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Recensioni di Francesca Arangio

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  • Il passato torna. Sempre.
    Ferma un attimo la tua mente ingarbugliata, piena di ricordi, di attese e di ricerche assidue di un qualcosa di indefinibile e d'irraggiungibile. Blocca il pensiero che scorre inarrestabile e argina il flusso di coscienza. Fermati e tieni il conto di quanto rimane: la vita, con le sue mille sfaccettature giuste e sbagliate.
    Alla sua prima pubblicazione, l'autrice ci racconta la storia di una sua grande amica persa e poi ritrovata un giorno per caso sul web e lo fa con un monologo in prima persona.
    La scelta mirata di non dividere il discorso in capitoli sottolinea il non voler interrompere i pensieri impetuosi che si accavallano nella sua mente e che devono necessariamente trovare un ordine per arrivare ad una meta: la pace dei sensi da un'oscurità fondamentale che a volte, facilmente, ci cattura e di cui non riusciamo a liberarci se non attraverso un sentiero tortuoso di purificazione.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Che cos'è l'amor? Piero Angela ci dà la sua versione dei fatti, scientifici ovviamente.
    Un libro interessante ed esaustivo, non di larghe pretese, che intende dare al lettore una visione diversa su quello che è il sentimento più bello (e a volte più brutto) del mondo: l'amore è infatti una croce e, contemporaneamente, una delizia dell'essere umano e quale migliore opportunità quella di averne una visione d'insieme da un altro punto di vista?
    L'amore è come una pianta: in effetti il paragone è perfetto se si pensa a come nasce e muore, lasciando a volte delle conseguenze traumatiche.
    L'amore è bellezza universale, ricerca del partner, sesso in Cina (come sottomissione e sfruttamento) o pace all'interno di un gruppo per alcune specie di scimmie.
    L'amore è patologico: una vera e propria droga che porta chiunque a modificare il proprio comportamento pur di non perdere l'altra persona o, anche, attaccamento ai deliri moderni della società (internet, lo shopping, etc.).
    D'amore ce n'è per tutti i gusti e in tutte le salse... buona lettura!

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    recensione di Francesca Arangio

  • Cosa dice il mare? E la risposta è: basta ascoltarlo.
    La locanda Almayer nel mare del Nord (già utilizzata da Joseph Conrad) è un posto dove s'intrecciano le vite e le storie di sette persone, tra cui:
    - il professor Bartleboom che studia i limiti e cerca di capire dove finisce il mare;
    - Elisewin ammalata di ipersensibilità, mandata lì dal padre Pluche per salvarsi con il mare;
    - Plasson che dipinge solo con acqua marina, ma le cui tele rimangono sempre bianche, perché non riesce a capire dove inizia il mare;
    - Ann Deverià, una donna molto bella, che si trova lì per cercare di guarire dall'adulterio. Viene infatti allontanata dal suo amante, Andrè Savigny (che riuscirà comunque a raggiungerla);
    - Thomas Adams, un uomo molto misterioso, che somiglia ad un animale da caccia. Ha vissuto in luoghi strani e sconosciuti;
    - il misterioso uomo della settima stanza (al lettore sta scoprire chi è).
    Ognuna di queste storie ha incontrato il mare: ed è lo stesso mare il protagonista di tutto il libro.
    Il mare visto come distesa immensa, forte, capace di distruggere, ma anche di essere piacevole, saggio e magico.
    Ogni storia ha un suo modo di vivere il mare perché "...aveva quella bellezza di cui solo i vinti sono capaci e la limpidezza delle cose deboli e la solitudine, perfetta, di ciò che si è perduto..."

