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in archivio dal 22 gen 2013

Francesco Mastinu

12 febbraio 1980, Cagliari - Italia
Segni particolari: Nessuno, o forse tutti :)
Mi descrivo così: Nato in Sardegna nel 1980, Ho pubblicato alcuni racconti di vario genere in alcune antologie collettive e riviste online. Dal 2011 collaboro con il “Writer’s Dream”. Esordisco nel 2012 con il romanzo Eclissi, edito da Lettere Animate Editore
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  • 14 luglio 2013 alle ore 10:21
    Via Crucis

    Come comincia: Assisi, città santa.
    Ho smesso di chiedergli perché ci sia voluto venire a ogni costo.
    La via lastricata si snoda davanti ai miei occhi, i turisti camminano lenti, come tanti pellegrini.
    Fa caldo. Il sole illumina le guglie dei palazzi accanto e le torri, i tetti. Lui è vicino a me, scruta la cartina. Mi fa un cenno, dobbiamo andare.
    Inizio a sentire silenzio. Come se intorno ci fosse il vuoto.
    Un rivolo di sudore mi cola dalle tempie, rallento. Un campanile solitario suona. Il rintocco lugubre tira le corde della mia coscienza.
    Chiudo gli occhi. E accade.
     
    Stazione 1
    Il cielo è nero. Sono solo, col cuore schizzato tra le tempie.
    – Ma che diamine – la frase mi si strozza in gola. Il disco solare sembra danzare: zig zag, poi avanti, e indietro.
    La luce è gelida. Il lastricato sotto i miei piedi è fatto di ghiaccio.
    Bisbigli. Non c’è nessuno, eppure un coro sommesso, in lontananza, inizia a cantare – Alleluja.
    Corro, disperato. Dov’è lui? Dove sono tutti?
    Non vedo vie di fuga, incespico terrorizzato.
    Qualcuno mi afferra le mani, le braccia tese fanno male.
    – Aiuto! – vorrei urlare, ma la voce riecheggia soltanto nella mia testa. Insieme ai mormorii della moltitudine invisibile.
    I bisbigli aumentano. La maglia mi viene sollevata, le spalle denudate.
    Solo, immobile. Tremo.
    – Non giacerai con un uomo come con una donna. E' un abominio.
    Mi percuotono forte la schiena, dolore forte, indescrivibile. E ancora, di nuovo.
    Qualcuno inizia a contare, la pelle si dilania, colpo su colpo.
    Continua a contare. Deve arrivare sino a trentatré.
     
    – Hai visto il monastero?
    Mi ridesto, sento la schiena in fiamme, lacrimo. Lui non se ne accorge, continuando a indicare la struttura a destra. Non mi chiede cosa mi sia successo, non saprei come spiegarglielo.
    Voci, bancarelle, idiomi diversi.
    Vorrei sapere dove sono stato. Lui avanza, io rallento. Lo sento ancora.
    È forse un tuono?
    Il buio sta per tornare.
     
    Stazione 7
    La fronte mi pizzica. Sulle spalle avverto un peso immane. Devo continuare a camminare, non posso fermarmi.
    La maglia che indossavo è lacerata, ho le ginocchia sbucciate, un vento freddo si oppone al mio percorso.
    La schiena è curva sotto questo peso. Trascino qualcosa che non distinguo.
    – Tutti quanti siamo contaminati dal peccato originale. E tutti quanti siamo sulla terra per pregare e soffrire. Il vero dramma non è l’omosessuale ma il dolore che vivono le famiglie dove emerge questo problema.
    Non vedo nessuna donna, eppure ne sento la voce. Continua a ripetere la frase, allontanandosi.
    Mi trascino, curvo, il ghiaccio scricchiola, tra i piedi nudi. Scivolo.
    Non posso cadere, non per la seconda volta. Ma il mio viso si scontra di nuovo col pavimento gelido.
     
    – Ehi, ma che ti succede?
    Mi trascina con forza, mi appoggio a lui per risollevarmi.
    – Nulla.
    Ho il viso sconvolto, zoppico.
    – Vuoi fermarti?
    Faccio cenno di no, siamo quasi giunti. Il colore bianco della basilica superiore mi colpisce la vista, quasi brillasse.
    Rami, piccoli cespugli potati di un verde confortante. Poi il cielo, che non ho mai visto così blu.
    – Andiamo – dico, col passo incerto. Di nuovo quel suono, mentre ci riprovo.
    Un rintocco, due rintocchi, tre.
    Dalla gola parte un singulto terrorizzato, devo proseguire.
     
