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in archivio dal 13 set 2011

Francesco Giuliano

Idria - Italia
Segni particolari: Barba bianca e capelli radi. Scrivo e pubblico articoli di Didattica della chimica in "CnS" (SCI) e in "Scienze & Ricerche" (AIL), in www.latinainvetrina.it, in www.buongiornolatina.it e in http://educa.univpm.it. Aborro la separazione della cultura umana, che è una e una sola.
Mi descrivo così: I romanzi:I sassi di Kasmenai,Il foglio;Come fumo nell'aria, Prospett.Ed.;Il cercatore di tramonti, Il foglio; L'intrepido alchimista,SensoInversoEd.; Sulle ali dell'immaginazione,Aracne. Le poesie: M'accorsi d'amarti;Quando bellezza m'appare;Ragione e sentimento;Voglio lasciare traccia,Libr.Ed.Urso
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  • 27 novembre 2016 alle ore 0:22
    La fiamma lingueggia

    La fiamma lingueggia
    il legno crepita nel focolare acceso
    il cuore si scalda
    sorseggiando un calice
    di vino rosso ciliegia
    dal profumo dolce e intenso
    nell’estasi generata
    dai tuoi prodighi verbi
    musica olistica per le mie pieghe
    che fa vibrare
    ogni cellula del mio corpo
    la penna scorre e
    rivoli d'inchiostro
    versa sulla carta
    rivoli d'inchiostro
    che parlano di te
    ed emozionano chi li leggerà
    emozioni che sgorgano pure
    come le acque chiare dalla loro fonte
    commozioni
    diventano in un sol piglio
    che stringono tenacemente
    il cuore che batte forte
    e suscitano sentimenti
    che rimangono scolpiti
    nel tuo  cuore
    Chiudi gli occhi
    per non sentire
    ma il tuo pensiero
    rimane rivolto
    a quei bizzarri verbi inattesi
    vuoi fuggire
    per non fare librare il cuore
    là dove il cuore vuole andare.

     
  • 05 gennaio 2015 alle ore 12:02
    Politicanti

    Trambusto licenzioso
    sconquasso esagerato
    vocio ventoso
    turpiloquio insensato
    condimenti di spudoratezza sfrontata
    generano mostriciattoli
    abili obbrobri di mala umanità
    che han cresta d’ignoranza
    coperta da peli d’arroganza
    e di saccente falsità
    fan miracoli per sé
    e lasciano l’etnia nella scarsità.

     
  • 16 agosto 2014 alle ore 17:32
    Solitario seduto

    Solitario seduto 
    sulla soglia d'una sottile spaccatura
    suscitai subito
    scurità suadente
    sullo sguardo scoraggiante
    di Subasio
    sostenuto dallo sfizio strano 
    d'un sedere spossato! 

     
  • 26 luglio 2014 alle ore 10:47
    Oggi piove

    Oggi piove 
    sui campi 
    sui tetti
    sulle nostre teste.
    Oggi piove
    sui nostri amori
    sui nostri sentimenti
    sui nostri cuori.
    Oggi piove
    ma si spera il sereno
    chissà quando giungerà?

     
  • 22 luglio 2014 alle ore 11:25
    Che dire delle vibrazioni

    Che dire delle vibrazioni
    che mi ritmano
    il cuore
    con simmetrica armonia
    quando solo
    io ti guardo?
    Vorrei,
    sì vorrei,
    accarezzare,
    allora
    i tuoi pensieri
    rivolti a me
    che rendono
    l’animo mio
    sublime e speranzoso.

     
  • 05 giugno 2014 alle ore 15:52
    Mater Matuta

    Mater Matuta,
    luminosa dea
    che dai vita ad ogni nuovo giorno
    con la luce che effondi
    il mio primo pensiero mattutino
    a te rivolgo.
    Nel rimirare l’amabile tuo viso
    da cui dilaga benevolenza
    nel mio cuore affiora
    un grande desiderio di possederti
    le mie membra esauste al solo sentirti
    si sciolgono
    il cuore nel petto fortemente sobbalza
    e quando la tua luce scompare,
    nell’attesa che ricompaia,
    immersa in una cascata di rose rosse
    ti sogno
    mentre un petalo il viso ti sfiora
    un altro petalo sul tuo crine s’adagia
    un altro ancora fragranza ti dona
    e parole d’amore
    che regali al mondo intero
    intoni.

     
  • 03 maggio 2014 alle ore 18:27
    Inaspettatamente eri scomparsa

    Inaspettatamente eri scomparsa
    come etere all’aria
    fumosa diventasti
    lasciandomi sconfortato
    nel delirio più radicato
    ma quando improvvisamente m'apparisti
    un afflato l'animo mio colse.

     
  • 03 maggio 2014 alle ore 14:44
    Chi ha tempo

    Chi ha tempo,
    dice l’adagio,
    non aspetti tempo
    perché il tempo
    veloce scorre
    e giammai s’arresta.
    Gira la terra attorno a sé
    e a domani ci porterà
    ma domani già troppo tardi sarà
    perché forse mai arriverà
    o perché forse ad altri pensieri
    ci condurrà.
    Ma domani già troppo tardi sarà
    e il sopraggiungere del la nostalgia
    ci angoscerà
    quando  tornare indietro
    impedito sarà.

     
  • 27 aprile 2014 alle ore 23:58
    M'immersi tra le tue braccia

    M'immersi
    tra le tue braccia
    desideroso delle carezze
    che tu mi donasti con tanto amore
    M'addormentai
    senza un attimo
    d'incertezza
    e sognai d'amarti
    intensamente.
    Al risveglio
    eri evaporata
    come acqua al sole
    e rimasi nella solitudine estrema.

     
  • 21 marzo 2014 alle ore 15:41
    Schiuma

    Acqua abbraccia aria
    con ardore
    e si fa schiuma
    schiuma su schiuma
    schiuma contro schiuma
    schiuma che s’avvoltola
    schiuma che schizza
    schiuma azzurra
    schiuma bianca
    schiuma spumosa
    figlia strenua di mare e cielo
    in duello vorticoso
    in scontro rovinoso
    in connubio impossibile.
    Impeto tumultuoso genera
    effimera schiuma
    aria fasciata d’acqua
    aria che s’espande
    aria che s’eleva
    aria che s’ammassa
    in bolle che s’ampliano
    dirompono
    sbottano
    esplodono
    finché dall’acqua
    aria si libererà.

     
  • 19 marzo 2014 alle ore 18:10
    Pagine di un libro bruciate

    Pagine di un libro bruciate
    parole su parole organizzate
    offerte al vento
    parole dietro parole
    che esprimono bellezza
    senza senso
    parole con parole
    che nessuno mai conoscerà
    parole che racchiudono emozioni
    svanite nell’ombra
    di fumo che sfumerà
    parole ombre di sentimenti
    evaporati per sempre.
     

     

     
  • 14 marzo 2014 alle ore 16:54
    Cannolo siciliano

     
    Con le mani consce
    d’amorosa cura
    delicatamente un cannolo pigliai
    aveva la scorza bollosa
    coperta d’una patina zuccherosa
    che avvolgeva
    un ripieno d’ovina ricotta
    candida e cremosa
    con gocce di cioccolata tenebrosa
    Spontaneamente
    quella curiosa vista
    la gola conquistò
    sicché la bocca
    quel colpevole cannolo reclamò
    liberando un avido morso
    che uno  scricchiolamento generò
    Il  continuo masticamento 
    una sensazione sublime provocò
     a tal punto che un altro ne gustai.

     
  • 14 marzo 2014 alle ore 15:31
    Berenice

    Berenice
    effimera creatura
    di un sogno mai sognato
    non c'è
    Berenice
    evanescente  simile a  fumo
    è andata via
    si è dileguata
    come fiamma che piroetta
    nell'aria
    è scomparsa
    senza mai far alitare
    la sua fragranza
    senza mai farsi accarezzare
    la marmorea pelle
    senza mai farsi sfiorare
    il vaporoso crine
    senza mai farsi baciare
    le protuberanti labbra carnose  
    senza mai farsi lambire
    da un rigenerante alito di vento.

     
  • 01 marzo 2014 alle ore 17:44
    È Carnevale

    È Carnevale
    lode vetusta
    del giovane figlio di dio
    elogio di caos che si fa cosmo
    ora maschera  
    ch’invadi l’animo
    e lo sciogli
    in scherzo che rincuora
    in sfrenatezza che rinnova
    in liberazione dalla cella della severità
    È Carnevale
    alias  carnem levare
    latore d’allegria
    che cogli l’essenza
    che  liberi i sensi
    che estasi la mente
    che trasformi l’odio
    in naturale complicità
    Evviva Carnevale
    che ogni beffa
    fai valere
    a beneficio dell’ilarità.

     
  • 01 marzo 2014 alle ore 15:40
    Avviai un'indagine nel mio cuore

    Avviai un’indagine
    nel mio cuore
    che pulsava intensamente
    al profumo di lei
    Scoprii
    tenerezze mai provate
    sentimenti repressi
    emozioni precipitate in un fondo profondo
    Svelai
    effimere apparenze
    eterei inganni
    sogni sublimati
    in un vuoto senz’anima
    Vi trovai
    la formale ragione
    al posto degli ardenti sentimenti.

     
  • 01 marzo 2014 alle ore 9:04
    Solitario quel fiore

    L'ibiscus ha fatto un fiore
    sigillo d'amore
    S'è colorato
    quel fiore
    di rosso fervore
    Solitario quel fiore
    pieno d'ardore
    s'erge sul verde
    che ispira 
    effimera speranza
    trastullante
    con sospirati sospiri 
    di infantile genuinità.

     
  • 27 febbraio 2014 alle ore 23:41
    Mi ricordai d'avere un amico

    Mi ricordai d’avere un amico
    quando ormai era notte
    volevo porgergli un saluto
    ma già lui sul letto giaceva
    Mi ricordai d’avere un amico
    quando già il sonno lo dominava
    volevo dirgli parole cordiali
    che il mio cuore sprigionava
    Mi ricordai d’avere un amico
    tanto tempo fa
    incominciai a pensare e mi chiesi
    “ma lui di me si ricorderà?”
    m’addormentai
    e di lui mai più mi ricordai.

     
  • 24 febbraio 2014 alle ore 8:32
    Io cerco bellezza

    Nell'amore bellezza esiste
    nell'odio bruttezza m’appare.
    La bellezza è!
    La bruttezza non è!
    Io cerco bellezza  
    in un quadro d'autore
    in un magnifico romanzo
    in una poesia sublime
    in una carezza
    in un sorriso
    in una parola dolce
    nell'assaporare un cibo delicato
    nel respiro di fragranze estasianti
    liberate nell'aria primaverile
    nei meravigliosi quadri cangianti
    che la natura dona al tramontar del sole
    nella condivisione dei sentimenti positivi
    Trovo bellezza
    in tutto ciò
    che mi dà
    gioia e serenità epicurea
    che mi fa esplodere
    i sentimenti latenti
    che ho nel cuore.

     
  • 24 febbraio 2014 alle ore 0:10
    M'affacciai alla finestra

    M’affacciai alla finestra
    solitario con l’anima mesta
    tersa era la notte
    in quel dì di festa.
     
    Guardai in cielo
    colmo di genuino sfavillio
    di tremolanti stelle.
     
    Ne sorpresi una
    che tra tante lucenti
    pulsava ampiamente.
     
    L’osservai
    e l’anima mia scosse
    che dalla mestizia
    alla gaiezza mosse.
     
    Ora ogni notte
    m’affaccio
    la cerco
    ma non la trovo
    e l’anima mia
    l’inquietudine assale.
     

     
  • 21 febbraio 2014 alle ore 8:28
    Diafana appari

    Diafana appari
    nella tua eterea staticità
    al mondo che ti sospira
    Fervida passione desti
    all'umana genia
    Velata nascondi
    il tuo ancestrale fervore
    a chi ti sogna
    Meravigliosa è la tua icona
    mitizzata dalla tua chiara
    divina bellezza.

     
  • 19 febbraio 2014 alle ore 23:23
    "Mi dispiace"

    Cosa vuol dire "Mi dispiace" 
    quando ogni carezza tace?
    È un pentimento?
    O un ripensamento? 
    Oppure è una confessione senza senso? 
    O ancora è come dire ipocritamente
    “ho fatto del male, ora mi pento?” 

     
  • 17 febbraio 2014 alle ore 9:41
    Odorai la fragranza di una rosa

    Odorai la fragranza d'una rosa
    trasportata da un alito di vento
    nel mio cuore
    un fremito mi colse
    rimasi avvinto
    le chiesi di trattenerla
    per condividerla con te.

     
  • 21 gennaio 2014 alle ore 15:29
    La vita ci tiene in pugno

    Gaiezza mite indugia
    felicità soave esita
    delizia tenera tituba
    diletto eufonico tarda
    convito bramoso attende
    Tutto s’incunea
    con vigoria
    nelle umane fantasie
    Tutto sfarfalla
    nei miraggi più genuini
    tanto attesi
    ma più volte disattesi
    Questa è la vita
    che non dà respiro
    Questa è la vita
    che non conferisce slancio
    Questa è la vita
    che non dà transito all’amore
    Questa è la vita
    che ci tiene in pugno.

     
  • 10 gennaio 2014 alle ore 8:41
    Un sospiro mi coglie

    Guardo te
    o splendida luna
    col tuo chiarore
    offuschi la luce delle stelle
    tremolanti di passione
    per lei che già è andata via.
    Guardo te
    o luna fulgida
    col tuo brillio
    percorri lentamente
    l’arco che t’appartiene
    nell’opaco firmamento
    allungando il tuo bagliore
    come un esile nastro d’argento

    sulle quiete acque lacustri
    dov’ella amava specchiarsi.
    Guardo te
    o luna lucente
    nella tua magnificenza
    un mesto ricordo mi sovviene
    un sospiro mi coglie
    ché il tuo riflesso
    possa accendere
    ancora una volta
    il viso di lei.

     
  • 09 gennaio 2014 alle ore 8:22
    Ecco l'alba del nuovo dì

    Ecco l’alba del nuovo dì
    sfavillio effonde nel mio cuore
    illuminando l’amore
    che provo per  te.
    I tenui colori nascenti
    sempre più intensi
    fortificano veementemente
    il sublime sentire
    che nutro verso di te.
    L’aria prima fosca
    la tua luce
    coi suoi fervidi raggi,
    o nobile alba,
    rende ancor più limpida e tersa
    bollendo
    le eccelse emozioni
    che stimoli nel mio cuore.
    Dolce e chiara
    m’appare la tua carità
    divina Mater Matuta
    che tanto fervore
    all’animo mio infondi.

     
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  • 21 ottobre 2013 alle ore 10:11
    Amicizia o amore, questo è il dilemma

    Come comincia: Mithra, era un giovane, un bel giovane, alto e altero, dai capelli lunghi dorati, desideroso di vivere. Era molto legato alla vita, soprattutto perché prediligeva il prossimo come se stesso. In altre parole, aveva instaurato un forte legame che gli veniva ricambiato e da questo ricambio egli traeva la linfa vitale necessaria per il suo quotidiano sostentamento. Ricavava, in definitiva, da ciò una carica emotiva eccezionale stimolata ulteriormente dal rispetto reciproco, dalla sincerità viva, dall’attaccamento, dalla simpatia, dall’attrazione e dalla disponibilità del prossimo nei suoi confronti.
    Un bel giorno Mithra, mentre stava percorrendo la strada che quotidianamente lo portava a sfogare questi sentimenti al suo prossimo che, ovviamente, glieli avrebbe ricambiati, incontrò un ragazzo bellissimo, dai capelli ricciuti anch’essi dorati, dalla pelle candida e da un volto che esprimeva armonia, rilassatezza, letizia e serenità al tempo stesso. Egli portava a tracolla un arco e sulle spalle indossava una faretra piena di frecce.
    Mithra si fermò, lo guardò attentamente e gli chiese “Bel giovane, posso farti un elogio che mi viene dall’intimità più profonda?”.
    “Dimmi, non può che farmi piacere” rispose meravigliato da una tale domanda inconsueta il ragazzo.
    “Sei bellissimo, e la tua bellezza esprime ciò che di più bello, di più sublime, si può desiderare, molto di più di quanto io ho cercato finora!” esclamò Mithra.
    “Ti ringrazio, giovane, per l’apprezzamento che mi fai. Mi vuoi dire il tuo nome?” chiese il ragazzo.
    “Mi chiamo Mithra” rispose prontamente il giovane.
    “Non ho mai sentito questo nome!” esclamò meravigliato il ragazzo.
    “Mi chiamano così perché mi piace fare alleanza con tutti quelli che mi danno ciò che io do” proferì il giovane che subito dopo chiese “e tu come ti chiami?”.
    “Mi chiamo Cupido perché bramo ardentemente chi mi brama, con un desiderio disordinato che non riesco a controllare, con un profondo sentimento di affetto indescrivibile che mi stravolge l’anima. A chi mi suscita tale ardore misto a passione sfrenata tiro un mio dardo che lo ferisce per sempre”, rispose il ragazzo.
    “E la ferita non lo porta alla morte?” chiese Mithra.
    “No, perché io gli curo la ferita e, in questo, trova lo sfogo tutto il mio ardore. Si viene ad instaurare una reciprocità affettiva molto intima” affermò Cupido.
    “Allora, tra noi due c’è diversità! Io esprimo nei confronti di tanti il mio affetto basato sulla stima e su rispetto reciproco che mi viene ricambiato. Non c’è intimità. Esso è chiamato Amicizia.” esplicitò Mithra.
    “Il mio affetto, invece è un sentimento irrazionale, incontrollabile suscitato dalla bellezza esteriore di un’altra persona soltanto. La simpatia generata è intima, carnale, profonda, interiore, spirituale, ed ha bisogno di un continuo ricambio. Essa si chiama Amore!” precisò Cupido.
    “Non può capitare che quando tiri il tuo dardo ferisci la persona sbagliata?” incalzò Mithra.
    “Sì, qualche volta mi è capitato!” rispose prontamente Cupido.
    “In tal caso come fai?” chiese Mithra.
    “Non posso farci niente!”esclamò spontaneamente Cupido.
    Dopo questa risposta, Mithra e Cupido si guardarono stupiti in faccia, senza dire una parola e, subito dopo, si salutarono e proseguirono ognuno per la propria strada.

     
  • 07 ottobre 2013 alle ore 16:51
    Fu vera amicizia?

    Come comincia: Mino seguiva con molta frequenza i post del suo amico Mario su Facebook, in cui si era scritto da poco dietro suggerimento di una sua amica umbra Dany, molto appassionata che vantava di avere più di tremila amicizie. Mino aveva ancora pochi amici con cui poteva scambiarsi commenti o condivisioni, ma non era interessato a farne tante. Si sentiva spaesato in quel nuovo mondo di Facebook dove si usava un linguaggio poco usuale, particolare, sicuramente bizzarro, e di cui non era semplice afferrarne il significato rapidamente. Non solo. Ad ogni parola corrispondeva anche un’operazione che agli inizi gli sembrava un mistero. Cosa voleva dire “taggare”, “postare”, “condividere un commento o una foto”, o quale procedura bisognava seguire per inserire una foto come copertina e una come immagine di profilo?  Mino faceva pure confusione tra il suo diario e la Home in cui, oltre a comparire nomi di persone che non erano amici ma risultavano amici dei suoi pochi amici, spuntava una finestra in alto, dove c’era scritto “A cosa stai pensando?”. Diciamo che Mino risultava un po’ imbranato nell’eseguire tutte quelle operazioni e nel districarsi in quel mondo in cui si considerava un iniziato. Facebok  era un “social network” o, più semplicemente, un “servizio di rete sociale”, in cui per comprendere le connessioni che in esso si instauravano Mino aveva dovuto rispolverare quella “teoria dei grafi” che aveva studiato a scuola e che lo aveva tanto affascinato. La situazione gli appariva molto semplice dal punto di vista teorico, ma dal punto di vista pratico gli presentava diverse difficoltà. Una delle quali era quella che corrispondeva alla domanda “Ma come si fa a instaurare un’amicizia con una persona che non si conosce? Facebook serve in particolare a fare nuove amicizie con persone che si possono trovare anche dall’altra parte del mondo!”. Da cui derivava la seguente domanda “Ma come si fa a dialogare se non si conoscono le lingue?” Lui, in questo si sarebbe trovato a suo agio dato che conosceva diverse lingue straniere come il francese, lo spagnolo, l’inglese e il tedesco a causa della sua attività professionale di ricercatore biologo. E per questo considerava Facebook un potente mezzo di comunicazione rapida anche visivamente. Mino, però, aveva delle perplessità in merito, perché non credeva che si potesse stabilire un’amicizia con una persona con la quale non poteva esserci un contatto visivo fisico. Ogni volta che si collegava su Facebook, andava nella pagina del suo amico Mario, con il quale si conosceva da circa trent’anni, dove prestava attenzione ai commenti che si intrecciavano tra Mario e i suoi amici. Li leggeva ad uno ad uno. Alcuni erano insignificanti, altri invece erano divertenti e stimolanti, e tra questi ne individuò uno alquanto spiritoso che lo colpì inspiegabilmente.Era di un’amica di Mario che si chiamava Mara Savonini. Cliccò sul nome di questa e gli comparve la sua pagina che riportava oltre alla copertina e l’immagine di profilo, soprattutto alcune informazioni delle quali prese nota. Mara era un medico psicanalista di Trieste con tanto di Laurea conseguita presso l’Università di Genova ed una serie infinita di diverse specializzazioni. “Deve essere una donna che ha una certa cultura dimostrata dai suoi commenti molto precisi, netti, e di significato profondo, a volte colorati da una punta di ironia, ed è questo che mi piace. C’è qualcosa di questa donna che mi affascina e mi incuriosisce, mi prende, a dir poco mi stravolge” pensò Mino. Gli piacque anche la foto anzi un disegno che ritraeva il volto di una bella donna, una quarantenne o giù di lì molto attraente, con i capelli neri molto folti e gli occhi color del mare. Un volto che gli risultava molto familiare anche se non l'aveva visto prima di allora. Mino fu attratto anche dall’immagine di copertina che ritraeva la scritta in spagnolo di una frase riportata come un graffito su un muro “No importa si el viaje es largo cuando el destino es tu corazòn” che Mino, conoscendo lo spagnolo, tradusse subito “Non importa se il viaggio è lungo quando l'obiettivo è il tuo cuore”. Tradusse, tuttavia, quella frase pure in inglese “It does not matter if the journey is long when the target is your heart” che scrisse inspiegabilmente come post nella pagina di Mara. Una frase questa che lo colpì subito a tal punto che gli fece capire i sentimenti profondi  posseduti dalla donna che doveva avere una grande sensibilità e che lo entusiasmò inspiegabilmente. Forse aveva ragione Platone che nel “Simposio” sosteneva che al mondo ci fossero delle anime gemelle predestinate, come le due parti di una mela tagliata a metà, tra le quali esistesse un “amore romantico”, un “amore ideale”, cioè un’affinità  trascendente e sentimentale così profondamente innata da portarle, una volta incontratesi, ad unirsi indissolubilmente e definitivamente.  
    Mino avvertiva, in cuor suo, di avere una certa affinità con quella donna, gli ispirava simpatia ed aveva la sensazione di averla cercata e conosciuta da sempre.  Sulla stessa pagina di Mara trovò il link “Aggiungi agli amici” su cui fece “click” e gli comparve subito dopo la scritta “Richiesta di amicizia inviata”. Tutto congiurava in quella pagina al suggello di un’amicizia. Vera amicizia? E così fu. Dopo circa mezza giornata a Mino arrivò il messaggio che l’amicizia era stata accettata e così il suo numero di amici era aumentato quantitativamente. Ma qualitativamente? “Grazie di aver accettato la mia amicizia” scrisse Mino nel diario di Mara, la quale rispose “Grazie a te di avermi chiesto l’amicizia che ti ho concesso anche perché mi hai postato la frase in inglese 'It does not matter if the journey is long when the target is your heart', fatto che ho considerato spiritoso e attraente”.
    Da quel momento iniziò un continuo e duraturo scambio di idee, di brani musicali, di sogni, di opinioni, di pareri concordi e discordi, che trasmise, inconsapevolmente e vicendevolmente, a ciascuno dei due un’attrazione affettuosa verso l’altro. Da questo scambio Mino comprese il carattere di Mara, una donna sincera, volitiva, remissiva, intelligente, generosa, altruista, che quando si faceva guidare dal cuore era una prodigio della natura, ma quando faceva prevalere la ragione risultava fredda, distaccata, egoista, caparbia e trasmetteva torpore e tristezza. Mino sognava spesso Mara e quando si ricordò di un sogno glielo scrisse come messaggio "Mi sentii baciare nel sogno da un angelo che svolazzava su di me. Erano le labbra tue, rugose, vellutare, eccitanti. Anch’io sfiorai le tue labbra nella loro interezza e assaporai la tua tenerezza per me e la tua infinita dolcezza”.  Mino capì, allora, ciò che a scuola non era riuscito a comprendere, cioè il significato profondo di “amore platonico”, grazie al social network tanto vituperato. Era nata tra Mino e Mara un’amicizia profonda, idealmente reale!

     
  • 03 ottobre 2013 alle ore 11:03
    L’essere è, il non-essere non è

    Come comincia: Paolo, in quel giorno uggioso, freddo, umido, cupo per le folti nubi che incombevano con il loro tenebroso grigiore sul mondo e che gli trasmettevano tristezza, sconfortato, tormentato e afflitto per il dispiacere provato, svogliato, stava sdraiato sul suo divano, con le mani dietro la nuca, e con le gambe distese incrociate l’una sull’altra. Aveva spento la televisione le cui trasmissioni aride nei contenuti lo avevano annoiato, e pensava a Parmenide, filosofo vissuto tra il VI e il V sec. A.C., che lo aveva sempre affascinato perché questi affermava che le vie della ricerca sono due “ l'una che ‘è’ e che non è possibile che non sia …. l'altra che ‘non è’ e che è necessario che non sia, … il pensiero ad esempio è essere”. Paolo era della convinzione che ambedue – l’essere e il non-essere - dovevano coesistere come la materia che è e il vuoto che non è. Non poteva esserci l’una senza l’altro e viceversa. Se la materia ‘è’ sarà necessario che ci sia il vuoto che è necessario che ‘non sia’. E in quel particolare momento poiché “pensava” egli “era”, per cui concludeva che quando “non pensava” ovviamente “non era”.  Il pensiero ‘è’, il non pensiero ‘non è’. Per questo, guardando distrattamente il soffitto, gli angoli, i quadri appesi alle pareti, il lampadario con la grossa lampadina, le sedie, il tavolo e il vaso con i fiori variopinti, i mobili, le varie imperfezioni, si poneva la seguente domanda e quindi pensava “quando l’essere che è in noi è? E quando il non-essere che non è in noi non è?” A queste difficili domande cercava di dare delle risposte “quando mi sveglio sono, e sono quando ho coscienza delle cose che mi circondano, quando mangio, quando faccio l’amore, quando ascolto musica, quando guardo un bel film, quando provo gioia o dolore, quando qualcosa che leggo o guardo mi suscita emozione e mi fa pensare. Quando dormo non sono, quando guardo la televisione non sono. Anche l’indifferenza, e questo può sembrare contrario all’opinione diffusa, mi porta all’essere perché in questo stato mi estraneo dal mondo ma penso. Come se il mondo fosse il vuoto e io fossi la materia. Quando invece sto nel mondo a scherzare, a parlare del niente, o intraprendo un’amicizia “virtuale” e mi lascio trasportare dal brio, non penso, e quindi non sono, cioè non-essere, e quindi mi annullo. Deduco quindi da queste considerazioni che la solitudine, la riflessione, l’estraniarsi dal mondo portano all’essere. Il contrario è non-essere perché tutto ciò che faccio è frutto degli altri e non mio”. Subito dopo Paolo si addormentò e passò al non-essere. 

