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in archivio dal 06 ott 2003

Filippo Tommaso Marinetti

21 dicembre 1876, Alessandria d'Egitto - Egitto
02 dicembre 1944, Bellagio (CO)
Segni particolari: Fondatore del futurismo. Due lauree, lettere e giurisprudenza, e una ferma convinzione che la "guerra è la sola igiene del mondo".
Mi descrivo così: Sono come il movimento da me fondato: esalto la velocità, l'energia, il coraggio e persino la guerra, rifiutando la tradizione e il conformismo, attaccando i musei e le università come simbolo di una cultura "passatista".

elementi per pagina
  • Veemente dio d’una razza d’acciaio,
    Automobile ebbra di spazio,
    che scalpiti e fremi d’angoscia
    rodendo il morso con striduli denti
    Formidabile mostro giapponese,
    dagli occhi di fucina,
    nutrito di fiamma
    e d’olî minerali,
    avido d’orizzonti, di prede siderali
    Io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,
    scateno i tuoi giganteschi pneumatici,
    per la danza che tu sai danzare
    via per le bianche strade di tutto il mondo!
    Allento finalmente
    le tue metalliche redini,
    e tu con voluttà ti slanci
    nell’Infinito liberatore!
    All’abbaiare della tua grande voce
    ecco il sol che tramonta inseguirti veloce
    accelerando il suo sanguinolento
    palpito, all’orizzonte
    Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù!
    Che importa, mio dèmone bello?
    Io sono in tua balìa! Prendimi! Prendimi!
    Sulla terra assordata, benché tutta vibri
    d’echi loquaci;
    sotto il cielo accecato, benché folto di stelle,
    io vado esasperando la mia febbre
    ed il mio desiderio,
    scudisciandoli a gran colpi di spada.
    E a quando a quando alzo il capo
    per sentirmi sul collo
    in soffice stretta le braccia
    folli del vento, vellutate e freschissime

    Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane
    che mi attirano, e il vento
    non è che il tuo alito d’abisso,
    o Infinito senza fondo che con gioia m’assorbi!
    Ah! ah! vedo a un tratto mulini
    neri, dinoccolati,
    che sembran correr su l’ali
    di tela vertebrata
    come su gambe prolisse

    Ora le montagne già stanno per gettare
    sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,
    là, a quel sinistro svolto
    Montagne! Mammut in mostruosa mandra,
    che pesanti trottate, inarcando
    le vostre immense groppe,
    eccovi superate, eccovi avvolte
    dalla grigia matassa delle nebbie!
    E odo il vago echeggiante rumore
    che sulle strade stampano
    i favolosi stivali da sette leghe
    dei vostri piedi colossali

    O montagne dai freschi mantelli turchini!
    O bei fiumi che respirate
    beatamente al chiaro di luna!
    O tenebrose pianure! Io vi sorpasso a galoppo!
    Su questo mio mostro impazzito!
    Stelle! mie stelle! l’udite
    il precipitar dei suoi passi?
    Udite voi la sua voce, cui la collera spacca
    la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia
    e il tuonar de’ suoi ferrei polmoni
    crrrrollanti a prrrrecipizio
    interrrrrminabilmente?

    Accetto la sfida, o mie stelle!
    Più presto! Ancora più presto!
    E senza posa, né riposo!
    Molla i freni! Non puoi?
    Schiàntali, dunque,
    che il polso del motore centuplichi i suoi slanci!

    Urrà! Non più contatti con questa terra immonda!
    Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo
    sull’inebbriante fiume degli astri
    che si gonfia in piena nel gran letto celeste!