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    recensione di Francesca Arangio

  • Un uomo di mezza età, Emerenziano Paronzini, è diviso tra tre sorelle, le signorine Tettamanzi.
    Tra loro, convola a nozze con la più grande, ma riesce comunque a passare da un letto all'altro, rendendole tutte felici. Ognuna è convinta di averlo sedotto e non si accorge che invece è lui a comandare il gioco.
    Di questo romanzo vi è stata una fortunatissima trasposizione cinematografica del 1970, interpretata da un abile Ugo Tognazzi, che riesce a mettere in pratica gli insegnamenti dello scrittore e antropologo Paolo Mantegazza: ad una certa età, l'uomo per stare bene deve avere solo 3 C: calore, comodità e carezze.
    Chi allora meglio di Piero Chiara, poteva rendere a parole una situazione così immorale, tanto divertente? Lo scrittore smonta la vita borghese di provincia, composta da un' ipocrita rispettabilità e abitudini pigre; ne parla con molto sarcasmo e, sotto l'apparenza del riso, fa trasparire una cronica sofferenza perché coglie l'essenza dei comportamenti umani dettati dall'istinto contro quelli comandati dall'ethos sociale.

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    recensione di Francesca Arangio

    • Casina
    • 04 maggio 2011 alle ore 9:36

    La Fondazione Teatro Coccia di Novara ha definito l'ultima commedia di Plauto “Versi di-vini, versi da bere”, attribuendo al testo del commediografo un rigo poetico perfetto come una divinità, ma allo stesso tempo conviviale come un vino: un verso che come un grande vino scivola senza che chi lo gusta se ne accorga e regala, durante il consumo, sostanza e allegria.
    Casina narra una storia semplice e lineare: Cleustrata si accorge della torbida passione del marito Lisidamo per la figlia adottiva Casina, della quale, però, è seriamente innamorato anche il figlio Eutinico. I due coniugi si serviranno di amici e servi per architettare e smontare i reciproci piani, arrivando comunque al lieto fine e a favore del giovane. 
    Come tutte le commedie di Plauto, anche questa rappresenta la traduzione di una commedia greca ed è ricca di grandi peculiarità: è stata completata da un capocomico (dopo la morte di Plauto, avvenuta nel 184 a.C.); Casina non appare mai in scena (anche se tutta la vicenda gira intorno alla sua figura);  il personaggio di Lisidamo, in realtà è un personaggio anonimo, una grande maschera satirica, carica di passione incontrollabile per una donna molto più giovane.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Ambientato ad Orano, una città algerina, in un imprecisato periodo degli anni '40, "La peste" di Albert Camus è un romanzo esistenzialista in cui, però, questa corrente di pensiero sembra essere trattata in una versione più positiva: di fronte all’assurdo (rappresentato dai flagelli che colpiscono l’umanità e nel romanzo, appunto, un’epidemia di peste, metafora del male in generale, e del nazismo nello specifico), non resta che la ribellione di coloro che s' impegnano con onestà ricercando la solidarietà nei propri simili.
    La peste sarà vinta, ma sul male che rappresenta non ci possono essere vittorie definitive.
    E' un vero e proprio dramma collettivo che spinge i protagonisti della storia a cogliere i veri valori umani in quanto tali: "vi sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare".
    E questi valori, sono tanto più sostanziali e profondi quando si riferiscono all'essere umano come 'l'altro': sollecitato da una situazione esterna e per di più avversa, l'uomo scopre sempre di essere accomunato agli altri uomini dall'esistenza di sentimenti e aspirazioni simili, a cominciare dal desiderio di reagire alla disperazione e alla morte... peccato che molto spesso, lo dimentichi con altrettanta facilità.

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    recensione di Francesca Arangio

