di cantare solo a mezza bocca, Paco, quando riusciamo a farlo. Lei il cerchio lo incide forte per farcele vedere bene, lì dentro, tutte le angosce scandalose, gli angeli imbarcati nella vita vera, il coltello che balena e il cuore che se lo prende e lo chiama amore!… Tutto, Paco, tutto!… e per rinchiuderlo meglio danza ancora più stretta, se la stringe al seno quella pena, inseguita dalle chitarre che pare una caccia tanto ognuno va per suo conto!.... I tempi si doppiano, si contrappuntano, si aspettano l’uno con l’altro e sono sempre là!… Le note mordono le caviglie se non si è svegli, e lei vibra per tutti, col ventre, le tette, gambe e culo, pure con la fica balla, la diavolessa, fino a che non spezza i tacchi nella schiena di toro del legno!...
    "Sembra finita, ma non è così. Mi fa riprendere fiato, per illudermi, per meglio rubarmelo il cuore... Lei sa come si fa! Nessuno glielo ha insegnato! Ecco che riprende, la strega, la maga, la terra, balla scalza adesso. Balla! Balla! In un unico vortice i capelli e la gonna! Non capisco più niente! Ce l'ho nella gola, nello stomaco... Ovunque! il cuore... Il cuore, Paco, dov'è andato? Via con lei? Dove?...

