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Autore

Fabrizio La Barbera

in archivio dal 13 gen 2006

09 maggio 1966, Firenze

15 marzo 2007

Lettera dal deserto

Intro: Una lettera (o forse un monologo sotto mentite spoglie). L’anima Corre. il respiro si fa sempre più affannoso e il cervello sembra essere diventato un nodo. Case, cieli, occhi, spazio e tempo. Tutto ci scivola veloce davanti , come del resto le stesse parole di sabbia che narrano il tutto.

Il racconto

Ciao Camilla…
Come stai? Dove sei, soprattutto?

Qui a Marrakech, passo quasi tutta la giornata seduto a un tavolino sulla piazza Jemaa en Fna (la “piazza del nulla” pare significhi il nome), a bere the alla menta, a guardare il tumulto degli incantatori di serpenti, dei saltimbanchi e dei venditori di tutto, a scrivere pensieri in libertà, talmente in libertà e sganciati da qualsiasi considerazione “reale” che ad un certo punto, avendo forse bisogno di rivolgermi a qualcuno in carne ed ossa, mi sono messo a scrivere a te.
“Cara Camilla…”, attaccavo, oppure, “Ciao Camilla, come stai?...”.
Ti raccontavo un po’ di quello che vedevo, di quello che speravo di vedere… Altre volte, invece, di quello che mi faceva, che mi fa, paura di questo mio viaggio solitario. Sono i momenti in cui mi sembra che tutto si frantumi dentro di me e i pezzi di quello che sono sparpagliarsi portati dal vento, con me – ciò che di me rimane comunque sempre intatto – a corrergli dietro con le lacrime agli occhi e però anche con una specie di sorriso, perché oramai mi conosco.
Hai letto, poi, “L’uomo in rivolta”? E che dici, si può “vivere di rivolta”?
Mi sembra, anche adesso, di sentire i tamburi berberi che chiamano alla festa, alla strada…
Non solo loro, naturalmente. Ogni tanto, un pullman vomita i turisti direttamente sulla piazza. Nei miei momenti di “frantumazione” un po’ l’invidio: io ero e sono ubriaco di libertà, e tu sai che non c’è veleno più dolce e pericoloso (è allo stesso tempo antidoto e identico all’amore…).
Poter essere e fare tutto, andare dove si vuole… Spesso è troppo per un uomo solo. Bisogna sapersi in tanti per pregare, tagliare la testa a un re o morire bene. Ed anche per amare bisogna essere perlomeno in due…
La amo questa città. Sembra che ci si arrivi scivolando su un piano inclinato, da tutto il mondo, sul bordo del nulla, e vi si resta impigliati. E’ per questo che neppure i turisti, l’Occidentale roseo, sottraggono niente alla magia. Che vengano tutti popoli della Terra, l’umano delirio, si fermino qui prima di scomparire, prima dell’inferno e del paradiso. Tamburi, chiamate! Incantate l’anima, prima di lasciarla andare!... Marinai dalle sette vite, ci teniamo ancora aggrappati alle pareti del pozzo… Compra tappeto! Amico!... Fratello!... Allah è il solo Dio!... Lui guarda i suoi figli in ogni luogo, ma è qui, a Jemma, che li conta!...
Alle sei del pomeriggio scendiamo tutti in strada, per le assurde strade, incamminandoci nella stessa direzione.
Ieri ho cacciato a brutto muso un bambino che chiedeva l’elemosina. Mi si era piantato davanti – io stavo come al solito seduto al tavolino di un caffè – e non smetteva di dirmi “grazie, amico grazie….”. Avrà avuto undici anni, forse. Forse meno… E’ rimasto più di mezz’ora a guardarmi fisso e ripetere la stessa frase. La piazza era stracolma di gente ed io avevo detto subito di no… Perché non ha smesso? Una spiegazione è che, essendo solo, non avevo nessuna possibilità di eluderlo, nessun compare con cui fingere di parlare di cose importanti… Oppure è la mia faccia? Non ho una faccia insensibile…
Eppure, so della mia “indifferenza”…
Sono stato sul punto di chiamare il cameriere e denunciarlo. Non l’ho fatto, ma prima non l’avevo neppure mai pensato, e avrei disprezzato chi lo avesse fatto… Come vedi, scopro cose nuove sul mio conto. Non si finisce mai. Sospetto che la prossima scoperta sarà che posso conviverci con questa disparità, come gli inglesi e i francesi, senza agitazione e senza vergogna.
Ti dico questo pure perché c’entra col racconto che stavo scrivendo prima di partire. Non te ne avevo ancora parlato. Un uomo di 24 anni che parte da solo per una guerra, per “vedere con i suoi occhi…”. Va a cercarsi la sua verità proprio dove, per definizione quasi, tutto è menzogna. Lui va, quindi, senza sapere bene nemmeno il perché e si ritrova fra gente munita di verità incrollabili, una opposta all’altra, tutte relative al suo sguardo straniero, e tutte con una vocazione lancinante verso un assoluto che anche lui avverte e spera, ma al quale gli è impossibile credere. Il fatto è che egli, pur non credendo a nessuna verità assoluta, non può rassegnarsi a vivere di verità relative. Devo ancora finire di scriverlo…
Oh, Camilla… lo so: parlo come un ragazzino…

