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in archivio dal 16 feb 2006

Francesco Forgione

01 gennaio 1972, Anzio
Mi descrivo così: Sono vivo, sono morto, sono lo straniero

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  • La mano scivola lì,

     

    cercando di trovare una parte di te che non riesco a spiegare a me stesso.

     

    E mento,

     

    sapendo sin da l’inizio che la situazione potrebbe non essere come realmente io l’ho dipinta.

     

    E le lacrime cercano di cancellare tutto, spingendo piano il tuo sorriso verso un angolo spento della bocca.

     

    Cerco nel cuscino le parole che vorrei averti detto.

     

    Penso come sarebbe stato bello aver allungato la mano per fermare le tue spalle che piano piano si allontanavano.

     

    Ma ho lasciato che tutto accadesse, cercando di evitare i tuoi occhi, i tuoi capelli, le tue parole.

     

    Ora il silenzio del piccolo lume sul comodino mi nasconde quello che tu un giorno hai scritto sulla sabbia.

     

    E adesso è tardi per dirti quello che in fondo non posso dire neanche a me stesso.

     
  • E’ questo che ci resta.

     

    Un eco di una voce dietro una porta, il rumore dei tuoi passi veloci persi tra una stanza e l’altra.

     

    Oggi sinceramente ne farei volentieri a meno, lascerei cadere tutto compresi i miei occhi da te.

     

    Penso che infondo potrei fare qualcosa, potrei dire la parola fine, mi manca solo questo gradino questo piccolo passo per essere libero del tutto.

     

    E le state se ne frega, arriva quando meno te lo aspetti e forse non sei neanche pronto, ma lei se ne frega. Il caldo dei muri, l’asfalto piegato e con lui il tuo nome scivola piano nel riquadro più basso del televisore. Non saluterò neanche oggi la signora del piano di sotto volando per le scale per sperare di trovare un po’ di fresco. 

     
  • Credo che ci sia poco da dire,


    il dolore, quello è un’altra cosa, una cosa da prendere con calma.


    Ieri ho spiato la mia vita, infondo non era male, forse triste colorata di grigio sui bordi.


    Ho provato a chiamarmi, gridavo ma non mi sono voltato.


    Ecco, ecco un’altra estate che passa e io non mi volto, non guardo, perdo tutte le sfumature, i sorrisi, gli odori i colori.


    Il mio nome perde di suono, non ha più significato si incasella con milioni di altri nomi dentro cassetti di metallo. Confuso perde le lettere cancellando pezzi di vita, cancellando idee e convinzioni. Non è bastata una vita per costruire tutto e ci è voluta solo una lettera per far crollare il mondo. 

     
  • Chiudo la porta, piano, lasciando le chiavi cadere senza rumore.


    Alzi lo sguardo aspettando una parola, un motivo.


    Cerchi di sorridere salutando i miei occhi dimenticando che l’ultima parola è stata tua.


    In silenzio vedo il cielo cambiarsi d’abito giusto in tempo per la cena.


    Le tue lacrime scendono piano avanzando lentamente verso le labbra.


    Ti guardo, e non provo nulla, e pure dovrei.


    La sera passa nel piatto freddo che ho davanti,


    cerco di non guardarti lasciando scivolare la tua ombra sul vetro.


    Silenziosamente penso di non tornare.


    Proverò a nascondermi sperando che il buio lasci il posto ai tuoi capelli.

     
  • 09 ottobre 2006
    Immagini sfocate del giorno

    Il cielo è come ieri nei tuoi occhi.


    Il rosso scende fino ad incontrare il mare e sfumando in un solo colore.


    Sto qui cercando di non stringere troppo la tua mano che scivola piano senza parole.


    Perdo il tuo profumo rimanendo solo davanti allo specchio, sapendo che è meglio cosi.


    Inventerò il tuo viso di nuovo, dipingendo un nuovo sorriso, guardando dalla finestra per vedere se piove ancora.


    Ma in fondo cosa è cambiato, lo sguardo è quello delle occasioni migliori ma sono le parole che mi mancano per chiamare questo giorno con il nome giusto. Tu aspetti una mia mossa, un gesto verso il tuo collo, ma il vento oggi e dolce per poter perdere anche questo tramonto.

     
  • Ora come ora pagherei per il silenzio che non ho.


    Mi attengo alle poche regole che conosco guardando i quadri cadere dal muro.


    Sono il numero 123 io, un giorno avevo un nome, mi sembra.


    Qualcosa che iniziava con la F, mi sembra, ma forse con G.


    Sì ero presente, ma giuro che non centro, la mia vita si è suicidata io non ho potuto fare nulla, neanche la conoscevo.


    Spero sempre che la notte si fermi, che rimanga inchiodata nelle mie mani, senza svegliare il giorno dopo, senza creare i giorni, le settimane, gli anni. E invece le 07:30 esistono e mi ricordano che dopo lo strillo della sveglia io mi chiamo 123, non ho una vita ma dei compiti da svolgere.


    Fatico a comprendere le ragioni per le quali mi trovo in questa condizione e non vedendo un punto alla storia, una fine dove il lupo salva la bambina.

