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Racconti di Francesca Montomoli

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  • 17 aprile 2012 alle ore 16:13
    Time out all'Infinito

    Come comincia: Era una mattina come tante, forse un giovedì, non ricordo bene, è passato del tempo. Un tempo che non so quantificare avendo ormai perso ogni riferimento.

    Comunque quella mattina, sbirciando da sotto la tendina di camera mia, il tempo sembrava davvero buono. Per tutta la visuale consentita dal vetro a riquadri leggermente appannato dal fiato, il cielo era uno splendore. Nessuna nuvola dietro il crinale, nessuna velatura nel turchino accecante, neanche un filo di vento a solleticare le chiome degli abeti  che a destra ammantavano d’ombra il ripido pendio roccioso. Per questo non mi preoccupai del Meteo, uno sguardo fuggevole e distratto sarebbe forse bastato ma, resa ottimista dalla leggera euforia per l’evento della vita, non  me ne curai. Afferrai la giacca a vento, la sciarpa di lana multicolore fatta a mano da mia zia, lo zaino stracolmo come quello di un esploratore  e infilai le scale dello chalet quasi danzando.

    Difficile immaginare l’odore dell’aria di montagna in un giorno come quello senza esserci stati almeno una volta, né la statica trasparente leggerezza delle immagini, l’ingannevole percezione degli spazi, la sensazione di serena fluente eternità. Frizzante, come una coppa di champagne ghiacciato, un delizioso pizzicorino sulla punta del naso e delle dita. Odore di muschio dietro la tettoia del box, odore di lana vecchia nella coperta stesa per evitare il ghiaccio sui vetri dell’auto. Il richiamo di un rapace, l’eco di un lontano borbottio giù a valle. Ricordi.

    Ricordo ogni dettaglio, la foglia marcia che si era appiccicata sopra lo stivale e che tolsi con un fazzoletto di carta prima di aprire la portiera, un vecchio scontrino del parcheggio accartocciato sul tappetino e lo schianto di un rametto sotto i piedi mentre aggiustavo lo zaino sul sedile posteriore. Dettagli che non avrei mai ricordato se lo spettacolo avesse avuto inizio e avessi finalmente raccolto i frutti del mio lavoro.

    La serata  era ancora lontana e sentivo che non sarebbe arrivata abbastanza in fretta. Non riuscivo a trattenere il sorriso pensandoci, mi passai le mani nei capelli e rovesciai la testa indietro perdendomi nell’azzurro infinito, beandomi della gaia urgenza dell’attesa. 

    Lame di luce giocavano sull’asfalto una strana partita, un repentino via vai fra i tronchi anticipando i flash di fotografi dilettanti, e mi pareva già di udire qualche timido applauso che andava montando in uno scroscio entusiasta. Una sola persona davvero importante e sarebbe stata lì per me.

    Scendendo verso il paese mi sentivo parte di quel paesaggio ridente e lucido come una cartolina, lo ringraziavo per la serenità che mi aveva regalato e già lo salutavo pensando che un giorno, forse  non troppo lontano, sbirciando la platea da dietro le quinte di uno scintillante palcoscenico oltreoceano, lo avrei ricordato con velata nostalgia, quasi sazia di palme e onde schiumeggianti.

    Dopo un tornante a destra, al di là di uno sparuto gruppo di cespugli soffocati dalla neve, potevo scorgere il torrente, lesto, impetuoso e scuro in tutto quel biancore, che lambiva il ponticino di legno della malga. Il fumo disegnava un buffo pennacchio sullo sfondo rosato di rocce e ghiaccio e un lento vapore usciva dalla porta socchiusa della stalla. Il vecchio Alviero si affrettava verso il fienile col forcone in spalla, icona di un tempo restio a svanire, mentre la moglie con gli stivaloni neri portava sottobraccio un fagotto informe.  Li conoscevo fin da bambina, quando assieme ai loro nipoti ruzzolavo fra l’erba del pascolo alto odorosa di genziane e li guardavo salire appesa ai resti di uno  steccato, pregustando la merenda di pane e formaggio appena fatti e il racconto di antiche storie di montagna.

    Anche loro avrebbero fatto parte di un nostalgico album di ricordi, bagaglio e ispirazione per qualche opera futura.

    Elettrizzata. Così mi sentivo superato il paese e risalendo verso il passo. Affondai il piede sull’acceleratore e presi ad armeggiare con lo stereo in cerca di qualcosa di buono da ascoltare. La ricezione era peggiore del solito e dopo aver inutilmente passato in rassegna ogni sorta di gracchianti cacofonie, mi decisi ad ascoltare Mozart.  Frugando fra i CD sparpagliati in fretta sul sedile del passeggero, un occhio distratto alle curve e uno alle etichette, non mi avvidi del repentino mutare dei colori e dell’affievolirsi del luccichio sugli astucci aperti. Infilai nel ventre cupo del monte ancora intenta con le custodie. La  galleria era deserta, pressoché rettilinea, così ne approfittati per richiuderne un paio, annaspando con un libretto di testi e il CD fra le labbra.