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Riprendo a scriverti adesso che ho un po’ di tempo. Ho lasciato Marrakech due giorni fa con un pullman di linea, ho scavalcato il Grande Atlante – ‘sto gigante assonnato – e sono arrivato in una città con un nome magico: Ourazazate.
Sto meglio e m’interrogo per l’ennesima volta in vita mia sul concetto di “avventura”. Nella stessa parola, nell’etimo, c’è già tutta la spiegazione.”A-ventura”: se non si “tende a…”, se non si mantiene viva l’unica realtà concreta che abbiamo a disposizione – il presente che ci sorpassa – se non abbiamo, in altre parole, ancora un luogo dove andare, un’idea da pensare, e se questo luogo e questa idea non occupano noi stessi “ora”, nel momento presente, allora l’anima avventurosa s’inceppa, cade. E’ più difficile tendere l’arco che tirare, ma ancora più difficile è mantenerlo teso.
Sono andato a passeggio per la Casbah, vicoli strettissimi come in certe cittadine nostre, solo che qui tutto è rosso come il deserto e l’odore è quello della sabbia anziché della pietra. Bisogna sapersi inchinare per penetrare certi passaggi tanto è bassa la volta, e dopo poco non sei più tu a decidere la strada: sono le case che ti stringono e ti portano dove vogliono, dove antichi architetti arabi hanno deciso di condurti. Procedendo così a zigzag, mi sono ritrovato in una viuzza cieca. C’era una porta in fondo, una casa, e davanti alla porta della casa… una bambina che scalpicciava sui sandaletti!
Ho visto anche altre cose. Per esempio, un asinello (quegli asinelli grigi…) che legato ad un carretto se lo trascinava per la città senza nessuno che lo comandasse o frustasse. Che dire di questo? Come metafora è perfino troppo scontata. Lo schiavo, talmente avvezzo alla schiavitù da non aver più necessità della frusta! Egli, è libero, a modo suo! Però, resta un somaro… Resterebbe, del resto, un somaro anche se si ribellasse. In questa consapevolezza, è la libertà e la condanna. Può scegliere se essere libero o schiavo, ma non decidere di non essere più un somaro… A meno che non si suicidi, forse. (devo informarmi sull’incidenza dei suicidi fra i somari, ho conosciuto anni fa un gatto morto che decise di togliersi la vita il 15 d’agosto…).
Concludendo, quell’asino, senz’altro il favorito del padrone suo Dio, è felice e compiuto.
Noi, qui, intendiamo fare una scelta diversa: battiamo la strada della libertà, per quanto ci allontani dall’essere felici. Perché? Ognuno ha le sue di motivazioni. Quanto alle mie, direi per scelta, per polemica e per “avventura”.
Anche qui me ne sto sempre a bere the alla menta, su una terrazza però. Domani partirò per il deserto, e tutto sarà di nuovo in gioco, ma stasera guardo le cose dall’alto. E allora, noto una coppia: a lui non piace lei e si vede. E’ uno spettacolo patetico ed ignobile, e tuttavia normale. Là si compie una contraddizione così comune dell’animo umano: desideriamo essere altro da noi stessi e, quando siamo particolarmente deboli, diamo la colpa a chi ci ama, a chi è tanto “ignobile” da amarci. Tutto ciò è comunque spiacevole da vedere, guardo altrove.
C’è qualcosa di commovente in questa ragazza che attraversa la strada, qua sotto, inconsapevole di quanto il mio sguardo la isoli da un tutto caotico e me la restituisca come una sintesi che mi dice oltre lei, come un’opera d’arte. Mi è successo così con te, quella volta a Scanno, nel nostro incontrarci a colazione in quella grande casa, senza dirci nulla, indovinando tutto… Tutto quello che so di te è forse una mia fantasia, una fantasia che, mi rendo conto, dimentica facilmente tutto ciò che non le piace: il tuo essere di un altro, innanzitutto, e quello che tu sai o credi di sapere, di me… Rimangono le tue mani, i tuoi occhi, come erano con me, per me, in quei pochi giorni…
Mi chiedo adesso se quando torno, se tu…
Oh, Camilla, parlo troppo!...