    "Roba da non crederci, amico mio, roba da vino e morte, altroché, assolutamente impresentabile all’onorato pubblico del TMM. Capisci che mica potevo mettere sotto contratto una ciurma del genere! Loro, gli zingari, c’erano abituati a quell’odore di vino e morte e magari non lo sentivano nemmeno, ma i palati che dovevo servire io... Insomma, riprendo fiato, applaudo, ringrazio, faccio capire che ho apprezzato molto personalmente ma che per quest’anno, purtroppo... Chiaro che quelli non mollano facile, vogliono sapere cosa c’è che non va, propongono modifiche, questo e quello, io m’impegno per qualche serata estiva, prendo tempo, cerco di sganciarmi... A un certo punto il vecchio mi chiede se voglio conoscere la ballerina. Che devo rispondere? Si, certo, dove sta? vediamolo da vicino ‘sto fenomeno... me la portano ancora calda della prestazione, neanche s’è cambiata per farmi sentire meglio l’odore, solo sciolti i capelli…
    "Fu il suo sorriso? L’idea romantica che è così che le dee si rivelano agli uomini? Lo stupore che fosse così a portata di mano? Non saprei dirtelo Paco, è inutile, fa conto che dopo un minuto che ci parlavo, non riuscivo a pensare altro che portarmela via. Le domando se ha mai fatto teatro, se canta oltre ballare, le solite cose... Faccio finta di niente su quello che mi sta succedendo dentro, ma lei sembra intuirlo, fa la complice, gli altri scompaiono uno ad uno, ci lasciano soli... alla fine tento la bordata: le chiedo se le interessa un contratto con noi. Non posso ingaggiare tutti, le spiego, ma un talento come il suo, qui, sprecato... deve andare avanti, crescere, imparare, ed io sono disponibile, disponibilissimo...
    "Lei mi mette un dito sulle labbra, fa segno che ha capito. Si alza e se ne va, mi lascia lì a chiedermi se ho fatto qualche gaffe. Dopo qualche minuto, torna insieme al vecchio, vedo che ha pianto ma naturalmente non dico nulla. E’ il capotartaro invece che tira fuori l’argomento: sei stato scorretto, dice, l’hai fatta piangere. Io nego, è chiaro, ho soltanto fatto una proposta di lavoro... E ti pare la maniera, mi fa quello, lei qui è in famiglia e tu vieni a seminare zizzania, peggio: il dubbio! Credi che questo valga i quattro soldi che le hai offerto?
    "Era la nipote, Paco, per lui come una figlia..., mi prende sui sentimenti, capisci, sul mio punto debole. Al che, alzo l’offerta. Di tasca mia, va bene? Un contratto che mi costa più della metà di quello che guadagno in un mese. Però il vecchio addolcisce l’espressione, comincia a chiedermi dei particolari, vuole essere rassicurato sul fatto che la figgia non sarà abbandonata a se stessa, indaga sulla mia affidabilità, ma insomma, si capisce che la decisione l’ha già presa. A me interessa soltanto lei naturalmente e mi pare che sorrida di nuovo... Per fartela corta, alla fine riesco a convincerlo e se ne parte con me.
    "Non guardarmi adesso: io sono un bell’uomo. E tre anni fa anche con la salute e la testa alta; naturale che lei s’innamorasse di me: ero il maestro, il protettore… E lei ha soltanto gioventù, bellezza e grazia, e soprattutto una maniera di darsi da donna fatta che mi godo senza indagare dove l’ha imparata. Insomma, tutto bene, Paco, miele e sesso, che nessun dio ti può dare…
    "Io, te lo dico chiaro, mi compiaccio e mi annoio, dopo un po’. Mi va di fargliela pagare, Paco, ‘sta dedizione, da quel gran vigliacco, voglio vedere fino a che punto arriva e lei… Lei un po’ non capisce, un po’ fa finta di niente, soffre ed io mi sento subito meglio a vederla così. Mi rassicura, vederla debole. Solo che dopo qualche tempo comincia ad ambientarsi, a smaniare che non vuole essermi di peso; si da da fare allora, studia, s’iscrive pure ad un corso d’arte drammatica e tutte le sere mi racconta di quello che ha imparato. Dice che mi ama ancora di più adesso, e che non è mai stata tanto felice, ora che può amarmi avendo una vita sua!... Sei uno geloso, Paco?
    "Qualche volta...".
    "Qualche volta non significa nulla!... non parlo della stupida gelosia degli studenti, per un bacio dato a un altro o un amore trascorso, no! Parlo di quella mortale per la felicità altrui. Sei mai stato geloso così?
    "Mmh... ".
    "Non rispondi?! Be’, io quella gelosia me la portavo dentro come veleno. Non perdevo occasione per disilluderla, il mio amore, passavo il tempo ad affilare il cinismo per squartargli il sorriso. Non sopportavo il suo essere felice di se stessa e di noi, la deridevo apposta, Paco, la volevo zoppa, per paura e cattiveria... Lo capisci, questo? Non ti chiedo di giustificarmi, voglio sapere solo se puoi capirlo...".
    Lo guardava con occhi tesi come la mano di un mendicante, scriveva la risposta ma non sapeva leggerla da solo, per quello chiedeva.
    "Si, capisco pensava Paco, ma a che ti serve che capisca io?
    "Si, capisco - rispose - l’amavi... non c’è dubbio.
    "Già. L’amavo molto, molto più di quello che potevo permettermi…