  • La lotta spietata fra due finanzieri che aspirano alla direzione di una delle più grandi banche americane, in un gioco di denaro sporco, dove fanno da sfondo il crimine organizzato e due figure femminili (a loro volta tra loro antagoniste). L'abilità narrativa di Hailey sta nel coinvolgere il lettore nella vicenda che racconta, a tal punto di sentirsi protagonista egli stesso.
    Un thriller che si legge tutto d'un fiato e come un giornalista lo definì, insieme agli altri capolavori di questo scrittore, Hotel e Airport : "Si tratta di testi così perfetti che non si sa se furono scritti per essere pubblicati o per essere trasportati sullo schermo".
    Il romanzo, tradotto in 27 lingue, sceneggiato dalla Paramount Television nel 1976, interpretato da un magistrale Kirk Douglas e da un'altrettanto talentuosa Joan Collins, è stato messo in onda anche dalla tv italiana e molto apprezzato dal pubblico televisivo.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Sicuramente Ionesco non è un autore facile e tutte le sue opere sono volutamente ermetiche e al di fuori dei canoni tradizionali, tanto è vero che è difficile percepirne l'umorismo e l'ironia, perché si tratta di un 'riso amaro', quasi di un ghigno beffardo che preannuncia un profondo e irreversibile pessimismo.
    E' altresi curioso notare la nascita di quest'opera di teatro: lo scrittore aveva deciso di imparare l’inglese e, leggendo un manuale di conversazione, rimane colpito dall’involontaria e quasi inconsapevole comicità dei dialoghi, rendendosi conto di avere davanti un testo quasi pronto e facilmente adattabile. Sin dalle prime battute, infatti, si nota come i personaggi non comunicano tra di loro, ma parlano solamente, emettendo frasi fatte e senza una vera necessità di risposta.
    Insieme a Beckett, Ionesco è il grande rappresentante del Teatro dell'Assurdo. Scrive una forma di commedia che porta in sé una grande tragedia, quella di un mondo uscito da pochi anni dalla Seconda Guerra Mondiale, in preda ad una crisi di valori e ad uno smarrimento senza ritorno.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Parole semplici per una storia sottile in cui Emilio Brentani, un intellettuale triestino di 35 anni, si riconosce incapace di gestire la vita, cade nell'inettitudine e, infine, sprofonda nella malattia e nei ricordi.
    Pubblicato per la prima volta nel 1898, non ottiene alcun successo. E' solo nel 1927, quando Joyce dichiara pubblicamente di apprezzarlo, che comincia ad essere considerato un capolavoro.
    Un romanzo interamente votato alla minuziosa analisi psicologica, condotta attraverso il sapiente uso del discorso indiretto libero, che ruota attorno all'introspezione, 'in primis' quella di Emilio (motore di tutta la trama) e, che viene spalmata anche negli altri tre personaggi che lo circondano: la sorella Amalia, la fidanzata Angiolina e il suo migliore amico Stafano Balli.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Famoso per essere stato un giornalista, politico e scrittore della biografia di Antonio Gramsci (tradotta in tutto il mondo), Giuseppe Fiori racconta in queste righe la storia di 466 partigiani che si rifugiano alla fine degli anni'40 a Praga perché dopo la liberazione, si rifiutarono di seguire le regole della Restaurazione che stava vivendo l'Italia: la mancata epurazione dei fascisti dal paese.
    Il romanzo è narrato in prima persona, ma il narratore non corrisponde all'autore: ad un certo punto, infatti, compare un certo Giuseppe Fiori, un giornalista di sinistra, che ha una storia politica diversa da quella di coloro che intervista e per i quali prova solo una grande simpatia.
    Sullo sfondo di una Praga non vista come terra dalle cupole d'oro e piena di cultura, si parla di ideali socialisti forti messi in dubbio, di speranze svanite, di una profonda impotenza e del sentirsi frustrati dopo aver lottato tanto per una giusta causa.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Insieme al "Castello di Otranto" di Horace Walpole, "Vathek" di William Beckford e "I Misteri di Udolfo" di Ann Radcliffe, è uno dei romanzi gotici inglesi più famosi del XVIII secolo, a tal punto che Antonin Artaud negli anni '30 del XX secolo (già conosciuto per avere alle spalle una ricca esperienza di uomo di teatro, cinema e letteratura) decise di farne una copia francese.