*********************

Con dei francesi che ho conosciuto abbiamo preso a nolo un fuoristrada e assunto una guida berbera, Muhammed. Siamo stati tre giorni fra le montagne, visitato villeggi collegati tra loro da mulattiere pericolanti, fino alle gole del Todra, pareti che salgono a picco per 300 metri, una ferita sul cui fondo scorre una vena verde smeraldo, un torrente dove i marocchini portano a lavare le automobili…
Le abbiamo lasciate alle spalle le Gole, puntando decisi il deserto. Qui, lungo questa strada di sassi, non c’è nessuno. Solo nel pomeriggio, una figuretta in caffettano azzurro corre a perdifiato sulla pietraia, perpendicolare alla nostra direzione di marcia, e si ferma a lato della strada in tempo perché la nostra jeep le passi accanto. Ci saluta alzando la manina, non ha più di otto anni. Le regaliamo dell’acqua. E’ figlia di pastori nomadi, i più poveri tra i poveri, qui…
Seguitiamo verso il grande Sahara, attraverso altri villaggi di fango con Muhammed che non smette di venderci suggestioni “non turistiche” , come se noi fossimo altro, e non disdegna di tentare l’avventura con una delle francesi, Chantal… Ci è riuscito, credo, una sera che eravamo accampati in un palmeto.
Gli altri miei compagni, francesi giacobini, cantano loro canzoncine liete, da vacanza. Canterebbero lo stesso, così, davanti alla morte o all’Infinito. Allosanfan…
Ma ecco!... Eccolo che inizia, il deserto…
Sono nel mare delle dune, Camilla, e sono solo, finalmente. I francesi li ho lasciati indietro e ‘sto vento beduino m’infila la sabbia rossa, sottile come talco, fin sotto la penna. Ci sono il sole e la luna nel cielo, compagni indifferenti alle mie pene, ai miei sforzi, alle mie speranze. Giocano loro, il cielo e la terra, se li disputano in questo ritaglio di tempo che precede la notte. In piedi su una duna, microscopico, irrilevante alla pari con uno qualsiasi di questi granelli da sabbia, ho visto quello che volevo vedere. E mi piace dirlo a te.

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L’ultima sera a Marrakech il fumo sorge dai banchetti al centro della spianata, piccole luci mescolano le cose e la gente, proiettate su uno schermo di nebbia. E’ un inferno gioioso, orgoglioso di vita. Se tu vedessi, Camilla!... Ora. Adesso. C’è spazio per le fantasticherie…

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