    "Una sera, stavamo ad una cena, una bella tavolata di gente, avevamo tutti voglia di divertirci quella sera, tutti andati col vino... Io ero in gran forma: parlavo ad alta voce delle vicinanze fra Icone ed Astrattismo. Tu ne sai niente di questo? No, vero? Quasi nessuno ne sa niente, sono piccole cose che trovi sui libri, molto utili in società... Comunque, ero lì che facevo il giullare, quando entra Valdes, il nostro capocomico. Bello come un attore, non discuto, ma che pare un prete d’alto bordo quanto a cordialità. La scorta, gira con la scorta l’amico, sciama verso il buffet femminile, quattro cinque ballerine, e lui invece s’accomoda a un tavolo, subito ossequiato dal padrone. Gli davo le spalle dove stavo io, continuavo a parlare, ma vedevo lo sguardo di lei che mi saltava sulla spalla. Era curiosa, la bambina, che la sua stagione cambiava e correva a guardare il sole dal filo della mia ombra...".
    Si fermò un momento, sorridendo come per un sapore in bocca ancora dolce e tirò fuori dalla saccoccia la fiaschetta. Ne bevve qualche sorso offrendola poi a Paco che ne approfittò. Il brindisi fu ironicamente sottinteso da entrambi.
    "Avevo cominciato a impallidire giusto a quell’epoca, Paco, impallidivo da un giorno e all’altro, e mi sembrava come di rincantucciarmi… non so dire. E intanto lei fioriva - potenza della natura! - sulla mia merda, innamorata e bellissima, con la schiena tesa come una vela in mare. Un altro magari ci avrebbe campato sopra, succhiando quanto bastava per rianimarsi, a me invece per vendetta saltò in testa di dimostrarle che era solo una puttanella Era un’ideuzza estemporanea e, come ho detto, avevo pure bevuto parecchio, ma si fece largo subito: del resto, se un’anima non se ne può permettere un’altra, bon, meglio dirselo in faccia, no?… Almeno, quella sera nobilitavo così...
    "Mi alzo e vadoa salutare Valdes portandomi appresso la bottiglia. Ci conoscevamo, ma non al punto di quella confidenza, e normalmente avrebbe dovuto trattarmi con freddezza, addirittura farmi allontanare dalle sue guardie; invece fu affabile, si alzò addirittura per salutarmi, sei in bella compagnia, mi fa, ammiccando al mio tavolo - occhio lungo l’amico... - Io faccio il simpatico, gli chiedo se vuole unirsi a noi e me lo rimorchio al tavolo.
    Continuava a bere a sorsi larghi dalla fiasca.
    - Presentazioni, ama le forme, il vescovo!… mio panegirico sul massimo artista vivente, dopo di che lascio un po’ fare al caso, torno ad occuparmi della bottiglia di Porto. E Valdes non perde tempo, no! Gli fa subito un cerchio intorno, al mio amore. La circonda di sè...
    "E lei ci sta, Paco! Mi sembra proprio che ci sta! O forse no, è soltanto gentile perché sa che il tipo è uno importante per noi, il capocomico addirittura. Com’è, come non è, ormai sono completamente ubriaco e voglio tornare in scena. Faccio: ma voi non l’avete vista ballare! Non avete visto niente! Largo, fate largo, sparecchiate ‘sta mangiatoia per maiali! Tutti ridono, pensano che stia scherzando, oppure che sono ubriaco a puntino e si danno di gomito, quei .....i! Ed io, oplà, acchiappo un lembo della tovaglia e… sparecchio!…
    - Dovevi vedere le facce, Paco, non pensavano che facessi sul serio. Vola tutto per terra, piatti, bicchieri, tutto addosso a quegli .....i a stomaco pieno. Qualche donnina urla, qualche ometto fa vedere i muscoli, ma io vado avanti, chi mi ferma, ormai? Mi viene quasi da vomitare ma mi controllo. Valdes era rimasto impassibile e lo punto deciso, muso a muso: dovete vederla assolutamente, dico, lei è…è la Verità!… La prendo per un braccio e la spingo sul tavolo: dai su, balla, dico, balla per questa bella gente! Cristo! Balla!
    "Una scena pietosa, lo so, ma ormai ero partito. Lei non dice niente, sta lì impietrita, ed io insisto: balla, balla! Intanto gli stringo forte il braccio, le faccio male, si lamenta. Finalmente una reazione, bene, ma non m’intenerisco di certo per così poco. Balla!… urlo. Balla! Ormai più d’uno vorrebbe rompermi il grugno per la scena che sto facendo, me ne accorgo, li filo tutti con la coda dell’occhio, la loro educata vigliaccheria… Aspetto solo il primo!… Valdes, lui no, è un pesce in barile, vuole vedere cosa fa lei, ma poi mi dice qualcosa come calmati, adesso ci facciamo portare un caffè e ce ne andiamo a fare due passi… Il gioco però era mio, mio!…E nessuno deve permettersi…
    "Parto con la mano aperta, un singolo applauso esatto sul viso, che nessuno aspettava, che nemmeno hanno visto. Lei perde l’equilibrio e batte la testa contro il tavolo, cade come morta! Carmen, balbetto, Carmen… Mi chino su di lei, cerco d’abbracciarla, di scusarmi... Lei non risponde, mi pare proprio che l’ho ammazzata. Mio Dio! Comincio a urlare, allora, chiedo aiuto, un dottore, un qualcuno… le lacrime mi strozzano le parole… Pensavo di morire in quel momento, Paco… Avevo l’impressione che sarei morto sicuramente…
    "E' allora che mi sono sentito prendere alle spalle. Era Valdes. Vedo tutto offuscato per colpa dell’alcool e delle lacrime, capisco che sta per farlo ma non riesco a nulla, nemmeno a coprirmi in qualche modo. Quasi un quintale di notte tutta insieme, Paco, pure l’anello c’aveva, vado giù secco.
    "Quando mi ripresi non c’era più nessuno. Le guardie di Valdes mi avevano gentilmente buttato in strada. Stavo in un vicolo buio. Perso tutto, l’avvenire, e non mi riusciva di crederci che era proprio io, là, il suicida… Carmen l’avevano portata con loro, in ospedale, seppi, per sospetto trauma cranico. Un mese dopo era l’amante ufficiale di Valdes, con carrozza e sarto privato. Quanto a me, un giudice m'ha diffidato dal tentare d'avvicinarla. La vedo a vedere a teatro, adesso, di nascosto, è tutto quello che mi rimane...".