    Stazione 10
    Quando ho avuto sete, la bocca è stata riempita d’acqua. Per una parte del tragitto, il peso è stato alleviato, prima di ricascare sulle spalle martoriate. Era tempo fa, forse.
    – Il signore è il mio pastore, non manco di nulla.
    Gli stracci mi vengono strappati dal torso. È doloroso.
    – Spalancate le porte del vostro cuore a Cristo!
    Mi cascano i pantaloni, li perdo nel cammino.
    – Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
    Rimango nudo come un verme. Non so chi parli, chi provochi questo dolore su di me. Uno sterrato pietroso subentra al ghiaccio, inerpicandosi lassù.
    Sono ai piedi del mio Golgota personale.
     
    La fila silenziosa prosegue nella penombra. Affreschi alle pareti, ci fermiamo a osservarli. Fa meno caldo, ho i piedi stanchi.
    Lui rimane in contemplazione, osserva assorto tutto quanto. Mi siedo, sfinito. I colori tenui sui muri conciliano la calma. Ancora non capisco cosa mi sia successo. Perché, chiudendo gli occhi, vedo ciò che vedo? Qui è pieno di gente. Ho il terrore di sapere.
    Non è ancora finita.
    – Ti va di scendere alla basilica inferiore?
    Annuisco, anche se vorrei andarmene, scappare da questo posto sacro. Guido mi posa la mano sulla spalla.
    – Lì c’è la tomba del tuo santo. Per questo sono voluto venire qui.
    Mi alzo. Le ginocchia tremano. Chissà se il mio protettore mi darà un cenno.
    Scendiamo per le scale, la luce mi colpisce in pieno viso, come uno schiaffo. Andiamo di sotto, ci rimettiamo in fila.
    Ci consegnano una candela, l’afferro titubante. Lo so che sta per succedere ancora, la vista vacilla, l’udito scompare a intermittenza.
    Sbando. Devo avere coraggio e farla finita. Lui è davanti a me, mi dà sicurezza.
    Sospiro, proseguendo chiudo gli occhi per ritrovarmi ancora…
     
    Stazione 11
    …qui. Disteso, a mezz’aria.
    Sono stremato. Quel coro canta nenie lugubri.
    Bisbigli, voci. Rimbombano nella mia mente.
    Sono in cima. Il braccio destro si allunga. È costretto a farlo.
    – Il sesso fuori dal matrimonio è peccato!
    Dolore, che mi squarcia le carni. Ululo aria senza voce.
    Uno spruzzo di sangue casca in terra. L’altro braccio, mi oppongo, non ce la faccio.
    – L’omosessualità è contro natura!
    Di nuovo. Svengo, ma non riesco a spegnere il cervello. Colpo su colpo i chiodi invisibili si conficcano nei polsi. Non ho più identità.
    Dov’è Guido? Perché mi ha lasciato qui, da solo?
    Mi afferrano i piedi, le mani invisibili li tirano giù. Piango, mi scuoto, mi dibatto. Non posso sfuggirgli.
    Il cielo è nero, il sole gelido appare e scompare, ruota, si prende gioco di me.
    – Per voi peccatori non si spalancheranno mai le porte dei cieli!
    Le ossa delle caviglie si frantumano, tutto si compie, il dolore è insostenibile. Mi sollevano, sangue che gocciola sotto.
    – Perché – penso – perché mi hai creato, Dio? Perché mi hai abbandonato, se non mi vuoi?
    Debole, stanco, morto. Non so se mi spetta la resurrezione, non uscirò mai da questo luogo. Gli occhi non reggono più, mi manca il respiro. Hanno smesso persino di parlare. Nel buio si apre uno spiraglio, una luce. Due ali che volano. Sorrido, intravedo un uccello bianco avvicinarsi.
    La mia fine è il mio inizio.
    Poi nulla.
     