    Lo scroscio sul parabrezza mi colse del tutto impreparata all’uscita sul viadotto che attraversa la valle del versante nord. Azionai  il tergicristallo mentre una raffica  faceva sbandare l’auto, ma era tardi. Quell’attimo senza visuale, piegata verso il bauletto portaoggetti, mi aveva disorientato e persi il controllo.

    L’ultima cosa che ho visto è stata la sciarpa di lana che si divincolava come uno strano animale. Dopo, solo suoni indistinti, forse voci, e l’onda del dolore che saliva e scendeva come una fanfara impazzita fino a placarsi del tutto.

    Darei molto per avere coscienza del tempo che passa, appollaiata su questa spalliera come il fantasma di un filmetto di terz’ordine, mentre vedo sbiadire i capelli di mia madre, affievolirsi la luce nei suoi occhi e gli abiti pendere un po’ di più dalle sue spalle.

    Il tempo non mi appartiene, come non mi appartiene il mio corpo, quel mucchietto inerte e rinseccolito che ammuffisce nella penombra di una stanza anonima, sballottato o maneggiato con cura secondo l’umore del momento. Né mi appartengono i suoni e le parole, che erano tutto per me. Vorrei gridarle di andare via, che non sono io, che non c’è vita in ciò che guarda perché la vita si è smarrita, incerta sulla strada da seguire, ingannata da mani bugiarde che hanno elargito vuote speranze. Si è fermata a mezz’aria né vinta né vincitrice, preda del silenzio.

    Mi appartengono invece le menzogne falsamente caritatevoli, affilate come rasoi, paraventi di colpevoli presunzioni, raspose come vecchie mani adunche, melliflue come lingue di meretrici. Restano indelebili, aleggiano in questa poltiglia livida inchiodandomi in un limbo che sempre più rintrona di un sordo furore.

    Venivano così spesso all’inizio, impettiti nei loro camici bianchi, coi loro piedi silenziosi, le mani dietro la schiena o nelle tasche inamidate. Parlavano lentamente, quasi con dolcezza e rispetto, e mia madre li ascoltava con le lacrime che inciampavano in due profondi solchi ai lati della bocca. Li ascoltava con la cieca fiducia che solo la speranza folle di una madre distrutta dal dolore può ispirare. Beveva ogni sillaba come linfa vitale, aveva bisogno di credere che davvero tutto era andato per il meglio, che ogni cosa era stata tentata e per questo forse… 

    Forse. In principio nessuno disse mai.

    Pietà? Compassione? Solo bugie. Sono sicura che sapessero molto bene ciò che avevano fatto e perché. Un perché che non ha niente a che vedere con me, la mia vita e mia madre che non sa arrendersi all’evidenza. Un perché che affonda le radici nella parte peggiore di noi esseri umani:  quella presunzione che ci rende assetati e affamati, che ci fa ottenere grandi risultati e nasconderne il prezzo, che ci rende ciechi e sordi se  non alle ragioni del nostro obiettivo. Io lo so, sono stata anch’io così, in parte. Ho calpestato anch’io la mia piccola quota di deboli in nome di un risultato da ottenere, perché io "ero più brava", perché mi sentivo migliore.

    Certi risultati non sono facili da ottenere, forse i camici bianchi non li otterranno mai. Siamo fatti di carne, abbiamo casualmente un inizio e inevitabilmente una fine. Per quanto questo ci ripugni, dobbiamo chinare la testa dinnanzi all’ordine delle cose e tornare nel Respiro dell’Universo. Inutile dunque accanirsi in una battaglia impossibile. Invece lo facciamo, tendiamo all’eternità nella materia, ignorandone ottusamente i limiti invalicabili.

    Ci sono momenti in cui tutto mi appare chiaro, evidente, e altri in cui la nebbia mi confonde. Non penso più come un essere umano e non penso ancora come uno spirito libero dai vincoli terreni. Chilometri di pellicola girati sui fantasmi che non vogliono abbandonare la terra. Io lo avrei fatto , se solo me lo avessero consentito.

    Tempo. Tempo deve esserne passato molto, troppo, se si sta perdendo ogni traccia dell’antica allegria, se tutto  sta svanendo e i ricordi si smarriscono. A parte quell’ultimo giorno, non resta quasi niente, sopravvivono solo le cose peggiori, stanno tutte attorno e mi guardano sogghignando.

    Loro, i dottori, hanno cessato le visite in fretta, troppo in fretta per la ragione di mia madre e perché io non mi rafforzassi nella mie convinzioni. La scienza ha lasciato così di buon grado il posto alla religione, così facilmente hanno iniziato a parlare di Fede, come  fosse un farmaco di nuova generazione. E mia madre si è avvolta nella coperta calda delle preghiere, dei dialoghi interminabili con questo o quel prete, con questa o quella suora. Fede, Speranza, Carità.

    Pietà signori, pietà di me.  Canterei se avessi voce.

    Canterei coi toni lugubri e spezzati del melodramma, implorando un sipario finalmente.

    Ma non ho voce, né per parlare col mondo né per parlare con Dio. Non mi risponde, non mi sente, non mi ascolta.  Non conosco più le note che elevano lo spirito, se mai le ho davvero conosciute. Un’altra delle mie perdute illusioni. Un altro tono di grigio. Un po’ meno luce. Tanto non c’è niente da vedere.

