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Racconti di Filippo Gigante

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  • 26 maggio 2016 alle ore 11:11
    Lettera ad un sogno prezioso

    Come comincia: Caro sogno prezioso, 
    vorrei portarti con me su ogni strada per lasciarti un po' sporcare con la polvere di tutta quella vita respirata dall'asfalto, dai prati, dai palazzi e da tutta quella gente che percorre un cammino nell'assordante imbrunire delle stagioni che passano... 
    Vorrei vederti crescere con quella giusta dose di sacrificio, rinascita e coraggio che servono per tramutarti in realtà. Vorrei vederti accogliere i miei sorrisi e nutrirti con la stessa essenza materna che concede, al mondo intero, la possibilità e la forza di credere ancora in una miriade di altri sogni.

  • 15 dicembre 2015 alle ore 18:59
    Come pioggia sulle labbra

    Come comincia: Ed eccomi per le strade del mio paese nell’attesa di un momento. Aspetto in silenzio che piova, mentre la gente che mi passa accanto, osservandomi, si chiede cosa stia facendo così fermo col viso rivolto al cielo. Mi importa poco del loro giudizio perché in fondo in un mondo sacro e disinvolto davanti alla comprensione della così tanto cercata essenza delle piccole cose, ci sarà sempre qualcuno solo interessato all’aspetto esteriore.
    Ho letto milioni di frasi sul mondo e sul suo possibile miglioramento, ma le parole sembrano restare ferme sulla carta ed è così che mi son cercato un amico: il vino.
    Vedo tanti sguardi persi, così tristi e malcontenti che mi portano a trovare in quel fragile calice di vino rosso del pranzo di ogni giorno, un modo diverso di vedere il mio tempo.
    In quella corposità così intensa e nello stesso istante raffinata sento il bisogno di cercare delle sostanziali risposte, dei motivi per restare bene.
    Attendo ogni giorno di bere da quel calice per assaporare quel vino così vivo da sentirmi talmente preso da pensare di poter far tutto.  È un sorso onesto, senza falsi compromessi, che mi porta una sensazione di piacere e serenità. È  il movimento della mia mano che pian piano avvicina quel calice di vetro alle mie labbra racchiudendo, in pochi gesti, i miei ultimi momenti della mattinata. Sento quel sorso di vino come una delle più sentite preghiere della sera e in quell’attimo ringrazio il mio buon Dio di avermi donato tutto ciò che ho. Ed è il ricordo di quel sorso quotidiano che mi fa star bene anche adesso, mentre cade la prima goccia di pioggia sulle mie labbra.
    La gente non mi osserva più e corre… corre a ripararsi dalla pioggia che cade più forte sulla strada.

  • 09 aprile 2013 alle ore 19:12
    Il figlio del mare

    Come comincia:   Questa è la storia di un uomo e di una donna, di un figlio e di una madre e del loro forte legame che nonostante tutto, resta inalterato nel tempo.
      Era una sera di agosto, uno di quei momenti in cui si fermenta il forte desiderio di uscire con qualcuno, con quella strana sensazione di fuga dal solito caos… Era una di quelle sere in cui, Maurizio aveva una gran voglia di staccare dal quotidiano, dal lavoro e da tutto il resto.
      L’importante era godersi quel frammento del suo tempo, ma pur sempre accompagnato da qualcuno che doveva in lui, far radicare un senso di serenità interiore. Non ebbe un attimo di titubanza nella scelta della sua accompagnatrice.
      Scelse con cura e sicurezza e non esitò altro tempo nell’invitare sua madre ad una passeggiata sulla spiaggia. Desiderava da molto tempo, trovare uno spazio tutto per loro e l’invito rivolto alla madre fu come quello che si rivolge ad una principessa… con eleganza e delicata maestria, con rispetto e un pizzico di vergogna che fa sempre più sentito e vero uno di questi momenti.
      Giunti in spiaggia, dopo aver attraversato la vecchia stradina di campagna, per arrivare prima e, dopo aver scambiato qualche chiacchiera al volo durante il breve tragitto, scesero dall’auto parcheggiata nei pressi di una strada alberata.
      Le luci del giorno avevano già abbandonato il paesaggio, tutto davanti a loro luccicava con una luce più tenue, ciò che più brillava erano i loro occhi. Il mare li invitava a sedersi sulla sabbia e loro, dopo aver appoggiato un telo bianco con strisce arancione, acconsentirono l’invito del mare.
      Di fronte a loro c’era l’inizio di un meraviglioso tramonto, il sole fu presto stanco di osservarli, ma il cielo sempre interessato cercava di farli sentire sicuri. Anche il leggero respiro del vento, li trattava bene, non voleva essere scortese e toccava i loro visi, come una carezza materna.
      Maurizio si sentiva già molto rilassato e iniziò a parlare con la madre del suo lavoro, di come procedesse il suo tempo e di come fosse alla continua ricerca di una dolce metà. Aveva alle spalle i suoi ancora giovani ventisette anni e davanti a sé una gran parte di giorni da vivere in compagnia di mille e più eventi.
      La terra intera sembrava raccolta intorno a loro e le leggere carezze del vento sembravano interessate al discorso. Lo sguardo della madre osservava il proprio figlio con profonda ammirazione e cercava di non perdere alcuna parola. Ogni singola parola era come un pezzo di cornice che andava a circondare con un certo stile tutto quel momento.
      Venne svelato un piccolo segreto e la buona madre ne rivelò un altro. La conversazione si prolungava e man, mano ci si confidava sempre più restando fedeli e rispettosi alla propria natura di madre e di figlio.
      Le delicate onde del mare ormai giacevano, nel silenzio della notte, curiose anche loro ad ascoltare. La brezza divenne più pungente, ma non diede fastidio ai due corpi seduti sulla sabbia. Era come se ogni granello di sabbia si fosse più unito agli altri, era come se nessuno dovesse più soffrire in silenzio…
      La gioia era veder sorridere uno dei due, il bello era aver ritrovato reciprocamente, nel gioco di un momento, un riflesso dell’altro nei propri sguardi. Era come essere l’uno l’essenza dell’altro, come se tutto il paesaggio rappresentasse la vita, come se in quell’attimo di tempo tutti potessero sostenere, almeno una volta, di essere stati anche in una sola notte figli dello stesso mare.

