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in archivio dal 27 giu 2006

Francesca Pellegrino

05 novembre 1974, Taranto
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  • 20 maggio 2008
    Desertazioni fine corso

    I passi indietro
    si distinguono da tutti gli altri
    - io li avverto dal respiro -
    è felpato
    come di pantera
    nera. Non si sentono
    se non col cuore.
    A volte sono una parola
    se non addirittura un silenzio.
    Mi è capitato di sentirli
    persino lontana metri e metri
    dalla mia solitudine.
    E mi ci sono trovata in mezzo
    come schiacciata
    che a stento respiravo.
    I passi indietro sono quelli
    che non si guardano mai le spalle.
    Invero non guardano neanche davanti
    semplicemente sono ciechi
    e procedono con le mani
    a scansare il peso del buio.
    Come qui
    che non è più neanche una casa
    questa
    ma volumetrie instabili
    cui mancano le finestre
    e dove le porte sono sempre
    tutte sole. E chiuse.

     
  • Usura diagnosticata
    piastrella di ceramica
    ventiperventi
    stagionatura a caldo di almeno
    una generazione in scatole
    condominiali

    e transumanza di margherite
    povere povere
    millenovecentosettantaquattro
    suole di cuoio
    recidive

    Prescindo comunque
    i passi singhiozzati in su e giù
    ricalcando le geometrie arrabbiate
    della voce e
    l’insolente tramestio
    delle sedie

    e le volte
    che notti di polemiche lampadine
    precipitavano
    in gravità metalliche
    e cocci rotti
    forever

    e non ricordo
    che nessuno avesse predetto
    destino più inesorabile

    troppo facile morire così
    troppo.

    Le fughe rotte non rimarginano

     
  • Fiori,
    ipocrita formalità, questi fiori
    sui davanzali sospettosi dei marmi
    nostalgie a rendere e in
    nome di dio
    lavateli da quell’odore
    di incenso scaduto
    sui petali che non sanno che piangere
    e recitano
    il silenzio di un grido
    che soffoca
    dentro

    E pensare che
    non più di un’ora fa
    erano un giardino di spose
    da scartare
    in ginocchio sui velluti
    e tappeti rossi
    di petali intatti
    che non recidevano labbra

    E solo fino a ieri
    - credetemi -
    li ho visti mangiarsi le foglie
    di un autunno sui balconi
    sorridendo gerani
    come i bambini di dicembre e
    mandorle sui tavoli.

    Fiori,
    fiori che non se ne può più
    ipocrisie che pago
    col peso dell’oro
    nel cuore.

    Fiori,
    che non è vita
    questa vita
    fuori.

     
  • Stanze
    dentro stanze
    muri poco nuovi
    e odori di vita
    usata
    sulle sedie barcollanti.
    Il divano non è
    davvero niente di speciale,
    stoffa traslucida, azzurro elettrico
    legno di mille calendari
    nelle gambe senza ginocchia
    e ancora mi chiedo come
    potesse sostenere
    un mondo intero
    dentro
    i misteri irrisolti
    di nuvole che vedo sostare
    reclinate, recitando sinagoghe
    di sospiri
    noi
    pergolati di dita alle mani
    e mai ultimo
    l’ennesimo respiro
    mai
    p r e s c i n d i b i l i
    io, te
    e tutto questo
    paradiso.

     
  • Era niente, sostare città
    respirando lune intere di zolfo
    sotto i marciapiedi e
    il fracasso delle cattedrali
    le notti che non dorme nessuno.
    Dovevo fermarmi
    un minuto prima di ieri,
    prima che venissero
    a piovere i mille congiuntivi a dirotto
    di questo cielo intubato.
    Prima di lasciarmi corrompere
    con quattro nuvole lasciate a
    scongelare appena sotto il sole.

    (e dire che non fa neanche
    caldo oggi, sotto la pelle)

    Era niente
    tutto questo deglutire con le ginocchia
    a carponi

    tutti sassi che cammino.

     
  • Qui, le conchiglie non traducono
    le declinazioni del vento
    e le ore sono ergastolani
    agli arresti domiciliari .

