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Racconti di Francesco Giampietro

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  • 04 gennaio 2013 alle ore 18:37
    Il cronocapitalismo

    Come comincia: Non resta molto tempo. Certo il tempo è un concetto relativo come l’infinità dello spazio, la stupidità dell’uomo. Però una cosa è certa, il tempo è poco. Certo, non ne abbiamo mai avuto molto, applicati come eravamo a far girare il mondo, l’economia, le lancette degli orologi…già perché è tutta lì la questione: i secondi sono bloccati dietro le lancette degli orologi, ma quando s’inventarono la storia della privatizzazione del tempo, questo, non l’avevamo capito. Pensavamo a una burla, di certo qualche giornalista satirico abbastanza fantasioso si era inventato la storia del ministero del tempo e del generale dell’esercito addetto al sequestro degli orologi. Invece era tutto vero. Prima cominciarono col cancellare ogni cosa che ricordasse un orologio: dalle tv, da internet, dai campanili, dalle cucine delle case iniziarono a mancare quei numeretti che scandivano le giornate di tutte le persone. E’ stato un grande errore, ma davvero all’inizio credevamo che fossero impazziti e che prima o poi sarebbero rinsaviti…e poi a noi altri non dispiaceva liberarci dalle “catene del tempo”. Ma ci sbagliavamo di grosso. Se non conoscevi l’ora esatta, non potevi andare a lavoro ne tantomeno smettere di lavorare, i corsi all’università non cominciavano, i treni non partivano, le giornate non terminavano. Poi uscirono i primi abbonamenti a tempo determinato, pagando potevi conoscere l’ora esatta e uscire da quel buco spazio-temporale in cui il mondo sembrava essere caduto. Certo, non tutti potevano permettersi quegli abbonamenti, ecco perché le prime pratiche di disobbedienza furono scrivere su internet l’ora esatta e alle manifestazioni per liberare il tempo portare grandi timer che segnavano l’ora. Fummo repressi con una violenza inaudita, le cariche, quelle, come al solito arrivavano puntuali. Iniziammo a insegnare alle persone a regolarsi con la luce del sole, ma molti furono arrestati. Poi le cose peggiorarono: anche i calendari vennero sequestrati! Sicchè ora non conoscevamo neanche che giorno della settimana fosse, che mese, che anno. Anche il papa si espresse favorevole alla cosa, perché: “il giorno del signore, come dice il libro sacro, arriverà come un ladro. Nessuno, tranne Dio Padre, ha diritto di sapere che giorno sia!” – Puttanate. Tutte le attività commerciali aumentarono i prezzi per potersi permettere un orologio, molte fallirono, altre si accorparono, la gente moriva di fame nelle migliori delle ipotesi, iniziò una guerra civile, i morti non si contavano. Poi spuntò la prima banca del tempo, immaginate un eterno limbo in cui il tempo è sospeso e, al centro di esso, un ingranaggio imponente che gira vorticosamente. Spuntarono le ore a tasso zero, i mutui temporali, le carte a tempo accreditato; ma nemmeno questo gli bastava, perciò, con la sicurezza che nessuno fosse in grado di rendersene conto, iniziarono ad accorciare le ore, in modo da poterne vendere una al prezzo di due! Lo squilibrio divenne tale che molti impazzirono. Poi venne l’epidemia di cronòcrisi, una malattia che invecchiava repentinamente fino alla morte il soggetto e che si diffuse soprattutto nell’Europa Occidentale. Il fatto che potesse dipendere dalla nuova forma di cronocapitalismo fu subito smentita da tutti i media che prontamente incolparono un fantomatico ceppo virale originario del medio-oriente che, probabilmente, era frutto di alcuni esperimenti per creare nuovi armi chimiche di un gruppo terrorista palestinese – Puttanate. 