     
  • 13 gennaio 2006
    Tarocchi

    Come comincia:

    Ce ne sono di solitudini, ma quelle più esatte, quelle davvero senza riscatto, sono anche sempre, va da sé, le più segrete. Coltivano l’invisibilità questi eroi, si confondono attorno alle bancarelle, fra le cianfrusaglie, a Roma, Parigi, Baires… ovunque l’uomo! A volte ci capita d’incontrarli per caso, davanti ad uno specchio, ed è allora che fanno davvero paura questi fantasmi di carne ancora in piedi; altre volte invece ci passano a fianco senza lasciare traccia, appena il rumore della catena che si trascinano appresso ci fa sobbalzare per un attimo, ma senza capire, come un dubbio, che ci fa venir voglia di andare subito, di volata, a fare ancora l’amore…

    Mario Perrotta, io l’ho conosciuto senza volerlo, come mi succede quasi sempre del resto. E’ venuto da me a farsi fare le carte. M’ha raccontato in quell’occasione un bel po’ di cose di lui, è per questo che ora posso riferirne.  Per quanto mi guadagni il pane intravedendo il futuro, il passato resta per me il gran mistero degli uomini. Un foglio fitto di cancellature e correzioni, aggiornato come un’enciclopedia sovietica in cui la verità muore un giorno dopo l’altro, e l’innocenza perduta ancora vive, protetta da un sogno.

    Lui, Perrotta, voleva sapere da me se sarebbe stato felice. Una domanda per niente difficile. Prima che potessi rispondere però, lui s’era già lanciato a raccontarmi, ad informarmi attraverso lastre cadute di passato, di come si era organizzato per rispondere, lui, di no alla sua stessa domanda. Un pervertito, insomma, nel suo genere, una persona come me e voi, il mio cliente.

    Lavorava per una finanziaria, nel girone più basso, il recupero dei sospesi. Andava a scovare i protestati, di norma, in un triangolo sghembo che ha per vertice piazza Preneste e per base la linea che da Campino arriva a Tor Sapienza. Era quella la sua zona di caccia. Prima si spingeva anche fuori città, Veroli, Sora, fino Frosinone, ma aveva dovuto lasciar perdere da quando i crediti lì avevano iniziato ad esigerli le camorre

    L’abilità, m’ha spiegato, sta proprio nel saper scegliere le porte dove bussare senza rischiare le botte o addirittura la pelle. Lui li sapeva riconoscere a colpo d’occhio, gli agnelli. Aprono la porta già rei confessi, le facce lunghe di vergogna e preoccupazione, impiastricciano scuse mentre lo fanno accomodare, si dilungano nella conversazione e, per decoro, non hanno neppure fatto sparire il divano, il televisore nuovo, lo stereo regalato al figlio… Insieme al caffè, offrono loro stessi l’elenco per il pignoramento prossimo venturo!...

    E’ su questi che fatalmente cala la mannaia, non è colpa di nessuno. Lui, Mario, è un semplice incaricato, ci ricava una percentuale, oltre ad un piccolo stipendio base. Fra una cosa e l’altra alza sul milione e mezzo, due quando gira bene.

    Non è molto per stare a sentire tutti i giorni le stesse storie, mi dicevo io, che pure col mestiere che faccio una certa pratica ce l’ho. La gente piange la miseria come i malati parlano della loro malattia, con una sorta d’affezione, le considerano cose speciali e rare la loro miseria e i loro malanni, qualcosa che non può che interessare l’ospite.

    Perrotta in quei casi li lascia parlare, ascolta e capisce tutto: l’operazione urgente della moglie, il matrimonio della figlia grande… Ad un certo punto, per troncare, dice che quella sventura “è la vita”.

    Poi, nel silenzio che segue mette su il suo di disco, una canzoncina a tono: qui risultano dieci rate non pagate, da 875.000 lire l’una… se lei ne pagasse, diciamo… un paio; così, giusto per tenere tranquilla la banca, sarebbe facile per me farle ottenere una proroga, di un mese… forse due… certo, sarebbe meglio pagare l’intera somma, per gli interessi, sa: quelli corrono!… “.