    Il fruscio della carta mi risveglia.
    Inginocchiato dinanzi alla tomba di San Francesco, un foglietto mi svolazza davanti.
    Lo afferro. La luce della mia candela tremola.
    Lo apro. Leggo e capisco. Con un tuffo nel cuore trovo le risposte alle domande che non mai avuto il coraggio di porre. Guido è con me, sorride. Gli afferro la mano, tra un po’andremo via.
    Ho capito. Non mi devo vergognare, non devo avere più paura. Va bene così, è la nostra redenzione.
    Posiamo le candele accese, avviandoci. Le mie dita toccano ancora la carta sulla tasca. Chissà chi l’ha scritto. Il suo messaggio è arrivato a me.
    – Dio è amore.

     
  • 02 maggio 2013 alle ore 22:25
    Tre motivi

    Come comincia: “Ci sono solo tre motivi validi per vivere, figlio mio”.
    Me lo disse mio padre Gennaro una mattina. Stava lucidando il suo fucile, il giorno prima che Gino, detto o’ Somaro, fosse ammazzato. Perché era così che, secondo lui, doveva essere.
    “Te li ricordi?” Mi chiese.
    Iniziai: “Il Primo è l’Onore”.

    Sono arrivato in cima, ho fatto più in fretta di te. Ti guardo scavalcare le rocce sotto.
    Sento i tuoi scarponi, quelli leggeri. Fanno un lieve rumore. Mi guardi fiducioso, t’ho portato qui perché potessimo stare da soli, lontani da occhi indiscreti.
    Credi che il monte esista solo per noi.
    Ti amo, Totore.
    Ma tu, questo, lo sai già.

    Mio padre mi guardava intensamente “Cerca di non infrangerlo mai, se qualcuno prova a  infangarlo, la tua vendetta dovrà essere spietata”. Me lo sento ancora addosso quello sguardo.
    “Il secondo sono le Donne” proseguii.

    Sei arrivato da me.
    Cerco di nascondere la mia preoccupazione, penso a noi, alla prima volta che mi hai rimorchiato nei bagni pubblici della stazione. Avevo appena finito di ritirare il pizzo dal ferramenta all’angolo. Siamo stati subito insieme, lì.
    Non li volevi i miei soldi.
    Diventasti la mia ossessione, ti pagavo con l’anima, ogni volta che ci incontravamo. Ma siamo andati troppo oltre. Rischiamo di infangare il mio, il nostro onore.
    “Ti amo Vincenzo” dici, prima di baciarmi. Hai voglia di tenerezze stasera.
    Non vorrei doverlo fare.

    “Loro sono la nostra casa calda, con loro ci fai i figli. Cercatene una che sappia stare al posto suo Vincè, una che non fa le domande. Non deve diventare una di quelle che non s’accontentano mai”. Si fece scuro in volto “Ma soprattutto non t’azzardare a diventare uno di quei froci, un femminiello insomma. Ti ammazzerei con le mie stesse mani.”
    “Il terzo è la Famiglia”

    “Ma che hai?” Dici.
    Mi è scappata qualche lacrima.
    “Scusami” sussurro, infilando la mano nella tasca per tirarla fuori.
    Mi guardi quasi incredulo, mentre sparo due colpi.
    Cadi giù, senza vita.
    Penso ancora ai tre dannati motivi. Sono diventati come tre pugnalate.
    Le sento qui, mi fracassano il cuore, una per una, come i rumori del tuo corpo senza vita che rotola tra le rocce.
    “L’ho fatto per noi” dico ancora, mentre cerco di immaginare quale di quegli anfratti là sotto sarà la tua tomba.
    T’ho amato Totore, ma noi siamo senza un  futuro.

    “Non devi mai, figlio mio, offendere la tua famiglia. Amala. Proteggila. Vendicala.”. Ero ancora troppo piccolo quel giorno.
    Ma lo ricordo ancora, adesso.

    È così che si onora, così che si vendica. Prima che lo facciano loro, ci penso io.
    Dovevo farlo.
    Addio Totore, spero di avere il tuo perdono, quando ti rivedrò all’inferno che ci sta laggiù, per quelli come noi.
    La canna è ancora calda, la sento sulla mia tempia.
    Dietro al terzo sparo ci sarai tu.

