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in archivio dal 06 apr 2011

Gaetano Grisafi

Palermo
Mi descrivo così: Siciliano, scrivere è un passatempo rilassante

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  • 06 aprile 2011 alle ore 11:10
    Due amori

    Come comincia:

    -Non si tratta di inutili parole, ma di fatti- mi sussurrò Antonio, stringendomi le spalle col  braccio.
    -Ti do tre milioni e tu mi porti Penelope in Turchia, ad Antalya,- insisté.
    -Che ci faccio con tre milioni? Non mi bastano, non se ne parla…- obiettai, conoscendo bene Penelope e le sue esigenze.
    -Non fare il difficile, lo so che Penelope ti piace. Ho visto come la guardi, come la sfiori…-  mi stuzzicò malizioso. -E poi, quando ti capita… hai un mese intero da trascorrere solo con lei, lontano da quel ladro che la mantiene e che la trascura…-
    Annuii in silenzio, fissando i suoi occhi lucenti da felino attraverso la fessura delle palpebre.
    “Ha ragione”, pensai dopo averlo salutato,”io amo Penelope e farei di tutto per stare un po’ con lei”.
    Penelope la vidi per la prima volta a Favignana. Era sola come me, stava quasi in disparte sulla banchina della tonnara vecchia, carezzata dalle acque limpide della baia, dalla brezza tiepida di giugno. Ed era, non ho bisogno di dirlo, bellissima.
    -Il denaro non è importante,- mi assicurava per telefono Antonio, - l’importante è il mare, l’avventura…- e io, ingenuo, gli credevo. Anzi credevo a tutti quelli che mi lusingavano con le sirene dell’avventura ad ogni costo.
    Col senno del poi devo ammettere a me stesso che la storia dell’avventura costi quel che costi io l’ho pagata di prima persona e a caro prezzo. Mentre quei riccuna che me la facevano continuamente baluginare davanti l’inutilità del denaro hanno continuato ad essere ricchi. Anzi, sempre  più ricchi, adoperando altri minorati mentali, tali e quali a me, per fare i loro porci comodi. Ma questa è un’altra storia che un giorno vi racconterò.
    Quel giorno d’inizio giugno Antonio mi consegnò le chiavi di Penelope. Perché Penelope, l’avrete capito, è uno splendido sloop di quaranta piedi in vetroresina dalle linee molto marine chel’armatore lasciava marcire nelle acque sporche del porto per quasi trecento giorni all’anno. Io ero felice (da giovani basta un nulla), avevo una barca, un porto d’arrivo ben distante e quattrini sufficienti. E poi  un carico di nafta, mezza tonnellata d’acqua e cibo in scatola a volontà.
    Sull’equipaggio avevo avuto mano libera da Antonio:  -porta chi vuoi-  precisò, - basta che a me non mi costi nulla-. Frase che tradotta nella lingua di Dante significa qualche altro disperato simile a me e in cerca d’avventura come me, disposto a tutto per il mare. Qualcuno convinto di fare lui l’affare della vita, lavorando un mese gratis  a favore di chi può permettersi di pagare due milioni al mese senza difficoltà.
    Il mare… chi non conosce il mare non può capire. Non potrà mai capire come ti entra dentro, con quale forza, con quale prodigiosa intensità scuote i tuoi sensi contaminando ogni tua emozione. Chi non conosce il mare non potrà mai distinguere il suo odore mai uguale, il suo sapore sempre diverso, i  suoi colori sempre cangianti, i suoi umori perennemente mutevoli.
    Il mare è un’onda che ti droga, e una droga che alle volte ti uccide.
    Blasco l’avevo conosciuto ad una regata d’altura il marzo precedente e sapevo che voleva mettersi alla prova con qualcosa di più impegnativo.  Certo il fatto che ci avesse fatto perdere,  volando in acqua in mare aperto colpito dal boma di randa, non deponeva a suo favore. Ma tant’è. Nonostante la mezz’ora nel mare frangente di marzo al largo di Ustica cercando di recuperarlo, lo chiamai… gratuito con un mese a disposizione c’era solo lui. Era un entusiasta Blasco, si entusiasmava rapidamente di tutto e per tutto, e non si rendeva conto che io  lo stavo usando e che qualcun altro stava usando me. Così va la vita.