    Ricordi.

    Delia… Si chiama Delia. La mia amica d’infanzia. Una creatura esile come un filo d’erba, con una voce infantile e incredibili occhi chiari adombrati appena da un’ala di capelli scurissimi.  A guardarla mi dava l’impressione di uno scoiattolino pronto alla fuga tanto era docile e sommessa nella quotidianità, invece  era capace di una forza e una durezza insospettabili quando si trattava di difendere i suoi ideali.  Non percorrevamo sempre gli stessi sentieri, noi due, ma eravamo legate dai sogni, dalle speranze che ci avevano incantato da ragazzine. Io mi ero persa un po’ di pezzi per strada, la via del compromesso è più facile ed è facile da autogiustificare. I miei obiettivi si erano diversificati, i miei ideali erano più terra terra. Delia no, Delia era rimasta la stessa. Paladina dei diritti. Di tutti. Umani e non. 

    E’ tanto che non viene. All’inizio parlava a quella cosa sul letto come se fossi ancora io, sistemando i capelli sparsi sul cuscino.  Poi, non ha osato più allungare la mano.

    Poi, non è più venuta.

    Non viene più nessuno, solo mia madre e la suora.

    Eccola, scivola in un fruscio di sottane nere, attenta a non far cigolare la porta, le mani ossute nascoste nelle maniche e gli occhi bassi. Guardare fa male.

    E’ ora di preghiera. Eppure… non parla più di Dio, la piccola sorella, ha perso un po’ l’aspetto di bambina e parte della serena quiete nello sguardo; solo porge il rosario a mia madre e sedute accanto pregano piano, senza nulla chiedere. Un lento bisbiglio che si confonde col respiro, mentre cresce un pensiero segreto che assomiglia alla pietà, ma inconfessabile.

    Lasciatemi andare. Prima che anche lei disperi del tutto, travolta dall’insensata irreversibilità di quest’atto unico, monologo del silenzio, buio oltre un proscenio vuoto. Un buio ferale e irrisorio che mi fagocita e dilaga mentre la Speranza non è che una flebile vibrazione, lontano, chissà dove. Dio non mi ascolta. Io non lo sento.

    Quante parole spese in difesa del diritto alla vita, interi tomi, una babele di parole auliche e sublimi. E noi, ebbri di buoni sentimenti e di sani principi che ci innalzano al di sopra della miseria della nostra condizione umana, vulnerabili a una superbia che sa di santità, abbiamo scordato un altro diritto, altrettanto inviolabile e sacro.

    Il diritto alla morte.

    Io lo rivendico questo diritto negato da un insano delirio di onnipotenza. Incapaci di rubare la vita alle mani di Dio gli abbiamo rubato la morte.

    Io ripudio questo tempo sospeso, questa vuota agonia senza lamenti, né dolore, né dignità. Negata, nascosta, inutile.

    Tutto è andato perduto, vinto da un livore affollato di presenze minacciose  che a poco a poco allontana ogni barlume di luce, finché l’ultima esile fiammella si estinguerà in un filo di fumo e resterà solo il buio.

    All’infinito.