     
  • 24 agosto 2013 alle ore 10:00
    Moglie o schiava, questo è il dilemma

    Come comincia: Era un giorno uggioso e le nubi tetre che coprivano come una spessa coperta il cielo trasmettevano un senso di tristezza e di avvilimento, di depressione direi. Telefonai a Silvia per sapere come stava. Lei era molto sensibile alle variazioni climatiche, tant’è che in questi casi un fortissimo mal di testa la colpiva immancabilmente. Il telefono squillò più volte prima di avere una risposta.
    “Scusami Vanna se ti ho fatta aspettare, ero a letto”.
    “Perché?” chiesi anche se immaginavo la risposta.
    “Ho una fortissima nevralgia insopportabile, come al solito” mi rispose con una voce fioca.
    “Hai preso la pillola di paracetamolo? chiesi.
    “No, ne sono sprovvista, le ho terminate” disse.
    “Vai in farmacia, allora” insistetti.
    “Non posso!” rispose Silvia con voce agitata e anche tremolante.
    “Mi puoi dire il motivo? Ti piace soffrire? Hai la farmacia a due passi. Se non fossi a Roma, ci andrei io, lo sai!” specificai.
    “Lo so che tu sei come una sorella, ma non ho le chiavi di casa, e questa mattina tutte le mie amiche come sai sono a lavoro” chiarì Silvia.
    “Telefona in farmacia, allora. Spiega al farmacista la situazione e vedrai che te le invierà con il messo”  spiegai.
    “Non credo che lo farebbe” disse Silvia.
    “Se vuoi glielo dico io per telefono, il farmacista è amico mio”  le risposi.
    “No, ti prego! Non ho neppure soldi in casa per pagarlo. Mi sentirei in  imbarazzo. Preferisco tenermi il mal di testa” precisò Silvia.
    “Non avere le chiavi posso capirlo, ma non avere neppure uno spicciolo di euro a casa è il colmo!” esclamai con rabbia.
    “ Può capitare, no?” precisò Silvia.
    “ Può essere, ma mi sembra molto strano!” dissi.
    “Aspetto che torni Marco dal lavoro e le farò comprare da lui. Ora scusami, torno a letto, ciao” specificò Silvia.
    “Va bene, ciao” salutai, ma con in serbo una rabbia che aveva raggiunto il limite della sopportazione.
     
    Dopo qualche giorno andai a fare visita a Silvia. A casa c’era Marco che mi venne ad aprire la porta. Era sabato. Anche lui lavorava a Roma. Era pendolare come me.
    “Ciao, Marco, come stai?”  salutai abbracciandolo com’era di consueto.
    “Bene e tu?” chiese.
    “Anch’io, grazie!” risposi.
    Rimanendo sull’uscio di casa esclamai “Toglimi una curiosità!”
     “Dimmi, ma entra” rispose Marco.
    “Hai saputo che l’altro giorno ho telefonato a Silvia?” dissi con tono perentorio rimanendo ferma sull’uscio di casa.
    “Sì, certo che me lo ha detto”  precisò.
    “E ti ha detto pure che aveva un forte mal di testa?” lo sollecitai a rispondere senza riflettere.
    “No, questo non me lo ha detto” disse Marco con espressione meravigliata.
    “Ebbene, Silvia quel giorno aveva un forte mal di testa, il solito mal di testa, non aveva le compresse di paracetamolo a casa, ma non aveva neppure le chiavi per uscire e andare in farmacia e, cosa più grave, non aveva neppure un euro a casa per  pagarle” incalzai.
    “Non lo sapevo, altrimenti qualche spicciolo glielo avrei potuto lasciare” precisò con grande disinvoltura Marco.
    “Praticamente, perché tua moglie non ha un lavoro anche se svolge il lavoro di una casalinga egregiamente, ti arroghi il diritto di tenerla a secco?” dissi con tono accusatorio.
    “Cosa c’è di strano? Silvia non ha bisogno di soldi, perché faccio la spesa io, le compro i vestiti e tutto ciò che le occorre. Lei durante il girono deve rimanere a casa, fare le pulizie e aspettarmi che torni dal lavoro” rispose come se fosse un comportamento ovvio il suo.
    “Mi meraviglio che non ci trovi niente di strano! E che non le lasci neppure le chiavi di casa lo trovi normale?” lo incalzai.
    “Silvia non ha bisogno di uscire e poi lei sa che quando ritorno dal lavoro la voglio trovare in casa. Ripeto, per questo non ha bisogno delle chiavi di casa” rispose con ovvia franchezza e senza battere ciglio Marco.
    “Lo sai che questo equivale a tenerla segregata a casa, anche se nessuno ti può denunciare per questo? Secondo me corrisponde ad un sequestro vero e proprio” dissi sarcasticamente.
    “Non dire fregnacce! Ma cosa ti inventi? E poi come ti permetti di intervenire in questo modo sul rapporto tra me e mia moglie? Non ne hai il diritto! A casa mia, faccio quello che voglio!” rispose severamente alzando il tono della voce Marco.
    “ È vero non posso intromettermi nei fatti di casa tua, questo è vero. Ma non posso sopportare che tu tratti come una schiava tua moglie. Silvia è tua moglie, non è la tua schiava. La devi lasciare libera” dissi .
    “Silvia, è libera di fare ciò che vuole” replicò ora con un calma serafica.
    “A parole! I fatti dimostrano il contrario e dimostri anche di non conoscere il significato di libertà e non sai cosa significa rispetto di una persona. Non ne hai il senso! Nella tua famiglia hai avuto un esempio sbagliato da tuo padre” risposi drasticamente.
    Mi sentii in obbligo di dissentire con il capo, voltargli le spalle e andarmene senza salutarlo, proponendomi di chiamare Silvia in un momento più appropriato per confortarla.

     
  • 15 gennaio 2013 alle ore 18:00
    Atalanta e Ippomene o dell'amore agonistico

    Come comincia: Se vuoi cogliere un fiore
    non temere lo spino.
    (Renzo Pezzani – Belverde)

    C’era una volta, nell’antica Grecia, una bella e attraente ragazza di nome Atalanta, figlia di Scheneo, re di Sciro. Già da bambina, Atalanta aveva manifestato di essere predisposta alla corsa perché possedeva delle qualità motorie eccezionali e, per questo, il padre l’aveva spronata ad esercitarsi, ricredendosi in seguito. Il territorio circostante si prestava molto bene all’allenamento perché era prevalentemente collinare e, a tratti, montuoso. Era dotata di ottimo equilibrio e di un’inconsueta coordinazione dei movimenti corporei, che derivavano sia dall’apparato scheletrico slanciato che dall’eccezionale apparato muscolare. E la sua esuberanza atletica proveniva dalla funzionalità coordinata della velocità motoria del sistema nervoso con quella di contrazione del sistema muscolare. Tutto ciò dipendeva, oltre che dalle potenzialità fisiologiche e da quelle meccaniche del suo corpo, anche dalle sue doti psicologiche. La fanciulla, infatti, oltre a possedere una gittata cardiaca molto bassa per l’allenamento continuo che abbassava la frequenza cardiaca, riusciva a controllare ottimamente le sue emozioni, a cui si univa un’innata capacità di concentrazione. Atalanta seguiva, anche, una dieta alimentare molto equilibrata e usava decotti e infusi, ambedue rigeneranti e rilassanti. Ogni sera, infatti, era solita prepararsi una tisana di semi di finocchio, di anice, di aneto e di cumino che la preservava da quel senso di pesantezza che una cattiva digestione le potrebbe potuto causare. E, di tanto in tanto, si preparava un decotto di radice di tarassaco e di liquirizia, di foglie di carciofo e di semi di cardo mariano che le disintossicavano il fegato e che le permettevano una mente lucida e fresca. Il suo profilo corporeo era grazioso ma, nello stesso tempo, appariva robusto, slanciato e aerodinamico. Dal suo animo, in perfetta sintonia con il corpo, derivava tenacia, costanza, forza di volontà, pazienza e tanto amore per se stessa.
    Sulla linea di partenza, Atalanta, dopo aver trovato la migliore posizione di contatto dei piedi con il terreno, si chinava poggiando un ginocchio per terra, poi alzava il bacino più in alto rispetto alle spalle poggiandosi sulle braccia che dritte si sostenevano sulla punta delle dita delle mani e, al via, scattava in avanti come una saetta, fino al traguardo, con velocità costante. Era insuperabile nella corsa.

    Per gareggiare con lei, i concorrenti dovevano scriversi nei termini previsti e sottostare a determinate regole. Non potevano, infatti, parteciparvi donne sposate, durante la gara non si poteva uccidere l’avversario o intimidirlo, non potevano corrompersi i giudici o protestare pubblicamente contro la loro sentenza.
    Atalanta aveva partecipato da giovanissima alle gare di corsa, sempre nuda, ed era diventata una campionessa vincendo sempre i suoi avversari con un forte distacco al traguardo. Per questo, le era stata eretta una statua e scritto in segno di gloria un epinicio, anche se era stata sempre premiata, com’era di consueto, con un’esile corona ricavata da un ramoscello di ulivo, che la faceva sentire una dea. E questo la colmava di orgoglio.
    Atalanta, ogni volta nell’attesa di gareggiare, si allenava tutti i giorni precedenti, pensando soltanto di tenersi in forma e di superare sempre se stessa. Voleva continuare a vincere, diventando invincibile. Era bella e meravigliosamente seducente con quel suo corpo atletico e armonico, per questo rivelandosi desiderata dagli uomini, dei quali a lei non importava niente. Vano risultò, infatti, per il padre, quando la vide diventare donna, il desiderio di vederla sposa soprattutto per un erede al trono, dato che non aveva figli maschi.

    Ella sapeva, infatti, che sposandosi avrebbe dovuto rinunciare per sempre alla corsa e a tutte le vittorie che avrebbe potuto conseguire. Spesso l’educazione infantile, portata in modo esasperato all’esaltazione del corpo e alla magnificazione della mente, trasforma il bisogno di cercare il senso della vita in quello di vivere unicamente per i piaceri derivanti dall’amor proprio e dalla sopraffazione degli altri.
    Atalanta amava moltissimo correre e non voleva rinunciarvi per nessuna cosa al mondo. Accettò, tuttavia, la proposta del padre, non volendogli recare dispiacere, ad una condizione crudele e disumana: il pretendente che non vince la corsa deve morire! Questa condizione nasceva dal fatto che Atalanta voleva dissuadere chiunque a chiedere la sua mano e poi non voleva perdere il significato essenziale della sua esistenza, quello per il quale era stata educata sin da bambina: correre e vincere nella corsa sempre ed evitare che il concorrente avesse secondi fini. Chi l’avesse, inoltre, affrontata nella corsa, consapevole del pericolo cui andava incontro, avrebbe dimostrato di essere veramente innamorato di lei.
    Ad un’obiezione del padre su questa nefasta condizione, lei aveva risposto:
    - O padre, cos’altro c’è di più bello nella vita oltre all’amore e alla morte?
    Era una formidabile atleta, unica, insuperabile. Non aveva altro pensiero, se non quello di correre e di vincere, la ragazza. I suoi pensieri erano volti, durante la notte prima di addormentarsi, sempre su quanto e su come avesse dovuto correre durante l’allenamento. Una cosa soltanto la distraeva, però, dalla corsa, l’oro. L’attrazione incontrollata dai gioielli dorati. Ne aveva una collezione tale da fare invidia al museo più grande al mondo. Andava alla ricerca d’oggetti d’oro di qualunque forma e d’ogni grandezza. Atalanta per questa sua debolezza, a tavola, era solita bere in calici d’oro e mangiava nei piatti d’oro.

    Non appena si sparse la voce che il re Scheneo dava in sposa la figlia, gli si presentarono tre giovani atleti provenienti dalla vicina Attica, uno più bello dell’altro, Alcatoo, Echione e Ifito, che ne chiedevano contemporaneamente la mano. Il padre, contento che la notizia si fosse sparsa nella regione così velocemente, disse loro la condizione cui dovevano sottostare. Dovevano gareggiare singolarmente nella corsa con la figlia e, in caso di sconfitta, il perdente sarebbe stato buttato vivo da un alto dirupo, in prossimità della città di Sciro. I giovani atleti, rimasti attoniti per la condizione, rifletterono e solo uno di loro, Echione, attratto dall’avvenente bellezza di Atalanta, decise di gareggiare. Si allenò giorno dopo giorno, per trenta giorni. Al trentunesimo giorno si presentò al campo di gara dove già c’era Atalanta pronta e in perfetta forma. Al suono di un colpo di gong partirono, ma per Echione non ci fu niente da fare. Atalanta superò il traguardo quando ancora il concorrente doveva fare altri dieci salti. Il povero atleta raggiunto il traguardo, consapevole che doveva morire, svenne ma quando rinvenne si trovò già buttato giù dall’alta rupe, ivi trasportato dalle guardie.
    Questa vittoria di Atalanta fu traumatica per tutti gli altri giovani che, colpiti dalla bellezza divina di Atalanta, avevano pensato di gareggiare, ma in seguito al nefasto risultato preferirono desistere. L’eco sull’imbattibilità di Atalanta e sulla morte di Echione si sparsero per tutta la Beozia e per tutte le isole dell’Egeo in pochissimo tempo. Echione era conosciuto da tutti come un grande corridore e la sua sconfitta significava che Atalanta era veramente imbattibile. Per questo tutti i potenziali giovani contendenti rinunciarono dal chiedere la mano di Atalanta che, per questo, era destinata a rimanere vergine e zitella. Ciò, ovviamente, costituì per il padre grande sconforto e notevole afflizione.

    Dopo qualche tempo, quando questo evento funesto era già stato dimenticato, si presentò un altro pretendente di nome Alceo, proveniente dalla vicina isola d’Eubea. Il giovane si era invaghito della giovane donna, se ne era innamorato a tal punto che non riuscì a desistere e ne chiese la mano. Purtroppo anche per lui la sconfitta fu letale. La stessa sorte capitò ad altri che, provenienti da altre regioni, inconsapevoli dei precedenti eventi fatali, si erano presentati ed avevano perduto prima la gara poi la vita. Dapprima toccò ad Euripilo della Focide, poi a Sinone della Tessaglia, infine a Protesilao della Magna Grecia.

    Qualche anno dopo, si era invaghito di Atalanta presente come spettatrice ai giochi di Olimpia, anche un altro giovane atleta di nome Ippomene, campione per il pentathlon, una competizione complessa che comprendeva la corsa, il salto, il lancio del giavellotto, il lancio del disco e la lotta. Ippomene era insuperabile in tutte le prove meno che in quella della corsa. Durante una pausa, nei cinque giorni dei giochi, incontrando per caso la bella Atalanta fu colpito istintivamente dalla sua bellezza e cercò di corteggiarla. La fanciulla si svincolò dalle insidie amorose dell’audace Ippomene che, una volta avvicinandosi a lei, le sussurrò: - Assomigli ad una dea, o bellissima Atalanta, il tuo corpo è perfetto nella forma e nei lineamenti, il tuo corpo è bello.
    La fanciulla, che era la prima volta che si sentiva fare un complimento del genere, ebbe un sussulto.
    Ippomene, continuò poi nel suo corteggiamento: - Ascoltami, fanciulla, odi le parole suggerite dal mio cuore che desidera con tanta voglia un tuo sorriso. Non appena ti ho vista le mie membra si sono sciolte. La tua meravigliosa immagine mi ha sconvolto l’animo. Appena ti ho guardata, non sono riuscito più parlare come se la lingua mi si fosse atrofizzata, e in un attimo un calore sottile s’è propagato sotto la pelle per tutto il corpo, la vista mi si è offuscata, un sudore inspiegabile ha bagnato le mie membra ed un tremore mi ha avvinto.
    Al sentire queste parole, Atalanta, accennando un effimero sorriso rivolto al suo corteggiatore, rimase distaccata anche se il suo cuore restò scosso, e rispose con voce tremula, stentando un controllo dell’emozione: - Intraprendente Ippomene, io ti ringrazio dei complimenti che mi fai e sono dispiaciuta per il tuo stato d’animo che arde d’amore per me. A me l’unica cosa che interessa è la corsa e vincere. Gli uomini non mi interessano. Tu non mi interessi!

    Ippomene dispiaciuto della risposta, tuttavia, non si diede per vinto, e decise a giochi ultimati di sfidarla nella corsa. Era consapevole del rischio di affrontarla. Sarebbe andato a morte sicura, ma era altrettanto certo che lui voleva quella fanciulla a tutti i costi, quindi doveva giocare d’astuzia. Pensò continuamente ad una strategia ma non ne trovò alcuna. Indagò su quali potevano essere i punti deboli o i vizi di Atalanta. Non ne trovò alcuno ad eccezione del fatto che la fanciulla era attratta dall’oro. Questo fatto gli risultò insignificante in un primo momento, ma poi un sogno propiziatorio gli rivelò che avrebbe potuto sfidare l’imbattibile vergine e come avrebbe dovuto agire per conseguire la vittoria. Non appena i giochi olimpici furono ultimati, Ippomene si recò a Sciro, si presentò al re per chiedergli in sposa la figlia. Quel giorno era presente anche Atalanta che, nel vedere quel giovane, ricordandosi delle effusioni amorose che le aveva esternato ad Olimpia, da un dolce e leggero tremito fu percorsa in tutto il corpo come se avesse ricevuto una lieve scossa elettrica. Anch’ella, in effetti, si era invaghita del giovane e per questo cercò, alla presenza del padre, di dissuaderlo dal partecipare alla gara, a non avventurarsi ad una competizione che gli avrebbe procurato morte sicura. Lui era un bel giovane, aveva vinto la gara olimpica del pentathlon, era dunque un eroe e non poteva permettersi di perdere la vita inutilmente. C’erano tante belle donne, anche più belle di lei, cui poteva chiedere la mano e nessuna si sarebbe negata. Ippomene non si fece convincere, era innamorato di lei a tal punto da sfidare la morte, tanto non valeva la pena vivere senza di lei. Ciò scosse l’animo di Atalanta che, per un momento, diede l’impressione di voler ritirare quella condizione disumana, che aveva già fatto molte vittime tra i giovani greci. Dopo un attimo di smarrimento, tuttavia, la ragione l’ebbe vinta sul sentimento, come sempre. Mantenne ferma dunque l’esecrabile e infame condizione! Nel giorno stabilito, Ippomene si presentò alla gara con una borsa appesa a tracolla. Quando i due atleti si posero sulla linea di partenza, Atalanta si incuriosì nel vedere quella bisaccia e suggerì all’atleta di togliersela perché quel peso in più lo avrebbe rallentato. Ippomene non le diede ascolto e assunse la posizione di partenza. In quella bisaccia nascondeva tre pomi d’oro, che si era fatto fabbricare facendo fondere tutti gli oggetti d’oro che possedeva. Era presente tanta gente perché era la prima volta che un giovane aveva avuto il coraggio di sfidare Atalanta dopo tanti morti. Gli spettatori facevano il tifo per il coraggioso Ippomene in quanto ormai non sopportavano la tracotanza e l’alterigia di Atalanta e perché volevano che lei diventasse la loro regina, dato che Scheneo, ormai vecchio, malato e decrepito, non riusciva più a governare. Al gong, i due saettarono verso il traguardo: Ippomene era veloce ma Atalanta lo superava. Purtroppo era più veloce di lui. Già a metà percorso Atalanta lo aveva distanziato di parecchio. A quel punto Ippomene, infilò, correndo, una mano nella bisaccia, prese un pomo e lo lanciò innanzi ad Atalanta, la quale vedendo il luccichio dorato si fermò a raccoglierlo e, in quell’attimo, Ippomene la raggiunse. La folla incominciò ad urlare e a saltellare sugli spalti per la contentezza. Niente da fare. Subito dopo, infatti, Atalanta era di nuovo in testa: un silenzio assoluto dominò subitaneamente il campo di gara. Il giovane, allora, prese dalla borsa un altro pomo d’oro e lo lanciò ancora una volta dinnanzi alla fanciulla che nel raccoglierlo perse un altro attimo prezioso che permise ad Ippomene di passare in vantaggio. La folla, un’altra volta entrò in delirio, applaudendo il giovane che doveva vincere a tutti i costi. I due correvano veloci, erano quasi sulla stessa linea con un leggero vantaggio di Atalanta ed il traguardo era vicino. Solo un miracolo poteva salvare Ippomene, che prese l’ultimo pomo d’oro dalla borsa e lo lanciò. Grazie alla debolezza di Atalanta, in quell’attimo in cui la fanciulla si chinò a raccogliere il pomo, permise a Ippomene di vincere la gara superando il traguardo anticipando di un soffio Atalanta. La folla esultò per la gioia ed acclamò Ippomene, finalmente il primo vincitore su Atalanta. È vero che aveva vinto con l’astuzia, ma aveva vinto per amore. Per amore aveva vinto sull’amor proprio e sull’orgoglio di Atalanta. E cosa non si fa per amore? La vittoria consentì a Ippomene ovviamente di continuare a vivere e di avere in sposa la sua amata e tanto desiderata campionessa.
    Ippomene, sfruttando una debolezza dell’amata, aveva vinto facendo trionfare l’amore, e aveva trasformato l’orgoglio, l'amor proprio e il gusto di sopraffazione di Atalanta, nel vero amore e nel rispetto degli uomini.

     
  • 21 dicembre 2012 alle ore 15:30
    La barca e il capitano

    Come comincia: C’era una volta una bellissima barca di nome Ondasuonda che stava ormeggiata nel molo del Porto antico da tanto tempo ormai. Il Porto antico era bellissimo ed era rivolto verso occidente, tant’è che bellissimi erano i tramonti che offriva il sopraggiungere della sera. Quei tramonti visti dalla spiaggia ciottolosa e dal molo offrivano uno spettacolo straordinariamente magnifico. Al tramonto, infatti, i colori del cielo e del mare spesso si coloravano con sfumature di giallo, giallo arancione, azzurro, rosso, viola, che si mescolavano tra essi formando una specie di ragnatela che incorniciava le barche mentre solcavano lievemente il mare conferendo ad esse ancor più splendida bellezza. In quel porto c’erano tante altre barche ma Ondasuonda era la più grande, la più sicura, la più elegante, la più attraente, la più bella insomma.
    Il suo padrone Abileguido aveva avuto un attacco di cuore e di conseguenza aveva dovuto smettere di bearsi con Ondasuonda andando per flutti. Si diceva che quel porto era stato costruito durante il primo secolo prima che nascesse Cristo e questo era dimostrato anche dal fatto che le pareti antistanti il rifugio dei natanti erano costruite in opus reticulatum in cui le pietre a base quadrata venivano incastonate mettendole in questa posizione una accanto all’altra in modo da formare un reticolato molto solido, compatto, resistente a qualsiasi movimento tellurico.
    Abileguido, nome che suo padre gli aveva dato perché l’aveva predestinato a guidare magnificamente i navigli, aveva messo in vendita Ondasuonda. E questa accusava in cuor suo un grande dispiacere perché non sapeva in quali mani sarebbe potuta andare a capitare. Con Abileguido si era trovata sempre molto bene. Non per niente Abileguido l’aveva chiamata Ondasuonda la quale, se l’avesse potuto fare, avrebbe chiamato il suo capitano, così come questi si chiamava, Abileguido.
    Abileguido e Ondasuonda era diventata una coppia vincente per mare.
    Ondasuonda andava veloce sull’acqua e nessun’altra barca della stessa stazza l’aveva mai eguagliata con Abileguido al timone, sia durante le regate che per la pesca. In mare aperto Ondasuonda era sempre avanti a tutte le altre e le sue reti erano sempre piene di pesce. Ne aveva fatta di strada sul mare e aveva fatto pescare quantità di pesce incommensurabili passate alla storia del Porto antico. Durante la stessa ora e in diversi periodi dell’anno Abileguido amava fotografare il sole e poi aveva assemblato tutte le foto scattate ottenendo un’unica foto che fa comprendere come la terra sia una palla con l’asse che congiunge i due poli, Nord e Sud, inclinato. Ogni anno, prima che arrivasse la bella stagione, Abileguido faceva mettere a nuovo la barca, togliendola dall’acqua. Tinteggiava la carena di verde, la parte sopra la linea di galleggiamento di colore bianco e la piccola cabina dove era allocato il timone di uno sgargiante colore rosso porpora. Da lontano sembrava la bandiera tricolore italiana posta in senso verticale. Quelli del porto la chiamavano per questo con il soprannome “bandiera”, ma Ondasuonda non gradiva questo appellativo. Abileguido, nel frattempo, faceva anche calafatare tutto lo scafo da un bravo mastro calafato con la migliore pece in commercio. Il calafataggio era operazione essenziale per la vita di Ondasuonda e per i suoi passeggeri, perché l’acqua dal mare non doveva penetrare dentro lo scafo, pena la perdita di quell’importante equilibrio senza il quale sarebbe andata a finire in fondo al mare, diventando così inconsueta ma fissa dimora dei pesci. Per Ondasuonda sarebbe stata la fine di un sogno. È vero che agli uomini quando muoiono spetta il seppellimento in terra, ma per le barche che perdono l’equilibrio l’affondamento in mare è una vergogna insanabile. E che vergogna! È spiacevole far dire ai posteri “Ondasuonda non valeva niente; era una barcaccia tant’è che è affondata!”. La barca viene costruita per galleggiare e non per affondare. Quando affonda è per imperizia del timoniere e per le forti intemperie, e quando avviene questo rimane per la barca un’infamia disonorevole in modo irrimediabile. Per questo Ondasuonda aspirava ad avere un nuovo padrone, anzi un capitano, molto bravo che fosse esperto nella guida. Uno skipper valente e capace di usare il timone, per capirci.

    Passavano i minuti, trascorrevano le ore, avanzavano i giorni e Ondasuonda era ancora là, ancorata a quel molo del Porto antico che ormai le era diventato anche antipatico, soprattutto quando il moto ondoso molto forte la costringeva a sbattere contro il ciglio della banchina fortemente. Ciò noceva alla sua robustezza e alla sua durata e quindi al suo buon nome. Più tempo passava e più si deteriorava. Cosa poteva fare per risolvere questo problematico e ormai annoso problema? Non poteva muoversi, tuttavia, né poteva gridare ai passanti tutta la sua angoscia, la sua ansia e il suo desiderio di libertà. Mica poteva lasciare il molo e andare a farsi un po’ di propaganda da sola? Non tutti si è fortunati nella vita. E Ondasuonda era una di questi.
    Un bel giorno di primavera, quando il mondo si risveglia dal freddo e dal torpore invernale e si colma di colori che destano gioia nei cuori, diletto e felicità,  il mare era di una tale calma piatta che sembrava la superficie di uno specchio, tant’è che se uno voleva vedere il cielo non c’era bisogno che guardasse in alto, bastava che guardasse sulla superficie acquea. Ondasuonda appunto non rollava né oscillava. Quel giorno si presentò sul molo un vecchio pescatore gagliardo o tale sembrava perché aveva il berretto da marinaio di colore blu e una lunga pipa ricavata da una radica speciale. Aveva la barba canuta incolta e pochi capelli che gli coprivano la tigna ed era sdentato. Sul braccio destro aveva il tatuaggio di un’ancora e su quello sinistro invece quello di una barca a vela. Senza dubbio doveva essere un marinaio. Aveva una lontana somiglianza con “Popeye”, il famoso “Braccio di Ferro” dei cartoni animati, per intenderci. Sì, quel “Popeye” che diventa straordinariamente vigoroso ingurgitando una scatoletta di spinaci, vegetale ricco di ferro che, si riteneva erroneamente, desse tanta energia. Proprio lui, sì “Popeye”. Quel tizio si fermò a leggere il cartello su cui c’era scritto che Ondasuonda era in vendita, con l’indicazione del prezzo e del numero di telefono di Abileguido. Impiegò un po’ di tempo a leggere e a scrivere il numero su un taccuino tutto malconcio. Non doveva avere neppure la quinta elementare visto l’insicurezza che mostrava nello scrivere. Con un balzo, in un attimo, si trovò, poi, sul ponte della barca e incominciò a perlustrarla da poppa a prua e da prua a poppa. Azionò pure il motore quel ficcanaso di un marinaio senza aver chiesto il dovuto permesso! Ma chi gli aveva dato tanta libertà di fare? Avrebbe dovuto telefonare ad Abileguido! Perbacco! Ma nei paraggi non c’era neppure l’ombra di una cabina telefonica.
    Il marinaio forse pensò che avrebbe fatto prima a dare un’occhiata alla barca senza chiedere il placet a chicchessia. Mentre il vecchio pescatore stava ancora su Ondasuonda si sentì una voce che diceva: - Scusi chi è lei? Cosa sta facendo? Cerca qualcuno? - Era il custode del porto antico che vigilava sulle barche ormeggiate. 
    Il marinaio rispose con una voce alquanto rauca: - Mi chiamo Delfino, ho letto il cartello “Vendesi” e sto dando un’occhiata per vedere le condizioni in cui si trova la barca perché sono interessato all’acquisto. Volevo telefonare al padrone ma non ho visto nei paraggi una cabina telefonica. Questa barca è in ottime condizioni e mi piace. Sa dirmi se questo è il numero di telefono del proprietario –, disse Delfino indicando con la mano destra il cartello “Vendesi”.
    - Sì, è quello! Lo può chiamare e le risponderà senz’altro perché sta sicuramente a casa –,  rispose il custode del Porto antico.
    In quel preciso istante, anche se il mare era calmo, Ondasuonda oscillò sicuramente per manifestare il suo assenso per la contentezza. Era una fortuna che dopo tanto tempo fosse capitato da quelle parti un vero marinaio o presunto tale. Il nome e l’aspetto che mostrava erano una garanzia. Abileguido avrebbe chiesto le dovute referenze prima di cedere ad un estraneo quello che per lui era stato un bene fondamentale della sua stessa vita.
    Passò, da quel giorno, qualche tempo e non si vide anima viva. Il mare da calmo era diventato molto agitato. Ondasuonda continuava a rollare e a sbattere conto il duro molo. L’estate, infatti, era finita e l’autunno ne aveva preso il posto già da parecchi giorni. Temporali, burrasche, perturbazioni improvvise e raffiche di vento erano alla portata di ogni giorno.