    Il giorno della partenza  il mare era increspato solo dalla brezza del mattino: drizzammo la randa e il genoa e via; bussola a novanta gradi verso il misterioso Oriente. Da Palermo filammo al traverso per tutta la giornata  con le sole vele  lungo la costa settentrionale della Sicilia. Blasco, elettrizzato, cazzava e lascava  senza sosta le scotte con i winch, regolava il trasto di randa e il caricabasso, insomma si dava da fare. Tirando le somme era un buon diavolo e sapeva anche cucinare. Io  invece ero incatenato al timone e almeno per il momento non ne volevo sapere di mettere il pilota automatico; volevo godermi il comando della mia (finalmente mia) Penelope e carezzarla con le dita, proprio come si fa con una bella donna.
    -Hai mai visto le Eolie dal mare?- domandai a Blasco all’altezza di Cefalù.
    -No- rispose lui.
    - Allora vedrai le isole Eolie dal mare- promisi cambiando rotta e puntando sul mare aperto.
    Arrivammo che stava facendo buio: Alicudi è l’ultima (o la prima) ed la più selvaggia delle sette sorelle. Non c’è nulla, a parte il fortunoso attracco per l’aliscafo e poche case appollaiate lungo i suoi ripidi pendii vulcanici. Non una strada, non una macchina, persino l’elettricità  è scoperta recentissima e per fortuna non viene adoperata per illuminare le poche vie. Il risultato, infatti, è un cielo notturno  magnifico:  migliaia di  gemme così brillanti che osservarle da lì equivale a vederle per la prima volta. E poi il mare, un liquido blu eternamente frangente su di antiche lave nere e capace di tingere la mia immaginazione con i colori dell’infinito. Mi ormeggiai alla meno peggio all’unico molo  e saltai a terra; mi sentivo come il capitano Cook, ma ero solo io.
    Poco vento e molto motore, Filicudi, Salina, Lipari, Vulcano.  Diedi fondo nella baia di ponente, ben distante dagli scogli e dalla riva e lasciai Blasco in libera uscita. E lui, contento ed entusiasta come mai, raggiunse in un attimo la spiaggia col tender. Io preferii rimanere solo con la mia Penelope, memore di una brutta avventura capitatami in quello stesso posto tempo prima:  quando un’improvvisa tempesta spedò le ancore di tutte le barche  in baia facendone affondare anche un paio. Io fui fortunato e riuscii a salire in tempo e a dare motore verso il largo. Altri lo furono meno di me.  Gente con tanti soldi e poco cervello. Così va la vita.
    Ma quella sera meglio avrei fatto a lasciare Penelope sola e a seguire il prode Blasco a terra. Entusiasta per natura,  marinaio per volontà e per passione, casanova da strapazzo per vocazione ormonale, idiota come tutti gli uomini accecati dal testosterone. Quella sera Blasco, al ritorno dalla sua spedizione in terra incognita,  portò a bordo un’olandesina di sì e no vent’anni con un corpo da modella e un viso d’angelo…  o forse era il contrario. Poco importa.
    - Questa è Kelly…- la presentò Blasco con un sorriso che gli allargava la faccia come a un jolly, ma senza campanelli. -Le ho promesso un passaggio sino ad Atene- mi comunicò sicuro di sé. Come se il mio assenso fosse scontato.
    -Ma quale Atene e Atene,-  sbottai.  -Noi ad Antalya dobbiamo andare.  E tu non sei autorizzato a dare passaggi a nessuno… Qua comando io!-
    -Ma Antonio non t’ha detto porta chi vuoi basta che sia gratis? Lei gratis è...-
    -Gratis non esiste niente. E porta chi vuoi Antonio l’ha detto a me che sono il capitano, non a te che sei il mozzo!- lo ripresi con vigore.
    -E io, infatti, a te lo sto chiedendo…  e poi una mano a bordo ci serve… mi ha anche detto che sa cucinare.-
    -Sì, hamburger, birra e salsiccia-  sfottei.  - Di donne a bordo non ne voglio. Portano male. Portano sfiga!- obiettai.
    -Ma l’hai vista? Hai visto che corpo, che gambe, che seni… che occhi –  mi tentò, il diavolo accecato dal testosterone.
    -Seeee,  gli occhi ci taliasti. Niente donne, è un’ordine-  esclamai categorico, con piglio militare.
    - Kelly,  avvicinati- le ordinò Blasco nel suo pallido inglese, mettendola in mostra e facendola girare su se stessa.