  • 01 marzo 2012 alle ore 21:50
    Regionale Veloce

    Come comincia: ”Tu, la sola per me”
    Il suo profilo così vicino, magnetico. La sua voce così… Squillante?
    Tina sospirò, liberando lo sconforto e, senza aprire gli occhi, lasciò cadere la mano sulla perfida sentinella che ogni mattina la strappava alla sua vita alternativa.  La luce di un sole scialbo s’insinuava fra le ciglia indolenti.
    Sempre lo stesso sogno. Nuvole di polvere in controluce vestivano d’oro fuso le sagome all’orizzonte, creando scenari fiabeschi. Vedeva se stessa cavalcare in una piantagione di cacao, fasciata in abiti fin de siècle, la complicata acconciatura protetta da un’impalpabile sciarpa di organza. L’accompagnava un uomo affascinante, occhi scuri nell’ombra di un cappello a falde larghe. Se fosse il fidanzato o lo sposo non era dato sapere. Non si era mai avvicinato più di così. Eppure il sogno la turbava. Quello sguardo intenso, la sua irruenza appena mitigata da un’imposta galanteria. Svegliandosi ne conservava un ricordo così vivido da farla arrossire.
    Scivolò fuori dal letto, la sinistra nei capelli, la destra su un fianco, a saggiare le dimensioni di un paio di ponfi, regalo notturno di una solerte zanzara.
    Gesti meccanici. Caffellatte. Autobus. Pensilina. Sportelli che si chiudono in rapida successione. Un fischio e via.
    Che una nuova giornata abbia inizio, pensò, cullata dal quel sonoro dondolio. Rassicurante.
    Gli odori stantii del vagone si mischiavano a quelli dei passeggeri, creando un particolarissimo sentore ben noto ai pendolari di ogni parte del pianeta. Odore di sporco misto a disinfettanti industriali. Odore di umani accaldati, di dopobarba, di deodoranti dozzinali e qualche sporadica scia di ottima eau de parfum. Un pout pourri che il caldo rendeva insopportabile quando, assai spesso, l’aria condizionata funzionava male.
    Fuori le immagini danzavano veloci, consuete eppur mutevoli. Fugaci istantanee di vite ignote, rese quasi  familiari da quell’avvicendarsi quotidiano di scorci di cortili, d’orti rigogliosi, di canneti e piccoli moli fluviali. Angoli pittoreschi nella loro perpetua precarietà, ingombri di panni stesi, corse di bimbi, vecchie biciclette, tinozze variopinte, gatti e reti al sole.
    Con un gesto misurato trattenne il piccolo tesoro di libri usati racchiuso nella borsa di plastica, proteggendolo da un sussulto più deciso del vagone. Quel giorno avrebbe acceso qualche sorriso in più nei visi che l’attendevano. Piccole luci che valevano ogni sacrificio.
    Con questi semplici pensieri, si accomodò le pieghe della sottana, usò il segnalibro di raso per aprire le pagine e riprese la lettura dal punto in cui era stata interrotta la sera precedente. Pochi minuti, prima che il mutare del tono nella litania delle giunzioni preannunciasse l’approssimarsi della stazione successiva.
    Lo stridore della frenata le strappò un lieve moto delle labbra, appena accennato agli angoli. Fra poco lui sarebbe comparso nel corridoio e l’avrebbe salutata con un cenno del capo, facendo scivolare la ciocca di capelli che gli accarezzava il naso. 
    Alla seconda fermata il treno non era ancora affollato, molti posti rimanevano liberi e quelli vicini a lei resistevano più a lungo degli altri. Come ogni giorno l’avrebbe scavalcata, ritraendosi educatamente per accomodarsi sul sedile di fronte, accanto al finestrino, sistemando alla meglio le gambe lunghe e magre nell’angusto spazio fra i sedili. E come ogni giorno avrebbe estratto il suo blocco e iniziato a disegnare. A memoria o squadrando qualche passeggero bizzarro. E lei avrebbe continuato a leggere, affettando indifferenza.
    Non avrebbe mai trovato il coraggio di parlargli per prima. Né lui ci aveva mai provato.
    Ne ignorava il nome, cosa facesse per vivere o dove abitasse. Di lui non conosceva che la stazione di partenza, dopo la sua, e quella d’arrivo, prima della sua. Ma ne ricordava, ormai, ogni dettaglio. Il vizio di mordicchiare la matita soprappensiero e quel modo buffo di ravviarsi in continuazione i capelli un po’ troppo lunghi e precocemente ingrigiti. Il gusto sobrio degli abiti, semplici e ben assortiti. Gli occhi scuri che trafiggevano. 
    La sua ostinata presenza la metteva a disagio, ma solo un poco in verità, perché di più la lusingava.
    Il loro era un gioco silenzioso, dal sapore antico e demodé. Da quanto rispettavano quel timido cerimoniale, compiacendosi del rincorrersi schivo degli sguardi? Per quanto avrebbero continuato, affidando a semplici sorrisi e impercettibili espressioni del viso il compito solitamente svolto dalle parole e dal contatto? Chi dei due avrebbe osato rompere l’incanto di un legame così etereo e già così tenace, rischiando di guastare tutto?
    Parevano aver acquisito entrambi questa stessa sorta di consapevolezza. Si erano fermati su una soglia sottile ma nitidissima, certi di non poterla varcare senza perdere l’essenza che li aveva rapiti. Avvicinati. Avvolti. Legati senza un suono che non fosse il canto monocorde dei binari, senza ansimanti frenesie, senza l’avida urgenza delle mani, delle bocche. Dolce nell’anima come un fluire d’ambrosia. Un madrigale. Un’ode cavalleresca. Il sostare estatico di fronte a un capolavoro. Una forma egoistica di intima soddisfazione cui mai avrebbero voluto rinunciare.
    Così si erano consumati giorni e settimane, sulla corda di un’attesa destinata a perdurare, accettata e gradita più di un epilogo che certo li avrebbe lasciati confusi e insoddisfatti. Colpevoli. Come tirare un sasso nei vetri di una Cattedrale.
    Quella mattina, però, le sembrò di vedergli una luce diversa nello sguardo, che trattenne più a lungo nel suo. Inducendola ad abbassare il capo. Facendola sentire più piccola di quanto non fosse in realtà.
    Un controllore sudaticcio e svogliato fece la sua apparizione nel vagone chiedendo di esibire i biglietti. Il diversivo le fornì l’occasione per guardare di nuovo negli occhi il suo compagno di viaggio e le sembrò di scorgervi un’ombra divertita. Allarmata ripose il portatessere nella tasca e affondò nelle pagine di carta leggera, fitte di caratteri minuti. Proprio quando tutto sembrava coagulato in un confortante rituale, ecco che al gioco si aggiungeva una nota imprevista.
    All’improvviso, la periferia si materializzò nell’ampio schermo del finestrino, frastagliando la luce del mattino in rapidi lampi discontinui che disegnavano ombre effimere sui volti e sugli abiti. La velocità riprese a scemare per la penultima volta, in fretta, imprimendo un leggero abbrivio a persone e cose.
    Lui si preparò a scendere e, alzandosi, le passò un cartoncino, con il viso rischiarato da un ampio sorriso e negli occhi una dolcezza densa, scura e ruvida come quella carta.
    Percorse il corridoio incuneato nella corrente di corpi frettolosi senza voltarsi, senza indecisione.
    Solo allora Tina si concesse di guardare cosa teneva in mano con tanta circospezione.
    Era il suo ritratto. Quasi una miniatura. Sembrava una Madonna. Avvolta da una luce che non si attribuiva. Poche parole, vergate a mano con una calligrafia piccola ed elegante, che l’accesero e la confortarono.
    "Cammini in me, e lasci traccia indelebile in questo mio cuore, che non brama toccarti, né essere toccato. Sarai in me per sempre ed io con te. Nessun  amore più grande di Amore che riconosce Amore."
    Due minuti e i freni si fecero sentire prepotenti. Lei infilò il ritratto fra le ultime pagine, dopo un attimo di esitazione. Non era un posto troppo sbagliato, in fondo. Poi chiuse il libro, baciando lievemente  l’incisione dorata sulla copertina, e scese avviandosi  lungo il marciapiede. Il peso della borsa che oscillava contro le pieghe dell’abito nero raccontava già un’altra storia.
    Rispose sommessamente a un saluto e affrettò il passo silenzioso stringendo più forte il libro contro il cuore. Entrambi custodivano un pensiero né troppo innocente, né troppo colpevole, noto solo al suo confessore e a due occhi scuri nell’ombra di un cappello a falde larghe.

