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in archivio dal 18 ago 2012

Federico Giovanni Rega

Napoli
Mi descrivo così: Scrivere mi rende libero...una parola dopo l'altra,le dita si muovon così sulla tastiera di un pc o su una biro,così come se quella biro fosse un pianoforte, come se fosse una melodia..
Mi trovi anche su:

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  • 21 gennaio 2013 alle ore 13:00
    Io non ci sarò

    Quel giorno non ci sarò;
    senza se, senza ma
    quel giorno sarò polvere.
    La quercia di fronte
    vivrà ancora per secoli,
    non io;
    io avrò gettato via qualche altro milione
    di parole, idee, monologhi interiori,
    e poi sarò nulla.
    Il cielo su di me non morirà,
    sarà per sempre,
    non io.
    E nemmeno la gloria, il successo, la carne,
    e nemmeno costui,colui,colei,
    e nemmeno tu.
    Sarà per sempre il colore dei tuoi occhi,
    ma quel giorno non ci sarò e non ci sarai.
    Solo un tempo posso usare nei miei verbi:
    il presente.
    Ora, in quest'istante,
    adesso, sono.
    E non sarò.
     
    fgr©

     
  • 20 dicembre 2012 alle ore 20:41
    -La poesia forse è morta-

    Non riesco più a scriver una poesia
    Era pane quotidiano,
    era cocaina
    E ora?
    Non riesce la mia mano
    La penna nemmeno
    Non riusciamo perché la poesia è morta
    La poesia oggi è morta.
    Dietro un monitor, o una tv
    Dietro lo Spread o la tecnologia
    Non c è posto per la poesia
    Non riesco perché lei ha deciso così
    Rimane sola nella sua alienazione
    Rimane fredda nel suo non nascere ,
    nel suo non venir fuori ,
    Piogge e venti, lune e stelle
    Non la ispirano più
    Affranta, delusa, stanca
    fugge via in un qualche iperuranio
    In un Eden lontano,
    lontana da noi
    Lontana da me,
    giace tranquilla
    La poesia forse è morta.
    Vive in quell Eden
    ritornerà un giorno ,
    o forse no.

     
  • 02 novembre 2012 alle ore 14:16
    Scrivimi...

    Scrivimi...
    Frasi rubate dal cielo
    frasi celate dal tempo.
    Scrivimi sulla sabbia,
    su un pezzo d'acqua piovana,
    sul braccio, su questa pelle;
    scrivimi sull'erba, sui muri,
    scrivimi poesie di vita,
    sospiri di infinita leggerezza,
    lacrime colme di inchiostro.
    Scrivimi colori vitali
    o note musicali;
    scrivimi di te
    scrivimi col cuore
    parole che scottano, tremano,
    che respirano, che vivono.
    Scrivimi tutto ciò
    Scrivimi perchè sarà la tua salvezza,
    e la mia.

     
  • 18 settembre 2012 alle ore 20:53
    ..je ne veux pas!

    je ne veux pas
    éternité

    je ne veux pas
    infinité

    je ne veux pas
    gloire

    je ne veux pas
    être roi

    je veux seulement
    ce stylo,
    ce livre blanc,
    et une paire de lèvres,
    peut-être
    le vôtre.

     
  • 17 settembre 2012 alle ore 18:01
    Assenza

    Assenza è non-presenza,
    assenza è carenza,
    è privazione, è separazione.
    Assenza è dolore
    Per ore e ore..
    Paura che quell’assenza pesi
    più di qualunque altra presente presenza.
    Siamo mille, milioni,
    siamo miliardi.
    Ma l’assenza di uno
    uno solo su un milione
    pesa più di quel milione
    vivo, vicino a te.
    E così ti senti solo,
    solo tra la gente,
    solo in un oceano di folla apparente,
    perché a te ne manca una
    una sola.
    Vale tutto,
    per te.
    La sua assenza
    ti tormenta, t’uccide.
    Assenza è il nulla,
    quel vuoto d’aria
    in cui tutti un giorno
    sprofonderemo.
      Fgr©

     
  • 08 settembre 2012 alle ore 11:17
    Abbandonàti

    Abbandonami
    naufrago in quest’oceano
    di fango
    e di vergogna.

