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in archivio dal 10 lug 2011

Fabrizio Rinaldi

24 settembre 1984, Roma - Italia

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  • 10 luglio 2011 alle ore 15:31
    Rosso, come il sangue e l'amore

    Come comincia: Sono tornato qui, a Capo d’Orso, dove tutto è iniziato, su questo spigolo di roccia e di mare che ci ha fatto conoscere, due anni fa. Sei capitata nella mia vita giusto il tempo di sconvolgerla, non te l’ho mai detto, l’hai riempita di emozioni che io adesso non so più a chi restituire, adesso che qualcuno ti ha ucciso.
    Mi hai lasciato il tuo diario, il giorno prima di quel pazzesco giorno, nelle ultime pagine avevi scritto il tuo messaggio di aiuto e di addio, era rivolto a me, ma io non lo sapevo, non l’ho neanche letto quando eri ancora viva, non mi interessava, perché tu eri già fuggita lontano, ad inseguire nuove sensazioni, nuove persone, nuove esperienze che nel loro insieme ti hanno portato nel posto dove sei. Ho letto quelle frasi solo dopo i tuoi funerali, e solo allora ho capito che avrei potuto salvarti. Ma ormai era troppo tardi e quindi ho fatto l’unica cosa che mi restava.
    Ti ho vendicato. Ti ho liberato.
    E sono tornato qui per raccontarti questa storia, la tua storia, la nostra storia, ma visto che hai un’eternità di tempo a disposizione, preferisco cominciare dall’inizio, dalla prima volta che i tuoi occhi sono passati per i miei.
    Era l’estate scorsa, io stavo in vacanza con un gruppo di amici qui in Sardegna, avevamo preso una casa in affitto a Palau, tu a Baia Sardinia, non ci conoscevamo, non ci eravamo mai visti, e se non fosse stato per Marco, un mio amico, che aveva proposto di fare una gita a Capo d’Orso, e se non fosse stato per te, che con le tue strane voglie quel pomeriggio avevi deciso di fare trenta chilometri per rivedere quello spettacolo della natura che già conoscevi, non ci saremmo mai incontrati, e forse sarebbe stato meglio per entrambi.
    Verso l’ora del tramonto, io, Mariano, Marco, Stella, Rina e Alfredo parcheggiammo le nostre auto nel piazzale che ospitava il monumento e ci incamminammo a piedi verso la roccia a forma d’orso. Per le scale, durante il percorso per arrivare in cima, le nostre due coppie di amici si tenevano la mano, come sempre, mentre Mariano ed io stavamo parlando di musica, ancora lo ricordo, eravamo indecisi se andare o no al prossimo concerto che Vasco Rossi avrebbe tenuto a Roma, città dove noi vivevamo.
    Tu eri già lì, con Clelia, la tua inseparabile amica, e all’inizio non ci siamo degnati di uno sguardo, c’era altra gente, c’erano quella roccia di granito e quella vista sull’Arcipelago della Maddalena che ti spezzavano il fiato, e c’era un solo infuocato che cadeva dietro al mare, e in tutta la mia vita io non avevo mai visto un panorama così affascinante, qualcosa che avrebbe emozionato persino l’ultimo dei sognatori.
    “ Che fica, quella “
    Mi girai verso Mariano, che forse aveva meno senso di poesia di un bradipo, e poi verso la direzione del suo sguardo, e vidi Clelia, la tua amica, che, in effetti, aveva tutto quello che un corpo di donna sa offrire per farti perdere la testa.
    E poi vidi te, e non provai niente, non è stato un colpo di fulmine, batticuore a prima vista, sei stata per me soltanto un commento e un confronto con la tua amica.
    “ Anche l’altra è carina, però “
    “ Sì, ma hai visto che fica, quella ? “
    A farci da compagnia a quella morbosa visione c’era un brusio di sottofondo, fatto di parole di stupore, scatti di una macchina fotografica, e lamenti di un uomo anziano che non si capiva cosa facesse lì da solo, così vecchio e fragile che un soffio di vento sarebbe bastato per farlo precipitare di sotto.
    In mezzo a tutto questo c’eravate voi due.
    “ La devo conoscere “
    Ancora il mio amico che si ostinava in quel pensiero, ed io che lo provocavo, con il nostro solito gioco.
    “ Dieci euro se ti scambi il numero di cellulare “
    “ Cinquanta se me la porto a letto “
    “ Affare fatto “
    Il fraseggio era a senso unico, riguardavano sempre e solo lui, io scommettevo e basta, non ero capace a giocare.
    Quel giorno i dieci euro li vinsi io, Mariano non riuscì a fare breccia nei sentimenti di Clelia, ma con il suo gesto fece qualcosa che non sarebbe bastata un’intera valanga di denaro per ripagarlo. Si avvicinò a voi, trovò una scusa qualunque per parlarvi, o meglio vi chiese un accendino e con quello si accese il suo Garibaldi, poi accorgendosi che era troppo grande da fumare in una volta sola e per fare al tempo stesso colpo su di voi, tirò fuori dalle tasche un coltello sardo che aveva comprato la sera prima, a Santa Teresa, per tagliare il sigaro a metà. Ma la tua amica non si mostrò rapita dall’oggetto, e in generale dall’incontro, e allora Mariano lo passò a te, che chissà per quale motivo, cercasti di aprirlo da sola e ti tagliasti.
    “ Bravo imbecille, guarda che si è fatta con il tuo stupido coltello “ disse Clelia e in quell’attimo ti cancellò dai suoi interessi.
    Io vi venni incontro e vidi che il tuo dito era già coperto di sangue.
    “ Ce l’hai un fazzoletto ? “ chiesi alla tua amica.
    “ No, non pensavo che qualcuno ci venisse a rompere i coglioni “
    “ Bella, cerca di stare calma “ rispose il mio amico, mentre tu restavi in silenzio, scocciata e un po’ spaventata per la ferita.
    Si avvicinarono anche i nostri amici che prima erano rimasti a osservare il panorama, seduti su una roccia e bevendo un’ichnusa che non sapevo dove avessero trovato. Nessuno di loro aveva un fazzoletto, ma a un certo punto si avvicinò il vecchio, quello di prima, e fu proprio lui a suggerirci di pulire il sangue con un panno, e poi di tornare nel piazzale del parcheggio per chiedere al custode qualcosa con cui medicarti.
    Io d’istinto presi la maglietta bianca che avevo legato intorno alla vita, in caso con la canotta avessi sentito freddo, e la sporcai di te, del tuo sangue, lasciandoci una macchia rossa che non avrei più tolto. In quell’attimo vidi meglio i tuoi occhi neri, e la tua chioma di capelli ricci, e il tatuaggio con la scritta Gioia sul polso sinistro, e il tuo corpo mi parve d’improvviso sensuale, e pensai che anche tu potessi essere un tipo di quelle che fanno perdere la testa agli uomini.
    Non sapevo cosa pensasti tu di me in quel momento, non l’ho mai capito, e non me lo hai mai detto, però lo hai scritto, sì, lo hai scritto, sul tuo diario, ed io lo rileggo adesso, per rinnovare il tuo ricordo e la tua voce.