     
  • 30 marzo 2006
    Bombardamento

    ogni 5 secondi cannoni da assedio sventrare spazio con un accordo tam-tuuumb ammutinamento di 500 echi per azzannarlo sminuzzarlo sparpagliarlo
    all’infinito
    nel centro di quei tam-tuuumb spiaccicati (ampiezza 50 chilometri quadrati) balzare scoppi tali pugni batterie tiro rapido Violenza ferocia regolarità questo basso grave scandere gli strani folli agitatissimi acuti della battaglia Furia affanno
    orecchie occhi
    narici aperti attenti
    forza che gioia vedere udire fiutare tutto tutto tara-tatatata delle mitragliatrici strillare a perdifiato sotto morsi schiaffffi traak-traak frustate pic-pac-pum-tumb bizzzzarrie salti altezza 200 m della fucileria Giù giù in fondo all’orchestra
    stagni diguazzare buoi buffali pungoli
    carri pluff plaff impennarsi di cavalli
    flic flac zing zing sciaaack ilari nitriti iiiiii scalpiccii tintinnii 3 battaglioni bulgari in marcia croooc-craac [LENTO DUE TEMPI] Sciumi Maritza o Karvavena croooc craaac grida degli ufficiali sbataccccchiare come piattttti d’otttttone pan di qua paack di là cing buuum cing ciack [PRESTO] ciaciaciaciaciaak su giù là là in-torno in alto attenzione sulla testa ciaack bello Vampe
    vampe
    vampe vampe
    vampe vampe
    vampe ribalta dei forti die-
    vampe
    vampe
    tro quel fumo Sciukri Pascià comunica telefonicamente con 27 forti in turco in tedesco allò Ibrahim Rudolf allô allô attori ruoli
    echi suggeritori scenari di fumo
    foreste applausi odore di fieno fango sterco non sento più i miei piedi gelati odore di salnitro odore di marcio
    Timmmpani flauti clarini dovunque basso alto uccelli cinguettare beatitudine ombrie cip-cip-cip brezza verde mandre don-dan-don-din-béèé tam-tumb-tumb tumb tumb-tumb-tumb-tumb
    Orchestra pazzi bastonare
    professori d’orchestra questi bastonatissimi suooooonare suooooonare Graaaaandi fragori non cancellare precisare ritttttagliandoli rumori più piccoli minutissssssimi rottami di echi nel teatro ampiezza 300 chilometri quadrati Fiumi Maritza Tungia
    sdraiati Monti Ròdopi ritti al-
    ture palchi loggione 2000 shrapnels sbracciarsi ed esplo-dere fazzoletti bianchissimi pieni d’oro Tumb-tumb 2000 granate protese strappare con schianti capigliature tenebre zang-tumb-zang-tuuum-tuuumb orchestra dei rumori di guerra gonfiarsi sotto una nota di silenzio
    tenuta nell’alto cielo pallone sferico
    dorato sorvegliare tiri parco aerostatico Kadi-Keuy .

     
  • Ti avevo vista una sera, tempo fa, non so dove,
    e da allora ansioso aspettavo
    La Notte, gonfia di stelle e di profumi azzurrini,
    su di me illanguidiva la sua nudità
    abbagliante e convulsa d’amore!
    Perdutamente, la Notte
    apriva le sue costellazioni
    come vene palpitanti di porpora e d’oro,
    e tutta la illuminante voluttà del suo sangue
    colava pel vasto cielo
    Io stavo, ebbro, in attesa, sotto le tue finestre accese,
    che fiammeggiavano, sole, nello spazio
    Immobile, aspettavo il prodigio supremo
    del tuo amore e l’ineffabile
    elemosina del tuo sguardo!
    Poiché sono il mendicante affamato d’Ideale
    che va lungo le spiagge
    implorando baci e amore, per nutrirne il suo sogno!
    Con cupidigia astiosa bramavo i gioielli del cielo
    per abbellirne la tua nudità di regina
    e verso di te protendevo
    i miei sguardi folli, insanguinati nell’ombra
    come braccia scarnite di moribondo!
    Tutto parvemi ingigantito dall’ampiezza del sogno!
    Campane rantolavano nel cielo
    come bocche mostruose:
    le bocche, forse, del Destino! Campane
    invisibili e selvagge
    sembravano aprirsi su me, nel silenzio,
    come abissi capovolti!
    Un gran muro s’ergea davanti a me,
    implacabile e altero come la disperazione!
    Aspettavo solo, e migliaia di stelle,
    di stelle pazze sembravano sprizzare
    dalle tue finestre,
    come un vol di faville da una fornace d’oro!
    L’ombra tua dolce apparve nel cavo dei vetri,
    simile a un’anima terrorizzata che s’agiti
    entro pupille agonizzanti,
    e tu per me divenisti una preda
    delirante lassù, su la cima estrema
    delle torri fastose del mio Sogno!
    L’Amore mio denti lucenti e occhi adunchi brandì
    con un gran gesto le sue rosse spade
    e barbaramente salì
    verso il tuo tragico splendore.