  • 30 dicembre 2011 alle ore 15:45
    My Christmas Carol

    Come comincia: 24 dicembre 1995.
    Fa freddo. Le pozze d’acqua sul selciato si sono rapprese in strane figure, raggrinzite e spaccate dal passaggio delle auto, e il vento, prima di calare, ha spazzato via ogni traccia di nube lasciando un cielo cristallino che lentamente incupisce verso il crepuscolo. S’è fatto tardi, presa com’ero dal rito dei regali da infiocchettare, mi sono scordata dello stendibiancheria sul terrazzo, perciò mi getto sulle spalle una giacca di lana ed esco per ritirare i panni appesi, prima che si gelino del tutto anche loro.
    I colori cambiano in fretta nella sera che avanza; il salmastro sale dalla marina e si mischia al profumo di biscotti e torta di mele; le luminarie ondeggiano fra i lampioni solleticate dal camion della frutta e dalla piazzetta giunge l’eco fioca della risata del Babbo Natale meccanico e dei bimbi che si divertono a saltellargli davanti. Alzo gli occhi in cerca della stella della sera e sorrido pensando che un giorno mi piacerebbe vedere una slitta tintinnante stagliarsi in un cielo come questo, solo per godermi lo spettacolo dei loro faccini stupiti. I bimbi di oggi non credono più di tanto a Babbo Natale, ed è un vero peccato. 
    Nonostante i brividi e il fagotto dei panni, mi attardo ancora un attimo per sistemare le mie decorazione arruffate dal vento e le vedo arrivare. Prima la Maestra e poi la cognata, qualche passo più indietro.  Potrei rimetterci l’orologio con le loro abitudini.
    La Maestra cammina a piccoli passi, lenti ma decisi, tenendo la testa un po’ reclinata  a causa dell’artrosi. Ha i capelli tinti di un biondo rossiccio, mossi da un’onda trattenuta dietro le orecchie dalle pettinine d’osso. Giunta davanti all’ingresso, si ferma per passare il bastone nell’altra mano e si appoggia, sempre alla colonnina di destra, per scendere il gradino del nostro strambo cortile incavato. Sempre con lo stesso piede. Sempre alla stessa ora. Ogni giorno feriale che Iddio mette in terra, che piova, che tiri vento o che si muoia dal caldo sotto il sole d’agosto. La cognata la segue fermandosi ogni tanto, un po’ per riposare le ginocchia offese dalla malattia e un po’ per i suoi passi, assai più lunghi.
    Sono una strana coppia. La prima minuta, ordinata e compunta, la seconda alta più di un metro e ottanta, variopinta e un po’ “caciarona” nel suo pittoresco dialetto. Entrambe vedove da tempo immemore e senza figli, hanno optato per una convivenza animata e non esattamente pacifica. Non sempre, almeno. Hanno passato gli ottanta da un pezzo, anzi, una di loro viaggia spedita verso il traguardo del secolo e sono le mie vicine preferite. Sulle prime non scambiavamo che poche parole di circostanza, sembravano riservate e un po’ scostanti. Sarà l’età, pensavo, che talvolta rende diffidenti. Ma mi incuriosivano quelle due vecchiette che sentivo battibeccare attraverso le pareti, che vedevo scendere con le seggioline pieghevoli per andare in pineta d’estate e in spiaggia a primavera, e che mi precedevano sulla strada della chiesa  ogni domenica e ogni festa comandata. Tutte tranne Natale.
    Riservate e schive. Distanti, finché non le ho attirate nella mia vita con uno strattagemma: ho affidato loro mia figlia in un giorno di pioggia.
    Un temporale di quelli terribili, l’inderogabile appuntamento con l’uscita da scuola del secondogenito e una bimbetta di pochi mesi che non dormiva mai. Fra lasciarla da sola nel lettino e affidarla alla sorveglianza delle due ultra-ottuagenarie la scelta fu istintiva. E felice. Una ventata di allegria nella loro vita, una marea calda e preziosa nella nostra.
    Tranne a Natale, quando il loro appartamento si fa silenzioso e la porta non si apre, quasi che l’esuberanza di decori e musiche e risate della nostra casa e delle altre accanto suoni come un’offesa.
    Non si festeggia il Natale in casa della Maestra.
    E mi è sembrato così strano, così in contrasto con la sua abituale serena gentilezza,  finché la cognata, in vena di confidenze, ha sollevato il velo del mistero.
    Il marito della Maestra si chiamava Angelo. Il suo Angelo che la guarda dal Paradiso, come dice sempre. Un angelo che il Signore si è preso in un istante mentre stava scherzando e chiacchierando con la sua Maestrina. Mentre stava indossando il vestito nuovo, quello  della festa, per andare in chiesa la mattina di Natale.
    Sono passati cinquant’anni, abbastanza per far pace anche con Dio e la Maestra ci fa pace ogni domenica. Tranne a Natale.