    Il romanzo racconta la storia di Ambrosio, un severo monaco spagnolo, ammirato in tutta Madrid per i suoi sermoni. Un giorno scopre che il suo ammiratore più fedele all'interno dell'abbazia che lo ospita, è in realtà una donna (Matilda) che lo seduce e lo coinvolge in un gioco perverso di peccato e lussuria. Per appagare i suoi desideri carnali, infatti, Ambrosio non si ferma alla passione per Matilda ma s'innamora di un'altra giovane (Antonia) e per sedurla, ricorre alla stregoneria.
    La trama va avanti su questa scia, facendosi sempre più cupa e prendono, così, forma gli incubi gotici del nostro Io: mostri, ossari, labiritni, teatrini di tortura e, soprattutto, l'eros visto come rifiuto (perché in teoria, non dovrebbe appartenere alla cultura ecclesiastica), diventa una minaccia e si trasforma in atroce violenza. E' proprio qui che Lewis centra la sua trama: la bestia che fa parte dell'essere umano, non può essere uccisa e prende la sua forza interna proprio dalla pressione esterna che l'ipocrisia cerca di sottomettere.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Una bella storia, quella di Moise Levi, che a 23 anni lascia Fossano con un carretto di stracci per andare a fare fortuna a Torino. E così sarà grazie al suo fiuto per gli affari. La sua, diventa una grande famiglia con i propri affanni, le gioie, le cene e i silenzi.
    Ambientato negli anni mussoliniani della marcia su Roma, la scrittrice, per usare un'espressione di Paul Celan, non ci racconta "ciò che era stato perché è conosciuto", ma “ciò che sarebbe potuto essere” se in un giorno del 1924 a Mussolini fosse preso un colpo.
    La bravura di raccontare la storia di una famiglia comune, ma dai risvolti amari per ciò che la stessa rappresenta, è quella di far sentire che la vita scorre sempre e che l'epoca storica che viviamo oggi si è fatta anche i perseguitati del Nazismo e del Fascismo: non bisogna mai arrendersi al silenzio dei morti della Shoah e ricordarsi sempre che ognuna delle rughe che prima o poi nascono sul nostro corpo, fanno parte anche di coloro a cui i lager hanno negato la scelta di in che modo vivere la giovinezza, la maturità e la vecchiaia.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Il titolo del romanzo (nonché del cult girato da Stanley Kubrick) nasce nel 1945, quando lo scrittore, al ritorno dal fronte, in un pub di Londra sente un 'cockney' (londinese) ottantenne dire di qualcuno che era "sballato come un'arancia meccanica".
    Espressione curiosa, non c'è che dire, ed azzeccata per scrivere una storia basata sul lavaggio del cervello.
    La violenza giovanile avanza con vigore e, la prigione e i riformatori, non fanno altro che peggiorare la condizione dei malviventi in generale: allora perché non risparmiare denaro sottoponendoli ad una vera e propria terapia del disgusto? 'La cura Ludovico' serve proprio a questo: cerca di associare nei prgionieri l'atto di violenza al malessere fisico e psicologico, fino all'invocazione della morte.
    E' la stessa cura a cui viene sottoposto il protagonista principale di questa storia, Alex,  e che rappresenta, allo stesso tempo, l'umanità che è in ognuno di noi in tre modi: è aggressivo, ama la bellezza e si serve di un suo personale vocabolario linguistico, totalmente inventato per comunicare quello che ha dentro al mondo esterno.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Questa storia diventa famosa quando, nel 1999, Stanley Kubrick la trasforma nella sua ultima immagine filmica dando vita a "Eyes Wide Shut" (anche se non ha il merito di esserne il precursore perché 10 anni prima, nel 1989, il regista italiano Mario Bianchi, girò un film ispirato alla stessa trama).
    La crisi che vivono i due coniugi viennesi, Albertine e Fridolin rappresenta un vero e proprio diagramma di  turbamenti paralleli che, allo stesso tempo, ne giustifica il titolo. Fridolin, infatti, vive e colora la realtà con le tinte del sogno, mentre Albertine traforma il sogno in realtà.
    La scoperta dei mondi interiori (studiata per anni dal padre della psicanalisi Sigmund Freud) viene alla luce durante un ballo in maschera, in cui la rigidità delle categorie in cui è suddivisa la società viennese verrà a cadere, lasciando il posto alla liberazione dei sensi.
    "Doppio Sogno" non è solo un racconto, ma anche un viaggio nella parte oscura che vive in ognuno di noi (rappresentata qui dal gioco delle maschere): un vero e proprio passaggio onirico che termina ogni volta ad un nuovo risveglio speranzoso e consapevole di poter cambiare strada nella realtà.

