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Autore

Francesca Montomoli

in archivio dal 01 nov 2011

13 novembre 1958, Grosseto - Italia

segni particolari:
Non riesco a smettere di sognare

mi descrivo così:
Se potessi scegliere vorrei essere un'ala. Libera carezza piumata nel vento, tesa verso l'infinito. Vorrei essere il fumo di un bivacco, che ascolta e narra presente e passato, e nel vento si disperde in cerca di eternità. E vento vorrei essere, per vivere mille vite.

17 aprile 2012 alle ore 16:13

Time out all'Infinito

Intro: 3° classificato al Premio Intern. di Poesia e Narrativa Fortunato Pasqualino 2012 - pubblicato nell'antologia del Premio a cura dell'Associazione Akkuaria

Il racconto

Era una mattina come tante, forse un giovedì, non ricordo bene, è passato del tempo. Un tempo che non so quantificare avendo ormai perso ogni riferimento.

Comunque quella mattina, sbirciando da sotto la tendina di camera mia, il tempo sembrava davvero buono. Per tutta la visuale consentita dal vetro a riquadri leggermente appannato dal fiato, il cielo era uno splendore. Nessuna nuvola dietro il crinale, nessuna velatura nel turchino accecante, neanche un filo di vento a solleticare le chiome degli abeti  che a destra ammantavano d’ombra il ripido pendio roccioso. Per questo non mi preoccupai del Meteo, uno sguardo fuggevole e distratto sarebbe forse bastato ma, resa ottimista dalla leggera euforia per l’evento della vita, non  me ne curai. Afferrai la giacca a vento, la sciarpa di lana multicolore fatta a mano da mia zia, lo zaino stracolmo come quello di un esploratore  e infilai le scale dello chalet quasi danzando.

Difficile immaginare l’odore dell’aria di montagna in un giorno come quello senza esserci stati almeno una volta, né la statica trasparente leggerezza delle immagini, l’ingannevole percezione degli spazi, la sensazione di serena fluente eternità. Frizzante, come una coppa di champagne ghiacciato, un delizioso pizzicorino sulla punta del naso e delle dita. Odore di muschio dietro la tettoia del box, odore di lana vecchia nella coperta stesa per evitare il ghiaccio sui vetri dell’auto. Il richiamo di un rapace, l’eco di un lontano borbottio giù a valle. Ricordi.

Ricordo ogni dettaglio, la foglia marcia che si era appiccicata sopra lo stivale e che tolsi con un fazzoletto di carta prima di aprire la portiera, un vecchio scontrino del parcheggio accartocciato sul tappetino e lo schianto di un rametto sotto i piedi mentre aggiustavo lo zaino sul sedile posteriore. Dettagli che non avrei mai ricordato se lo spettacolo avesse avuto inizio e avessi finalmente raccolto i frutti del mio lavoro.

La serata  era ancora lontana e sentivo che non sarebbe arrivata abbastanza in fretta. Non riuscivo a trattenere il sorriso pensandoci, mi passai le mani nei capelli e rovesciai la testa indietro perdendomi nell’azzurro infinito, beandomi della gaia urgenza dell’attesa. 

Lame di luce giocavano sull’asfalto una strana partita, un repentino via vai fra i tronchi anticipando i flash di fotografi dilettanti, e mi pareva già di udire qualche timido applauso che andava montando in uno scroscio entusiasta. Una sola persona davvero importante e sarebbe stata lì per me.

Scendendo verso il paese mi sentivo parte di quel paesaggio ridente e lucido come una cartolina, lo ringraziavo per la serenità che mi aveva regalato e già lo salutavo pensando che un giorno, forse  non troppo lontano, sbirciando la platea da dietro le quinte di uno scintillante palcoscenico oltreoceano, lo avrei ricordato con velata nostalgia, quasi sazia di palme e onde schiumeggianti.

Dopo un tornante a destra, al di là di uno sparuto gruppo di cespugli soffocati dalla neve, potevo scorgere il torrente, lesto, impetuoso e scuro in tutto quel biancore, che lambiva il ponticino di legno della malga. Il fumo disegnava un buffo pennacchio sullo sfondo rosato di rocce e ghiaccio e un lento vapore usciva dalla porta socchiusa della stalla. Il vecchio Alviero si affrettava verso il fienile col forcone in spalla, icona di un tempo restio a svanire, mentre la moglie con gli stivaloni neri portava sottobraccio un fagotto informe.  Li conoscevo fin da bambina, quando assieme ai loro nipoti ruzzolavo fra l’erba del pascolo alto odorosa di genziane e li guardavo salire appesa ai resti di uno  steccato, pregustando la merenda di pane e formaggio appena fatti e il racconto di antiche storie di montagna.

Anche loro avrebbero fatto parte di un nostalgico album di ricordi, bagaglio e ispirazione per qualche opera futura.