    Abbandonami
    perso e disperso
    senza istruzioni per l’uso
    senza didascalie.

    Abbandonami
    solo e pensoso;
    abbraccerò il mare,
    abbraccerò una poesia

    Di me
    non resterà che un alone
    e allora:
    abbandonami,
    abbandonati
    abbraccerò la tua pelle
    cercherò il tuo corpo
    tra la sabbia e il mare
    tra il deserto e la città.

    Abbandonami alle tue forme
    Abbandonati alle mie orme.

     
  • 25 agosto 2012 alle ore 14:57
    Frivoli mezzi d'amore ( in catene )

    Frivoli mezzi,
    Facebook,
    Sms,
    Parole come "Ti amo",
    come "per sempre"
    m'incatenano,
    imprigionano il mio amore
    nell'attualità ridicola
    di un misero telefonino
    o una qualunque parola
    formata da cinque lettere
    o poco più.
    Allora lascia
    che io ti ami così,
    senza alcuna parola,
    senza alcun mezzo,
    se non questo sguardo,
    o questo cuore che è qui
    a batter ancora un po'
    per te.

     
  • 22 agosto 2012 alle ore 16:55
    Spacciatrice di sogni, ovvero Speranza

    Va vestito di rosso
    si spaccia per venditore ambulante
    "Ti vendo un sogno, il tuo sogno"
    Ma il cliente s'è già mosso
    travestito da viandante
    ha paura di un sogno,
    ha paura di quell'uomo
    per pochi spiccioli
    vorrebbe realizzargli un sogno
    "Non è possibile" pensa il cliente,
    ma lo spacciatore si toglie il vestito,
    si spoglia d'ogni cosa, si scopre,
    è donna, si presenta:
    Speranza, di nome
    Credici, di cognome.

     
  • 22 agosto 2012 alle ore 16:21
    Melodia

    Chiudo gli occhi,
    sospiro,
    sento una musica nella testa
    è il suono più bello che c'è

    chiudo gli occhi,
    sospiro,
    vedo una perla, forse un brillante

    chiudo gli occhi ,
    sospiro,
    vedo uno,due,
    trentadue
    candidi brillanti

    chiudo gli occhi,
    sospiro,
    sento una melodia,
    è il suono del tuo sorriso.

     
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  • Come comincia: Questa pagina vuota,questo foglio di carta ,bianco,nudo. Mi trovo qui a volerlo colmare,riempire,ricoprire di parole,renderlo nero,grassetto,senza quell’ossessione dell’horror vacui però;potrei parlare di tante cose. Potrei parlare un po’ di me,dei miei pensieri più profondi, potrei,vorrei,ei,ei. Sono sempre stato così,anche in questo istante,a scrivere ,scrivere ,scrivere “chissacheccosa“. Sempre il solito,dubbi,incertezze,potrei,vorrei. Ma stavolta voglio,posso. Potrei parlare di qualcosa a caso ,di New York ,delle meraviglie della natura,di Napoleone o Cristoforo Colombo,ma la mia testa già ha deciso di cosa parlare: ha scelto una cosa eterna ,insignificante,misera ,infinita;un sorriso. Un sorriso cos’è? Questo non so dirlo ancora, forse è il paradiso,è la porta verso l’Infinito? E’ una piccola cosa, così piccola da essere eterna. Il sorriso della persona che ami,quel sorriso che blocca la mente,interrompe il ciclo vitale del mondo,quel sorriso che non dimentichi mai. Quel sorriso sembra solito ,banale,innocuo ,ma dentro di te si scatena il tormento,un temporale. Fa rumore,in silenzio. Ecco di cosa voglio parlare: un sorriso . Voglio essere più preciso ,il sorriso di una donna. Perché forse è unico il sorriso di una donna,è l’immensità in trentadue denti,e due labbra. S’inarcano appena le labbra quando Lei ride;lì il Sole cesserebbe di splendere se lo vedesse, si spegnerebbe così, sarebbe la fine.

    Pace. Serenità. Niente . Tutto.

    Quando vidi un sorriso così,fu devastante ,distruttivo, mi mancavan le forze . Passai giorni a pensarlo ,senza agire. Ora ho solo quel sorriso,il suo,ed è tutto quel che ho.