     
  • Il tuo collo dice tutto, è questo il problema.


    Troppo stanco per capire il verso delle cose cerco riparo nell’angolo del letto.


    In fondo cosa cambia?


    Domani mattina saremo sempre noi, stessi occhi, stessa faccia.


    Malgrado il tuo sorriso cambierò aspetto non inchinandomi per salutare le otto di mattina.


    Il giorno passerà senza che nessuno muova l’aria, senza che nessuno nomini l’altro per paura di rovinare il sole.


    Ti aspetterò seduto, intento a verificare la verità della foglia di plastica, pensando al resto del giorno che passa senza dirlo a nessuno. Eppure ieri è cosi vicino sembra quasi di toccarlo, guardavamo lo stesso cielo e io non sapevo che dire per fermare quel momento.


    In silenzio ho preso la tua mano fermando tutto intorno, mi hai guardato, ho sorriso piegando il viso verso sinistra.


    Ti sei avvicinata, mi hai baciato e tutto il resto l’ho lasciato al mondo.

     
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  • 24 aprile 2007
    Piano meno uno

    Come comincia: Il vino trabocca dal bicchiere uscendo in piccoli rigagnoli sottili.

     


    10:30 tutto come da copione.


    Gente che va in tutte le direzioni con buste di carta in mano contenenti prove inconfutabili di malattie varie. Infermieri fermi, intenti a discutere della partita che si dovrà giocare, elencando formazioni e tattiche da tener conto per fermare gli avversari.


    Mario, davanti al suo bicchiere di vino non cerca nessuno.


    Lui ha tutto lì, il bicchiere che lo guarda negli occhi e il vino pronto a capirlo, lasciandolo navigare nella sua solitudine.


    Quarant'anni di servizio è questa l’unica cosa certa, l’unica cosa che insieme al suo nome non gli può togliere nessuno.


    Il bar alle 10:30 è affollato, parenti in visita, dottori, c’è gente ovunque, arrampicata sul bancone pronta a ricevere qualcosa.


    Mario parla, lascia uscire il suo piccolo mondo dalle parole chiuse male fra i denti.


    E’ solo davanti al bicchiere e lascia scivolare tutto, frammenti di vita sciolti senza senso apparente, senza tempo, con un unico scenario sullo sfondo.


    Verità mischiata a delirio, frasi dette in mezzo alla folla delle 11:00, ripetute alle 12:00, lasciando un piccolo spazio, una linea tra il bancone e i suoi piedi.


    -1, un numero al disotto dello 0, un numero pieno di corridoi e stanze, ma soprattutto porte chiuse. Mario si prende cura di tutti, in fondo è il suo lavoro, lavare, vestire, incipriare, rendendo ancora bello quello che sta per appassire. Cerca con i suoi piccoli gesti quotidiani di attaccare un po’ di vita, l’ultimo lembo, l’ultima immagine da ricordare prima di sparire per sempre. Persone con nomi e cognomi che presto saranno dimenticati tra le foglie gialle di qualche lapide bianca.


    Ogni piano lascia scivolare sentimenti diversi, raccolti in un unico lamento.


    E lui è lì, con il suo cappotto consumato, la sua aria emaciata, unico vero eroe del piano


    -1.


    L’ultima mano gentile prima della fredda solitudine.


    Ogni giorno volti nuovi, anni, qualcuno giovane, qualcuno vecchio.


    Tutti legati da un solo destino, raccolti in un'unica parola, 5 lettere di certezza.


    Si commuove, quarantanni di servizio e ancora riesce a piangere.


    Sogna, immaginando finali diversi per i corpi che accarezza, per le mani che sfiora.


    La piccola Silvia, con il lunghi capelli biondi, il minuscolo vestito rosa a testimonianza della sua innocenza, il vecchio Alberto, piccolo come un albero che ha già dato molti frutti. Mario sceglie le lacrime, mentre silenziosamente nella stanza cerca di dimenticare, lascia che la luce del pomeriggio tocchi le lettighe, accarezzando i lenzuoli deformati da figure immobili. Li immagina tutti vivi, insieme in un giorno di Maggio, accompagnati dal sole caldo che li rende tutti belli. Le loro voci gioiose si confondono con il suono di una nota, una nota che cerca di tenera aperto l’unico spiraglio di vita. Lui si lascia trsportare dal vento, leggero, li prende per mano tutti, sorridendo, lasciando che i sogni almeno per oggi possano prendere forma. Lasciando che il rumore del pianto rimanga alla porta, senza disturbare, senza che nessuna lacrima bagni questo giorno. E poi di colpo apre gli occhi, ed è tutto fermo, la luce del pomeriggio è diventata buio, interrotta dal neon opaco del soffitto. Stancamente si alza, sposta qualche lettiga cercando di creare una fila perfetta. Manda giù l’ultimo sorso di vino, alza il bicchiere per un brindisi e li rivede tutti lì in piedi, vede i loro volti tristi e seri.


    Lo guardano e piano piano indietreggiano dietro la riga buia della stanza. Mario si volta, lascia cadere il bicchiere, sorride toccando il pavimento con la guancia, chiudendo gli occhi per l’ultima volta.

