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Autore

Francesco Rossi

in archivio dal 27 giu 2012

16 marzo 1987, Milano

27 giugno 2012 alle ore 16:35

Soffocando Prima parte

Il racconto

Il ronzio violento del citofono li risvegliò dal torpore post coito.
Lei saltò su, come punta da uno spillone. Ben, ancora intorpidito, socchiuse appena gli occhi. Quello che vide in quelli di lei lo svegliò del tutto: vide terrore puro, come mai ne aveva visto.
- Oddio è già qui – squittì Erika con una voce così stridula da essere quasi un cigolio. Un istante dopo era già in piedi, mentre cercava di vestirsi.
- Forse potremmo provare a parlargli, alla fine è da un po’ che… –
Erika smise di dibattersi cercando di infilarsi i pantaloni  - in preda al panico non si era accorta che erano ancora allacciati – e lo fissò con uno sguardo allucinato: - Ma sei impazzito – quasi gridò – ma hai idea di cosa potrebbe fare? Devi andartene subito.
Ben scese dal letto ed iniziò anche lui a recuperare i propri vestiti. Erika intanto si lanciò al citofono, infilandosi la maglietta sulla soglia.
- Chi è? –
- Finalmente, chi vuoi che sia? – voce resa ancor più ruvida dalla distorsione del citofono.
Lei aprì.
Ben notò, mentre si allacciava le scarpe, che le mani gli tremavano. Cercò di convincersi che non era per niente spaventato, che la voce sentita, che saliva roca da piano terra, non lo aveva turbato.
Cazzo, sarebbe dovuto tornare solo domani. Cazzo, cazzo.
Finì di vestirsi ed uscì dalla stanza. Erika era nello stretto corridoio, vicino alla porta d’ingresso. Si girò di scatto: - Gesù, quanto ci hai messo. Ora non c’è più tempo –
Lui rimase interdetto: - Cosa vuoi dire? –
- Che lui sta salendo – quasi gridò lei in preda ad una mezza crisi isterica – non posso rischiare che ti veda uscire da qui. Devi nasconderti -
Ben rimase interdetto: - Guarda che posso ancora scendere le scale –
- NO, l’ascensore è rotto,anche lui starà salendo le scale. DEVI NASCONDERTI –
Si avventò verso di lui ed iniziò a spingerlo di nuovo verso l’interno della casa, lontano dall’ingresso, da cui stava per entrare lui, ovvero il marito di Erika.
Ben ed Erika si erano conosciuti circa sei mesi prima. O meglio, abitando nello stesso palazzo di vista si conoscevano da sempre, ma solo sei mesi prima si erano parlati più del solito buongiorno e buonasera. Fino ad allora, infatti, lui era semplicemente stato l’inquilino del terzo piano, lei quella del quinto.
La loro storia, se così può chiamarsi, era iniziata quasi per caso, da un problema alla lavatrice che Ben si era offerto di ripararle visto che il marito di lei, camionista – autotrasportatore preferiva farsi chiamare lui – era fuori città, e lo sarebbe stato ancora per un po’.
Avevano iniziato a vedersi regolarmente, aiutati dalle frequenti assenze di Tony, il marito appunto. Ma benché la sintonia e la confidenza tra loro fosse in costante aumento ad ogni incontro, c’era una cosa che Ben non era riuscito a scalfire: il folle terrore che lei aveva nei confronti di Tony.
Fin dall’inizio, quando Ben era entrato in casa sua per aiutarla con la lavatrice, aveva percepito questa cosa: di tutto poteva parlarsi, fuorché di Tony. Ben aveva accennato poche volte all’argomento, all’inizio per caso, poi incuriosito dalla sua reazione, ma vi aveva rinunciato: l’argomento Tony era tabù. L’unica cosa certa che poteva dire era che Erika era letteralmente terrorizzata da lui. Non avendone quasi mai parlato non poteva comprendere le cause di questo terrore, anche se i lividi che aveva trovato spesso su di lei gli davano una buona ragione di quella paura.  Aveva anche provato a chiederle di quei segni ma lei, com’era prevedibile, aveva biascicato scuse improbabili per poi cambiare imbarazzata argomento.
Ben era addirittura sorpreso che fosse riuscita a mettere da parte il terrore che le incuteva il marito ed a lasciarsi trascinare in quella che diventava sempre più una relazione stabile.
A Ben Erika piaceva ogni giorno di più. Aveva iniziato senza alcuna pretesa, senza alcuna aspettativa, ma ogni giorno che passava si rendeva conto di desiderarla sempre di più, di volerla solo per sé.
E questo implicava il dover affrontare il terribile Tony. Ben non lo aveva mai visto, se non in qualche foto in casa. Era un uomo massiccio, con una pancia prominente ma che si intuiva solida - muscoli inguainati nel grasso - si era ritrovato a pensare e che non sembrava avere problemi a  menare le mani.