    Facciamo qualche passo indietro però,

    Era l’ignaro ottobre quando la vidi per la prima volta. Non sorrideva,andava di fretta,ansiosa,correva ,di spalle. Non potevo afferrare il suo sorriso,se lo teneva stretto stretto,nascosto solo per sé. Camminava stranamente,non si voltava, non si fermava,“rotolava “un dito tra i suoi riccioli color rame,color autunno,come ottobre. Decisi che non volevo vivere più per grandi cose,ma avrei vissuto per quel ramato inaspettato. Non avrei chiesto molto a Babbo Natale,soltanto quei ricci. Non erano rossi ,né castani ,era una sfumatura speciale .

    Mi chiedevo perché l’arcobaleno non avesse il ramato ,adesso è qui accanto a me ,solo per me. Mi dispiace per l’arcobaleno.

    Cosa chiederò mai quest’anno per Natale? Non posso chieder nulla. Potrei chiedere il sorriso di mia madre, gli occhi della mia donna, l’abbraccio di mio padre,ma già c’è tutto questo. Quel riccio ramato sarà tutto mio quest’anno ,tutto da accarezzare,da odorare,tutto da amare. Il suo sorriso spero splenda almeno a Natale,l’ha tenuto nascosto troppo tempo ,ora posso toccarlo ,posso sentirlo.

    Concludo ora.

    Grazie Babbo Natale,l’anno scorso non ti ho potuto ringraziare,lo faccio ora che un altro Natale è ormai alle porte,coglievo l’occasione perché sai,i Maya,il 2012 ,non si sa mai.

    All I wanted fot Christmas,was you.

     
  • 18 agosto 2012 alle ore 15:30
    Storia di un funambolo stabile

    Come comincia: Precarietà, fragilità. E’ la vita stessa, incerta, instabile. Non vi è alcuna legge, non vi è alcuna logica. Noi crediamo di camminare su forti e consolidate strade asfaltate, e invece…mille crepe, fratture, placche litosferiche in movimento che aprono vortici, essi ci risucchiano in un nulla perpetuo; la strada sotto i nostri piedi, che pare a noi cosi ampia, forse non è altro che una sottile fune oscillante nell’infinito spazio dell’aria. E’ la vita di Salvo Stabile, ma è la tua vita, la mia, di tutti noi.
    Egli è un giovanotto disilluso,deluso. Ora Salvo è un “uomo senza inconscio”, ma un tempo non era così, un tempo sognava, desiderava, aspirava, viveva. La speranza, l’ottimismo sono svaniti ed egli riesce a guardare alla realtà soltanto con lo sguardo labile della nostalgia, con lo sguardo del viaggiatore prossimo al naufragio. Sognava con quella biro e un foglio di carta bianco, candido, puro eppure così irreale, illusorio. Quel foglio non gli avrebbe mai dato da vivere, ma scrivere lo rendeva libero; riempirlo, colmarlo di parole, di inchiostro, era come un rifugio, le dita s’appoggiavano a quella biro come fosse la tastiera di un pianoforte. Scrivere, una melodia.
    Aveva studiato, s’era dannato, ma in concreto era riuscito a scrivere qualche storiella qui e li, qualche esigua “cosuccia”. Quella biro non gli aveva concesso la vita tanto sognata, e neppure denaro per arrivare a domani. Un bel giorno la realtà gli sferrò un colpo troppo forte, una botta violenta che annullò in lui il sogno, la speranza, i desideri nascosti: la morte del padre.
    Quel giorno fu una svolta, terribile. Salvo aveva sentito il peso del vuoto, del nulla, dietro le mille “pseudo - certezze” che la vita ci offre. Davanti  all’apparente solidità del mondo, Salvo era ora solo, senza alcuna guida o supporto, non aveva didascalie o “istruzioni per l’uso della vita”, ma catapultato nel labirinto, in bilico tra vivere e guardarsi vivere. Quella biro la buttò via, lontano lontano; il foglio di carta ebbe simil sorte.
    Decise di voler conseguire una laurea in Lettere poiché, in cuor suo, aveva sempre quel desiderio, in un misero cassettuccio della sua testa ripose il sogno di diventare scrittore, era sublime alle sue orecchie questa parola, aveva un suono infinito. Tuttavia doveva pur sempre pagarsi gli studi e aiutare la madre; almeno doveva provarci, a vivere. Così tra un impiego e l’altro, tra perpetue vicissitudini, la zia decise di prenderlo con sé.  Nemesi era una donna saggia, aveva vissuto una vita intera nel suo amato circo. Lì, tra i suoi funamboli e giocolieri, era una sorta di dea, una dea della giustizia, ma una “giustizia compensatrice”, distribuiva  gioia al momento opportuno, era una via d’uscita, una possibilità per Salvo, di liberarsi dal suo torpore e dalla sua inerzia.
    Un destino,un futuro che per Salvo era tutt’altro che Stabile, e sempre meno lo sarebbe stato. S’immerse così nel mondo circense, in quei profumi e quegli odori che sembravano estraniarlo dal mondo reale. Non aveva una vita felice, non aveva una vita, forse. L’unica donna che aveva avuto con sé era sua madre, e ora la zia Nemesi ,al suo fianco per indicargli un giusto equilibrio. L’equilibrio. Parola ignota a Salvo, la parola più dolce del mondo ad udirla, l’equilibrio come scopo di vita, come senso della vita stessa, forse meta irraggiungibile. Salvo scelse un’umile compagna di vita, con lei era difficile mantenersi in equilibrio, ma forse più facile che farlo con l’esistenza stessa,precaria e priva di un senso definito. La fune era la sua scelta. La fune non era né una bellissima donna, né un “posto fisso” di lavoro, e non era quella laurea in lettere (mai conseguita), ma era tutto ciò di cui aveva bisogno. Per una volta era a suo agio, era se stesso, era Salvo. Paradossalmente, su quella fune cosi sottile, cosi sul punto di cedere, era in equilibrio, in armonia, più di quanto lo fosse mai stato nella vita, su metri e metri di mattonelle e strade asfaltate. La erra gli era sempre tremata sotto i piedi, come in un eterno terremoto, ma la fune no. Lei lo cullava, lo amava mentre deliziava la gente nei suoi spettacoli, con poche acrobazie e qualche sorriso. Talvolta cadeva, e si rialzava, cadeva, e si rialzava di nuovo. La fune l’aveva capito: era un amore, un amore precario. Come il resto, del resto. Era quello che un tempo era la biro, come il pianoforte per un pianista, la racchetta per un tennista, una semplice fune era la felicità dopo il dolore, era la fuga dal grigio quotidiano, era però un amore precario.