  • 09 aprile 2013 alle ore 19:09
    Il riflesso perduto

    Come comincia:   Tra gli svariati appunti, le sue matite ridotte a piccoli bozzoli di legno e quella sua vecchia lampada da tavola dalla fioca luce c’era spazio anche per il suo tesoro: montagne smisurate di libri rendevano inospitale, per qualsiasi altra cosa, quella sua antica scrivania di legno di faggio.
      Non c’erano lettere d’amore, né estratti conto nei suoi tiretti e le persiane delle finestre della sua oscura camera erano sempre chiuse.
      Sembrava non dare importanza a quelle poche cartoline impolverate gettate sul grande tappeto persiano… erano lì già da molto tempo e d’altrettanti giorni non sembrava aver cambiato i suoi pregiudizi col resto del mondo.
      Non vi erano specchi, né bottiglie di vetro e neanche altri tipi di oggetti che permettessero a chiunque entrasse di vedere un riflesso del proprio corpo. Ogni stanza della sua casa era buia o a malapena illuminata, ogni suo pensiero era privo di altri interessi.
      Erano passati molti anni dall’ultima visita e ormai non conosceva più nessuno che si permetteva di andarlo a trovare.
      Per l’anziano professore lo studio, il sapere, la voglia inarrestabile di conoscenza erano tutta la sua vita, il riflesso della sua identità.
      Tutto restò invariato, fino ad una fredda mattina d’inverno. La neve si posava leggera sulla strada che l’attempato professore percorreva ogni mattina al nascere del sole, per raggiungere il cassonetto dei rifiuti e cercare qualche vecchia rivista o libro mal ridotto dal tempo, che qualcuno aveva deciso “inconsciamente” di buttare via.
      Un sole che quella mattina sembrava essere più pallido del solito, una mattina più fredda delle altre. Mentre i bianchi fiocchi di neve coprivano, uno alla volta, le poche impronte della gente e lasciavano silenzi tra i secchi rami degli alberi, accadde qualcosa, forse una delle cose più semplici e dimenticate o forse così incomprensibili ed evidenti da essere forzosamente notate.
      Per quanto si sforzasse a negare ciò che effettivamente vedeva davanti a sé, non riusciva a dare una logica spiegazione a quel… riflesso!
      Tra tutte quelle sporche buste di plastica, cenci di stoffa e vecchi pezzi di qualche elettrodomestico usato… c’erano dei frammenti di specchio che insieme avevano ricostruito il suo corpo, il suo viso pallido e i suoi occhi azzurri incavati e spaventati.
      L’anziano professore aveva davanti a sé il suo stesso riflesso, osservava in silenzio e nella sordità del suo mondo iniziava a compromettersi qualcosa. Non riusciva a reagire, poteva allontanare con un piede tutti quei frammenti, ma qualcosa più grande di lui non gli permetteva di rispondere a quella visione.
      Passarono ancora molti minuti, prima che il suo corpo perdesse completamente i sensi, ancor prima che tutto ciò che aveva letto e studiato nel corso dei suoi lunghi anni iniziasse ad essere soppresso da un unico senso, da un’unica conoscenza, da un’unica verità… da un unico e ormai incatenato Io.
      Aveva dedicato tutto se stesso ai libri, senza aver mai sfogliato le pagine di un volume che poteva dar spazio alle emozioni più belle, ai sogni più desiderati, al rispetto, agli abbracci e ai baci più cercati, ai tramonti e alle albe del tempo, alla luce, al buio, al silenzio e alla musica dei giorni. Non aveva dato importanza al libro più importante… quello della sua vita.
      Cadde a terra ascoltando probabilmente il suono più poetico che potesse mai aver ascoltato… quello del suo cuore prosciugato dalle sue prime e, da tempo, trattenute lacrime.
      Le nuvole lasciarono spazio ai primi raggi di un sole più caldo, più protettivo che asciugò le lacrime di un uomo che aveva, probabilmente, cercato se stesso nei libri e nella solitudine del tempo. Il cercare se stessi, il cercare il meglio di noi stessi sono la ricerca stessa della felicità… ma non tutto ciò che si sceglie di seguire può rispondere alle nostre domande, ma è sempre meglio provare a poter cambiare, prima che sia troppo tardi.
      Quel vecchio uomo, quel professore, quell’uomo avrebbe potuto amare la sua vita nella sua profondità, scoprirne il senso più vero. Avrebbe imparato a vivere delle piccole cose, e poi sarebbe stato in grado di potersi avvicinare alle cose più grandi scoprendo, prima della sua stessa morte, la sua vera identità… il suo riflesso perduto.

