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Racconti di Gaetano Barreca

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  • 29 marzo 2012 alle ore 20:48
    Ritorno a casa, l'ultima notte

    Come comincia: L’odore di quella notte era ormai impregnato nelle lenzuola gentilmente odiate, che scoprendoci ci facevano patire dal freddo. Lenzuola che in un frettoloso arrovellarsi ci rimettevamo al caldo e ci costringevano a un abbraccio ancora più forte, ancora più intimo e nostro. Nella camera accanto, anche Vicky e Aaron si stavano amando. Anche da sveglio Renato continuava ad annusare le fodere del cuscino, per lui l’essenza dei nostri corpi che si muovevano in quel microcosmo, erano un viscerale modo per respirare la realtà e l’essenza del nostro amore. Avevo sempre preso beffa di questo suo modo di fare, rasentava il ridicolo, tanto da distinguerlo e il sol pensiero, adesso, m’intenerisce. Quella notte nessun dubbio, né insicurezze, per la prima volta ci siamo amati in modo incredibile, con dolcezza, passione e testardaggine. Ci siamo affidati, concessi. Io e lui. Cosa importava che sarebbe successo il giorno dopo?

    I governi di tutto il mondo hanno organizzato voli per permettere, a chi volesse, di tornare a casa. Spento il telefono cellulare e salutato gli amici inglesi, mi sto imbarcando da Londra Stansted alla volta di Catania. Io e mio marito abbiamo preso aerei diversi. Ero cosi abituato alla sua presenza che mai avrei pensato di soffrire cosi tanto. Lo immagino adesso accanto a me a tenerci la mano, mentre ancora qualche turista ci osserva stranito senza capire che siamo sudditi di un regno libero.
    Invece, mi ritrovo a fianco di una signora che non fa altro che sgranocchiare in modo insistente patatine che puzzano di formaggio. Sorrido col naso arricciato dal forte odore e provo vergogna e imbarazzo ad ammettere il dolore della distanza. Io, che nella nostra relazione ho sempre fatto di tutto per essere insieme rimanendo due entità separate. Detestavo l’idea di due cuori e una capanna o di divenire la tipica coppia che diventa una cosa sola privandosi del proprio Io. Dopo aver rinunciato a me stesso per folle amore, le sofferenze mi hanno portato a guardare dentro, a scoprire l’importanza della mia individualità. Quanto e in che misura possiamo donare di noi stessi?

    D'altronde... l'altra metà della mela è la scoperta della profondità del nostro Essere, l'amore per noi stessi. Chi arriverà, si potrà poi gustare il buon frutto che siamo diventati senza mai consumarci. Perché il sentimento d'amore per se stessi, accomunato alla condivisione per l'amore puro di un'altra persona, può portare solo del buono. In due diventiamo un albero di mele!
    Osservo fuori dal finestrino il decollo, Londra scompare tra le nuvole. Si torna a casa. L’ultima notte del mondo.

    Ci credo realmente? Ci penso realmente? Ho sentito di gente che passerà questa notte a piangere, chi davanti alla tv con una buona birra, con gli amici in discoteca o a rapinare una banca. Chi, prima della fine, si toglierà la vita in un grande raduno orgiastico organizzato nel preistorico sito di Stonehenge da alcuni monaci invasati. Da bravo ragazzo del sud Italia, la passerò nel calore familiare a strafogarmi di cibo sino alla mezzanotte, finalmente dimenticando tutti i problemi che abbiamo avuto per incomprensioni o testardaggini reciproche. A cosa servirebbero?

    Che buffo! Per la prima volta chiamo casa la città che mi ha visto nascere, che ha dato senso a ogni mia ribellione. Una città che ho amato per la sua cultura, per il suo mare e odiato per la sua mentalità che non mi rendeva libero, dove l’unica ragione concessami era quella di chiudere in gabbia il mio essere, senza la possibilità di distendere la mia voglia di espressione per uno strano e antiquato codice morale sociale. Sono andato via di casa mandando a fanculo tutto e ho fatto bene! Non c’è rimpianto alcuno se rispetti quel che sei, i tuoi sogni, il tuo destino… non vuol dire essere “cattivo”, ma ascoltare il richiamo della vita. Ho avuto la possibilità di amare e sposarmi, diventando uno scrittore cosi come avevo desiderato. L’aereo prende velocità, oggi torno a Casa!