    Oggi io e Clelia siamo andate a Capo d’Orso, dove ero stata qualche anno fa con i miei, e lì abbiamo conosciuto due tipi, sono di Roma come noi, uno era un po’ stronzetto e per farmi vedere il suo coltello mi sono tagliata un dito, accidenti a lui, l’altro sembrava un tipo apposto, tranquillo, forse pure un po’ troppo tranquillo, era un timidone, secondo me, comunque ha fatto una cosa che mi è proprio piaciuta, ha usato la sua maglietta della jonk per togliermi il sangue dal dito. In quell’attimo l’ho visto meglio, e credo anche lui mi abbia guardato. Aveva gli occhi castani, mi pare, e i capelli ricci e spettinati, un po’ lunghi, un laccetto intorno al collo, e poi non mi ricordo, però mi è rimasta impressa quell’espressione ebete che aveva sul viso, come di uno che sta sempre tra le nuvole, non so come spiegarlo. Comunque ha usato la sua maglietta per mendicarmi. L’idea è venuta a un vecchio che stava lì da solo, e che poi abbiamo scoperto era il padre di un tizio che era andato a fare una pisciatina dietro i cespugli, che strana gente gira qui in Sardegna ! Poi quando siamo tornati alle macchine, dopo che il custode mi ha medicato con acqua ossigenata e un cerotto io e questo tipo, Baldo, si chiama, ci siamo scambiati il numero di cellulare, con grande invidia del suo amico che a quanto sembra voleva conoscere meglio Clelia, ma lei saggiamente non glielo ha dato. Già abbiamo troppa gente che ci ronza intorno.
    Dopodomani si va via, da una parte sono contenta, l’aria di casa mi manca, anche se qui si stava bene, avevamo sempre un sacco di cose da fare, come si vede ho persino iniziato a raccontare le mie giornate ! L’idea mi è venuta la sera che siamo arrivate, avevo trovato questo diario in un mercatino del paese, cercavo qualcosa per ingannare il tempo, memore della vacanza con Clelia due anni fa a Rimini ( quanto è lenta a farsi la doccia e asciugarsi i capelli, è una cosa insopportabile ) E allora ho deciso di comprarlo e di provare a scrivere, e con mia sorpresa, beh, posso dire che mi piace, un po’ mi rilassa, e soprattutto ammazza il tempo, come adesso, che aspetto che Clelia finisca di lavarsi.
    Dopodomani si torna a casa, ma non ci siamo neppure  abbronzate, facevamo sempre le ore piccole in disco e andavamo al mare solo nel pomeriggio ! Non sarà stata la cosa migliore, ma come si fa a resistere a questi magnifici locali che ci sono in Costa Smeralda ?

    Io e i miei amici non eravamo mai usciti da Palau, la sera facevamo un giro per il paese, e poi tornavamo a casa, e Marco e Alfredo suonavano la chitarra, Mariano ed io ci bevevamo una birra, con lui che si lamentava sempre perché voleva uscire, e Rina e Stella a cantare insieme ai loro uomini, o a parlare per i fatti loro.
    I giorni seguenti passarono come tutti gli altri, non ci furono nuovi incontri tra me e te, serate da sogno, baci sulla spiaggia, non ci fu niente, perché io non trovai il coraggio di chiamarti, e tu la voglia, e quella che avrebbe potuto essere una vacanza memorabile, finì tranquillamente come era iniziata.
    A Roma ogni volta che ci vedevamo, Mariano mi diceva che ero un idiota, che dovevo chiamarti e chiederti di uscire, lui lo faceva anche per un secondo fine, certo, con la speranza di rivedere Clelia, però riuscì a convincermi e ancora adesso dovrei ringraziarlo per la sua sfrontatezza, e per la sua caparbietà.
    Ti chiamai e ti chiesi se volevi prendere una birra con me e Mariano, una sera a Trastevere.
    “ Per me va bene, ma dì al tuo amico che Clelia non viene “
    “ Allora credo che neppure lui verrà. Peccato, ci teneva così tanto “
    “ Non posso farci niente, mi dispiace “
    “ Senti, l’invito vale lo stesso, solo per te ? “
    “ Sei un tipo che va subito al sodo, allora. Ci devo pensare, ti faccio sapere tra qualche giorno “
    “ Io domani sera vado all’enoteca che sta su Via della Lungaretta, in caso mi trovi lì “
    “ Perché, ci vai anche da solo ? “
    “ Sì, quando mi capita “
    “ Oltre che deciso, sei pure un tipo strano, tu “
    Accettasti l’invito, senza dirmelo, ci incontrammo direttamente nel locale, io ero già lì con in corpo due pinte di doppio malto. Quella sera, in mezzo alla solita baldoria di Trastevere, alla sua vita che non finisce mai, agli stranieri che cantavano ubriachi per la strada, scoprimmo di avere anche noi qualcosa in comune, e la conferma la ritrovai  un anno dopo, leggendo il tuo diario.

    Ieri sera con Baldo mi sono divertita un mondo, è un tipo strano, gli piace uscire da solo per Trastevere, non va mai in disco, non sa che marca di abiti indossa, insomma non c’entra niente con me. Studia qualcosa tipo Criminologia, alla Sapienza, vuole diventare un ispettore dell’Omicidi, dice, ma secondo me non ha proprio la faccia e il carattere per quel tipo di mestiere, è un simpaticone, uno di quelli che in una rissa non saprebbe neppure cosa fare. Io li conosco bene quei tipi, li frequento da sempre, più sono stronzi e più mi piacciono, che ci posso fare. Baldo mi ha chiesto di nuovo di uscire, non so cosa rispondergli, poi si vedrà, devo capire cosa vuole lui da me, io di certo non voglio diventare la sua girl.