    Una mattina piovosa, con l’acqua scrosciante che impediva di vedere limpidamente a due metri di distanza e con il mare molto mosso si presentò il capitano Delfino. Aveva una grossa valigia di cartone, inumidita dalla pioggia, legata sui quattro lati con un laccio per evitare che aprendosi facesse cadere il contenuto. Era pesante quella valigia perché quando il capitano Delfino salì sulla barca, la carena si abbassò sotto il livello del mare di parecchi centimetri. Ondasuonda scrutò qualsiasi mossa di quello strano tizio e si accorse che aveva portato il suo pesante bagaglio nella stiva dove incominciò a svuotarlo di ogni cosa. Era fatta! Delfino aveva acquistato Ondasuonda perché si comportava come un vero padrone e poi il custode questa volta non era venuto a curiosare.
    Ora sì che si poteva ritornare a navigare tempo permettendo! – Sospirò con entusiasmo Ondasuonda che subito dopo pensò: - è un brutto periodo dell’anno questo per l’acquisto di una barca o meglio per andare per mari. Non credo che Delfino voglia uscire con questo brutto … .
    Non ebbe neppure il tempo di concludere questa sua semplice riflessione che Ondasuonda sentì l’accensione del motore. Sentì l’elica girare e lei stessa muoversi prima lentamente e poi velocemente. Sembrava che Ondasuonda andasse sulle montagne russe.
    - Che guaio! Questo non sa cosa significa guidare una barca, non sa  neppure cosa significa mare, non è per niente un esperto di mare. Non può portarmi a mare aperto con questo tempo! Non sa dove mettere le mani, povera me! Mi farà affondare sicuramente! Avevo nutrito tante speranze. Ero contenta di essere capitata nelle mani di un lupo di mare, ma mi sono sbagliata nel giudicare. Non bisogna mai e dico mai fidarsi delle apparenze! – Tutto questo balenò nella mente di  Ondasuonda.
    Cercò di gridare! Cercò di dire a Delfino che con quel mare agitato non era il caso di navigare. Il suo linguaggio, purtroppo, non era lo stesso di quello usato dagli umani e quindi Delfino, che era un umano, non poteva ascoltare la sua voce allarmata, le sue grida.
    Non ebbe il tempo di uscire dal Porto antico che un’onda anomala improvvisa, altissima con una forza gigantesca, fece sbattere contro il durissimo molo Ondasuonda che si fracassò in mille pezzi. Povera Ondasuonda!

     
  • 09 dicembre 2012 alle ore 17:26
    Un giorno particolare

    Come comincia: Era un bel giorno autunnale, illuminato dal sole inaspettatamente fulgido, che con il suo passo lento ma costante descriveva via via il solito arco, che congiunge l’alba al tramonto, come era sua pratica quotidiana. Era un giorno particolare. Non faceva caldo. C’era un incantevole tepore tale da suscitare invidia alla primavera, il quale avvolgendo dolcemente l’aria, effondeva fragranze profumate ed effluvi emozionanti, olezzi freddamente stimolanti, profumi soavemente eccitanti, e dava sincero conforto ai cuori di Laura e Leucio, ormai in dolce posa estatica, ricca di brividi amorosi. Laura e Leucio si erano incontrati e conosciuti il giorno prima e, come succede inspiegabilmente tra una donna e un uomo, si era instaurato tra loro un improvviso e attraente rapporto empatico. In questo rapporto si erano fusi reciprocamente stima, simpatia, intimità, attrazione fisica, affinità elettive, sentimenti generanti emozioni appassionate, tremolii passionali, così da costituire tra questi un inspiegabile scioglimento e da generare una soluzione omogenea tale da alterare le caratteristiche di ognuno, come quando lo zucchero sciogliendosi nell’acqua fa acquisire a questa dolcezza e perde nel contempo la sua salda solidità causata dall'acqua. Si comportavano come se si fossero conosciuti da molto tempo, Laura e  Leucio. Passeggiando, infatti, tra i cespugli di un rigoglioso giardino stavano abbracciati come se costituissero un corpo unico, una sola entità, un’eccezionale essenza vitale, due cuori che pulsavano all'unisono. I loro sentimenti genuini, sinceri, semplici, autentici, spontanei, erano sgorgati dai loro cuori come l’acqua limpida e fresca che erompe da una scaturigine rocciosa di montagna. Laura compiva il compleanno quel giorno e voleva festeggiarlo con il suo fulmineo amore, in solitudine, lei e lui da soli.  Sentiva di rifuggire in quel memorabile giorno, importante per la sua unicità, a differenza dei compleanni trascorsi, dallo schiamazzo degli amici che avrebbe alterato quella profonda intimità passionale che si era instaurata tra lei e Leucio. Mentre il dì si approssimava ormai alla fine, decisero di recarsi al mare per osservare il tramonto all’orizzonte, dove il cielo si sposa con la terra, dove il divino si fa terreno, dove l’umanità viene esaltata dal celeste. Innanzi ai loro occhi, quando giunsero, si presentò uno spettacolo stupendo, eccitante, meraviglioso. Un pianoro fluido, azzurro tendente al rossastro con sfumature colorate indicibili, mescolate con naturale maestria, era cosparso da leggeri e tenui flutti, le cui creste illuminate dai fervidi raggi solari ormai fievoli assumevano le sembianze di tante lucciole festose che, in caotico movimento accompagnato dal monotono suono generato dalla risacca, mostravano la loro gioia e la loro contentezza per la felicità che univa i due innamorati. Laura e Leucio rimasero attoniti, intenti a giocare con i loro sentimenti reciproci, stando abbracciati e seduti sulla rena a guardare quel sublime spettacolo che la natura gli stava offrendo, e che li aveva uniti ormai per sempre. In un attimo gli apparve improvvisamente come un lampo a ciel sereno il raggio verde che catalizzò il travaso dei loro sentimenti reciprocamente.

     
  • 04 dicembre 2012 alle ore 16:37
    Il sogno

    Come comincia: - Questa sera mi piaci molto, più del solito. Sei attraente, seducente e eccitante. Sarà forse dovuto a questo  pigiama che indossi. Il suo bel colore azzurro, puntellato di tante stelline, sulla tua pelle ignuda, mi conferisce serenità ma al tempo stesso mi ispira fortemente una gran voglia di te, caro amore mio, – disse Gianni alla sua dolce e desiderata moglie.
    - Non ti ricordi che me lo hai regalato tu nel viaggio in Cina? Non l’ho messo perché è una cosa preziosa per me e non vorrei sciuparlo. È seta pura. Quando mi muovo sento accarezzarmi la pelle delicatamente. L’ho messo perché questa sera voglio fare l’amore prima di dormire, – rispose con un tono malizioso ma sincero Gilda.
    Gianni e Gilda fecero l’amore non perché quel giorno era il loro anniversario di nozze e, alla fine, stremati, sudati, soddisfatti, ma felici si addormentarono di botto. Riposarono tutta la notte senza svegliarsi mai.
    Destato dai luminosi raggi solari che filtravano attraverso gli spifferi della finestra, Gianni dopo il consueto stiracchiamento mattutino, rivolgendosi alla moglie anche lei sveglia e accarezzandole il viso, sussurrò:  - Questa notte ho dormito bene e ho fatto un bel sogno.
    -  Raccontami! Sono curiosa! – Ordinò sorridendo Gilda.
    - Un lungo vestito azzurro, soffice, morbido, ondulato, setoso al tatto, mi è apparso disteso su un pianoro concavo. Sono stato attratto come fosse una cosa preziosa e lo volli sfiorare, - iniziò a dire Gianni, che continuò: - Nel momento in cui lo toccai, si trasformò come per incanto in liquido, in acqua limpida e chiara che scorrendo si è estesa riempiendo quel pianoro concavo diventando prima un lago e poi un mare grandissimo, infinito, calmo, piatto, limpido, trasparente, azzurro, sovrastato da un cielo luminoso e terso. Non una nube in cielo che si specchiava su di esso. In mezzo a quel mare c’era un’isola a forma di cono, figura geometrica in cui il cerchio di base al vertice si riduce ad un infinitesimo, punto asimmetrico dell’infinito. Da lontano sembrava un vulcano sulla cui vetta di tanto in tanto sprazzi sfavillanti si disperdevano a ventaglio, simil a fuoco d’artificio, nell'aria circostante, e a intermittenza, come se avesse un cuore, pulsante di intensa passione. Mi venne la voglia di farmi un bagno e mi tuffai. Incominciai a nuotare dirigendomi verso quell’isola e mentre nuotavo, sentivo che il mare trasmetteva al mio corpo, completamente sommerso, un calore bizzarro, anzi un tepore intimo simile al tepore  umano, confortante, familiare, umidiccio, vaporoso, materno, genuino, femminile. Nuotavo senza accusare fatica godendo anche di un gradevole effluvio odoroso di rose, ricco di nerolo, citronellolo, geraniolo, farnesolo, che esso emanava e diffondeva nell’aria mescolandosi con l'aria, e mi inebriava quasi stordendomi. Sembrava che Poseidone e Morfeo avessero congiurato contro di me. Intanto mi approssimavo sulla spiaggia dell’isola che nel momento in cui la toccai, come per magia, si trasformò in una donna, bellissima, incantevole, leggiadra, con una lunga chioma, vestita di una sottile e trasparente veste del colore del mare, che mi accolse tra le sue braccia. Guardandola in viso mi accorsi che aveva le tue sembianze, dolce Gilda. L'accarezzai, mi accarezzò. La baciai, mi baciò. L'abbracciai, mi abbracciò. Fortemente rimanemmo uniti come in un solo corpo e facemmo l'amore.

     
  • 29 novembre 2012 alle ore 12:26
    Il bivio

    Come comincia: Ogni notte Fiamma non riusciva a dormire. Non mangiava più. Si stava deperendo tanto, povera figliola, che ormai era pelle e ossa. Rogo era venuto a conoscenza di un luminare famoso che aveva guarito molti giovani di quel male. Ci volevano, però, tanti danari. Si sarebbe dovuto impegnare per tutta la vita. In paese circolava la voce che nel vicino villaggio della Gente che non c’è, abitava la maga Hydra che richiedeva molto meno e che aveva fatto dei miracoli approvati dal vescovo.
    Rogo però non credeva ai ciarlatani che vendevano fumo alla povera gente credulona. Per pagare il luminare, tuttavia, si doveva indebitare mentre per la maga bastava la paga di un giorno. Che fare allora? Spinto dalle assillanti insistenze della moglie Candela più che da salda convinzione, Rogo decise, anche se a malincuore, di portare la figliola da Hydra che le prescrisse come cura un unguento. Aveva bisogno,per questo, dell’acqua prelevata dalla sorgente del Tevere, che poi doveva essere anche benedetta dal vescovo.

    - Prendi quest’ampolla di vetro fragilissimo.Un’altra uguale non c’è. La riempi fino all’orlo e la tappi. Non devi farne cadere neppure una goccia! – Ordinò con voce imperiosa Malia.

    - Posso, invece, portarmi una borraccia di alluminio che è più sicura? - Chiese timidamente Rogo.
    - No! L’unguento non funzionerebbe! Se vuoi salvare la vita di tua figlia, devi fare così come io ti ordino, – rispose con decisa alterigia la maga.

    Rogo sudò freddo perché non era mai andato per calli impervi e perché la fonte era ad un’altitudine di oltre milleduecento metri, metro più metro meno.
    Com’è e come non è, per amore della figlia e senza una forte convinzione Rogo,con uno strano presentimento, si fece coraggio, indossò coppola e scarponi, mise l’ampolla dentro la bisaccia e partì. Sudò sette camicie lungo la ripida scalata. Non era un alpinista né alpino, lui umile contadino di pianura sapeva usare vanga e zappa! Impiegò, infatti, più tempo del previsto per salire sul monte Fumaiolo. Faceva pochi passi e si fermava per riprendere fiato o per asciugarsi il sudore che gli grondava copioso su tutto il viso. Faceva caldo. Alla fine ci riuscì e fu bravo ad individuare il viottolo che lo portò alla sorgente tra rovi spinosi e fronde fitte. Ivi giunto, si chinò e riempì l’ampolla. Si avviò, quindi, sulla via del ritorno che gli parve più breve. Corse Rogo per la discesa. Corse per tutta la strada del ritorno. Corse anche in paese, ansioso di vedere la figliola Fiamma riacquistare la vitalità perduta. In un incrocio non si accorse di un carretto che cozzò la bisaccia rompendogli l’ampolla di vetro che si frantumò in mille pezzi. Disgraziato Rogo per aver previsto il rischio e non averlo saputo evitare! Sfortunata Fiamma perché in ogni caso non sarebbe stata salvata! Disperata Candela che, a causa della sua ignoranza, da quel dì non volle vedere più il marito. Fortunata la maga che sicuramente evitò un sicuro fiasco. Chi paga a questo mondo è sempre la povera gente e i furbi l'hanno sempre vinta.

     
  • 18 novembre 2012 alle ore 8:50
    Admeto e Alceste, o dell’amore familiare

    Come comincia: Admeto sin da bambino dal padre Ferete, re di Tessaglia, venne educato alla lotta, e il suo animo venne temprato per affrontare il pericolo senza alcun pizzico di paura. Da giovane mostrava un’ottima possanza fisica ed un aspetto rude, rozzo, da villano. Non sembrava appartenere ad una famiglia regale. Non amava stare in corte, infatti. Non amava i cortigiani, ma amava la natura, amava la caccia, amava vivere nelle selve e respirare l’aria tersa e fresca dei boschi. Andando a cacciare una volta per i boschi della Tessaglia, fece amicizia casualmente con l’eclettico Apollo che in quel periodo, pascolando le sue pecore in una radura, si trastullava tra i verdi nitidi alberi ascoltando le sue adorate e istruite Muse che portava sempre seco. Apollo irradiava sapienza e riusciva a profetizzare anche il futuro, essendo dotato di un sesto senso molto sviluppato, aveva un magnifico aspetto ed i suoi comportamenti erano nobili e per questo era venerato da tutti gli uomini che cercavano di imitarlo in ogni cosa. Apollo e Admeto si misero a cacciare, accompagnati dal suon di musica emessa dalle vibrazioni delle corde di un’armoniosa cetra. Admeto fu subito colpito, attratto, stupefatto dalle dolci note e dai poetici versi emessi dalle Muse che echeggiavano euritmicamente tra i folti boschi, che come una coltre folta adombravano gli alti monti della Tessaglia. Apollo trasmise a quel rude lottatore i modi gentili, garbati, distinti, e gli insegnò ad apprezzare i sentimenti umani e la storia del mondo. Divennero così amici inseparabili che Apollo fece conoscere ad Admeto le meravigliose arti che lui amava tanto e che in vari modi esprimevano i sentimenti dell’uomo, e cioè la poesia, la musica, la lirica. Gli trasmise pure il modo di comportarsi gentilmente verso tutti ed in particolare verso le donne, gli fece comprendere il modo di indagare sulle cose e di scoprirne la bellezza, gli insegnò anche ad apprezzare il canone della bellezza femminile. In pochissimo tempo, Admeto divenne un altro, diventò un uomo colto che apprezzava la bellezza in ogni sua espressione, artistica o naturale, acquistò un comportamento nobile e educato tant’è che il padre quando ritornò da quella breve vacanza stentò a riconoscerlo. Per ringraziare Apollo per la trasformazione che aveva operato sul figlio, Ferete lo ospitò trattandolo meglio di un familiare. Quando per la sua eccelsa fama Apollo fu invitato dal re Pelia, a Iolco, per avere pareri e consigli sull’organizzazione della spedizione degli Argonauti, che aveva come obiettivo la conquista del Vello d’oro, l’amico inseparabile Admeto andò con lui. I due rimasero ospiti di Pelia per diversi giorni e durante quella permanenza Admeto conobbe, per caso, la più bella dolce candida innocente genuina figlia di Pelia. Alceste era il suo nome. Ella personificava quella bellezza canonica che Apollo aveva insegnato a fare apprezzare all’amico Admeto. Fu attratto dallo sguardo penetrante della ragazza che esprimeva tanta dolcezza e un’inusitata bontà, fu colpito da quei cerulei occhi che sembravano due preziosi smeraldi posti negl’incavi oculari, fu affascinato dalla folta chioma bruna cadente che le copriva sfiorandola delicatamente tutta la schiena. Era una meraviglia delle meraviglie! Che donna! Admeto fino allora non aveva visto una donna più bella di Alceste. L’incontro avvenne casualmente, un giorno, mentre Admeto con Apollo da una parte e, Alceste con il padre, dall’altra, erano andati ad ammirare la possente nave che avrebbe portato gli eroi greci alla conquista del tanto desiderato Vello d’oro. I loro sguardi s’incrociarono mentre Admeto scendeva nella stiva e Alceste saliva per le ripide scale. Gli occhi dell’uno penetrarono negli occhi dell’altra: un sussulto ebbero i loro cuori, un tremore pervase le loro membra, un improvviso desiderio amoroso li avvolse subitaneamente. Si sciolsero le membra dell’uno. Si sciolsero le membra dell’altra. Non una parola uscì dalle loro labbra. Si ammutolirono come per incanto. Nell’attimo, prima che s’incontrassero, i due giovani erano tranquilli e sereni. Un attimo dopo, i loro animi non erano più pacati ed avevano perduto il vivere tranquillo. I due, indipendentemente l’uno dall’altro, non riuscivano a spiegarsi il motivo che aveva generato questi inconsueti turbamenti. Eros aveva sconvolto i loro cuori con impeto, aveva sconvolto i loro sentimenti e la loro mente, aveva dato impulso irresistibile ai loro animi ormai indotti all’amore. Apollo chiese ad Admeto perché si fosse ammutolito di botto.  Pelia chiese alla figlia perché fosse diventata improvvisamente triste e pensierosa. Nessuno dei due rispose. Erano avvinti dalle emozioni nuove, inimmaginabili, imprevedibili, mai provate prima d’allora. Non dormirono tutta la notte. Si alzarono presto dal letto. Osservarono ciascuno dalla propria dimora, il sole sorgere e con questo una speranza, la speranza di potersi rincontrare, di potersi guardare, di potersi scambiare una parola, una frase, un complimento. Erano avvinti da un’ansia irrefrenabile, erano sconvolti, l’una era attratta verso l’altro, e l’altro verso l’una, inspiegabilmente, vicendevolmente! Eppure non c’era stato nessun accordo tra i due, non si erano scambiati neppure una parola!  Admeto non aveva alcuna possibilità di prendere contatti con Alceste in quanto il padre di lei, gelosissimo delle figlie ed in particolare di lei, la teneva segregata con le ancelle nella sua stanza. Se usciva doveva essere accompagnata dal padre. E fu per ciò che Admeto decise di confidare il suo segreto ad Apollo che, per appagare la necessità amorosa dell’amico, organizzò una battuta di caccia al cinghiale suscitando la voglia in Pelia. Non era mai capitata una cosa simile, che un ospite organizzasse qualcosa in casa altrui. Ma Apollo per la sua fama e la sua autorevolezza lo poteva fare e lo fece. La ebbe vinta facilmente perché Pelia fu felice di esaudire il desiderio dell’ospite gradito. Quel giorno fu un gran giorno per Admeto e Alceste, perché la caccia permise loro di smarrirsi nel bosco, e quindi di incontrarsi e conoscersi. Cavalcarono insieme, e insieme si fermarono là dove il bosco era più impervio e più folto. Si guardarono negli occhi questa volta volontariamente e non come la prima volta per caso, ma non avevano la forza di parlare per il grande stato emotivo che li avvinghiava. Finalmente fu Admeto che per primo ebbe il coraggio di parlare: - Come sei bella, o dolce Alceste! Non ho mai visto una donna più bella di te. Non appena ti ho incontrato e i tuoi occhi si sono incrociati con i miei, il mio cuore ha sussultato, un brivido ha percorso tutto il mio corpo, un freddo sudore ha ricoperto le mie membra.
    - Admeto, questo è il tuo nome, vero? – disse Alceste, che continuò dopo un tacito assenso del giovane – Anch’io ho avuto le medesime sensazioni che tu poc’anzi hai esternato con tanto fervore e senza pudore alcuno. Il tuo sguardo mi ha stravolto, mi ha fatto perdere quella serenità che avevo fino a qualche giorno fa. Un desiderio di te mi ha avvinto senza che io ti conoscessi o sapessi chi tu fossi e da dove venissi. Adesso so chi sei, ma solo adesso. Questo vuol dire che il sentimento strano che mi attira a te non è dovuto alla tua possanza, alle tue gesta, al tuo valore o ancor di più alla tua appartenenza ad una famiglia regale.
    - Alceste, quello che dici sono le più belle parole che le mie orecchie volevano sentirti dire. E’ bastato uno sguardo, in un attimo, ed ecco che è nato il mio amore per te. Non so spiegarmi il motivo, ma è così! Ho promesso a tuo padre di partecipare alla spedizione degli Argonauti, ma quando tornerò gli chiederò la tua mano e ti sposerò. Andremo ad abitare per sempre in Tessaglia dove governeremo il mio popolo con saggezza e con amore, dato che i miei genitori ormai sono vecchi. E’ questo ciò che io desidero, – rispose Admeto senza timore di essere negato.
    - Lo voglio anch’io, anche se per tutto il tempo che sarai via, io ti aspetterò con ansia e con la speranza che tu possa ritornare sano e salvo da quella difficile impresa, - aggiunse Alceste.
    - Non preoccuparti, cara Alceste, amor mio, durante la mia gioventù ho affrontato tante peripezie, sono andato incontro a tanti pericoli, ho partecipato alla lunga guerra di Troia e, con successo, anche alla caccia al crudele cinghiale di Calidone. Ormai sono temprato per la spedizione in Colchide che, io non credo, sia più pericolosa delle altre. Quando tornerò daremo vincolo al nostro amore che già esiste, daremo sfogo al nostro rapporto con creatività senza sensi di colpa, né di vergogna, né di paura del sesso.
    La spedizione degli Argonauti fu molto perigliosa e molto tormentata ma il ritorno, molto impervio, a Iolco avvenne così come era stato preventivato da Admeto.
    Ci fu una gran festa nei giorni successivi, e il re Pelia, per la contentezza dovuta alla riuscita della spedizione e alla ricchezza che ciò rappresentava per tutto il popolo greco, non potette negare la mano della figlia Alceste al giovane eroe tessalo. Erano tutti felici dell’unione di Admeto con Alceste, ma la contentezza nella reggia di Iolco durò fino a quando i novelli sposi comunicarono che dovevano trasferirsi in Tessaglia. Del resto, quella era una strada obbligata per Admeto, che doveva prendere al più presto il posto del padre Ferete che, ormai vecchio, non riusciva più a governare bene il suo popolo.
    Vissero di comune accordo marito e moglie ed erano amati dal popolo per la loro saggezza nell’amministrare la cosa pubblica. Ebbero due figli uno dopo l’altro, Eumèlo e Càricle, senza soluzione di continuità, che allevarono con grande gioia e nella felicità. Li avviarono ad un’educazione secondo i canoni che Apollo aveva insegnato ad Admeto, tant’è che Eumèlo quando divenne grande divenne capo dell’esercito dei Tessali. Purtroppo quei momenti di contentezza e di soddisfazione non durarono ancora, in quanto sovvenne un intoppo dovuto ad una grave e rara malattia che colpì il giovane re Admeto. Furono chiamati i più bravi guaritori della città per curare e salvare il loro re, che ormai si avviava a morte sicura, soltanto un miracolo lo poteva salvare.
    Alceste, una notte in cui era riuscita a prendere sonno, ebbe un presagio mentre dormiva. Sognò le Moire, tre sorelle deformi storpie decrepite, Cloto, Lachesi e Atropo, le inesorabili e crudeli tessitrici della vita d’ogni essere umano. Sognò, dimenandosi nel talamo coniugale, madida, smaniosa, dapprima Cloto che teneva la rocca per filare, mentre Lachesi avvolgeva il filo al fuso ed infine sognò Atropo che si accingeva a tagliare, colta da invidia per la bellezza di Alceste e per la felicità che regnava in quella famiglia, con crudeltà e con senso cinico, il filo con le forbici, quel filo a cui era sospesa la vita del marito. Atropo, sempre in sogno, con la sua voce decrepita e rauca, esclamò sghignazzando con tono altisonante ed echeggiante: - Alceste, se vuoi salva la vita di Admeto, in cambio voglio la vita di Ferete o di un’altra persona oppure, se vuoi veramente del bene a tuo marito, addirittura, la tua stessa vita. Si svegliò, di soprassalto, l’infelice Alceste, ancorché tremula, depressa, triste, con il corpo ancora bagnato di sudore, impaurita per il sogno funesto doloroso infausto orribile. Doveva sperare egoisticamente nella morte, ormai prossima, del vecchio suocero? Oppure in quella della decrepita suocera? O doveva dare in cambio la sua vita? Ciò l’avrebbe fatto volentieri. Ma come poteva un essere umano dare in cambio la sua vita per la vita di un altro?  Qual era il modo, lo strumento per fare questo? Suicidarsi o farsi uccidere? Pensò e ripensò a questo mentre giaceva, giorno dopo giorno, sul talamo dove il marito stava per abbandonare lei e i suoi figli per sempre, su quel talamo che aveva visto tanto amore spruzzare da tutte le parti da rendere quella casa beata paga giubilante, invidiabile. Ma come avrebbe potuto continuare a vivere Alceste senza il suo grande amore Admeto, e come avrebbe potuto continuare ad educare gli amati figli e ad insegnare loro come affrontare la vita e superare le avversità che questa pone continuamente? Piangeva continuamente per il forte dolore e per la disgrazia che le stava per capitare, ed anche per l’incertezza del futuro che le si presentava. Si stava consumando Alceste; inorridita, esausta, non mangiava più, non dormiva più, e non servivano a niente ormai le tisane che le ancelle le preparavano per farla rinvenire. Alceste, avvilita, abbracciava il letto nuziale bagnandolo di lacrime, baciava quel talamo che aveva accolto amorevolmente e che aveva visto lei e Admeto amarsi e procreare i frutti più grandi del loro amore, i due amorevoli figli. Stava per morire Alceste mentre Admeto, come per miracolo, stava riprendendosi, apriva gli occhi, chiamava le ancelle, incominciava a mangiare, a bere, ad alzarsi dal letto, a riprendere le forze che aveva perduto. Ci sono cose al mondo che avvengono inspiegabilmente, cui non può darsi spesso un’interpretazione razionale e plausibile. In questi casi si pensa subito all’evento sovrannaturale, al fatto ultraterreno, al prodigio, al miracolo. È per questo che qualcuno pensò che le crudeli e invidiose Moire ci avevano messo lo zampino e stavano per vedere la loro orrenda e disumana bramosia accolta e appagata. La situazione si era capovolta. Adesso, era Admeto che si preoccupava della vita della moglie, la quale si era ammalata gravemente in vece sua. Se Alceste avesse avuto un po’ più di pazienza, se avesse avuto la forza di resistere per altro tempo ancora, se non si fosse impaurita di rimanere sola, se avesse avuto un po’ di fiducia nel caso, invece di credere al presagio di un brutto sogno che l’aveva indotta a cedere alla depressione, che l’aveva portata a fuggire dall’esistenza, per paura di non saper affrontare la vita da sola, senza il marito, non si sarebbe ammalata gravemente. La sua resa di fronte alla morte le stava portando via la vita…, trovando così il modo di cedere la sua vita in cambio di …. . Alceste, se avesse avuto la capacità di resistere, se avesse avuto il coraggio e l’equilibrio interiore necessari avrebbe visto con i suoi occhi il marito ritornare in vita, avrebbe osservato dal viso di Admeto lo scambio del pallido pallore macabro con il roseo colorito di sempre, come per incanto; Alceste avrebbe goduto delle carezze e delle dolci parole di Admeto, che avrebbe continuato ad amarla più di prima, forse meglio di prima e ad accudire i loro due pargoletti. Ed invece…
    In uno di quei giorni tristi capitò da quelle parti, per caso, Eracle, l’eroe più grande che la Grecia abbia avuto. Eracle era l’eroe che aveva dovuto affrontare le malvagità degli uomini, che aveva lottato per superare tutte le grandi avversità tra cui quella che gli si presentò sin dai primi giorni di vita. Giaceva ancora in fasce, in culla, dove fu costretto a strozzare due serpenti messi apposta dall’invidiosa Era per ucciderlo. Eracle era l’eroe che aveva dovuto compiere e superare le dodici fatiche imposte dal crudele e sadico fratello primogenito Euristeo, grazie alla sua forza, all’addestramento e alle virtù trasmessigli dalla madre Alcmena e ai valori umani che gli erano stati inculcati sin da bambino dai suoi grandi maestri, Chitone e Eumolpo. Eracle, per l’educazione ricevuta, riusciva ad organizzarsi mentalmente, era molto socievole, aveva una sana personalità, non aveva altre aspirazioni, se non quelle di aiutare sempre il prossimo, non conosceva i sentimenti negativi ed eliminava dalla sua mente le angosce che qualche problema gli avesse potuto causare.
    L’eroe, quel giorno, venne ospitato volentieri dal triste e depresso Admeto, già guarito, e ciò avvenne quando la povera Alceste era ormai in fin di vita per la forte depressione che l’aveva colpita. Ma nulla di tutto questo Admeto disse, per non farlo dispiacere per il gran senso di ospitalità che possedeva, all’amico ospite, al quale però non sfuggì niente. Eracle, infatti, scrutando l’espressione del viso e l’inconsueto modo di parlare, capì che Admeto insolitamente era angosciato ed addolorato. Indagò, allora, tra i servi che pieni di ammirazione per le sue gesta e per la sua carismatica personalità non gli nascosero la verità. Senza dire niente, Eracle andò a cercare di corsa l’amico Asclepiade, bravo luminare, che possedeva un’officina medicamentosa, non molto lontano dalla città, ma in un luogo sconosciuto ad Admeto. Procurò grande preoccupazione al medico, che vide l’eroe presentarsi all’improvviso e affaticato, senza respiro per la folle corsa. Eracle si riposò e non appena riprese fiato, espose allo scienziato che non veniva per sé medesimo ma per tentare di salvare la moglie del re Admeto, suo fraterno e carissimo amico.  Descrisse la situazione di grave pericolo di morte in cui versava la povera donna Alceste. Non c’era tempo da perdere. L’Asclepiade si rese conto dello stato di salute in cui si trovava la donna e della sua afflizione e, in un batter d’ali, preparò un miscuglio di foglie di esedra, una pianta molto rara che cresceva spontanea lungo la costa, tra gli scogli, e che aveva le proprietà di aumentare la frequenza respiratoria e la pressione del sangue, e di semi di fieno greco il cui decotto serviva come ricostituente. Eracle corse ancora, questa volta verso la casa di Admeto. Alfine giunse in tempo, dando inaspettatamente il preparato all’amico cui spiegò cosa doveva fare per guarire la moglie e salvarla dalla morte. Era vero ciò che diceva Eracle e ciò che pensavano le persone che lo conoscevano: quell’Asclepiade salvava tutti quelli che si rivolgevano a lui, meglio di un dio. Non si moriva più da quando quel medico aveva acquisito dal suo grande maestro Asclepio l’arte di guarire gli infermi. Dopo diversi giorni di cura e con l’amorevolezza di Admeto, Alceste si riprese da quel torpore che l’aveva avvinta, e fu finalmente salva. Il merito era stato di un amico che era stato ospitato in un giorno molto triste, forse il più triste della vita di Admeto. La stima che Admeto poneva nei confronti di Eracle aveva creato nell’eroe quello slancio di umana sensibilità che aveva portato Alceste alla salvezza e al ritorno alla vita. Eracle, infatti, aveva manifestato il suo ancestrale altruismo ancora una volta, aveva commesso quel gesto non solo per amicizia ma anche per diventare più importante agli occhi dell’amico e per accrescere la propria autostima. Questo suo comportamento gli conferiva una nobiltà d’animo eccezionale.
    Alceste ed Admeto, grazie ad Eracle, continuarono a vivere felici come prima, ma forse più di prima, consapevoli, questa volta, delle sciagure e dei disagi che può apportare ad una famiglia la scomparsa di uno dei due coniugi.