    Il menù che mia madre ha preparato è paragonabile a un cenone della vigilia di Natale, anzi due, o persino tre. Nell’SMS che mia sorella Sara mi ha inviato, ha confermato che seguiremo la tradizione dell’abbuffata e tutto, rigorosamente, a base di pesce! Come antipasto insalata di mare, scampi grigliati e cozze alla marinara. Primi piatti, usiamo il plurale perché altrimenti son cazzi, spaghetti alle vongole, linguine allo scoglio e gnocchi mari e monti. Secondi piatti orata al forno, branzino al cartoccio, frittura di pesce. Non possono mancare contorni e dolci vari, ma se continuo a trascrivere il menu, mi viene un’indigestione da pre-pasto.

    La mia felicità è esplosa nel leggere gnocchi. Mamma che buoni! Ho espresso il desiderio di avere quel piatto di pasta fresca fatto in casa in ricordo di quando avevo cinque anni. Quel piatto mancato mi aveva dato la ragione di fuggire da casa. Vedevo mia madre che si affaccendava con i clienti del ristorante che mio padre gestiva in una vecchia osteria del centro storico, invece di accudire me. Minacciai di andar via se non li avesse cucinati, e lo feci. Mio fratello venne a recuperarmi pochi chilometri più avanti, vicino alla Fontana dell’Elefante. Ricordo che tornando a casa, sul suo motorino, avevo sul viso un broncio incredibile. Proprio quel giorno fui rimproverato, dicevano che ero un bambino cattivo, per tutta risposta andai dove mio fratello aveva parcheggiato la vespa e da sotto la sella tirai fuori il suo pacchetto di sigarette. Aveva quattordici anni e i miei non volevano assolutamente che lui fumasse. Giuseppe iniziò a rincorrermi perché mi voleva picchiare. Che storie ingenue, il sorriso del ricordo si accompagna ai miei occhi lucidi.

    Dal finestrino dell’aereo s’intravedono già i primi raggi caldi di luce rossa che scendono giù dal cielo, torneremo a far parte del cosmo. È pace! Anche se non so spiegare perché, si percepisce quello che accadrà questa notte, è come un tepore che rassicura. Nessuna distruzione apocalittica annunciata. Niente catastrofi naturali, ma una sola e semplice rigenerazione chiesta dalla natura. Non moriremo, semplicemente svaniremo, rinasceremo in altre forme o corpi. Ecco perché abbiamo creato biblioteche musei e interi video per spiegare a chi verrà dopo di noi quanto amore e quanto odio siamo stati capaci di donare al mondo. Augurando a chi ci sostituirà di non commettere ancora, stupidamente, gli stessi orribili errori.

    Vorrei andare nella Chiesa che mi ha visto crescere, che mi ha dato una via alternativa da seguire alla strada rifiutando la cultura di odio e mafia che si era creata tra gli anni ‘70 e ‘80 in città. Vorrei prendere una scala e arrivare a quel crocefisso. Staccare Gesù dalla sua croce, accarezzare il suo freddo e ligneo viso e dirgli che son stato bene, e soprattutto che era libero. Che benché sia risorto, l’uomo continuava a vivere come se lui fosse in croce perché in quel peccato godeva di dipendenza. Concludere con un grazie e ancora dirgli: «avevi ragione, anche io sono amore!»
    È solo diventando un cittadino cosmopolita, a Londra e viaggiando, che ho scoperto che per vivere non avevo bisogno dell’approvazione degli altri. Che il mio scopo di scrittore era quello di educare le genti alla visione complessiva del mondo e della realtà. Che un neo messo al punto giusto può stare anche bene. Anime. Siamo tutti uguali, figli di esperienze diverse, di voglie e esigenze contrarie. Solo stupidi uomini. Questa notte l’ultima del mondo, ne ha dato la conferma. Siamo semplici idioti che all’amore contrapponiamo la testarda guerra.
    Gli altri, io, siamo tutti mondi separati e distanti che vagano in questo universo. Siamo mondi dentro al mondo.