  • 29 marzo 2012 alle ore 20:01
    SOLI ALLA DERIVA

    Come comincia: Il mare è calmo. Un’anziana signora siede sulla sabbia e cerca con lo sguardo qualcosa alla deriva. C’è silenzio. Ed è proprio da questo sordo rumore che le si animano pensieri e le si confondono i ricordi. La donna è lì accarezzata dal vento, sola a pensare, a cercare una sola e indispensabile risposta.

    Perché l’avevano abbandonata ? In fondo lei non era un cane e anche se lo fosse stato…bè non lo avrebbe trovato divertente. Il tempo passa come un mendico senza meta e lei aspetta, aspetta quando si accorge di non essere sola. A fianco a lei, sta per sedersi un uomo della sua stessa età, i due si guardano nel buio della notte. Tra le ceneri di un rimpianto le onde dei loro sguardi bagnano le coste dei loro occhi e insieme continuano a cercare una risposta ai confini del giorno.

  • 29 marzo 2012 alle ore 19:57
    A SCUOLA DI VITA | Articolo

    Come comincia: “Io penso che un uomo che non conosce se stesso, non potrà mai essere chiamato saggio. Anzi, direi che la massima sapienza consiste proprio nel conoscere se stessi”. Il pensiero di Platone racchiude probabilmente ciò che ogni uomo, durante la propria crescita fisica e morale punta a raggiungere: la pienezza e la conoscenza di se stesso. Ci si impegna a trovare un senso alla vita senza accorgerci che ciò che ci renderebbe davvero felici, è proprio l’essenziale che è davanti ai nostri stessi occhi. Purtroppo, molti più giovani cercano risposte invano, in luoghi e situazioni che sanno di buono, ma che nascondono spesso un retrogusto aspro ed amaro. Eppure basterebbe dare loro più ascolto e più attenzioni, educarli fin da piccoli alla condivisione delle proprie gioie e delle proprie debolezze, abituarli al confronto e non alla ribellione, considerare le loro opinioni parte delle numerose possibilità di vedere e vivere una qualunque situazione.
    Non è sempre colpa di una mancata educazione familiare, se spesso ci si ritrova a leggere storie di ragazzi difficili, abbandonati alle proprie speranze e forse ancora in cerca di un aiuto.
    Tutto, nel quotidiano, sembra dare più importanza a cose futili e meschine, ad una sorta di materialismo mediatico che punta ad evidenziare il danno, l’errore del giovane e quasi mai la possibilità di un recupero, di una spiegazione o di un qualsiasi modo per affrontare davvero il problema che è alla radice di tutto.
    E se allora, il resto del mondo, potrà continuare a parlare e discutere di altro, toccherà prima o poi, ad ogni giovane doversi rimboccare le maniche ed iniziare una ricerca, un esame sulle proprie azioni. Dovremmo caricarci sulle nostre spalle la metà del peso della sofferenza dei nostri amici, impegnarci a portare avanti il meglio di noi stessi, leggendo il nostro cuore e maturando così un destino eterno nel tempo. Un pensiero positivo che sappia radicare in noi e in tutti coloro che ci sono attorno. Un pensiero forte che deve riuscire a mobilitarci a non nascondere nulla di ciò che pensiamo e di ciò che vorremmo mostrare, ma che per timori ed incertezze fermiamo e chiudiamo in una gabbia immaginaria. Bisogna avere il coraggio di ricominciare, di rinascere dalle proprie ceneri come fossimo una fenice e solo quando, inizieremo a seminare e a respirare nuova linfa ci accorgeremo che non siamo e non saremo mai soli, perché c’è sempre un Cielo sopra di noi… perché la gioia di amare e la gioia di essere amati possano diventare la vita stessa.