    Tu credevi che non fossimo fatti uno per l’altro, e forse era vero, vivevamo in due mondi diversi, troppo lontani per raggiungersi, già un miracolo che si fossero incontrati, ma non avevi fatto i conti con te stessa, con la tua parte segreta, quella che ogni sera ti portava a scrivere su un diario le esperienze della tua giornata. Avevi una sensibilità che cercavi di nascondere, con il tuo stile di vita, con gli amici e gli ambienti che frequentavi, ma quest’anima imperterrita veniva fuori, sdoppiava la tua personalità, e ti portava a scrivere.
    E’ di questa parte di te che mi sono innamorato. Ed è questa parte di te che ha voluto avvicinarsi a me. Tutto il resto non ci riguardava.
    Lo avevi capito anche tu.

    Baldo è l’unico, oltre a Clelia, a cui ho detto che tengo un diario. Che ci posso fare, mi vergogno, non lo sanno neppure i miei, a parte il fatto che il fatto che a loro non racconto nulla. Pensavo che il gioco si sarebbe concluso in Sardegna, ma tornata qui ho scoperto che avevo ancora voglia di scrivere, mi piace raccontare a me stessa le mie sensazioni, è come se le scoprissi un’altra volta. Non so perché questa cosa l’ho raccontata a Baldo, ci conosciamo così poco, Clelia è convinta che ci metteremo insieme, ma io so per certo che non sarà così. Non è il tipo mio. Però devo ammettere che quando sto con lui mi trovo bene, sto a mio agio, mi sento, diciamo, protetta, ecco con lui mi sento protetta. Da cosa non lo so.

    Due giorni dopo mi incontrai con Mariano, in un pub che mi aveva indicato lui, a Testaccio, dove avrebbe dovuto incontrarsi con una ragazza, verso l’una di notte, per andare a ballare in un locale nei dintorni. Da quel particolare, l’orario per l’appuntamento, capii che forse potevano essere fatti l’uno per l’altro.
    “ Lei ti piace ? “
    “ Cinquanta euro che entro una settimana … “
    “ Lascia perdere queste stronzate adesso. Insomma, ti piace ? “
    Mariano alzò lo sguardo dal suo cocktail e mi disse che era solo un’occasione per una notte di sesso.
    “ E tu, con Gioia ? “
    Io continuai a bere la mia birra e risposi che non era il tipo mio.
    Mentimmo tutti e due, come sempre, e come sempre non lo riuscimmo mai ad ammettere. La nostra amicizia era fatta così, di piccole menzogne che servivano a nascondere tutte le nostre insicurezze.
    Poi ci fu quella sera, io e te eravamo di nuovo usciti insieme, andammo a sentire un tuo amico che faceva il dj in un locale in centro, era l’ora dell’aperitivo, ma la musica era già così alta che non si poteva parlare, così ti proposi di fare un giro per Roma.
    “ E dove mi porti ? “
    “ Dove non sei mai stata “
    “ Questa città la conosco meglio di te “
    “ Vediamo “
    Uscimmo da quel locale, raggiungemmo in pochi minuti la Fiat Bravo che avevo parcheggiato in un posto per residenti, sospirai per il sollievo di non avere preso l’ennesima multa, entrai e misi in moto, cercando di non far partire dallo stereo Ci vorrebbe il mare di Masini che avevo scaricato su un cd quella mattina. Non volevo apparire come un romanticone, in qualche modo cercavo di essere un po’ come te, come quello che apparivi. Ma tu in quel momento non stavi pensando affatto a quale musica avessi nello stereo. Stavi pensando a dove ti avrei potuto portare, e che eri contenta di avere conosciuto un tipo strano come me. Questo me lo dicesti un minuto dopo. E io allora capii che per fare colpo su di te, forse sarebbe bastato solo essere me stesso. Con questo nuovo spirito, imboccai via Nomentana e mi diressi poi nei pressi di Piazza Buenos Aires, fermandoci prima a bere un secondo aperitivo in un bel locale che dava sulla piazza. E poi finalmente andammo nel mio giardino segreto.

    Non c’eri mai stata lì, al rione Coppedè, in mezzo a quelle folle e meravigliose opere d’arte, ricordo ancora l’espressione sul tuo viso, i tuoi occhi che cercavano di studiare e di capire la forma di quei palazzi, ti fermasti incuriosita davanti la Palazzina del Ragno e il Villino delle Fate. Intorno a noi, non c’era quasi nessuno.
    “ Troppo forte ! E sta a cento metri dal Piper, ci sarò venuta un sacco di volte qui e neanche sapevo l’esistenza di questo posto “
    “ Di sera non è ben illuminato, non rende l’idea “
    “ Ci porti tutte le ragazze che conosci, qui ? “
    “ Solo quelle più belle “
    Mentii, naturalmente. Era il posto più interessante che conoscevo, ma non ci avevo mai portato nessuna, tra l’altro era solo la seconda volta che ci andavo, e la prima era stata con mio padre.
    Mi dispiace, adesso, pensare che ci baciammo dopo quella bugia.
    “ Guarda che faccia idiota che hai ! “
    Io non risposi, ero già catturato da te, che mi guardavi con aria maliziosa.
    “ E se ci fosse pure qualcos’altro, cosa faresti ? “
    “ Non lo so, come dici tu, ci devo pensare … “
    Quello che seguì io non so come raccontarlo, c’è ancora troppa emozione in me, troppi sentimenti ancora vivi, lo lascio raccontare da te, ancora dalle pagine del tuo diario.

    L’altra sera tra me e Baldo è successo, a casa mia, lui era un po’ imbranato al’inizio, sembrava non credere a quello che stava accadendo, è proprio un tipo particolare, non ho mai conosciuto un ragazzo così. E’ molto sensibile, lui cerca di non darlo a vedere, ma io l’ho capito, ormai. La nostra storia mi diverte, ma voglio mettere un freno, ho paura che lui si innamori di me, se non è già successo, meglio mettere le cose in chiaro, la prossima volta ci parlerò.