    Come terminerò questa sera? La cena, un ballo abbracciato stretto, anzi strettissimo a mia madre, per dirle che sono lì e che questa volta non partirò più. Che nonostante le mie ribellioni adolescenziali, l’ho sempre amata da morire. Poi, quella sigaretta mancata con mio padre e quella perdonata a mio fratello. Una sigaretta per accompagnare una conversazione da adulti. La mia prima sigaretta nell’ultima notte del mondo, sembra un ottimo inizio, no? Finalmente, giocare con i nipoti. Io, lo zio lontano dall’affetto disattento.
    Perché dovrei piangere? Perché dovrei accusare dolori ormai trascorsi? Sono diventato ciò che volevo. Anche se ero alla ricerca di me stesso, l’unica cosa che dovevo fare era solo aver il coraggio di ascoltarmi. Nella mia ribellione ho trovato me stesso. Ed è cosi bello, entusiasmante, importante e figo festeggiare questa notte.

    Scompariremo, semplicemente questo. Un’ultima cosa mi spetta da fare prima di buttarmi a testa in giù nel copione di questa smielata fine. Una cosa che volevo portare a compimento da troppi anni, recarmi a casa del mio ex ragazzo e prenderlo a pugni. Sul serio! Posso perdonare tutto il male gratuito ricevuto, ma mai chi per anni si è preso beffa dei miei sentimenti, costringendomi a privarmi della mia anima… per amore. Speravo che almeno in questa notte, la mia scrittura melodrammatica avrebbe lasciato lo spazio a qualcosa di più importante e simpatico, invece solo confusi appunti.
    Sono un inguaribile coglione!

     
     

  • Come comincia:

    Londra, 17 maggio 2010

    Mamma, sono diventato egoista. La mia continua insoddisfazione mi ha trasformato. Mi ha fatto iniziare a viaggiare lontano, sempre più lontano. Prima Perugia, poi Londra e ora penso già all’America. Sto bene con me stesso mamma, tanto! Mi volto indietro, e mi accorgo che in questi ultimi dodici mesi sono stato solo. Era ovvio che non avreste potuto aiutarmi a realizzare i miei sogni, ma sono arrabbiato perché me lo avete proibito.

    Mamma, ti voglio bene, ma la vita mi ha insegnato molto più di quanto tu abbia potuto fare. Mi hai trasmesso valori autentici, importanti, ma non sufficienti per vivere. La speranza non è nel futuro, son cresciuto ripetendomi: «Un giorno sarò felice», ma il tempo passava e il dunque non arrivava.

    L’umiltà a poco serve se rinunci all’ambizione, ti rende un fallito. E il male mamma? Il male va affrontato, non allontanato. Non possiamo tenere le persone che amiamo lontano dal male, ma possiamo aiutarle ad affrontarlo, stando loro vicino. Nella vita gli errori vanno commessi, per poter dire: «Ci ho provato», per poter capire se quella che stavo percorrendo era la strada giusta da seguire. Dietro a uno sbaglio si possono aprire altre porte. Siamo tutti alla ricerca di noi stessi, siamo tutti diversi, unici, speciali.

    La mia più grande colpa è stata quella di non osare, la mia paura di essere solo. Me lo
    Quando a trent’anni decisi di smettere di sopravvivere, tu eri la mia confidente mamma, ma eri così amorevolmente preoccupata del tuo figlio lontano che non mi hai mai dato una parola di conforto, ritenendo i miei desideri folli. Non volendo, mi hai sempre ostacolato e io sono dovuto partire per mete sempre più lontane, pur di non ascoltarti.ricordavi sempre e ciò mi faceva sentire impotente, sbagliato. Nessuno avrebbe potuto rimediare ai miei guai, prendersi cura di me, ma così facendo sono divenuto schiavo della vita, del lavoro, dell’amore  per paura! Questa non è vita.

    Non possiamo sempre adeguarci mamma, questo non è vivere. Tu e papà mi volevate architetto, mentre io volevo diventare illustratore. Non mi hai mai incoraggiato. Le tue parole erano: «Siamo poveri, quella è una strada che possono percorrere solo le persone che hanno i soldi, e poi ci sarà sempre qualcuno più bravo di te pronto a fregarti il posto.»