     
  • 27 gennaio 2013 alle ore 12:28
    I Triangoli Rosa

    Come comincia: §  175 StGB. Ein Mann, der mit einem anderen Mann Unzucht treibt oder sich von ihm zur Unzucht mißbrauchen läßt, wird mit Gefängnis bestraft.
    Bei einem Beteiligten, der zur Zeit der Tat noch nicht einundzwanzig Jahre alt war, kann das Gericht in besonders leichten Fällen von Strafe absehen. 

    Traduzione: Codice civile penale tedesco, versione del 28 Giugno 1935. Paragrafo 175:  “Un uomo che commette con un altro uomo atti licenziosi e lascivi o si presta a subire tali atti è punito con la reclusione. Se una delle due persone coinvolte ha meno di  ventun'anni al momento del reato, il tribunale può, in casi eccezionali di minore gravità, astenersi dall'infliggere la pena.”

                                                                        I TRIANGOLI ROSA

    Lo scatto del registratore mi fece sussultare, mentre lei lo riponeva sul tavolo. “Quando se la sente incominci pure” sussurrò, pronta a prendere appunti. Fissai l’orologio sulla parete dinanzi a me, quasi avesse il potere di arrestarsi e ritornare indietro per riportarmi ai miei incubi di tanti anni fa.
    “Inverno 1940” iniziai “il mio arrivo al campo di concentramento di Sachsenhausen…”

    Frugando nei miei ricordi, non posso negarlo, ci sei tu.
    I tuoi occhi di cristallo, che ho notato sin da subito il giorno che fosti assegnato al nostro blocco, m’invadono i pensieri anche adesso. Eri giovane e sperduto, non so nemmeno quanto potessi essere conscio  del perché fossi finito tra noi. Il tuo segno sul petto, in quella divisa a righe già logora, diceva tutto di te e aveva ben poca importanza quanto fosse vero o meno, il tuo destino era già stato segnato, legato a doppio filo con le nostre disgrazie.
    I tuoi capelli erano stati rasati, ma eri bello ugualmente, tremo ancora adesso se ci ripenso. Con te nella mia mente inizio a parlare quest’oggi.

    “Cosa facevate durante la giornata? A che lavori, o attività, eravate assegnati?”
    Lei si sporse dalla poltrona, quasi avesse voluto venirmi incontro. Il suo registratore continuava a girare.
    “Non avevamo molte scelte” ripresi “eravamo destinati ai lavori forzati , oppure a sottoporci alle cure e agli esperimenti che i medici del Reich propinavano ad alcuni di noi per farci guarire dall’omosessualità. Non seppi mai con quali criteri venivamo scelti, ma immagino che nessuno guarì con i loro tentativi”.
    Sorrisi.

    Imparasti fin da subito qual era la nostra routine: il risveglio, se mai Dio avesse voluto regalarci il sonno; l’appello e la colazione, se ve ne fosse stato il tempo. Poi il lavoro, estenuante tra lo scherno e il disprezzo dei nostri carcerieri. Dopo la prima settimana ci misero assieme. A mani nude  spostavamo la neve da un ciglio all’altro della strada. Ricordo che più di una volta rischiai di inciampare per essermi soffermato troppo tra le tue iridi. Cadere sarebbe stato un grave errore, loro non aspettavano altro.
    “Io mi chiamo Hans” sussurrasti, tanto da poter essere sentito da me solo.
    “Jorge” replicai con un soffio.
    “Tutto questo finirà quando ci avranno uccisi?” mi chiedesti al successivo trasporto. Mi morsi la lingua, la tua domanda cadde nel vuoto. I miei occhi si incastrarono nei tuoi.
    Ciò valse più di ogni risposta.

    “E la notte? Cosa facevate durante le notti?”
    Sospirai. “Eravamo obbligati a stare in due o in tre per cuccetta, le mani bene in vista, per non toccarci. La luce era sempre accesa e ogni notte facevano le ronde per controllare. Non era permesso nemmeno parlarci, potevamo solo pregare in silenzio che il sonno scendesse su di noi”.

