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Racconti di Franco Giordano

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  • 07 novembre 2016 alle ore 10:02
    Diario dalla Terra di Nessuno

    Come comincia: Camminare senza meta permette di non segnare luoghi, è un vivo attraversare. Lo sguardo abdica da un regno mai posseduto. Gli occhi ereditano solo preziosa curiosità e la caleidoscopica possibilità di fare tutto nuovo. Incroci uno sguardo, un sorriso di circostanza, ma l’altrove è ad un passo. Sei in mezzo ad una miriade di persone … cosa si pretende da un sabato trasteverino pieno d’astri in lontananza? Ho troppi smarrimenti da recuperare per permettere all’orientamento qualsivoglia autorità.  Ora la memoria intreccia ricordi e immaginazioni, il riconoscere vuole cedere il passo a spazi nuovi. Nel qui di mura bianche e finestre ricolme di rampicanti incede la perdita tanto ambita. Voglio far mattino dopo aver ballato di tutto, come cantava Paolo Conte. Tutto intorno cade in un misterico silenzio: le voci sfumano, l’artista di strada ora fa volteggiare stelle. Mi faccio leggere la mano da una ragazza scalza che mi ruba il cappello e mi sorride. Mi chiede il nome e con un bacio sulle labbra se lo mette in testa stringendosi al collo. Ha le gambe sottili e snelle, si copre il volto con i capelli lasciando nudo un sorriso infinito.  Alza la gonna fino alle cosce e mi gira intorno senza parlare, mi rimette il cappello in testa con un altro bacio e va via girandosi di tanto in tanto per guardarmi e incantarmi. Non le ho detto il mio nome. Non è una notte fatta per riconoscersi.  
    In questo deserto d’anime ora tutto può accadere! Un’iniziazione profana è avvenuta; una splendida vestale che strega bocche e asciuga lacrime con i suoi capelli ha aperto i cancelli della terra di nessuno.  Chiudo gli occhi per riaprirli espirando, il cuore mi tormenta con i suoi capricci: non è più un battito ma un fluttuare insano e stanco. Sento uno scrosciare di fontana, qui è altrove e ogni dove. Ora questi luoghi sono il “qui” di Banquo,  l’inevitabile lontananza da Forres per scampare ad una profezia.  Di quest’isola non segnata in nessuna mappa  Robinson non può farne occidente:  mattoni, fiumi e ponti non vogliono nomi. Non resta che camminare in questa prigione di bellezza e incanto con la speranza che la memoria non prenda presto il sopravvento. Camminare nella terra di nessuno è fuga, anche se l’inevitabile ci resta accanto. E’ deserto mai troppo ostile per chi cerca l’oblio da sé. Un labirinto che accoglie e trasmuta per desiderio di chi lo attraversa, ma non è mai sosta, né pace.  Come può avere tale vastità per recinzione l’infinito solo le solitudini lo sanno, ma le loro sorde grida nessuno può ascoltarle. Non è solo spazio, perché mai può essere un luogo, è una risonanza sottile ed estesa, un’ assenza aperta e insanabile divenuta nostro malgrado dimora.
    Un nuovo fluttuare, un’onda bassa e sorda del cuore mi spaventa e risveglia d’improvviso. Sono tornato da un incalcolabile errare al punto di partenza. Solo, in un mattino straziato da un’alba vermiglia e fredda. Più nessuno intorno a me.
    “Me lo regali il tuo cappello?”, mi sento dire in lontananza alle spalle. Anche lei non è andata via, o forse non mi sono mai allontanato io, e con le scarpe in mano si avvicina a me  puntando i piedi a terra come una gatta. I suoi passi non fanno rumore tra i sampietrini lucidi di mattino. Con un sorriso mi tolgo il cappello e glielo porgo, lei lo prende, lo mette al contrario e con il suo infinito sorriso mi chiede: “adesso mi racconti dove sei stato”? 

  • 29 ottobre 2016 alle ore 22:52
    La paura del “Profondo Preziosissimo”.