     
  • 06 novembre 2012 alle ore 15:49
    Orfeo ed Euridice o dell'amore perduto

    Come comincia: - Orfeo, cosa significa ascoltare? – Chiese la musa Euterpe.
    - Vuol dire distinguere i vari suoni, vuol dire analizzare le varie sorgenti che li producono, - rispondeva il giovane.
    - Chiarisci meglio, -  precisò la musa
    - Distinguere il cinguettio degli uccelli dal gracidare delle rane, o il tremolio delle foglie dal fruscio dell’astuta volpe che, alla ricerca della preda, calpesta l’erba secca. Questo è sapere ascoltare, - puntualizzò Orfeo.
    - Adesso dimmi quali sono le caratteristiche del suono? – Continuò la maestra pignola.
    - Il timbro che fa distinguere uno strumento dall’altro, il flauto dalla lira ad esempio; l’altezza che corrisponde all’intonazione del suono; la durata che corrisponde alla lunghezza del suono; ed infine l’intensità, ovvero la forza che produce il suono, - aggiunse con chiarezza concettuale il piccolo alunno.
    - Quante sono le note musicali? – domandò la Musa
    - Sono sette e corrispondono alle prime lettere dell’alfabeto che utilizziamo per scrivere i nostri sentimenti: alfa, beta, gamma, delta, ipsilon, zeta, eta, - disse il bravo ragazzo, che aggiunse: - ogni volta che si suona il nostro cuore canta, e al suono nel contempo bisogna abbinare le parole.
    - Bravissimo! Adesso dimmi il ritmo cos’è? – Domandò, stimolandolo, Euterpe.
    - Il ritmo è il ritmo, è la pulsazione del cuore, il ritmo è il susseguirsi delle parole di un discorso, il ritmo è la gioia della vita, il ritmo è la vita stessa: la nascita, l’amore, l’arte, la morte. L’amore è ritmo e rende l’uomo simile ad un dio. Come la fiamma è l’espressione ritmica del fuoco che arde, così la passione amorosa che fa pulsare il cuore è ritmo.
    - E la musica? - Domandò ancora la musa
    - L’arte, nel suo complesso, esprime tutti gli stati emotivi dell’uomo. Possa ogni uomo, come mio padre Apollo, impossessarsi di tutte le arti! Con esse ogni individuo potrebbe imparare a leggere e ad interpretare tutti i suoi stati d’animo, potrebbe evitare tante sciagure, potrebbe sedare l’odio, potrebbe allontanare l’orgoglio, potrebbe abbandonare la stupidità, potrebbe sentirsi veramente libero, libero dalle inibizioni, libero dagli stereotipi, libero dalle costrizioni, libero dai ricatti psicologici e non, e… Tra tutte le arti, la musica è quella che rende veramente liberi perché fa sognare e fa navigare la mente nel mondo dei sogni. Tutti possiamo partecipare al canto ed ascoltare liberamente la musica che è l’arte che possiamo sentire tutti, e che tutti possiamo comprendere perché il suo è un linguaggio universale. La musica esprime i sentimenti ed anche i sentimenti amorosi che sono in ciascuno di noi, e riesce a scrutare nel profondo dell’animo anche delle persone più aride e superficiali; la musica dà vita anche alle cose inerti, alle cose senza vita, la musica scuote gli animi e li rende miti, la musica fa vibrare l’aria fino a far muovere le foglie degli alberi, - rispose con prontezza ancora il preparatissimo scolaro.
    - Sei bravissimo, hai le idee chiare, Orfeo. Riferirò a tuo padre della tua bravura. Ma adesso canta e fammi ascoltare il suono echeggiante della tua melodiosa lira, - disse alfine Euterpe.

    Era un genio, una meraviglia quel ragazzo. Cantava e suonava, ora piano, ora forte, poi abbassava la voce, poi l’alzava, d’un tratto faceva una pausa, poi iniziava con voce sottile quindi continuava con voce rauca, ora mormorava...
    E così Orfeo iniziò a cantare Amore e vecchiaia, accompagnandosi con le note della sua armoniosa lira:

    Cos’è mai la vita,
    cos’è mai la felicità senza l’aurea Afrodite;
    potessi io morire quando…
    …… …
    quando giunge la vecchiaia
    l’uomo diventa turpe e brutto,
    e tristi ricordi gli tormentano l’animo,
    non gode più nel vedere la luce del sole,
    diventa odioso ai fanciulli,
    rifugge dalle donne.

    E, come la primavera stagione ricca di fiori,

    così noi per il tempo infinitesimo
    godiamo dei fiori della giovinezza
    per dono degli dei non conoscendo né il male né il bene.
    Ma vicino a noi stanno le tetre Sorti,
    l’una ha in suo potere la fine della funesta vecchiaia,
    l’altra della morte: il frutto della giovinezza dura un minuto
    in qualunque luogo si diffonde la luce del sole.
    Ma non appena sarà trascorso
    questo tempo allora è meglio morire
    piuttosto che vivere.
    ….
    E’ come un sogno di breve durata l’amabile giovinezza.
    Dopo incombe la vecchiaia, fastidiosa e brutta, che rende deformi;
    la vecchiaia, al tempo stesso odiosa e ignobile.

    … E, poi, continuava a cantare, vibrando al tempo stesso le liriche corde. Euterpe, ogni volta rimaneva sempre più soddisfatta per avergli insegnato in modo magnifico e sublime a suonare la lira, e l’ascoltava incantata:

    Mi sembra beato come un dio
    quell’uomo che siede di fronte a te
    e ascolta le tue soavi parole standoti vicino

    e tu  innamorata sorridi. Ciò mi sconvolge
    il cuore nel petto.
    E non appena ti guardo,
    non trovo più le parole,

    la lingua mi si spezza
    e un fuoco sottile
    ad un tratto si diffonde sotto la pelle
    e la vista si offusca
    e  ronzano le orecchie

    e divento madida ed un tremore
    mi scuote tutta…

    Orfeo, era venuto al mondo in seguito alla relazione amorosa che Apollo aveva avuto con la musa Clio. Apollo poi lo aveva educato ad amare tutte le arti con le sue nove muse, poi gli aveva donato una magnifica lira e aveva ordinato alla musa Euterpe di insegnarli la musica e a cantare. Imparò, in brevissimo tempo, il giovane Orfeo che suonava e cantava in maniera così magnificamente incantevole che scuoteva l’animo di ognuno che l’ascoltava e, ogni volta che suonava la lira, tutti gli abitanti del circondario diventavano attenti e ascoltavano quella meravigliosa musica: le belve dimenticando d’essere belve stavano l’una accanto all’altra a sentire le melodiose note senza azzannarsi, stavano vicini beati e senza farsi del male il lupo e l’agnello, gli uccelli cinguettando contenti svolazzavano nell’azzurra aria, e le foglie degli alberi stormivano in sintonia con le note musicali. Fu grazie alla sua musica melodiosa, divina, che gli Argonauti riuscirono a trovare il Vello d’oro ed a superare tutte le avversità che incontrarono lungo la spedizione.
    E grazie alla conoscenza di tutte le arti dell’uomo e soprattutto della musica, Orfeo aveva acquisito un animo gentile, amorevole, buono, sincero, nobile.
    L’educazione che gli era stata impartita aveva trasformato il suo bisogno di vivere, grazie alla gioia e ai godimenti provati, verso i quali la natura spontaneamente porta la mente e l’anima, in quello di vivere unicamente per la felicità provocata dalla musica e dall’amor verso gli altri.
    Per ciò Orfeo amava ogni cosa ed ogni essere vivente, ogni cosa amava Orfeo, ogni essere vivente amava Orfeo:

    E numerosi erano gli uccelli
    che volavano intorno al capo suo;
    e i delfini stando dritti sull’azzurro mare
    danzavano al ritmo dell’incantevole canto.

    Orfeo era solito passeggiare e suonare la lira per i prati e i boschi della Tracia, trasportando con sé ogni cosa. Attraversando, un giorno, un campo verde, puntellato qua e là di margherite gialle, di fulgidi papaveri rossi e di viole odorose, vide una bella fanciulla dai capelli dorati e dai lineamenti a dir poco divini. Gli sembrava una dea quella giovane che si trastullava canterellando, felice e contenta, con in braccio un grosso mazzo di fiori ed un ramo di mirto che aveva raccolto dianzi. … e a lei la capellatura le spalle adombrava e la schiena.  Euridice, questo era il suo nome, esprimeva il modello di bellezza e naturalezza che Orfeo istintivamente s’era creato nel suo animo.  E a quella visione, Afrodite aveva fatto insorgere improvvisamente in Orfeo il desiderio amoroso.
    Allora Orfeo, avvicinatosi, intonò una melodia con la lira in accordo con la canzone della ninfa, la quale per un attimo, ascoltando quel suono, si zittì, guardò dalla parte del musicista e, subito dopo, continuò a cantare come per incanto:

    E l’acqua gelata sussurra tra i rami di un melo,
    e tutto il campo di roseti
    è adombrato,
    e allo stormire delle foglie
    sopore si diffonde.

    Continuarono per tanto tempo a cantare ed a suonare. Orfeo si beava ad ascoltare la voce soave della ninfa, ed Euridice godeva nel sentire le melodiose note emesse dalla dolce lira. Lui suonava e lei cantava assieme a lui in sintonia:

    Tal desiderio d’amore
    aggrovigliatosi attorno al cuore
    mi annebbiò la vista,
    portandomi via dal petto la dolce anima.

    Questo canto fece acquistare coraggio ad Orfeo che domandò: - Come ti chiami, o bella fanciulla che ti trastulli tra i fiori di questo bel prato? Io sono Orfeo, figlio di Apollo.
    - Mi chiamo Euridice, - rispose con grazia la ninfa.
    - Ti ho finalmente incontrato, o Euridice, io ti cercavo anche se ancora non ti conoscevo, eri nei miei sogni, - confidò senza esitazione Orfeo
    - Orfeo, ma cosa dici? Non ci conosciamo per niente, - rispose la dolce creatura Euridice, diventata rossa in viso per pudore.
    - O Euridice, io già ti desideravo, il tuo sguardo, il tuo sorriso, la tua grazia divina, i tuoi capelli, la tua immagine, tutto era sciolto ma fermo nella mia mente da tanto tempo; tu, tutte queste cose, le possiedi all’unisono; e il solo vederti e il sentire la tua incantevole voce portano refrigerio al mio cuore che sta già bruciando di amorosa passione per te, - aggiunse spontaneamente Orfeo.
    - O dolce Orfeo, mentre dici queste parole un incontrollato desiderio di te mi avvinghia. Il cuore mi batte così forte che sembra voglia sfondare il mio petto. Il sangue mi percorre tutte le vene producendo un gran calore che effonde in tutto il corpo. Non è un caso che tu sia capitato qui, ma è per volere della grande Afrodite, che ha inviato il figlio Eros facendomi bersaglio dei suoi dardi amorosi, - precisò con un nodo alla gola la bellissima Euridice.
    Mentre si scambiavano queste dolci parole, Orfeo ed Euridice si adagiarono sulla fresca e morbida erba del prato e continuarono a cantare e a suonare:

    Niente è più dolce dell’amore;
    e ogni altra cosa è marginale:
    ho espulso dalla bocca addirittura il miele.

    Nel frattempo, gli uccelli saettavano liberi nel cielo e con il loro cinguettio volevano forse istintivamente condividere la contentezza e la felicità dei due giovani già innamorati. Le farfalle, dai mille colori, svolazzando da un fiore all’altro, facevano da cornice mobile a quel quadro meravigliosamente incantevole.
    Si addormentarono, beati e felici. Orfeo dormiva con il capo posato sul seno della sua tenera compagna sdraiata sulla soffice erba, e questa posava il suo delicato braccio sul petto dell’ammaliatore per caso.
    Si erano innamorati, forse senza avere ancora consapevolezza dell’amore, lei ascoltando la musica meravigliosa prodotta dalla divina lira, lui ascoltando la voce penetrante e indimenticabile di lei. Avevano già costituito una coppia perfetta sia in musica sia in amore.
    Quando si svegliarono, il crepuscolo avanzava velocemente ed allora, cantarono e suonarono ancora:

    O Espero, che riporti tutto ciò
    che la splendente Aurora scacciò via,
    riporti la pecora,
    riporti la capra,
    e riporti alla madre la figlia.

    Quando smisero di cantare forse era buio, ma la luna luceva in cielo col suo candido splendore luminoso. Euridice stava accomiatandosi per ritornare nella propria dimora, ma Orfeo la fermò tenendola per un braccio e le disse: - Fermati, o dolce amore, fammi gustare ancora per un attimo la grazia che effonde nell’aria dai tuoi penetranti occhi mentre su nel cielo piena è la luna. La tua figura è mille volte più incantevole di quella della dea Afrodite, il tuo viso delicato emana dolcezza e incanto. Vorrei dirti tante cose, ma il pudore mi frena nel parlare.
    Euridice, scossa nell’animo ancora una volta da quelle parole, si divincolò con delicatezza e andò via. Andava con passo svelto voltandosi, di tanto in tanto, la fanciulla per due motivi, per essere sicura che ciò che le era capitato quel giorno non fosse un sogno e per poter guardare il suo novello amore fino all’ultimo istante. Subito dopo, i due si trovarono come erano prima di incontrarsi, soli e col cuore scosso, ma per poco tempo ancora perché nei giorni seguenti s’incontrarono, suonarono e cantarono insieme, e sdraiati sull’erba si baciarono saziando il loro desiderio d’amore.
    Orfeo amò appassionatamente Euridice ed Euridice amò con altrettanto fervore Orfeo. Si amarono, e continuarono ad amarsi. L’uno era fatto per l’altra. Decisero di sposarsi.

    Capitò, tuttavia, che, in quei giorni, Euridice, meravigliosamente ancor più bella e armoniosamente più gentile, era andata, per rendere piacevolmente più allegra e vivacemente briosa la sua cerimonia nuziale, che si sarebbe svolta l’indomani al tempio di Afrodite, a raccogliere fiori. In un giorno di primavera, tra cerfogli e trifogli, tra violette e ranuncoli, raccoglieva grosse margherite dai lunghi steli e variopinti crochi e candidi gigli, in un verde prato dove pascolavano casualmente le bianche pecore di Aristeo, un pastore figlio d’Apollo e della ninfa Cirene. Aristeo, era un uomo molto ingegnoso e laborioso, che aveva scoperto come si poteva ricavare più lana e più latte dalle pecore, aveva trovato come si otteneva il formaggio dal latte, e aveva capito il modo di allevare le api e di estrarre l’ottimo miele dagli alveari. Un grande scienziato per quei tempi. Aristeo viveva in un mondo tutto suo, amava ciò che era bello e naturale, sapeva tutto sulla pastorizia e sulla natura, ma non sapeva niente in merito di donne, non sapeva come comportarsi con loro. Era abituato, libero com’era, di prendere tutto ciò che di bello la natura offriva senza chiedere niente a nessuno. E quel giorno, mentre suonava la zampogna e controllava le pecore al pascolo, vide la candida Euridice, solitaria nel prato a raccogliere i fiori, con i capelli che, accarezzati da un lieve venticello, formavano una chioma ampia attorno al suo incantevole capo.
    La fanciulla, resa in quei momenti ancor più bella dal grande mazzo di fiori variopinti raccolti che teneva stretto al petto con un braccio, per la sua bellezza destava in ogni uomo, che aveva la fortuna di guardarla, un grande desiderio amoroso, così come era avvenuto per Orfeo. Aristeo si avvicinò a lei e fece rumore per farsi scorgere, ma non ebbe fortuna, suonò allora il suo strumento cantando parole d’amore: - vieni a me, o dolce fanciulla, che solitaria vaghi per i verdi prati, vieni e soddisfa il desiderio che mi scioglie le membra al solo vederti.
    Euridice, innamorata e ormai fedele ad Orfeo, anche se scossa nell’animo da quelle frasi ammalianti, negò i complimenti e ritornò di corsa alla sua dimora. Non fece sapere alcunché dell’accaduto al suo innamorato per evitare che s’ingelosisse e si preoccupasse. Il giorno dopo, mentre si recava vestita di un candido velo al tempio per le nozze attraversò lo stesso prato, lungo il percorso vide una macchia di variopinti crochi e le venne la voglia di raccoglierli. Indugiò un attimo. Li osservò con meraviglia! Tanto erano belli! Li raccolse in gran copia.
    Mentre stava china sul prato a recidere gli steli di quei profumati fiori, ecco avvicinarsi di nuovo Aristeo che il giorno precedente le aveva cantato quelle dolci frasi coinvolgenti. Era tanto grande l’effusione amorosa che il pastore provava che, con le braccia allargate, si spinse in avanti per afferrarla e abbracciarla. Ma Euridice se ne accorse in tempo, gli lanciò addosso quel bel mazzo di fiori che aveva già raccolto e fuggì. Corse senza guardare dove metteva i piedi, corse all’impazzata, corse come una forsennata, come un’ossessa senza una meta. Non voleva recare dispiacere ad Orfeo, il suo grande amore, e nemmeno a se medesima. Aristeo, abituato a cogliere tutto ciò che gli capitava, la inseguì per averla, come racconta il Poliziano:

    Udite, selve, mie dolci parole,
    poi che la ninfa mia udir non vole.

    La bella ninfa è sorda al mio lamento
    E ‘l suon di nostra fistola non cura:
    di ciò si lagna il mio cornuto armento,
    né vuol bagnare il grifo in acqua pura,
    né vuol toccar la tenera verdura;
    tanto del suo pastor gl’incresce e dole. 

    Euridice, tuttavia, fedele e innamorata pazzamente di Orfeo non cedette al corteggiamento del pastore, che gridava amore per lei rincorrendola, e continuò a correre. Fuggendo, andò per campi rocciosi, e durante la frenetica corsa mise inavvertitamente e sfortunatamente un piede su una serpe velenosa che la morse, mentre il serpente stava arrotolato a rigenerarsi con i tiepidi raggi solari. Si fermò Euridice per il forte dolore, s’inginocchiò, pianse perché non poteva camminare, pianse perché si rese conto, guardando quei due puntini rossi che aveva sulla sua esile e candida gamba, di essere stata morsa da una vipera, pianse perché non avrebbe potuto vedere per l’ultima volta lo sguardo del suo uomo, perché non avrebbe potuto ascoltare più le note melodiose del suo incantevole amato, perché non lo avrebbe giammai potuto amare, perché da giovane abbandonava la vita.

    Orfeo, preoccupato per l’inconsueto ritardo dell’amata incominciò a disperarsi, andò a cercare la sua Euridice. Dopo un’affannosa ricerca la trovò distesa sulla radura, pallida, immobile, quasi esanime, ma respirava ancora. Erano gli ultimi aliti. La sollevò con le braccia e la portò al suo petto. Orfeo la strinse fortemente a sé e, piangendo, incominciò a suonare e a cantare. Suonò ininterrottamente: - Ti amerò per sempre finché in me ci sarà l’ultimo respiro, o mia soave Euridice. Ti prego non abbandonarmi, non posso vivere senza di te. Ti prego lotta contro la morte, pensa a me. Non lasciarmi solo!
    Forse l’avrebbe potuta salvare se avesse succhiato con la bocca il sangue dalla ferita infetta, ma non lo fece perché in quel momento fu colto dall’angoscia. Voleva tanto bene alla sua amata, la volle accarezzare, la volle baciare, la volle guardare fino all’ultimo respiro e poi….  E poi la perse per sempre!
    Euridice, come attratta da una forza sovrumana, fu risucchiata negli inferi, accompagnata dai gemiti e dalle grida di Orfeo che vide l’anima dell’amata allontanarsi lentamente e definitivamente da lui fino all’ultimo afflato. Piansero tutti i pastori e le ninfe della Tracia per quella morte senza senso. Pianse Aristeo, angosciato per la scomparsa dell’amata e per averle causato la morte di Euridice. Il suo animo rozzo non gli suggerì altro, se non quello di sacrificare vacche e tori agli dei per espiare la sua funesta colpa.

    Orfeo, disperato, incominciò ad errare per il mondo, piangendo continuamente, e angosciato maledisse gli dei che avevano permesso la morte dell’innocente Euridice. Giurò di rimanere fedele alla sua amata e che non avrebbe amato altra donna per sempre. Si consunse per il dolore, finché rimase privo di forze, morì, dicono, ucciso con ferocia dalle Baccanti, e andò ad abbracciare per l’eternità la sua Euridice.

    E con una lama bronzea
    il capo gli recisero,
    e poscia lo gettarono nel tracio mar
    con la lira inchiodata,
    perché insieme fossero trascinati via dal mare,
    bagnati dalle cerulee onde.

    E alla sacra Lesbo il mare
    schiumeggiante li portò:
    e  un suono intrattenne
    come da una lira dolce
    il mare e le isole e le spiagge,
    e ivi l’armonioso capo di Orfeo
    gli uomini sotto terra posero,
    e sulla tomba l’incantevole lira misero,
    che  smuoveva  pure i mutoli sassi
    e di Forco l’acqua odiosa.

    Da quel dì i canti e
    l’euritmica arte della lira
    sono tenuti nell’isola,
    tra tutte la più musicale.