    La ragazza, occhi verdi, bocca rossa e una maglietta bianca che più che nascondere lasciava intravedere ogni ben di Dio, si accostò a me e mi baciò sulla guancia destra, alitandomi sul collo. Rimasi interdetto e la guardai di traverso, presagendo guai a non finire. Fui sul punto di buttarla fuori, ma il diavolo, complice il mio testosterone, accecò anche me.
    -Va bene,- acconsentii riluttante.
    -Dagli la tua cabina a prua e prendi la cuccetta a poppa. Si cena tra mezz’ora, si parte all’alba. Voglio arrivare in Calabria prima di sera…- ordinai.
    -Agli ordini capitano- rispose Kelly  contenta, nel suo traballante italiano, fissandomi con i suoi occhi da gatta in calore.
    La cena a base di aricciole pescate alla traina se ne andò insieme a due bottiglie di Bianco d’Alcamo. E mentre mi addormentavo pensai al fatto che quella donna si trovava a bordo da poche ore e già m’ aveva fatto infrangere il divieto assoluto dell’alcool mentre si è in navigazione. Così va la vita.
    Non incontrammo vento  sino allo stretto di Messina e procedemmo a motore. Poi, finalmente, la brezza si alzò potente al nostro traverso. Drizzammo  il genoa, lo scafo si inclinò, la spuma iniziò a spazzare il ponte, e cominciò la bolina.  Iniziai a dare ordini di virata continui, zigzagando tra i traghetti che fanno la spola tra le due rive dello stretto, i cargo che passano da Oriente ad Occidente e le ultime spadare dalle lunghe antenne a caccia dei spada.
    -Vira a dritta- ordinai e sentii  l’adrenalina scorrermi dentro, i sensi acuirsi, i muscoli farsi più potenti.  Lo facevo per tenermi in allenamento, ma volevo anche sfiancare Blasco, che aveva trascorso tutta la mattinata a pomiciare con Kelly, a toccarla, a strusciarsi su di lei. Lo volevo stancare… punire. Il testosterone faceva effetto, la gelosia anche.
    In quel frangente Kelly, non potendo fare uso di Blasco, si avvicinò a me. Io stavo dritto sulla ruota del timone, da vero capitano, con un occhio alle navi che ci incrociavano e avevano sempre la precedenza e un occhio al mostravento  a riva. Kelly prese posto dietro di me  e cominciò a carezzarmi le spalle, scendendo  giù, verso la schiena, verso i glutei. Rimasi impietrito, nuovamente interdetto, ma  lasciai fare; sorridendo la lasciai fare…  il diavolo e il testosterone la lasciarono fare.
    Kelly aveva diciannove anni, ma ne poteva avere trentanove per come sapeva giocare con gli uomini. Infatti a Melito di  Porto Salvo lo dimostrò ancora. Il porto era angusto, con l’entrata semi interrata, tanto interrata che  il progettista  si sarebbe meritato d’esser legato all’ultima crocetta della maestra e portato a spasso per il Mediterraneo. Ma in quel momento avevo unicamente bisogno di carburante e di acqua prima di affrontare la traversata  dello Jonio; e di tornare indietro a Reggio o di salire a Crotone non mi andava proprio.
    Entrando nel porto per poco non mi arenai. Mi innervosii e comunicai alla ciurma di voler fare solo acqua e benzina e di mollare subito gli ormeggi per Cefalonia.
    -Ho voglia di camminare un po’- obiettò nel suo italiano cantilenante la dolce Kelly.
    -Ho detto di no- replicai bruscamente.
    Anche Blasco insisté, dando manforte alla bella olandesina.  Purtroppo per me non valgo un mignolo della grinta del comandante del Bounty e acconsentii a passare la notte in quel buco di posto dimenticato da Dio e ricordato male anche dagli uomini per andare dietro ai capricci della bella figlia dei tulipani. La notte la trascorsi insonne tra i mugolii amorosi di Kelly e i muggiti di Blasco che, nella cabina accanto, si divertivano, mentre fuori i pochi pescatori del porto  sicuramente lo facevano apposta ad urtare la barca ad ogni passaggio.
    Il giorno dopo i due amanti ancora dormivano e io ho lasciai il porto più squallido del Mediterraneo settentrionale con bussola a novanta gradi, direzione isola di Cefalonia, porto di Argostoli. Il mare era calmo, il vento spirava dai quadranti meridionali, branchi di delfini mi inseguivano saltando a prua della barca accompagnandomi gioiosamente; tutto sarebbe stato perfetto se non avessi  ricominciato a sentire mugolii e fremiti di libido. Verso le dieci il casanova e la gatta uscirono con loro comodo  a prendere il sole. Io ero già arrostito e stanco, misi l’automatico e mi sdraiai all’ombra della randa.