    Lo ricordo quel discorso, avevo diciott’anni ed eravamo nella tua camera da letto. Nemmeno un mese dopo sono andato a studiare lontano da casa e mi sono sentito finalmente libero. Mi hai educato all’amore come prova di sacrificio e dedizione alla persona che ti sta accanto. Ho provato questo sentimento. Questo è un sentimento puro mamma, bellissimo, ma ti sei scordata di insegnarmi che l’amore e il rispetto per sé stessi rimangono i valori più importanti. E io mi ero perso. Non trovando quello che cercavo son partito ancora una volta, verso l’Inghilterra. Qui, alla soglia dei miei trent’anni, mi sto educando a osservare la vita, ma la cosa più difficile è imparare a perdonarmi.

    È difficile mamma, tu ti sei mai perdonata?

    Non ho nulla da rimproverarti, perché per me sei speciale, ma ti sei sempre dimenticata di volerti bene e questo mi ha sempre fatto tanta rabbia, mi ha reso un figlio infelice. Forse è questo che non ti ho mai perdonato, forse è questo il motivo dei miei sbalzi d’umore con te. Tante volte ti ho fatto capire che per essere felici bisogna fare delle scelte, affrontare la vita e non adeguarsi agli eventi e alle circostanze. La vita nasconde a volte tanta magia, non è solo sacrificio.

    Siamo simili mamma, tanto simili da farmi paura. Io non voglio essere come te, voglio sbagliare, voglio sognare. Detesto il pensiero che la mia felicità sia determinata da un’altra persona. Se non amo me stesso chi potrebbe amarmi?

    Chissà che figlio volevi mamma. Tu e papà eravate così felici quando sono nato, me lo raccontavi sempre per farmi sentire amato. Papà, quando seppe che ero un maschietto, andò al bar del quartiere e offrì da bere a tutti. Mi volevate così tanto bene che vi siete dimenticati di prendervi cura di me, tanto che sono cresciuto per strada, perché la strada era meno pericolosa dei parenti di papà.

    Voglio fare cazzate, voglio ridere, voglio amare, voglio avere tanti amici e sognare, mamma, sognare tanto. Tu non hai mai visto il mondo e non hai idea di quanta bella gente si incontri viaggiando. Fino a oggi non sono riuscito a prendermi cura di me e del mio sogno perché troppo sottomesso alla paura di non esserne capace, dall’ansia di star perdendo tempo. O forse, perché il bambino dentro me voleva che fossi tu a prenderti cura di lui, a dargli il permesso di sognare.

    Sentirmi autorizzato a essere felice. È orribile.

    Adesso voglio imparare a fare tante cose, come ora, a fare il nodo alla cravatta, da un papà virtuale e presente trovato su Youtube. Voglio anche sedermi alla scrivania e iniziare a disegnare, piano piano. Tratto dopo tratto. Senza che nessuno mi picchi o molesti i miei desideri. Ho un dono mamma, un dono che non avete mai compreso. Tuo figlio non era diverso bensì speciale, e questo ancora non l’hai capito.

    Ho perdonato la vita, perché mi ha reso quello che sono oggi. Mi piace il modo in cui sto diventando uomo. Perché le brutture del passato mi hanno reso una persona sensibile, capace di vedere e percepire cose che inizio ad apprezzare. Sono diventato uno scrittore, ma tu non te ne sei mai accorta e a volte sembra che te ne vergogni. Essere scrittore non è un lavoro, è Essere. Chissà, magari ho iniziato a scrivere proprio perché avevo bisogno di essere ascoltato.

    Avevo bisogno di scrivere, di sfogarmi un po’, di riflettere. Chissà che starai facendo ora? È una settimana che non ti sento. A Londra sono le ventuno, in Italia le ventidue e tu starai finendo di lavare i piatti prima di andare a letto e ringraziare Dio che anche questa giornata sia finita. Avrò riversato tutti i miei sentimenti in modo confuso su questo foglio, pieno di errori, come sempre. Li accumulo perché mi portino a riflettere. Ed ecco che, scrivendo, ho compreso che ho una cosa importante da fare, da imparare, affidarmi alla vita facendone parte.