     
  • 19 dicembre 2006
    La vendicatrice di salmoni

    Come comincia: Il Signor Persifal mi aspettava sempre sulla porta di casa, io uscivo e lui aspettava.
    Mi controllava, neanche mi parlava, non aveva di che dirmi, i soldi dell’affitto li prendeva sempre, eppure mi odiava.
    Mi cominciò a detestare da quando alla Signora Marisa gli fu rubata la busta della spesa davanti alla porta di casa. Non si seppe mai chi fosse stato, ma lui aveva subito pensato a me. In effetti, l’avevo rubata io, ma questa è un’altra faccenda, lui non aveva prove, non poteva odiarmi così.
    Il pomeriggio aveva odore d’estate, una foto scattata di sorpresa, rendendo immobile tutto ciò che si muoveva. Il letto sotto di me mi reggeva le spalle comodamente, non avevo niente da fare, ero un ex impiegato e improbabile scrittore, ma non ci pensavo molto. Avevo solo un’altra birra in frigo e il libro che stavo cercando di finire era ancora molto lungo. L’umidità si attaccava ai muri, non lasciando nessun angolo, soffocandomi ad ogni pagina. M’immaginavo in ogni singola frase, in ogni virgola, fossi stato io a scrivere tutto questo, io Ernest Borodin, la critica impazzirebbe.
    Sig. Borodin, Sig. Borodin.
    Gli alberi nella mia via stanno su per prepotenza. Ancorati ad un pezzo d’asfalto grigio, osservano la vita senza farne parte. Le case sono tutte uguali, le persone sono tutte uguali, testate clinicamente. Buttano la spazzatura alla stessa ora, cenano alla stessa ora, e alla stessa ora si piazzano davanti al televisore. Si portano nei capelli la polvere della loro esistenza, non facendo niente per levarla. Decisi di uscire, camminavo svelto, cercavo un posto tranquillo dove prendere qualcosa da bere.
    Il sole mi seguiva, mi facevo spazio fra la gente senza essere troppo scortese, ero senza dubbio il più grande scrittore di quest’ignobile secolo, ma il bello e che lo sapevo solo io. Mi sforzavo, anche quando sapevo che non mi sarebbe uscita una parola, mi mettevo a sedere davanti alla macchina da scrivere e aspettavo. Talvolta ci stavo delle ore, guardavo il foglio bianco ma non c’era via di scampo, non sarei stato in grado di scrivere neanche la lettera a Babbo Natale. Trovai un Bar aperto, un bar senza pretese, poco illuminato con una piccola insegna della marca di qualche caffè Brasiliano. La porta aveva i campanelli scaccia sfortuna, riuscì a sentire i tintinnii anche quando avevo preso posto nel tavolo in fondo vicino al biliardo.
    Era tutto in legno scuro, il proprietario stava dietro al bancone a preparare birre con un enorme tatuaggio sul braccio sinistro. Cercai di capire, muovendo la testa a sinistra e a destra, era un diavolo, o meglio, una faccia di un demone infuocata,
    doveva essere stato fatto molto tempo fa dato che era diventato bluastro.
    - Che prendi amico?
    - Vorrei una Birra gelata.
    - Un caffè?
    - No, una Birra.
    - Una biro?
    - Si grazie, e magari anche dei pennarelli.
    Non sapevo se mi stava prendendo in giro o era scemo. Un tizio vicino al biliardo
    attirò la mia attenzione.
    - Il nostro Freddy è un po’ sordo, devi scandire bene le parole con la bocca, ha preso una bella botta in una rissa, ha un eterno ronzio nell’orecchio.
    Comunque la birra arrivò sul mio tavolo, me la portò un angelo.
    Mi sorrise, un sorriso di cortesia, senza pretese o allusioni. Uno di quei sorrisi dovuti ad un cliente che ordina una birra. Mi girò le spalle e si diresse velocemente verso un altro tavolo, prendendo con una mano i boccali vuoti. Aveva la carnagione chiara, portava un enorme e folta chioma biondo scuro adornata da favolosi e morbidi ricci.
    Mentre sorseggiavo la birra arrivo Freddy con una biro e un foglio. Lo guardai stupito,
    e lui semplicemente mi disse:
    - Ecco qua amico.
    Mi aveva portato in effetti una biro, roba da non crederci, cioè gli sembrava normale il fatto che uno entri in bar e ordini una biro. Mi venne in mente di scrivere una poesia magari per donarla al mio angelo. Impugnai in bello stile la penna, ecco lo scrittore che inizia a sgorgare fiumi d’inchiostro magico, che regala alla gente illusioni, talvolta durano ore talvolta giorni ma il fatto che sono solo sogni o fantasie di qualcuno, un qualcuno che racconta la vita secondo il suo punto di vista, secondo il suo modo di stare al mondo.
    Non ti dirò chi sono per non rovinare tutto,
    non chiederò chi sei per non rovinare tutto,
    ma lascia che ti guardi, che veda il tuo delicato sorriso,
    che stringa al cuore i tuoi capelli, che ricordi i tuoi passi.
    Potrei ascoltare la tua voce durante una tempesta,
    ma non parlerò mai di te a nessuno per paura di vederti volare
    insieme alle parole.
    Ti vedrò andare a piedi scalzi nella notte, indossando una sottoveste leggera.
    Non guardarmi potresti non vedere nessuno, ma guardandoti potrei vedere
    Il mondo intero.
    Lasciai il foglio sul tavolo piegato con i soldi dentro.
    Mi alzai, guadagnai l’uscita salutando a palmo aperto Freddy che neanche mi guardò. Mi fermai, volevo vedere, ero curioso dell’effetto della mia Poesia.
    Rimasi vicino alla vetrina, in un punto dal quale non potevo essere visto dal bar.