    25 dicembre 1995.
    Mi affretto su per le scale tenendo stretta la mano di mia figlia. La funzione è durata più a lungo del solito, come i saluti, gli abbracci e gli auguri sul sagrato, ma ci sono le ultime cose da preparare per il pranzo della festa e gli invitati stanno per arrivare perciò devo affrettarmi. Non che sia una novità, ma sono in ritardo, così mi chino per prendere in  braccio la piccola e salire i gradini due alla volta. Lei invece mi sguscia via con gridolino eccitato, farfugliando qualcosa di incomprensibile anche per me, e si inerpica veloce aiutandosi con mani e ginocchia.  La porta è aperta e la Maestra è là. Ci stava aspettando e quell’enorme pacco colorato, coperto da una cascata di fiocchi scintillanti, la fa sembrare ancora più piccola e fragile. Dietro le sue spalle fa capolino la cognata, ridendo con la mano sulla bocca per non farsi sentire.
    Non so cosa darei per poter fissare quest’immagine in una foto o in un quadro da guardare e riguardare mille volte in futuro. La gioia di un’amicizia, tanto improbabile quanto sincera, fra una bimba di due anni e due donne che di anni ne hanno quasi novanta è già qualcosa di grandioso, ma quello che vedo oggi è davvero commovente. Perché gli ultimi rimasugli di riottosa resistenza sono scomparsi dal viso della donna, sono scivolati via, sciogliendosi come una maschera di cera, per lasciare il posto al sorriso più dolce e luminoso che mi sia capitato di vedere.
    Mentre guardo mia figlia che la tira per il vestito e ride e strilla e non riesce a farsi capire, so che questa sera nessun pacchetto resterà sotto l’albero ad aspettare solitario il giorno che viene, che dovremo prendere in prestito un paio di sedie e scompagnare i piatti e le posate, ma so per  certo che nessun pranzo di Natale sarà mai più bello di così.

  • 05 novembre 2011 alle ore 8:36
    Greenwich, 21 dicembre dell'Anno Domini 2012

    Come comincia:

    Il vecchio farmacista si asciugò gli occhi stanchi, ripose il fazzoletto con mano incerta nella tasca del camice stazzonato e alzò gli occhiali contro un cielo insolitamente limpido. Non fece in tempo a stupirsi, né a ripetere il gesto abituale di strofinare le lenti, le lasciò invece cadere nella ghiaia del vialetto con le labbra atteggiate in un mezzo sorriso. Il puntino dunque non era nei suoi occhiali.

     

