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in archivio dal 04 mag 2006

Fernando Pessoa

13 giugno 1888, Lisbona - Portogallo
30 novembre 1935, Lisbona - Portogallo
Segni particolari: Ho lanciato il "paulismo".
Mi descrivo così: La mia poesia è una ragnatela di sensazioni che non si forma su un tema preciso, ma salta da un angolo all'altro del pensabile, intrecciando poesia e filosofia, in una matassa multiforme, screziata e coinvolgente.

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  • 23 marzo 2015 alle ore 17:59
    Restano tre cose

    Di tutto restano tre cose:
    la certezza
    che stiamo sempre iniziando,
    la certezza
    che abbiamo bisogno di continuare,
    la certezza
    che saremo interrotti prima di finire.
    Pertanto, dobbiamo fare:
    dell’interruzione,
    un nuovo cammino,
    della caduta,
    un passo di danza,
    della paura,
    una scala,
    del sogno,
    un ponte,
    del bisogno,
    un incontro.

     
  • 10 giugno 2011 alle ore 18:17
    L'abisso

    Tra me e la mia coscienza
    c'è un abisso
    nel cui fondo invisibile scorre
    il rumore di un fiume lontano dai soli,
    il cui suono reale è cupo e freddo -
    Ah, in qualche punto del pensare della nostra anima,
    freddo e scuro e incredibilmente vecchio,
    in se stesso e non nella sua dichiarata apparenza.

    Il mio ascoltare è diventato il mio vedere
    quel sommerso fiume senza luogo.
    Il suo rumore silenzioso libera sempre
    il mio pensiero dal potere del mio pensiero di sognare.
    Una temibile realtà appartiene
    a quel fiume di mute, astratte canzoni
    che parlano della non realtà
    del suo andare verso nessun mare.
    Ecco! Con gli occhi del mio sognato sentire
    io sento il non visto fiume trasportare
    verso dove non va tutte le cose
    di cui è fatto il mio pensiero - il Pensiero
    in Sé, e il Mondo, e Dio, che
    fluttuano in quell'impossibile fiume.

    Ah, le idee di Dio, del Mondo,
    di Me stesso e del Mistero,
    come da uno sconosciuto bastione colpito,
    scorrono con quel fiume verso quel mare
    che non ha raggiunto né raggiungerà mai
    e apparterrà al suo moto legato alla notte.
    Oh, ancora verso quel sole su quella spiaggia
    di quell'inattingibile oceano!

     
  • 10 giugno 2011 alle ore 18:05
    Sensazione

    I miei pensieri sono qualcosa che la mia anima teme.
    Fremo per la mia allegria.
    A volte mi sento invadere da
    una vaga, fredda, triste, implacabile
    quasi-concupiscente spiritualità.

    Mi fa tutt'uno con l'erba.
    La mia vita sottrae colore a tutti i fiori.
    La brezza che sembra restia a passare
    scrolla dalle mie ore rossi petali
    e il mio cuore arde senza pioggia.

    Poi Dio diventa un mio vizio
    e i divini sentimenti un abbraccio
    che annega i miei sensi nel suo vino
    e non lascia contorni nei miei modi
    di vedere Dio fiorire, crescere e splendere.

    I miei pensieri e sentimenti si confondono e formano
    una vaga e tiepida anima-unità.
    Come il mare che prevede una tempesta,
    un pigro dolore e un'inquietudine fanno di me
    il mormorio di un incalzante stormo.

    I miei inariditi pensieri si mescolano e occupano
    le loro interpresenze, e usurpano
    gli uni il posto degli altri. Non distinguo
    nulla in me tranne l'impossibile
    amalgama delle molte cose che sono.

    Sono un bevitore dei miei pensieri
    l'essenza dei miei sentimenti inonda la mia anima...
    La mia volontà vi si impregna.
    Poi la vita ferma un sogno e fa sfiorire
    la bellezza nel dolore dei miei versi.

     
  • 10 giugno 2011 alle ore 17:19
    Ode alla notte

    Vieni, Notte antichissima e identica,
    Notte Regina nata detronizzata,
    Notte internamente uguale al silenzio, Notte
    con le stelle, lustrini rapidi
    sul tuo vestito frangiato di Infinito.