    (Le poesie riportate sono nell'ordine di: Amore e vecchiezza - Mimnerno,
      Mi sembra beato come un dio - Saffo, Simonide,
      Immagine di fanciulla - Archiloco,
      E l’acqua gelata sussurra tra i rami di un melo - Saffo,
      Innamoramento - Archiloco, La dolcezza dell’amore -Nosside, Il tramonto - Saffo, La favola di Orfeo – Angelo Poliziano, La morte di Orfeo - Fanocle)

     
  • 28 ottobre 2012 alle ore 18:05
    Eco e Narciso o dell'amore fatuo

    Come comincia: Narcis fue molto bellissimo.
    Uno giorno avvenne ch’elli si posava
    sopra una bella fontana.
    Isguardando ne l’acqua
    vidde l’ombra sua,
    che era molto bellissima.
    Il Novellino

    Narciso era un giovane leggiadro, bello, biondo, occhi azzurri, ma dotato di una grande ingenuità. Viveva, da quando era nato, tra alte montagne innevate e verdeggianti valli, senza mai allontanarsi da quei luoghi. Ogni giorno portava a pascolare le pecore e si beava suonando il flauto, il cui suono melodioso riecheggiava tra le cime di quei monti aguzzi. Le pecore pascolavano contente al suono della magnifica musica, che veniva fuori dal piffero del loro affezionato padrone. All’approssimarsi di Espero, Narciso portava le pecore all’ovile. Insieme al padre Cefiso le contava usando un bastone di legno in cui c’erano tanti intarsi quanti erano le pecore: ad ogni pecora che solcava l’uscio del recinto corrispondeva un intarsio, per controllare che, durante il ritorno, non se ne fosse persa qualcuna. Quando nasceva un agnello, il padre faceva un nuovo intarsio sul bastone, mentre gli faceva un segno trasversale come per annullarlo quando una pecora moriva. Non appena tutte le pecore erano entrate nell’ovile, Narciso iniziava la mungitura delle mammelle rese turgide e piene dal pascolo quotidiano, e il latte ottenuto serviva per produrre sia il formaggio che la ricotta usati come alimenti. Una volta l’anno, padre e figlio tosavano i provvidenziali animali dal candido vello, e subito dopo il padre andava a vendere la lana ottenuta al mercato nel villaggio alle pendici di quelle maestose e solitarie montagne. Era felice Narciso di quello che faceva, non conosceva altro, non conosceva il mondo esterno, non aveva visto altre persone al di fuori dei suoi cari. Ogni mattina, all’avanzare dell’aurora, al canto del gallo, si alzava Narciso e dopo aver fatto colazione con il latte preparato dall’amorevole madre Liriope, donna bellissima dalle sembianze di una ninfa, aiutato dal suo cane, ritornava tra i freschi pascoli verdi a far rifocillare i provvidi e generosi ovini. Era nato e vissuto sempre là in quei maestosi luoghi sconosciuti alla moltitudine della gente.
    Un bellissimo giorno di primavera, uno dei tanti, mentre stava sdraiato, con gli occhi chiusi sulla fresca erba, immerso tra i variopinti fiorellini che davano al prato sfumature di vari colori che si mescolavano in modo indefinito ma fantastico, e suonava il flauto per rendere più gioioso il ruminare dell’erba da parte delle pecore, Narciso sentì un fruscio d’erba, un calpestio incerto che si faceva sempre più vicino. Alzò di scatto la testa aprendo, nel frattempo, gli occhi. Vide, tra le rocce che sporgevano tra la verde erba, dinnanzi a sé, seminascosta, insicura, incerta sul da farsi, una fanciulla dai capelli dorati che lunghissimi le cascavano, come una rapida d’acqua, per la schiena fin sotto le ginocchia. Il volto era seminascosto da altri capelli che le cadevano davanti agli occhi e le coprivano tutto il viso. La fanciulla, con procedere incerto, avendo preso coraggio, si avvicinò a Narciso, alzò delicatamente un braccio, e con la mano si spostò dal viso una ciocca di capelli, osservò con stupore il ragazzo che, a sua volta, per la meraviglia era rimasto con il flauto sospeso tra le labbra, senza fiato. La giovine, bella, resa ancor più bella da una bellissima collana di grossi opali di colore azzurro, rosso, giallo, latteo, che le inghirlandava il collo, parlò, dopo un attimo, con voce incerta: - È da tanto tempo che mi allieto nel sentire il suono melodioso del tuo flauto, le cui note arrivano dall’altra parte della vallata, là di fronte, su quel pianoro, dove c’è quella casa sormontata da quel bel pennacchio di fumo. Ho preso l’abitudine, ogni giorno, quando mi sveglio, di sentir l’armonico concento che proviene da qui; esso mi trasmette un immensa serenità, mi dà grande gioia e mi trasferisce un senso di benessere in tutto il corpo. Rimango assopita per tutto il tempo, sdraiata sull’erba del prato di casa mia. Nei giorni in cui piove, invece, non potendo ascoltare la tua dolce musica, la tristezza mi attanaglia per tutto il tempo.
    Narciso, meravigliato per l’inconsueto complimento, si tolse il flauto dalle labbra e rimase attonito con la bocca aperta. Non aveva visto fino allora una persona così bella, non aveva mai sentito una voce così delicata e non aveva mai ascoltato tanti apprezzamenti nei suoi confronti. Un brivido leggero si insinuò improvvisamente in tutto il suo corpo. Quasi estasiato e con la voce tremula, allora, chiese: - Chi sei tu, graziosa fanciulla che vieni da queste parti? Come ti chiami?
    - Io mi chiamo Eco. Sono figlia di Aria e di Terra! E tu? – Rispose la ragazza senza un attimo d’esitazione.
    - Che bel nome hai! Io sono Narciso, mio padre e mia madre mi chiamano così -, replicò prontamente il ragazzo, rimasto stupito della novità.
    - Porto a pascolare le pecore qui perché l’erba è buona, nutriente e sempreverde, e ricresce in pochissimo tempo, mi metto a suonare per passare il tempo e, per la verità, mi piace molto farlo -, aggiunse ancora Narciso.
    - Anche il tuo nome è bello! Ti dispiace se, quando posso, vengo ad ascoltare la tua dolce musica? – Chiese timidamente la fanciulla.
    - Puoi venire quando vuoi, a me può procurare soltanto piacere la tua visita e la tua presenza! - Rispose soddisfatto il giovane pastore.
    Eco, avendo esaudito la sua voglia di curiosità, approssimandosi la sera, salutò e andò via. Narciso, per la contentezza, incominciò improvvisamente, senza motivo alcuno, a saltellare, a girandolare, a fare capitomboli sul prato; sembrava un ossesso. Forse era diventato matto d’amore, si era innamorato di Eco inconsapevolmente, o forse era contento perché il suono del suo flauto piaceva a quella bella ragazza, oppure perché per la prima volta aveva ricevuto tutti quegli elogi?
    Passarono tanti giorni, e tanti giorni ancora, e per tanti giorni Narciso si recò con le pecore al pascolo e per altrettanti giorni li riportò all’ovile. Per tanti giorni ancora suonò con il suo flauto più a lungo e con veemenza, ma in tutti quei giorni non vide Eco. Narciso si mise a guardare sul versante opposto della vallata, là dove gli aveva indicato Eco, ma per la lontananza non percepiva le persone e, anche se fosse, non le avrebbe potute distinguere. Fino a quel momento era stato in pace, tranquillo, sereno, felice, Narciso. Dal momento in cui aveva visto per la prima volta Eco il suo animo era stato turbato. Non riusciva più a trovare la pace e la tranquillità che aveva già avuto. Eco gli aveva sconvolto l’animo anche se non lo comprendeva: forse Narciso aveva bisogno che qualcuno ascoltasse la sua dolce musica?
    Finalmente Eco ritornò e a Narciso, non appena i suoi occhi videro la candida ragazza, il cuore gli si aprì, un sollievo grande spazzò via dalla sua mente gli strani pensieri, che aveva avuto nei giorni precedenti. Una forza rigeneratrice lo avviluppò. In quel momento si sentì un altro.
    - Salve, Narciso, come stai? E’ passato tanto tempo da quando ci vedemmo la prima volta! - Disse la fanciulla.
    - Se una volta si avvera un fatto qualsiasi che avevi desiderato con tanto ardore e di cui avevi perso ogni speranza che si avverasse, il tuo animo si rigenera, il tuo cuore si riempie di felicità, la tua mente acquista nuovo vigore. Per questo, il rivederti, è per me fonte di immensa gioia -, disse con grande sollievo Narciso che aggiunse: - adesso che ti vedo, ora che i miei occhi sono allietati dalla tua immagine bella, mi sento rigenerato. Mi sento come rinvigorito. Nei giorni trascorsi, e di questo non so trovarne il motivo, mi sono sentito molto strano, forse depresso, poco tranquillo. Non sono riuscito a riacquistare quella pace e quella serenità che avevo prima di conoscerti, - rispose con un nodo alla gola Narciso.
    - Anch’io, in questo momento che ascolto queste cose che dici, provo le stesse sensazioni di allora. Volevo venire da te, ma purtroppo ho dovuto accudire mia madre che si è molto ammalata. Eccomi qui, di nuovo ad ascoltare la tua musica meravigliosa -, aggiunse Eco, che forse voleva esternare i suoi sentimenti per Narciso, ma non ebbe il coraggio.
    Trascorsero molti giorni felici, assieme su quel prato variopinto i due giovani. Eco ogni giorno andava a trovare Narciso e sdraiata sulla morbida erba trascorreva, beata, momenti felici ad ascoltare, con gli occhi chiusi, le note che uscivano melodiose dal piccolo piffero di Narciso. Narciso suonava ed Eco sognava. E così Eco sognava di trascorrere tutta la sua vita con Narciso, per questo teneva gli occhi chiusi per rendere il godimento ancora più profondo. Si era innamorata pazzamente di lui. Ogni giorno che passava il suo amore per il giovane era sempre più grande. Eros aveva centrato il bersaglio con le sue frecce dorate e, cosa fantastica, l’aveva fatto a suon di musica.
    Non c’era giorno che Narciso suonasse ed Eco non fosse là ad ascoltare le note del suo amore che le riempivano il cuore di felicità.
    Un giorno, mentre Narciso suonava ed Eco ascoltava, un vento fortissimo portò via la beata tranquillità. Una folta coltre di nubi a pecorelle, che non riflettevano però i corpi delle pecore che pascolavano sul prato, ricopriva una parte del cielo. Dopo un po’ di tempo ecco sopraggiungere delle grosse nubi nere folte che ammantarono improvvisamente la volta celeste, il sole scomparve, il giorno divenne notte, il freddo prese il sopravvento, un brutto temporale con lampi e tuoni li colse di sorpresa. Eco, spaventata, salutò Narciso e andò via. Narciso, invece, dovette rimanere a raccogliere le pecore per riportarle di corsa all’ovile. Lungo la strada del ritorno, ormai le nubi si erano diradate ed il cielo era ritornato sereno, l’aria tersa e profumata riacquistò tepore, non più una goccia di pioggia, non più un alito di vento, il sole era ritornato a rischiarare la terra. Il copioso acquazzone, sulla solita strada del ritorno, in una lieve concavità di un prato, aveva formato un piccolo laghetto, dove le pecore si erano fermate da una parte per dissetarsi. Narciso, dalla parte opposta, si specchiò per caso nelle ferme acque di quello stagno provvisorio e vide la sua immagine riflessa. La osservò. La guardò attentamente. Non capiva di cosa si trattasse. Era bellissima, aveva i capelli biondi quella figura che forse era più bella di quella di Eco. Si turbò. In un solo attimo. Il suo cuore incominciò a pulsare con una frequenza maggiore. Lui non comprendeva da cosa derivasse quell’improvviso turbamento. Fissò lo sguardo su quell’immagine, la scrutò attentamente. Un sentimento d’ammirazione forse provò. Narciso, durante quell’estatica contemplazione, mosse il capo, l’immagine si mosse, rimase fermo e l’immagine ritornò immobile. Narciso sorrise e l’immagine sorrise, fece una brutta smorfia e anche l’immagine la fece. Restò meravigliato, attonito, sbalordito, incantato, ma al tempo stesso Narciso provò tanta gioia. Pensò che un uomo vivesse sotto l’acqua così come lui viveva al di fuori. Stette lì ad osservarlo per un po’, ma intanto Espero approssimava la sera, la luce intensa si trasformava lentamente in chiarore sempre meno intenso, le tenebre stavano togliendo il posto alla luce. All’orizzonte, il cielo, inghirlandato da cerulee nuvolette, diventava, passando dal rosso al giallo, rosato, mentre una leggera brezza improvvisamente accarezzava la canuta lana delle pecore sollevandola un po’ e la nascente luna che emetteva luce ancora incerta, con la sua gobba a ponente, stava per iniziare il suo cammino notturno.
    L’ovile era ancora distante e bisognava andare. Narciso dovette abbandonare la visione quasi estatica di quell’arcana immagine misteriosa. Se ne innamorò, forse. Non dormì tutta la notte al pensiero di quello che aveva visto. Era come avvinto da un’ossessione che lo tormentava, lo angosciava insistentemente. Non pensò quella notte ad Eco come aveva fatto le notti precedenti, ma soltanto all’immagine che aveva visto nello stagno. Si era innamorato della sua immagine, ma lui non lo sapeva. Eco, ormai era scomparsa dai suoi pensieri, come se non fosse mai esistita, come se non l’avesse mai conosciuta. Il ricordo di lei si era volatilizzato dalla sua mente come fumo nell’aria. L’ansia di ritornare a rivedere quella sembianza, che viveva nell’acqua, lo attanagliò per tutta la notte. Sperò tanto che la notte trascorresse velocemente. E non appena la notte si fece giorno, Narciso fece uscire, prima che il gallo cantasse, le pecore dall’ovile e si avviò per il solito percorso. Ebbe un’amara sorpresa, Narciso. Quella mattina, il laghetto era una fanghiglia. Ebbe un attimo di smarrimento: si era invaghito di qualcuno che adesso non c’era più, di qualcuno che si era volatilizzato. Se n’andò afflitto, addolorato, depresso ma non raccontò il fatto ad Eco, che quel giorno e nei giorni successivi si accorse che c’era qualcosa di cambiato in Narciso. Era pensieroso, suonava il flauto senza impulso, senza passione, senza sentimento. Non uno sguardo, non un sorriso come le altre volte, sembrava estraniato nei confronti di Eco, che non provava la stessa ebbrezza, la medesima esaltazione d’animo, il piacevole stordimento che aveva sentito nel tempo passato, ascoltando la musica emessa dal piccolo zufolo. Era cessata la relazione empatica che si era instaurata. Eco non ebbe il coraggio di fargli domande, né quel giorno né nei giorni successivi.
    Narciso non era più come prima, la sua ebetaggine lo aveva sedotto completamente.

    Una sera di primavera, al ritorno dal pascolo, mentre Narciso controllava le pecore all’ovile, si accorse che ne mancava una, la più bella, la più produttiva, la più rigogliosa. Il giorno dopo, all’alba, andò a cercarla affannosamente. Corse tanto per la fretta di ritrovarla. Era sudato, avvilito, privo di forze, assetato quando vide, ad un tratto, una fonte, uno specchio d’acqua contornato da bellissimi fiori bianchi che trasferivano un intenso profumo all’aria e che risaltavano ancor di più, come per contrasto, per il color verde del prato. Spogli alberi abbelliti da cerulei fiori adombravano le quiete acque, su cui Narciso si adagiò per dissetarsi e per rilassarsi dopo quella frenetica corsa. Ma come per incanto, ecco che, guardando per forza nell’acqua, rivide la medesima immagine che lo aveva sedotto qualche tempo prima. L’aveva ritrovata. Era andato a cercare la pecora, aveva invece ritrovato la figura perduta. Narciso si muoveva ed anche la sua immagine si muoveva, sorrideva ed anche la sua immagine lo faceva. Così come gli era capitato di vedere nello stagno. Quell’immagine era di una persona che viveva nell’acqua e volle toccarla, volle afferrarla perché se n’era innamorato. Immergendo le mani, l’acqua si agitò e l’immagine si scombinò. Narciso, allora, si mise a piangere per la disperazione perché aveva distrutto quella meravigliosa amata figura. Copiose lagrime bagnarono il suo bel viso, ma fortunatamente l’immagine ritornò, dopo un po’ di ondeggiamento dell’acqua, perfetta come prima. Smise di piangere Narciso e, mentre si asciugava il viso, la contentezza riaffiorò nel suo animo. Immerse le braccia,questa volta, accuratamente e profondamente, per accarezzarla. Voleva abbracciare quella figura, vezzeggiarla, baciarla, amarla, venerarla come aveva fatto con Eco. Ma le sue mani non afferravano niente, non palavano nulla. Sprofondò ancor di più le braccia e per farlo immerse la testa ed una parte del corpo, ma cadde nell’acqua. L’acqua era profonda. Narciso non sapeva nuotare. Si sommosse, si dimenò, ritornò a galla, riaffiorò con la testa, gridò il giovane disperatamente ma inutilmente. Il corpo sprofondò ancora una volta, e questa volta per l’ultima volta. Soltanto delle bolle arrivarono in superficie dileguandosi nell’aria. L’albagia l’aveva avuta vinta.

    Eco, nei giorni seguenti, non vedendo Narciso al solito posto, si preoccupò. A casa non c’era, al pascolo neppure. I genitori non sapevano cosa pensare, anche loro erano preoccupati. Eco allora decise di andarlo a cercare, setacciando valli e monti circostanti, in lungo e largo ansiosamente.
    Aveva perso, nel suo peregrinare, già la speranza. Forse era caduto in qualche profondo burrone o forse si era smarrito, dato che lui era vissuto sempre tra il pascolo e la casa. Casualmente Eco, nell’affannosa ricerca, arrivò alla fonte, in quella funesta fonte e vide, sulle acque quiete, adombrate da rugosi e spogli alberi, e contornate da un tappeto di candidi e profumati fiori bianchi, un corpo di un uomo dalla bionda chioma che galleggiava, fermo immobile, inerme, senza vita. Un dubbio l’assalì. Sudò fredda. Un sospetto la turbò. Il sospetto divenne subito coscienza. Un brivido, e subito dopo un pianto vano la colsero. Gridò piangendo e con un lungo ramo secco che giaceva nei pressi tirò a sé il corpo galleggiante, ormai senza vita, di Narciso. Si tolse, piangendo, la meravigliosa collana di grossi opali che le contornava il collo e la pose attorno a quello di Narciso in segno del suo imperituro amore, ma il corpo di Narciso appesantitosi si adagiò sul fondo del laghetto. Eco aveva voluto adornare il suo amore con quella ghirlanda fatta di pietre e con essa, la fanciulla aveva perduto per sempre anche la visione del suo amato, e con esso aveva perduto definitivamente l’ascolto delle dolci note emesse dal melodioso flauto. Lo aveva amato dal primo momento che l’aveva visto, là sdraiato sull’erba di quell’altipiano, dove portava ogni giorno a pascolare le pecore. Aveva amato la sua musica, aveva amato la sua ingenuità, la sua freschezza d’animo, aveva amato la sua bellezza, l’aveva amato tutto. Piangeva e gridava ormai senza speranza di rivederlo, e mentre gridava fortissimamente, incominciò a correre disperatamente. Correva per fuggire da quell’incubo. Correva per fuggire da quel grande dolore. Le sembrava di aver fatto un brutto sogno, e voleva fuggire, correndo, da quel brutto sogno che, purtroppo sogno non era. Gridando e piangendo, corse per quelle valli e per quei monti che l’avevano vista felice e contenta, corse per quelle valli e per quei monti che avevano echeggiato la meravigliosa musica di Narciso. Ritornò sull’altipiano dal prato verde fiorito dove aveva incontrato per la prima volta Narciso. Invano. Non riusciva a rasserenarsi. Non la smetteva di piangere né di gridare. Non possedeva la forza di farlo. Gridando per quel forte dolore si consunse. Restò soltanto la sua voce tra l’aria e la terra, tra quei monti e quelle verdi valli e il cielo azzurro, definitivamente.

     
  • 14 ottobre 2012 alle ore 23:36
    L’uovo cotto che rigenera

    Come comincia: Ogni notte il piccolo Popò non riusciva a dormire. Non mangiava né a cena né a pranzo Solo la mattina sorbiva un boccale di latte fresco di capra. Si stava deperendo a tal punto, povero figliolo, che ormai aveva acquistato le sembianze di uno scheletro ambulante. Luminari d’alta fama gli avevano prescritto varie cure senza alcun risultato concreto. Per questo Totò, spinto più dalla moglie che da una salda convinzione, decise di portare il figliolo dalla fattucchiera Malia che gli prescrisse come cura l’uovo di Aquila reale che, cotto alla coque, gli avrebbe ridato appetito e forte vigore.
    - Dove lo vendono? – Chiese curioso Totò.
    - Si trova solo nei nidi posti sulle alte pareti rocciose del Pizzo Carbonara –, rispose con tono altero e ironico la maga.
    Totò sudò freddo perché non era mai andato per calli impervi e scoscesi e perché il monte era alto quasi duemila metri, metro più metro meno.
    Com’è e come non è per amore del figlio, Totò si fece coraggio, indossò coppola e scarponi, e con la bisaccia a tracolla partì. Sudò sette camicie lungo la ripida scalata. Non era un alpinista né aveva fatto il servizio militare negli alpini, lui umile scriba! Impiegò, infatti, più tempo del previsto per andare su. Faceva pochi passi e si fermava per riprendere fiato o per bere o per asciugarsi il sudore che gli grondava copioso su tutto il viso. Alla fine ce la fece e fu bravo ad individuare due nidi dove trovò in tutto due uova ancora calde che pose nella bisaccia. La fortuna aiuta gli audaci e lui era stato audace. La strada del ritorno gli parve più breve. Corse Totò per la discesa. Corse anche in paese ansioso di vedere Popò riacquistare la vitalità perduta. In un incrocio non si accorse di un carretto che cozzò la bisaccia rompendogli le due uova. Povero Totò, sfortunato Popò!

     
  • 14 ottobre 2012 alle ore 16:02
    Apollo e Dafne o dell’amore impossibile.

    Come comincia: "La cerca,
    la perseguita ovunque,  e se per caso
    un lampo de’ suoi belli occhi rapisce,
    gela ed avvampa di convulsa ebbrezza."
    Giovanni Prati – Edmenegarda

    Apollo era un bell’uomo, biondo, vigoroso, amante delle arti, della natura e di tutte le cose belle che esistevano al mondo. Per ciò, per il suo magnifico aspetto e per i suoi comportamenti era venerato come un dio, esattamente era da taluni venerato come il dio del sole, perché irradiava sapienza in ogni dove e dava forza e speranza ad ogni essere umano, perché teneva lontano le angosce e le ansie dal mondo, e perché curava gli uomini da ogni male. Era amante della poesia e della musica, che, in effetti, non abbandonava mai perché portava con sé sempre la cetra. Per la sua radiosa bellezza aveva incantato tante bellissime fanciulle, le Muse, nove per l’esattezza, e con ciascuna di loro, a seconda dei sentimenti momentanei che scaturivano dal suo cuore, trascorreva beatamente ogni giorno, ogni ora, ogni attimo, nella serenità, stando felicemente sdraiato su un grosso ramo di platano, sul monte Parnaso. Si era invaghito di ognuna di loro: la poetessa Calliope, la storica Clio, la vaneggiante Erato, la suonatrice Euterpe, la cantora di tragedie Melpòmene, o di quella di inni religiosi Polinnìa, o di quella di commedie Talìa, la danzatrice Tersìcore, la storica della storia del mondo Urania. Così si chiamavano rispettivamente le nove bellissime fanciulle, le ninfe che gli rallegravano la vita e contribuivano a dare a questa un senso sublime, impareggiabile, eccelso. Dalle loro labbra fluivano senza sosta racconti, gesta d’eroi, note melodiose, canti gradevolissimi, che erano graditi a tutti i comuni mortali.
    Ciascheduna era bravissima in una sola arte. Ma nessuna di loro possedeva le altre arti. Con le Muse, Apollo s’era creato un mondo fantastico, fatto di poesia, di sentimenti, d’emozioni, di musica, di sogni. Voleva un gran bene a tutte loro, ma non prediligeva nessuna perché ciascuna esprimeva una soltanto delle attività creative che egli preferiva con passione. Apollo, tramite loro e con le arti che rappresentano l’espressione dei poliedrici stati emotivi dell’uomo, faceva emergere i suoi sentimenti più reconditi nel suo animo.

    Calliope era una poetessa, che recitava dolci poesie esprimendo sensazioni rare e toccanti che inducevano in Apollo turbamenti piacevoli e sublimi. Nell’ascoltarla, il dio si librava con la mente, libero, leggero, in un mondo fantastico, lontano da ansie, preoccupazioni e tormenti. La musa ritmava le più belle poesie di Saffo e poi quelle di Mimnermo o di Anacreonte o  di Pindaro.

    Clio, invece era la musa che conosceva la storia del mondo. Sapeva della storia raccontata da Pindaro e poi da Erodoto e poi ancora da Tucidide. Ogni volta rivelava ad Apollo la storia dell’origine dell’Universo, narrava le lotte cruente che avevano visto regnare l’universo dapprima da Urano, poi da Crono, ed infine da Zeus che, vincitore finale, era stato, in seguito alla Titanomachia, colui che aveva instaurato un nuovo ordine nel mondo. Clio raccontava anche la storia divina e lodava la progenie degli dei immortali, osannava Zeus che regnava sugli dei ed estendeva il suo dominio sul mondo intero. Per governare gli uomini sulla terra, egli aveva assegnato compiti diversi a tutti gli dei. La moglie Hera doveva proteggere le donne sposate; Afrodite doveva far insorgere negli uomini il desiderio amoroso e permettere l’amore fisico a garanzia della procreazione; Pallade Atèna era tenuta a fare espandere tra gli uomini la sapienza per debellare dal mondo l’ignoranza, origine di molti mali, e quindi l’arroganza generata da essa; Ares purtroppo doveva infervorare tra gli uomini i litigi, le lotte fratricide e favorire la guerra; Demetra doveva proteggere il faticoso lavoro dell’uomo mediante il quale si fecondava la terra che gli dava i frutti necessari per l’alimentazione; Dioniso doveva garantire l’allegria e la felicità; Hestìa, invece, aveva l'obbligo di garantire la pace familiare, tutelare la famiglia e lo stato; Efèsto doveva perpetuare e custodire il fuoco; ad Artemide toccava proteggere la caccia per dare il giusto sostentamento agli uomini e doveva preservare la natura dal degrado perché in essa procreavano tutti gli animali e da essa si ricavavano i dolci e succulenti frutti; Posèidon doveva governare il mare; ad Hèrmes spettava difendere il commercio, e tutelare i viaggiatori, gli atleti e gli oratori.

    Erato era la musa che faceva assopire Apollo e lo faceva navigare nel fantastico mondo dei sogni mentre costui stava adagiato sulla dondolante amaca. Sognava il dio e si beava ogni volta dei sogni che la musa gli faceva fare. Erano tutti sogni scelti e piacevoli. Ma una volta, una sola volta, non fu così. Apollo quella volta, infatti, sognò di andare a caccia con il suo arco e le appuntite frecce poste sulla schiena nella faretra. Sognò di aver ucciso un grosso cinghiale che gli stava, con forte irruenza, andando incontro per colpirlo con il suo micidiale corno, ma sognò anche un grosso serpente, un pitone che, come gli era stato riferito da Clio, dopo il Diluvio universale, imperversava sulla terra facendo stragi di animali, di uomini e di donne. Era diventato un atroce supplizio per tutta l’umanità, quel terribile serpente. Apollo decise allora di eliminarlo per sempre dalla faccia della terra. Mentre poneva, allora, con oculata maestria la freccia letale nell’arco e stava prendendo la mira, stendendo con forza la corda lungo il braccio sinistro, egli vide Eros che dalla cima di una rupe con le sue minuscole e ridicole frecce nella faretra, si atteggiava ad arciere senza alcun effetto su quell’orrendo pitone. Apollo, incurante, tirò e con una sola freccia, in un sol colpo, infallibilmente colpì a morte il grosso pitone, trafiggendogli la testa da una parte all’altra. Contento del successo e soddisfatto per aver salvato molta gente da sicura morte, subito dopo schernì, deridendolo e beffeggiandolo, il candido Eros che, seduto su un grosso ramo di un platano, aveva osservato l’impresa rimanendo a bocca aperta, meravigliato. Ad Eros mostrava la carcassa di quell’animale mostruoso, ormai inerme, Apollo che, ridendo a squarciagola, gli diceva che con quelle sue piccole e insignificanti frecce a quel pitone non gli aveva procurato neppure un lieve titillamento. Eros, fanciullo amorevole e dolce, tuttavia, era molto permaloso e rimase molto male per quella satira fuor di luogo fino a tal punto che pensò subito alla vendetta. Volle dimostrare, in effetti, che anche le sue piccole frecce potevano stravolgere la vita di un grande uomo. Infatti, mentre Apollo come al solito si trastullava, beatamente ed estasiato, sdraiato ad ascoltare la musa Erato, fu colpito al cuore da un piccolo dardo dalla punta d’oro lanciato da Eros, che si era sentito oltraggiato, deriso, vilipeso. Il candido dio lanciò subito dopo un’altra freccia, questa volta dalla punta di piombo, colpendo al cuore una leggiadra fanciulla. Dopo qualche giorno, Apollo mentre passeggiava, vide quella fanciulla bagnarsi nelle leggiadre acque del rio che scorreva tra i verdi odorosi alberi rinfrescanti del bosco, e se ne innamorò improvvisamente e perdutamente. Si avvicinò furtivamente tra i cespugli che adornavano il fiume, ma la giovine accorgendosi dell’intruso, con un tuffo nelle acque si dileguò, lasciando Apollo amareggiato e avvinto da profonda tristezza. Quest’evento procurò ad Apollo una forte palpitazione che lo fece svegliare di soprassalto. Si adirò fortemente Apollo, che redarguì a malo modo la musa, ricordandole che i sogni che gli procacciava dovevano essere sempre piacevoli e dovevano avere un esito felice e gioioso. Rimase, infatti, innamorato di quella giovine conosciuta nel sogno ma anche molto amareggiato.