  • 01 novembre 2011 alle ore 21:25
    Memoir

    Come comincia: Francesca si affacciò su questo affollato palcoscenico che chiamiamo mondo 52 anni fa, nascendo da una famiglia toscana di origini rurali; ben presto si trasferirono in Piemonte per necessità, come spesso accadeva e continua tuttora ad accadere.
    È sempre stata una bimbetta sveglia, chiacchierona, talvolta esuberante, che adorava giocare all’avventura insieme ai ragazzini del quartiere. Quel gigantesco abbozzo di scavo dietro la lunga fila dei garage condominiali era, per loro, un perfetto territorio selvaggio. Nell’angolo più profondo e lontano un rivolo d’acqua trasudava alimentando la crescita di un piccolo canneto. Un fico gigantesco dominava la scarpatella, molti cespugli ed erbacce per ogni dove, e ancora dossi e buche con vecchie pedane abbandonate ottime e per costruire rifugi. Un paradiso.
    Lei altro non era che uno dei tanti bambini urlanti che si sbucciavano le ginocchia e correvano a casa in lacrime per farsi mettere un cerotto o per fare merenda. Non era un capo, no davvero, tantomeno un personaggio di spicco, solo una fra tanti, un piccolo seme nella melagrana di un’infanzia spensierata. E non era particolarmente entusiasta di sprecare il suo tempo a scuola, benché ci tenesse moltissimo a non far brutta figura. Per questo, probabilmente, si impegnava quel tanto che le consentiva per stare nella media e non essere un bersaglio (né in negativo, né in positivo),  delle varie Signore Maestre delle Elementari che, a turno, le toccarono in sorte.
    Leggeva il minimo indispensabile alla sopravvivenza scolastica. Per questo accolse con un tiepido ringraziamento uno dei regali per la promozione alle Scuole Medie. Un’amica di famiglia glielo depositò nelle mani ammiccando come fosse un tesoro prezioso: un libro, il suo primo libro… Certo, per una che sfogliava a mala pena Topolino, dovette apparire quasi un dispetto, ma la buona educazione imponeva regole inderogabili. Così, lo confinò per qualche giorno sul ripiano alto della scrivania, unico e solo. Poi, un po’ per senso del dovere, un po’ per curiosità, lo riprese fra le mani: “Il Corsaro Nero” di Emilio Salgari.
    Ne osservò il dorso rosso, l’illustrazione di copertina e fece scrocchiare la colla che reggeva le pagine di un’edizione economica che si sarebbe rivelata preziosissima.
    Quasi magnetizzata dall’immagine, si accoccolò sul pavimento dietro la poltrona del salotto, là dove formava un angolo fra il muro e l’ampia porta finestra sulla terrazza del soggiorno. Un posticino riservato, fresco e luminoso che sarebbe presto diventato il suo cantuccio preferito.
    Aveva poco più di dieci anni e mezzo, la prima estate senza compiti delle vacanze, un mare di tempo per giocare e per leggere.
    A pagina 20 si era già invaghita delle parole del Capitano. Terminò il libro così in fretta che sua madre pensò avesse barato. Ne chiese un altro e un altro ancora.
    Il mondo della sua fantasia andava via via definendosi e si illuminò d’incanto con Sandokan, di cui non era difficile innamorarsi, ma lei, sapendolo impegnato, ripiegò più saggiamente su Yanez de Gomera, benché subisse, almeno un  poco, anche il fascino del fido Kammamuri. L’aria della sua infanzia si riempì ben presto del profumo dei manghi (i cui frutti non avrebbe visto per altri 25 anni) dell’odore di salsedine, dell’aspro sentore delle bettole dei sobborghi indonesiani, del buio delle sentine. Le orecchie si perdevano nel frusciare delle sete, nello sciacquio dell’acqua appena mossa dai remi delle scialuppe, nel rombo del cannone, nel frastuono della tempesta, nel vento che ululava tendendo le vele e scuotendo il sartiame. Gli occhi si beavano dell’orizzonte solcato dai gabbiani e dalle fregate, incantati dalle scintillanti nottiluche, dal luccichio nello sguardo della Tigre… e le fantasie non rimasero confinate nell’angolino dietro la poltrona, tracimando nella sua realtà di bimba.  Lo scavo dietro casa si trasformò nel teatro di mille battaglie, il canneto divenne una palude indiana, il fico si trasformò in un Banian, Francesca era Sandokan e gli altri bambini i suoi tigrotti. Fece proseliti, prestò i suoi libri sotto giuramento solenne di trattarli come sacre reliquie, pena terribili vendette.  Le vacanze si ammantarono di misteri e di complotti e tutti si lasciarono irretire dalla magia esotica di quei romanzi.
    Alla fine dell’estate i tomi sul ripiano alto della scrivania erano sette, tutti letti, tutti assaporati con un gusto che mai avrebbe immaginato e destinati ad aumentare fino a occupare ogni spazio disponibile e oltre.
    A Ottobre, affrontò il primo giorno delle Medie con la consapevolezza che dietro la copertina di ogni libro si nascondeva un universo unico, affascinante, in attesa di occhi curiosi e menti insaziabili cui svelarsi. Fu così che nacque in lei il gusto di studiare. L’argomento in sé, rivestiva poca importanza, qualunque cosa fosse scritta e qualunque cosa si potesse scrivere andava bene.
    Leggere e scrivere erano già diventate la sua splendida ossessione. I risultati? Anche quelli un dettaglio marginale… Per quanto ora si impegnasse sempre ad ottenere il massimo, rimanevano un semplice  accessorio. Il vero piacere era legato alla pura azione del leggere, dello scoprire; si trattasse di storia o di letteratura o di una nuova lingua.
    Quel Capitan Salgari, che aveva navigato dal salotto di casa sua, le aveva insegnato a fare altrettanto: era stato l’artefice della sua rivoluzione, l’ispiratore di uno splendido volo che l’avrebbe accompagnata e sorretta per il resto della vita. Anche quando, tornata invisibile, un seme in mezzo a tanti altri semi, dietro la maschera di un quotidiano quieto vivere, avrebbe affidato ai sogni, alla fantasia e a parole scritte quasi in segreto, il compito di mantenerla viva.