    Erano trascorsi mesi, o forse anni quando assistemmo all’esecuzione dei nostri vicini.
    Fummo messi in riga mentre quei due, di fronte a noi, vennero spogliati in mezzo alla neve. Era Gennaio, credo. Sapevamo che avremmo saltato la colazione quel giorno.
    Fummo obbligati a guardare, ad ascoltare quelle urla atroci. Sperai con tutto il cuore che le guardie non notassero le mie o le tue lacrime.
    Avremmo rischiato di essere puniti anche noi.
    Erano stati scoperti a toccarsi la notte precedente, le avvisaglie di questo loro amore noi le avevamo notate da tempo e ne avevamo paura.
    Sapevamo che sarebbe accaduto.
    Li violentarono con le spranghe prima di sparare e dopo li lasciarono lì, sanguinanti e mezzo sventrati, sulla neve che divenne rossa tutt’intorno. Le guardie ridevano ammonendoci tutti.
    “I prossimi potreste essere voi” dicevano. Quella notte notai che tremavi. Eravamo finiti nella stessa cuccetta da un mese, il ricambio tra nuovi ingressi e decessi di altri era costante. La tua figura si era fatta già ben più esile rispetto al tuo arrivo nel nostro inferno.
    Era appena passata la ronda, i tuoi occhi grandi mi fissavano irrequieti, temevo che ancora nelle tue orecchie rimbombassero le urla di dolore dei nostri compagni.
    Avrei voluto poterti abbracciare pur di confortarti da quell’orrore, ci sarebbe voluto poco, le nostre mani erano distanti di qualche centimetro soltanto.
    Poi accadde. D’improvviso il tuo viso si arenò al mio, e per un lungo minuto ci baciammo. Non so se fosse per paura o per chissà quale altra forza che voleva esorcizzare l’orrore che era diventata la nostra vita.
    Nessuno se ne accorse, dopo pochissimo i tuoi occhi si riposizionarono al loro posto.
    Non me lo scorderò mai quel gesto. Ti fece smettere di tremare.

    “Avevate rapporti, di qualunque genere, con gli altri reclusi del campo? Collaboravate? Vi incontravate?”
    “Eravamo considerati da tutti il gradino più basso, anche dagli altri prigionieri. D’altronde noi, i triangoli rosa, eravamo quelli contro natura che, per il solo fatto di esistere, commettevamo un delitto agli occhi di chiunque. Non si doveva avere contatti con noi, per evitare qualsiasi contagio della nostra omosessualità, o qualsiasi ritorsione. Tutti, dagli ebrei agli zingari,  ai testimoni di Geova, non dovevano fare grandi sforzi per disprezzarci”. Mi fermai un secondo prima di proseguire “il triangolo rosa era il nostro marchio dalla doppia sventura”.

    Altro tempo trascorse, mentre il nostro amore, a disprezzo della fame e del dolore quotidiano, cresceva. Ci furono diverse esecuzioni e altri nuovi sventurati ci raggiunsero. Io ti amavo, nonostante ormai di noi fosse rimasto solo il fantasma di quel che eravamo un tempo, nella vita passata che non c’era più.
    Ci avevano trasferiti a lavorare alle fosse comuni, dovevamo trasportare i corpi sino ai forni.
    La tua tosse peggiorava di giorno in giorno e io pregavo che nessuno si accorgesse del tuo malessere e lo riferisse a loro. Si diceva che chi si ammalava venisse portato via col treno, lo stesso che fischiava vicino al nostro blocco, e che, una volta guarito, lo riportassero al campo. Avevo addirittura sentito che qualcuno dei nostri ci aveva provato a simulare qualche malattia pur di essere portato via.
    Io non vidi mai nessuno tornare indietro.
    Mi ricordo bene quando avesti la tua crisi. Stavamo trasportando l’ennesimo corpo sconosciuto, in parte putrescente. Tu ti fermasti senza motivo, guardandomi e basta, io cercavo di strattonare il peso per farti riprendere prima che qualcuna delle guardie ci punisse per la pausa non concessa.
    Il tuo viso era scavato e scarno.
    “Ti amo Jorge” dicesti mentre mi fissavi senza smuoverti.
    Rimasi impietrito.
    Tutto il dopo avvenne molto in fretta.
    Fosti scosso da una tosse molesta che sparse un po’ di sangue dinanzi a i tuoi piedi senza placarsi. Ti vidi cadere in ginocchio, cercai di sorreggerti, piangevo.
    Arrivarono subito, strappandoti dalle mie braccia, con forza cercai di aggrapparmi alla tua casacca logora.
    Mi rimase in mano un pezzo del tuo triangolo rosa.
    Fui allontanato in malo modo mentre ti portavano via. Non lavorai mai più al reparto cadaveri da quel giorno.