Ma il panico che stava vedendo negli occhi di Erika mentre lo spingeva nel corridoio cancellò ogni sua velleità di affrontare il misterioso marito.
- Devi nasconderti, devi nasconderti – continuava a ripetere Erika.
- Sì, ma dove? –  provò a farla ragionare lui.
- Non lo so, non lo so – squittì lei sull’orlo delle lacrime.
Ben pur assecondandola cercò di prendere in mano la situazione: - Nell’armadio? Nel ripostiglio? –
- No, no, potrebbe aprirli. Sotto il letto non ci stai…Gesù, quello ci ammazza -
Erano tornati quasi in fondo al corridoio: di fronte a loro la porta della camera da letto, alla loro sinistra quella della cucina. A Ben sembrava quasi di sentire Tony ansimare sulle ultime rampe di scale.
Poi ebbe un’idea: - Mi infilo nello scivolo dell’immondizia  -
Lei lo fissò interdetto: - Ma ci passi? –
- Proviamo –
Ben entrò in cucina. Il sistema di scivoli per l’immondizia, che era stato costruito di recente, permetteva a tutti i condomini di buttare i sacchi in un’apertura nel muro in cucina, che attraverso un tubo li portava nelle cantine dove c’erano i cassonetti.
Ben aveva supervisionato incuriosito i lavori fatti, e più volte si era chiesto se una persona ci sarebbe potuta passare. Era uno speleologo dilettante, tante volte si era infilato in grotte e caverne anguste, sfidando la claustrofobia. Ora era giunto il momento di vedere come se la sarebbe cavata in un contesto urbano.
Lo sportello dello scivolo si apriva accanto alla porta del balcone, un quadrato di circa quaranta centimetri di lato.
Erika lo aprì: - Muoviti – gli disse, secca.
Ben rimase allibito: a parte l’iniziale stupore, che in realtà era solo chiedersi se ci sarebbe passato o meno, non si era nemmeno posta il problema se fosse sicuro o meno, se corresse il rischio di rimanere incastrato o peggio. In quel momento voleva solo liberarsi di lui, che percepiva come un peso ed un pericolo per la propria esistenza.
Ben sospirò. Finito tutto ciò avrebbe affrontato seriamente l’argomento Tony con tutti gli annessi e connessi.
- Muoviti per Dio – berciò lei, con lo sguardo che saettava dallo sportello che teneva aperto alla porta della cucina.
Ben si avvicinò. Il buco era oscuro ed emanava un odore di immondizia, ma meno intenso di quando si sarebbe aspettato.
Infilò prima una gamba, poi l’altra. Con cautela si lasciò scivolare. Il bacino passò attraverso l’apertura e lui si girò a pancia in giù. Ora sporgeva con il busto dall’apertura, come un grottesco pupazzo a molla uscito dalla scatola.
- Muoviti, muoviti – sembrava quasi che si stesse trattenendo dallo spingergli giù la testa con entrambe le mani, a costo di soffocarlo.
Soffocare, che brutta parola.
Dimenandosi un poco riuscì a scivolare ancor più all’interno. Il condotto era largo abbastanza, in pendenza verso il basso. Ora spuntavano solo le spalle.
E se rimango incastrato così? Si chiese in un lampo di terrore gelato. Il buon Tony avrebbe voluto sapere cosa ci faceva un uomo incastrato nel suo condotto dell’immondizia.
Scacciò quel pensiero, puntò le mani e si spinse ancor più giù. Questa volta sparì del tutto dentro l’apertura. Un istante dopo che la sua testa aveva passato il bordo sentì il campanello della porta.
Evidentemente Erika non l’aveva aperta. Per fortuna la casa era al quinto piano e tutte quelle rampe di scale a piedi erano lunghe da fare.
- NON MUOVERTI da qui finché non torno a prenderti io, che sarò sicura che puoi uscire – gli sibilò con voce resa stridula dal terrore, ma in cui Ben percepì una nota di ordine inappellabile e perentorio.
Erika richiuse lo sportello e si lanciò ad aprire, senza dare nemmeno un ultimo sguardo dentro il condotto.
Ben si ritrovò nell’oscurità più totale.
A quanto aveva visto durante i lavori, i condotti erano costituiti da un tratto in pendenza, lungo circa un metro e mezzo, che collegava l’apertura nella cucina con il condotto principale, più largo, che era verticale e che terminava nelle cantine.
L’idea di Ben era quella di scivolare lungo il condotto in pendenza e giungere fino a quello verticale. Da lì, puntando i piedi si sarebbe potuto calare lentamente, come alcune volte aveva fatto nelle grotte.
Oppure attendere finché Tony se ne fosse andato per uscire da dove era entrato. Ora doveva solo aspettare che gli occhi si abituassero all’oscurità.