    Euterpe, suonava il flauto, e stravolgeva l’animo di Apollo, lo incantava, lo ammaliava con il ritmo prodotto dalla sua musica. Emetteva note melodiose quello strumento ricavato da una semplice canna che, prima di essere tagliata, rigogliosa si alzava flessibile verso il cielo ai margini del rivolo, che scorreva silenzioso tra i rovi di succulente e saporite more. Le ritmiche note emesse dal flauto arrivavano all’orecchio di Apollo che entrava in estasi, e inducevano, nel contempo, come per incanto, spontaneamente, alle membra della musa Tersìcore, movimenti sinuosi, lenti, armonici che fendevano l’aria che così sospinta produceva una piacevole brezza. Il tenue venticello prodotto investiva l’erba del prato su cui si librava leggera sciolta agile la danzatrice, e le irsute tenere foglioline sottili ora si piegavano, ora si drizzavano, ora flettevano, ora oscillavano, ora vibravano armonicamente con ella creando sul terreno delle fugaci figure.

    Ma non solo gioia e felicità voleva provare Apollo. Egli voleva sentire anche dolore e percepire tristezza e, per questo, Melpòmene, lo angosciava con le tristi e tormentose tragedie di Eschilo, tra cui quella di Prometeo incatenato. Raccontava, la musa ad Apollo, della sfida che Prometeo aveva intrapreso con Zeus per donare il fuoco agli uomini selvaggi, ignudi, miseri, malati, afflitti, depressi, diseredati. Era stato punito per questo Prometeo. Incatenato ad una roccia, infatti, era rimasto con il petto sanguinante, il titano che, comunque, era soddisfatto e orgoglioso per aver recato col fuoco ai mortali tutte le arti e con esse gioia e felicità. Per la sua tenacia e perseveranza, la rupe cui fu incatenato sprofondò in una voragine, ma Prometeo resistette all’evento franoso; resistette il titano anche all’aquila inviata da Zeus a scavargli la carne, a strappargli a brani il fegato, a rodergli le viscere. Povero titano che, per la grande generosità mostrata e per quella sua immane resistenza aveva sconfitto il grande Zeus, era diventato immortale! Soltanto alla madre Gea, infatti, ubbidì il nobile gigante, il cui corpo alla fine rimase intrappolato nella dura, ruvida e fredda roccia ma la sua anima si librò libera e imperitura nell’empireo.
    Melpòmene gli narrava con grande partecipazione e profondo pathos anche le tragedie del gaudente Sofocle, o quelle di Euripide.

    Dopo aver provato tanta sofferenza nell’ascoltare quelle tristi e deprimenti tragedie, c’era Talìa che rallegrava Apollo con il racconto delle commedie, allietandolo con le satire pungenti e divertenti di Aristofane.

    Durante le stellate notti d’estate, Apollo veniva edotto dalla musa Urania sulla genesi dell’universo che, per potere e volere divino, fu foggiato dal Kaos, il disordine primordiale; la musa al tempo stesso lo guidava nell’apprendimento di tutto il sapere con la poesia didascalica di Esiodo. Il Dio Supremo - raccontava Urania - aveva disposto ordinatamente nel cielo, il fulgido sole, la incantevole e romantica luna, le affascinanti comete, le misteriose stelle cadenti, i pianeti e tutte le costellazioni, e anche la via Lattea, che trasmettevano, nell’animo di Apollo, incanto, mistero, fascino e, al tempo stesso, curiosità e desiderio di sapere.

    Polinnìa, infine, senza essere da meno delle altre Muse, con i suoi inni religiosi esaltava Dioniso, mitico dio, che aveva prodotto nella notte dei tempi semplicemente il vino dall’uva, ed aveva insegnato all’uomo la tecnica di vinificare il quale, bevendo quel pastoso liquido purpureo, ne traeva gioia e felicità ed entusiamo, acquisiva espansività, si liberava l’istinto dalle inibizioni e dai complessi, si liberava dal tormento, dall’angoscia, dal dispiacere, dal dolore.

    Un giorno, Apollo, ascoltando come era solito la musica della deliziosa Euterpe, passeggiava felice e spensierato nel bosco. Inebriato da quelle note meravigliose che effondevano tra gli alberi del bosco e che echeggiavano nella profonda vallata, stordito, estasiato, inebriato, si accorse ad un certo punto di essersi stranamente smarrito. Salì su un’altura da cui si scorgeva tutta la vallata, per orientarsi; guardando attorno si accorse di un tempio, di un piccolo tempio consacrato ad Artemide, la dea della caccia,. Fino a quel momento ad Apollo era sconosciuta l’esistenza di quel tempio e incuriosito vi si avvicinò, attraverso il pronao entrò nella cella dove scorse una bellissima sacerdotessa che, inginocchiata, vegliava sulla dea e pregava. Apollo l’osservò attentamente, era candida, dolce, incantevole solo a vederla, emanava luce propria da tutto il suo corpo. Si accorse guardando attentamente che il volto della fanciulla non gli era nuovo. Lo aveva visto da qualche parte ma non si ricordava dove.
    - L’ho vista! Io la conosco! Il suo volto non mi è nuovo! Forse assomiglia a qualche musa, quella fanciulla? A Talia o ad Urania? – pensò Apollo.
    Era convinto di averla già vista da qualche parte. Dopo un attimo di riflessione, gli sovvenne in mente quell’angoscioso sogno che gli aveva fatto fare, qualche giorno prima, la musa Erato. Apollo si ricordò di quella fanciulla che, in sogno, bagnava le sue candide e nude membra nelle fresche e limpide acque del fiume e, in cuor suo, improvvisamente si ripristinò come per incanto, quel tale desiderio amoroso che col risveglio dal sonno era svanito nel nulla, lasciandogli in corpo una grande amarezza inconsueta. Nel vedere quella leggiadra graziosa fanciulla, ancora una volta, semplicemente il suo cuore venne sconvolto, anche i suoi sentimenti, che prima erano votati all’arte, alla poesia, alla musica, alla natura, al teatro, ai racconti, furono stravolti improvvisamente. La mente di Apollo fu come offuscata, un incitamento impulsivo, che non potette controllare, lo indusse subitamente all’amore per quella fanciulla, inspiegabilmente, inesorabilmente. Guardava colei che per la seconda volta aveva scavato e aperto un varco profondissimo nel suo cuore. Si dette un pizzico sulle gote fino a farsi male per capire se, quello che stava vedendo e provando, fosse ancora un sogno o fosse realtà.
    Si avvicinò dunque a quell’avvenente ninfa cui, aiutato dai versi e dalla musica che aveva imparato dalle sue Muse, trasferiva dolci parole:
    - Salve, o dolce fanciulla! – Esclamò Apollo. E la fanciulla si voltò di scatto, sorpresa da quella voce e turbata da quell’inaspettata domanda.
    - Chi sei tu, o graziosa giovinetta, che vivi in quest’oasi di pace, in questo tempio votato all’eccelsa Artemide? E’ lecito sapere il tuo nome? - Continuò con voce gentile Apollo.
    - Mi chiamo Dafne, mi sono donata con l’anima e con il corpo alla dea Artemide, che adoro più di me stessa, perché ella mi ha dato la libertà, ha fatto nascere in me l’amore per la natura e per tutte le cose belle che la natura genera ed offre; io amo la pace e la tranquillità – rispose con voce tremolante, forse un po’ impaurita, la fanciulla che concluse aggiungendo:
    - Chi sei tu, straniero, che chiedi il nome mio? – Chiese Dafne.
    - O dolce Dafne, il mio nome è Apollo, non sono uno straniero, vivo già da molti lustri in quest’immensa e bellissima vallata, e mi rammarico di non aver saputo prima della tua presenza tra questi luoghi ameni, - precisò repentinamente.
    - Anch’io amo la natura, la caccia, la verdeggiante selva che ricopre come un vellutato manto questo magnifico monte e mi diletto ad ascoltare musica e osservare il linguaggio movimentato della danza, godo nel sentire recitare versi poetici, che incantano tanto il mio cuore. Desidero conoscere le storie belle e brutte degli uomini, e voglio conoscere i segreti e i misteri che avvolgono tutti gli esseri umani. Amo soprattutto l’amore, il sentimento più sublime che l’uomo possegga, perché mi fa volare con la mente, leggero e leggiadro, libero nel mondo dei sogni e dei buoni prefiggimenti, - aggiunse Apollo che continuò, - vivo con nove fanciulle, le Muse, che mi allietano ogni giorno per tutto il giorno, mi trasmettono sensazioni eccelse e divine, sono tutte bellissime, ma nessuna di loro riesce ad eguagliare la tua bellezza, o Dafne. Una di loro, Erato, mi fa addormentare e mi fa sognare. Erato un bel dì mi ha fatto fare un sogno che allora ho considerato brutto e per questo l’ho rimproverata a malo modo, ma adesso devo ravvedermi perché nel sogno c’eri tu, o Dafne, che sei la fanciulla più bella che finora mi sia capitata. Io ho visto in sogno il tuo splendido viso, ho osservato il tuo corpo in tutta la sua eccelsa magnificenza mentre lo bagnavi nelle leggiadre fresche acque correnti di un rivolo. Io già ti conoscevo, senza averti incontrata mai.  Io, ora devo dire grazie a quel sogno, ti desideravo prima di conoscerti, il mio cuore già ardeva per te di passione. Ed oggi, l’averti ritrovata così per caso ha concesso un po’ di conforto al mio cuore che bramava di vederti e di toccarti.
    - O Apollo, ti sono grata del complimento che mi fai, ma la mia bellezza proviene dalla devozione che ho per Artemide. Ella mi mantiene pura, casta ed immacolata, - rispose emozionata Dafne.
    - Io prego, ogni giorno, la grande Artemide perché tramite ella io possa trasmettere agli uomini l’amore tra di loro al fine di debellare l’odio, e di apprezzare e rispettare la natura. Io amo Artemide più di ogni altra cosa al mondo e non posso amare nessun altro, - concluse, con voce tremebonda, la giovane che mentre parlava si allontanava accomiatandosi nella sua stanza.
    Dafne aveva giurato di rimanere devota alla dea per tutta la sua vita, cercava di non sentire, o forse non comprendeva, ciò che il cuor in quel momento le comandava. Non poteva innamorarsi, anche se quel tremolio vocale le aveva fatto presagire inconsciamente che il suo animo esprimeva un sentimento amoroso per quel biondo giovane brillante, leggiadro, caloroso, passionale, bello, che si era presentato dinnanzi a lei. Era la prima volta, comunque, che a lei si presentava un fatto del genere. Dafne ingenuamente non capiva da cosa derivasse quel brivido strano che le percorreva tutto il corpo, subitaneamente al cospetto di Apollo. Ella aveva giurato castità alla dea della caccia e non poteva tradirla. Eros, tuttavia, le aveva sconquassato il cuore per fare un dispetto ad Apollo, ma il dispetto lo aveva fatto anche a lei che non c’entrava niente. E Dafne non era ancora in grado di percepire il significato di cotanto scombussolamento che le aveva tolto la serenità e la tranquillità possedute fino a quel momento. Dafne pregò Artemide per questo, ma non ebbe alcun sollievo.
    Apollo rimasto solo andò via, quella volta, ma il suo intento era di ritornare in quel tempio per godere almeno della vista della leggiadra giovane che lo ammaliava, lo affascinava, lo rendeva inerme, gli annullava la volontà, gli scioglieva le membra.
    Si sdraiò sul letto costruito su un grosso ramo del solito platano, e non volle quella volta la compagnia delle Muse, perché voleva, senza alcuna distrazione, pensare intensamente alla sua amata e meditare coi pensieri che gli balenavano nella mente. Apollo dispiaciuto avvilito per la prima volta, depresso come non mai, si addormentò quella sera, mentre il cielo si riempiva lentamente di luccicanti e pulsanti stelle che tremolavano, fisse su un cielo ammantato di un nero mantello in accordo con il tremolio del suo cuore.
    Continuò nei giorni seguenti a visitare il tempio e a dialogare con Dafne trasmettendole le sue effusioni amorose, ma, ormai stanco dei diversi quotidiani tentativi risultati vani, arrivò al punto di chiederle di sposarlo, così e semplicemente. Dafne rimase stordita da tale richiesta ma rifiutò. Apollo insistette. Dafne ebbe ancora un attimo di smarrimento. Forse la vista di Apollo, la sua avvenenza, la sua alterezza, la sua possanza fisica, il suo fascino divino avevano fatto innamorare anche lei. Forse! Fuggì perché non se la sentì di negargli la proposta ancora una volta. Sicuramente quel gesto aveva fatto presagire che l’innamoramento aveva colpito anche lei. L’amore e la devozione, che provava per Artemide, erano così grandi che però non potevano essere intaccati. Non poteva l’innocente fanciulla contemporaneamente amare Artemide e Apollo! Correva leggera Dafne come una lepre che fugge dinnanzi al pericolo del cacciatore. Apollo la inseguì, le corse dietro per tanto tempo finché la raggiunse, le afferrò delicatamente un braccio e la tirò seco. Dafne si arrese voltandosi e cedendosi senza resistenza alcuna. Apollo strinse tra le sue braccia Dafne, e Dafne avvinghiò spontaneamente tra le sue braccia il corpo di Apollo. Si adagiarono e stesero le loro membra per terra su un cumulo di paglia secca sotto un possente platano vigoroso. Apollo avvicinò il suo petto al seno prosperoso di Dafne e i due cuori palpitarono assieme. Era bellissimo per Dafne e per Apollo provare quelle incomprensibili sensazioni che erano sensazioni d’amore. Dafne non aveva più volontà di decidere. La devozione per Artemide era come se non ci fosse più nella sua mente. Il suo modo di vivere era stato stravolto, alterato, sconvolto piacevolmente e sgradevolmente al tempo stesso. Le sue membra si sciolsero nel corpo di Apollo come lo zucchero nell’acqua, in un attimo. Apollo e Dafne divennero una cosa unica, un unico corpo. Dafne era come addormentata, il suo corpo giaceva intorpidito tra le braccia di Apollo. Era posseduta da Apollo, e Apollo era posseduto da Dafne. Ma un attimo dopo, Dafne si svegliò da quel piacevole torpore, rinsavì, la sua mente già offuscata incominciò a riprendere vigore, a ragionare, ancora la sua castità non era stata compromessa. La mente prese il sopravvento sul cuore. La fanciulla chiamò silenziosamente in aiuto Artèmide ed ebbe la forza di svincolarsi dal desiderio amoroso che l’aveva avvinta ad Apollo, per la prima volta. La sua mente era divisa tra due pensieri: l’amore per Artemide e l’amore per Apollo. Ma non poteva dividersi. Si divincolò e fuggì ancora una volta. Dafne prima era fuggita per sottrarsi alla richiesta fattale da Apollo, ora fuggiva per sottrarsi all’amore di Apollo. Apollo la inseguì un’altra volta, ma per l’ultima volta. Dafne, correndo, si infiltrò dentro un grande cespuglio di odorose piante di alloro, forse per nascondersi. E lì scomparve. Apollo la chiamò, ma inutilmente, la cercò tra quei verdi e rigogliosi virgulti, che nascondevano una stretta e profonda dolina che le piogge acide nel tempo avevano scavato nella bianca roccia calcarea. Dafne era caduta per sempre in quel buco che si trovava là celato da quel cespuglio, sempreverde e odoroso, di alloro. Non un grido, non un lamento, niente che facesse pensare ad una grande tragedia d’amore. Per amore di Artemide, ma anche per amore di Apollo, Dafne era scomparsa, scomparsa per sempre, fuggendo dall’amore e per amore. Ella giaceva ora laggiù in fondo a quella fossa naturale che era diventata la sua tomba, adombrata da quel grande cespuglio di alloro. Apollo, vide quella dolina, ma non si rese conto che Dafne fosse caduta là. La cercò invano. Era scomparsa nel nulla, la fanciulla si era dileguata nell’aria come acqua al sole. La chiamò ripetutamente: Dafne! Dafne! Dafne, amore mio, dove sei? Dafne, tesoro grande, ritorna da me! – Ma il suo richiamo fu inutile. Pianse tanto, era la prima volta che piangeva, il forte e vigoroso Apollo. Era disperato per aver perduto il suo unico grande primo e ultimo amore. L’aveva persa prima nel sogno, ora l’aveva persa per sempre. In Dafne Apollo aveva trovato la sintesi delle sue nove Muse, aveva scoperto il mescolamento armonioso della poesia con la musica, aveva ritrovato la miscellanea di tutte le arti che lui aveva amato e che aveva apprezzato sempre, e che avrebbe continuato a prediligere. Nella sola Dafne aveva trovato fuse insieme le diverse virtù delle sue nove adorate fanciulle. Rimase ad aspettarla per diversi giorni e diverse notti, dimenticandosi di ciò che faceva e di ciò che lo aveva dilettato sempre, almeno sino allora. Disperato, sconsolato, con monotono lamento mentre diceva: - Amore, amore mio, presto te n’andasti, in un tempo pari ad un batter d’ali volasti via dal mio cuore, nella tristezza mi lasciasti, nella completa disperazione mi abbandonasti, - prese alcuni teneri rami lunghi di alloro, li intrecciò con le sue mani tremanti, piegò la treccia facendone una corona che pose sulla sua testa a ricordo perenne della sua amata. E fece questo per ricordarsi anche che quello che gli era capitato non era un sogno, ma era una crudele e disumana realtà. Non gli rimase altro che ritornare a vivere come prima, ma per sempre con il rimpianto di Dafne nel cuore.

     
  • 09 agosto 2012 alle ore 16:21
    Il gatto, il cane e la volpe

    Come comincia: C’era una volta un gatto di nome Micio che ogni giorno, in estate, se ne stava sdraiato sotto l’ombra di un verde melograno, e, in inverno e se non pioveva, sotto l’ombra di un prosperoso e rigoglioso arancio. Micio si alzava da quel posto soltanto quando il padrone gli metteva il cibo nella sua ciotola. Mangiava, si leccava i baffi, si lavava con la sua lingua il pelo e poi ritornava sempre là, sotto l’albero a godersi la vita. Spesso i suoi padroni lo lasciavano senza assistenza per diversi giorni e Micio, terminato il cibo che gli avevano lasciato nella ciotola, da animale domestico si trasformava per la fame in animale selvatico andando a caccia di topi, di lucertole, di uccelli, soprattutto di merli che planavano sul verde prato alla ricerca di qualche briciola di pane o di qualche lombrico o di qualche altro verme. Dopo varie volte, ormai nel giardino non esistevano più né topi né lucertole né merli né vermi. Micio aveva sterminato ogni essere vivente alla sua portata. Per sfamarsi Micio, ora, era costretto a scavalcare la recinzione e andare a mangiare di nascosto nella scodella del cane del giardino accanto, dove trovava sempre del cibo appetitoso e non i soliti croccantini di casa sua. Fido si chiamava il cane che mal sopportava questo fatto per due motivi, primo, perché non voleva che nel suo piatto ci immergesse il muso un altro e, secondo, perché quello era il suo cibo senza il quale sarebbe rimasto giustamente affamato. Come si sa, tra cane e gatto non c’è mai stato buon sangue e, da che mondo e mondo, raramente si è visto un gatto fare amicizia con un cane e viceversa. Fido, poi, invidiava Micio anche per la vita che costui faceva, anche se lui conduceva una vita simile, una vita da cani per intenderci. Purtroppo, siamo portati sempre a vedere la gobba degli altri ma mai quella nostra perché questa sta sulla schiena la cui visione ci è ovviamente impedita. Fido, perciò, quando vedeva Micio in prossimità della recinzione che separava i due giardini, gli abbaiava all’improvviso e a squarciagola, e Micio per lo spavento fuggiva come una saetta. Fido aveva il pelo di un colore bizzarro, indefinito, sfuggente e per questo i suoi padroni dicevano che quel pelo aveva il colore di un cane che fugge. Ironia della sorte, quando Micio scappava da Fido il suo pelo, in quell’occasione, prendeva il colore del gatto che fugge. In tal caso sia Fido che Micio avevano rispettivamente il colore del cane che fugge e il colore del gatto che fugge.
    Quel cane brutto e cattivo era diventato un tormento per Micio che oltrepassando la siepe del confine era costretto a scappare arrampicandosi, aiutato dai suoi artigli retrattili, lungo il robusto e grosso tronco di una grande quercia secolare. Ciò per sua fortuna era impedito al cane che non aveva gli stessi artigli.
    - Se ti acchiappo, farai una brutta fine. Non devi venire mai più -, gridava Fido guardando Micio dal basso verso l’alto, ovviamente nella lingua dei cani che risultava incomprensibile al gatto che, invece, parlava la lingua dei gatti.
    E lassù Micio rimaneva appollaiato fino a quando Fido per la noia causata dalla lunga attesa desisteva e andava via a riposare nel suo giaciglio.
     Questa storia si presentava ogni volta che i padroni andavano via per molto tempo, e Micio era costretto dalla fame a rubare il cibo di Fido, e Fido era costretto ad inseguire, a ragione, Micio per non rimanere affamato. Diciamolo chiaramente però. A Micio piaceva il cibo di Fido perché era più appetitoso e ricco di sapori e il fatto che rimaneva senza cibo era una scusa per giustificare il suo tentativo di latrocinio.
     Le situazioni, tuttavia, non durano in eterno e dire che ciò avvenga per fortuna o per sfortuna è relativo. Un bel giorno i padroni di Fido, infatti, fecero abbattere la quercia su cui Micio si rifugiava, perché essendo maestosa sovrastava pericolosamente la casa. Inconsapevolmente, però, avevano creato un sicuro problema per Micio a cui veniva a mancare in tal modo un rifugio, diventato per così dire perfetto, perché era a due passi dalla cuccia di Fido. Senza la quercia ora gli sarebbe stato impossibile fuggire. Il percorso per ripararsi nel proprio giardino era lungo e sicuramente non ce l’avrebbe fatta. Fido l’avrebbe afferrato con le sue lunghe fauci e l’avrebbe sbranato.
    - Meglio morire di fame che sbranato da un cane oltretutto antipatico e cattivo -, pensava Micio.
    E allora che fare? Micio non trovava nessuna soluzione a questo problema. Aveva perso ogni speranza, povero gatto, ma come si sa la speranza è l’ultima a morire. Anche se sperare vuol dire sottrarre tempo alla vita. Un bel giorno, infatti, da quelle parti passò la volpe Genìa che fece subito amicizia con Micio perché era nemica acerrima di Fido o almeno questo riferì a Micio.
    - Piacere di conoscerti, mi chiamo Genìa -, disse la volpe a Micio.
    - Piacere! Sono lieto di conoscerti. Come mai da queste parti? - Chiese compiaciuto il gatto.
    - Ero di passaggio nel giardino accanto e un brutto cane, molto cattivo e anche antipatico, mi ha rincorso per sbranarmi. Per fortuna che sono più veloce e più agile. Con un salto ho riparato in questo giardino, dove per fortuna ci sei tu, caro amico -, descrisse minuziosamente Genìa, la quale non era stata sincera con Micio perché non aveva detto tutta la verità. In effetti, lei era andata apposta in quel giardino perché voleva rubare un pollo dal pollaio per soddisfare il proprio appetito. Ovviamente Fido era un ottimo custode e svolgeva bene il suo lavoro altrimenti che ci stava a fare? In  caso contrario, i padroni gli avrebbero detto: - Fido, mangi pane a tradimento. Se continui così ti portiamo in un canile!
    - Fido anche a me sta antipatico. Mi abbaia sempre e mi rincorre tutte le volte che metto una zampa nel suo giardino per mangiare qualcosa dalla sua scodella quando ho fame. Dapprima, presso la sua cuccia, c’era una quercia su cui potevo rifugiarmi, ma adesso l’hanno tagliata. E questo per me è diventato un problema serio -, confidò Micio alla volpe.
    Analizzando il problema sollevato da Micio, Genìa pensò che, mandando Micio nel giardino accanto per distrarre Fido, si poteva accaparrare di qualche tenero pollo per sfamarsi.
    Escogitò, allora, una mossa strategica.
    Procurò a Micio una bella maschera di cagna di razza bastarda e gliela fece infilare.
    - Con questa maschera sembri una vera cagna, molto bella e fascinosa, che farà impazzire tutti i cani che ti vedranno. Se la indossi puoi tranquillamente andare nel giardino di Fido che al massimo potrà gongolare per farti la corte –, disse Genìa a Micio adulandolo.
    - Genìa, sei sicura che Fido non mi farà niente? Sei sicura che non si accorgerà che indosso una maschera? – Chiese preoccupato Micio.
    - Non lo noterà neppure, sii sicura che ti corteggerà perché assomigli ad una vera cagna! Se non ci credi guardati allo specchio -, confermò ipocritamente Genìa.
    - In tal caso non potrò andare lo stesso a mangiare -, affermò Micio.
    - Potrai fare tutto ciò che vuoi. Credimi! Importante che ti mostri tranquilla. Vai dunque -, precisò l’abile Genìa.
    Micio, fidandosi ciecamente di Genìa e spinto dalla fame, attraversò con un salto il recinto e mentre si recava lentamente e in silenzio strisciando sul tappeto erboso verso la scodella del cane, gli si presentò Fido che in un primo momento incominciò a scodinzolare per la gioia di vedere dopo molto tempo una bellissima cagna. Non si limitò a guardarla solo in viso ma, osservandole  attentamente anche il pelo del corpo, si accorse che quello non poteva essere il pelo di una cagna. Assomigliava al pelo di un gatto, piuttosto. Non poteva però dire che era il pelo di Micio in quanto l’aveva visto sempre fuggire. Un atroce dubbio lo avvinse. Insospettito, allora, Fido disse alla falsa cagna: - Che bella cagna che sei. Fammi sentire la tua voce che sarà bella altrettanto. Abbaia dunque.
    Micio incominciò a tremare e maledisse il momento in cui aveva incontrato la volpe. La sua mamma l’aveva avvertito, quando ancora era piccolo, di non fidarsi mai delle volpi. Sono furbe ed egoiste e ti mettono nei guai quando meno te l’aspetti. Lui, invece, c’era cascato come quando cade un fico secco dall’albero. Come si sa, gli avvertimenti dei genitori non vengono mai ascoltati e ottemperati dai figli.  Micio non aveva la forza di parlare né tanto meno quella di miagolare. Aveva solo la voglia istintiva di scappare. Ma non poteva farlo. Se l’avesse fatto sarebbe caduto tra le fauci di Fido. Allora era meglio tentare? Povero Micio, in quel momento per la fifa sicuramente gli venne lo stimolo di fare la pipì o quello dell’atto grande, ma non poteva chiedere di appartarsi, ovviamente.
    Fido, ringhiando malamente e allargando le zampe anteriori, irritato e infastidito gridò: – Bella cagna, fammi sentire se la tua voce è bella come il tuo viso.
    Micio, allora, costretto dagli eventi ci provò e la sua bocca invece di dire “bauuuuu” esclamò “mauuuuu”.
    Un attimo dopo il corpo esanime di Micio era tra le fauci di Fido e nessuno, in seguito, potette dire di aver visto un gatto che aveva il colore del pelo di un gatto che fugge.
    Genìa, nel frattempo, scappava incolume e soddisfatta, tenendo anch’essa tra sue fauci il corpo privo di vita di un tenero pollastro.