    Dopo aver passato la spugna su due tavoli vicino al mio, finalmente prese in una mano il foglietto sfilando con l’altra i soldi. Lo apri con due dita, lesse il contenuto senza un’espressione in viso. Un sorriso parve ferire la sua faccia, lo strappò senza pietà. Lasciò cadere i pezzetti nel posacenere disprezzandoli, provocando le risa del tizio vicino al biliardo. Rimasi incredulo, non tanto perché non accettò la mia poesia, quanto perché l’aveva stracciata, aveva stracciato la mia fatica. La gente pensa che sia facile scrivere una poesia, be’ non è cosi.
    La odiai enormemente, avrei voluto picchiarla, tu non sai cosa hai fatto io Ernest Borodin. Bussai alla vetrina, bussai di nuovo con più vigore, si girarono tutti e per ultima lei. La guardai negli occhi, gli girai le spalle e andai via.
    Ore sette del mattino, in un posto vicino al mare, al terzo piano di un palazzo suona
    la porta, la porta che suona, nessuno risponde.
    Ore sette e un minuto del mattino, in un posto vicino al mare suona una porta.
    Non credo di aspettare qualcuno, e poi a chi darei mai appuntamento alle sette e un minuto del mattino.
    Ore sette e due minuti del mattino, in un posto vicino al mare, al terzo piano di un palazzo suona la porta. Non so chi tu sia ma ti odio, odio il tuo modo di stare attaccato al campanello. Odio il tuo modo di tenere il dito puntato sul campanello, odio il fatto che sono le sette del mattino. Aprii un occhio senza svegliare l’altro, presi una maglietta dalla sedia vicino, la infilai alla rovescia, inciampai.
    - Chi è?
    - Io.
    - Io chi?
    - Io.
    La porta si apre, due sospiri, il cuore che batte veloce.
    Era lei, la distruttrice della mia arte, l’angelo dai capelli biondi, la sfinge bianca.
    - Che vuoi?
    - Ecco io vorrei……scusarmi.
    - A si, e per cosa?
    - Be’, per avere fatto a pezzi la tua poesia.
    - Non ti preoccupare, non è difficile, ne scrivo tante.
    - Comunque guarda. Tirò fuori dalla tasca un foglio stropicciato contornato da nastro adesivo, la mia poesia. Mi veniva da piangere, ero commosso, sentivo un nodo in gola. Comincia a balbettare,
    - Vuoi entrare, come ti chiami, vuoi bere qualcosa, mettiti comoda. Non mi stavo
    rendendo conto che la stavo sommergendo di parole senza lasciargli il tempo di respirare. Lei entrò timidamente, aveva le guance rosse e delicate, avrei voluto leccargliele tanto erano morbide e indifese. La feci accomodare, si adagiò sulla sedia dolcemente, senza peso.
    - Da quanto è che scrivi?.
    - Ma da sempre. La mia bocca prese una posa da soprammobile antico.
    Rovistai dentro una cartellina rossa, ne tirai fuori dei manoscritti. Lessi rapidamente i titoli, cercandone uno adatto al momento, eccolo, LA VENDICATRICE DI SALMONI. Non era una poesia ma un racconto su di una donna pescatrice che si era innamorata del suo capitano.
    Alzò lo sguardo posandolo su di me, e ne fui felice.
    - Potrei leggerlo?
    Puoi fare tutto, puoi anche uccidermi, puoi spegnere il sole, basta che mi guardi negli occhi.
    - Si, ma se non ti dispiace vorrei che lo leggessi ad alta voce.
    - D’accordo.
    Iniziò a leggere con voce dolce, da prima tremante ma poi prese sicurezza e volò.
    Le lacrime mi cominciavano ad annegare gli occhi. Era un sogno, era come se un angelo si fosse messo a leggere nella mia stanza.
    Lei era evidentemente emozionata da quello che leggeva tanto che ad un tratto si fermò,
    - E’ bellissimo.
    Non stava fingendo era davvero emozionata, si era emozionata leggendo un mio racconto, roba da non crederci.
    Uscimmo dalla stanza e prendemmo la strada per la spiaggia. Il sole era caldo, le vie scorrevano velocemente sotto la macchina. Arrivammo alla scogliera, non c’era nessuno, ad un tratto mi venne in mente il fatto che non sapevo neanche il nome della mia ammiratrice. Presi le bottiglie di birra dietro il sedile e scesi dalla macchina.
    Lei stava sul bagnasciuga giocherellando con l’acqua,
    - Scusa.
    - Dimmi.
    - Io ancora non so il tuo nome.
    - Anella. Lo disse voltandosi, lasciando cadere i capelli sul viso.
    - E tu?.
    - Ernest.
    Mi venne vicino dandomi un bacio sulla guancia. Rimasi immobile, un sasso sulla sabbia.
    Stappai le birre, ci sedemmo in silenzio guardando il mare.
    - Non mi abbracci?
    - Dovrei?
    - Forse.
    Si alzò in piedi, si tolse la maglietta.
    - Vado a farmi il bagno.
    Rimasi a guardarla mentre si spogliava. Mise a nudo il suo corpo, mi sembrava di morire, i seni erano tondi, stavano su come sculture di marmo liscio. Guardai più in basso e arrossi.
    Prese una breve rincorsa e continuò fino a che l’acqua non gli arrivò alle spalle.
    - E’ bellissimo, l’acqua è calda.
    Mi spogliai in fretta, titubando un attimo al momento di togliere i boxer.
    La raggiunsi con due bracciate. Si avvicinò muovendosi appena, adesso i suoi seni spingevano contro il mio petto. Fui preso da un attacco di gratitudine verso La Vendicatrice di Salmoni. Sentivo una parte di me impazzire dal desiderio.
    Prese a baciarmi il collo. Piccoli e brevi baci che ebbero un effetto terrificante.
    La strinsi, mise le gambe intorno ai miei fianchi. Sentiva la mia passione mostrandomi tutto il suo desiderio. Lo facemmo anche sulla spiaggia coperti da due scogli. Ci asciugammo e tornammo alla macchina. Ci Infilammo nella mia stanza, Anella entrò nella doccia e io mi sdraiai sul letto con l’aria soddisfatta, cercando il pacchetto di sigarette.