    Come comincia: Un istante, un prezioso accadere e l’assenza.  L’incommensurabile tragitto di una Perseide si raccoglie e declina nelle notti d’agosto. Dolorosa allegoria …  si esprimono desideri  in un istante di inesorabile dissoluzione.  Per strada la notte inizia a farsi pace e l’odore della pelle prende il posto di quello del giorno.  E’ un odore che non sentiamo più. Un’altra assenza. Un nuovo esilio da qualcosa che ci è stato donato. Percorrersi in un volo radente di labbra è un’evoluzione ardita di notte. Eppure gli amanti lo fanno ad occhi chiusi. Saltimbanchi nudi ai piedi delle stelle si stringono i capelli e i fianchi con la disperazione di chi annuncia l’ultimo degli ultimi spettacoli. Soli, impauriti e tremanti davanti a una platea d’infinito.  La notte li accoglie come una madre,  lei nutrice stringe il suo seno verso l’alto per offrire un’esplosione di luce a quelle pelli di luna, a quell’incanto di vita in silenzioso tormento.  
    Lì danzano, si fanno spazio gli uni negli altri nelle loro anime. Lì delizie, tormenti, delusioni, stanchezze, paure prendono istantanee forme e si dissolvono tra mani che si intrecciano, visi che si accarezzano.  Tutti fantasmi in fila che tamburellano nei cuori impazziti nell’attesa di una redenzione, di una arresa salvezza.
    Al di là delle tende brune l’alabastro di un mattino lontano ricorda ancora troppo la maledizione del giorno … quella che chiamano vita. Ogni paura è pronta ad emergere agli angoli estremi della notte, eppure basterebbe dare ad ogni mattino il nome dell’altro per dissipare ogni minaccia. Ora ogni fremito è spezzato da un domani già incarnato come quotidiano nell’anima. La condanna dell’indifferenza è vicina e senza appello.  
    Ormai la notte non è più madre ma … attesa. Ha perso la sua maestosa pace, abdicata, umiliata da troppi silenzi.  Non basta stringere al seno un viso segnato da lacrime mai versate, né accogliere tra le mani spalle raggelate dal timore di perdere ogni cosa, persino se stessi. Le mancate promesse restano sempre mantenute. Restano  vive sino a soffocarsi nel tempo sospese in un lacrima d’ambra, in una bolla iridescente d’opportunità mancate e parole non dette.
    Ora si aspetta l’odiato giorno come una salvezza feriale, un desiderato accomiatarsi, come lo spezzarsi di un incantesimo che intreccia cuori abitati dalla consolatoria illusione di essere liberi solo in solitudine. Va bene così. Il prezzo è troppo alto e l’esito … incerto. Ma resta nelle anime come una tenera maledizione il sapore della notte. il risplendere di fianchi e sorrisi. Resta il marchio di una celata fattura, di un incanto di baci e istanti che lega all’ignoto il mai stato, il passato alla ottenuta assenza per una libertà amara.
    Forse due anime, un giorno, riusciranno, con infinita grazia, a saper attendere il mattino, trasformando le loro parole in gioielli, declinando insieme versi amati e condivisi. Quanta faticosa semplicità per allontanare via dall’anima ogni paura:
    “Perdonami se ti cerco
    Così dentro di te.
    Perdonami il dolore.
    E che da te
    Voglio estirpare
    Il tuo migliore tu.

  • 05 novembre 2013 alle ore 3:53
    Il dono illustre

    Come comincia: Una frizione d’animo e un sottile taglio metallico per un orizzonte senza natura . Un autunno ulcerato da singhiozzi d’esistente indifferenti. L’anima si accartoccia e scolora, muore per una stagione e nulla preannuncia, si inaridisce in una speranza rassicurata dalla consuetudine. Intorno tutti i tuoi fiori e due foto che trattengo a fatica dal vento. Ho la bocca crespa e inseguo qualcosa; una volta è un odore, a tratti è uno specchio che mi rifiuta: vedo i fiori, le foto ma non la mano che le trattiene, il mio volto che le osserva. Forse questo è il fedele riflesso di un terrificato stupore: ci sono, so di osservarmi ma non mi vedo. Mi fermo ai piedi di un lenzuolo bianco e chiudo gli occhi, cadono petali e lacrime sulle fisse onde quell’oceano candido, e da quelle dune bianche precipito in una vertigine di silenzi. Conosco senza mai tradurre tutto ciò che precede il sonno, quello zampillio incontrollato di immagini che come una ferita sgorga da una coscienza prossima alla resa. Indizi, tracce lucide ma scomposte di un arabesco folle, illuminazioni strappate al confine ultimo della veglia, banalità nobilitate dalla rinuncia della concentrazione. In questo tempo di in commensurabili istanti  non posso avere dimora, tutto è mio ma nulla trattengo.  Attraverso come uno straniero questo congedo perenne dove ogni cosa tesso e perdo in un’eresia di prossimità e lontananza. Qui il presente lascia impercettibili orme in un altrove sconfinato, qui si evoca l’indicibile a labbra mute e socchiuse , qui tu mi uccidi ogni sera nell’assenza!, e la tua arma è una tarsia di cobalto piantata nell’anima! E’lucida e delicata, nel suo notturno perlato vive qualcosa di familiare e continuo. Ancora un odore mai raggiunto, un’altra duna percorsa dal palmo della mano, che arresa dall’approssimarsi del sonno lambisce involontariamente il sottile ordito del tempo,  e tutto sta per scivolare nell’oblio. Sento affievolire tutti i sensi e non oppongo quasi più resistenza … ancora qualche istante e desidererò abbandonare ogni cosa a sé stessa,  il sonno non ha pietà neanche di quella lacrima che mi taglia di trasparenza il volto.  Lancio un ultimo sguardo in quella pietra assoluta, e nella sue  oceaniche profondità vedo quel volto negato dallo specchio, il suo stupore nel guardarsi e non vedermi, tutta la sua stanchezza nel resistere inutilmente alla notte, lo vedo chiudere gli occhi e versare lacrime davanti a un lenzuolo bianco dove sono caduti i petali di tutti i tuoi fiori. Mi ero già arreso senza saperlo e un sogno resisteva alla notte per me.

  • 03 gennaio 2013 alle ore 22:15
    Parole in indaco mai messe in musica

    Come comincia: Sarà in primavera - con il gelo di un inverno inaspettato su un petto violato, e tutto questo solo  perché la madre del caso è l’ironia – quando parole e lacrime non avranno né senso o valore, quando nell’aprirsi il cielo si frantumerà in interminabili pomeriggi dove demoni meridiani, vigili di sadica allegria, apriranno come un melograno con un morso di melanconia il cuore graffiato. Quando in quella bocca salirà con quei rubini il sapore del nostro stesso sangue avrò la certa coscienza che tutto precipiterà nel patetico spettacolo della danza sconnessa di un giullare nato storpio e solo per l’occasione vestito a festa.
    Leggo una lettera d’amore di un giovane tenente nella guerra d’Africa, attento a percorrere tra le venature dell’inchiostro in ottavo ogni singolo impercettibile spazio bianco oramai ingiallito dal tempo: 
    “Amata mia, questo deserto è il silenzio di Dio che lascia nella sua indifferenza cadaveri e urla da ferite aperte. Tutte le mie convinzioni, il mio virile entusiasmo hanno oramai lasciato il posto ad un vuoto in cui precipitano tutte le cose, tranne il pensiero di Te. La guerra è quella folle scuola che istruisce l’uomo all’orrore dell’insensibilità, che fa marcire ogni residuo di umana compassione. Tutto è straziante e sordo allo stesso tempo. Mi ossessionano le macchie di sangue sulla mia casacca che non posso lavare da giorni: su questa lercia divisa ci sono impronte che uniscono i miei compagni morti ai nemici ammazzati: sabbia rappresa dal sudore e dalla paura, tutto si mischia, si stringe e unisce, con la certezza che solo questo mio pensiero terrificante offre l’ultimo, sottile e delicato filo di senso a questa follia. Alla fine resta solo il sangue e per quanto si dica e si pensi fuori dal corpo non ha nome, non ha identità né volto, è sangue morto e basta il cui odore nauseabondo ti fa solo bestemmiare. Il capitano ha perso tutte e due le gambe e non smette di dare ordini anche se nessuno di noi lo ascolta più; salvato per miracolo dalla cancrena non è stato risparmiato dai deliri della malaria e grida di notte dalla sua tenda  battuta da un vento gelido convinto che sia giorno e che la radio ancora dia ordini e obiettivi.
    Siamo abbandonati e soli! E solo questa penna e questa carta sotto a un lume ad olio possono farmi sentire ancora un uomo. Mia Cara, non Ti scrivo solo per amore, Ti scrivo per sentirmi ancora parte dell’umano, di una vita che la guerra ti strappa dall’anima, e che se ti verrà restituita non sarà mai più la stessa, così come il mio amore per Te. In questo silenzio io rinnovo a Te tutte le mie promesse ma senza far indossare al cuore quei vestiti puliti della domenica che – perdonami - non ricordo più. Te le rinnovo qui, in questo momento, in questa tormenta color indaco e con questa divisa sporca, nella paurosa solitudine della mia tenda: io adesso sono un bambino terrorizzato da lampi e tuoni, piango e mi nascondo nei Tuoi ricordi immaginandoti nel leggere queste mie parole, certo che serberai in Te i miei che ho dimenticato. Nasco adesso in questa Mia, e domani al risveglio sarò costretto a pietrificare la mia anima morendo in segreto; poserò questa lettera nella polverosa borsa di cuoio di un motociclista sconosciuto non sapendo se sopravvivrà nel portarla a Te. Mia Amata chi ti scrive è Nostro figlio; in lui le nostre speranze, le nostre promesse senza  troppe parole, senza il torpore rituale di passeggiate settembrine sottobraccio,  senza vezzosi incanti timidi e costruiti dall’artificio necessario dell’innamoramento. Nostro figlio, che qui adesso ti dona tutte le sue lacrime e le sue parole riposa tra le tue mani con ricordi diafani d’assenza. Ho poca memoria del tuo volto mio Amore, e ciò che ricordo è come se lo guardassi dietro un vetro spesso, ma ho impresse la tua voce e vedo i tuoi occhi, la freschezza delle tue braccia candide, tutti perfetti silenzi dove ritrovo, con uno sguardo nuovo, tutto ciò che sono stato. Se tutto questo finirà e tornerò da Te  non avrò più labbra per  prometterTi felicità che nessuno conosce e che io qui ignoro e distruggo, ma solo restituiti giorni grati per l’assenza della follia umana, anni semplici di stupore e meraviglia per esser stati risparmiati da tutto questo. Se fossi qui non vorrei che mi guardassi adesso; ho vergogna di me, delle mie lacrime, delle mie azioni, dei miei occhi scavati e dalle mie labbra arse dal sale, eppure riusciresti a vedere, nonostante tutto, quanto questo sconfitto ti ami infinitamente. Resta la tenacia dei miei occhi che combattono per restare quelli di sempre nonostante l’inferno che sono costretti a guardare, per Te e solo per Te.
    Sempre Tuo (….)”
    Il giovane tenente, sposatosi per procura, riuscì a tornare dopo esser stato prigioniero  a seguito dell’ operazione Pugilist nella campagna del Nord Africa, ma al suo ritorno scoprì che sua moglie fu vittima del bombardamento aereo su Torino nel giorno dell’Immacolata del 1942. Lei non poté mai  leggere quest’ultima lettera e lui la ritrovò ancora sigillata tra le mani della madre della ragazza. Il giovane sposo  nacque già vedovo, celebrarono le nozze in primavera.
     

  • 24 dicembre 2012 alle ore 23:28
    Baronia e il primo mattino del giorno

    Come comincia: Cantastorie cieco – come lo diventerà l’Ateo che mi ha immaginato - e Baronia è il mio nome, sono nato nel campo di concentramento di Treviri in una baracca di intellettuali nell’avvento del 1940, ma la mia storia si svolge nella Giudea dominata dai romani e ho visto il primo tra tutti i primi “Mattini del Mondo”. Ero il capo di un villaggio vessato e dissanguato da Roma. Decidemmo in consiglio così di  dedicarci alla volontà di una cullata estinzione, le madri non avrebbero concepito figli, noi non avremmo lavorato la terra, ci saremmo cancellati giorno dopo giorno in una sola generazione per liberarci dall’oppressione. Persino quando scoprii che la mia sposa aspettava un figlio, non esitai un solo istante nel cercare di convincerla che una bocca in più avrebbe perpetrato l’umana sofferenza.
    Ma siccome in quel periodo troppi angeli erano sulla terra alcuni di loro apparvero ai miei pastori e annunciarono la nascita del messia. Il mio villaggio mi si rivoltò contro e decisero tutti di partire per Betlemme per assistere alla sua nascita. Rimasi solo, la mia protesta si inaridì in una sola notte sospesa tra l’eternità e il dolore umano. La mia rabbia mi fece proclamare la libertà dell’uomo anche nei confronti di Dio e se anche lo avessi guardato in volto non lo avrei seguito pur riconoscendolo, la mia ribellione e il mio dolore generarono una sete che nessuna divina promessa finalmente mantenuta avrebbe placato. Tre re sconosciuti provenienti da oriente trovarono riposo nella solitudine del mio villaggio e Baldassare – il mio inventore – amplificò la mia rabbia graffiando la mia libertà affermando che ogni uomo, nella pesantezza della sua carne, è sempre altrove da dove è convinto di essere.
    Decisi allora di partire per Betlemme e uccidere con le mie mani quel neonato per convincere me stesso che la libertà dell’uomo è talmente profonda da assassinare  anche quella di Dio, non immaginando che con quella decisione mi sarei incamminato proprio verso un altrove – con la pesantezza dei miei piedi e della mia carne - dove non avrei mai pensato di giungere. Arrivai ad un monte in festa e vidi quel bambino perfetto e terrificante, Maria inondata da un angelo evanescente in una casa spoglia era diventata madre, era amorevole e a seno nudo alimentava il sangue di Dio con la tenerezza e l’illusione che fosse solo suo figlio, un semplice figlio che nessuno le avrebbe ma strappato dalle braccia per poi restituirglielo schiodato dalla croce senza vita e le certezze non sono mai presagi. Ma quella bambina in quella notte d’astri in festa aveva partorito solo suo figlio tra animali sporchi, accattoni pastori, cimici, insetti di ogni sorta… e nessuno, neanche gli angeli, sarebbe stato così crudele da cancellare quell’istante di pura maternità. Rincontrai il mio Baldassarre Jean-Paul, che senza il minimo stupore nel vedermi in quel primo mattino mi disse che io non ero la mia sofferenza, che  la lotta tra il desiderio della vita e la sua inevitabile sofferenza sono frutti dell’umana contingenza e che mi appartengono come il giorno della mia morte, certo ma sconosciuto… dato ma non rivelato. Che l’accettazione della sofferenza senza troppi giri di parole è la prima e più radicale dichiarazione di vita, la prima prova della sua potenza che mi supera infinitamente, il senso più profondo dell’umano. E un Dio in fasce e lì per questo… e per questo ha già le stimmate impresse  in quelle minuscole mani che si aggrappano al seno di una madre illusa che sia suo e solo suo: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia». E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola.”
    Decisi allora, per puro caso, di permettere a quei tre accattoni una via di fuga dalla follia di un Erode impazzito, riuscii a prender tempo combattendo contro i suoi soldati impegnati a sgozzare bambini  con le lacrime agli occhi e qualcuno di loro avrà assassinato anche il suo.

    “Ecco, sono sballottato dalla notte come una botte dalle onde e la stalla è dentro di me, luminosa e fonda, come l’Arca di Noè essa naviga nella notte, rinchiudendo in sé il mattino del mondo. Il suo primo mattino. Poiché non aveva mai avuto un mattino. Era caduto dalle mani del suo creatore indignato in una fornace ardente, nel nero, e le grandi lingue brucianti di questa notte senza speranza passavano su di lui, coprendolo di vesciche e facendo aumentare la forte affluenza degli onischi e delle cimici. E io sono nella grande notte terrestre, nella notte tropicale dell’odio e della disgrazia. Ma – potenza ingannevole della fede – per i miei uomini, migliaia d’anni dopo la creazione, si alza in questa stanza, al chiarore di una candela, il primo mattino del mondo.”
    Jean Paul Sarte, Baronia e il figlio del Tuono, piéce teatrale sulla Natività scritta nel campo di concentramento di Treviri nel 1940.

  • 15 dicembre 2012 alle ore 18:03
    Fenomologia di G.

    Come comincia: “Ci racconta il riposo del
    pellegrino stanco; che legge
    agiografie e libri di preghiere,
    che copia antiche storie, ci dice
    il suo dettato, e intanto fuori emana
    la luce del suo cuore”.
    Antonio Machado, I miei poeti.
    G. è un ritardatario! Basti dire che G. è un apparente nome composto, apparente in quanto nessuna pausa divide i due nomi - l’attesa che sarebbe nata da una possibile separazione risulterebbe eterna ed inaccettabile per il nostro umile concetto di tempo. G. è un nome che non possiede né sdruccioli né tronchi… è un nome in linea retta; in definitiva, la lungimiranza dei suoi genitori depositò all’anagrafe, come una profezia, il tenace e guerreggiante futuro del Nostro contro ogni clessidra… di sabbia o acqua non conta!
    Chi ha il piacere e l’onore di conoscere G. e la sua voce, tanto altisonante quanto nobile resa amabile da modi d’altri tempi, non si lasci ingannare dalla sua gentile presenza; G. è un novello San Giorgio in eterna e vigile lotta contro un  drago che rigetta incandescenti ed inafferrabili attimi, questo nemico si nutre d’ ansia, di modernità e ci riconsegna infuocato tempo, con un alito insalubre, fetido e pericoloso per le nostre dormienti difese immunitarie. Ma G. contro questo oppositore ha una calma e luminescente armatura coniata in quella lega ottenuta dal suo nome in linea retta, senza sdruccioli o tronchi. La sua serenità infrange i vetri di ogni clessidra e restituisce ai deserti ogni sabbia, ai mari tutta l’acqua!
    G. – come il sottoscritto, ma con un’algebra per me inaccessibile – è paradossalmente amante degli orologi, ne stima gli abili e ingegnosi meccanismi, da buon esteta ne percepisce il futile fascino, ne apprezza gli scintillanti ticchettii come un’ esoterica e continua novità; intravede nelle sovrapposte ruote dentate, un giardino miniato di petali assoluti e geometrici piegati ad una legge – per lui - inutile e carceriera! Non mi stupirei se, nella sua fervida immaginazione, G. stesse progettando un segnatempo nel quale ogni meccanismo è libero da qualsiasi prigionia, un orologio iperbolico ed arabescato dove ogni ruota sia libera di orbitare in tutti gli angoli di questo universo, senza che venga meno quel preciso e scintillante ticchettio che tanto lo incanta, ed una volta concluso…  allacciarlo soddisfatto al polso di Dio come una preghiera.
    Tutto questo a noi, semplici corpi dimentichi dell’eternità delle nostre anime, non può che stupirci ed irretirci.
    I ritardi di G. hanno del leggendario, il suo concetto di tempo - ammesso per beneficio d’inventario che ne abbia uno - è dilatato al parossismo… quando chiunque di noi, nell’attenderlo, ha perso ogni umana speranza - e si rifugia, a seconda del carattere, nell’orazione o nella bestemmia -, il Nostro emerge come un Deus ex-machina, hieròs ed eusebés, sacro e pio; come un Lare ormai inutilmente atteso nella tesa disperazione  dei nostri nervi!
    Ed è qui che si affaccia inaspettato un miracolo della psiche! Il disperante ritardo diviene epifania! Cristallina, semplice, manifesta liberazione … i suoi modi gentili e sempre affabili poi, precipitati della sua straordinaria intelligenza, rendono definitivamente netti e rassicuranti i confini di questa Itaca insperatamente e felicemente raggiunta!  È paradossale affermare che  un inverosimile ritardo possa poi tramutarsi in una sorta di felice liberazione, ma è ciò che accade! È come se le nostre nervature disperatamente tese come le corde di un’arpa ansiose di incantare il pubblico, inizino a vibrare al tempo giusto distendendosi in melodia. G. retroattivamente rappresenta il kairos del ritardo… il tempo opportuno del ritardo!  Invito chiunque a far esperienza di questa celata geometria che ha solo la maschera del caos.
    G. è un accordatore del tempo… esercita i legamenti della nostra sopportazione dilatando con un agognato sorriso la nostra pazienza, e forse anche la sua.  Indicativo forse è il fatto che queste parole le ho scritte senza fretta, “con calma” come ama sempre intercalare ogni suo discorso il Nostro G. Io intanto anticipo gli appuntamenti con lui almeno di due ore, in modo tale da ottenere un onesto ritardo.

  • 02 dicembre 2012 alle ore 14:18
    Il limite del sentire

    Come comincia: Come cambia lo sguardo trapassato dalla vita… in un istante senti come mai hai sentito, vedi come non hai mai visto. Un cammino che non vuole ritorno, mentre l’anima cresciuta d’un tratto scopre segni nuovi mai visti prima! Ti svegli e non hai più riferimenti, anche la tua mano poggiata sul letto ti sembra straniera. Ogni cosa ti chiede con violenza di esser guardata fino a farti sanguinare gli occhi. Tutto ha un’insopportabile potenza. Hai fame, solo fame e vorresti toccare anche ciò che non t’appartiene perché carico d’ogni mistero. Nulla è più ovvio e quotidiano: un bicchiere sporco di rossetto dimenticato la notte prima viaggia tra la tua bocca e tuoi occhi come un bacio mancato e uno sguardo perduto nell’indifferenza, uno in più… uno in più che avresti potuto donare e serbare… peccato mortale! Non basta mai e mai basterà… inesauribile! Sei sempre in debito con l’amore! c’è ancora chi chiude a chiave in un cassetto carezze, desideri e sensi per un investimento sicuro… così come una puttana riesce a nasconder cicatrici, tristezza e tempo per sembrar sempre eccitante per i clienti! Esci per strada e gli occhi hanno una sete infinita di grazie inaspettate, concesse da uno sguardo o un gesto di qualche sconosciuto, dalle pietre mute e fredde di qualche spazio sempre attraversato ma mai osservato, tutte presenze che inconsapevoli ti ingravidano lo sguardo! Anche il ricordo, nella sua lontananza, ti sfregia la coscienza con una lama nuova e lucente e gli occhi pieni di lacrime antiche iniziano a sorridere perchè scoprono una sorgente nuova! Tutto ti attrae e sembri un idiota mentre il cielo vuole farti credere al fango e ti schiaccia con la sua aria pesante e indifferente. Le bocche crespe dal freddo fumano di gelo e vorresti sfiorarle tutte con le dita, con gli occhi. Ma resti in silenzio violentato dalla bellezza, immobile, mentre tutto il mondo con le sue urla ti chiama… ma tu hai solo due mani e due occhi e non puoi rispondere, non è nelle tue forze, nelle tue possibilità. Esausto e stanco, preso in giro e incantato da un mistero che non vuole risposte, ritorni ricco di ciò che non riesci neanche a pronunciare. Dopo questo viaggio non ti resta che cercare nuove braccia in cui sprofondare, nuovo occhi immensi e desiderosi dove versare tutta quella luce troppo sporca e banale per non essere ignorata da tutti e che… ti ha accecato d’infinito

  • 21 novembre 2012 alle ore 20:26
    La Prediletta

    Come comincia: In un tempo non sospetto, nella città di An Najaf, un rispettabile fornaio e la sua sposa diedero alla luce una figlia. Felici, i due sposi donarono a quella perla un nome che col tempo si rivelò un inganno.
    Al sesto mese la piccola aprì gli occhi al mondo. Nessuno spettacolo come quello deluse e terrificò mai due anime semplici come le loro; la bambina non aveva iridi. Il suoi occhi erano nudi… vuoti. Il padre, anima pia e devota - e quindi resa debole dall’amore -, nonostante fosse invaso dal dolore non si fece abbattere da quello spettacolo. Strinse tra le mani candide di farina quel fiore sterile e, asciugandosi le lacrime, poggiò sorridendo la sua fronte su quello della bambina. La madre, donna fiera, forte e senza debolezze, mai accettò quell’albero senza frutti che aveva avuto il disonore di far germogliare nelle sue viscere. Dimenticò quell’essere senza un volto come ci si dimentica di una malattia ormai guarita; ma quella cicatrice abominevole era lì, nonostante tutto, a ricordarle tutta la sua vergogna. Da allora il ventre della donna si prosciugò. Quell’anima intransigente decise irrevocabilmente per il suo corpo ancora carico di fertilità. 
    Nessuno dei due genitori però, certi della cecità della figlia, si adoperarono ad educare quegli occhi spaventosi alla vista. Ma la piccola vedeva. Miracolosamente quelle due stelle glauche e vuote avevano uno sguardo.
    Uno zio, ancora celibe - un mercante che aveva visto sia l’oriente che l’occidente, e che conosceva tutte le avversità con le quali Allah arricchisce il mondo – attraversò da sinistra a destra la sua mano sulla culla di quel viso che non lasciava intravedere un’anima e si accorse che quello sguardo nudo seguiva il suo palmo. Lo stupore regnò in quella casa abbandonata da Dio. Si gridò al miracolo e quel giubilo si effondeva nonostante il terribile silenzio di una madre disinteressata.
    An Najaf divenne la città del miracolo, la notizia corse lungo tutte le rive dell’Eufrate. Il padre e lo zio educarono da soli quella figlia, le insegnarono a leggere e ad imparare a memoria i versetti del Corano, ed una pia vedova le insegnò a lavorar da sarta… . Intanto la fanciulla cresceva, i suoi capelli neri facevano da contrasto ad una pelle bianca e benedetta. E ogni venerdì, da buona fedele, copriva la dolcezza del suo volto con un velo di seta di Damasco; un velo azzurro che faceva sembrare quei terribili occhi due nuvole. Quella bambina divenne una giovane donna, bella… tanto bella da esser chiamata la Diletta del Profeta, sua sposa. Tutti in città onoravano quel prodigio che univa insieme abominio e bellezza. Tutti cantavano e celebravano le grazie di quella ragazza toccata miracolosamente da Allah nella sua sventura. Ma nessuno poteva reggere il suo sguardo, era impossibile… quelle pupille bianche sconcertavano tutti, tranne il padre e lo zio. La Diletta del Profeta imparò così a chiudere gli occhi e a sorridere ogniqualvolta le si rivolgeva la parola e, scusandosi per il gesto, diceva: “io rinuncio al mio sguardo affinché il vostro possa vedermi.” La giovane sarta cresceva saggia e onorata, ma sola, costretta a chiudere gli occhi al mondo per esser vista senza orrore; ma nulla trapelava dal suo volto, pieno di sorrisi e carico di una bellezza senza paragoni.
    Una calda mattina d’estate i quattro figli del governatore scesero lungo le rive del fiume a giocare… da lontano videro un corpo disteso, ne riconobbero il candore e la bellezza delle forme, era la Diletta che riposava su un cuscino di petali rose carminio, quegli innocenti spettatori subito pensarono che il Profeta l’avesse trasportata lì per non farle patire il caldo. I quattro bambini corsero in città… e gridando al miracolo chiamarono a raccolta tutta la popolazione. Si bruciò incenso nella Moschea, si spanderono oli profumati davanti all’uscio della dimora della “benedetta sposa del Profeta”.  Tutta la città raggiunse la riva dell’Eufrate per celebrarne il miracoloso risveglio. Ma avvicinandosi alla donna si resero conto che ella non riposava su un cuscino di petali, ma che il suo capo era avvolto in una pozza di sangue. La girarono e scoprirono che non aveva più gli occhi. Al posto di quelle nuvole ora c’erano due abissi oscuri, atroci e vuoti, scavati con una ferocia inaudita. La donna, forte di una disperazione efferata e silenziosa, si era strappata gli occhi durante la notte e li aveva gettati nel fiume. Tutta la città si allontanò dal quel corpo… maledicendo la giovane per la grazia che non era riuscita a sopportare.
    Questa storia mi è stata raccontata in una povera casa di Bassora, la figura che me la narrò mi accolse recitando questi versi della Sura An-Nazi’at: “Quel giorno tremeranno i cuori e saranno abbassati gli sguardi”. Quella sagoma, – antica e sottile come la sabbia del deserto - sempre rivolta al muro, contava i giorni raccogliendo grani di pepe in due ciotole di coccio, poste una alla sua destra e una alla sua sinistra, ed ogni volta che narra questa storia affonda le sue mani in quei due vasi stringendo e sbriciolando quei grani di pepe.
    Il suo nome è Munira – colei che sparge luce – ed ha per marito un fornaio, come suo padre, e la sua splendida figlia è un’abile sarta, come lo era stata lei.  

  • 20 novembre 2012 alle ore 18:36
    Nota incauta sull’Ossimoro

    Come comincia:                                                    "Povero Bobby, erano quattro anni
                                                        che era morto ed era ancora caldo.
                                                               Un vero cadavere vivente
                                                                   -E com’era allegro!”
                                                         ( Ionesco, La cantatrice calva).

    Sinceramente ignoro – e la sincerità è pessima amante della letteratura – se  l’ ossimoro sia stato mai affrancato dalla coazione dell’esercizio retorico e, reso oggetto di cura dai suoi incoscienti  adepti.
    L’ossimoro è pervaso da una invadente nuance, qualcosa di tenero e temibile ne rende tanto cauto l’utilizzo quanto prodigiosa la lettura; per sua grazia “piove in petto una dolcezza inquieta”… sussurra imperioso Montale in “Ossi di Seppia”. In tutta onestà cercherò di evitare  ulteriori  citazioni, non per metodo, ma per acquistare congedo da quel miraggio, consolidato nello sguardo della storia della letteratura,  rappresentato dalle “figure retoriche”, tanto utili quanto non strettamente necessarie. Nessuna selvaggia apologia dell’ autodidattica – perché ogni vero autodidatta è abitato di continuo da una profonda umiltà, partorita da felici doglie d’incertezza – ma, una semplice constatazione: perché dedicarsi sempre e solo alla critica letteraria, senza mai soffermarsi allo stupore del lettore? Ammiro, imito i buoni lettori, merce rara e preziosa, come mercanti ebbri di storie, tesori provenienti da oriente e sempre in cammino verso l’occidente del pensiero.
    Un excursus etimologico è d’obbligo nel caso dell’ossimoro, come, e  forse più, di ogni altra figura retorica; Oxymoros, acuto e sciocco, la possibile e dispersiva fascinazione della paleonimìa tenga sempre in allerta il lettore. Ecco cosa accade quando si accostano parole opposte per significato, l’ossimoro è acuto e sciocco, si badi sciocco… non folle, in quanto la follia è sempre progenie di acume e sciocchezza.
    Paradosso non eclatante è la stessa coincidenza tra nome e definizione: l’ossimoro stesso è già ossimoro, puro, irrisorio incanto del linguaggio,  un arabesco sempre chiuso ed aperto, un limite  diafano della parola.
    In genere, ma mai regola, l’ossimoro chiude un verso, in alcuni casi, azzardati ed eroici, addirittura un concetto; è un sigillo in geroglifico che non permette un oltre ma lo lascia immaginare. In poche parole è come porsi di fronte ad uno specchio ma, paradossalmente, vedersi di spalle; si è di fronte a se stessi, potremmo alzare una mano, toccare con la punta delle dita le nostre labbra, ma non riuscire a vedere questa scena. Immagine caleidoscopica… inquieta e, per questo, carica di fascino. Ma nulla che un buon gioco di specchi non possa geometricamente realizzare! Ci sarà un motivo se il giullare ancora ride quando la corte è vestita a lutto…  forse il pianto stesso del potente monarca?
    Tutto assume l’indiscreta e gelida forma di una “impasse” . Alla lettura di un ossimoro restiamo fermi su quelle parole, invasi da stupore, ma con un intimo desiderio di fuga.  Non credo esista spirito sottile che non abbia saggiato desiderio, inquietudine ed imbarazzo tra le pagine di un buon libro, così come un buon amante di “ogni primo bacio”.
    Esistono anche azioni in ossimoro: pensiamo al terzo atto – scena seconda -  dell’ Amleto; artisti girovaghi rappresentano l’ assassinio del padre del principe danese da parte di Claudio. La dinamica dell’azione è giocata tutta sul paradosso; gli attori recitano, Amleto, corifeo, gode, il re è giudicato e condannato da un tribunale di straccioni che han messo in scena il pensiero di un folle. La disperazione saltella, in modo apparentemente indiscriminato, dal dolore celato del principe di Danimarca alla finzione degli attori… fino a giungere lacerante, nella coscienza del fratello omicida! Così Claudio scopre, in modo sarcastico e tragico, che la follia di Amleto è in realtà, acuta e dolorosa conoscenza dell’atto efferato da lui compiuto. La vera follia adesso è consegnata all’animo disperato di Caino. Il messaggio e la sentenza sono giunti per vie tanto ignobili quanto impensate; ora tutta la tragedia sarà l’effetto domino di quella pantomima. L’atmosfera è soffocante, Amleto incalza, i suoi commenti diventano di volta in volta sempre più chiari al fratricida, i commensali ridono, applaudono e si ingozzano ignari, i tremori della colpa ghiacciano Claudio sino alla sincope; il sudore gli gela le tempie, il volto… le spalle. La corona ora è un peso immondo ed insopportabile. La sala è un vortice infernale nello sguardo colpevole del re. Ora tutto è chiaro, ora tutto gli è stato svelato ma, allo stesso tempo, tutto è finito! La verità si è vestita di stracci per schernire e schiacciare la colpa. Per grazia di Atena, Ulisse è reso canuto e mendico per realizzare la sua vendetta… per riconquistare Itaca. Tutto questo non può che imbarazzarci e stupirci, non può non esser nel contempo… prodigioso e letteralmente tragico!  Gli esempi si perdono; a dire il vero mi sarebbe bastato, in maniera molto più sintetica, citare il plautino Euclione e definirlo un “pezzente ricco”, ma la semplicità – dono perfetto – offenderebbe in modo irreparabile gli animi artificiosamente tormentati dei nostri tempi! Ma ci basti pensare che da vivi, immancabilmente, spendiamo buona parte dell’ esistenza pensando alla nostra morte – e Dio solo sa se potremo fare il contrario –, per sentirci di continuo abitati dal paradosso.
    In definitiva l’ossimoro ci si presenta innanzi inesorabile e sorridente, ad ogni vero slancio del pensiero come un muro di diamanti, un prisma prezioso dove l’oltre ci è permesso solo come l’iridescente visione ottenuta attraverso un caleidoscopio.
    L’ossimoro è un bacio, è prender dimora presso l’ amato senza varcare la soglia della sua anima, un sostare tra le sue labbra… sentirne scorrere il sangue in volto. Ma tutto questo resta un limite, un confine sempre desiderato ma non oltrepassabile. È deliziosa consolazione, osservare degli amanti intrecciar le mani, ed avere coscienza che sono inconsapevoli e teneri allievi… votati al continuo esercizio di un indefinibile ed incantato assurdo. Perché si sa, ciò che non può giungere ad una conclusione non può dirsi mai finito, e che nome dare a ciò che non ha mai fine… se non  infinito?

  • 19 novembre 2012 alle ore 22:29
    In limine labyrinti, l'eternità è un gatto bianco

    Come comincia: Misurare lo stupore, chimera della commensura, claustrale economia del piacere e di notte un gatto bianco si dissolve al di là di una ringhiera. “Il Labirinto” è incomprensibile e Bataille di certo avrà pensato, come nota a margine della sua prosa, alle leggere e consolatorie catene dell’eternità del prigioniero Blanqui:
    “Ogni astro, qualunque astro esiste un numero infinito di volte nel tempo e nello spazio, non in una soltanto delle sue forme, ma così com’è in ognuno dei momenti della sua esistenza, dalla nascita alla morte. E tutti gli esseri sparsi sulla sua superficie, grandi e piccoli, vivi o inanimati, condividono il privilegio di questa perennità. La terra è uno degli astri. Ogni essere umano è dunque eterno, in ognuno dei momenti della sua esistenza. Quello che io ho scritto in questo momento nella mia cella, l’ho scritto e lo scriverò per l’eternità, sullo stesso tavolo, con la stessa penna, vestito degli stessi abiti, in circostanze uguali. Tutte queste terre sprofondano, una dopo l’ altra, nelle fiamme che le rinnovano, per rinascere e sprofondare ancora, scorrimento monotono di una clessidra che si gira e si svuota eternamente da sola.”
    In “Limine Labyrinti”, sul filo roccioso e sottile dell’esistere, è un “privilegio” persino lo “scorrimento monotono” della sabbia di una clessidra, anche il frantumarsi e il precipitare nel vuoto dell’imbrecciato dei nostri passi. Auguste risolve ogni labirinto riproponendolo all’infinito ma, allo stesso tempo, lasciandolo tale: preferisce ripercorrerne in modo indefinito ognuno , “sprofondare” e annientarsi nell’eternità di ogni suo gesto vissuto, veder fallire ogni sua azione e pensiero in una cella… e così diverrà monotona e infinita la scoperta di ogni “nuova terra”, tradita dalla noia eterna ogni originalità, intuita ab aeternum ogni intuizione, drammatica ogni gioia, insensata ogni logica, logico ogni incubo, creazione ogni distruzione e distruttiva ogni creazione. Nell’eternità degli astri il labirinto è di specchi - dilatato da un tempo ciclico - e ci disorienta ad ogni riflesso ripetuto come nell’irrisolvibile vertigine di coscienze delle coscienze di Dunne. Ma anche la tragica intuizione di un cosmo che si ripete e si riproporrà all’infinito resta solo una parvenza, un’illusione di conoscenza: perché nella sua prigione Blanqui avrà sempre la stessa intuizione: ciò che ha pensato lo penserà di nuovo- come lo avrà già pensato indefinite volte-, ciò che ha scritto avendo addosso gli stessi abiti lo scriverà e riscriverà ancora con la stessa penna, sullo stesso foglio. Anche il suo elevarsi al sopra di ogni pensiero sarà un “già accaduto che accade e sempre accadrà”, nessun “privilegio” nell’eterno sentirsi privilegiati da questa “perennità”, nessuna consolazione nell’aver preso dimora in questa eternità. In nome della libertà Blanqui ha finito per recludere il tempo nello spazio e lo spazio nel tempo: nei suoi trentatré anni complessivi di carcere l'Enfermé si è consolato condannando senza appello l’universo ad un ritorno eterno, e non ad un “eterno ritorno”. Nessuna eresia salvifica come poteva essere quella di Origene, né – tantomeno - una Stoica consapevolezza imbarazzata dalla morte. Il ritorno eterno di Auguste Banqui non permette inganni, elusioni o sotterfugi, perché nella ripetizione eterna dell’identico anche questi si saranno già realizzati, si realizzano e si realizzeranno ancora, così come per Bataille è il percorrere l’incommensurabile e inquietante labirinto dell’esistenza: perché ogni inganno, ogni elusione o sotterfugio diverrebbero parti integranti del labirinto, nuovi luoghi da percorrere, nuovi e inaspettati percorsi da affrontare. E intanto il gatto bianco è rispuntato fuori dall’inferriata, nessuno saprà mai cosa ha fatto o scoperto in questo morso “inutile” di tempo.