Erika andò ad aprire.
Tony era appoggiato allo stipite della porta, ancora ansimante per le scale che aveva dovuto salire. Ma smise di sbuffare appena la vide: - Ce ne hai messo di tempo ad aprire –
Lei ovviamente non gli fece notare che si sarebbe potuto portare le chiavi. Si limitò ad uno scusa a mezza voce.
Lo precedette nel corridoio. Lui abbandonò accanto alla porta la piccola borsa che si portava quando faceva viaggi che duravano più giorni, il che accadeva piuttosto spesso.
Varcò la porta che dal corridoio dava nel piccolo salotto; era una stanza sovraccarica di arredamento e soprammobili di poco prezzo, tutti accuratamente posizionati nei loro centrini di pizzo bianco. Al centro troneggiava un’enorme televisione nera, di fronte alla quale stava una poltrona di pelle, su cui si lasciò cadere Tony, con un sospiro. Alle sue spalle un’altra porta collegava il salotto con la cucina. Pochi metri dietro lo schienale della sua poltrona preferita si nascondeva Ben; e se Tony si fosse girato avrebbe potuto vedere lo sportello dello scivolo dell’immondizia, accanto al frigorifero.
- Come mai già di ritorno? – chiese Erika in un tono che cercò di essere il più possibile casuale, ma risultò solo forzato.
Tony arrestò per un istante la ricerca del telecomando e la fissò socchiudendo gli occhi: - Non hai saputo niente? –
Erika si sentì gelare, senza sapere esattamente perché: - Cosa avrei dovuto sapere? – domandò cautamente, quasi a se stessa oltre che a lui.
Tony sospirò, come uno costretto a spiegare ovvietà ad un ritardato:- La compagnia è fallita – disse semplicemente. Poi ricominciò a cercare il telecomando.
Erika rimase interdetta. Questo proprio non se l’aspettava; così, senza pensarci, chiese: - Che compagnia? Quella di trasporti? –
Tony si fermò di nuovo, guardandola allibito, con un’espressione che assumeva quando lei diceva qualcosa che a suo parere era estremamente stupido; di solito il seguito non era piacevole.
- Esatto, proprio la compagnia di trasporti per la quale lavoravo –
- Ecco perché sei tornato prima –
- Esatto. Avrei dovuto fare altre consegne e tornare domani, ma ho scoperto che non avevano i soldi per pagarci, quei vermi. E col cazzo che lavoriamo gratis. Quindi abbiamo deciso di tornarcene tutti a casa…ora se vuoi lasciarmi in pace…sono piuttosto stanco, come puoi intuire –
Erika raccolse il coraggio a due mani e domandò in un soffio: - Ma troverai un altro lavoro? –
In realtà il significato della domanda era: per quanto ancora rimarrai a casa? La sua mente continuava a correre a Ben nel condotto. Aveva il terrore che decidesse di uscire, o che si facesse sentire in qualche modo o che facesse qualche sciocchezza del genere. La sua vita era nelle mani di quell’idiota nel condotto.
Si aspettava che Tony desse fuori da matto e le urlasse contro, che non erano affari suoi, magari sottolineando il concetto con qualche schiaffo, ma aveva finalmente trovato il telecomando e quindi le rispose con voce assente, mentre faceva scorrere i canali: - Non lo so…Bob mi ha detto che forse conosce qualcuno…vedrò nei prossimi giorni –
Erika si ritenne soddisfatta – e fortunata – di quella risposta e batté in ritirata.
Fece una rapida ispezione della casa, sempre con l’orecchio teso al salotto ed alla cucina, per vedere se c’era qualche traccia in giro della presenza di Ben, ma non ne trovò.
Oramai erano quasi le cinque, ed era abbastanza sicura che prima di cena Tony non si sarebbe scollato dalla  tv, la prima cosa che aveva comprato appena aveva avuto abbastanza soldi, pagandola a rate. Lei non poteva nemmeno avvicinarsi a quella tv. Per lei c’era quella in cucina, senza programmi a pagamento ovviamente.
Solo una volta aveva provato ad usarla, ma aveva premuto qualche tasto che aveva fatto saltare la sintonia dei canali. Quando Tony era tornato aveva fatto in modo che le passasse qualsiasi ulteriore velleità di toccare l’elettrodomestico.