    “C’è mai più tornato a Sachsenhausen?”
    Erano passate due ore dall’inizio dell’intervista e sapevo che ormai ci stavamo approssimando alla conclusione. Involontariamente una lacrima mi scese tra le gote, mentre la mano mi si posizionò all’altezza del mio vecchio cuore malandato.
    “No” risposi “non ne ho mai avuto il coraggio”.

    Ricordo bene che lo feci qualche anno fa, quando ancora le mie gambe funzionavano nonostante tutto. Rividi quei binari maledetti, là, dove i miei occhi o soltanto il mio animo attendevano il fischio di quel treno che ti avrebbe riportato indietro, ma non lo fece mai.
    Osservai tutto quanto, durante la visita guidata, riconoscendo che nei miei ricordi non era presente la dimensione immane di cosa fosse stata quella tragedia. Sachsenhausen era vuoto, eppure io, nella nebbia dei miei ricordi, non avevo mai pensato alla sua grandezza.
    Vidi anche la nostra baracca, ma non ebbi il coraggio di entrarvi per vedere cosa potesse esserci rimasto dentro, di me, di noi. La guida spiegò ogni cosa, ma non disse una parola sui triangoli rosa. “Ancora oggi” pensai “siamo destinati a morire nell’oblio”. Mentre il resto della comitiva, stranamente silenziosa, si recava allo stand dell’ingresso per un po’ di relax, mi avviai a compiere quello per cui ero venuto.
    Conoscevo la strada, anche dopo quegli anni in cui con tutte le forze avevo cercato di cancellarla. Mi fermai vicino ai binari, poco distante c’era la fermata, dove ogni cosa, per entrambi, aveva avuto inizio. Tirai fuori il mio logoro pezzo di stoffa, ormai sbiadito, che avevo conservato come una reliquia per tantissimo tempo. Era il mio triangolo, quello che avevo cucito sul petto della mia divisa. Lo adagiai lì, vicino alle rotaie, ponendoci sopra un sasso.
    Era così che doveva essere fatto.
    Esso indica un pezzo del mio cuore, un pezzo della mia vita forse. Rappresenta quell’uomo col pigiama a righe, consunto e sporco, il cui spirito, il mio, attendeva giorno dopo giorno, anno dopo anno, che tu in qualche modo ritornassi scendendo dal vagone della morte.
    Ricordo che piansi soltanto più tardi, ma provai anche sollievo, perché finalmente dentro di me parte di quell’incubo era stato esorcizzato.

    L’intervistatrice si avviò, ringraziandomi tanto per la gentilezza. Il registratore scomparve nella sua borsetta. Dopo che fu andata via, la mia mano tornò vicino al cuore, estrassi dal taschino lo scampolo rosa sbiadito che apparteneva alla sua divisa. Me lo misi sul naso, come facevo di tanto in tanto, cercando di non piangere più. Se chiudevo gli occhi riuscivo ancora a sentire qualche brandello del suo odore, lo stesso che non ho mai ritrovato dopo, perché la vita con le sue tragedie mi aveva impedito di riassaporarlo dopo l’unico bacio che io e Hans ci eravamo scambiati.
    Nel mio animo sentivo dentro l’unico rimpianto che mi restava e che mi assillò per tutto il tempo successivo.
    “Ti amo Hans” sussurrai.
    Glielo avrei voluto dire prima che lui morisse.
    Glielo avrei voluto dire quel giorno che mi fu strappato dalle braccia.

     
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  • "Mentre l'Inghilterra dorme" è un libro controverso, a causa della denuncia di plagio da parte di Stephen Spender all'autore perché gran parte del racconto ricorderebbe Il tempio, e di conseguenza lo stesso libro è stato pubblicato, poi levato dalle librerie americane e successivamente rivenduto, dopo (pare) una rivisitazione dell'autore.