    Vieni vagamente,
    vieni lievemente,
    vieni sola, solenne, con le mani cadute
    lungo i fianchi, vieni
    e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,

    fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
    fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
    cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
    tutte le strade che la salgono,
    tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,

    tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
    e lascia solo una luce, un'altra luce e un'altra ancora,
    nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
    nella distanza subitamente impossibile da percorrere.
    Nostra Signora

    delle cose impossibili che cerchiamo invano,
    dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
    dei propositi che ci accarezzano
    sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare,
    al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,

    e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.
    Vieni e cullaci,
    vieni e consolaci,
    baciaci silenziosamente sulla fronte,
    così lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d'essere baciati

    se non per una differenza nell'anima
    e un vago singulto che parte misericordiosamente
    dall'antichissimo di noi
    laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
    i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,

    perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può
    essere nella vita.
    Vieni solennissima,
    solennissima e colma
    di una nascosta voglia di singhiozzare,

    forse perché grande è l'anima e piccola è la vita,
    e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
    e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
    e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.
    Vieni, dolorosa,

    Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
    Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
    fresca mano sulla fronte-febbricitante degli Umili,
    sapore d'acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.
    Vieni, dal fondo

    dell'orizzonte livido,
    vieni e strappami
    dal suolo dell'angustia in cui io vegeto,
    dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
    dal quale naturalmente sono spuntato.

    Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
    e fra erbe alte margherita ombreggiata,
    petalo per petalo leggi in me non so quale destino
    e sfogliami per il tuo piacere,
    per il tuo piacere silenzioso e fresco.

    Un petalo di me lancialo verso il Nord,
    dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.
    Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
    dove sono i mari e le avventure che si sognano.
    Un altro petalo verso Occidente,

    dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
    e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
    dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.
    E l'altro, gli altri, tutti gli altri petali
    - oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! -

    affidali all'Oriente,
    l'Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
    l'Oriente pomposo e fanatico e caldo,
    l'Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
    l'Oriente buddhista, bramanico, scintoista,

    l'Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
    tutto quanto noi non siamo,
    l'Oriente dove - chissà - forse ancor oggi vive Cristo,
    dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto...
    Vieni sopra i mari,

    sopra i mari maggiori,
    sopra il mare dagli orizzonti incerti,
    vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
    e calmalo misteriosamente,
    o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!

    Vieni, premurosa,
    vieni, materna,
    in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
    al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
    e che vedesti nascere Geova e Giove,

    e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
    e il grande Spazio Misterioso al di là di essi... Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
    avvolgi nel tuo mantello leggero
    il mio cuore... Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
    tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,

    con le stelle che brillano (o Travestita dell'Oltre!),
    polvere di oro sui tuoi capelli neri,
    e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.
    Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
    quando tu entri ogni voce si abbassa

    Nessuno ti vede entrare
    Nessuno si accorge di quando sei entrata,
    se non all'improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
    che tutto perde i contorni e i colori,
    e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all'orizzonte,

    già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.

     
  • 10 giugno 2011 alle ore 17:10
    Il violinista pazzo

    Non fluì dalla strada del nord
    né dalla via del sud
    la sua musica selvaggia per la prima volta
    nel villaggio quel giorno.

    Egli apparve all'improvviso nel sentiero,
    tutti uscirono ad ascoltarlo,
    all'improvviso se ne andò, e invano
    sperarono di rivederlo.

    La sua strana musica infuse
    in ogni cuore un desiderio di libertà.
    Non era una melodia,
    e neppure una non melodia.

    In un luogo molto lontano,
    in un luogo assai remoto,
    costretti a vivere, essi
    sentirono una risposta a questo suono.

    Risposta a quel desiderio
    che ognuno ha nel proprio seno,
    il senso perduto che appartiene
    alla ricerca dimenticata.

    La sposa felice capì
    d'essere malmaritata,
    l'appassionato e contento amante
    si stancò di amare ancora,

    la fanciulla e il ragazzo furono felici
    d'aver solo sognato,
    i cuori solitari che erano tristi
    si sentirono meno soli in qualche luogo.

    In ogni anima sbocciava il fiore
    che al tatto lascia polvere senza terra,
    la prima ora dell' anima gemella,
    quella parte che ci completa,

    l'ombra che viene a benedire
    dalle inespresse profondità lambite
    la luminosa inquietudine
    migliore del riposo.

    Così come venne andò via.
    Lo sentirono come un mezzo-essere.
    Poi, dolcemente, si confuse
    con il silenzio e il ricordo.

    Il sonno lasciò di nuovo il loro riso,
    morì la loro estatica speranza,
    e poco dopo dimenticarono
    che era passato.

    Tuttavia, quando la tristezza di vivere,
    poiché la vita non è voluta,
    ritorna nell' ora dei sogni,
    col senso della sua freddezza,

    improvvisamente ciascuno ricorda -
    risplendente come la luna nuova
    dove il sogno-vita diventa cenere -
    la melodia del violinista pazzo.

     
  • 04 maggio 2006
    Questo

    Dicon che fingo o mento
    quanto io scrivo. No:
    semplicemente sento
    con l’immaginazione,
    non uso il sentimento.