    Il cielo è una zebra che semina
    vizi e noia con la zampa destra
    e annoderei lenzuola in fila
    per tentare la fuga da questi sorrisi
    parzialmente scremati, se non fosse
    per le sbarre così strette.

    Non rumino più ruggine di porte
    aperte.
    Resto, cos’altro posso fare, poi?

    Aspettare, qui
    è una corsa morta
    sulla linea di partenza

    e il colpo non era a salve.

     
  • Inizio a prendere in seria considerazione

    l'idea di disertare una volta per tutte

    il palcoscenico muto

    delle ombre stampate sui muri

    e davvero

    non ho più maiuscole per il dio di questo cielo

    che traspira neve sui fiori in letargo

    che gratta la fortuna con le unghie

    in questo silenzio doppio strato

    di un sole sempre troppo basso

    e c'è qualcuno - non so chi però -

    che arma la terra di filo spinato

    e mangia ortiche ingoiando anidridi

    e finisce col dormire spilli

    in ergastolo

    dentro un frigo spento

    a marcire d'assenza nel tallone d'achille

    a funambolare lancette al quarzo

    sotto la luna piena di vuoto

    semplicemente pregando

    che non faccia più

    giorno

    domani.

     
  • I pensili erano isole di sogni infranti
    e mia madre li risaliva per una conserva di pomodoro
    su uno sgabello

    io, per conto mio
    avevo le gambe pressoché
    alte uguali.

    Ricordo
    uno scamiciato leggero sopra un estate di dune di sabbia
    una casa al mare e mobili che avevano una cerniera.
    e la bocca dentro coppe piene_piene di fragole e limone.

    Quello stesso anno seppellii una rondine
    che aveva smesso le ali - forse - per troppo vento
    sotto un palo della luce

    ma non ne feci
    parola con nessuno

    Era una estate con la coda al vento
    e millenovecentosettantotto.

     
  • 09 settembre 2006
    Una bambina finita nonsodove

    Fischiava il gesso sulla lavagna
    ed io arrampicavo respiri
    nel tentativo di abbozzare
    un paio di nuvole
    una casetta di quelle in montagna
    colline appuntite e il sole
    e se ho abbastanza colori anche un
    arcobaleno e mani nelle mani
    io e mio fratello verso casa
    grembiuli nel vento
    che aveva il colletto bianco e un fiocco.
    E vennero a mancare le ceramiche
    sotto i miei plantari alzati
    e le cattedre presero a tremare
    forse perché era freddo
    o forse ero io che tremavo e tremavo
    e tremavo e si accesero steppe di silenzi intorno
    tanto che l’intonaco crepava
    da tutte le parti e mi portarono via
    dove sono adesso
    da allora.

     
  • Era un mercato del sabato
    in un mese senza il cappotto
    e il vento non aveva i denti:
    semplicemente bussava con le nocche storte
    sulla punta del naso
    e poi scappava via
    come fanno i bambini ai citofoni

    E dato che non piove più
    se non per effetto
    non riuscendo ormai più a respirare
    ho comprato un pezzo di cielo
    per cinquanta centesimi

    Era su una bancarella
    di quelle della roba usata
    tra uno scialle piedipull
    ed un jeans all’ultimo grido
    e chiunque – dico chiunque –
    poteva scambiarlo con
    un semplice - banalissimo
    niente.

    Ma non di certo io
    che conoscevo quelle nuvole come le mie tasche
    vuote.

    Da allora
    ho un cielo tutto per me.
    Pensate, quattro stagioni su quattro
    ad un palmo dalla mia testa
    io che non ho mai avuto
    neanche la naftalina
    per sedare i vizi
    dell’aria.

    E quando la luna cade
    in quelle notti che è inverno
    e l’ossigeno non regge neanche
    un candela

    ci dormo sopra.

     
  • Sui gradini, potrei tenere un monologo
    di quelli con i riflettori puntati addosso e
    sette camicie da sudare – ma non importa –
    perché tutti ti pendono dalle labbra e
    aspettano solo una pausa
    - la mia pausa – per respirare

    Ho provato
    a contarli un giorno
    che ho perso le dita
    dietro un cartone di vino
    e inciampavo il fiato nelle caviglie

    ma niente da fare
    arrivavo a dieci e le vocali
    tentavano il suicidio
    sulle alzate di marmo
    e puntualmente ci riuscivano.