  • 04 gennaio 2013 alle ore 18:33
    Deep trip

    Come comincia: Sono stato in un aeroporto psichedelico dove grandi aerei senz’ali prima di atterrare salutavano i loro passeggeri, non sono sicuro se fosse un sogno o fosse reale, sicuramente era vera la voglia di viaggiare.
    Stavo ancora in disparte a pormi i miei perché quando m’imbarcai all’ultimo minuto allo scalo 23, mi resi conto di non avere né biglietto né documenti ma mi chiesero soltanto quali fossero i miei intenti.
    Risposi che avevo bisogno di andare e che non avevo più ragioni per restare ma, quell’hostess affascinante, prima di partire, mi disse che per farlo dovevo lasciare la mia parte razionale.
    Così presi solo la mia voglia di cambiare e mi avviai verso un grande portellone; chi sa se sarei mai ritornato.
    Mi attendeva a motori spenti, un aereo dai contenuti interessanti, arancioni i sui rivestimenti, non distinsi subito quali fossero i passeggeri e quali i dipendenti.
    Scelsi il mio posto vicino al finestrino per poter ammirare l’ultima volta i cieli del vecchio destino, e mentre mi distraevano le mie considerazioni, mi si sedette vicino un venditore di illusioni.
    Mi raccontò la sua storia e mi volle rivelare, che il più grande affare della sua professione lo aveva fatto vendendo all'uomo una religione, poi col tempo si era specializzato ed ora vendeva ideologie al mercato.
    Mi stancai quasi subito dei sui racconti, e mi persi guardando fuori.
    All'esterno si accendevano i colori ed un arcobaleno faceva da linea di confine a ere ormai finite ed ere senza fine, e mentre col pensiero volavo verso il sole pronto al tramonto, mi resi conto che l’aereo atterrava e decisi di atterrare anch'io.
    Mi ritrovai in un paese dove le persone per comunicare non usavano parlare, si guardavano e in un attimo,sapevano che cosa l’altro volesse dire. Si racconta che quel paese fosse l’unico sulla terra che non ha mai conosciuto la guerra, e solo dopo ho capito che se non hai bisogno di parlare per comunicare, è praticamente impossibile litigare.
    Feci il turista e fui felice di scoprire, che non avevi bisogno di moneta per acquistare, tutto era di tutti e se volevi mangiare, bastava far capire al cameriere che avevi tanta fame. M’innamorai di una ragazza che per mestiere dipingeva i petali ai fiori, ma per la mia difficoltà a comunicare in quel modo senza insegnamento, appresi che avrei dovuto faticare per svelarle il mio sentimento.
    Così le regalai un fiore trasparente sperando di conquistare il suo cuore e andavo da lei a tutte le ore, fin quando capì e ,mano nella mano, andammo lontano. Mi portò in un campo di viole gialle e, su di un prato celeste, facemmo l’amore; mi strinse forte e guardandola negli occhi mi face capire che soffriva perché sapeva che sarei dovuto ripartire.
    Prima di andare mi regalò una stella da far volare, e le promisi con un occhiata, che l’avrei liberata in un posto che sempre me l’avrebbe ricordata, e mentre da lontano salutavo per l’ultima volta il mio grande amore, dal petto la stella mi scivolò dentro il cuore.
    L’aereo riparte e non c’è tempo per dire, forse sarebbe stato bello restare, ma le cose finiscono e in fondo cosa puoi fare, la vita continua, c’è tanto da fare.
    Un altro viaggio, un’altra destinazione, come la vita che passa e và in un’altra direzione.
    L’aereo vola e senza dir niente, si avvia verso il cielo dell’oriente. Di solito scrivevo poesie, ispirandomi al cuore e alle sue melodie, ma fu in quel posto in cui i suoni creavano emozioni, che scrissi per il cuore nuove canzoni. In questo nuovo posto grandiose moschee spargevano in ogni direzione il loro riflessi dorati, dando la sensazione di esserne inondati. Guardai affascinato quegli aurei filamenti, e notai un uomo che con essi costruiva strumenti, e i frammenti di luce che avanzavano dalla produzione, li vendeva ai passanti in ampolle di vetro a mò di lampione. Mi avvicinai e trovai il coraggio per chiedergli perplesso, perché vendesse soltanto qualche piccolo riflesso; gli fui simpatico e dove nessuno poteva vedere, mi mostrò quello che i suoi strumenti erano in grado di fare. Suonando con strane posizioni, ogni strumento generava un’emozione, uno suonava odio, un altro compassione, ne aveva uno per ogni occasione, ma mi disse sconfitto, con grande apprensione, che purtroppo era in difficoltà perché non riusciva a farne uno che suonasse amore. Pericolosi se finissero in mani sbagliate, preferiva vivere di poche monete, vendendo ampolle di luce ai turisti, cercando di trovare un rimedio ai giorni più tristi.
    Lo abbracciai e gli dissi che dovevo andare e lui decise che una cosa me la poteva regalare, aprì la sua borsa da cui fuoriuscì un gran bagliore, ed estrasse uno strumento a forma di pennello con il potere di cambiare in meglio ciò che non era bello. Nascosi il pennello e me ne andai sentendomi diverso, come non lo ero stato mai. Al ritorno il viaggio fu tremendo, nella testa mi struggeva un forte lamento, forse era il vento che piangeva per lo spavento davanti alla crudeltà dell’uomo e del suo tempo. Trovai all'aeroporto la mia parte razionale ancora a guardare fuori e porsi i suoi perché ma decisi di lasciarla e tornare a casa.