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in archivio dal 11 dic 2007

Gaia Conventi

16 giugno 1974, Codigoro (FE)
Segni particolari: Blogger cattivissima, scrittrice ridanciana. 
 
Mi descrivo così: Scrivo, ma posso smettere quando voglio.
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  • 11 dicembre 2007
    Le vie del silenzio

    Come comincia: In una giornata di sole nulla potrebbe andare storto.
    Lo dico tra me, ma è solo un attimo, poi i miei occhi si posano sul Volto del Cavallo.
     
    Strano come i turisti visitando Ferrara, forse già col ventre rigonfio di cappellacci di zucca, non s’accorgano che le due colonne del volto sono diverse fra loro.
    Quella che ha l’onore di sorreggere il duca Borso d’Este è più larga. E’ fatta di strati di marmo e mattoni che non provengono da nessuna cava: sono lapidi funerarie levate ai cimiteri ebraici.
     
    La cosa risultò palese nel 1961 quando, volendo restaurare la colonna, ci si ritrovò di fronte ad iscrizioni smozzicate e tronche preghiere di benedizione.
    Le lapidi vennero fotografate e la colonna le fagocitò di nuovo.
    A nulla valsero le suppliche della Comunità Ebraica.
     
    E’ questo che accade in un giorno di sole.
    Mentre tu rimani affascinato da queste finestre... quante sono? Tantissime.
     
    Stai percorrendo Via Mazzini. Tutte quelle finestre a raccontarti quante persone erano costrette a vivere in un solo edificio.
    Cinque cancelli cingevano le strade del ghetto, non vedi i cardini?
    In Via Vignatagliata rivedo la scuola ebraica, dopo il 1938, quando l’Italia ci bollò come razza ebraica, potevamo studiare soltanto qui. Avevamo i migliori insegnanti della città, quelli costretti a seguirci in questa scuola, ebrei anche loro.
     
    Ferrara è una città strana, la diresti dormiente. Ma non lo è affatto, credimi.
     
    Gli Este accolsero qui la mia gente, gente che scappava, ma quando Ferrara entrò a far parte dello Stato Pontificio, il Papa non ne volle sapere di noi.
    Solo l’unità d’Italia ci fece integrare in quella che abbiamo sempre considerato patria.
    Combattemmo e morimmo, da uomini, non solo da ebrei.
    Stranieri? Beh, non lo eravamo, non fino al 1938.
     
    E qui comincia la storia che voglio raccontarti.
     
    Il primo podestà della mia città fu un avvocato ebreo. Brava persona, ma ebreo.
    Credo sia stato Italo Balbo ad avvertirlo del vento che cambiava.
    Quando si dimise, mia nonna, donna saggia, temette il peggio.
     
    In casa nostra, antica famiglia borghese, non mancavano gli oggetti di valore.
    Mia nonna volle salvare un antico Yad ad ogni costo.
    Lo Yad è una piccola mano indicatrice usata per tenere il segno durante la lettura del Sefer Torah.
    Nessuna mano umana, infatti, può toccare le Sacre Scritture.
    Lo Yad che mia nonna conservava così gelosamente, era stato portato a Ferrara dai nostri antenati cacciati dalla cattolica Spagna.
     
    Ferrara è città di brava gente, gente onesta. In quegli anni, quando insulti e povertà entrarono nelle nostre vite, furono in molti a darci una mano.
    Ma furono tanti anche quelli che si premurarono di riempire dettagliati fascicoli. Ci schedarono e ci portarono via tutto.
     
    Lo zelo di alcuni fa rabbrividire. L’Archivio di Stato conserva ancora tre elenchi, frutto dell’interesse personale di qualche funzionario. Documenti mai richiesti dalla Prefettura, ma che qualcuno compilò con meticolosità. Vennero buoni, quei tomi, nel ’43, quando si mandò la gente a morire.
     
    Ma quell’antico simbolo ebraico, mia nonna lo volle salvare.
     
    Erano i primi mesi del 1939. Dopo aver avvolto il prezioso Yad ed averlo nascosto in una valigia assieme a vecchi abiti, mio fratello maggiore partì per la Svizzera.
    Era un’impresa disperata, lo sapevamo bene. L’avrebbero braccato, pensammo... e così avvenne.
    Arrivò alla stazione di Bologna e sparì nel nulla, con la valigia.
     