    Non mi dicesti niente, ma lo capii da solo, non avrei sconvolto il tuo cuore, ero solo di passaggio, e tu cercavi di non accorgerti che io invece avevo perso la testa per te. Ci vedevamo quando ti andava, ci amavamo tutte le volte possibili, ma non era quello che volevo, non mi bastava, non mi bastavi mai, per te invece questo era già troppo. La nostra storia è stata una sfuriata di passioni, diciamo che ci siamo divertiti, senza lasciare spazio ai sentimenti, da parte tua, o almeno io così credevo. Mi confessasti solo che tenevi un diario, lo avevi cominciato quell’anno, promettendomi che un giorno me lo avresti fatto leggere. E mi dicesti che ti eri fatta tatuare il tuo nome sul polso per tenerlo sempre con te, per non scordarti mai chi eri. Ti amavi molto, credo, e proprio per questo non capisco come hai potuto farti tutto quel male da sola.
    Stringo il tuo diario tra le mani, adesso, sfioro la copertina bianca di un diario qualunque, avevi comprato il primo che ti era capitato sul banco, quella sera al mercato con Clelia, allora non sapevi quanto sarebbe stato importante per il proseguo della tua memoria. Qui ci sono i tuoi ricordi, le serate che hai trascorso, i viaggi che hai fatto, hai scritto la noia di quando hai lavorato alla cassa di un supermercato, e le impressioni del tuo nuovo lavoro come pierre nelle discoteche di Ostia, i tuoi sogni, e le tue speranze. E sin dall’inizio, per una qualche maledetta coincidenza, ci sono io, e dopo le prime pagine hai cominciato a segnare di rosso i giorni che passavamo insieme. Il tuo diario non ha foto, ritagli di giornale o qualcos’altro, è solo un insieme di parole, di macchie d’inchiostro, ha un aspetto spartano, ma fortemente vissuto, sembra che sia stato scritto cento anni fa, forse è andato di pari passo con le tue esperienze, è la tua storia, è la tua vita.

    Da un po’ di tempo i giorni che passo insieme a Baldo li segno di rosso, c’è un motivo preciso per cui lo faccio, o meglio c’è dietro una piccola storia che ora voglio raccontare.
    Una sera io e Clelia, dopo cena, eravamo affacciate sul balcone di casa mia, a fumare una sigaretta, lei ad un certo punto mi dice che vuole tenere un diario, come me, vuole raccontare le sue giornate, mi dice che sta uscendo con un tipo che le piace, pieno di soldi, è americano, sta facendo l’erasmus qui a Roma, o almeno così lui racconta, ma lei non ci crede, non sembra proprio uno studente, più un uomo di affari, loschi affari, comunque mi ha detto che una sera sono usciti a cena fuori e lui al momento di pagare ha tirato fuori un portafoglio pieno zeppo di dollari, tanto che sembrava una fisarmonica.
    “ I dollari sono verdi, giusto ? “
    “ Che c’entra ? Anzi, no, capisco, forse ci hai dato troppo giù con la vodka “
    “ Lascia perdere la vodka. Ascolta, stavamo parlando di quel tipo. Nel mio diario, il suo nome all’inizio voglio scriverlo con una penna verde “
    “ E perché ? “
    “Verde, come i suoi dollari “
    “ Questa è bella “
    “ Perché non la fai anche tu questa cosa ? “
    “ Clelia, sicura che a farti parlare non è la vodka ?”
    “ Non girare intorno alla domanda, dai rispondi “
    “ Stai dando di matto. E comunque, con chi dovrei farla, scusa ? “
    “ Con le persone che per te in qualche modo sono importanti. E poi non fare la finta tonta, cosa mi racconti di Baldo ? “
    Non le risposi, ma per un attimo uscii da quella serata, pensai a lui, a quello che stavamo vivendo, a quello che lui forse rappresentava per me, e poi pensai al giorno in cui ci eravamo conosciuti.
    “ Non è il mio tipo. Però credo che lui si stia prendendo una cotta per me. Anzi, gli è venuta sin dall’inizio. Ti ricordi a Capo d’Orso, si era addirittura sporcato la maglietta per pulirmi “
    “ Certo che mi ricordo. E che schifo. Io dopo l’avrei buttata “
    Non so cosa abbia fatto Baldo di quella maglietta, non me lo ha mai detto, ma in quel momento a me non interessava, avevo trovato la definizione giusta per lui, per quello che, lo ammetto, poteva esserci tra noi, anche se non avrò mai il coraggio di dirglielo, e cercherò di nasconderlo al mondo, e pure a me stessa.
    “ Quando scriverò di Marco, i giorni li segnerò di rosso, come il sangue, il mio, che ci ha fatto conoscere “
    “ Che schifo. Trova qualcosa di più normale, o divertente. E poi, a me puoi dirlo, un po’ ti inizia a piacere, vero ? “
    “ Non lo so “
    Lasciai questo dubbio a Clelia, ma io conoscevo la risposta, i motivi per cui avrei scritto di rosso i giorni passati insieme a lui.
    Per il sangue che all’inizio ci ha unito, e per l’amore che adesso ci ha incatenato.

    Non so quanto ci sia di vero in queste tue parole, forse le hai scritte tanto per scrivere, senza crederci davvero, ti era piaciuto il finale, il suono della frase, ammettilo. Io credo sia andata così, tu non sei mai stata innamorata di me, anche se ho sognato sempre il contrario. Però sono sicuro che almeno nell’attimo in cui le hai scritte, tu, almeno in quell’attimo, ci hai creduto, hai provato quello che provavo io. Lo sento sulla mia pelle, lo risento centuplicato ogni volta che le rileggo. E questo mi basta.
    Quello che mi dispiace è averle scoperte, queste parole, solo dopo che sei morta, quando ho deciso di leggere il tuo diario, perché prima, quando me lo avevi regalato dicendomi che ti eri stufata di scrivere, io non avevo capito che qualcuno ti aveva presa e sottratta via da me, e da tutto quello che ti circondava. Certe volte penso come sarebbe andata se, superando la rabbia che allora provavo per te, avrei preso il tuo diario e con calma lo avrei letto, tutto, non solo le pagine segnate di rosso, ma soprattutto quelle dopo, quando io della tua vita non ne facevo più parte.
    E allora ti avrei salvato, avrei fatto quello che ho fatto in seguito, e tu ora non saresti un pasto per i vermi, e io non sarei tornato a Capo d’Orso, dove sto adesso, a queste prima luci del mattino, ad ammirare in completa solitudine il panorama che ancora una volta mi circonda.
    Riprendo il tuo diario, dal punto in cui lo avevo lasciato, da quelle tue poetiche parole, e leggo cosa hai scritto in seguito, pochi giorni dopo, quando la tua vita sarebbe cominciata a precipitare in un dirupo simile a quello che si presenta ora ai miei occhi, con la differenza che io non mi ci voglio affatto buttare.