     
  • 26 luglio 2012 alle ore 9:27
    Don Spiridione e il mammòcce

    Come comincia: In quella stanza buia, illuminata dalla tremolante luce emessa dalla fioca fiammella di un’esile candela accesa, Teresa gemeva e frignava reclinando di tanto in tanto le sue membra sul freddo corpo ormai esanime del marito estinto. Angelo era il suo nome, esangue era ora il suo ceruleo volto e inespressivo e aveva le mani incrociate sul petto. Era morto qualche ora prima. Con una mano, la povera donna, si asciugava di tanto in tanto le lacrime che sgorgavano copiose dalle sue cavità oculari, mentre con l’altra teneva abbracciato a sé il mammòcce Cesario, l’unico figlio che aveva partorito esattamente undici anni prima. E lo teneva così stretto a sé come per significare inconsciamente che era l’unico bene che le era rimasto. Che strana coincidenza – diceva gemendo la povera donna -, Angelo è morto lo stesso giorno incui è nato Cesario. Fuori, sulla piazzetta lastricata antistante la casa, in mezzo ad un folto nugolo di uomini e donne, vicini di casa e parenti alla lontana, che stazionavano per dare apparente ma inutile conforto alla giovane donna, già orfana ora vedova, privata di quel bene assoluto che genera la vita, si aprì uno stretto varco per far passare il prete chiamato qualche ora prima per conferire al morituro l’estrema unzione che adesso sarebbe risultata inutile. Don Spiridione era quel prete, nominato parroco della vicina chiesa dell’Annunziata restaurata da poco, dopo un abbandono che, per circa un decennio, in seguito ai dissidi tra Stato pontificio e il recente Regno italiano, conseguenti all’unificazione d’Italia, le infiltrazioni d’acqua avevano resa impraticabile. Il considerevole ritardo di don Spiridione al capezzale dell’ormai defunto Angelo era dipeso dal fatto che aveva conferito non solo l’estrema unzione a tal Pomponio, un nobile signore romano di passaggio a Terracina, morto di infarto mentre era ospite a casa di amici di sangue blu ma, costretto dagli eventi, aveva dovuto celebrargli anche il funerale. Succede che i signori abbiano spesso la meglio sulla povera gente, anche quando muoiono. - Mi sono fatto imprestare un asino per arrivare il prima possibile, ma quella bestiaccia non aveva voglia di correre, poi s’è fatto buio e per questo non sono riuscito ad essere puntuale. Non so come rimediare ma, dopo il funerale, nei prossimi giorni non appena si rimette da questo suo grande dolore venga a trovarmi in chiesa per qualunque bisogno -, esclamò, rivolgendosi alla vedova, il prete dispiaciuto per l’episodio irrimediabile e ancora ansimante per la greve inutile corsa. Fino ad allora Teresa non aveva avuto occasione di conoscere il nuovo parroco, arrivato da pochi giorni in parrocchia. Dovendo assistere il marito sofferente di malaria, una malattia nefasta che già aveva fatto diversi morti in paese per la vicinanza della putrida palude pontina infestata dalla zanzara anofele portatrice del plasmodio falciparum, Teresa non era andata mai a messa, neppure a quella del vespro, né a ripetere il quotidiano rosario. La morte del marito e l’inconsueta situazione che aveva messo il prete in debito nei suoi confronti, le avevano consentito in seguito di instaurare con questi un rapporto chiamiamolo di opportunità, o meglio di convenienza, che le avrebbe dato la possibilità sia di lavorare sia di far studiare il figlio. Quella era, forse, l’unica eredità che suo marito Angelo inconsapevolmente morendo le aveva lasciato. Non èdetto che l’eredità debba essere soltanto materiale!
    Don Spiridione l’avrebbe aiutata sicuramente. Ne era sicura. Altrimenti i preti che ci stanno a fare? – Pensava Teresa.

    Piovigginava quel giorno in cui Teresa decise di andare a trovare don Spiridione in sacrestia. Già era trascorso un mese esatto dalla dipartita del marito. La donna assieme al suo mammòcce si coprì con il mantello per ripararsi dalla sottile pioggerellina e percorse la strada che portava all’Annunziata a passo svelto, mentre dodici tocchi della bronzea campana segnavano già mezzogiorno. Teresa bussò alla porta della sacrestia che dopo qualche istante si aprì lentamente con uno scricchiolamento stridente, dissonante, fastidioso, quasi insopportabile all’udito. Apparve sull’uscio don Spiridione, persona dal corpo esile, dalla folta capigliatura e dalla lunga canuta barba incolta, che con i suoi occhiali spessi proiettò il suo sguardo fuori come un’antenna a guisa di una lumaca.
    - Gesù Cristo sia lodato! – Salutò Teresa nel vederlo apparire.
    - Sia sempre lodato! - Rispose il prelato che indietreggiò per fare accomodare gli ospiti.
    - Ho portato anche mio figlio Cesario, per farglielo conoscere -, disse timidamente la donna.
    Salve mammòcce, sei abbastanza sviluppato per l’età che hai e sei anche bello -, esclamò don Spiridione accarezzandolo soavemente con ambedue le mani  sul viso. Cesario diventò subito rosso in viso per l’imbarazzo, retrocedendo per istinto come se volesse respingere quell’inconsueta bizzarra carezza. In quello stesso momento, il prelato fu colto da un tic nervoso che gli fece ruotare il capo verso sinistra e scorrere il labbro superiore in senso opposto a quello inferiore. Sarà stato l’apparire di Teresa, donna piacente, snella, dai capelli neri e dalle orbite oculari in cui si incuneavano, come due pietre preziose in un gioiello, due occhi azzurri dal color del cielo, con un portamento gentile e aggraziato anche se appariva sciupata e deperita sia per il dispiacere che le avevano procurato la malattia e la morte improvvisa del marito, sia per la preoccupazione di rimanere adesso povera, oppure sarà stata la carezza che aveva gratuitamente elargito al mammòcce a causare a don Spiridione quel  tic dall’effetto claunesco?
    - Ha preso tutto da mio marito Angelo! – Confermò Teresa, la quale, dopo un attimo di pausa,mentre il suo viso era diventato quasi paonazzo per la timidezza dovuta alla richiesta che stava per avanzare, disse con gli occhi che le si riempivano di umore: - Padre, si ricorda di me, vero?
    - Certo che mi ricordo di te, figliola, e come mi posso dimenticare di quel funesto giorno così estenuante? – Confermò il prete che aggiunse: -  In che cosa le posso essere utile?- Mi deve aiutare, sono disperata! Non ho più soldi e non so come tirare a campare. Se non fosse per questo mammòcce non so cosa farei. A volte mi è venuta la voglia di recarmi sul monte sant’Angelo e buttarmi giù dal dirupo per la disperazione –, confessò Teresa.
    - Non faccia questi discorsi che non sono di una donna credente. Bisogna affidarsi alla speranza e avere fiducia in Dio. E poi noi che ci stiamo a fare? Mi dica, cara Teresa –, disse con tono rassicurante e condiscendente don Spiridione.
    - Ho bisogno di lavorare perché mio marito faticava nei campi alla giornata e ora, che non c’è più, possiedo solo la casa in cui abito. Poi, vorrei realizzare il desiderio di Angelo, il mio povero marito, che voleva  che questo mammòcce studiasse -, chiese un po’ impacciata Teresa.Don Spiridione divenne pensieroso, cupo, il suo volto si oscurò all’improvviso mentre con una mano formò una celletta su cui pose il mento barbuto, ma altrettanto all’improvviso gli si illuminò, cosicché Teresa che lo aveva guardato fissandolo per tutto il tempo passò parallelamente dallo sconforto alla gioia. Sul suo volto un velo di letizia prese quindi il posto della repentina cupezza che per un attimo l’aveva coperto.
    - Ho bisogno di una perpetua e se le sta bene può iniziare da subito, anzi da domani, mentre per il mammòcce ho pensato di insegnargli il latino per farlo entrare in Seminario, dove avrà scuola, vitto e alloggio gratuitamente. Se poi sentirà la vocazione si farà prete –, disse in un sol fiato il prelato.
    Una proposta allettante e molto generosa. Era un miracolo per Teresa. Aveva sofferto tanto, e adesso quella sofferenza le si stava tramutando in appagamento, contentezza, esultanza. Adesso aveva tutta la vita dinnanzi a sé, lei che aveva pensato di suicidarsi. Adesso apprezzava la vita. Adesso poteva ritenersi felice. Adesso poteva pensare all’avvenire del suo adorato mammòcce.
    - Grazie, don Spiridione, lei è un santo e il padreterno, che l’ha mandato apposta in questa parrocchia per farmi un tale miracolo, l’abbia in gloria eterna. Accetto la sua proposta prodiga e magnanima a condizione, però, che la sera dopo cena io vada a dormire con il mammòcce a casa mia. Ancora non mi sono abituata alla mancanza di mio marito che amavo tanto, e in quella casa respiro ancora il suo respiro, sento tuttora il suo calore, in più ascolto la sua voce e avverto, inoltre, a fior di pelle l’amore che mi dava quando mi guardava o mi accarezzava -, esclamò felice Teresa.
    - Noto che amavi molto tuo marito e questo mi fa piacere…. Sì, puoi andare a dormire a casa tua. Non c’è alcun problema per questo, cara Teresa. Puoi fare le cose che ritieni opportuno fare ma mi devi assicurare la pulizia della sacrestia, far da mangiare durante il giorno e lavare i panni sporchi. Come vedi qui c’è solo questa stanza, uno sgabuzzino e la cucina e non saprei dove farti dormire. Né ovviamente potrei concederti il mio letto -, disse il prelato sarcasticamente dando alla donna del tu senza averle chiesto il permesso. In quel momento gli sopraggiunse quello strano tic nervoso identico a quello che l’aveva colto ancor prima quando aveva accarezzato il mammòcce.
    Teresa non ebbe il coraggio di chiedere a don Spiridione il motivo per il quale le stesse dando del tu che lei riteneva molto confidenziale e poco appropriato. Non era lecito. E poi quel cara Teresa… . Ciò le diede da pensare per tutto il resto del giorno e della notte seguente, durante la quale non riuscì neppure a prendere sonno. Non c’era niente di strano che il parroco parlasse con una sua parrocchiana in seconda persona. Ma il modo insolito e inatteso con cui il prelato l’aveva fatto trasferì a Teresa nell’animo uno strano presentimento. Era la seconda volta che si vedevano e non c’era stato il tempo di instaurare rapporti di natura amichevole. Forse l’offerta dignitosa di lavoro e la rassicurazione di far studiare il mammòcce avevano apportato al prelato quel privilegio di cui si appropriano unilateralmente i padroni nei confronti dei loro servi, perché la perpetua altro non era che una serva.
    Teresa comunque non si lagnò opportunamente perché erano prioritari sia il lavoro che il proseguimento degli studi del figlio.

    - Ripeti la prima declinazione di rosa –, chiese don Spiridione al mammòcce.
    - Rosa, rosae, rosae, … –, rispose senza tentennamenti Cesario, che era predisposto allo studio del latino in quanto rivelava  ottime capacità logiche e razionali.
    - Bravo! Ora declinami il plurale di rosa -, chiese ancora il prete che nel conferire una carezza al mammòcce fu colto da un istantaneo tic nervoso isolato.
    - Rosae, rosarum, rosis, rosas, … -, disse prontamente Cesario.
    - Bravissimo, sei un mammòcce superlativo! – Esclamò baciando il ragazzo sulla guancia don Spiridione, che questa volta però venne preso da un susseguirsi di tic nervosi che gli tolsero la facoltà di parlare per una manciata di minuti.
    - Don Spiridione, che vi è preso? State bene? Siete diventato tutto rosso in viso che si è anche deformato! Chiamo mia madre che sta in chiesa a pregare? – Disse il mammòcce che già si era alzato dalla sedia in procinto di recarsi dalla madre.
    Il prelato lo afferrò per il braccio fortemente e dopo essersi rasserenato disse: - Mammòcce, non è niente. Hai visto che il tic mi è passato.

    Trascorse qualche settimana e lo studio del latino andava avanti, anche se Cesario avvertiva un po’ di stanchezza in quanto le lezioni gli erano impartite a sera tarda, dopo cena, vuoi perché il parroco durante il giorno doveva dare spazio ai fedeli che venivano a confessarsi o perché doveva dire la messa o dare l’estrema unzione a qualche parrocchiano morituro o ancora celebrare i continui funerali che in quei tempi, a causa della malaria, erano diventati quotidiani.
    - Teresa, ti devo dire una cosa importante. Cesario incomincia ad accusare stanchezza e a perdere qualche colpo. Se tu la mattina arrivassi prima del solito, potrei farlo studiare durante le prime ore del giorno cosicché la sera potrebbe andare a letto presto e riposarsi di più –, disse don Spiridione
    - Non ce la faccio, don Spiridione! Prima di venire qua, devo finire le faccende domestiche -, rispose Teresa.
    - Allora, se tu sei d’accordo, per il periodo necessario a completare lo studio della grammatica latina, Cesario può rimanere a dormire qui con me. Lo so che ti è di conforto, ma se vuoi che tuo figlio ce la faccia a superare gli esami per entrare in Seminario devi fare questo piccolo sacrificio. Si tratta solo di uno, al massimo di due mesi -, disse il parroco.
    - Va bene, se si tratta al massimo di due mesi, lo posso anche fare. Devo preparare, allora, un letto nello sgabuzzino? -  Chiese Teresa.
    - Non è necessario. Può dormire con me. Tanto il letto è gran… -, non completò la frase don Spiridione che fu colto in quel preciso istante dal solito tic fastidioso che gli deformava il viso e gli bloccava la parola.
    - Padre, ma questo tic nervoso non potete farvelo curare? Siete andato dal medico? – Disse Teresa.
    - Sì, sono andato e mi ha detto che non c’è niente da fare. Me lo devo tenere quando viene. Per fortuna mi prende di rado -, precisò don Spiridione.
    - Questa sera, allora lascio Cesario a dormire qua, così domani ne approfitto per andare al cimitero a visitare la tomba di mio marito. È già passato un anno dalla sua dipartita -, precisò Teresa.
    - Ottima decisione -, confermò il prete che ancora una volta fu colto stranamente dal solito tic. 

    Il sole s’era lasciato l’alba alle spalle già da un po’ di tempo. La giornata era serena e sgombra di nuvole. Un tepore confortante padroneggiava in tutto il circondario. Non un alito di vento. Fragranze primaverili vagolavano nell’aria. Tutto sembrava congiurare per una passeggiata salutare sul monte sant’Angelo dove imperava da più di duemila anni il tempio di Giove Anxur.
    Don Spiridione e Cesario affrontarono l’ardua salita, ma arrivati su la visione che gli si presentò fu così spettacolare da ripagare la fatica affrontata. Verso sud-ovest si vedevano le isole pontine e verso sud si intravedeva anche l’isola di Ischia.
    - Lo sai da dove proviene la parola  Anxur? – Chiese don Spiridione al mammòcce.
    - Anxur deriva dal latino anxurus che significa fanciullo, ragazzo, adolescente -, rispose prontamente Cesario.
    - Bravissimo! – Esclamò, abbracciando il mammòcce fortemente e toccandolo estesamente su tutto il corpo e in modo inconsueto, don Spiridione che colto dal solito tic dovette mollare la presa.
    Cesario, sorpreso, stupito, impaurito, incominciò a correre all’impazzata. Con straordinaria energia. La discesa glielo permetteva. Corse fino al cimitero, dove era sicuro di trovare il conforto della madre, e non volle per nessun motivo mettere piede nella sagrestia della chiesa dell’Annunziata né tanto meno vedere mai più quel prete dal bizzarro tic nervoso.

    Tra i parrocchiani, dopo qualche tempo, si sparse la voce che quello strano tic nervoso era conseguente alle bizzarre brame sensualmente incontrollabili di don Spiridione.

    (Ogni riferimento a fatti e persone e ai nomi dei personaggi di questo racconto, frutto dell’immaginazione dell’autore, è puramente casuale)

     
  • 17 ottobre 2011 alle ore 18:07
    ALCIONE E CEICE

    Come comincia:

     

    Passa la nave mia, sola, tra il pianto

    de gli alcion, per l’acqua procellosa;

    e la involge e la batte, e mai non posa,

    de l’onde il tuon, de i folgori lo schianto.

    Giosue Carducci – Passa la nave mia

     

      

     

    Alcione, figlia di Eolo, era nata e cresciuta nell’incantevole isola di Euonymos, la più bella di sette meravigliose isole, che viste dall’alto formavano una y. La vita, su quel lembo di terra circondato dal mare l’aveva indotta, sin da bambina, ad imparare a nuotare e ad apprezzare il ceruleo liquido con tutte le sue bellezze naturali. Il padre le aveva insegnato a conoscere e a saper leggere i venti, e ad interpretare la loro variabilità, perigliosa soprattutto per i solerti pescatori e per i raminghi marinai.

     

    - Figlia mia, avverti sul tuo viso sopraggiungere questo alito caldo, fastidioso, umidiccio, violento, che ti toglie il respiro, che ogni erba tenera essicca rapidamente, che solleva nell’aria le sabbie calde provenienti dall’assolato e secco deserto africano che, precipitando al suolo, rendono rossa ogni cosa, che ogni uomo, ogni donna, ogni pargolo è costretto a ripararsi da esse? Ebbene questo è lo scirocco proveniente da sud-est, - diceva Eolo.

    - Avverti ora questo corrente aerea che, invece, spira da ovest o da sud-ovest e assume una potenza molto violenta e quindi molto pericolosa! Questo è il libeccio! – Aggiungeva l’esperto padre.

    - Il vento che proviene da nord-ovest invece è il maestrale che trasporta con sé aria fredda, mentre il vento che arriva da nord, soprattutto in inverno, senza dubbio, è la tramontana che rende ancor più fredda l’aria, e gela ogni cosa, figlia mia. Se poi il flusso d’aria giunge da nord-est e si dirige verso sud-ovest, portando aria fresca anch’esso, sii certa che trattasi, invece, del grecale, - concludeva Eolo.

    Dal movimento delle foglie o dall’altezza delle onde, Alcione aveva imparato dal sapiente padre ad interpretare anche la forza del vento. La brezza rendeva le foglie degli alberi costantemente agitate e sollevava le creste delle onde che si infrangevano sugli scogli provocando una leggera schiuma. Nel caso in cui ogni albero nella sua interezza fosse rimasto costantemente agitato, o gli alberi dal tronco sottile venissero piegati, e la schiuma delle onde si sventagliasse sugli scogli formando scie biancastre, il vento avrebbe potuto causare dei gravi danni.

     

    Con queste conoscenze, stando sulla spiaggia, la fanciulla era in grado di presagire se in mare aperto ci sarebbe stata una burrasca oppure una tempesta o, peggio ancora, un uragano. Alcione riusciva anche a preannunziare il maltempo attraverso l’osservazione d’alcuni fenomeni naturali che all’uomo distratto potevano risultare insignificanti. Se il cielo fosse coperto da nubi a pecorelle, infatti, la fanciulla riusciva a prevedere che, nell’arco di due o tre giorni, con buona probabilità, ci sarebbe stato un forte temporale. Se di sera con il cielo stellato, invece, la splendente luna fosse circondata da un’alone, ci sarebbe stata una forte alluvione con trombe d’aria disastrose.  Tutte queste conoscenze costituivano una gran fortuna per Alcione, perché in tal modo sapeva quando era opportuno farsi una nuotata al largo tra le limpide e cristalline acque dell’isola e quando, invece, doveva starsene tranquilla per il sopraggiungere dei forti venti. Rimaneva, in tal caso, sulla spiaggia a rimirar i flutti del mare o si immergeva, per un bagno rilassante, nelle quiete acque termali che si trovavano vicino la sua abitazione, oppure si faceva una passeggiata sulla vetta più alta dell’isola per ammirare, con un colpo d’occhio, il meraviglioso arcipelago che si presentava attorno a lei. Rimirava da quell’altura, verso nord-est, un’isola a forma di cono, Strongyle, che sputava dalla sua vetta fuoco in tutte le direzioni, in continuazione, con forti e inquietanti boati. Le suscitava emozioni ma anche angoscia quella visione. Poi si girava verso sud-ovest, dove un’altra isola, quella di Didyme che, con i suoi due monti conici dalle cime sbruffanti alternativamente zampilli infuocati che cadendo in mare facevano friggere l’acqua, assomigliava alle mammelle di una vacca quando viene munta. Quando il clima glielo permetteva, Alcione, a volte, decideva di nuotare lungo il periplo dell’isola per ammirare la movimentata e meravigliosa costa per tutta la sua estensione, a volte, decideva di andare verso il largo per riposarsi poi su uno degli isolotti che costellavano il cristallino mare attorno all’isola. O, ancora, s’immergeva per ammirare i variopinti coralli o le profonde spaccature dai mille colori abitate da una gran varietà di meravigliosi e movimentati pesci variopinti.

    I pescatori prima di andare al largo a pescare con le loro barche le chiedevano consigli, e lei glieli dava volentieri. Raramente si sbagliava. E i pescatori l’apprezzavano e le manifestavano tanto affetto.

    Quando, invece, il tempo era bruttissimo con vento e pioggia, Alcione tesseva una tela, su e giù, e poi da destra verso sinistra, percorrendo il suo telaio, con lunghi fili variopinti armonicamente amalgamati. Una lunga tunica color rosso fuoco era il migliore tessuto che aveva creato e che aveva deciso di donare all’uomo della sua vita Alcione, altre volte, costruiva lunghe collane di bellissimi coralli rossi, raccolti nei fondali di quel cristallino mar di Euonymos.

     

    Alcione, era diventata una bella e veneranda giovane, dai lineamenti gentili e gradevoli, dal fisico incantevole, perfettamente modellato dalle onde del mare, quando, un giorno, su un isolotto dalle rocce color grigio-basalto si trovava a riposare le sue stanche membra dopo aver nuotato lungamente. Stava sdraiata rilassata immobile assopita su uno scoglio nerastro e le sue deliziose membra perlacee, illuminate dal sole, sembravano ancor più bianche per contrasto, e parevano come avvolte da un alone incantevole, divino, celestiale. Giaceva, dormiente, incurante degli sguardi indiscreti. Sembrava che il suo corpo emettesse una luminosità particolare che conferiva alle sue membra ignude un chiarore chemiluminescente. Questa paradisiaca visione attirò senza dubbio l’attenzione del comandante di un naviglio che casualmente solcava, leggero e silenzioso, le acque cristalline dell’isola. Cèice, così si chiamava il capitano che governava quella nave, casualmente guardò verso quella parte e rimase abbagliato da quella inaspettata visione. Era stato il vento che sollevando il moto ondoso in quella direzione aveva spinto l’imbarcazione verso quelle meravigliose isole, solo per caso. E, solo per caso, era apparsa dinnanzi agli occhi del capitano quella deliziosa donna dalle sembianze divine con le sue membra adagiate comodamente sulla nera roccia. Cèice fu attratto subitamente sia per la bellezza divina di quella fanciulla sia perché ormai erano molti mesi che non vedeva una donna.

     

    Cèice, figlio di Espero, era un marinaio nato in mare. Aveva avuto, infatti, sin dalla nascita la sua culla proprio su una nave, e sin da bambino aveva imparato a guidare qualsiasi imbarcazione e in qualunque situazione. Con il mare calmo guidava con sicurezza, ma anche con la tempesta più violenta mostrava altrettanta destrezza e abilità.

     

    Mi sorprende la furia dei venti:

    si scontrano, e voltola da una parte un’onda,

    di là un’altra. E noi in mezzo al mare

    con l’atra nave siamo trascinati

     

    patendo molto per la gran tempesta,

    dopo che l’acqua è arrivata alla base dell’albero

    e la vela è ormai tutta sbrindellata

    e  ampi pezzi pendono,

     

    cedono i cavi ….

    (Da Il mare in tempesta di  Alceo)

     

    Era un valente marinaio Cèice, aveva l’animo mite, era placido, tranquillo, ma risoluto, determinato nelle decisioni e difficilmente recedeva dalle scelte fatte. Fino allora non aveva incontrato la donna che gli facesse palpitare il cuore. Aveva solcato tutti i mari, e aveva conosciuto tante belle femmine di qualunque parte del mondo, bionde, brune, dalla carnagione nera o bianca o gialla, dagli occhi azzurri o castani o verdi, ma nessuna era stata in grado di mettergli in fermento la tranquillità d’animo. Non sembrava interessato, fino a quel momento, Cèice all’altrui sesso, né tanto meno lo interessava l’amore fisico. L’unica cosa che amava era il mare soprattutto quando si approssimava il tramonto. All’imbrunire del giorno, gli piacevano i contorni colorati del cielo e delle acque, veniva attratto dalla mescolanza di colori del mare e del cielo che assumevano tinte, via via, diverse, attimo dopo attimo. Con lo sguardo volto ad occidente, ad ogni tramonto, reggendo il timone della nave, ammirava, ad ogni istante, le sfumature, color giallo, arancione, rosso, grigio-verde del cielo che si fondevano con il color bluastro, verde, violaceo, del mare. Ogni volta, al finire d’ogni giorno, contemplava quei quadri, originali e istantanei, variopinti che non assumevano mai la stessa forma né si coloravano con gli stessi colori, di un momento prima o del giorno precedente. Solo lui, governando una nave, poteva avere il beneficio di vedere quelle scene spettacolari, irripetibili, giorno dopo giorno. E Cèice era innamorato di tutto ciò. Non poteva farne a meno.

     

     

    Quel giorno, tuttavia, la visione di quelle membra, distese sul faraglione di vetrosa e lucida ossidiana, adagiate come un candido panno di un sinuoso velluto, sembravano al marinaio emanare sublime luce divina. L’apparizione di quelle membra, lattee eburnee nivee marmoree, non solo provocò in Cèice uno scombussolamento inaspettato, ma ne sconvolse terribilmente e freneticamente il cuore. Un improvvido e improvviso turbamento l’animo di quel marinaio sovvertì. Un piacevole languore lo toccò. Un gradevole godimento interiore lo avviluppò. Il suo cuore fortissimamente pulsò. Ad occhi aperti a sognare incominciò. Un’ebrietà tumultuosa lo scosse. La sua mente disorientata rimase. Un’affabile e temporanea afasia dal mondo lo estraniò.

    L’osservazione dei tramonti aveva sempre stravolto l’animo di Cèice, ma l’ammirazione di quel ceruleo corpo nudo sinuoso brillante meraviglioso, là su gl’irti scogli inermi e freddi, improvvisamente lo colpì in maniera inaspettata e inconsueta. Osservare il crepuscolo sempre fuggente non era la stessa cosa che ammirare quel corpo fermo, immobile, statuario di quella giovane che giaceva sulla roccia bagnata dagli spruzzi di schiuma che s’infrangevano su di essa. Per un attimo, Cèice invidiò quello scoglio e, mentre rifletteva su quello che gli si era presentato, venne colto all’improvviso dapprima da una leggera brezza che via via si fece sempre più forte, proveniente da nod-ovest verso sud-est: era il grecale che annunciava un forte uragano. Cèice, per prudenza, si avvicinò allo scoglio e ancorò, mentre Alcione sfiorata da quel vento gelido si destò, ignuda tremebonda, ancora stordita dal risveglio repentino, si tuffò per ritornare a riva ma il moto ondoso già forte stranamente glielo impedì. L’unico riparo era la nave a portata di due bracciate. Chiese aiuto. E Cèice glielo diede volentieri: la tirò sul ponte in salvo, subito le coprì l’ignudo corpo tremolante, statuario, bello a vedersi, con una candida tunica che, essendosi inumidita, lasciava intravedere le perfette rotondità corporee di Alcione. Questa lo guardò e il suo cuore sussultò istintivamente, in un attimo. Cèice la osservò e l’animo concordemente gli palpitò. Non era la nave che ondeggiando faceva ondeggiare i loro corpi ma erano loro due che tremolavano di moto proprio. I loro cuori si erano infuocati improvvisamente, i loro animi si erano invaghiti, d’un tratto, così per caso.  Che strana sensazione, che dolce emozione, che meraviglioso sbalordimento stavano provando, per la prima volta, quei due giovani retti, integri, semplici. Ognuno aveva fatto, sino a quel momento, separatamente ciò che gli piaceva fare. L’uno, il marinaio che si beava nell’osservare i tramonti, l’altra la nuotatrice e, a tempo perso, la presaga dei venti o la tessitrice di tuniche o la fabbricante di collane di coralli.

    Ora, i due giovani erano insieme, l’una di fronte all’altro, ed insieme erano stati colti da qualcosa che li turbava contemporaneamente, in modo irreversibile. Quel turbamento era sicuramente innamoramento.

    Incominciarono, con voce emotivamente incerta, a scambiarsi qualche parola tenendo fissi gli occhi l’uno verso l’altra.

    - Come ti chiami, bella fanciulla? – Sono Alcione, figlia di Eolo, vivo su quest’isola incantevole e incantata da quando sono nata. Mi sento imbarazzata perché mi hai visto ignuda, ma è colpa del vento che inopportunamente mi ha obbligato a ripararmi su questo naviglio, e di questo te ne sono grata.

    - Sono Cèice, figlio di Espero. L’ospitalità per me è sacra e non hai motivo di vergognarti per la tua nudità; non sei stata tu la causa di ciò, rispose il giovane marinaio, che aggiunse: - siediti, rimani coperta, e riscaldati con questa bevanda calda. Non appena tornerà la calma ti condurrò a riva.

    I due giovani, in quel momento, colti da un’ebbrezza lusinghevole, piacevole furono avvinti vicendevolmente da una frenetica esaltazione d’animo.