    Sono passati anni, troppi a contarli.
    Non so dove sia finito lo Yad, o almeno quello celato nella valigia.
    Quella copia da due soldi che mia nonna consegnò a mio fratello.
     
    Lo seppi quando decisi di restaurare il mio vecchio appartamento in Via Mazzini, di fronte alla Sinagoga.
    In quella che fu la stanza da letto dei miei nonni, sotto il pavimento, trovai una nicchia.
     
    Lo Yad dei miei avi era là.
     
    Mia nonna, con saggezza, deve aver pensato che nessuno avrebbe cercato a casa nostra ciò che già ci era stato rubato.
     
    Si sentono molte storie di gente mandata a morire inutilmente, ma un fratello morto per una patacca da rigattiere può forse darti l'idea di quanto triste sia la nebbia del tempo che avvolge la mia Ferrara.

     
  • 11 dicembre 2007
    Un faro nel vuoto

    Come comincia: Quando mi dissero che dovevo installare un mareografo nel Delta non immaginavo sarei finito in un posto simile.

     

    Mi aveva inviato la Provincia, con altri tre tecnici. Cartina alla mano perché se ti perdi da queste parti ti ritrovano dopo mesi... come sull’ Everest!
    Finché si è trattato di percorrere la statale e immettersi sulla provinciale, tutto bene. Poi ho capito cosa significa un posto isolato.

    Mi perdo un paio di volte prima d’arrivare al ponte di barche che devo percorrere. Pago il pedaggio, irrisorio a dir la verità, e chiedo se sono sulla strada giusta per l’Isola dell’Amore.
    Ci credereste? Il nome la fa sembrare una meta da viaggio di nozze, invece è soltanto un lembo di terra che i locali chiamano lo "Scanno".
    Il vecchietto che sembra Cerbero al limitare dell’inferno mi dice di seguire la strada.

    Sulla riva veneta del fiume c’è il traghetto che ci aspetta. Ho scoperto che qui le cose funzionano solo da aprile ad ottobre, il resto dell’anno sono tutti in letargo.
    La Provincia ha scovato il conducente del traghetto che, di malavoglia e abbandonando una partita a carte, ha accettato di portarci sullo "Scanno".

    Hanno fatto aprire per noi, caso raro, l’unico ristorante su quella sperduta lingua di terra.
    Si trova nel faro che, costruito nel ’50, non ha visto per anni anima viva. Qualche tempo fa un pazzo visionario l’ha preso in gestione ricavandone qualcosa che assomiglia ad un rifugio.

    Dietro di me il furgone trasporta il mareografo che servirà a determinare la quota del mare alla foce del Po. Alcuni pescatori, ridendo, mi hanno detto che non gli serve.
    Quando i tavoli e le sedie del ristorante del faro galleggiano... significa che non c’è da stare tranquilli!

    La filosofia locale mi fa rammentare un documentario di Discovery Channel, se mi guardo in giro, in mezzo alla nebbia, forse scorgo anche un totem.

    Il lavoro in sé non richiede molto tempo, se non fosse che per arrivare fin qui da Ferrara ho impiegato quasi due ore ed ora mi ritrovo a vagare su queste dune di sabbia...

    A lavoro concluso possiamo godere dell’ospitalità dell’unico ristoratore in questa valle di lacrime.
    Inutile dire che il pesce qui non ha lo stesso sapore che ha in città.

    Sembra che la nostra presenza sullo “Scanno” attiri diversi visitatori, la cosa non mi stupisce; il primo cinema è a trenta chilometri, la noia da queste parti è palpabile.

    Noi siamo in quattro, tutti cittadini e a bocca aperta di fronte allo spettacolo dei canneti.
    Sembra d’essere tra i pochi sopravvissuti ad un disastro atomico.

    Neanche a dirlo il ristorantino comincia a riempirsi di gente.

    Chissà quanto è seccato il conducente del traghetto! Macché, questi sono venuti per conto proprio, in barca. Hanno saputo che il ristorante del faro era aperto e volevano vedere in faccia i "foresti", gli stranieri che avevano fatto il miracolo.

    Il vino abbonda sul tavolo, poi qualcuno tira fuori un mazzo di carte.

    Conosco poco il dialetto ferrarese e quello di queste parti non ci assomiglia nemmeno tanto.
    Un ometto di buona volontà ci fa da interprete quando anche la fantasia non viene a capo del senso del discorso.