    Poiché sono il mendicante insaziato che cammina
    verso il tepore dei seni,
    verso il languor delle labbra,
    l’implacabil mendicante
    che va lungo le spiagge,
    rubando amore e baci
    per nutrirne il suo Sogno!

    S’aprì la notte cupa appié del muro,
    e tu apparisti, soavemente sbocciata
    vicino a me, bianca e pura in mezzo alle tenebre,
    vacillando quasi ai consigli della brezza notturna!
    E tutto fu abolito intorno a me,
    e il mio sogno infranse il mondo
    con un sol colpo d’ala!

    Certo pensai nei favolosi giardini
    ove s’esilia l’anima mia
    chimerici peschi foggiarono
    la tua carne flessuosa, con la neve
    odorante dei loro fiori
    che le sonore dita del vento plasmavano!
    Io venni a te, tremante e religioso,
    come in un tempio avanzandomi incerto
    come in un’umida grotta!
    A te venni, inciampando a ogni mio timido passo,
    trattenendo il respiro
    per non destare il dolor nel passare!
    Si schiuse il tuo sorriso
    nella serena acqua del tuo viso,
    come al cadere placido d’un fiore
    S’aprì a ventaglio il tuo sorriso
    fluttuando nel cielo, e fece impallidire
    il viso impetuoso degli Astri, nel silenzio!
    Io ti parlavo volubilmente di strane cose,
    bagnata l’anima di una sgorgante angoscia,
    e mi pareva di sentirmi avvolto
    dalla corrente d’un fiume voluttuoso.
    Avidamente, spiavi tu sul mio labbro
    l’Anima mia, come un miele dorato!
    Sentii che il volto mi s’infocava
    come un castello incendiato, che il nemico saccheggia.
    Ti parlavo, e i miei pensieri stravolti
    si riflettevan lontani e vaporosi
    nella tranquilla acqua del tuo viso!—

    Tu volesti rispondermi, ma non sapesti che dire.
    Mi domandasti le mie angosce, i miei timori,
    poiché mi vedevi tremar sulla soglia
    come trema un colpevole
    Ed io simile ero ai vagabondi feriti
    che vanno rantolando
    di porta in porta, in cerca di rifugio,
    tra i pugni alzati delle folle implacabili!
    Mi parlasti di cose indifferenti! Domandasti
    della mia vita passata, della mia patria lontana—
    Volesti sapere il mio nome
    e tutto ciò che si suol domandare
    ai viaggiatori stanchi, beventi alle fontane,
    la sera,
    quando tutto si fa nero
    Poiché sono il mendicante affamato d’Ideale
    che vien non si sa d’onde,
    e va lungo le spiagge
    implorando amore e baci, per nutrirne il suo Sogno!
    Ti seguii fino in fondo alla tua casa;
    fummo soli, lontani dalle folle umane,
    sulla soglia dell’Infinito, e sentii
    la soavità dei crepuscoli sul mare,
    quando si ripara in un golfo violetto
    umido di silenzio!
    Fummo soli, e il mio Sogno
    al suo Sogno canto:

    Oh! abbassa languidamente le palpebre
    sull’errante follia del tuo sguardo.
    Abbassa le tue palpebre mistiche e lente
    come ali d’angelo che si chiudano
    Abbassa le tue palpebre rosee,
    perché l’agile fiamma dei tuoi occhi vi scivoli
    come sospiro di luna tra persiane socchiuse.
    Abbassa le tue palpebre e poi alzale ancora,
    e potrò smarrirmi alfine nei tuoi occhi,
    nei tuoi occhi, per sempre,
    come su laghi assopiti, la sera,
    tra fogliami placidi e neri!