    "A SCUOLA DI VITA" Articolo di Filippo Gigante, pubblicato sul numero 8 di "Il Saio 24 ore" (Mensile della Gioventù Francescana di Cerignola)

  • 29 marzo 2012 alle ore 19:56
    IL CUORE BATTE PER TUTTA LA BELLEZZA DEL MONDO

    Come comincia: A volte il cuore mi si riempie di così tante emozioni che quasi sembra scoppiarmi... spesso, potrei starmene in silenzio e smettere di cercare una ragione per ogni cosa che mi accade, ma è difficile dare a tutto una spiegazione, così inizio a rilassarmi e ad ascoltare un po' di musica... Rileggo alcune lettere e alcuni vecchi messaggi e mi commuovo un po' e poi tutto mi scorre nelle vene, facendomi comprendere che tutto ciò che vivo è parte di me e che nessuno può cancellare nemmeno un singolo frammento vissuto. Nella mia mente ci sono tutti gli istanti, le parole dette e ascoltate, i film visti con gli amici, le strade percorse, i baci donati e quegli abbracci intensi ed interminabili... le lacrime delle mie numerose commozioni e quelle del dolore, i sorrisi di piacere e quelli della gioia dello stare insieme... Il cuore batte sempre più forte, quando osserva e ricorda tali bellezze vissute... ed ora son quì che attendo ancora di vivere altre novità, altre esperienze, altri istanti di vita.

  • 29 marzo 2012 alle ore 19:53
    Stralci tratti dal mio romanzo BIANCO E NERO

    Come comincia: Ricomincio a pensare alla parola "fine" e si intrecciano, legati ad un lontano confine, quei ricordi amari che sembrano ferirti ripetutamente quando meno te lo aspetti. Se la mente ritorna a pensarci è perché il cuore ha salde le radici del tempo. Poi fa eco nell'aria la parola "inizio" e tutto, davanti a te, sembra far largo a qualcosa di nuovo, di diverso ma che prende esempio e sostegno dallo stesso passato di cui si nutrono le ferite dell'anima. E lì, dove saluti tra un inizio ed una fine, inizi a respirare l'essenza della parola "rinnovamento". ▌BIANCO E NERO di Filippo Gigante ▌

    ‎"Sai dirmi qual è il giorno più bello della tua vita?" - FORSE QUELLO DELLA MIA NASCITA... O QUELLO DI UN VECCHIO NATALE TRASCORSO ANCHE CON I MIEI AMICI... DAVVERO, NON SAPREI COSA DIRTI... - "Eheheeh... sta sereno, siediti un momento e ascoltami con attenzione (...) il giorno più bello di ognuno di noi è quello che raccoglie tutti i frammenti che collezioniamo durante tutto il nostro percorso. Ogni gesto, ogni istante racchiude in sé quel pezzettino che unito a tutti quei miliardi e miliardi di altri pezzettini crea la delicata bellezza di ogni tempo (...)" ▌BIANCO E NERO ▌

    Vorrei sapere se fosse possibile distruggere, in un attimo, i tanti castelli costruiti in aria e se fosse giusto agire con pazzia... bruciando tutto ciò che ostacola le storie di chi vuol solo amarsi e scappare via da questa stupida quotidianità... Vorrei sapere così tante cose a cui questa realtà non può risponderci, vorrei sapere se ci sei mio Dio... vorrei sapere se adesso sei in ascolto.... perché ho paura di questo mio tremolio improvviso... Vorrei vivere la delicatezza di ogni momento, vorrei amare senza più una bugia che fa capolino per distruggere tutto. E se chiedo troppo, adesso non chiedo più scusa a nessuno... qualcosa di bello, me la merito anch'io!  ▌BIANCO E NERO di Filippo Gigante ▌

    La mia vita continua a donarmi sempre qualcosa di speciale, oltrepasso i cattivi momenti e vado avanti a testa alta con la mia fede e la mia salda volontà di voler trasmettere, a chi mi vive accanto, la massima positività delle cose. Mi piace consigliare ed essere consigliato, ma sono contrario al comando e alla costrizione. Ognuno è libero di agire nel rispetto dell'altro. Smettiamola di lamentarci per qualsiasi cosa, dobbiamo imparare ad osservare e vivere pienamente la bellezza di ogni momento trascorso con le persone più care.
    ▌BIANCO E NERO di Filippo Gigante  ▌www.filippogigante.it