    Si raccontano molte storie in un pomeriggio di nebbia, con la pancia piena e il vino che toglie lucidità.
    Chiedo al gestore come gli sia venuto in mente di aprire un’attività qui, fuori dal mondo.
    Mi dice che è venuto da queste parti sul finire del ’51, come inviato di un famoso giornale.
    Ha immortalato la grande alluvione e, affascinato dal Delta, non è più riuscito ad andarsene.
    Diversi anni prima ha perso il figlio maggiore , annegato in Po una domenica d’agosto.
    "Il fiume è traditore" mi dice.
    Si versa nel bicchiere un ultimo goccio di vino e lo beve tutto d'un fiato.

    "Ho perso mio figlio ma non hanno mai ritrovato il suo corpo, così ora me ne sto qui, in compagnia di questo faro. La sua luce la si vede fino a dieci miglia in mare, sa? Forse farà ritrovare al mio ragazzo la strada di casa."

    Sono un po’ brillo ma non abbastanza per continuare la conversazione.

    Ho tirato un sospiro quando, finalmente, il traghetto mi ha riportato alla mia auto. Durante quella breve traversata non ho fatto altro che scrutare l’acqua buia.

    I morti non tornano, mi sono detto, ma ne sono pienamente convinto solo quando imbocco la statale in direzione Ferrara.

     
  • 11 dicembre 2007
    La morte ti fa bella

    Come comincia: Decisamente la morte per assideramento è quella che più si confà alle more. Le labbra violacee ed il pallore cereo fanno da contrappunto ai loro capelli corvini.
    Lo stesso, invece, non si può dire per le bionde.
    Il grigio cenere del viso mal si accompagna con la massa dorata delle crini.
    La morte che maggiormente dona alle bionde, a mio parere, è quella per strangolamento. I segni rossoviolacei sul collo fanno da ultimo foulard alla loro bellezza.
    Quei segni, così netti e precisi, contrastano mirabilmente col loro viso fragile e virgineo.

    Sì, decisamente l’estetica segue chiare regole, anche nella morte.
    Così pensava il dottor Exhume alla fine del turno.

    Fare il patologo non è un lavoro divertente.
    Bisogna trovare un modo per non impazzire in quel laboratorio d’acciaio, seghe e provette.
    Già il nome del luogo appare sinistro e cupo: obitorio.

    Mentalmente pregustava, quasi con ingordigia, il suo rientro a casa.
    Avrebbe aperto la porta chiamando a gran voce sua moglie, la sua adorata brunetta.
    Avrebbe aperto il freezer e l’avrebbe baciata sulle gelide labbra.

     
  • 11 dicembre 2007
    Mille e mille volte

    Come comincia: Mille e mille volte riflessa.
    Uno specchio rimanda un’immagine che forse è la tua, la rimanda molte volte, mosaico di chi non sa riconoscersi.

    Un accendino d’argento, costoso, sul bordo di una panchina.
    La zigrinatura di lusso, tirata a lucido, riflette sorniona.

    Un pacchetto di sigarette, aperto, ne lascia intravvedere le terga.
    Lo sapeva che stavi cercando di smettere.

    L’accendino d’argento rimanda alla tua mente il sorriso cinico di lei. Sarcasmo. Quante volte sono che giuri e spergiuri di smettere?
    Mille e mille volte.
    L’accendino ha riflesso in quelle occasioni la tua faccia afflitta che mentiva a se stessa... solo un tiro... sarà l’ultima sigaretta.
    Ecco smarrito in una boccata di fumo un buon proposito.

    Lei sapeva e ci provava gusto a tormentarti.
    Un pacchetto di sigarette e un accendino su quella panchina.
    Distogli lo sguardo e lo punti su di lei.
    La tua retina e l’accendino ne riflettono le orbite vuote.

    Un solo fendente allo stomaco.
    Il punteruolo lo hai sempre avuto in borsa. Pensavi di difenderti dalla cattiveria del mondo. Lei era cattiva, non credi?
    Come definire altrimenti chi ci allontana da un piccolo traguardo?

    Però ora lo devi confessare a qualcuno...
    Devi dirlo al medico che quel cerotto ti rende nervosa.
    Nervosa, certo.
    Lei lo sapeva. Se nemmeno la tua amica più cara lo capisce...