Elettrizzata. Così mi sentivo superato il paese e risalendo verso il passo. Affondai il piede sull’acceleratore e presi ad armeggiare con lo stereo in cerca di qualcosa di buono da ascoltare. La ricezione era peggiore del solito e dopo aver inutilmente passato in rassegna ogni sorta di gracchianti cacofonie, mi decisi ad ascoltare Mozart.  Frugando fra i CD sparpagliati in fretta sul sedile del passeggero, un occhio distratto alle curve e uno alle etichette, non mi avvidi del repentino mutare dei colori e dell’affievolirsi del luccichio sugli astucci aperti. Infilai nel ventre cupo del monte ancora intenta con le custodie. La  galleria era deserta, pressoché rettilinea, così ne approfittati per richiuderne un paio, annaspando con un libretto di testi e il CD fra le labbra.

Lo scroscio sul parabrezza mi colse del tutto impreparata all’uscita sul viadotto che attraversa la valle del versante nord. Azionai  il tergicristallo mentre una raffica  faceva sbandare l’auto, ma era tardi. Quell’attimo senza visuale, piegata verso il bauletto portaoggetti, mi aveva disorientato e persi il controllo.

L’ultima cosa che ho visto è stata la sciarpa di lana che si divincolava come uno strano animale. Dopo, solo suoni indistinti, forse voci, e l’onda del dolore che saliva e scendeva come una fanfara impazzita fino a placarsi del tutto.

Darei molto per avere coscienza del tempo che passa, appollaiata su questa spalliera come il fantasma di un filmetto di terz’ordine, mentre vedo sbiadire i capelli di mia madre, affievolirsi la luce nei suoi occhi e gli abiti pendere un po’ di più dalle sue spalle.

Il tempo non mi appartiene, come non mi appartiene il mio corpo, quel mucchietto inerte e rinseccolito che ammuffisce nella penombra di una stanza anonima, sballottato o maneggiato con cura secondo l’umore del momento. Né mi appartengono i suoni e le parole, che erano tutto per me. Vorrei gridarle di andare via, che non sono io, che non c’è vita in ciò che guarda perché la vita si è smarrita, incerta sulla strada da seguire, ingannata da mani bugiarde che hanno elargito vuote speranze. Si è fermata a mezz’aria né vinta né vincitrice, preda del silenzio.

Mi appartengono invece le menzogne falsamente caritatevoli, affilate come rasoi, paraventi di colpevoli presunzioni, raspose come vecchie mani adunche, melliflue come lingue di meretrici. Restano indelebili, aleggiano in questa poltiglia livida inchiodandomi in un limbo che sempre più rintrona di un sordo furore.

Venivano così spesso all’inizio, impettiti nei loro camici bianchi, coi loro piedi silenziosi, le mani dietro la schiena o nelle tasche inamidate. Parlavano lentamente, quasi con dolcezza e rispetto, e mia madre li ascoltava con le lacrime che inciampavano in due profondi solchi ai lati della bocca. Li ascoltava con la cieca fiducia che solo la speranza folle di una madre distrutta dal dolore può ispirare. Beveva ogni sillaba come linfa vitale, aveva bisogno di credere che davvero tutto era andato per il meglio, che ogni cosa era stata tentata e per questo forse… 

Forse. In principio nessuno disse mai.

Pietà? Compassione? Solo bugie. Sono sicura che sapessero molto bene ciò che avevano fatto e perché. Un perché che non ha niente a che vedere con me, la mia vita e mia madre che non sa arrendersi all’evidenza. Un perché che affonda le radici nella parte peggiore di noi esseri umani:  quella presunzione che ci rende assetati e affamati, che ci fa ottenere grandi risultati e nasconderne il prezzo, che ci rende ciechi e sordi se  non alle ragioni del nostro obiettivo. Io lo so, sono stata anch’io così, in parte. Ho calpestato anch’io la mia piccola quota di deboli in nome di un risultato da ottenere, perché io "ero più brava", perché mi sentivo migliore.

Certi risultati non sono facili da ottenere, forse i camici bianchi non li otterranno mai. Siamo fatti di carne, abbiamo casualmente un inizio e inevitabilmente una fine. Per quanto questo ci ripugni, dobbiamo chinare la testa dinnanzi all’ordine delle cose e tornare nel Respiro dell’Universo. Inutile dunque accanirsi in una battaglia impossibile. Invece lo facciamo, tendiamo all’eternità nella materia, ignorandone ottusamente i limiti invalicabili.

Ci sono momenti in cui tutto mi appare chiaro, evidente, e altri in cui la nebbia mi confonde. Non penso più come un essere umano e non penso ancora come uno spirito libero dai vincoli terreni. Chilometri di pellicola girati sui fantasmi che non vogliono abbandonare la terra. Io lo avrei fatto , se solo me lo avessero consentito.

Tempo. Tempo deve esserne passato molto, troppo, se si sta perdendo ogni traccia dell’antica allegria, se tutto  sta svanendo e i ricordi si smarriscono. A parte quell’ultimo giorno, non resta quasi niente, sopravvivono solo le cose peggiori, stanno tutte attorno e mi guardano sogghignando.