    Ed è inutile
    - irrimediabilmente inutile -
    tentare di ricorrere al corrimano: finirei
    col guardare sotto
    e guai a guardare sotto.

    Un mio amico c’è rimasto secco,
    gli porto ancora fiori ogni domenica.

    E non crediate che io sia pazzo!
    in quel caso indosserei una
    camicia bianca doppiogiro
    di lacci sul petto

    Sono solo uno che ha perso l’asfalto
    ed è soltanto un caso
    che non sia stato per strada.

     
  • 07 agosto 2006
    Una sedia

    Le rose erano più rosse del sangue
    e lui mi sedeva sopra .

    Cosa guardasse
    non mi è dato di sapere
    so che l’odore dei fiori era forte
    che stordiva

    So che c’èra un letto
    e che non era vuoto
    che c’erano lenzuola
    e non erano fresche di bucato.

    So che c'era morto qualcuno
    e che piovevano lacrime
    sull’alluminio delle mie gambe.

    Sono una sedia
    e ho visto il granito sfiorire.

     
  • 19 luglio 2006
    Un pazzo da legare

    Di quelle pareti bianche
    non mi è mai importato nulla
    piuttosto, era l’odore sterile
    dei camici bianchi
    che mi ubriacava
    e senza accorgermene
    mi ritrovavo le labbra accostate tutte su un lato


    u n o s o l o


    e non riuscivo a parlare
    neanche a deglutire - se proprio devo dirla tutta –
    tanto che rigavo trasparenze sul mento
    e non c’era più aria
    perché mi ritrovavo a nuotare con le mani
    come quando giocavo a fare onde sul mare
    ed ero io il vento


    ma nessuno mi credeva

     
  • 14 luglio 2006
    Una madre coi narcisi

    Non ho memoria di quel primo giorno
    che la vide arrivare
    vestendo veli d’insonnia sulle palpebre.

    Ricordo solo
    che stringeva narcisi
    nella mano sinistra
    e in un incrocio di iridi mi disse
    che non aveva bagagli – solo mani –
    che pioveva a dirotto quella notte
    che nessuno chiudeva le imposte
    che bussarono alla porta
    che avevano il cappello con la fiamma accesa

    e lo sentiva già dentro il fuoco delle parole
    e le parole sanno essere con una carovana che passa
    ed alza polvere per restare ciechi.
    e il mondo è molto più piccolo di quanto si pensi
    perché le dissero del figlio
    e di due auto - sulla stessa strada - sulla stessa linea
    (ma contro)

    E prese dal collo la faccia di dio
    senza una lacrima da imbarcare per quel limbo
    la lasciò cadere dalle mani
    e non fu per distrazione.

     
  • Lo ricordo bene
    era giorno
    (o forse notte, visto che la luce faceva quattro copie di me
    per terra )

    ed era caldo
    (o forse era inverno perché stringevo qualcosa tra e me e me e non
    aveva peso )


    e qualcuno
    (si uno qualsiasi nella folla in quella piazza
    al centro del nulla)

    mi diceva che costruiva cattedrali
    su cattedrali e che sono alte le gru
    tanto che il cielo
    lo vedi sbirciare dalle tende
    ammesso che non piova
    ammesso che non guardi sotto
    e il mondo non ha che
    cinque dita per mano – nel migliore dei casi

    e che le nuvole, sopra
    le aveva dipinte lui
    a Notre Dame un giorno
    che Esmeralda gli disse – ti amo

    e poi
    si fece buio – all’improvviso –
    (o forse un temporale che, non so come, non so quando,
    spense le luci )

    e lo vidi andare via
    nella folla in quella piazza da dove veniva

    nel nido degli aquiloni
    alla fine del vento.