     

    Le gocce d’acqua si adagiavano sul pavimento allungandosi in forme strane.
    Aveva in dosso un piccolo asciugamano che la copriva appena. Si stava strofinando i capelli, si fermo di colpo, mi guardò,
    - Vuoi fare l’amore?,
    Non risposi subito,
    - Si, penso che mi andrebbe proprio.
    Io Ernest Borodin, lo scrittore, io, sono qui con un sogno, io ho scoperto che l’amore è dolce, io vorrei fermare il mondo e gridare a tutti che so amare e che amo una ragazza, e che la vita può essere bella.
    Facemmo l’amore, mi addormentai beato.
    18:28, mi svegliai cercando con la mano Anella, trovai solo il lenzuolo un po’ umidiccio. Mi misi a sedere sul bordo del letto, più in la, in disparte sul comodino una lettera.
    - Mio piccolo scrittore, sono andata a lavorare, ci vediamo più tardi.
    Risi, risi perché era tutto vero, risi perché passai il giorno più bello della mia vita, risi perché esisteva.
    Mi feci una doccia al volo e sempre volando mi infilai i vestiti.
    Scesi le scale, il signor Persifal era fuori della sua porta con in braccio un impiastro di cane. Il bello e che non me ne importava niente, avevo smesso di odiarlo.
    - Va di corsa Signor Borodin?
    - La amo signor Persifal.
    Rimase con la mano incastonata nel pelo del cane. Arrivai davanti al Bar e il cuore già mi batteva a cento. Mi nascosi nel solito posto per non essere visto.
    Di Anella neanche l’ombra.
    Cera il solito tizio vicino al bigliardo e Freddy intento ad incrociare le parole. Cominciai a cercare veloce con lo sguardo in mezzo ai tavoli, mi mancava l’aria, e di lei nessuna traccia.
    Era vera?
    Ad un tratto la porta della cucina si apri facendo uscire il suo stupendo viso, si diresse con due piatti in mano verso un tavolo. Li posò con un sorriso, andò dietro il bancone, si asciugò le mani con cura e poi, tirò fuori della tasca la mia poesia.
    Pieno di gioia mi voltai puntando il pugno in alto,
    - Ernest Borodin il grande scrittore.
    Mi sedetti sul marciapiede, accesi una sigaretta e guardai le stelle.

     
  • Come comincia: Mi si chiede come andarono le cose.

    Non so bene in effetti il motivo per cui mi trovai coinvolto, il motivo per il quale io, persona rispettabile, con villa al mare e una Mercedes nera scivolai piano nella sensazione di non appartenere al genere umano nel senso completo del termine.

    Iniziò credo con lo smettere di credere in Dio e i suoi compari e poi fu una discesa, o una salita, a seconda di chi guarda la strada. Non mi lamento del fatto che anche la panettiera all’angolo non mi sorride più quando compro il pane, e la polvere si è impossessata di tutta la mia casa, sono cosciente di avere relazioni con lo specchio,ma non posso fingere di essere il prestigiatore quando non sono neanche la valletta.

    Mi sono trovato immerso in un posto che non mi compete, in scelte esageratamente esasperate su sguardi di compassione persi nei passi del giorno prima.