    -La terra quasi non si vede più- mi fece Blasco e io annuii.
    -Quanto ci impiegheremo per arrivare a Cefalonia?- chiese mettendomi di cattivo umore.
    -Due tre giorni- risposi seccamente, infastidito. Poi scesi in quadrato a fare il punto nave stimato e dopo averlo fatto salii con in mano  il mio sestante e il volume con le tabelle effemeridi dell’Istituto Idrografico della Marina per fare il punto nave con il sole. Kelly prendeva  il sole in topless sulla tuga e vederla così, bella, giovane, luminosa, mi tolse  letteralmente il fiato.
    -Segna sulla carta- ordinai a Blasco – latitudine trentasette gradi quarantasette primi e ventotto secondi nord, longitudine sedici gradi trentadue primi e dodici secondi  a est. Corrisponde al punto stimato?-  chiesi.
    -Per niente-  rispose  lui acido, geloso dei miei lunghi sguardi molli a Kelly.
    -Dammi qua- lo zittii io.
    -Difficilmente corrispondono. E se non fosse per me vi perdereste in una tinozza. Deficiente,- lo apostrofai e tornai al mio posto all’ombra della randa. Kelly ci osservava divertita, alzando leggermente il capo, mettendo in mostra i bei seni acerbi:  sapeva o, almeno, intuiva di essere lei la causa del malumore tra noi due e non faceva nulla per metterci una pezza.
    La navigazione proseguì tranquilla fino a quando non incrociammo un relitto che galleggiava a sinistra, ad una cinquantina di metri da noi. I miei sensi si destarono e si rimisero all’erta, fiutando il pericolo: -dobbiamo fare i turni per la notte- dissi. - Faccio il primo fino alle due del mattino, poi ti sveglio e fai una tirata fino alle sei.-
    -Non c’è pericolo,- obiettò  languido Blasco, - la rotta commerciale passa più a sud… -
    -Tu fai quello che ti dico io. Possono esserci navi che transitano più a nord della rotta stabilita. E per loro noi siamo invisibili, - tagliai corto rimettendomi al timone.
    Kelly nel frattempo si era messa ai fornelli , soltanto un pareo trasparente copriva le sue attraenti nudità e osservarla diventava una tortura senza fine, quasi quanto le stupide effusioni di Blasco ripetute sotto i miei occhi. Ad ogni modo Kelly si dimostrò un’ottima cuoca e la cena passò allegramente, lei seduta al mio fianco e pronta a versarmi  il mio adorato Grecanico nel calice,  a  stuzzicarmi maliziosa, sfiorandomi i piedi con i suoi. La sera stessa Penelope, che sino a quel momento aveva sopportato  di buon grado il mio malumore e le mie disattenzioni cedette ad una sventolata di scirocco. Accelerò d’improvviso, il pilota automatico non resse la rotta e cominciò a fischiare. Corsi al timone e lo disinserii. Mollai la scotta di randa e ridussi il genoa, la navigazione riprese tranquilla, Penelope mi aveva fatto capire che non la potevo tradire, che con lei dovevo stare sempre in guardia. Mi feci  praticamente tutta la notte di guardia, perché Blasco si era  sbronzato con la  mia riserva di Grecanico; solo Kelly mi venne a fare visita verso le tre del mattino  con un caffè caldo in mano  accucciandosi  accanto a me, inebriandomi col suo profumo. Mi tenne sveglio, mi coccolò con la sua cantilena italo-olandese, mi raccontò dei suoi sogni, del viaggiare per il mondo libera, senza legami e costrizioni.  -E i soldi?- chiesi io a un certo punto.  -I soldi si trovano- rispose lei  facendo spallucce .
    Verso le cinque, albeggiava, le ordinai di andare a dormire e io proseguii la mia veglia con Penelope, la moglie che non tradisce mai.