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    recensione di Francesca Arangio

  • "Signore, dai forza al mio nemico e fallo vivere a lungo affinchè tu possa assistere al mio trionfo".
    Nella Magonza del 1400, vive Michel Melzer, un fabbricante di specchi e stampatore, con la figlia Editha.
    Sin dai tempi della scuola, si è sempre stati abituati a sentir parlare di Gutemberg come inventore della stampa: l'autore di questo romanzo, al contrario, ci racconta che gli inventori della stampa sono stati i cinesi. Il protagonista, allora, diventa l'importatore in Occidente di questa "stregoneria" che gli procura ricchezza e fama, ma che lo trasforma, al tempo stesso, in un facile bersaglio esposto a pericoli e tentazioni.
    Il suo aiutante, subdolo e arrivista (un certo Gutenberg), dopo aver appreso tutti i segreti, diviene poi famoso per aver stampato la prima Bibbia, mentre il suo padrone, poveretto, stampa una Bibbia eretica solamente per paura di ritorsioni.
    Ma sarà stato veramente così?
    Al lettore sta scoprire il segreto nascosto nelle pagine che i tanti personaggi che si accavallano nel racconto e che si muovono fuori e dentro la città di Costantinopoli, non lo rendono di facile veduta. 
    Tra i vari personaggi, infatti, vi è anche la figlia di Melzer, con la storia del suo matrimonio combinato, con l’odio che prova per il padre; le vicissitudini degne di un thriller, le fughe e le disgrazie e, infine, i giorni della prigionia per Melzer, da cui parte tutta la vicenda.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Un adolescente di nome Nino è mantenuto in un collegio da tre misteriose zie di Roma.
    Finito il ginnasio, le va a cercare, ma la loro casa è vuota e sprangata.
    Disperato, chiede aiuto ai frati d'un convento adiacente, che lo violentano e lo corrompono al punto di fare di lui una perfida e volgare marchetta.
    Uscito dal convento, Nino trova una donna che afferma d'essere sua madre ma che lui trova sgradevole, anzi "diabolica", così come trova soffocante la pur tanto sognata atmosfera di famiglia che lei gli offre.
    Quindi preferisce vendersi al miglior offerente sotto i ponti di Roma.
    Lo scrittore qui introduce un colpo di scena: Nino scopre per caso che le zie esistono davvero e che sono ricoverate in un manicomio.
    E qui preferirà il ricovero in manicomio alla vita maledetta che gli offre la società normale. Agli occhi del lettore, s'insinua così il sospetto: la vicenda potrebbe essere solo una fantasmagoria, un'allucinazione vissuta da parte d'un adolescente ricoverato in un manicomio o la storia è reale? L'autore, però, termina senza sciogliere il dubbio e lascia trarre al lettore le proprie conclusioni.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Seneca scrisse le "Lettere a Lucilio" negli ultimi anni della sua vita, fra il '62 e il '65 a.C., affidando ad esse le sue ultime meditazioni sulla vita. Del destinatario, un intellettuale proveniente dalla Campania, non si sa molto. Ma ogni lettore può facilmente riconoscersi in lui perché ciò che è scritto in queste righe, appartiene all'esperienza esistenziale di ciascuno di noi.
    Le lettere, infatti, hanno degli spunti tratti dalla vita quotidiana: un incontro, un weekend improvvisato, un ricordo, una lettura: qui il noto consigliere di Nerone, cerca d'insegnare all'individuo a riappropiarsi del tempo, a combattere le frustrazioni, a scoprire l'autenticità dei sentimenti e il valore dell'onestà.
    Le lettere, così, scandiscono le tappe di un'arte del vivere e puntano a trovare l'equilibro delo spirito e il rispetto di sé.