     
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  • "Nel mondo liquido-moderno la solidità delle cose, come la solidità dei legami umani, è vista come una minaccia: qualsiasi giuramento di fedeltà, qualsiasi impegno a lungo termine preannuncia un futuro gravido di obblighi che limitano la libertà di movimento e riducono la capacità di cogliere nuove opportunità[...] La prospettiva che ci venga rifilata un'unica cosa per tutta la vita è assolutamente ripugnante e spaventosa.[...]
    Il nostro mondo ricorda sempre più Leonia, la "città invisibile" di Italo Calvino dove "più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove ". La gioia di "liberarsi" di qualcosa, l'atto di scartare e gettare i rifiuti, è la vera passione del nostro mondo.
    La capacità di durare non depone più a favore di qualcosa. Agli oggetti e ai legami si chiede di servire a tempo determinato, e una volta che non servono più ci si aspetta che siano distrutti o comunque eliminati - e devono esserlo.
    [...] le conferme possono essere fuorvianti quanto rassicuranti: diventano trappole da cui guardarsi, dato che rischiano di istillare abitudini e istinti che un attimo dopo si riveleranno inutili e persino dannosi.
    Come notò Ralph W. Emerson, pattinando sul ghiaccio sottile la salvezza sta nella velocità. Chi vuole salvarsi farà bene a spostarsi tanto in fretta da non rischiare di mettere troppo alla prova la resistenza di un qualsiasi punto. Nel volatile mondo della modernità liquida, in cui è difficile che una forma qualsiasi mantenga la propria struttura per un tempo sufficiente ad assicurare fiducia e a rapprendersi in un'affidabilità a lungo termine, camminare è meglio che starsene seduti, correre è meglio che camminare e cavalcare l'onda è meglio che correre. L'onda si cavalca meglio se si procede con leggerezza e brio; è bene non farsi troppi problemi sulle onde in arrivo, e tenersi pronti ad accantonare in qualsiasi momento le preferenze di un tempo".
     
