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Autore

Francesco Paolo Gambino

in archivio dal 22 gen 2008

27 agosto 1983, Palermo

06 ottobre 2008

L'accompagnatrice

Intro: Una angoscia che entra nelle membra e che blocca anche gli arti. Paura e infelicità fanno parte della vita di Sabrina, schiava e concubina di un generale fascista. Questi sentimenti negativi la distruggeranno psicologicamente e fisicamente.

Il racconto

C’è ancora un sole giovane e lucente, balza da dentro la finestra sulle sue guance addormentate, e Sabrina con una provvida occhiata allo specchio, d’improvviso si ridesta.
Il tempo di un caffè e scende giù per le scale, la camicetta di cotone sgualcita, un profumo vagamente esotico, le ciglia che si stagliano nere e prospere.
Il bus trecentocinque giunge puntuale, come al più atteso degli incontri; osservare quella calca di sconosciuti trattenere finanche il respiro, sebbene siano l’uno così vicino all’altro, non fa che rendere più irreversibile la condizione del suo smarrimento. Sabrina si presenta del tutto incerta al cenno dell’autista, latore della fretta generale; le gambe salirebbero anche, ma la mente è restia a dare l’impulso.
Il volto più ombroso del conducente diventa una seria minaccia al suo tentennamento. Eccola che sale; una manciata di secondi e s’inoltra a occupare quell’unico posto rimasto vuoto sull’estrema sinistra, che lei sente come averla aspettata.
Il mezzo,pur nella scorribanda dell’ora di punta, prosegue lesto verso il capolinea.
Sabrina vorrebbe andare sparata dal conducente, per dirgli; “ Stronzo sono salita, ma adesso guida piano, che non ho fretta”.
Via dei Carrettieri, Corso Maruzza, l’incrocio con Largo Biscenti, e il semaforo che diventa rosso:
“Diglielo più gentilmente: senta, le spiace aprire il portellone? Su, stronzo, cosa ci vuole!”
Invece rimane immobile fino a quando non scende alla sua fermata.
La palazzina di via Alfieri con i pezzi d’intonaco cadenti, è ritta al proprio posto. Sabrina ricorda di averla sognata la scorsa notte, che crollava inesorabilmente, dopo che qualcuno aveva misteriosamente appiccato il fuoco all’appartamento del terzo piano.

L’ex generale ha cinto il braccio villoso intorno a quello morbido di Sabrina. Procedono a passo lento per via Alfieri, scambiandosi di tanto in tanto uno sguardo occasionale.
“Dove vuole che la porti oggi, generale?”
“Mi sembrava di averti detto di chiamarmi Arturo”.
“ Sì, certo”.
“E dunque?”
“ Arturo…dove vuoi andare oggi?”
“In via Oberdan, c’è il mercato dell’usato storico. Cerco una radio Balilla, di quelle che si usavano ai tempi del duce. Tu hai studiato il fascismo da quel libro che ti ho dato, vero cara?
“Si, lo sto leggendo generale, volevo dire…”.
“ Passiamo prima da Calogero, però”.
“…ok, Arturo”.
Fino a qualche settimana fa, Sabrina si adoperava a rispondere con la più spontanea vivacità alle domande del generale relative allo stato di salute dei genitori, al suo progresso negli studi, ai suoi incontri serali in parrocchia, raccontandogli ogni cosa sino ai minimi dettagli.
Adesso usa per ogni domanda la stessa formula affermativa, a un tempo vaga e stringata:
“Va tutto bene”.
Saliti sopra il centoottantaquattro, Sabrina si accorge di avere gli arti più freddi e irrigiditi, e di non riuscire a compiere un semplice gesto, come quello di aprire la tracolla ,senza prima controllare dove siano diretti gli occhi smussi e indagatori del generale Rizzi.
Calogero è l’inquilino meridionale dell’angusto locale di proprietà del generale, in cui Rizzi entra ed esce a suo piacimento, senza che la cosa comporti discussioni con Calogero, avendo ben rilevato la pochezza di carattere del manovale siciliano, innanzi a ogni suo ferreo volere.
“Entra cara, Calogero a quest’ora non è in casa”.
Sabrina s’introduce lenta come un’ombra, mentre Rizzi avanza sul divano-letto, si toglie la giacca visibilmente larga per quel corpo esile e scricchiolante, e si distende per lungo, le braccia dietro la nuca.
“I soldi della settimana stanno sul primo cassetto della credenza, dentro l’astuccio della pipa. Troverai anche gli extra, naturalmente”.
Sabrina li rinviene con l’inerzia abituale delle cose che non stupiscono più, cercando allo stesso modo di rallentare il respiro fattosi più convulso, obbligandosi ad assumere una visuale meno cosciente possibile.
“Vieni qua, che fai lì all’impiedi?”
“Vado un secondo in bagno, generale.”

Si lancia ad aprire la finestrella del bagno, per cercare il caloroso contatto di qualche raggio, ma il sole è scomparso dietro una spessa coltre di fumi e nebbia.
Si avvicina allora alla specchiera brandendo una spazzola, e prova a ordinarsi la folta capigliatura riccia.
“Cazzo, perdo già i capelli!”, e ne afferra una piccola matassa nera, rimasta tra i denti della spazzola.
Dalla borsa recupera lo smalto fucsia, e comincia a passarselo sulle unghia, che le cadono una dopo l’altra.
“Non è possibile”.
Rizzi intanto la invoca a gran voce, ora dandole del lei, ora chiamandola per nome, poi abbozzando un “tesoro” , con tono via via più acceso e confidenziale.
Sabrina si sfiora le guance con le dita ed emette un suono stridulo e dannato, poiché le pare di avere toccato una pelle non già liscia e turgida, ma floscia e squamosa, la stessa pelle che odia.

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