    Ieri sera è successo qualcosa che non so definire come un bene o un male, so soltanto che è successa, e che già sento la voglia di riviverla. Spero che mia madre non scopra mai questo diario, e quello che sto scrivendo adesso, altrimenti mi ucciderà !
    Allora, cominciamo dall’inizio. Clelia era stata invitata dal suo uomo, l’americano, ad una festa privata che avevano organizzato in una villa sull’Appia Antica, dalle parti delle catacombe, diciamo. L’invito valeva per due persone, e naturalmente Clelia ha pensato di portare me.
    “ Io ci sono già stata lì, è qualcosa di fantastico, fidati “ Io mi sono fidata e alle nove in punto eravamo lì, la mia amica si era vestita un po’ troppo da troietta, aveva una minigonna strettissima e un toppino che le faceva esplodere il seno, io invece ero stata diciamo più casta, anche se ci eravamo truccate insieme, e il risultato era che un paio di macchine per strada si sono fermate per chiederci quanto volevamo per un pompino. Che razza di porci girano qui a Roma.
    La villa dentro e fuori era un incanto, sembrava di essere alla corte della regina d’Inghilterra, un sogno, io qualcosa di simile non lo avevo mai visto, non pensavo potesse esistere a solo qualche chilometro da casa mia, e soprattutto non mi sembrava possibile che io fossi lì, come invitata, con tanta gente, tipi eleganti e di bell’aspetto, che mi facevano i complimenti e mi offrivano da bere. Avrò mangiato non so quante ostriche e caviale, e non so quanto champagne abbia bevuto, non me lo ricordo, so solo che ad un certo punto, verso la fine della festa, quando io e Clelia eravamo proprio arrivate, o meglio stordite dallo spumante, ci siamo seduti su un divano, in una zona un po’ appartata nel giardino della villa, io, Clelia, il suo ragazzo americano che da come ho capito si chiama Jackie, e un altro tizio, un certo Manlio, sui trent’anni almeno, che era di Milano. E’ stato lui che ha tirato fuori la coca, l’ha sistemata in quattro strisce sul tavolino nero di fronte a noi, e senza dire una parola ha fatto il primo tiro, invitandoci a fare altrettanto. Io sono rimasta immobile, anche se un po’ me lo aspettavo, perché me lo aveva raccontato Clelia l’ultima volta che era andata con loro ad una festa, non sapevo cosa fare, poi ho visto che Jackie seguiva l’esempio dell’amico, e poi Clelia. I due uomini mi hanno guardato, Manlio con un sorriso mi ha detto di stare tranquilla, era roba buona, di primissima qualità, e mi ha passato una banconota da cento euro, arrotolata, per aiutarmi a tirare.
    Io senza capire bene cosa stessi facendo, e dove stavo, e perché ci stavo, ho mandato già la coca, e poi ho sentito il cuore battermi forte, fortissimo, e la testa esplodermi, e un senso di leggerezza e al tempo stesso di energia prendermi tutto il corpo. Ci siamo alzati, siamo entrati nella villa, se c’era qualcuno intorno a noi io non me ne sono accorta, qualcuno che ci abbia visto, che abbia capito cosa stavamo facendo, non lo so, ero in un altro mondo, ero in una stanza insieme a Manlio, e Clelia e Jackie nella stanza affianco, lui si è avvicinato e mi ha detto che ero il cielo e il mare e il paradiso, o qualcosa di simile, e che avrebbe ucciso persino sua madre per passare una notte con me. Io sono rimasta in silenzio, lui si è abbassato i pantaloni, ci siamo stesi su un letto, mi ha tolto la gonna, con gesti che devo ammettere mi sono sembrati bellissimi, si è tolto le mutande e poi ha tolto le mie, e siamo rimasti così, vestiti nella parte di sopra, lui con le scarpe, io con i tacchi, e abbiamo fatto sesso per non so quanto tempo, e alla fine lui credo che mi sia venuto dentro, e io dopo non ho capito se ero morta, o se ero vivo, se tutto era accaduto, o era soltanto un sogno.