Dal suo fetido nascondiglio Ben sentì l’arrivo di Tony. Sentì che parlava con Erika, ma non riuscì a distinguere le parole.
Udì qualche movimento, poi un rumore sommesso e continuo che poteva essere solo quello della tv. Sapeva che quello era l’unico interesse di Tony quando era a casa. Erika gliene aveva accennato la volta in cui aveva incautamente provato ad accenderla. Gli aveva praticamente strappato il telecomando dalle mani, dicendo che solo Tony la usava e che lei non la toccava per paura di romperla. Ben aveva provato ad obiettare all’assurdità di quel timore, e lei aveva provato a giustificarsi, cambiando in realtà discorso narrandogli di come suo  marito passasse tutto il suo tempo sulla sua poltrona e di come avesse il più completo pacchetto pay tv disponibile. Pensò quindi che Tony fosse sufficientemente distratto da  non fare caso a qualche piccolo rumore che provenisse dallo scivolo in cui era nascosto lui.
Ora che i suoi occhi si erano abituati all’oscurità riusciva a scorgere tre segmenti di luce che delimitavano lo sportello chiuso poco sopra di lui. Volendo avrebbe potuto spingerlo per aprirlo, ma non era il caso. In fondo lo divertiva quasi quella situazione: farla in barba al rozzo Tony, passandogli praticamente sotto il naso, grazie alle sue abilità di speleologo. Ora però era il caso di muoversi. L’aria iniziava a scarseggiare e l’odore non era certo dei migliori.
Con cautela poggiò i palmi sulle pareti del tubo e si sospinse lentamente verso il basso. Dopo che era sceso di circa una trentina di centimetri sentì che i piedi e poi le gambe non poggiavano sui nulla. La parte posteriore del suo corpo era sbucata nel tubo principale.
Quello che successe dopo però non se lo aspettava: i suoi piedi toccarono immediatamente la parete del condotto verticale. Evidentemente quest’ultimo era molto più stretto di quanto si aspettasse, o quanto meno il condotto in cui era lui si congiungeva con quello verticale con un angolo così stretto da impedirgli di passare.
Si impose la calma, ma percepì subito la morsa del panico stringergli la gola. Improvvisamente gli sembrò che l’aria nel condotto si fosse ulteriormente rarefatta e che lo sportello dal quale era entrato, che era solo a circa un metro dai suoi occhi, fosse lontano chilometri.
Fece un paio di profondi respiri di aria fetida e cercò di rallentare le pulsazioni. Gli sembrava quasi che il cuore sbattesse direttamente sul metallo.
Mosse lentamente le gambe, cercando di tastare con i piedi il condotto verticale, per capire quanto largo fosse.
La ricostruzione mentale che ne fece non fu consolante: il condotto era grande appena dal suo ginocchio – che sfiorava il bordo dello scivolo in cui era lui – alla punta della sua scarpa, che toccava la parete verticale del tubo. Era quindi grande più o meno come quello in cui si trovava, con la differenza che per passare in esso lui doveva piegarsi, cosa che non era in grado di fare dalla posizione in cui era.
Altro panico, come qualche volta aveva provato durante una discesa speleologica, o durante un’immersione subacquea in una grotta. Quel panico che ti fa fare pensieri irrazionali come non uscirò mai da qui o mi manca l’aria anche se non è vero o voglio uscire subito da qui anche se farlo sarebbe più pericoloso che rimanere fermi.
Il puzzo che saliva dal condotto divenne insopportabile, ed appena gli venne in mente che avrebbe potuto fargli lacrimare gli occhi, puntualmente gli occhi iniziarono a bruciargli. Si passò una mano sulle guance per asciugarsi le lacrime, ma immediatamente si bloccò, pensando che le mani avevano strisciato lungo tutto il condotto in cui normalmente passava la spazzatura.