    Quanto traverso o sogno,
    quanto finisce o manco
    è come una terrazza
    che dà su un’altra cosa.
    É questa cosa che è bella.

    Così, scrivo in mezzo
    a quanto vicino non è:
    libero dal mio laccio,
    sincero di quel che non è.
    Sentire? Senta chi legge.

     
  • Il bambino biondo
    giace sul selciato.
    Ha le viscere fuori
    e legato a uno spago
    un trenino ignorato.

    E’un fascio il suo volto
    di sangue e di niente.
    Luccica un pesciolino
    — un pesciolino di vasca da bagno —
    accanto al marciapiede.

    Sulla strada viene sera.
    Un chiarore sullo sfondo
    annuncia un futuro che sorge.

    E quello del bambino biondo?

     
  • Furtiva mano di un fantasma occulto
    fra le pieghe del buio e del torpore
    mi scuote, e io mi sveglio, ma nel cuore
    notturno non trovo gesto o volto.

    Un antico terrore, che insepolto
    porto nel petto, come da un trono
    scende sopra di me senza perdono,
    mi fa suo servo senza cenno o insulto.

    E sento la mia vita di repente
    legata con un filo di Incosciente
    a ignota mano diretta nell’ignoto.

    Sento che niente sono, se non l’ombra
    Di un volto imperscrutabile nell’ombra:
    e per assenza esisto, come il vuoto.

     
  • 04 maggio 2006
    Natale

    Nasce un Dio. Altri muoiono. Non ci è giunta
    né ci ha lasciato la verità: muta l’Errore.
    Abbiamo ora un’altra Eternità,
    e ciò che è passato in fondo era migliore.

    Cieca, la Scienza ara gleba vana.
    Folle, la Fede vive il sogno del suo culto.
    Un nuovo Dio è solo una parola.
    Non credere o cercare: tutto è occulto.

     
  • 04 maggio 2006
    Lontano da me

    Lontano da me in me esisto
    fuori da chi io sono,
    l’ombra e il movimento in cui consisto.

     
  • 04 maggio 2006
    Gli dèi sono felici

    Vivono la vita calma delle radici.
    I loro desideri non li opprime il Fato,
    o, se li opprime, li redime
    con la vita immortale.
    Non hanno ombre o altri che li attristino.
    E, inoltre, non esistono...

     

     
  • 04 maggio 2006
    Stanca essere

    Stanca essere, sentire duole, pensare distrugge.
    A noi estranea, in noi e fuori,
    precipita l’ora, e tutto in lei precipita.
    Inutilmente l’anima lo piange.

    A che serve? Che cos’è che deve servire?
    Pallido abbozzo lieve
    del sole d’inverno che sorride sul mio letto...
    Vago sussurro breve.

    Delle piccole voci con cui il mattino si sveglia,
    della futile promessa del giorno,
    morta sul nascere, nella speranza lontana e assurda
    in cui l’anima confida.

     
  • 04 maggio 2006
    Come alle volte

    Come alle volte in un giorno azzurro e mansueto
    nel vivo verde della pianura calma
    di una improvvisa nube l’avanzare
    pallidamente le erbe affosca
    così ora nella mia anima pavida
    che di repente svanisce e si fa fredda
    memoria dei morti appare...

     
  • 04 maggio 2006
    Ma io, sempre estraneo

    Ma io, sempre estraneo, sempre penetrando
    il più intimo essere della mia vita,
    vado dentro di me cercando l’ombra.

     
  • 04 maggio 2006
    Gatto che giochi per via

    Gatto che giochi per via
    come se fosse il tuo letto,
    invidio la sorte che è tua,
    ché neppur sorte si chiama.
    Buon servo di leggi fatali
    che reggono i sassi e le genti,
    hai istinti generali,
    senti solo quel che senti;
    sei felice perché sei come sei,
    il tuo nulla è tutto tuo.
    Io mi vedo e non mi ho,
    mi conosco, e non sono io.

     
  • 04 maggio 2006
    Autopsicografia

    Il poeta è un fingitore.
    Finge così completamente
    che arriva a fingere che è dolore
    il dolore che davvero sente.

    E quanti leggono ciò che scrive,
    nel dolore letto sentono proprio
    non i due che egli ha provato,
    ma solo quello che essi non hanno.

    E così sui binari in tondo
    gira, illudendo la ragione,
    questo trenino a molla
    che si chiama cuore.

     
  • 04 maggio 2006
    Dicono?

    Dicono?
    Dimenticano.
    Non dicono?
    Hanno detto.

    Fanno?
    E' fatale.
    Non fanno?
    E' uguale.

    Perché
    aspettare?
    - Tutto è
    sognare.