    Lui è lì per facilitarlo. Lo conforta al debitore, sapere che qualcuno è dalla sua parte. Al secondo incontro, comincia però a suggerire scenari meno tranquillizzanti, gliela inizia a sbattere in faccia la realtà. E’ matura.

    “Le banche, spiega, non vanno per il sottile con i piccoli debiti, se lei dovesse qualche miliardo il problema non si porrebbe neppure, ma così… E’ una bella macchina, la sua, sarebbe proprio un peccato farsela portar via, specie qui, nel quartiere, dove certe notizie fanno in un baleno il giro… E per che cosa, poi? - aggiunge -Tanto non si scappa! Possono chiedere il sequestro del quinto, il giudice la considererebbe routine… E tutti verrebbero a saperlo, anche i superiori di suo marito, signora, non c’è da ridere di queste cose… Si fa presto a sporcarsi il nome…”.

    La famiglia in genere ascolta a bocca aperta. Si tratta di gente che spesso vive di quelle piccole dignità, impiegati comunali con due, tre figli, vittime, loro e i figli, del mito moderno, del pozzo senza fondo dei desideri a rate, la genialata dei mercanti.

    Lui molla la stoccata a quel punto: pagare o morire. Socialmente, s’intende.

    “Capiterà pure che proprio non hanno soldi…”, gli faccio io per giocare all’avvocato del diavolo.

    Si, mi risponde, e son dolori. Magari, con tutta la buona volontà, papà aveva proprio fatto il passo più lungo della gamba, poco da dire. Allora, ecco le scene, i rinfacci… Tutta la famiglia ne trema dalle fondamenta. La piccola Rosa non sarebbe andata all’Università! E quel viaggio in Inghilterra? per l’inglese… La mamma se ne fa una malattia, intanto che intravedono l’inferno. Il maschio di casa fa vedere che se ne frega, lui, ha la gioventù dalla sua, ma arriverà… La sconterà con gli amichetti, lui, appoggiato al muro di un baretto.

    E’ allora, mi dice il mio cliente, che bisogna tirar fuori le maniere più soavi, trasudare tatto.

    Gli serve mica, il terrore! La resa dei debitori alla disgrazia, in fondo, non porta una lira. Se la casa è di proprietà o esiste un’entrata fissa, anche miserella miserella, la banca ha sempre qualcosa cui attaccarsi, ma lui? Si toglieva la giacca quindi, e invitava tutti alla calma. “Ragionare bisogna, niente panico! Solo alla morte non c’è rimedio! - s’incoraggia così, il pater familias - Qual è il debito complessivo? Tot? Bene!” Gli fa il conto su un pezzo di carta con tutta la famiglia intorno. “Vedete? – gli dice - la cifra alla fine non è spaventosa. Si tratta solo di fare un piccolo sacrificio…”

    A sentirsi così sputtanata, mi fa notare, la gente diventa malleabile, s’apre come un bocciolo, fa si con la testa ad ogni parola, impalata alla bovina. Avevano qualcosa di valore cui si poteva rinunciare? Orecchini, brillocchi, pellicce… Be’, ricettava tutto a condizioni vantaggiose, lui.

    Col tempo, s’era costruito un certo gruzzolo, una sommetta.

    Contava su quegli affarucci estemporanei per comprarsi finalmente casa.

    Bene, gli ho detto allora io, tutto contento che ne avesse anche per lo scrivano medesimo, però ecco che lui mi ha freddato subito, perché mica bastava quello, nossignore! Gli era toccato pure a lui accendere un mutuo alla fine. S’era indebitato per l’appartamento! Certe notti che non riusciva a chiudere occhio gli veniva da ridere fino alle lacrime per quel contrappasso. Si faceva un pianto, allora, al buio, con la faccia stretta sul cuscino, stava sempre meglio dopo, mi confessò.

    Ora, mi disse, se soltanto avesse avuto una donna… Si, non avrebbe avuto più tanta paura del futuro, di quel conto che teneva aperto. Una c’era stata, una volta, si chiamava Sonia, la sua fidanzata, ma lei se n’era andata da tanto tempo, più lontana, mi disse così, della morte…

    “Ci si illude, Maestro, ci si illude di conservarne almeno il ricordo, ma questo è fatto d’acqua, prende la forma che vogliamo e ci scappa via attraverso i pori della nostra anima bucata…”.