  • 01 novembre 2011 alle ore 20:49
    La ragazza con l'orecchino di perla

    Come comincia: Si è appena svegliata e aprendo gli occhi dimentica di essere in ferie. Guarda la sveglia, la mette a fuoco, per un istante teme che sia tardi. Poi ricorda. Decide che farà colazione al bar. Si lava, si veste in fretta. È una giornata strana, il tempo potrebbe cambiare da un momento all'altro. Ordina il suo caffè, si siede a un tavolo appartato, da cui non distingue le parole degli altri. Solo un fittissimo, uniforme ronzio. Getta un'occhiata distratta al giornale, le sembra di sapere già tutto. Ma quanto sono vecchie queste notizie? Sfoglia veloce, in cerca delle pagine di cronaca. La tazzina resta sospesa a mezz'aria. In una fotografia le è sembrato di vedere un volto somigliante al suo. Lo fissa più a fondo, il cuore sembra già impazzito. Legge il titolo, sillaba per sillaba. Riguarda lei.
    Ed è impossibile. Assurdo. Si nasconde alzando i fogli per lanciare un’occhiata circospetta agli altri avventori. Nessuno le presta attenzione, nessuno legge il quotidiano, così torna a fissare l’articolo. La lingua spigolosa del reporter locale le è familiare, non può illudersi di aver frainteso. Così come sono inequivocabili le due foto.
    La prima immagine, nonostante sia chiaramente ripresa da una telecamera di sorveglianza, ritrae in modo piuttosto nitido un uomo alto, scuro di capelli e di carnagione, nell’atto di passare qualcosa alla donna dietro di lui, girata come se controllasse l’area antistante la stazione ferroviaria. La seconda propone un ingrandimento del viso della giovane donna racchiuso in un circoletto rosso, i capelli chiari raccolti con un fermaglio a forma di farfalla, due grandi occhi di ghiaccio dal taglio inconfondibile, un orecchino con pendente di perla bene in evidenza. È lei, maledizione. Sospetta complice di un pregiudicato nel furto con destrezza di un anello di brillanti. Valore: mezzo milione di euro. Ieri. Nella capitale.
    Mai visto un brillante di tale valore, non saprebbe nemmeno immaginarlo. Sa di essere estranea all’intera faccenda, la sola cosa intelligente da fare è presentarsi al posto di polizia più vicino e chiarire il terribile equivoco. Eppure, mentre sta ancora annaspando nell’incertezza, già si sente sopraffare da un’onda irrazionale. Reminiscenze di un’epoca conclusa da troppo poco tempo, di articoli di giornale che crocefiggono innocenti senza prova d’appello. Sguardi smarriti di fronte all’enormità di quanto sta loro accadendo. E’ straniera. Presentarsi non basta. Occorre dimostrare. Come? È solo la mia parola. Posso aver nascosto la refurtiva ovunque. Non mi crederanno. Panico, che fa salire la nausea e l’urgenza di alzarsi e correre. Un impulso difficile da dominare.

    Benedice mentalmente l’orzaiolo che l’ha tormentata tutta la notte, costringendola a indossare gli enormi occhiali fumé nonostante il tempo incerto. Confondono i lineamenti. Benedice il fresco del mattino annuvolato che l’ha consigliata di indossare una felpa con cappuccio, col quale potrà agevolmente coprire i capelli, e l’ispirazione di scioglierli, lasciando nello zaino quel fermaglio così appariscente. Nascondono il pendente. Con un gesto distratto lo sfila e lo lascia cadere nel terriccio di uno dei vasi che circondano la terrazza del bar, allontanandosi inosservata. Davvero? Non voltarti, qualcuno si potrebbe insospettire.
    La valle è stretta, la montagna impervia, ma il confine non è lontano. Una volta dall’altra parte basterà procurarsi un giornale e poi… inutile pensarci ora, meglio affrettarsi. È forte, allenata e la mappa per gli escursionisti l’aiuterà a trovare la direzione anche fuori dai sentieri. Le ultime case sono già dietro le spalle, il giorno è giovane, ma la strada è lunga e lo zaino pesante. Dovrà razionare le provviste preparate per l’escursione. L’acqua non sarà un problema, la montagna è ricca di sorgenti, ma lo sarà il buio. Senza fermarsi potrebbe essere oltre frontiera poco dopo l’alba, come una clandestina, come se non tornasse a casa sua. Forse la stanno già cercando. In albergo hanno una fotocopia del suo documento, avranno già avvisato la polizia, occorre far presto.
    Verso sera, la stanchezza inizia a minare la lucidità e la carta appare incomprensibile alla luce dell’accendino, ma la via è giusta. Deve esserlo. Il temporale esplode all’improvviso, assordante, gelido, riempiendo le pendici di rivoli insidiosi, ma almeno rischiara a tratti l’oscurità che sta addensandosi sempre più minacciosa. Gli abiti sono fradici e il tremito incontrollabile. La frontiera è vicina, dietro quella cresta, sicuro. Inciampa, una, due volte. Si ferisce, ma continua ad avanzare. Gli occhi fissi su quel crinale. La frontiera. La salvezza. Forse.
    Poi il terreno cede, un movimento all’inizio impercettibile, e scivola sempre più in fretta in uno scroscio che cresce, ma non è d’acqua. Annaspa per restare in piedi, invano. La morena la trascina con sé in un rotolare ghiaioso e letale. Giù. Più giù. Nel nulla.
    È mattina e un turista annoiato apre il giornale seduto a un tavolo appartato. Notizie di cronaca.
    Arrestato il ladro della gioielleria. Refurtiva recuperata. Interrotte le ricerche della ragazza con l’orecchino di perla risultata estranea alla vicenda.
    Il sole, che fa capolino dietro il campanile, accende uno strano scintillio nel vaso dietro le sue spalle.