    Non è facile, ma sarà il mio nuovo obiettivo, per costruire un me stesso lontano dai tuoi insegnamenti, dalle costrizioni della società. Un qualcosa che va al di là di tutto. È difficile ascoltarsi mamma, a me fa paura. Ma voglio farlo perché merito tanto. Perché voglio iniziare a prendermi cura di me stesso.

    Ho ricevuto una grande lezione di vita, ho compreso che quello che siamo dipende sempre dalle scelte che facciamo. E io, abbandonando il demone della paura chiamato fallimento sento d’aver fatto la scelta giusta. Se non proviamo, se non osiamo come possiamo dare occasione alla vita di renderci felici?

    Tuo figlio Alessandro

  • Come comincia: Dal tuo scritto colgo che anche tu hai negato alcuni aspetti della tua vita. In passato, vedendoti sempre così solare e sorridente nonostante le difficoltà, ho confuso la tua spietata voglia di andare avanti con un modo facile che sapeva di superficialità. La tua filosofia di vita contrastava troppo la mia visione stagnante del risolvere i problemi del passato e poi poter vivere. La cosa ti faceva sempre incazzare, mi ripetevi che io più di te avevo dei genitori che si erano presi cura di me, soldi e quindi la possibilità di realizzare ogni minimo sogno con facilità. Universitari fuori sede con un futuro da costruire, sogni da realizzare con entusiasmo, cosa importavano le sofferenze del passato?
    Conoscendo la tua storia, ti chiedo ora scusa.
    A quanto pare, se in Italia vuoi vivere serenamente in società, devi rinunciare a te stesso, conformarti alle regole e diventare un bamboccio senza autonomia di pensiero e valutazione.
    Se davvero riuscissimo in questo, ad adeguarci all’imposizione dei luoghi comuni e a divenire creature omo-logate come gli altri ci desiderano, saremmo realmente felici? O vagheremmo storditi, come sulle rive dell’Acheronte, anime senza meta per il resto della nostra esistenza?
    Io non voglio fare finta, io voglio essere e sentirmi vivo, è un desiderio cosi semplice! Cos’è la felicità se non il vivere in armonia con se stessi e con il mondo circostante, senza dover essere costretti a rinchiudersi nella propria solitudine o in mondi interiori per sopravvivere? E ai visionari come noi do-mando ancora: “siamo nati nell’epoca giusta?”, oppure la no-stra follia, le nostre anime, i sentimenti, il sapere sono così avanti con i tempi che spetta proprio a noi cambiare il destino triste delle persone, e dare loro una speranza in più, essere testimoni della purezza dei nostri amori, del nostro essere?
    Far capire che essere diversi, per noi, non vuol dire nulla, non sperimentiamo il senso di colpa. Perché la diversità è uno stato d’animo, non esiste.
    Se fosse davvero possibile esserne testimoni, le sofferenze patite avrebbero un senso e in fin dei conti capirei… godendo del presente, che i miei dolori, gli squarci dell’anima non sono stati inutili. Procrastinando l’elusiva attesa del cambiamento ci osserviamo e sosteniamo a vicenda, sopravviviamo dando alle nostre inquiete anime cibo di filosofie, sogni di speranze.
    Come Icaro, personaggio della mitologia greca di cui porto il nome, diveniamo l’allegoria personificata di chi, per staccarsi dalla realtà ostile, perde le sue ali di cera e precipita a terra. A ogni tentativo vano, nonostante le ferite, ne costruiamo di nuove per tentare ancora. La fiamma delle candele consumate scandisce il tempo della nostra ostinazione, consapevoli che un giorno riusciremo finalmente a volare.
    Orsù dimmi: quale amore negato di libertà, indipendente-mente da razza, sesso, cultura o epoca non farebbe questi di-scorsi? Rifletto, mi struggo, non trovo ragione e i miei pensieri si confondono e contraddicono cercando una spiegazione logica a qualcosa che logico non è. Ehi... io sono qui, sono Icaro! Non sono un personaggio mitologico ma una creatura in carne e ossa. Vivo, perché fate finta che non esista?
    Tacendo l’ardore del sentimento e l’estro di questo mio pseudo-carme, metto via lo spartito di questo monologo e scendo dal palco di questo teatro di sordi. A te, mia speranza, porgo una rosa bianca e ti reco ragione mio caro. Amare, do-nare e ritrovarsi sono sentimenti comuni che tutti inseguono e che qualcuno, alla fine, in qualche modo raggiunge.