    Era tutto accaduto, e non c’è stato bisogno di leggerlo sul tuo diario, per scoprirlo. Me lo hai raccontato tu, qualche settimana dopo, in un pub di Trastevere, mentre ti bevevi la terza pinta di doppio malto e io mi domandavo chi o cosa ti avesse conciato in quel modo. Era un mese che non uscivamo insieme, trovavi sempre qualche scusa ultimamente, non ti facevi mai sentire, e quando ti chiamavo avevi una voce stanca ed annoiata.
    Sei cambiata d’improvviso, ti sei oscurata, come il cielo all’arrivo di un temporale,
    sei cambiata così in fretta che neppure hai avuto il tempo di accorgerti di questa mutazione.
    Non so perché quella sera mi hai cercato per uscire, a me piace pensare che per un attimo avevi parlato con te stessa e ti eri accorta di cosa stavi diventando, e allora avevi sentito il bisogno di sfogarti, di una voce che ti ascoltasse e ti provasse a capire. Ma la mia è solo un illusione. Tu non volevi qualcuno che ti aiutasse, non ancora.
    Appena ti ho visto entrare nella mia macchina ho capito che qualcosa in te era scomparso. Quella sensibilità che rivelavi negli occhi, o con un sorriso, sembrava cancellata per sempre. Al tempo stesso scoprivi un’energia e un entusiasmo che non parevano tuoi.
    Eri elettrica, parlavi senza sosta, e appena giunta al pub, hai cominciato a bere, e a guardarti intorno, e poi mi hai raccontato quasi con le stesse parole cosa era successo quella notte nella villa. E io ti ho ascoltato, e ti ho odiato, e ho maledetto la tua amica che ti aveva trascinato fin lì. Tu hai letto la rabbia nei miei occhi e ad un certo punto della storia ti sei fermata, non mi hai detto che avevi fatto sesso con lui, senza protezioni, e soprattutto non hai trovato la forza di dirmi che lo avresti fatto ancora, il sabato della settimana seguente, in una villa sull’Aurelia, in un festino organizzato da non so chi, sui stessi toni di quello precedente. L’invito valeva sempre per due persone. Per te e Clelia. E lo stesso valeva per tutte le verità che sarebbero accadute al suo interno.
    Io ne ero tagliato fuori. Completamente.
    La quarta pinta di birra te la offrii io, che per sopportare le tue parole mi ero ubriacato più di te, e poi restammo in silenzio, guardandoci a tratti negli occhi per vedere cosa ancora ci legasse, ora che tu, in una notte sola, sembra assurdo, in una notte sola, eri già fuggita da me, per inseguire un mondo che entrambi sapevamo non faceva parte di noi.
    “ Se Clelia è così, lasciala stare, fidati. L’hai provata una volta, la roba, adesso basta, se continui, ci resti secca “
    “ Tu che ne sai ? Parli, e parli, ma non ci sei mai stato dentro. Io non sono come loro. E non mi lascio fregare. Non è che se uno tira una volta, allora diventa un cocainomane “
    “ Sei tu che hai detto che torni con loro, sabato prossimo “
    “ Sì, ma non per fare quelle cose “
    “ Fai come vuoi, io non sono certo tuo padre “
    Ti alzasti e mi lasciasti lì, da solo, mentre vestita e truccata in quel modo, a te insolito, inondavi di voglie strane chi ti passava accanto, e diventavi una stronzetta come e peggio della tua amica. Io restai nel pub ancora dieci minuti, pensando a quello che mi avevi detto e provando a immaginare qualcosa che non mi avevi raccontato, ma sentivo che era accaduto, poi pagai il conto ad un cameriere, cinquantadue euro di birra in una sera, mai speso una cifra del genere, e ritornai verso la mia macchina, e ti trovai lì, poggiata sul cofano, con un’espressione fredda sul viso che non ti avevo mai visto.
    “ Portami a casa “
    “ Guarda che io non ti volevo fare la predica “
    “ Ho capito. Ma portami a casa.  Se ti faccio schifo per quello che ho fatto, allora è meglio se non ci vediamo “
    Furono le tue ultime parole per quella sera. Io non ho capito cosa ti era successo. Non lo potevo capire. Ti eri chiusa troppo in te stessa. Non potevo immaginare che il tuo atteggiamento era un modo per nasconderti, e per ingannarti, fingevi di non pensare che nell’ultimo mese avevi sniffato cocaina più di una volta, e fatto sesso con Manlio, senza provare una vera emozione, e che avevi un blocco nella mente che non ti faceva reagire. In un mese eri già diventata dipendente da quello roba.
    Non ti voglio difendere, Gioia, se adesso non ci sei è colpa tua, solo colpa tua, gli altri hanno fatto una loro scelta senza costringerti a farne parte, sei stata tu che hai voluto caderci, che non mi hai ascoltato, che alla fine hai seguito quella parte di te che mi aveva sempre respinto. Quella parte che comunque era tua, che ti portavi da sempre, e che ti ha portato alla morte. Hai provato a diventare un’altra, hai provato ad innamorarti di me, e trovare finalmente un senso di equilibrio, ma non ci sei riuscita, forse c’era qualcosa del tuo passato che non mi mai detto, e non hai mai scritto, che ti ha turbato e ti ha lasciato quella sensazione di vuoto che hai saputo riempire soltanto con la droga.
    Un mese dopo la nostra uscita a Trastevere hai scritto di nuovo sul tuo diario, ma non lo sentivi più tuo, quello che c’era dentro non ti apparteneva, e quello che avevi da raccontare sapevi che non potevi scriverlo, avresti messo in mezzo la tua amica, e Manlio, e Jackie, e rivelato il loro giro di cocaina, e quindi il motivo per cui erano invitati a tutti quei festini, come spacciatori di fiducia, e il motivo per cui ve la offrivano, a te e Clelia, per una semplice notte di sesso. Voi ci stavate, per voi quello non era vendere il proprio corpo, vi nascondevate dietro la scusa, o forse, ma non voglio pensarci, la verità, che quei due tipi vi piacevano, vi facevano sentire vive, e per una notte ogni tanto eravate le loro donne, voi e nessun’altra.
    Io non ti difendo, non ti difenderò mai, e non ti perdonerò per quello che hai fatto.
    Ma continuerò ad amarti con tutto me stesso, di un amore cieco che non riesce a fermarsi, che in qualche modo dimentica il tuo tradimento, morale e carnale, e cerca di recuperare quello che di bello c’è stato, e aggrapparsi ad esso per continuare a ricordare. A ricordare di noi, di quel magnifico e brevissimo periodo in cui le nostre esistenze si sono incrociate.
    Leggo le ultime pagine delle tue memorie, dopo non c’è niente, avresti perso la voglia di scrivere, e di vedermi, e avresti buttato il diario in un cassetto, credendo di non doverlo riprendere mai più.

    Stasera sto bene, finalmente ho passato una giornata tranquilla, senza pensare a niente, senza sentire Manlio, lontano da tutti, anche da Clelia. A volte mi sento soffocare da questa situazione, ci siamo spinti troppo in là, io e lei, e adesso ho paura che non possiamo più tornare indietro. Lo scrivo sul diario perché non ho il coraggio di raccontare a voce questa storia, anche se so che c’è una persona che darebbe la vita per ascoltarmi. Baldo. Ma io e lui ormai ci siamo persi di vista, l’ultima volta che siamo usciti è stato circa un mese fa, poi lui ha insistito per vederci ancora, ma io non mi sono fatta mai sentire, e adesso ha pure smesso di cercarmi. Mi sento sola, a volte. Ormai non scrivo più sul diario, non mi va, non ce la faccio, che senso ha raccontare le mie giornate quando sono tutte uguali. Io credo che la cosa peggiore è quando ti accorgi che ci sei dentro, quando ne sei consapevole fino in fondo, e io sto così, e Clelia sta peggio, tiriamo di coca tutti i fine settimana ormai, e qualche volta anche il mercoledì, quando Manlio torna a Roma per i suoi giri. Non è che sto male con lui, mi tratta come una principessa, però ha giocato con le mie debolezze, ha capito subito che quella roba mi aveva rapito. Io non so tutto questo come sia iniziato. Nell’ultimo anno sono cambiate tante cose. Ho finito la scuola, il tecnico alberghiero, ho conosciuto Baldo, non mi sono iscritta all’università, volevo lavorare come estetista, ma poi ci ho rinunciato, ho provato a lavorare in un paio di ristoranti come cameriera, poi alla cassa al Todis, poi come pierre allo Shilling, e adesso non faccio assolutamente niente. Mia madre non lo sa, gli ho detto che sto lavorando in nero da uno zio di Baldo che ha un ufficio di assicurazioni, e che sto lì come segreteria. Ma non è vero niente. Quando esco di casa vado da Clelia e passiamo il pomeriggio a casa sua, oppure da Jackie, oppure facciamo shopping sulla Tuscolana. I soldi me li passa Manlio, nel fine settimana, dice che la sua principessa deve vivere come tale, e quindi mi lascia ogni volta che viene cinquecento euro. In cambio dormo due notti con lui, a me sta bene, in qualche modo mi piace, mi fa sentire sicura e importante. Non so fino a che punto arriveremo io e Clelia, non credo questa storia durerà troppo a lungo, sembra un film, e tutti i film prima o poi finiscono.