Spazzatura la parola gli fece venire in mente sacchi fetidi e bagnati, colanti disgustosi viscidi umori, pieni di bucce d’arancia, rimasugli di verdura e frattaglie di pesce.
Si morse il labbro finché non recuperò il controllo, finché non fu sicuro che un istante di più di pressione glielo avrebbe tranciato di netto.
Si impose di analizzare la situazione. Era ovvio che più giù non poteva scendere: non poteva passare nel condotto principale. La sua unica speranza era risalire. Ma cosa lo attendeva di sopra?
Tony.
Non conosceva Tony, non lo aveva mai visto se non in una foto in casa e forse qualche volta al bar del quartiere, ma il terrore puro che aveva visto negli occhi di Erika quando lui aveva suonato – quanto tempo prima? Un minuto, un’ora, non sapeva dirlo con precisione. Gli sembravano fossero passati secoli da quando era nel letto con lei – non lo aveva lasciato indifferente come cercava di convincersi. Era ovvio che lei era terrorizzata da suo marito.
Provò a pensare che il fatto che lei fosse terrorizzata non fosse una buona ragione per esserlo anche lui: in fondo era facile picchiare una donna, ma da pari a pari era tutta un’altra cosa.
Poi pensò meglio ai valori in campo: nell’angolo destro, in calzoncini blu, Ben, lo sfidante. Settanta chili scarsi, insegnante di liceo, appassionato di speleologia e minerali, nessun incontro all’attivo dai tempi delle elementari (ed anche allora non era certo un avversario degno di questo nome).
Nell’angolo opposto, in calzoncini rossi il campione, Tony: centoventi chili abbondanti, camionista con esperienza di meccanico di camion, decine di incontri all’attivo, almeno uno a settimana secondo le voci, quasi tutti vinti per K.O., nessuna remora per i colpi bassi  e nell’utilizzo di armi improprie, in particolare la chiave inglese.
Forse lo scivolo per il momento era più sicuro.
In realtà, anche se non aveva mai incontrato Tony, ne aveva spesso sentito parlare.
Il bar del quartiere non era un posto che frequentava volentieri, ma faceva un buon caffè e spesso ci capitava.
Si trovava nella piazza circondata dai palazzi di edilizia popolare periferica, a pochi passi da dove abitavano tutti e tre.
Vi si trovavano i classici avventori del bar di periferia. Oltre agli anziani che discutevano del tempo buttando giù un bianchino dopo l’altro, quelli che discutevano di sport con il giornale aperto sul frigo dei gelati, i due o tre maniaci del videopoker che inconsapevoli di avere un serio problema, o forse proprio perché ne erano consapevoli, non parlavano mai con nessuno, c’era il variegato gruppo dei lavoratori: operai, meccanici, camionisti, il salumiere, il barbiere…tutta  gente che la madre di Ben avrebbe definito sinteticamente un branco di poveracci. Ben non era di quel quartiere periferico. Vi si era trasferito perché la cattedra che gli era stata assegnata – la prima della sua carriera – era nell’istituto tecnico locale. Aveva quindi affittato una casa lì.
Tony faceva dunque parte del gruppo dei poveracci. Tutta gente normale, a parte qualche testa calda sempre pronta al menare le mani anche per futili motivi, soprattutto dopo qualche birra di troppo. E Tony faceva parte anche di questo sottoinsieme, anzi Tony era la testa calda.
Più volte aveva sentito raccontare di come aveva sistemato questo o quello, di come aveva minacciato quell’altro al punto che adesso la vittima si scappellava ogni volta che lo vedeva e cose simili.

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