     

    Il tempo gli sembrò trascorrere in fretta anche se per ritornare la calma in mare era trascorso un intero giorno. Cèice allora con una piccola zattera accompagnò a riva Alcione, che trovò i genitori sulla spiaggia ad aspettarla ansiosamente e con preoccupazione. Lungo il tragitto si guardarono insistentemente Cèice ed Alcione. Cèice remava e guardava Alcione, Alcione si teneva stretta sul corpo la bianca tunica e ammirava Cèice. Per tutto il percorso, gli occhi dell’uno penetrarono negli occhi dell’altra.

    Ritornò sulla nave il giovane marinaio ma la nave non si mosse pur essendo ritornata la calma piatta. Per giorni e giorni, Cèice guardava dal ponte della nave verso la spiaggia e Alcione seduta sulla sabbia del mare mirava verso la nave. I loro sguardi s’incontravano in lontananza ma questo non bastava. Cèice, avvilito, avvinto da sentimenti amorosi, prese una ferma decisione. Andò a riva e là trovò Alcione ad aspettarlo. Una forza sconosciuta aveva spinto il giovane ad andare, ma un’identica forza aveva costretto la fanciulla a sostare sulla spiaggia. I loro sguardi s’incontrarono questa volta da vicino, ma ciò non era sufficiente, i loro corpi si sfiorarono ma questo ancora non era soddisfacente, con le braccia si strinsero fortemente e fortemente si baciarono, e i loro corpi trovarono finalmente la pace. Si erano innamorati senza dirsi una parola d’amore. I sentimenti amorosi dell’uno si erano fusi con i sentimenti fervidi dell’altra formando un unico sentimento appassionato ardente caldo. Sospinti da bramosia d’amore fecero l’amore sulla rena e si unirono per sempre, così semplicemente. Assaporarono le dolcezze amorose, provarono la passione smaniosa, appagarono la fibrillante eccitazione irrequieta, acquietarono finalmente lo struggimento voglioso che li aveva avvinti. Si vollero bene. Nuotarono insieme in quelle cristalline acque calorose. Nuotarono insieme fino a quell’isolotto che si trovava di fronte all’isola. Salirono fin sulla cima, e da lassù gioirono del tramonto, furono felici per tutta la notte fino all’alba seguente, godette l’uno del corpo dell’altra. Da lassù, videro la luminosa palla caldissima salire dall’orizzonte su per il cielo ad infuocare la terra e il mare, e ad incendiare i loro animi che già ardevano d’amore. Si sposarono, infine. Fu un giorno di grande festa per i genitori di Alcione, fu un giorno di gioia per tutti gli abitanti dell’isola. Si banchettò, si ballò, si svuotarono i calici pieni di dolce e robusto nettare malvasico. Dioniso così contribuì favorevolmente alla riuscita della festa nuziale. Cèice pose sulla testa di Alcione profumate corone di rose e di viole, le contornò il collo con variopinte ghirlande di fiori, giacque accanto a lei. Alcione prese la morbida tunica rossa che aveva tessuto con le sue mani sin da quando era bambina e la fece indossare a Cèice, prese la lunghissima collana di coralli rossi e gliela pose attorno al collo, giacque accanto a lui. Vissero dei giorni felici come non mai. Venne, purtroppo, il giorno che Cèice dovette intraprendere la navigazione, per completare quel viaggio che aveva interrotto nel vedere la figura sublime di quella candida fanciulla adagiata sul nero scoglio di ossidiana, accarezzato dai flutti marini, e della quale egli si era tanto innamorato. Alcione non voleva che Cèice partisse, era disperata, aveva fatto un brutto sogno premonitore e, poi, osservando l’aria e il movimento degli alberi e i marosi e la brezza, aveva la certezza che il mare sarebbe stato investito da un forte uragano pernicioso.

    - Cèice, ritarda la partenza, vai via tra qualche giorno quando il mare tornerà sereno, - disse pietosamente la moglie.

    - E’ tempo di andare ormai, sono rimasto fermo per tanto tempo. Devo completare il viaggio che ho interrotto venendo qui, amore mio. Non preoccuparti perché ho navigato tra i marosi più furiosi e ho affrontato onde altissime raggiungendo sempre la meta, - la rassicurò il marito.

    - Cèice, portami con te, - disse con le lacrime agli occhi la leggiadra Alcione.

    - La ciurma è tutta di uomini e nella stiva non c’è posto per una donna. Ritornerò presto e resterò con te per sempre, amore mio, te lo prometto - la rassicurò Cèice.

    - Mi accontento di un piccolo giaciglio anche sul ponte della nave dove non darò fastidio a nessuno, - lo supplicò ancora la moglie disperata per il funesto presagio che il sogno le aveva anticipato.

    Cèice, con indosso la bella tunica rossa che Alcione gli aveva regalato nel giorno delle loro nozze, aveva deciso di partire e partì lasciando nell’amara e sconsolata disperazione la moglie. Passarono molti giorni ed ogni giorno Alcione stava sulla spiaggia e pregava. Supplicava gli dei aspettando il suo grande e unico amore e guardando insistentemente all’orizzonte fin dove il mare si tocca con il cielo. Ci fu in uno di quei giorni al largo una gran tempesta che portò a riva dei pezzi di legno frantumati. Sembravano quelli di una nave perché erano piatti e ricurvi. Alcione li raccolse, li scrutò attentamente. Non potevano essere quelli della nave di Cèice, - si consolò. Si rasserenò, ma dopo qualche giorno, in lontananza, vide qualcosa che galleggiava e che si avvicinava verso la spiaggia, dove si trovava lei. Man mano che si approssimava, quel corpo assomigliava sempre di più ad una tunica, precisamente ad una purpurea tunica. Andò camminando tra i flutti, e afferrò quel panno rosso, era la tunica che lei aveva tessuto con tanto amore e che aveva donato a Cèice, nel giorno delle nozze. Una strana sensazione ebbe in quel momento la candida Alcione. Fu presa da un improvviso rigurgito che provenendo dallo stomaco le percorreva tutta la gola lasciandola senza respiro. Ancora una volta, tuttavia, la speranza non l’aveva ancora abbandonata. Incominciò a pregare gli dei tutti, ogni giorno per tutto il giorno. Ogni giorno andava sulla riva e rimirava il mare in lontananza, fiduciosa di rivedere il suo Cèice. Ogni giorno nuotava verso l’isolotto, saliva sulla cima e rimirava il mare fin dove il mare si congiunge con il cielo. Non vedeva niente. Ma ci fu un giorno, uno dei tanti, l’ultimo dei tanti tristi giorni trascorsi nell’ansia, che si presentò funesto. Quel giorno Alcione trovò sulla spiaggia, esanime, il corpo di un uomo con il capo avvolto dalle alghe. Con le mani tremanti ed ancora speranzosa, tolse, uno ad uno, quei fili verdi che avvolgevano la testa dell’uomo. Per ogni filo d’alga che toglieva una parte della speranza che aveva riposto nell’animo suo nei giorni precedenti, andava via. Per ogni filo che toglieva il suo viso si bagnava di una lagrima. Finalmente scoprì tutto il capo di quel corpo esanime. Era il suo amato. Era il corpo di Cèice. Il sogno che aveva fatto prima che Cèice partisse si era avverato. La sua incoscienza divenne coscienza, e la consapevolezza la buttò in una tremenda disperazione accompagnata da un gemebondo pianto. Sollevò verso di sé il corpo di Cèice, lo abbracciò così come lo aveva abbracciato la prima volta, pianse, pianse tanto, pianse a dirotto, ma il pianto non si placava. Era disperata Alcione, non sapeva cosa fare, piangeva, gridava e gridando esclamava:

    - Ceice mio, amore mio, dolce unico amato della vita mia, ponesti sulla mia testa profumate corone di rose e di viole, avvolgesti il mio collo con variopinte ghirlande di fiori, giacesti con me, accanto a me su un morbido giaciglio di fresca paglia a placare il desiderio amoroso che Eros con i suoi dardi ci aveva trasmesso. Nessuna cosa poteva distrarci dal nostro grande amore. Ed ora tutto questo è finito … per sempre… per sempre.

     

    La gioia di vivere mi ha lasciato;

    mi avvince  il desiderio di morire

    e di vedere le rive rugiadose dell’Acheronte.

    (da Il desiderio di morire di Saffo)

     

    Nell’avvilimento più completo, Alcione nuotò, tirando il corpo del suo amato, verso l’isolotto dove lei andava spesso, dove era andata con Cèice prima di congiungersi con lui e dove aveva assaporato le dolcezze dell’amore, trainò con forza il suo amato, strisciando il corpo ignudo e inerme sulla nuda roccia, fin sopra la cima. Era esausta e madida Alcione, ma la disperazione l’aveva aiutata nel possedere tutta quella forza spropositata. Su quella rupe avevano trascorso momenti meravigliosi e indimenticabili, immensamente felici, lei e Cèice. Assieme avevano guardato i tramonti ed i marosi, accovacciati l’uno nell’altra. Abbracciati si erano amati su quell’altura, guardando i tramonti e le albe. Ed ora Alcione, sconsolata, da quell’alta rupe prese il volo verso il mare profondo, come un corpo inerme, priva di volontà, in caduta libera abbracciando il corpo inerme del marito, assieme al marito e per l’ultima volta.

    Una tuffata fortissima proveniente dal mare si udì nell’aria…. sprofondarono i due corpi nell’acqua cristallina… e, in quel momento, due candidi gabbiani, uno maschio e l’altra femmina, si alzarono in volo, volarono, su e giù, attorno all’isolotto, si appollaiarono, nidificarono...

     
  • 13 settembre 2011 alle ore 17:01
    EROS E PSICHE

    Come comincia:

     

    "Lasciar colei non posso per niente,

    e, se io potessi ancora, io non vorria;

    avertila convien per altra via."
    (M.M.Boiardo)

     

     

    Molti secoli or sono, si dice agli albori dell’umanità, c’era la figlia del sovrano di un minuscolo regno divenuta famosa per la sua straordinaria bellezza. Una fanciulla considerata rara opera d’arte della Natura, per intenderci. Si chiamava Psiche. Tanto era bella ed eccezionali erano la grazia e l’armonia delle sue forme che si era sparsa la voce che Afrodite, dea dell’amore, avesse assunto in lei le sembianze umane. Questa convinzione, tuttavia, si rivelerà errata. La notizia era circolata rapidamente in ogni luogo del regno a tal punto che aveva destato un’incontrollabile curiosità in tutti gli uomini che, da ogni parte, si recavano ad ammirare quello straordinario splendore misto a fulgida graziosità bizzarra, espressione di qualcosa di inspiegabilmente arcano.

    - Meraviglia delle meraviglie! Il suo corpo candido, quasi trasparente, etereo si mescola con l’aria e sembra dall’aria prendere forma –, enfatizzavano alcuni che erano rimasti ore e ore ad ammirarla.

    - La strabiliante bellezza di questa bellissima fanciulla lascia incantati, stregati, storditi, estasiati, attoniti, abulici! – Esclamavano altri all’unisono.

     Psiche aveva due sorelle che trovarono presto marito, mentre nessuno, invece, osava chiederla in sposa perché era convincimento diffuso che un comune mortale non potesse coniugarsi con una donna ritenuta divina. Neppure gli sforzi fatti dai genitori, affinché anche quest’altra figlia si maritasse, riuscirono nell’intento. Le furono presentati notabili ma anche uomini comuni. Niente da fare. Nessuno aveva il proposito di sfiorarla. Nessuno aveva l’audacia di congiungersi con Psiche. Che bizzarrie! Che contraddizioni! Che incoerenze! Gli uomini sono costantemente sedotti dalla bellezza fisica di una donna ma, quando ne vedono la perfezione, la loro mascolinità viene stranamente inibita.

    File lunghissime ed estenuanti di uomini procedevano lentamente nel grande salone della reggia, ogni giorno, per rimirare quell’incredibile prodigio della Natura. Conseguentemente tutta quella gente per far questo non solo aveva disertato i templi, i templi di tutti gli dei, compresi quelli di Afrodite, ma aveva abbandonato il lavoro, le case e le mogli le quali, non facendo sesso da molto tempo ormai, si sentivano abbandonate, depresse e sconfortate. Come drogati, tutti quegli uomini avevano allestito dei bivacchi attorno alla città per andare a contemplare, giorno dopo giorno, quell’impeccabile esemplare divino. La magnificenza di Psiche era tale che aveva creato una vera e propria rivoluzione in tutto il regno, suscitando nel popolo sentimenti inconsueti e strani, fino ad allora sconosciuti, che l’attrazione fisica da sola non poteva infondere. Ogni uomo si trovò di colpo in uno stato mentale che gli generava una condizione estatica nel momento in cui osservava Psiche, l’essere più bello mai nato in nessuna parte del mondo. Tutto questo, tuttavia, recava grande offesa agli dei, ad Afrodite, in particolare, venerata come dea dell’amore, la quale, notando che i templi dedicati a lei rimanevano deserti, non vedendosi venerata adorata idolatrata, incominciò dapprima a sentirsi trascurata oltraggiata vilipesa offesa, per adirarsi infine facendosi cogliere da tremenda invidia per quella fanciulla, la cui unica colpa era la sua eccezionale avvenenza. Afrodite riteneva che non era ammissibile che gli uomini adorassero una comune mortale, anche se bellissima e d’alto lignaggio, trascurando l’amore fisico e il piacere sessuale tanto cari a lei. Psiche aveva compromesso tutto ciò che la dea aveva promosso e realizzato nel corso del tempo tra gli uomini, e con ciò stava mettendo a rischio l’umana procreazione. Questo non era tollerabile per Afrodite, perché l’amore non poteva essere puro, ideale, incorporeo, elevato, non poteva essere soltanto amore espresso da qualcosa di impercettibile materialmente. Psiche per questo doveva essere punita inevitabilmente. Ma fu l’invidia o una sana e retta convinzione a indurre Afrodite a coinvolgere il figlio Eros? Questi era un fanciullo biondo, grazioso, bello, con gli occhi penetranti, che portava sempre con sé un arco e una faretra con due tipi di frecce, quelle dalla punta d’oro e quelle dalla punta di piombo. Le frecce con la punta dorata per trasmettere a chi era colpito il desiderio gioioso di amare, il godimento fisico del rapporto sessuale, il trasporto amoroso generato dai sensi. Le frecce con la punta plumbea per infondere, invece, l’incapacità d’amare, e per annullare l’impulso del desiderio amoroso. Eros assentì, come sempre, all’ordine della madre, ma nel suo agire gli si presentò un fatto strano, inconsueto, straordinario negli effetti, mai verificatosi prima di allora. Eros nel vedere per la prima volta Psiche se ne innamorò subito, suscitò senza farsi notare, in Psiche, un profondo desiderio amoroso, colpendola con una freccia dalla punta d’oro, e le trasferì, nel contempo, la voglia del godimento fisico. Eros le infiammò il cuore, la stremò, la soggiogò, le tolse la volontà di prendere qualunque decisione, s’impossessò di Psiche suscitandole atteggiamenti di delirio e di sfrenato impulso amoroso. Conquistò il suo corpo. E Psiche, a sua volta, inconsapevolmente trasferì in Eros attrazione spirituale associando, all’amore fisico e alla voglia amorosa, un inconsueto impulso passionale che il dio non aveva mai provato prima di allora. Eros, che fino ad allora aveva espresso soltanto amore fisico, da quel momento incominciò a godere dei deliziosi effluvi piacevoli dell’amore spirituale. Fu così che Eros e Psiche, Amore e Anima, costituirono una coppia divinamente perfetta. Eros che, fino ad allora, era stato un esecutore preciso e determinato degli ordini della madre, questa volta li eluse involontariamente. Di conseguenza, i due innamorati si trovarono, come per incanto, a dimorare beatamente in un palazzo immerso in un’oasi naturale, dove limpide acque di ruscelli e laghetti alimentavano un meraviglioso giardino incantato: alberi e cespugli colmi di fiori e di succosi frutti, dalle molteplici forme e dagli svariati colori, emanavano una mescolanza di profumi inebrianti le loro menti e solleticanti i loro cuori. Con impeto Eros aveva sconvolto e turbato Psiche che ormai era felice, soddisfatta e contenta per aver trovato finalmente il compagno della sua vita. Innamorati divennero amanti, ma sotto una condizione rigorosa e perentoria: Psiche quando giaceva accanto a Eros doveva rimanere bendata, e non doveva né vederlo né fargli domande di alcun genere. Non rispettando questa condizione il loro amore sarebbe svanito nel nulla. Per sempre. Per questo, stando sdraiati nello stesso talamo, si scambiavano amore vicendevolmente, ma Psiche rimaneva bendata. Eros, infatti, ogni sera, prima di mettersi a letto, stando nascosto, ricordava a Psiche di bendarsi. E Psiche eseguiva senza discutere. Furono le sorelle, invidiose prima per la bellezza e ora per cotanta fortuna, a stimolare in Psiche un’incontrollabile curiosità! Una notte, infatti, Psiche, colta da un innato desiderio di sapere, non ebbe la forza di rispettare il divieto inumano e irrazionale impostole da Eros. Era ingiusto e non aveva senso che, durante l’accoppiamento, lui poteva guardarla e lei non poteva vederlo. Fu spinta, dunque, dalla bramosia di ammirare il suo innamorato, e spiò Eros che giaceva dormiente dopo una lunga e dolce notte d’amore. Si tolse irrimediabilmente la benda, accese una lucerna ad olio per fare più luce, l’avvicinò al volto del suo amore e poi scoprendolo gli guardò tutto il corpo. Che sconcerto! Che sbalordimento! Che stupore! Che sussulto passionale! Che emozione profonda! Che eccitazione incantevole ebbe l’animo di Psiche! Che meravigliosa fu quella visione! Era bellissimo il volto di Eros, era dorata la sua chioma, era armonioso il suo corpo, era splendido e fulgido il suo candore. Le parve simile ad un dio. In quel momento, Psiche provò un’ebbrezza amorosa più intensa di prima e capì che l’avrebbe amato finché le fosse rimasto in corpo l’ultimo respiro, l’ultimo fiato, l’ultima molecola di ossigeno. A quella vista, alla fanciulla la passione le s’infiammò così fortemente che subito si sentì priva di forza, stremata, come se le si fossero sciolte le membra tal quale il sale in acqua. Non aveva provato mai qualcosa di simile e non aveva visto mai, in vita sua, un giovane più bello di Eros tra tutti quelli che il padre le aveva presentato e tra tutti quelli che avevano sfilato dinanzi a lei. Rimase estasiata, priva di volontà, avvinta, invasata, e traeva da quella visione nutrimento senza mai saziarsi di amore per Eros. Un sottile velo di sudore le coprì improvvisamente tutta l’epidermide che in quel momento divenne più fulgida. Subito dopo la fanciulla provò una sensazione di rilassamento, di benessere che le pervase tutto il corpo. Non aveva la forza di distogliere lo sguardo dal viso di Eros, dal suo corpo ignudo, da quel corpo luminoso che stranamente come il sole irradiava luce propria. Non appena rinsavì da quel meraviglioso smarrimento, Psiche si domandò perché Eros le aveva proibito di osservare cotanta bellezza. Distratta per un attimo da questo legittimo pensiero, un brivido inaspettato l’assalì, un impulso istintivo la colpì, la mano le tremò e la lucerna vacillò, mentre una piccola goccia d’olio caldo cadde sul corpo ignudo di Eros, che si svegliò di soprassalto, scosse la testa e si stropicciò gli occhi. Vide Psiche che, senza la benda, lo rimirava con stupito stupore. Che profondissimo dolore provò in quel momento, Eros. Dolore e rabbia assieme lo strinsero con forza, lo avvinsero inevitabilmente.

    - Ahimè! Psiche, amore mio, anima mia, cosa hai fatto? Perché non hai rispettato ciò che ti avevo ordinato? Perché mi hai guardato? - Esclamò Eros, dileguandosi improvvisamente nel buio della notte come polvere minuta al vento.

    Psiche pensò ad uno scherzo, o meglio ad un gioco. Con la lucerna cercò Eros nella stanza, e poi fuori. Lo cercò dappertutto, anche in giardino, tra gli alberi, sotto i cespugli, negli anfratti, ma invano. In un baleno, il suo amore, il suo sogno, il suo delirio, il letto, su cui avevano espresso i loro sentimenti più intimi, il palazzo, il giardino tutto, scomparvero immediatamente. Tutto si dissolse. Che desolazione amara provò. Ogni cosa evaporò subito come un velo d’acqua al sole rovente di agosto. Si trovò la fanciulla, sola, tremante, piangente, disperata, sventurata, abbandonata, trasognata, in un solo attimo. In un attimo soltanto! Tutto quel giardino paradisiaco si trasformò in deserto, improvvisamente. Il profondo piacere che aveva provato un momento prima si era trasformato subito dopo in una profonda angoscia. Provò quella sensazione che si prova al risveglio, di soprassalto, dopo un cattivo sogno. Non riusciva a comprendere Psiche ciò che era realmente successo. Invece - già la notte aveva fatto posto ad un nuovo giorno - si rese conto che non stava sognando. Si sentì, povera creatura, sola, abbandonata, afflitta, sconsolata, svuotata di ogni plausibile significato della vita, in quel momento. Tutto questo per aver dato ascolto alle cattivissime sorelle! Incominciò allora a cercare senza sosta alcuna e senza bussola. Errabonda attraversò montagne e valli, torrenti e fiumi, dirupi e anfratti, alla ricerca di Eros. Tutto fu vano. Era così disperata che incominciò piangendo ad invocare, addirittura, il dio Thanatos, per scrollarsi di dosso con la morte quel gran dolore, quella profonda afflizione che il distacco da Eros le aveva procurato. Voleva spegnersi per la disperazione, dissolversi come si era dissolto tutto ciò che di meraviglioso aveva provato prima. Quando un bel sogno finisce è come morire. Rimase delusa, poveretta, perché, pur pregando continuamente, nessun dio si prodigò per aiutarla. Tutti gli dei, compreso Zeus, non le dettero ascolto perché non volevano fare un torto alla crudele e spietata Afrodite. Solo la dea Demetra, colta dal sentimento di pietà, confidò a Psiche che Afrodite la invidiava e la odiava per la sua bellezza, e che ne desiderava la morte soprattutto dopo aver saputo del suo rapporto amoroso con il figlio Eros. La dea si limitò a riferirle solo questo e la pregò di non confidare a nessuno ciò di cui era venuta a conoscenza, per non irritare Afrodite, considerata la dea più potente dell’Olimpo. Ormai Psiche, avendo cercato inutilmente la soluzione al problema, pensò che sarebbe stato meglio recarsi da Afrodite e chiederle grazia. Salì sull’Olimpo, dove si presentò al cospetto della dea, la quale inveì contro di lei con inconsueta cattiveria, manifestando tutto l’odio che serbava in corpo. Comportamento incomprensibile per la dea dell’amore perché l’amore si contrappone sempre all’odio. Afrodite rimproverò Psiche sia perché aveva preteso di diventare sua nuora, sia perché possedeva cotanta bellezza, sia perché la considerava colpevole di aver tolto agli uomini il senso del rapporto amoroso, di aver distrutto il loro bisogno amoroso vanificandone il desiderio e di aver attenuato in loro il bisogno dell’amore fisico. Afrodite sosteneva che la bellezza di una donna doveva essere in grado di suscitare soltanto l’amore fisico, l’unico amore che gli uomini erano in grado di conoscere. Psiche, invece, aveva la colpa di trasferire nell’uomo un nuovo modo di concepire l’amore, l’amore che scaturiva dalla simbiosi dell’Amore con l’Anima. E Afrodite questo non poteva né condividerlo né sopportarlo. Nell’amore fisico, l’uomo poteva mostrare tutta la sua brutalità primordiale e il proprio istinto animalesco, dove non potevano trovare posto né i sentimenti né la spiritualità, perché era convinta che ciò avrebbe compromesso la procreazione e, quindi, la stessa esistenza dell’uomo sulla terra. La dea, tuttavia, concesse a Psiche ipocritamente un’occasione di salvezza: se voleva continuare a vivere doveva divenire sua schiava ed eseguire qualunque suo ordine. Psiche assentì e schiava fu. Afrodite allora le ordinò, per prima cosa, un lavoro impossibile da farsi in breve tempo; le comandò di separare i semi di frumento, avena, orzo, segale, lenticchie, contenuti nello stesso sacco e metterli in recipienti diversi. Doveva separare tutti quei grani prima che sopraggiungesse il vespro. Non era ammesso alcun minimo errore. Disperata Psiche, dopo aver iniziato quel compito, si rese conto che non avrebbe potuto farcela e, scoraggiata, incominciò a piangere. Nel frattempo, però, dal sacco sbucarono tantissime formiche che si divisero i compiti nella scelta e nel trasporto dei semi portando a compimento la separazione totale dei semi. Prima che facesse buio Psiche chiamò Afrodite la quale, meravigliata del lavoro portato a termine, s’infuriò per la rabbia. Ebbe il sospetto che il lavoro non fosse stato eseguito dalla fanciulla e andò a letto senza poter prendere sonno. Il giorno successivo, la dea ancora adirata e stanca per non aver dormito, ordinò a Psiche di riempire un sacco di fiocchi di lana dorata presso un gregge di pecore dal vello d’oro che pascolavano in un prato, difficile da raggiungere. Quel gregge oltretutto era del dio Apollo che aveva proibito a chiunque di avvicinarvisi, pena la morte. Psiche inconsapevole di ciò si incamminò verso quel prato e attraversò un folto canneto, le cui canne sfiorate dal vento vibrarono generando una voce salvifica che le consigliava di eseguire il lavoro al calar del sole, quando le pecore fossero rientrate all’ovile. Lei avrebbe potuto raccogliere facilmente tutti i fiocchi di lana che casualmente erano strappati dai folti rovi spinosi attraverso cui erano costretti a passare i preziosi ovini. In tal modo Psiche non avrebbe trasgredito il divieto del dio. Così fece. Afrodite si strabiliò nel vedere il sacco pieno di lana e, adirandosi ancor più di prima, diede alla fanciulla un altro compito, ancor più difficile, forse impossibile da eseguirsi. Le ordinò di recarsi nell’Averno e di riempire d’acqua del fiume Stige un’anfora di terracotta, facendo attenzione a non perderne neppure una goccia. Le consegnò la brocca e le indicò la strada. Psiche si avviò e scese, tramante e impaurita, in quel lugubre luogo dove sperava di restarvi, visto che per lei vivere ormai era diventato un continuo tormento. Andò da Caronte al quale chiese, piangendo, di traghettarla al di là del fiume Acheronte per raggiungere il fiume Stige. Il truce traghettatore, forse attratto da cotanta bellezza e dispiaciuto che una così deliziosa e innocente giovine fosse stata mandata negli inferi, si impietosì e l’accontentò. Arrivata al putrido fiume, Psiche riempì l’anfora, e si avviò sulla strada del ritorno avendo cura di non farne cadere neppure una goccia. Teneva, con le due mani, stretta al petto l’anfora piena della putrida acqua, i cui effluvi puzzolenti dopo un po’ di tempo la stordirono. Psiche stramazzò a terra, svenuta, esanime. La fragile anfora si ruppe e l’acqua in essa contenuta si cosparse in mille rivoli. Eros, rimasto invisibile fino a quel momento, aveva seguito Psiche, passo dopo passo, proteggendola in ogni sua azione sin da quando si era dileguato nel nulla. Lui aveva organizzato le formiche per la cernita dei semi, lui aveva fatto vibrare le canne per suggerirle come raccogliere la lana, lui aveva convinto Caronte di traghettarla oltre il fiume Acheronte. Nel buio dell’Averno, Eros si materializzò e portò fuori, alla luce, nel mondo dei vivi, la sua adorabile amata ancora priva di sensi. Poi, stringendola forte al petto, si sollevò in volo verso l’Olimpo, e la depose dolcemente dinnanzi al trono di Zeus, implorando il padre di tutti gli dei di avere pietà di quella meravigliosa ma sfortunata fanciulla, rea soltanto di essere bella, sulla quale si erano abbattute tante disgrazie paragonabili, come entità, alla sua bellezza che più che una qualità era stata considerata da sua madre Afrodite un difetto. Zeus, consapevole di tutto, fece rinsavire Psiche e la congiunse in matrimonio ad Eros in modo indissolubile e per l’eternità. Così, Eros e Psiche, Amore e Anima, non si separarono mai più, lottando eternamente contro Afrodite. Eros e Psiche vissero congiunti per sempre, immortali tra gli dei immortali, a testimoniare l’indissolubilità dell’Amore con l’Anima, a confermare che non può esserci Amore senza Anima, altrimenti non è vero Amore.

     
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