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    recensione di Francesca Arangio

    • 1984
    • 11 marzo 2011 alle ore 14:37

    Chi siamo noi? E chi sono gli altri?
    Imparare a sapere chi sono gli altri attraverso se stessi: se lo chiede il protagonista del romanzo di George Orwell, Winston Smith, un membro subalterno del partito Minamor che si occupa di modificare la storia scritta fino a quel momento, per far credere agli uomini che il partito al governo sia infallibile. La storia non esiste più, se non per dare credibilità al partito.
    Nell'agghiacciante visionarietà di Orwell, il mondo del futuro è controllato da un occhio umano e inumano allo stesso tempo: il Grande Fratello. Si vive sotto censura dove anche il sesso non è libero ma finalizzato esclusivamente alla procreazione senza piacere. L'alienazione regna sovrana: è una condizione amara da cui è impossibile uscire.
    Una lettura non facile, che suscita un forte senso di nausea e apre la strada per una lucida interpretazione della società contemporanea.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Aprire gli occhi ai cittadini sul nostro Bel Paese è un compito arduo e rischioso, e Roberto Saviano lo aveva già assunto in passato. Ma con questo scritto, nato dalla trasmissione televisiva andata in onda su Rai Tre i quattro lunedì di novembre 2010, lascia un segno indelebile nella storia italiana, perchè riporta su carta le parole viste in televisione.
    Come può uno scrittore esorcizzare la paura di sentirsi a proprio agio quando non lavora con le parole su un foglio di carta? La risposta l'abbiamo incontrata visivamente in tv e ora la possiamo toccare con mano: la "parola", aggressiva, commovente, sincera, aperta sulla realtà dei fatti. E' un libro che racconta l'Italia che non vorremmo più vedere o sentire, che apre una porta alla speranza che le cose possano veramente cambiare, perché prima di essere spettatori di una qualsiasi trasmissione o abitanti del nord e del sud, siamo cittadini uniti sotto un unico tricolore.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Il romanzo tratta la cronaca di una morte di una bella ragazza rumena, ex prostituta e neo moglie di un banchiere torinese. Otto donne (una bidella, una giornalista, una barista, una carabiniera, la figlia, la migliore amica, una vecchia contessa e una volontaria) raccontano la loro testimonianza. Ogni capitolo è un punto di vista di cui bisogna tener conto.
    Bisogna indagare sul vecchio mondo della prostituzione di cui faceva parte o di quello nuovo e borghese che ha conosciuto dopo il matrimonio con il banchiere?
    E' una storia semplice e scorrevole, brillante e intelligente allo stesso tempo, i cui punti di forza sono  quelli di delineare la psicologia delle donne che narrano e conoscono o suppongono di conoscere i fatti e il linguaggio usato: apparentemente sgrammaticato, Risulta al contrario, essere ricercato nella forma perché povero di punteggiatura, fluido, il più vicino possibile a quello parlato.
    E se alla fine, la soluzione del mistero non è una sorpresa per il lettore, resta comunque il ricordo di un romanzo ben scritto e non pretenzioso.

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    recensione di Francesca Arangio

  • "E mi sono convinta che i vuoti spazi echeggianti del cuore siano parte integrante della condizione umana non meno del nostro desiderio di colmarli."
    Così Tilo, una maga delle spezie nata in un piccolo villaggio indiano, rapita dai pirati, vissuta su un'isola che nessuno conosce dove incontra l'Antica che le apre la strada alla magia, si ritrova in una bottega di spezie in California.
    Qui si assume il compito di aiutare gli Indiani che vivono lì.
    Nel suo negozio passano s'intrecciano varie umanità: donne maltrattate, bambini emarginati, uomini che rischiano la vita...storie di emigrazione in un America che va troppo veloce per fermarsi in una piccola bottega profumata.
    Tilo, impegnata ad aiutare la sua gente, però non ha fatto i conti con l'amore...
    Una fiaba moderna e d'altri tempi allo stesso tempo, di cui è disponibile anche una versione cinematografica di tutto rispetto

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    recensione di Francesca Arangio

    • La cena
    • 03 febbraio 2011 alle ore 11:41

    Metti una sera a cena in un ristornate di lusso due fratelli e le loro mogli seduti attorno ad un tavolo.
    Ma, al contrario di ciò che si possa pensare, non si tratta di un amorevole incontro familiare perchè l'argomento principale riguarda i loro figli che si sono resi protagonisti assoluti di un crimine.
    Cosa arriveranno a fare i genitori pur di difenderli?
    Lo scrittore usa la voce narrante di uno dei due fratelli per raccontare gli eventi.
    La divisione in capitoli , fatta rispettando le portate che si susseguono, rimanda alla divisione in atti delle tragedie.
    Una storia dura e piena di suspence che racconta la storia di due famiglie: di quattro genitori combattuti tra la coscienza morale e la ragione del cuore e di due adolescenti che osano giocare con le loro vite perchè non sono riusciti a controllare l'emozione primaria della rabbia.