     
  • E' una fortuna che questi filari
    righino dritti
    fino alla fine della staccionata bianca
    fino all’ultimo cancello di ferro

    di ferro come le lingue arrotate
    di ferro come le grate di un glicine
    che sputa ombre per terra

    è una fortuna
    fuggire da qui

    con la scusa sempre buona
    della prima goccia di pioggia
    (o di terra?)
    che si fionda giù
    a pesomorto
    sempre e soltanto a guastare la festa

    (anche se non è di certo una festa, questa..)

    e quella donna, invece,
    quella donna è rimasta

    è rimasta a contare
    tubi rotti
    e gocce di novalgina
    dal beccuccio otturato
    nelle tempie della casa rotta
    della cosa rotta
    e diceva:

    - è rotta la casa! –

    con la lingua che scandagliava sillabe
    dove nulla è rimasto
    oltre la riga dritta dei capelli
    a squarcio di pettine

    e i denti tutti per terra.

     
  • 07 luglio 2006
    Venere

    Circoscrivo
    curve a tutto tondo
    cerchi chiusi sul ventre
    baricentrico perno che ti respira

    C’è da incendiarsi
    a ruotarti così vicino
    eppure non ti stacco le pupille di dosso
    - oh mio sole -
    ché ho le ciglia in fiamme
    e ti voglio essere cenere
    pur di farti l’amore.

    E
    sull’ennesimo
    solstizio d’estate
    di corda sottesa all’arco
    Venere implorò la voce.

     
  • 05 luglio 2006
    Premonizioni d'infinito

    Non dormivo
    sebbene me ne stessi
    con la testa sul lato buono del collo
    e non arrivandovi con le labbra
    schiudevo sogni ovunque gli occhi chiusi
    posassero le ali.

    Chi mi vide
    poteva coprire solo uno dei due seni
    e non c'era neanche da pensarlo
    che quello nudo
    fosse ruggine d'amore

    perché erano premonizioni d'infinito
    le perle in fila
    che lasciava sulla pelle.

     
  • 05 luglio 2006
    Un bar di Van Gogh

    Era lontana Buenos Aires
    da questo tango
    suonato di traverso nei flauti
    una sera che non ero sobria
    e il salotto era di pietra sui gradini
    di un bar di Van Gogh
    senza carambole.

     

    Si beveva il luppolo
    dai rubinetti d’ottone
    e una luna a tre quarti
    barcollava sulle lancette
    della piazza circostante.

     

    E mai
    dico mai
    avrei voluto
    che smettesse di balbettare, babele
    dalla torre.

     
  • 29 giugno 2006
    Una polaroid

    Sotto tutto quel sole
    Monet, ci avrebbe messo
    un ombrellino
    io, invece
    andavo riesumando nuvole
    dai cassetti alla lavanda
    e accalcavo parole
    sulle tele incrinate
    dal caldo

     

    Accecavano i narcisi
    corteggiati nel grigiore
    di certi pomeriggi
    vorticando
    girotondi di nicotina
    soffiati
    dalle labbra ad imbuto.

     

    E invece
    di impressionare la tempera
    in cornici di ottone
    partorivo polaroid
    col destino di
    punes e polistirolo

     

    alla polvere.

     
  • 27 giugno 2006
    Una spiaggia

    Nelle macchine
    il jazz sudava sabbia
    sui tappetini d'alcantara
    sotto un sole che cadeva
    a piombo sulle lenti scure.

    Era mezzogiorno
    e non c'era fuoco
    nella brace
    ma fumo di sigarette
    tirate fino all'ultimo sorso
    nella gola asciutta.

    Avrei dato via
    uno dei miei respiri scalzi
    in cambio di una strada
    da dirottare per
    la prima spiaggia a destra

    e che sia l'ultima, visto
    che l'ennesima ha braccato anime
    in prima linea senza elmetto
    in un campo di concentramento
    e se pioveva non era di certo
    acqua sulla sete

    - e allora che vuoi che sia
    quest'aria che trema d'afa
    -
    dicevano alla radio
    mentre io ingranavo marce
    e tu frenavi la paura
    con il palmo sul cruscotto.

     
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  • 08 agosto 2006
    Inutile dettaglio

    Come comincia: Ufficio

     

    L'ufficio del direttore era all'ultimo piano dell'edificio.