    Tocca a noi dare un contributo per cambiare il mondo, con-siderando che i diritti sono prima di tutto una vittoria sociale poi politica. Nessuno può costringerci a cercare una felicità di-versa dalla certezza del tepore familiare.
    Anch’io desidero esser partecipe della Dolce Vita italiana, viverla di latina passione passeggiando mano nella mano con il mio ragazzo per le strette vie acciottolate e illuminate da antichi lampioni; godere di un bacio al Colosseo; aspettare abbracciati il tiepido tramonto su una panchina lungo il Tevere, mentre la nostra canzone viene suonata da lontano. Affittare una macchina e passare le domeniche viaggiando tra i verdi paesini dell'Umbria, o andare ad assaggiare i vini della soleggiata Toscana. Il giorno di San Valentino poi, recarsi a Mantova e scimmiottare la nostra storia d’amore quasi impossibile: Romeo e Giulietta del ventunesimo secolo.
    Noi giovani Montecchi e Capuleti, generazione d’ipotetici falliti sognatori che non hanno vissuto la cultura del delitto d’onore  e la vittoria del femminismo. Noi, chiamati all’amore, vittime di stati vitali dove dignità e rispetto familiare era-no/sono alla base della società. Noi educati da figli di una cultura che non ci appartiene.
    È assurdo, rivoltante pensare che alle soglie del duemila due giovani ragazzi come noi debbano nascondersi per potersi amare e sostenere discorsi sul mancato riconoscimento della società. Mio dio Toshi, mi sembrano parole dure fuoriuscite dalle bocche di personaggi storici della Rivoluzione Francese o della Carboneria, di briganti moderni alla ricerca di riscatto sociale.
    Nelle lettere che Oscar Wilde scriveva dal carcere al suo amato, il grazioso ragazzo dal cuore degno di un Cristo, sugge-riva di partire alla volta dell’Italia per continuare a scrivere quelle poesie che sapeva comporre con grazia così strana. A distanza di un secolo, la speranza ha abbandonato il Tevere fluendo sul Tamigi. Sono sicuro che anche noi un giorno, ri-leggendo queste lettere, rideremo e ci faremo beffa di quest’epoca che rinchiude le nostre anime in campi di concen-tramento dell’esistenza relegandoci all’isolamento sociale.  Una Shoah fredda, moderna e noi repulsi testimoni, deportati sopravvissuti a questo inspiegabile e antiquato massacro di libertà d’espressione.
    Dovremmo smettere di vivere nascosti, di aver paura di essere noi stessi e di amare. È la vergogna di quel che si è che esaspera gli insensati pregiudizi, il nostro scopo d’ora in poi sarà quello di decidere che dobbiamo educare la gente al suo concetto di diversità. Spiegando che la declinazione più pura di normalità è essere se stessi, con le proprie virtù e anomalie. D’altronde…
    “io desidero quello che possiedo; il mio cuore, come il mare, non ha limiti e il mio amore è profondo quanto il mare: più a te ne concedo più ne possiedo, perché l'uno e l'altro sono infiniti .”
    In tutto questo caos di miei bizzarri richiami a pure storie d’amore vissute una cosa è certa, non siamo stati noi a scegliere le nostre famiglie. Anche se nutriamo rancore, siamo figli di altri figli, vittime di altre storie e sbagli commessi prima delle nostre nascite. Sappiamo questo, è ovvio, eppure non ne comprendiamo ragione.
    Come tu non sapevi della mia adozione, io non sapevo che fossi figlio della Quarta Mafia.  Non sapevo che rinunciando a seguire le orme del tuo clan, hai subito violenze e sofferenze gratuite da parte di chi ti ha cresciuto, perché non era capace di comprenderti. Rifiutavano di informarsi su un mondo che non li riguardava. Picchiato, scacciato, privato del basilare affetto per colpa di quello che saresti diventato un giorno. Un bambino, cosa sa del sesso?
    La tua felicità, in confronto alla perdita di virilità e autorità del proprio cognome, non valeva nulla. Il tuo handicap era un peso insopportabile per la famiglia Martini preoccupata dell’andamento dei propri affari illeciti.