    Vestito di grigio sono stato scelto per paura di non riuscire a tacere, per non rubare furtivamente libertà nelle parti buie del lattaio o del macellaio.

    Le domande, mi hanno rovinato le domande.

    Non fosse per quelle sarei riuscito a resistere ancora per molto tempo senza rivelare il volto del mio viso, cercando incomprensibili perché nel mio stomaco, senza bisogno per questo di tirarli fuori. Sarei rimasto in silenzio seduto sulla poltrona in salotto, cercando di capire il pensiero di qualcuno leggendo su di un titolo di un libro, colorato di quelli a poco prezzo.

    In un momento sono rivolto verso un muro bianco imbottito come una trapunta ma senza nessuno che tira i mie fili, comprensibilmente agitato lasciandomi scivolare fino a sdraiarmi di fianco sulle poche domande che ancora posseggo ma cerco accuratamente di evitare.

    Il sogno della villa rosa mi ha restituito un colore discreto, la vicina sessantenne gentile, sicuramente non mi avrebbe sgridato troppo per le feste chiassose che avrei dato non troppo di rado.

    Il pavimento uguale alle pareti mi confonde non facendomi ricordare in quale lato della stanza sono,

    Sul soffitto?

    Sul muro laterale?

    Ma quale è il soffitto ?

    Quale è il muro quale il pavimento.

    Non riesco a non fare domande, per quanto io tenti di sforzarmi la mia natura mi impedisce forme di accettazione passiva della realtà. Non cerco perché vaghi, lasciando il sorriso su un muro e la consapevolezza di aver mentito su tutto anche sapendolo. Non cercherò di attrarre su di me attenzioni non desiderate, perdendo il filo del discorso arrampicandomi su specchi per la sola paura del silenzio. Il fatto è che sono qui e non vedo il motivo del mio stare legato con le mani alla schiena.

    Devo fare sforzi più concreti per non ridere di questa situazione che si presenta abbastanza seria, forse non al punto di non farmi ridere di gusto pensando ai mie colleghi che girando con fogli bianchi i mano si chiudono in un cassetto tra un evidenziatore e un graffetta.

    Oggi non sono sceso in scena, sono nella stanza bianca, senza un motivo realmente valido che possa convincermi del fatto che sia giusto che io mi trovi qui.

    Ricordo solo striduli suoni provenienti dalla signora al supermercato, la sua voce attenta a sottolineare cose inutili, cose che non hanno neanche nome, dettaglia marginali di punti neri lasciati appositamente nel posto buio.

    Eppure l’attenzione donata dalla cassiera non sembra dire questo, attenta e protesa con il viso in avanti, sembra pendere dalle labbra della signora, muovendo la bocca ad ogni parola come se fosse lei a pronunciarla. Io nella fila della cassa 5 mi ci sono trovato per caso, non ho fatto nessun tipo di ragionamento logico, nessuna formula matematica la quale somma mi ha dato 5. A prima vista non sembrava avere una fila lunga, nessun carrello stracolmo di tutto, nessuno che usa la carta di credito come segno di avanzamento tecnologico ostentando lo stile futuristico del taglio di capelli. Ma la signora, quella signora insignificante come i prodotti del suo carrello, bianca come il sapone in offerta speciale, non smetteva di squittire nelle mie orecchie, non che quella mattina fossi particolarmente di buono umore, come mi aveva ricordato mia madre prima di uscire da casa, ma quelli erano dettagli che se non attizzati si sarebbero spenti con l’andar della mattina. Si sa delle volte anche cose molto incomprensibili possono farsi strada e dimostrarsi almeno per un momento cose ponderate e provate, ma mai avrei creduto di riuscire a dare un colpo ad una signora, non che me ne vergogni, ma un colpo in pieno stomaco sono tutte altre faccende. Sapevo che sarei andato incontro a milioni di problemi, sguardi, parole, ma la sua voce mi vibrava nella testa e io non potevo fare altro che irrigidire il pugno e pensare al sole dietro le case che indugia nel mio sguardo volto verso il pensiero di non trovarmi sdraiato in una stanza bianca.

    La logica delle cose e le conseguenze rumorose mi impedirono di svolgere il compito, ben che avrei voluto seppellire quella voce con le sottilette e il pane di soya non riuscì a farlo. 

    Allora, legato con le mani nella schiena giro su me stesso non riuscendo a capire bene in quale lato sono, il bianco rende uguale ogni angolo, ogni pensiero e non riesco proprio a capire cosa faccio qui, per quanto mi sforzi non so rispendere a questo, nessuno sembra saperlo, Donato, l’infermiere, si dichiara ignaro di tutto non ricordando il tempo del mio ricovero. I dottori non riescono a diagnosticare nulla alternando dubbi a fogli mancanti della mia cartella, che sembra cambiare discorso nel momento più bello.