     

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    recensione di Francesca Arangio

  • Gwenni Morgan ha 12 anni e di notte vola nel sonno sopra il paesino del Galles in cui abita.
    Dall'alto si notano tante cose, come il corpo di un diacono che galleggia in una vasca battesimale. L'equilibrio della routine quotidiana del posto è sconvolto.
    E così, la piccola inizia a indagare sul mistero della morte di quest'uomo facendo in giro tante domande che, la gente del posto reputa indiscrete perchè aprono la strada a delle rivelazioni altrettanto sconcertanti.
    L'autrice, attraverso la voce fresca di un'adolescente curiosa, scava nel mondo degli adulti costruito su  muri d'omertà che loro stessi creano ogni volta che non sanno o non vogliono affrontare la realtà.
    Un romanzo inusuale perchè ogni parola ha un senso preciso ai fini della storia.
     

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    recensione di Francesca Arangio

    • Le onde
    • 27 gennaio 2011 alle ore 18:16

    In questo romanzo, Virginia Woolf già dal titolo sottolinea alcune impermanenze della vita umana: la continuità del discontinuo (proprio come il flusso e il riflusso delle onde del mare), il conflitto tra tempo e durata, l'eterno fluire della realtà con i processi di nascita e morte dell'esistenza.
    La scrittrice rifiuta una caratterizzazione dei personaggi in senso tradizionale e la sua concezione della vita appare in tutta la sua chiarezza.
    Concentrandosi sul monologo interiore dei personaggi, la scrittrice riesce a mostrarci l'esperienza del vivere umano: la realtà che si apre agli occhi del lettore riguarda la presa di coscienza della solitudine e l'assorbimento passivo dell'esperienza piuttosto che il suo risolversi in azione.
    L'interesse, quindi, non sembra più concentrato sul problema del tempo: i sei personaggi che compongono la trama sono liberi dalle illusioni temporali: stanno al di là di esso e, contemporaneamente, si specchiano in esso incarnando un qualcosa di spirituale che è immune dall'inganno della realtà mutevole.
    I sei personaggi sono fusi tra loro in un turbinio di emozioni ed esperienze e rivelano la struttura di fondo della personalità umana: la capacità di provare gioie e dolori, il timore della vita (che è uguale a quello della morte), l'essere schiavi delle ns coscienze.
     

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Generalmente la tradizione critica letteraria divide i personaggi o eroi di un'opera letteraria in "flat" (se questi sono costruiti su una singola idea)o "rounded" (se, invece, sono soggetti a cambiamenti o crescita interiore). In questo caso letterario, Novecento non è il calssico eroe ma, per essere il protagonista principale, ha anche un elevato spessore psicologico sia perchè in preda ad una crisi esistenziale, sia perchè mosso da una grande passione (la musica), da sentimenti puri e, infine, da un'immensa elevatezza d'animo. Nel monologo non vi è una descrizione particolareggiata dei personaggi o della voce narrante che racconta la storia: Baricco non dice nulla della loro storia personale o del loro passato e lascia che il lettore fantastichi su questi, lasciandosi trasportare dalla diverse musiche che fuoriescono dallo scorrere delle pagine.
    Se da un lato il monologo rispetta i codici di fruizione e le regole di finzione di un prodotto artistico (cioè una storia da raccontare attraverso dei luoghi e dei personaggi che agiscono in una trama di eventi legati da un principio di causa-effetto), dall'altro lo scrittore prosegue il suo racconto con una struttura "aperta" che denota la volontà di spiegare la storia, ma un finale "chiuso" perchè il protagonista muore e non lascia che nessun altro raccolga e continui la sua eredità musicale. Il monologo, in sostanza, non sovraesplicita: lascia al lettore libere interpretazioni e intuizioni, permettendo che questi senta la sofferenza di Novecento.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio