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in archivio dal 31 dic 2007

Gabriella Strada

30 agosto 1966, Marostica
Mi descrivo così: Meglio essere lo scricchiolio di un pavimento che una perfezione spaventosamente diafana.

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  • 17 gennaio 2008
    La ricetta

    Getta senza indugiare
    anni felici di pargoli giochi
    ed assoluta noia


    Restituisci consistenza
    alle ali racchiuse
    dalla pelle fra le scapole


    Ora, con calma, raccogli
    conchiglie e stelle marine
    e conservale nella scatola della memoria 


    Spremi le tue ghiandole amorose
    e fanne uscire la vera essenza,
    con tutto il suo aroma 


    Mescola con forza tutti gli elementi
    fino a quando i colori
    non distinguono più la loro radice


    Sul fuoco vivace della passione
    sogna improbabili risoluzioni
    almeno fino alla prossima notte

     
  • 31 dicembre 2007
    E mentre altri...

    E’ oggi


    Apro l’armadio
    per agghindarmi adeguatamente
    ma subito mi chiedo di che colore
    può essere mai il lutto di chi
    veste sempre di nero


    Hai lasciato detto, distrattamente
    come fosse la lista del cibo,
    dove e da chi vuoi essere “sparso”


    A me è toccata acqua di laguna,
    tanto da te amata
    in trifore dorate riflesse,
    luogo di intense sensazioni


    E ti spargo, quindi,
    come fossi il sale nel pane,
    guardandoti sciogliere


    Non ho lacrime su insonni occhi,
    perché, penso, è per i vivi
    che si dona cosa viva


    E mentre altri
    intonano il loro nuovo
    Requiem Aeternam,
    io ho in mente solo
    il mio vecchio
    Wish You Were Here

     
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  • 09 maggio 2008
    Viola se ne è andata

    Come comincia:

    Ho intrapreso una nuova via.
    La bambina zoppa
    che porto sulle spalle
    pesa un pò,
    ma sento che ce la posso fare.

    Giulia leggeva parole e sentiva le lacrime bruciare la pelle delle guance arrossate dal sole. La sua dolce amica Viola le aveva scritte una notte, dopo una lunga conversazione con lei. Diceva che le aveva infuso coraggio e forza. Di nuovo, ancora, coraggio e forza. A lei, che era la donna più coraggiosa del mondo.


     Il mio specchio
    ha lasciato un segno indelebile
    ma la mia nuova amica
    mi racconta
    le storie di Sonja.
    E ciò risolve piano
    i miei nodi.

    Matteo, il ragazzo di Viola, quando l’aveva saputo aveva avuto una reazione strana. Dapprima le aveva dichiarato garanzia di costante presenza. Viola, seppur provata, era rifiorita godendo delle sue attenzioni spropositate e stucchevoli. Solo dopo tre settimane, però, Matteo già veniva solamente dopo cena, per una breve e imbarazzata ora. Poi, infine, non venne più.

    Giulia, invece, le restava accanto, passando ore a leggerle un libro di brevi ma intensi racconti, che poi discutevano a lungo ed appassionatamente. Era quella la passione che le accomunava, la letteratura, l‘arte, il senso del bello.

    Non è più incubo
    di dipendenza
    ma un tranquillo
    parlare,
    del più
    e del meno.

    Giulia ogni mattina lavava Viola con una grande spugna rosa. Il sapone odorava di zenzero e papavero. Quelle povere membra, martoriate e bluastre, sembravano rami contorti d’ulivo e il groppo alla gola era sempre più grande. Ma Viola rideva del leggero solletico, con quella sua risata del colore del cielo, e così anche Giulia si convinceva che qualcosa sarebbe cambiato, che infine tutto si sarebbe risolto.

    E’ bastato poco:
    prologo,
    esordio,
    mutamento,
    acme,
    scioglimento.
    Tutto come da manuale.
    Ma troppo breve.

    Faceva caldo e spesso, alla sera, prendevano il fresco in veranda, contemplando quel mare tanto amato, ascoltando musiche dolci e lontane, parlando di viaggi e luoghi mai visti, uomini molto amati, verità mai conosciute, libri mai scritti. Una sera si sono assopite, ascoltando la risacca e guardando le luci della baia. Stese sulle sdraio, una accanto all’altra, mano nella mano. 

    Torno alla mia
    ipotassi quotidiana,
    ai miei diversi livelli
    di subordinazione.
    Calma piatta,
    assenza di vento.

     Ecco. Viola se ne è andata così. Con calma piatta, in assenza di vento. 
    21/04/2007

    NdA: Ieri ho visto Giulia. Altri pezzi del mio cuore sono caduti a terra, sopra al mucchio. Ho pensato che era necessario finalmente pulire prima che qualcuno scivolasse calpestandoli.



     
  • 10 gennaio 2008
    Ada

    Come comincia:

    Prologo
    Ada è seduta davanti alla finestra e, come sempre, guarda fuori, verso l’oceano.
    La mia piccola Ada, così fragile, diafana, con quei suoi capelli lunghi e biondissimi, gli occhi grigio-azzurri, le mani affusolate, la pelle bianchissima.
    Assomiglia sempre di più ad una di quelle fotografie scattate nel ‘45 ai prigionieri dei campi di concentramento nazisti: visi scavati con enormi occhi ed enormi orecchie, corpi emaciati, senza più traccia di umanità.
    Ada non pronuncia nemmeno una parola da ormai otto anni, mangia solo se imboccata, dorme solo se messa a letto in posizione fetale: la sistemi così alla sera e così la ritrovi al mattino. Ada, oggi, compie quattordici anni.


    I
    - “Ada, per cortesia: puoi andare giù dalla zia Elide e chiederle un uovo che voglio fare la torta per la nonna?”
    - “Va bene! Posso prendere l’ascensore? Faccio fare solo un giretto a Piccio, poi torno subito”
    - “Uff! Lo sai che non voglio! Hai solo sei anni! E se l’ascensore si blocca cosa fai? “
    - “Ma dai mamma, non lo sai? Basta premere il bottone con disegnato il campanello!”, ed era già sul pianerottolo che premeva il pulsante di chiamata con il muso di Piccio, il suo maialino di peluche rosa, saltellando come un canguro, su un piede, poi sull’altro, poi su tutti e due, canticchiando la filastrocca che la zia Elide le aveva insegnato qualche giorno prima.
    - “Dlinnn!”
    L’ascensore apre la sua bocca e Ada ci salta dentro pestando il piede sinistro all’uomo che lo occupa per metà. Alto, con la barba e i capelli rossi, la divisa e il berretto di una ditta di spedizioni internazionali, una penna infilata dietro l’orecchio destro, una lunga catena legata ad un passante della cintura dei pantaloni con attaccato un enorme mazzo di chiavi tintinnanti.
    - “Buon giorno signore!”- e intanto le piccole dita schiacciano tutti i bottoni della pulsantiera - "vedrai che bello Piccio, andare su e giù…"
    Venti minuti dopo, il campanello dell’ascensore urla furiosamente la sua rabbia, bloccato al seminterrato, con le porte che si chiudono e si riaprono con un ritmico pulsare, bloccate da un maialino di peluche rosa di nome Piccio, unico testimone del più bastardo dei crimini.

    II
    Quando la presi in braccio, mi sembrò che avesse perso peso e consistenza, rarefatta come un miraggio in mezzo al deserto. Completamente inerme, la testa riversa all’indietro, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata. Il sangue le colava abbondante da in mezzo alle gambe e gocciolava sul pavimento in cemento del garage, ad ogni passo che facevo di corsa verso la macchina, lasciando una scia come le briciole di pane di Pollicino.
    Mentre l’auto correva veloce verso l’ospedale Ada fissava il vuoto con ottusa fissità, senza mai nemmeno sbattere le palpebre per proteggere dalla luce violenta del sole quei suoi bellissimi occhi grigio-azzurri. Con delicatezza glieli chiusi, come si fanno con i morti.


    III
    Terapie con i cavalli, i delfini, i cani. Trattamenti con la musica, le immagini, i colori. Massaggi, bagni profumati, pietre calde. Nulla. Niente. Vuoto assoluto, come lo sguardo fisso che rivolgeva al mondo, ostinatamente puntato oltre la linea che ne delimita il confine all’orizzonte.
    Abbiamo anche cambiato casa, cambiato città, cambiato stato.
    Ora abitiamo in una bellissima villetta, praticamente di fronte all’oceano, con un bel giardino e un lungo viale alberato che porta al piccolo cancello d’accesso alla spiaggia.
    Suo padre, il mio compagno di sempre, non resistè a lungo all’angoscia e alla frustrazione dell’impotenza. Preferì andarsene lontano, con la scusa del lavoro. Tornava a casa solo per Natale e solo per qualche giorno. Ci spediva grosse cifre di denaro, una volta al mese, e regali di ogni tipo. Lunghe e tristi lettere scritte su fogli di carta giallina, cartoline di ponti e cattedrali, grossi scatoloni pieni di bambole e dolci.
    Quante volte ho sognato che succedesse qualcosa o che arrivasse qualcuno che fosse in grado di scuoterla, di risvegliarla. Sapevo, perché me lo avevano detto anche i medici, che un altro forte trauma l’avrebbe forse aiutata. Ma non sapevo come fare, soprattutto perché solo l’idea di farle rivivere qualcosa anche solo di simile a quell’orrore mi risultava impossibile.
    Ma lo sappiamo tutti: nessuno può far nulla di fronte al destino.


    IV
    Quindi, Ada, oggi, compie quattordici anni.
    Il suo sguardo è perso nell’oceano e il suo corpo ha abbandonato la sua mente, fluttuando dentro a quei vestiti che mi ostino a comprarle della misura adatta alla sua età ma non alla sua magrezza. Il sole è forte e alto nel cielo azzurro e una leggera brezza tiepida entra dalla finestra gonfiando dolcemente le tende. Seduta accanto ad Ada, sbuccio delle piccole patate, dalla polpa bianca e croccante.
    Il campanello mi sorprende facendomi sfuggire di mano patata e coltello.
    Lo spioncino della porta mi restituisce l’immagine di un uomo in divisa.
    - “Speedy International, signora. Ho un pacco  urgente da consegnarle”.
    - “Le apro subito!” gli grido attraverso la porta, aprendo catenacci e girando chiavi.- “Ecco qua, signora”, e mi consegna un grande pacco che riconosco provenire da mio marito.
    - “Firmi qui per favore…”, e mi porge una penna che ha appena sfilato da dietro l’orecchio destro. Prendo la penna e, mentre mi accingo a firmare, l’uomo solleva una lunga catena legata ad un passante della cintura dei pantaloni, con attaccato un enorme mazzo di chiavi tintinnanti che fa roteare.
    Un attimo dopo l’uomo è steso a terra, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata in un’espressione di enorme stupore.
    Un abbondante fiotto di sangue sgorga ritmicamente in corrispondenza del coltello con cui un attimo prima stavo pelando patate, piantato all’altezza dell’inguine.
    Ada, ora, è stesa a terra lì vicino e dorme tranquilla, abbracciata al suo Piccio.


    V
    Non so dove lei abbia trovato la forza, non so proprio come lei abbia fatto. So solo che in dieci minuti tutto il  sangue  che  quell’uomo aveva in corpo è uscito, formando un torrentello che lentamente si è avviato, in un moto autonomo, verso la griglia di scarico in fondo alle scale.
    Non so se aveva famiglia, una moglie, dei figli. Forse no, era piuttosto giovane. Non ho nemmeno guardato i documenti: li ho fatti a striscioline che poi ho minuziosamente annegato nel water.
    Ho fatto molta fatica a scavare la buca in giardino perché era alto quasi un metro e novanta. Ci ho messo tre notti piene. Ho faticato molto anche a trascinarlo giù e a sotterrarlo: ho faticato veramente molto.
    Con la stoffa dei vestiti ho fatto dei tappetini che ho dato alla parrocchia per la raccolta di fondi per i poveri. Ho imbiancato le pareti dell’atrio, grattato e riverniciato la porta d’entrata, smacchiato il tappeto con l’ammoniaca.
    Ho pulito tutto, accuratamente. Nessuna traccia. Nemmeno una gocciolina di sangue, un capello, un pelo. Nulla. 


    VI
    Ada ha ricominciato a parlare, come se niente fosse stato, come fosse appena uscita per scendere dalla zia Elide a prendere l’uovo per la torta. Ho preso degli insegnanti privati che le stanno facendo recuperare gli anni persi. Ha anche messo su qualche chilo, mangia con molto appetito e ha cominciato a socializzare con altri ragazzi che ha conosciuto in spiaggia. E’ una ragazzina felice, mi sembra.
    In giardino l’erba è ricresciuta rigogliosa anche sopra alla fossa di quel povero disgraziato. Ci ho piantato un grande cactus che sembra nato e cresciuto lì da almeno quindici anni. Ho anche rivisto uno di quei tappetini a quadri, alla porta d’ingresso della casa della vecchia signora che abita a fianco del fornaio.
    Forse sarà strano, crudele, pazzesco, ma mi sento finalmente serena. E’ finalmente tutto al suo posto, in ordine e pulito.
    Ora mi siedo spesso su quella poltrona dove Ada ha passato tanto tempo a guardare fissamente l’oceano, e, come faceva lei, mi perdo oltre l’orizzonte, sperando, in cuor mio, che la giustizia divina sia clemente con noi.
    D’altro canto, ora, la partita è veramente da considerarsi pari.
    O no?