    La Guerra Civile spagnola e le sue ripercussioni in Inghilterra, fanno da cornice alla storia amorosa tra Brian  ed Edward. Due caste sociali a confronto che si ritrovano ad amarsi e a vivere il loro legame tra i contrasti e le incoerenze dell'epoca. Una storia che non funziona, per via di Brian, che prima tradisce Edward, lo abbandona, poi lo riprende e lo tradisce di nuovo, fino anche non si accorge dei suoi reali sentimenti per lui solo quando Edward lo lascerà per rincorrere i suoi ideali di pace partecipando come volontario alla guerra. A quel punto partirà anche Brian, alla ricerca del suo amore, ma anche di se stesso.
    L'epilogo sarà triste, inutile negarlo.

    Leavitt supera se stesso nel raccontare la storia, facendola apprezzare al lettore. In questo libro vive il potenziale dei suoi romanzi che appaiono gradevoli e disarmanti (Basti pensare a La lingua perduta delle gru, Il Voltapagine ed Eguali amori), ma in questo soprattutto si ritrova anche una ricostruzione coerente dell'epoca storica in cui è ambientato. La narrazione si sviluppa in prima persona, una sorta di diario accorato che però consente al lettore di entrare dentro la storia senza alcuna difficoltà.
    A prescindere dalle polemiche sul plagio o meno, David Leavitt ha regalato alla letteratura una piccola perla lucente, da gustare, e rigustare nei momenti di contatto con se stessi, soprattutto per il modo peculiare di adattare tematiche drammaticamente attuali con i dilemmi di un secolo controverso.

    [... continua]

  • The Front Runner (La Corsa di Billy) esce in America e nel mondo negli anni 70, ed è un successo.
    In Italia è stata pubblicato per la prima volta nel 2007, a ben 37 anni di distanza. Ma nonostante questo la storia si fa ancora assaporare pagina dopo pagina. Narrato in prima persona, dal punto di vista di uno dei protagonisti, Harlan Brown, il libro ci racconta come nella vita di quest'ultimo (allenatore di atletica, quarantenne e omosessuale), arrivano tre giovani promesse dell’atletica giovanile allontanati dalla loro scuola a causa di uno scandalo erotico in cui sono stati coinvolti. Tra loro Billy Sive, ragazzo controverso, con cui l’allenatore costruirà una dolcissima storia d’amore, ricca di colpi di scena.
    Nella trama abbondano i riferimenti sessuali, ma sono delicati. Lo stesso Harlan non descrive la loro prima volta, se non prima e dopo averlo fatto, ma nelle sue parole non vi è volgarità, la scena scivola leggera appassionando il lettore.
    Uno stile ricco di sfumature ma nel contempo chiaro e mai noioso, per quanto la vera risorsa del romanzo risieda nell’emozione. Attraverso la visione di Harlan, inserita nel contesto della rivoluzione per i diritti degli omosessuali in America, ci si lascia guidare dalle sensazioni e dalla passione narrativa che pervade l’intero percorso di lettura, acquisendone un quadro composito di dichiarazioni di libertà (e rispetto) lotta di emancipazione ma soprattutto di intensità amorosa. I temi affrontati, cari anche alla narrativa queer, sono molteplici: l’amore difficile, intenso e passionale, che si barcamena tra coming out di alcuni personaggi  e la lotta civile per i diritti (in quegli anni, successivi ai moti dello Stonewall che vengono rappresentati nella storia) fino al senso di rivalsa personale, che affrancherà Billy e Harlan come uomini in primis, e come atleti poi, al pari di tutti gli altri.
    Definita in copertina come “la più letta al mondo”, La corsa di Billy è una storia triste, ma che lascia adito a un proseguo positivo (che realmente esiste trattandosi di una trilogia: vengono dopo Harlan’s Race e Billy Boy’s: il secondo uscito nel 2010 in Italia col titolo la Sfida di Harlan, il terzo inedito in Italia), e per questo consiglio a tutti di leggerla.
    E non in ultimo, si segnala che la storia, per quanto ancora oggi si sostenga che le tematiche queer siano appannaggio sia di lettori gay che di scrittori strettamente omosessuali per ciò che concerne la produzione, non solo è accessibile da chiunque, ma è stata scritta da una donna. 

    [... continua]