    «Sii dolce, poiché il mio cuore
    trema fra le tue dita— Sii dolce!
    L’Ombra è attenta a spiare le nostre ebbrezze, e il Silenzio
    si china e ci accarezza
    come una madre intenerita Sii dolce!
    Per la prima volta adoro
    l’anima mia perdutamente e l‘ammiro
    perché t’ama così, come una povera pazza!
    Adoro le mie labbra, poiché le mie labbra ti desiderano
    La mia anima è tua, la mia anima
    è sì lontana ed azzurra da sembrarmi straniera!

    Davanti a te si umilia, la mia anima,
    qual pecora morente, e s’addormenta,
    abbrividendo sotto i tuoi fragili piedi
    come un prato che tutto s’inargenta
    sotto i passi furtivi della luna

    «Vieni!— le mie labbra folli attireranno
    il tuo volto pensoso e i tuoi grandi occhi dolenti
    verso le spiagge abbagliate del Sogno
    verso divini arcipelaghi di nuvole!
    Le mie labbra saranno instancabili
    come i bardotti che lentamente traggono,
    nella rosea frescura dei mattini,
    le grandi barche dalle vele solenni
    verso lo scintillìo perlato
    del mar lontano. Ed io
    non sarò più che il tuo soffio E il mio sangue
    travolgerà nel suo corso il profumo delle tue labbra,
    come un fiume a primavera, inebbriato di fiori!

    Allora la tua bocca rosea s’aprì,
    fragile conchiglia rombante,
    per mormorare sinuosamente
    il delirio dello spazio e il canto febbrile dei mari!
    Al ritmo della tua voce, il mio cuore
    si preparò lentamente a salpare
    verso porti esaltati di sole
    e verso sfolgoranti isole d’oro
    Tu mi dicevi ingenuamente
    che mai nessuno avea così cantato
    alle porte del tuo cuore
    che mai nessuno aveva pianto
    il suo sogno e il suo dolore
    profumandoti il seno di lagrime!

    Poiché sono il mendicante che piange e si lamenta,
    il mendicante affamato d’Ideale
    che vien non si sa d’onde, e va lungo le spiagge
    implorando amore e baci
    per nutrirne il suo Sogno!

    I tuoi gesti assopenti e vellutati
    ebbero il carezzevole languore
    che hanno i remi sopra l’acque brune, a sera
    L’ora liquida e gemebonda s’increspò abbrividendo.
    Le nostre voci caddero
    Ma la Lussuria, ahimè, ci spiava
    frugando insidiosa nell’ombra
    la Lussuria ansimante lungo i muri strisciava!

    Dalla finestra aperta, a quando a quando
    il vento della notte
    si rovesciava su di noi,
    avvolgendo la sua groppa oscena
    nella porpora delle tende
    Noi vedemmo la lampada d’oro svenire
    come una bimba malata tra vaporosi lini,
    e dolcemente morire!
    Vedemmo i casti bagliori della lampada
    inginocchiarsi, venendo meno, lungo i muri,
    come gli angeli preganti
    e i nostri sogni s’inchinarono, malinconici
    e rassegnati, nel silenzio
    Allora il mio folle desiderio t’apparve
    sguainato come una spada,
    e, brancolando sul tuo corpo puro,
    con un gesto selvaggio violentemente cercai
    il tepore assorbente della tua bocca.
    Fuori di noi, in una nera ebrietà,
    sinistramente ci prendemmo le labbra,
    come se commettessimo un delitto!
    Le labbra mie s’accanirono
    sulle tue, pesantemente,
    e le nostre bocche ne furono insanguinate
    come due lance!

