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Autore

Francesco Forgione

in archivio dal 16 feb 2006

01 gennaio 1972, Anzio

mi descrivo così:
Sono vivo, sono morto, sono lo straniero

19 dicembre 2006

Madame Tussaud’s e il perché della stanza bianca.

Intro: La pazzia arriva all’improvviso e senza una causa. Almeno per il protagonista, che non sa spiegarselo. I lettori invece possono leggere tra le righe e forse capire come mai è finito lì: in manicomio.

Il racconto

Mi si chiede come andarono le cose.

Non so bene in effetti il motivo per cui mi trovai coinvolto, il motivo per il quale io, persona rispettabile, con villa al mare e una Mercedes nera scivolai piano nella sensazione di non appartenere al genere umano nel senso completo del termine.

Iniziò credo con lo smettere di credere in Dio e i suoi compari e poi fu una discesa, o una salita, a seconda di chi guarda la strada. Non mi lamento del fatto che anche la panettiera all’angolo non mi sorride più quando compro il pane, e la polvere si è impossessata di tutta la mia casa, sono cosciente di avere relazioni con lo specchio,ma non posso fingere di essere il prestigiatore quando non sono neanche la valletta.

Mi sono trovato immerso in un posto che non mi compete, in scelte esageratamente esasperate su sguardi di compassione persi nei passi del giorno prima.

Vestito di grigio sono stato scelto per paura di non riuscire a tacere, per non rubare furtivamente libertà nelle parti buie del lattaio o del macellaio.

Le domande, mi hanno rovinato le domande.

Non fosse per quelle sarei riuscito a resistere ancora per molto tempo senza rivelare il volto del mio viso, cercando incomprensibili perché nel mio stomaco, senza bisogno per questo di tirarli fuori. Sarei rimasto in silenzio seduto sulla poltrona in salotto, cercando di capire il pensiero di qualcuno leggendo su di un titolo di un libro, colorato di quelli a poco prezzo.

In un momento sono rivolto verso un muro bianco imbottito come una trapunta ma senza nessuno che tira i mie fili, comprensibilmente agitato lasciandomi scivolare fino a sdraiarmi di fianco sulle poche domande che ancora posseggo ma cerco accuratamente di evitare.

Il sogno della villa rosa mi ha restituito un colore discreto, la vicina sessantenne gentile, sicuramente non mi avrebbe sgridato troppo per le feste chiassose che avrei dato non troppo di rado.

Il pavimento uguale alle pareti mi confonde non facendomi ricordare in quale lato della stanza sono,

Sul soffitto?

Sul muro laterale?

Ma quale è il soffitto ?

Quale è il muro quale il pavimento.

Non riesco a non fare domande, per quanto io tenti di sforzarmi la mia natura mi impedisce forme di accettazione passiva della realtà. Non cerco perché vaghi, lasciando il sorriso su un muro e la consapevolezza di aver mentito su tutto anche sapendolo. Non cercherò di attrarre su di me attenzioni non desiderate, perdendo il filo del discorso arrampicandomi su specchi per la sola paura del silenzio. Il fatto è che sono qui e non vedo il motivo del mio stare legato con le mani alla schiena.

Devo fare sforzi più concreti per non ridere di questa situazione che si presenta abbastanza seria, forse non al punto di non farmi ridere di gusto pensando ai mie colleghi che girando con fogli bianchi i mano si chiudono in un cassetto tra un evidenziatore e un graffetta.

Oggi non sono sceso in scena, sono nella stanza bianca, senza un motivo realmente valido che possa convincermi del fatto che sia giusto che io mi trovi qui.

Ricordo solo striduli suoni provenienti dalla signora al supermercato, la sua voce attenta a sottolineare cose inutili, cose che non hanno neanche nome, dettaglia marginali di punti neri lasciati appositamente nel posto buio.

Eppure l’attenzione donata dalla cassiera non sembra dire questo, attenta e protesa con il viso in avanti, sembra pendere dalle labbra della signora, muovendo la bocca ad ogni parola come se fosse lei a pronunciarla. Io nella fila della cassa 5 mi ci sono trovato per caso, non ho fatto nessun tipo di ragionamento logico, nessuna formula matematica la quale somma mi ha dato 5. A prima vista non sembrava avere una fila lunga, nessun carrello stracolmo di tutto, nessuno che usa la carta di credito come segno di avanzamento tecnologico ostentando lo stile futuristico del taglio di capelli. Ma la signora, quella signora insignificante come i prodotti del suo carrello, bianca come il sapone in offerta speciale, non smetteva di squittire nelle mie orecchie, non che quella mattina fossi particolarmente di buono umore, come mi aveva ricordato mia madre prima di uscire da casa, ma quelli erano dettagli che se non attizzati si sarebbero spenti con l’andar della mattina. Si sa delle volte anche cose molto incomprensibili possono farsi strada e dimostrarsi almeno per un momento cose ponderate e provate, ma mai avrei creduto di riuscire a dare un colpo ad una signora, non che me ne vergogni, ma un colpo in pieno stomaco sono tutte altre faccende. Sapevo che sarei andato incontro a milioni di problemi, sguardi, parole, ma la sua voce mi vibrava nella testa e io non potevo fare altro che irrigidire il pugno e pensare al sole dietro le case che indugia nel mio sguardo volto verso il pensiero di non trovarmi sdraiato in una stanza bianca.

La logica delle cose e le conseguenze rumorose mi impedirono di svolgere il compito, ben che avrei voluto seppellire quella voce con le sottilette e il pane di soya non riuscì a farlo. 

Allora, legato con le mani nella schiena giro su me stesso non riuscendo a capire bene in quale lato sono, il bianco rende uguale ogni angolo, ogni pensiero e non riesco proprio a capire cosa faccio qui, per quanto mi sforzi non so rispendere a questo, nessuno sembra saperlo, Donato, l’infermiere, si dichiara ignaro di tutto non ricordando il tempo del mio ricovero. I dottori non riescono a diagnosticare nulla alternando dubbi a fogli mancanti della mia cartella, che sembra cambiare discorso nel momento più bello.

Eppure sono qui cercando di non pensare, mangiando ad orari stabiliti senza sporcare il grembiule, dovrei aver fatto qualcosa di serio per essere stato messo in isolamento ma non so cosa. Basta per oggi basta, mi guardo dal vetro della porta della stanza bianca, sono supino guardando i miei piedi muoversi uno ad uno. Mi sorrido, ricambio con sguardo nullo, chissà cosa avrò fatto per stare li. Le cose andarono così, non so cosa rispondere a chi mi fa la domanda, ho solo scelto un vestito per la sera, scegliendo bene la cravatta, e poi di colpo tutto il bianco, le scarpe lucide si abbinano con il bianco forse è per questo che sono li, questione di gusti estetici.
Domani mi toglierò le scarpe lasciandole penzolare da un lato, cercando di attirare l’attenzione al fatto che sono scalzo e sicuramente avrò una risposta soddisfacente di tutta la storia.

Un’altra comparsa lasciata per qualche giorno a casa, lasciata perché si parla di qualcuno che non è lui, o si parla di lui ma in terza persona senza descrivere il problema della sua mancanza sul set, senza farne parola con il vicino, come se la sua esistenza aleggi nei corridoi, un esistenza non fisica, nebulosa, gassosa, che non lascia aloni ne impronte di scarpe.

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