    - Purtroppo, siamo costretti a prendere una decisione immediata! Ormai, sono mesi e non possiamo più tollerare oltre - Intanto il direttore chiudeva tra gli indici le labbra e la sua voce accentava in maniera precisa il senso della discussione.
    - Ma, io, io non ho potuto fare altrimenti e ormai, la mia situazione, non durerà ancora per molto. I medici dicono che non c'è altro da fare. Dobbiamo solo aspettare qualche mese ancora e poi sarà tutto... finito. Finito - il tono di Marco era roco, in gola gli si stringeva il respiro rabbiosamente affannato e stanco.
    Il direttore era impassibile: guardava e basta. Sembrava non ascoltare.
    - Direttore, sarà mia premura ... - Marco tentava di giocare l'ultima carta, ma il direttore l'interruppe: - Le ripeto che purtroppo non sarà possibile tornare sulla decisione. La sua assenza degli ultimi mesi ci ha costretti a rivedere i piani d'azione e altre figure hanno preso il sopravvento. Purtroppo devo pensare al futuro dell'azienda -

    - Si, certo, capisco - la sua voce aveva perso ancora un tono e adesso era come un colpo di tosse che graffia la gola. Non cercò più altre parole: non servivano. Era chiaro che ormai ogni cose fosse vana, inutile.
    Inutile. Come tutti i mesi vissuti a strappare parole di speranza ai medici. E anche quello non era servito a nulla. Sua figlia moriva ogni giorno e lui non poteva fare altro che guardare.

    Le parole che seguirono fra i due, furono fredde e distaccate: convenevoli di rito.
    Marco sudava nonostante l'aria condizionata e non riusciva più a trattenere i pensieri in testa. Le parole del direttore continuavano a risuonarli dentro ma allo stesso modo, gli sfuggivano. Come se non avessero memoria.
    Si strinsero la mano e si salutarono.

    Bar

    Il bar sotto l'ufficio era quasi vuoto, come ogni giorno a quell'ora, subito dopo l'ondata della prima colazione.
    Il barista era il solito, Giorgio. Cinquant'anni portati malissimo e l'effetto dell'acqua fredda del rubinetto sulle mani. Lo vide accomodarsi sullo sgabello e piantare i gomiti sul tavolo ripassando le palme della mani sul volto come per lavarsi la faccia. Sapeva tutto. I baristi sanno sempre tutto.

    - Dammi una vodka, Giorgio - disse Marco
    - Non gira eh? Non ci pensare. A tutto c'è rimedio, tranne che ...  - Si accorse di aver detto una cazzata. Ma la lingua era stata più veloce di ogni altro pensiero e lo bruciò sul tempo. Ormai, aveva detto l'unica cosa che non avrebbe dovuto dire. Ma indietro non si torna. Mai
    - Appunto, Giorgio. Appunto. - gli rispose. 

    È tutto come quando ti accorgi di non pensare a nulla. Ti manca anche l'energia per parlare o immaginare. Non c'è niente nello sguardo, se non quel bicchiere tra le dita che lo fanno girare come in un gioco. Il gioco è non versarne una sola goccia perchè ogni goccia è un momento di lucidità in meno. Perchè ogni goccia è un respiro nuovo.

    In fondo, lui, era solo un uomo, quel bar solo un bar qualunque e la sua vita una delle tante sparse tra le vie di una città come troppe.
    In fondo era uno dei tanti cristi, uno in mezzo alla gente. Uno. 
    È il momento in cui le persone non sono che sagome in controluce e senza un volto. Solo ombre. Ti passano accanto e sembrano, banalmente, la scia di se stessi o dell'anima che nasconde in fondo.
    È come quando sogni e riapri gli occhi e il sogno sparisce. Così la sua vita adesso. Un uomo senza storia, senza vita.
    Una goccia dopo l'altra, un bicchiere dopo l'altro. Uno, due, tre, quattro....

    Strada

    È mezzogiorno fuori. Il sole a picco batte sull'asfalto.
    Potrebbe essere qualsiasi stagione. Che importanza avrebbe, sarebbe solo un dettaglio.
    Un inutile dettaglio.
    Inutile.
    - L'asfalto! Come corre veloce sotto le auto, l'asfalto! - Nella mente le parole si articolano e prende fuoco un immagine precisa, nitida: - Asfalto... Io -

    Fine.