    Crescere e portare allo stato cosciente quello che sei, ti ha fatto sentire per molto tempo inadatto. Incompreso e discri-minato dalla società perché figlio di mafiosi, dalla Chiesa per-ché omosessuale, dalla tua famiglia perché non divenuto un essere omologato. Il tutto contestualizzato in una città dell’Italia meridionale che fa a cazzotti tra stagnanti e arcaiche tradizioni locali, vivendo il riflesso delle glorie dei propri avi, e la giovane voglia di rinnovamento e sogni delle nuove generazioni. Uno spaccato sociale antropologicamente interessante, in cui tutti combattevano contro di noi. Figli di una stirpe di disillusi, cresciuti essendo derisi e insultati da gente fallita, che a sua volta vedeva il riflesso della sua frustrazione. Additati come generazione senza valori e sogni, mentre noi vivi camminavamo tra i morti viventi.
    Educati al pudore di Dio, indotti al rogo esistenziale a causa del nostro destino ribelle, abbiamo dovuto cercare la verità dentro di noi. Amarsi e accettare la propria unicità sono stati passaggi dolorosi per noi, che da bambini portavamo orgogliosi il Sangue di Cristo all’altare.
    Incompresi, mostri o esseri umani? So cosa siamo, semplici anime vittime di un malsano sistema culturale.
    Come sai, nessuno può trattenere per sempre quello che è realmente e, stanchi di sopravvivere, alcuni fuggono lontano smettendo di essere figli. Divenendo instancabili nomadi alla ricerca d’affetto, questi gli stati d’animo che ci hanno fatto in-contrare nella città umbra tra Roma e Firenze. Questo senso di libertà, di gioiosa speranza in un futuro migliore ma anche di non appartenenza e di rigetto sociale ci ha uniti. Ci ha reso consapevoli di essere fantastiche persone alla ricerca di un posto nel mondo, impavidi ribelli fiduciosi delle proprie ostinazioni positive. Turbolenza solo per urlare gioiosi al cielo che esisteva davvero quel qualcosa in più oltre il naso dei nostri educatori! Quel qualcosa che ci aveva reso spiriti inquieti.
    Trepidazione, furia, impazienza, lacrime che si trasforma-vano in un futuro di speranza, la tanta agognata e sospirata innocente fuga da casa. Andare a studiare in una città lontana. Esiste un termine che possa mai comprendere le passate emozioni vivendo l’attesa dei diciotto anni per rendersi liberi?
    Tanta enfasi e gloria in questi pensieri, riflessioni e conti-nua retorica che richiama le mie ali di cera al sole, tanto da permettere che un sorriso di rassegnazione ne spenga l’entusiasmo. Che confusione che c’è in me, o forse è la società che è confusa? I miei pensieri a volte sono vicini al corto cir-cuito e sfiorano la follia. Troppi demoni albergano il mio ani-mo e trattengono la mia libertà di essere. Paure che sbagliando ancora una volta la gente possa entrare nel mio mondo interiore per distruggerlo. Chi non ne sarebbe terrorizzato?
    Quasi contraddicendomi mi ripeto in quest’oceano di parole, a me non importa quello che la società pensa, ma ne sono automaticamente sottomesso perché voglio farne parte. Toshi, stiamo crescendo! Non voglio più fare passi falsi. L’unica cosa che posso fare in questo momento, è mettere la giacca sopra al pigiama e recarmi al West Pier, il molo abbandonato in mezzo al mare. Sedermi sulla sabbia a osservarlo, accendermi una sigaretta, prendere un teschio in mano e lasciarmi andare a un retorico dramma.
    “Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è so-luzione da accogliere a mani giunte.
    Morire, dormire, sognare forse: ma qui è l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trat-tiene: è la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
    Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell'uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il me-rito paziente riceve dai mediocri, quando di mano pro-pria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugna-le? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d'altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l'incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell'azione perdono anche il nome... ”
    In questo scenario di buffa e voluta atmosfera di solitudine, sono sicuro che Shakespeare sarebbe fiero di avermi come assistente drammaturgo.