    Erano due giorni che vedevo solo acqua, il vento si era calmato, il mare quasi non si muoveva. Ritirai il bucato e le stoviglie alla traina in mare e li sciacquai in acqua dolce. Ammainai la randa e il genoa e mi tuffai nel blu: sotto di me cinquemila metri di acqua. Attorno a me solo Penelope alla deriva, inerte, intenta a scarrocciare lentamente verso nord, mentre una testuggine mi nuotava vicino osservandomi quieta, per nulla preoccupata. Avrei voluto essere come lei, o come un delfino, come un tonno… felice in un adesso eterno e senza tempo. E invece il diavolo era in agguato, mi seguiva. Sfiorai  la testuggine e lei fuggì nel blu profondo spezzando l’incanto.  Ancora in acqua osservai Kelly distesa sul ponte. Era veramente magnifica e Blasco, completamente inebetito, fuso,  pendeva letteralmente dalle sue labbra.
    -Ti potrei lasciare a mollo a duecento miglia dalla costa e scappare con Penelope, Kelly e vivere felice per il resto della mia vita-  mi urlò Blasco armeggiando col timone. L’incanto si spezzò definitivamente. Quasi gli credetti: anzi lo presi talmente sul serio che iniziai a nuotare velocemente verso la scaletta. Rideva, l’infame, e con lui la dolce Kelly.” Ho fatto la figura del codardo”, pensai una volta a bordo , “ io lo odio”.
    Un altro giorno passò nell’ozio,  ci prendevamo cura soltanto di noi stessi e di Penelope, mentre la costa greca si avvicinava e  il nervosismo saliva. Cercai di pensare solo alla mia Penelope, di concentrarmi solo su di lei, ma vidi Kelly e poi Blasco e mi ricordai di quanto mi diceva sempre Antonio: “donne e barche guai e delizie”.
    Cefalonia apparve la mattina del giorno seguente, eravamo più a sud del previsto, Zante a dritta, Cefalonia a sinistra. Preferii puntare su Cefalonia, per le coste frastagliate, i fiordi profondi, le possibilità praticamente illimitate di ormeggi tranquilli.
    Argostoli ci accolse sonnolenta  verso mezzogiorno. Il porto era praticamente tutto nostro, poche barche ormeggiate  battenti le bandiere più diverse:  svedesi, inglesi, americane, australiane. L’unico marinaio della capitaneria di porto di Argostoli ci accolse annoiato invitandoci a  compilare distrattamente dei  moduli, osservando ancor più distrattamente i nostri passaporti. O meglio, controllò solo quello di Kelly e subito  attaccò bottone in inglese, costringendomi ad interromperlo non troppo gentilmente. Mi guardò di traverso e mi disse di andare via. Per una volta Blasco mi diede una pacca sulla spalla e tirò via, per la mano, la dolce Kelly. Così va la vita.
    Feci rifornimento d’acqua e di verdure e prenotai la cisterna per il carburante che arrivò poco dopo cigolando. La baia lasciava senza fiato, profonda, tra mare e monti,  le acque calme e trasparenti, migliaia di ricci ad aspettare solo qualcuno che li facesse diventare un condimento per la pasta. In Grecia ogni angolo ricorda la Sicilia: nei nomi, Panormos e Drepanon dovunque, nei colori, nella vegetazione, nei monti  calcarei che si tuffano nel mare, nella cucina, nei sapori. Persino la gente sembra la mia gente. Il Mediterraneo, riflettei, è una grande patria che ha perso ogni memoria di sé. Mi venne subito voglia di verdura, e le insalate greche con feta, pomodoro , zucchine e cipolla mi deliziarono  innaffiate da birra ghiacciata e ouzo, dopo giorni di acqua brodo.
    Ci dondolammo per qualche giorno tra Zante e Cefalonia, poi risalii la costa dell’isola;  volevo far vedere a Penelope la sua isola, la bella Itaca. Penelope mi ringraziò a modo suo,  la sentivo contenta, e anche Blasco si rilassò, mentre Kelly metteva da parte quegli atteggiamenti da femme fatale. Come sempre mi sbagliavo. Mandai Blasco a terra in cerca di cibo fresco e Kelly rimase in barca con una scusa qualsiasi: -Non me la sento, vai tu- gli disse.
    Quando Blasco sparì dalla vista, Kelly cominciò a stuzzicarmi: non reagii. Allora lei mi saltò addosso come una belva affamata. Ottenne ciò che voleva con la sua merce più preziosa. Non avevo scampo, ero suo.
    Da Itaca verso la terraferma, il vento rinforzò avvicinandoci alla costa greca;  decisi di non passare per Corinto, e di puntare a sud oltre il Peloponneso,  verso l’isola di Creta. Oltrepassammo Oxia con mare frangente e vento quasi al traverso, dieci nodi pieni facendo rotta a sud. Penelope cavalcava  le onde che era una meraviglia e decisi di montare il gennaker. Sistemai le scotte e drizzai la grande vela asimmetrica all’esterno del genoa.