    Ti incontrai per caso, proprio sulla Tuscolana, in un tardo pomeriggio di fine giugno. Stavi con Clelia, eri appena uscita da un negozio di abiti firmati. Io ero con Mariano, seduti al tavolino di un bar che dava sulla strada, a bere un aperitivo e parlare, pensa, proprio di te. Di come eri scomparsa totalmente dalla mia vita. Fu il mio amico a vederti per primo, come quella volta a Capo d’Orso, solo che la mia reazione adesso fu molto diversa. Mi alzai di scatto e corsi verso di te, che eri di spalle. Ti presi per un braccio e ti salutai, poi ci guardammo negli occhi, entrambi sorpresi, e non ci scambiammo una sola parola. Fu Clelia che parlò per noi.
    “ Ciao Baldo, stiamo di fretta, mi dispiace “
    Lei provò a tirarti via, ma tu sei rimasta lì, a continuare a guardarmi, e io allora mi sono avvicinato a te, e ti ho abbracciato e nessuno al mondo ci avrebbe potuto disturbare.
    “ E’ una vita che non ci vediamo, Gioia, come stai ? “
    “ Diciamo che c’è di peggio in giro, e tu ? “
    “ Io come sempre, in questa settimana ho due esami per l’università, ora stavo bevendo qualcosa con Mariano. Volete unirvi a noi ? “
    Hai spostato lo sguardo verso la strada e poi, con quel buio negli occhi che già avevo visto in te quell’ultima sera a Trastevere, mi hai detto che andavi di fretta. Clelia accompagnò le tue parole con uno strattone per far intendere che voleva andare via, ma tu, proprio in quel preciso attimo, hai sentito qualcosa dentro, non so dove, forse tra il tuo cuore e la tua anima, che ti ha portato a dire quello che di più importante avevi.
    “ Se ti va, passa da me, domani mattina, ti devo dare un cosa “
    E poi sei andata via.
    E non sei più tornata.
    Mariano aveva assistito a tutta la scena, e mi aspettava ancora seduto al tavolino del bar, quando tornai da lui mi disse la stessa cosa che avevo notato anche io. Ti portavi addosso una sensazione di paura, trasaliva da ogni poro della tua pelle. Ma io ormai ero stufo di te, dei tuoi cambiamenti, dei tuoi tradimenti, e non avevo più voglia di perdere tempo appresso a te. Avevo capito che frequentavi altri giri, altri luoghi, e che sniffavi, ti si leggeva in faccia, e mi domandavo solo come i tuoi genitori non si stessero accorgendo di niente. La mattina dopo non venni a casa tua, ci mandai Mariano, glielo chiesi come un favore, e lui da vero amico accettò, ma tu non c’eri, non ci saresti stata comunque, avevi lasciato alla signora che faceva le pulizie il compito di consegnarmi il tuo diario.
    Io non potevo saperlo, e di certo neanche tu, che quel pomeriggio sulla Tuscolana i nostri occhi e le nostre vite si sarebbero incrociate per l’ultima volta.
    Il tuo diario, con disprezzo, lo buttai in mezzo ad altri libri che avevo nella mia stanza, non sopportavo più la tua presenza, il tuo nome, ti volevo cancellare dalla mia memoria, perché ogni istante che mi riportava a te era come una spina che mi feriva il cuore. Se solo avessi provato a capirti, se anche per noia mi fossi fermato un minuto a leggere, ti avrei potuto salvare. Ma così non è stato. Nessuno ti ha capito, nessuno ti ha ascoltato.
    Neppure io, che ero l’unica persona a cui ti eri rivolta, con l’unico modo che ti sembrava possibile. Scrivendolo sul tuo diario.

    Baldo, ieri quando ti ho rivisto sulla Tuscolana, mi è preso un colpo. Davvero.
    Scusami per quello che ho fatto, per come mi sono comportata, per come è finita tra noi. Non pensare che ho voluto solo divertirmi con te. La verità è che qualcuno mi ha ingannata, si è presa gioco delle mie debolezze, della mia mancanza di punti di riferimento, visto che mia madre e mio padre negli ultimi anni si sono dovuti preoccupare solo di salvare la loro azienda, e negli anni prima di ingrandirla, e negli ancora prima di crearla, così che io in pratica mi sono sentita sola da quando sono nata. Ma non do la colpa a loro, né tantomeno a Clelia, che mi ha trascinata in questo giro. Lei è più forte di me, riesce a gestire la situazione. E il suo uomo, Jackie.
    Io no. Io sono debole. E Manlio ha fatto di me un pupazzo a cui basta dare un po’ coca per farsi obbedire. Sono rimasta incinta, ma lui naturalmente non vuole avere noie tra i piedi, così mi ha detto. Mi ha picchiato. E poi ieri sera, dopo che io e te ci siamo incontrati, mi ha portato da un medico, che è un suo amico, un altro cocainomane, immagino, per farmi abortire. Ma io non volevo, e ho fatto una scenata dentro lo studio, gli ho detto che lo avrei denunciato alla Polizia e raccontato tutti i giri di droga che aveva in città. Il medico ha finto di non sentire le mie parole. Poi Manlio si è alzato, si è scusato con l’amico per il mio atteggiamento, gli ho sentito dirgli “ quella troia è propria scema, meglio che me la levo di torno prima che combini qualche guaio peggiore “ e poi mi ha riaccompagnato a casa. Nel tragitto di ritorno l’ho visto troppo tranquillo, e di una freddezza impressionante. Non si è arrabbiato per quello che era successo, per quello che ho detto. E questo mi fa ancora più paura. Mi ha detto che tra un paio di giorni tornerà a Roma, e mi accompagnerà di nuovo dal medico, e che non dovevo fargli più uno scherzo simile.
    Clelia questa settimana sta a Ponza con Jackie, e non mi va di disturbarla, non sa niente lei, non sa che sono rimasta incinta, che Manlio mi ha picchiato, e della mia scenata dal medico, ma non mi va di dirglielo, si incazzerebbe solo, anche lei mi direbbe di abortire, e di guardare in faccia la realtà, abbiamo soldi e divertimento gratis, e siamo trattate come regine.
    Ma a me tutto questo non interessa.
    Baldo aiutami, vieni a prendermi a casa, portami via, denuncia Manlio alla Polizia, ti prego, perché io non ce la faccio. Ho troppa paura che lui mi scopra. Non esco più di casa, ormai, mi sono arresa al mio destino, non sono più in grado di reagire. Aspetto te, o lui.