    Con un gesto sublime,
    tu m’offristi, in delirio, la tua nudità soave
    come una fiasca di pellegrino, ed io
    abbeverai la mia sete immensa
    sul tuo corpo ignudo, fino al delirio,
    cercandovi l’immenso Oblio
    Tremante e come pazza di vertigine
    si chinò la mia Anima
    sulla tua bellezza radiosa,
    perdutamente, come sopra un abisso
    vertiginoso di profumi e di calde luci!
    I tuoi occhi s’illanguidirono dolcissimamente
    sotto le rosee palpebre
    lampante velate di vaporosa seta
    e, chinato fra i tuoi svolazzanti capelli,
    io presi alfine la tua Anima, tutta
    la tua Anima, religiosamente,
    protese le labbra,
    come si prende l’ostia consacrata.

    Quando ripresi il cammino
    verso la profondità delle livide notti
    il cuore mio, fattosi nero, ebbe sete,
    e avidamente io bevvi la nera
    acqua delle fontane
    Indi fuggii, precipitando i miei passi,
    verso l’Ignoto
    Poiché sono il mendicante
    che va lungo le spiagge
    implorando amore e baci, per nutrirne il suo Sogno,
    con in cuore il terrore di affondare per sempre
    i suoi piedi sanguinanti
    nella freschezza carnale delle sabbie, in riva ai mari,
    in una qualche Sera
    di stanchezza mortale e di Vuoto infinito!

     
  • Salite in autocarro aeropoeti e via che si va finalmente a farsi
    benedire dopo tanti striduli fischi di ruote rondini criticomani
    lambicchi di ventosi pessimismi
    Guasto al motore fermarsi fra Italiani ma voi voi ventenni siete
    gli ormai famosi renitenti alla leva dell'Ideale e tengo a dirvi che
    spesso si tentò assolvervi accusando l'opprimente pedantismo
    di carta bollata burocrazie divieti censure formalismi
    meschinerie e passatismi torturatori con cui impantanarono il
    ritmo bollente adamantino del vostro volontariato sorgivo a
    mezzo il campo di battaglia
    Non vi grido arrivederci in Paradiso che lassù vi toccherebbe
    ubbidire all'infinito amore purissimo di Dio mentre voi ora
    smaniate dal desiderio di comandare un esercito di
    ragionamenti e perciò avanti autocarri
    Urbanismi officine banche e campi arati andate a scuola a
    questi solenni professori di sociologia formiche termiti api
    castori
    Io non ho nulla da insegnarvi mondo come sono d'ogni
    quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo spazio
    I cimiteri dei grandi Italiani slacciano i loro muretti agresti nella
    viltà dello scirocco e danno iraconde scintille crepitano
    impazienze di polveriera senza dubbio esploderanno
    esplodono
    morti unghiuti dunque autocarri avanti
    Voi pontieristi frenatori del passo calcolato voi becchini
    cocciuti nello sforzo di seppellire primavere entusiaste di gloria
    ditemi siete soddisfatti d'aver potuto cacciare in fondo fondo al
    vostro letamaio ideologico la fragile e deliziosa Italia ferita che
    non muore
    Autocarri avanti e tu non distrarti raggomitola il tuo corpo
    ardito a brandelli che la rapidità crudele vuol sbalestrarti in cielo
    prima del tempo
    Scoppia un cimitero di grandi Italiani e chiama Fermatevi
    fermatevi volantisti italiani aveva bisogno di tritolo ve lo
    egaliamo noi ve lo regaliamo noi noi ottimo tritolo estratto dal
    midollo dello scheletro
    E sia quel che sia la parola ossa si sposi colla parola possa con
    la rima vetusta frusti le froge dell'Avvenire accese dai
    biondeggianti fieni di un primato
    Ci siamo finalmente e si scende in terra quasi santa
    Beatitudine scabrosa di colline inferocite sparano
    Vibra a lunghe corde tese che i proiettili strimpellano la
    voluttuosa prima linea di combattimento ed è una tuonante
    cattedrale coricata a implorare Gesù con schianti di petti
    lacerati
    Saremo siamo le inginocchiate mitragliatrici a canne palpitanti di
    preghiere
    Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti
    traforati dal veemente oblio eterno