    Solo chi va per mare può capire. Dodici nodi, acqua libera a prua, libertà sciolta da vincoli.
    Eppure il diavolo è sempre dietro l’angolo e questa volta mi attendeva oltre il Peloponneso, tra Citera e Candia.  Blasco, per quanto inebetito, si era accorto che tra me e Kelly era successo qualcosa ed era tornato aggressivo, quasi isterico. Il Meltemi  aveva cominciato a soffiare impetuoso da nord gonfiando il mare al largo di Heraklion, le onde si alzavano una dietro l’altra e frangevano. L’anemometro segnava i quaranta nodi di vento. Terzarolai la randa, ingarrocciai un piccolo fiocco a prua, ma commisi l’errore di essere troppo prudente. Penelope perse velocità…  l’acquistava  sul cavo d’onda, ma ne perdeva troppa in salita rischiando di straorzare in cima a causa del frangente. “Ci vuole velocità” pensai “surfare sulle onde è il rimedio”.
    -Molla un terzarolo- ordinai a Blasco che stava raggomitolato nel pozzetto accanto a Kelly  stravolta dalla paura.
    - Sulla tuga non ci salgo manco morto- mi urlò di rimando.
    Persi la pazienza: -il timone automatico questo mare non lo regge e di sicuro non lo reggi neanche tu,- gli gridai. -Alza il tuo culo molle e leva una mano di terzaroli, altrimenti finiamo a mollo, deficiente cacasotto.-
    -Tu sei pazzo!- mi rispose rosso in viso, mentre Kelly piangeva di fianco a lui. D’un tratto un’onda più alta e frangente delle altre ci colpì da prua. Penelope, troppo lenta, venne investita dal frangente, ma questa volta non riuscì a liberarsene: straorzò  sull’onda coricandosi con la mura di sinistra quasi in orizzontale, le crocette quasi in acqua.
    -Tenetevi- li avvertii e vidi la piccola Kelly quasi librarsi in aria. Misi la barra tutta a dritta, sperando che la fortuna e la fisica facessero il resto,  riuscendo a riportarla in orizzontale. Penelope non mi aveva tradito.
    -Bastardo! Ci farai affondare-  gridai a Blasco, ma lui non replicò, né si mosse e perciò decisi di rischiare con l’automatico che, appena inserito, iniziò a gemere e a fischiare. Feci entrare Kelly nel quadrato e le ordinai di chiudersi dentro; feci appena in tempo a scorgere il caos dabbasso. Mi precipitai alla randa, sciolsi le borose, ma la drizza non ne volle sapere di andare su, la pressione del vento era troppa.
    -Il paranco- indicai a Blasco -drizzala col paranco…- Penelope straorzò ancora. E questa volta fu peggio della precedente. Riafferrai il timone e diedi barra a dritta, poi mi venne l’idea…  il motore.
    Tentai di accenderlo, sperando che le due straorzate non avessero prodotto danni e la fortuna mi assistette. Diedi tutta manetta e Penelope, finalmente, riacquistò velocità. Ogni cosa tornò al suo posto. Avevo pagato l’errore, ma ce l’avevo fatta.
    -Sei un vigliacco e un pezzo di merda, Blasco. Ti sbarco ad Heraklion,- lo ripresi, quando la buriana si fu calmata.
    - Sono un vigliacco- ammise lui -io ho paura, perché amo la vita e ho paura di perderla. A te invece la vita  fa schifo e giochi a fare il coraggioso. Non è coraggio, sei uno psicopatico- mi rinfacciò. -E Kelly?- chiese dopo un po’.
    -Kelly può fare ciò che vuole- gli risposi.
    -Hai fatto l’amore con lei, vero?- domandò.  -Lo sai che era mia, che ci tenevo…-
    -Ho fatto l’amore con lei,- ammisi affrontandolo e in risposta mi arrivò un pugno in faccia. Me l’ero meritato.
    Seguirono ore di silenzio: -va’ via- dissi a Blasco non appena attraccammo ad Heraklion - e portati pure Kelly.-
    -Non voglio andar via- mi pregò allora Kelly abbracciandomi.
    -A me basta Penelope- borbottai laconico, scostandola da me con disprezzo.
    Non bisogna mai avere due amori alla volta e la strada per Antalya era ancora lunga...