    Arrivò prima lui. Era una domenica di fine giugno. Due giorni dopo il nostro ultimo incontro. Ti aveva dato appuntamento sotto casa tua, alle undici e mezza di sera. I tuoi già dormivano. E tu non li hai voluti svegliare, per dirli che andavi a morire. Una fragilissima speranza batteva ancora dentro di te, che lui ti potesse capire, che tutto quanto finisse, anzi che non fosse mai iniziato. Arrivò sotto casa tua, non scese dal Mercedes, ma tirò fuori una pistola e ti sparò dal finestrino. Doveva essere un bravo tiratore, perché ti ha ucciso al primo colpo. Sei morta senza neppure avere il tempo di capirlo, senza nessuna parola di compianto.
    Poi lui è scappato via, nella notte, è ritornato nel suo inferno, lasciando te come un sacco per la strada, fino a quando tua madre non è uscita di casa, svegliata dallo sparo, e ti ha visto in un lago di sangue e ha urlato al cielo tutto il suo dolore. La polizia è arrivata circa venti minuti dopo, ha recintato la zona e interrogato i tuoi genitori, ma loro non sapevano niente di questa tua seconda vita, ne avrebbero scoperto qualcosa solo due giorni dopo, con l’autopsia, quando avrebbero trovato tracce di cocaina nel tuo sangue. Chiesero a tua madre se tu avessi un ragazzo, lei rispose che l’unica persona con cui ti aveva visto negli ultimi mesi era la tua amica Clelia. Allora la interrogarono, il giorno dopo la tua morte, lei era appena tornata da Ponza, e da quel colloquio non uscì nulla di interessante. Clelia naturalmente aveva i suoi motivi per non raccontare di Manlio, sapeva che se lo avessero scoperta di conseguenza avrebbero scoperto lei e il suo ragazzo.
    Io invece sono rimasti fuori da tutto.
    Quest’ultima scena della tua vita, da quando sei uscita di casa al sopralluogo della Polizia, l’ho scoperta per caso un mattina, mentre facevo colazione in un bar e sfogliavo distratto il giornale.
    Avevo letto il tuo nome e cognome su un trafiletto nella Cronaca di Roma, parlava delle indagini relative al tuo omicidio, diceva che avevano trovato tracce di cocaina nel tuo sangue. E che eri incinta.
    Così ho saputo che sei morta, come l’ultimo degli ultimi, dopo che erano stati eseguiti pure i tuoi funerali, senza mettere in conto che ero invece l’unica persona a cui ti eri rivolta per salvarti. Ma la vita va così, ci prende in giro.
    Non ti sto a raccontare come ho reagito alla notizia della tua morte, quella mattina, ti dico solo che ancora mi tremano le mani, a volte, e mi assale un senso di nausea che mi inginocchia a terra. Solo nel pomeriggio sono riuscito a prendere di nuovo coscienza di me stesso, e cercando di ignorare il dolore impazzito che mi spaccava il cervello, sono tornato a casa mia, a leggere finalmente il tuo diario. Le prime pagine le ho saltate tutte, le avrei riletto solo in seguito, quando tutti gli eventi si sarebbero conclusi, sono andato direttamente al giorno in cui avevi raccontato di una festa organizzata in una villa sull’Appia Antica. E mi sono fermato solo quando ho letto le tue ultime parole, Aspetto te, o lui.  E allora ho capito tutto.
    E ho reagito con la stessa freddezza con cui ha agito il tuo assassino.
    Ho provato a chiamare Clelia, ma lei non mi ha risposto, sono andato a cercarla direttamente a casa sua, l’ho incontrata per strada, a piedi, sulla via dove abitava.
    Lei ha cercato di ignorarmi, non mi ha neppure salutato. Ma io l’ho fermata e le ho chiesto di Manlio e di Jackie. Lei, la tua amica, ha provato di nuovo a sfuggirmi, ma io ho fatto una cosa in cui forse non mi riconosco, ma che era una logica conclusione di tutto quello che per causa sua era successo. L’ho picchiata, l’ho presa a schiaffi in faccia, fino a quando non mi ha dato il numero di cellulare di Manlio, il suo cognome, e la casa dove abitava quando veniva a Roma.
    Lei ha reagito sputandomi in faccia e urlandomi che mi avrebbe denunciato, ma non l’ha ancora fatto, forse alla fine si è pentita per tutto il disastro che ha combinato.
    Una volta avuto quello che volevo, sono andato nella prima Caserma dei Carabinieri che stava in zona, ho raccontato tutta alla Polizia, ho dato loro i dati anagrafici di Manlio, e consegnato il tuo diario, che sì, mi dispiace dirlo, per due settimane è stato in mano agli agenti della Scientifica, che lo hanno esaminato e accertato che quello che c’era scritto lo avevi scritto tu, e che fosse tutto vero.
    Manlio alla fine, messo alle strette, ha confessato, è stato processato con rito abbreviato, adesso dovrà scontare venti anni di carcere, per omicidio, e Jackie cinque, per i suoi giri di cocaina. Io ero in tribunale, tra il pubblico, la mattina in cui hanno letto la sentenza, ho visto per la prima e unica volta quel bastardo che ti ha ucciso, e porto ancora addosso, come una febbre, l’odio che ho provato per lui. Clelia non so che fine ha fatto, quel giorno in tribunale c’era anche lei, ma non ci siamo parlati, e poi non ci siamo più visti.
    Alla fine del processo, dopo che la Scientifica aveva concluso tutto il suo lavoro, ho chiesto alle ispettore che seguiva le indagini di avere indietro il tuo diario, e lui con molta grazia me lo ha concesso.
    E’ stato un gesto a cui devo moltissimo, mi ha permesso di riscoprire il sogno che abbiamo vissuto insieme, di riunirmi a te in qualche modo per l’ultima volta, prima di dirti definitivamente addio.
    L’ho stretto tra le mani, come se abbracciassi te, e dopo qualche giorno ho trovato la forza di aprirlo di nuovo, e di leggerlo con calma, dall’inizio. Poi ho preso una penna e ho continuato a riempirlo di vita, raccontando la tua storia, la nostra storia, dalla prima volta che i tuoi occhi sono passati per i miei.
    E adesso sono tornato qui, a Capo d’Orso, su questo ricamo della natura che ci ha fatto conoscere, per porre fine alla nostra avventura.
    Stringo ancora il tuo diario nelle mani, ma tra poco lo nasconderò, una volta per tutte, sotto una roccia, in modo che nessuno lo potrà scoprire, e soltanto tu lo potrai vedere, quando tornerai con la tua anima in questi luoghi.
    Ora ti saluto, vita mia, e per farlo, per scriverlo, uso lo stesso colore e le stesse parole che tu hai usato per parlare di noi, rosso, come il segno che resterà per sempre sulla mia maglietta, e come il fuoco che scotterà per sempre tra di noi.
    Insomma, rosso come il sangue e l’amore.