    Eppure sono qui cercando di non pensare, mangiando ad orari stabiliti senza sporcare il grembiule, dovrei aver fatto qualcosa di serio per essere stato messo in isolamento ma non so cosa. Basta per oggi basta, mi guardo dal vetro della porta della stanza bianca, sono supino guardando i miei piedi muoversi uno ad uno. Mi sorrido, ricambio con sguardo nullo, chissà cosa avrò fatto per stare li. Le cose andarono così, non so cosa rispondere a chi mi fa la domanda, ho solo scelto un vestito per la sera, scegliendo bene la cravatta, e poi di colpo tutto il bianco, le scarpe lucide si abbinano con il bianco forse è per questo che sono li, questione di gusti estetici.
    Domani mi toglierò le scarpe lasciandole penzolare da un lato, cercando di attirare l’attenzione al fatto che sono scalzo e sicuramente avrò una risposta soddisfacente di tutta la storia.

    Un’altra comparsa lasciata per qualche giorno a casa, lasciata perché si parla di qualcuno che non è lui, o si parla di lui ma in terza persona senza descrivere il problema della sua mancanza sul set, senza farne parola con il vicino, come se la sua esistenza aleggi nei corridoi, un esistenza non fisica, nebulosa, gassosa, che non lascia aloni ne impronte di scarpe.

     
  • Come comincia: L’estate arriva, bussa, si fa invitare e rimane ospite indesiderata fino ad Ottobre.

    Odio l’estate, odio l’estate. Non è una semplice constatazione o una frase da dire in ascensore con una signora tanto profumata da uccidere l’ozono e tre o quattro animali in estinzione che cerca di farti sorrisetti per arrivare al punto più basso dei pantaloni.

    Tutto questo è una verità scientifica che inevitabilmente si traduce in notti insonni impanato nelle lenzuola, in guerre psicologiche con zanzare di dimensioni disarmanti, disarmanti nel senso che riescono a prenderti e a levarti dalle mani la ciabatta che cercavi di dargli in testa, e una sete con la quale ci puoi parlare notando anche delle vene sarcastiche nelle sue risposte. Alla fine rassegnato vai sul divano in salotto, cercando il telecomando dappertutto e non dove dovrebbe essere se da persona normale la sera prima lo avessi messo a posto, e trovandolo dopo un’ora sotto ai 18 cuscini sparsi, inutili a tutto ma ottimo nascondiglio per telecomandi.

    Nel silenzio più totale accendi.

    Il televisore per un motivo sconosciuto all’uomo è sintonizzato su di un canale tipo Teleproboscide dove inevitabilmente si scopa e gli strilli della deflorata svegliano tutto il vicinato visto che il volume è alla penultima tacca prima del massimo. Il tentativo di trovare qualcosa di quasi decente dentro quella scatola luminosa è assolutamente vano. Ci sono da scegliere: vecchi telefilm polizieschi dove un obeso è stato fatto crescere dentro una divisa da policeman di tre taglie più piccole e con il suo passo tenta di correre dietro ad una macchina, o ci sono nozioni sulla teoria quantistica applicata alla fissione nucleare spiegate da cavie umane con la faccia di Limiti e il corpo di Platinette.

    Verso le 04:00 riesci a prendere sono.

    Ore 06:30 una sveglia suona.

    Ore 06:30 in una casa vicino al mare una sveglia suona.

    Suona e nessuno risponde.

    Non smette.

    Uno strillo, nel silenzio del divano.

    Dovrei fare uno sforzo, devo trovare un martello per distruggerla definitivamente.

    Lo dico tutte le mattine, e tutte le mattine bene o male riesco sempre ad alzarmi. Mi odio, mi odio perché riesco a mettere una gamba dietro l’altra e alzarmi, mi odio perché mi mento davanti allo specchio fingendomi molto impegnato in quello che faccio ma soprattutto mi odio perché so che anche questa mattina diventerà pomeriggio e poi sera e poi notte e io avrò sprecato tutto. Seduto sul letto guardo di sbieco l’armadio, che in effetti è troppo lontano e vuoto per aiutarmi a vestire in maniera accettabile. Ma le 07:15 arrivano puntuali, incuranti se chi le vive è pronto, in effetti io non lo sono, neanche ho idea dei calzini da prendere. Rompo l’incantesimo e masticando rabbia riesco a scendere in un fiato le scale. Che darei per una giornata grigia! non sono pronto per il sole, il mio psichiatra dice che ho paura della verità, si sbaglia. Io la verità la conosco bene, io con la mia verità ci vivo, forse la inganno qualche volta ma so tutto.


    Eccomi seduto sul l’ultimo vagone della metro B, intento a non farmi portare via il piccolo sorriso che a stento ostento. Il risultato di pochi minuti è l’odio indiscriminato di tutto il mondo, io non faccio distinzioni di razze o religioni, la mattina li odio tutti e per non fare dispetto a nessuno li odio in eguale modo. Come tutte le mattine penso di non andare a lavorare e andare all’EUR,  sdraiarmi sul prato del laghetto del Palasport. Sulla mia carta d’identità è scritto stato civile LIBERO, un impiegato del comune mi ha dato la libertà che ogni giorno mi viene sottratta per qualche euro. L’avvocato ha detto che se sarò bravo fra 33 anni uscirò e poi me la dovrò cavare da solo. Troppo vecchio per fare battaglie, troppo stanco per portarle avanti ma soprattutto troppo povero per pensare di fare tutto questo.