    Perbacco, lei è un poeta, gli ho detto per fargli coraggio, ma lui ha scosso la testa. “Non è la poesia che mi manca, ha precisato sobrio, ma i soldi e una donna…”.

    Raccontato che mi ha tutto questo, ancora è tornato a parlarmi della sua ventura felicità. Voleva che io gliela controfirmassi a garanzia, e per un prezzo ragionevole. Naturalmente questo lui lo chiamava dire tutta la verità, bella o brutta che fosse, e m’è toccato far l’offeso che potesse anche solo dubitarne intanto che m’implorava con gli occhi di mentirgli.

    Ho cominciato così a tirar giù le carte. Ha sussultato quando è uscito l’Impiccato, e poi anche quando ha riconosciuto la Morte… Lì gli ho sorriso io, scoprendone svelto un’altra. Era la Papessa… Gli ho imbastito una storia allora, così a fantasia: c’era una donna che lo teneva legato a un laccio da troppo tempo, ma ecco che già un’altra era pronta, disponibile a prenderne il posto, una donna molto ricca, invero, di personalità, un nuovo inizio… Man mano che parlavo, lo vedevo io, riprendere il colore. Sono andato avanti a braccio. “Il Bagatto”, “la Torre”, infine, pure la “Giustizia”…

    “E’ chiaro, gli ho detto, che grandi novità sono in arrivo e non soltanto per l’amore, ma anche sul fronte finanziario. Vede? Questa carta significa che presto tutto sarà ristabilito secondo i suoi meriti…”

    Aveva lui, come tutti, una grande opinione dei suoi meriti, fortuna a parte, e questo ha finito di rasserenarlo. Ha preso però a farmi domande mirate. Sarà bionda o bruna? Sarà giovane?… Quello gli interessava più di ogni altra cosa.

    Era facile allora, era come un bambino. Gliel’ho descritta per sommi capi, come meglio potevo, e vedevo i suoi occhi spalancarsi mentre ne illustravo le caratteristiche, la dolcezza, per dirne una. Solo che le carte non lo rivelavano bene se era mora o bionda.

    “Non fa niente quello”, ecco che m’ha detto lui a quel punto.

    Alla fine m’ha chiesto quando tempo avrebbe ancora dovuto aspettare.

    Per tutta risposta, l’ho buttato fuori dal mio baraccone. Ne sapeva abbastanza, gli ho detto, a quel punto, e non aveva da fare altro che andare per il mondo, che l’avrebbe incontrata là, dietro un angolo, la sua felicità, non doveva che tenere gli occhi aperti, ed anche il cuore, ho aggiunto a mò di consiglio, mio personale.

    Perrotta allora mi ha preso le mani per ringraziarmi, dicendomi di non stare a preoccuparmi per quelle rate, che se non le pagavo non sarebbe successo in fondo niente, che son solo per la povera gente i protesti, gli ufficiali giudiziari, per quelli davvero sfortunati… E soprattutto che ci avrebbe pensato lui a far sparire la mia pratica sotto una bella pila di quelle scalogne documentate.

    Ebbi l’impressione, per un attimo, mentre ci salutavamo, che ancora avesse da dirmi qualcosa, qualche altra domanda che gli era rimasta appiccicata alle labbra, come una screpolatura nel suo essere un uomo davvero nuovo, ma non disse niente, mi voltò le spalle e se ne andò con un passo leggero.

    Non tornò mai più.

    Venni a sapere, circa sei mesi dopo, che era morto di cancro. Gliela avevano diagnosticato già da un anno, mi disse il tipo venuto in sua vece ad incassare gli arretrati del mercedes, ma lui aveva interrotto le cure, mi confidò quel suo collega con aria grave, per “provare per una volta ad essere felice”. Una scelta da pazzo ha commentato l’uomo, ma del resto, ha pure riconosciuto, “ognuno è libero…”.

    E lei? gli ho chiesto io, lei ci si trova bene in questo mondo? Non ha niente da chiedere?

    L’uomo ha fatto una smorfia alzando le spalle. Non ci credeva mica, m’ha detto, lui alle carte, son cattolico praticante io, m’ha detto. Poi s’è preso le chiavi del mercedes e se n’è andato via con quello lasciandomi in cambio un biglietto da visita. Se entro un mese rimediavo i soldi potevo chiamarlo e riaverlo indietro.

    Vado a piedi adesso. Che nessuno protesti, quindi, se ho ritoccato un po’ le tariffe…