    Il testo che ho voluto riportare è tratto da Capitalismo parassitario, del celebre sociologo polacco, Zygmunt Bauman, professore nelle Università di Ledds e Varsavia, autore di molti libri, tra cui Dentro la globalizzazione; Modernità liquida; Consumo, dunque sono; L'arte della vita... Nei suoi scritti Bauman fornisce una lucida analisi della realtà moderna, ciò che egli definisce "modernità liquida". Approfondisce il carattare sostanzialmente parassitario del capitalismo, e non solo: pagine interessanti riguardano anche il conflittuale rapporto tra genitori e figli, i quali sono separati dagli anni, dalle diverse società e condizioni della società stessa; analizza la cultura moderna, che Bauman definisce la "cultura dell'offerta"; l'istruzione, il sapere. Insomma, parla del nostro mondo, dove i principali protagonisti sono "precarietà" e "flessibilità", ciò che lui definisce "modernità liguida", in cui non c'è più posto per l'ora e per sempre.

    [... continua]

  • Gustave Flaubert nasce nel 1821 a Rouen. Nel 1841 si iscrive alla facoltà di diritto a Parigi, ma non termina gli studi. A questo periodo risalgono i primi contatti con i circoli letterari della capitale. Vive tra Rouen e la vicina Croisset, dove muore nel 1880. Proust definisce l'opera di Flaubert "quel grande piano mobile, dal movimento continuo, monotono, opaco, indefinito, letteralmente senza precedenti".

    "Giovinezza! Età di follia e di sogni, di poesia e di stupidità, sinonimi sulla bocca della gente che giudica il mondo in modo assennato. Da allora, fui considerato un folle.
    [...] Ancora mi vedo, seduto sui banchi della classe, assorto nei miei sogni sul futuro, pensando a ciò che l'immaginazione di un bambino può sognare di più sublime[...]
    Io, che mi sentivo grande come il mondo...
    Povero folle!
    Mi vedevo giovane, a vent'anni, circondato di gloria; sognavo viaggi lontani nei paesi del Sud; vedevo l'Oriente e le sue immense distese di sabbia, i suoi palazzi affollati di cammelli, vedevo cavalli precipitarsi verso l'orizzonte arrossato dal sole; vedevo onde blu, un cielo terso, sabbia argentea, sentivo il profumo di questi oceani tiepidi del Mezzogiorno".

    "Memorie di un folle" è una sorta di diario, una specie di confessionale, ma neanche. "Memorie di un folle" è un flusso continuo, un fiume in piena, tra ricordi, immagini, profumi. E' l'uomo adulto che richiama alla memoria la sua giovinezza, la sua "follia".
    Come Flaubert stesso afferma, "non è un romanzo nè un dramma che segua uno schema stabilito[...] con paletti attraverso cui il pensiero possa serpeggiare per viali rettilinei"; ed è proprio in questo, a mio parere, che risiede la grandezza di questo libro. Flaubert fa scorrere immagini di paesaggi, ricordi di vita, semplici memorie di una giovinezza che , come la giovinezza di tutti noi, non segue alcun percorso, alcuna direzione vera e propria.
    Il giovane folle ama il sole, il mare, i sogni.. "Oh. Povero folle"! Ha appena cominciato a vivere, ha il viso senza rughe, ha una penna e mille sogni e capricci: si limiterà a riportarli, uno dopo l'altro, tra risa e pianti, così su un po' di carta bianca da annerire.
    A poco a poco però la penna verrà sopraffatta dall'anima stessa del folle; sarà lei a scrivere, a riempire quelle pagine, a" colmarle fino all'orlo". Bisogna ricordare che sono pur sempre le pagine di un folle!

    Da bambino amavo ciò che si vede, da adolescente
    quello che si sente;
    da uomo, non amo più nulla.
    E tuttavia quante cose ho nell'animo, quanti oceani di collera e d'amore
    si urtano e s'infrangono in questo cuore
    così debole, cosi stanco.
    G.Flaubert

    [... continua]