Loro, i dottori, hanno cessato le visite in fretta, troppo in fretta per la ragione di mia madre e perché io non mi rafforzassi nella mie convinzioni. La scienza ha lasciato così di buon grado il posto alla religione, così facilmente hanno iniziato a parlare di Fede, come  fosse un farmaco di nuova generazione. E mia madre si è avvolta nella coperta calda delle preghiere, dei dialoghi interminabili con questo o quel prete, con questa o quella suora. Fede, Speranza, Carità.

Pietà signori, pietà di me.  Canterei se avessi voce.

Canterei coi toni lugubri e spezzati del melodramma, implorando un sipario finalmente.

Ma non ho voce, né per parlare col mondo né per parlare con Dio. Non mi risponde, non mi sente, non mi ascolta.  Non conosco più le note che elevano lo spirito, se mai le ho davvero conosciute. Un’altra delle mie perdute illusioni. Un altro tono di grigio. Un po’ meno luce. Tanto non c’è niente da vedere.

Ricordi.

Delia… Si chiama Delia. La mia amica d’infanzia. Una creatura esile come un filo d’erba, con una voce infantile e incredibili occhi chiari adombrati appena da un’ala di capelli scurissimi.  A guardarla mi dava l’impressione di uno scoiattolino pronto alla fuga tanto era docile e sommessa nella quotidianità, invece  era capace di una forza e una durezza insospettabili quando si trattava di difendere i suoi ideali.  Non percorrevamo sempre gli stessi sentieri, noi due, ma eravamo legate dai sogni, dalle speranze che ci avevano incantato da ragazzine. Io mi ero persa un po’ di pezzi per strada, la via del compromesso è più facile ed è facile da autogiustificare. I miei obiettivi si erano diversificati, i miei ideali erano più terra terra. Delia no, Delia era rimasta la stessa. Paladina dei diritti. Di tutti. Umani e non. 

E’ tanto che non viene. All’inizio parlava a quella cosa sul letto come se fossi ancora io, sistemando i capelli sparsi sul cuscino.  Poi, non ha osato più allungare la mano.

Poi, non è più venuta.

Non viene più nessuno, solo mia madre e la suora.

Eccola, scivola in un fruscio di sottane nere, attenta a non far cigolare la porta, le mani ossute nascoste nelle maniche e gli occhi bassi. Guardare fa male.

E’ ora di preghiera. Eppure… non parla più di Dio, la piccola sorella, ha perso un po’ l’aspetto di bambina e parte della serena quiete nello sguardo; solo porge il rosario a mia madre e sedute accanto pregano piano, senza nulla chiedere. Un lento bisbiglio che si confonde col respiro, mentre cresce un pensiero segreto che assomiglia alla pietà, ma inconfessabile.

Lasciatemi andare. Prima che anche lei disperi del tutto, travolta dall’insensata irreversibilità di quest’atto unico, monologo del silenzio, buio oltre un proscenio vuoto. Un buio ferale e irrisorio che mi fagocita e dilaga mentre la Speranza non è che una flebile vibrazione, lontano, chissà dove. Dio non mi ascolta. Io non lo sento.

Quante parole spese in difesa del diritto alla vita, interi tomi, una babele di parole auliche e sublimi. E noi, ebbri di buoni sentimenti e di sani principi che ci innalzano al di sopra della miseria della nostra condizione umana, vulnerabili a una superbia che sa di santità, abbiamo scordato un altro diritto, altrettanto inviolabile e sacro.

Il diritto alla morte.

Io lo rivendico questo diritto negato da un insano delirio di onnipotenza. Incapaci di rubare la vita alle mani di Dio gli abbiamo rubato la morte.

Io ripudio questo tempo sospeso, questa vuota agonia senza lamenti, né dolore, né dignità. Negata, nascosta, inutile.

Tutto è andato perduto, vinto da un livore affollato di presenze minacciose  che a poco a poco allontana ogni barlume di luce, finché l’ultima esile fiammella si estinguerà in un filo di fumo e resterà solo il buio.

All’infinito.

Commenti
  • Fiorella Cappelli Un tema molto difficile da trattare, qui reso scorrevole come uno stralcio di esistenza prima veloce, poi al rallentatore. Una “vita” sospesa tra attese interminabili di ogni perché, senza risposte. La perdita dei riferimenti immobilizza il corpo, annulla la mente, trattiene l’anima. La sofferenza di chi amiamo, condivisa in un silenzio colmo di vuoti, la vediamo tramutarsi da speranza, in preghiera. Tutto resta in un limbo: sogni, dignità, libertà. Un racconto breve, come breve è il sogno spezzato. Scritto bene, nella visione delle immagini si percepiscono gli odori e si avverte l’aria fresca di chi respira profondamente, pensando di andare incontro alla vita.

    29 aprile 2012 alle ore 20:33


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