     
  • 04 maggio 2006
    Abdicazione

    Prendimi fra le braccia, notte eterna,
    e chiamami tuo figlio.
    Io sono un re
    che volontariamente ha abbandonato
    il proprio trono di sogni e di stanchezze.

    La spada mia, pesante in braccia stanche,
    l’ho confidata a mani più virili e calme;
    lo scettro e la corona li ho lasciati
    nell’anticamera, rotti in mille pezzi.

    La mia cotta di ferro, così inutile,
    e gli speroni, dal futile tinnire,
    li ho abbandonati sul gelido scalone.

    La regalità ho smesso, anima e corpo,
    per ritornare a notte antica e calma,
    come il paesaggio, quando il giorno muore.

     
  • Amo tutto ciò che è stato,
    tutto quello che non è più,
    il dolore che ormai non mi duole,
    l’antica e erronea fede,
    l’ieri che ha lasciato dolore,
    quello che ha lasciato allegria
    solo perché è stato, è volato
    e oggi è già un altro giorno.

     
  • 04 maggio 2006
    Grandi misteri abitano

    Grandi misteri abitano
    la soglia del mio essere,
    la soglia dove esitano
    grandi uccelli che fissano
    il mio tardivo andar aldilà di vederli.

    Sono uccelli pieni di abisso,
    come ci sono nei sogni.
    Esito se scandaglio e medito,
    e per la mia anima è cataclisma
    la soglia dove essa sta.

    Allora mi sveglio dal sogno
    e mi rallegro della luce,
    seppure di malinconico giorno;
    perché la soglia è paurosa
    e ogni passo è una croce.

     
  • 04 maggio 2006
    Libertà

    Ma che piacere
    non compiere un dovere,
    avere un libro da leggere
    e non farlo!
    Che noiosa la lettura,
    che pochezza la cultura!
    Il sole splende senza letteratura.
    Il fiume scorre, bene o male,
    senza edizione originale.
    E la brezza che passa,
    naturale e mattiniera,
    sa che ha tempo, e non ha fretta...

    I libri sono carta inchiostrata.
    Lo studio è una cosa ove è indistinta
    la distinzione fra il niente e cosa alcuna.

    Quanto è meglio, se c’è bruma,
    aspettare Don Sebastiano,
    venga o non venga
    Grande è la poesia, la bontà e le danze...
    ma le cose migliori son l’infanzia,
    fiori, musica, chiardiluna, e il sole, che pecca
    solo se invece di nutrire secca...

    E ancor meglio di questo
    è Gesù Cristo,
    che non sapeva niente di finanze
    né consta che avesse biblioteca.

     
  • Tutte le lettere d’amore sono
    ridicole.
    Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
    ridicole.

    Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
    come le altre,
    ridicole.

    Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
    devono essere
    ridicole.

    Ma dopotutto
    solo coloro che non hanno mai scritto
    lettere d’amore
    sono
    ridicoli.

    Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
    senza accorgermene
    lettere d’amore
    ridicole.

    La verità è che oggi
    sono i miei ricordi
    di quelle lettere
    a essere ridicoli.

    (Tutte le parole sdrucciole,
    come tutti i sentimenti sdruccioli,
    sono naturalmente
    ridicole).

     
  • 04 maggio 2006
    Campana del mio villaggio

    Campana del mio villaggio
    dolente nell’imbrunire,
    ogni rintocco tuo
    dentro di me risuona.

    Così lento è il tuo suonare,
    triste come di vita,
    che il tuo primo rintocco
    già il secondo ricorda.

    Per quanto tu sia vicina,
    quando passo errabondo,
    per me sei come un sogno,
    mi suoni dentro lontana.

    Ad ogni rintocco tuo,
    vibrante nel cielo aperto,
    è più remoto il passato,
    più urgente la nostalgia.

     
  • 04 maggio 2006
    Ho pena delle stelle

    Ho pena delle stelle
    che brillano da tanto tempo,
    da tanto tempo...
    Ho pena delle stelle.

    Non ci sarà una stanchezza
    delle cose,
    di tutte le cose,
    come delle gambe o di un braccio?

    Una stanchezza di esistere,
    di essere,
    solo di essere,
    l’essere triste lume o un sorriso...

    Non ci sarà dunque,
    per le cose che sono,
    non la morte, bensì
    un’altra specie di fine,
    o una grande ragione:
    qualcosa così, come un perdono?

     
  • La morte è la curva della strada,
    morire è solo non essere visto.
    Se ascolto, sento i tuoi passi
    esistere come io esisto.

    La terra è fatta di cielo.
    Non ha nido la menzogna.
    Mai nessuno s’è smarrito.
    Tutto è verità e passaggio.

     
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