    Il lavoro presso clienti è la cosa che conosco che si avvicina di più ad una interpretazione teatrale. Deturpato dall’odio dovevo calarmi nella parte un secondo prima dell’apertura della porta dell’ascensore. Il campanello strilla, stringo forte la borsa degli attrezzi e aspetto. Altro strillo, la porta si apre:

    "Buongiorno", mi dice una signorina bionda sorridendo.

    "Buongiorno... sono Franco Quattro della ditta Celio, sono qui per il sistema telefonico".

    Questa frase ormai mi esce spontanea, non ha più senso, neanche la sento. Esce senza suono.

    "Finalmente… si accomodi pure, la centrale è di là".

    Eccomi entrato a pieno nella parte, ormai il palco è pronto, il telo si è alzato e le comparse sono pronte con le loro battute. Io continuo a sfoggiare sorrisi vari, camminando con il passo di chi sa il fatto suo, che sa di essere il salvatore, colui che permetterà a voi povere creature di comunicare con il mondo esterno. La sala CED coma al solito è un piccolo loculo con fiori appassiti, un metro per uno con temperature che perfino l’illustrissimo Satana non riesce a creare nel suo inferno. Ma va tutto bene, mi muovo con agio, poso la borsa e comincio a sfiorare piano la tastiera, è un crescendo. Entro ed esco da cartelle gialle come se fossi il vento, sfioro drivers, software, come se fossi Miles Davis.

    Dopo qualche minuto di applauso iniziale inizia tutto, buio in sala, il gobbo si sistema e a me non rimane che aspirare e partire con la prima battuta.

    "Signorina credo di aver capito il problema… non c’è comunicazione".

    Il pubblico rimane con il fiato sospeso preoccupato dalla mia affermazione e dalla gravità della situazione.

    "Mi scusi sig. Quattro, ma tra chi?... O tra cosa?"

    Altro silenzio…

    "Semplice", il sopracciglio si gira e invita l’occhio a ballare con lui, tra la centrale telefonica e il software.

    Un boato scoppia fragoroso seguito da un applauso scrosciante.

    Un inchino, un sorriso e riprendo da grande attore quale sono.

    "Dovrei verificare la connessione, cambiare qualche cavo e il gioco è fatto".

    Conscio che il sistema che vendo e installo fa acqua dappertutto cerco di ottenere la solitudine in modo da provare a casaccio e con moderato panico tutto il provabile, dalle preghiere a Manitù a un dialogo con Siddarta, a spegnere, riavviare, aprire un programma prima di un altro brancolando nel buio.

    Il primo atto si chiude con questa velata tristezza: il nostro eroe alle prese con un mostro dai molteplici poteri non riesce a venire a capo della situazione. Il pubblico accusa il colpo, qualcuno piange, altri si alzano smarriti e vanno la bagno.


    La luce si spegne di nuovo, secondo atto.

    La Sig.ra di nome Luisa si avvicina al CED e si affaccia dalla piccola porta. Avendola vista arrivare continuo la mia recita muovendo i tasti e interrogando il collegamento con veloci ping.

    "Come va sig. Quattro?"

    "Ancora un attimo e dovremmo esserci". Penso proprio che l’Oscar questo anno non me lo leva nessuno. Vedo tra le luci la gente in sala che segue con il viso ogni mossa, ogni parola, catturati dalla fase grave della situazione.

    E poi tra tutti quegli sguardi noto due occhi. Due occhi tristi lasciati troppo a lungo soli. Il viso che li porta è dolce, delicato, sembra la schiuma soffice del sapone profumato.

    Continuo con le mie manovre teatrali e alla fine per sbaglio risolvo la situazione facendo una piroetta e incrociando tutte le dita.

    "Sig.ra Luisa io avrei fatto". Il tono ora è più lieve.

    "Potrebbe fare una prova per sicurezza?"

    "Certo Sig. Quattro".

    La suspance rapisce tutti, ognuno aspetta la risposta della sig.ra Luisa come una liberatoria fine.

    "Sì, sembra funzionare tutto…"

    Un applauso con urla mi rese impossibile rispondere subito. Dovetti aspettare 15 minuti prima di poter riprendere la parola.

    Mi inchino e applaudo a mia volta il meraviglioso pubblico.

    "Perfetto, se firma gentilmente il rapportino posso concludere l’intervento".

    E sull’ultima parola lascio cadere il braccio verso terra accompagnando il sipario con la mano.

    Mi chiudo la porta dietro e inizio a struccarmi. Lentamente riprendo l’odio nascosto liberandolo silenziosamente. La farsa è finita il mio personaggio ha reso gioia e felicità lasciandomi vuoto e senza un motivo per cui essere felice o orgoglioso. Penso solo a tornare a casa per chiudere un altro giorno dentro le lenzuola, per inserire nella scheda anche oggi. Un giorno come un altro un giorno che cancellerò da qui a qualche anno un giorno inutile come gli auguri a Natale.