    Un pacchetto di sigarette aperto su quella panchina.
    L’accendino ti rimanda mille  e mille volte riflessa un’immagine che pare essere la tua.
    Soltanto un tiro, che sarà mai?

    Lo specchio zigrinato e sadico ti riflette in una nuvola di fumo.
    Che buon sapore ha una sigaretta dopo aver ucciso qualcuno.

     
  • 11 dicembre 2007
    Breve e fulminante

    Come comincia: Esco ora dal mio editore.
    "Niente da fare", mi dice, "hai perso il tocco magico".
    Beh, gli avrei risposto tra i denti, se una cosa la fai per campare, se la fai  sette giorni su sette, magari diventa un lavoro vero e non è più quello splendido hobby che mi ha portato fin qui.

    Il mio editore è uno stronzo, non lo sono forse tutti? Mi mette una mano sulla spalla e mi fa "breve e fulminante"... certo, come l’infarto che gli auguro ogni volta che scarta un mio pezzo! Ok,  breve  e fulminante... e cosa gli porto la settimana prossima?

    L’unica cosa breve a cui penso è il mio matrimonio!
    Fulminante? Certo, come gli alimenti che sono costretta a pagare a quella mezza calza di marito. Lo diceva la mia mamma:  "Mai sposarsi con un bagnino!"
    Eh, com'è dura la vita quando si chiudono gli ombrelloni e il sole si fa tiepido!

    Ok. Allora, com’era? Breve e fulminante.
    Fermo un taxi, a quest’ora la metro è piena di ragazzi che tornano da scuola e al momento sentire marmocchi che urlano, anche se in maniera breve e fulminante, va oltre la mia sopportazione.

    Apro la portiera e mi infilo nel taxi, quando sono nervosa non mi muovo, sguscio.
    Do le indicazioni in maniera breve e chiara (fulminante? non saprei, è solo l’indirizzo di dove abito).

    Ma si sa, i tassisti sono bestie strane, a metà tra il venditore di pentole in TV e il tuo padre confessore.
    Così mi tocca subire le indicazioni turistiche.
    "Piazza Savonarola", "Ecco il Duomo, è del 1100 o giù di lì, sa?"
    Evito di guardare fuori dal finestrino, la mia città la conosco e tra un po' tiro un urlo per non sentire le castronerie pseudo-storiche che mi propina!

    Poi passa a parlare del tempo.
    "Caldo, eh? Ah, beh, ma mai come da noi, sa? Io vengo dal Texas e il caldo che fa da noi..."
    E blatera.

    Allora penso tra me, se lo metto in difficoltà con una domanda a trabocchetto, una domanda breve e fulminante, vuoi vedere che chiude il becco?
    "Senta, mi scusi, sa, sto facendo un sondaggio: mi racconta una storia breve e fulminante?" e già me la sghignazzo tra me e me. pensando "Vedrai che l’omino del west non sa che pesci pigliare!"
    Beh, un consiglio, mai sottovalutare un tassista.

    Mi guarda dallo specchietto, si schiarisce la voce.
    "Buffo che lei me lo chieda. Faccio il tassista da vent'anni, dieci dei quali passati vivendo su questo taxi".
    "In che senso vivendo? Fa forse turni da 24 ore?"

    Altra occhiata furba.
    "Possiamo anche dire così. E' che, vede, io non scendo mai dal mio taxi. Se ho fame passo al McDonald e mi consegnano tutto dal finestrino. Se mi va d’andare al cinema, vado in un drive-in... e se devo fare la doccia, vado all’autolavaggio e apro le portiere!"

    Perplessa gli chiedo se ha forse paura che glielo rubino il taxi o se lo spaventa pagare un affitto.
    "Come le dicevo, io sono texano. Facevo il tassista anche dalle mie parti, ma quello era traffico, mica il vostro! E quello era caldo! E il caldo, quando la terra non lo sopporta oltre, scatena temporali. Beh, avevo appena finito l’ultima corsa della giornata. Esco dall’auto per bermi un buon caffè forte, ah! mica come il vostro caffè che non sa di niente! Esco, mi guardo in giro e BAM! Un fulmine mi colpisce dritto al petto!"
    "Madonna! Ma lei è fortunato a poterlo ancora raccontare!"
    "Eh, vede, se invece di scendere dal taxi poggiando la mano sulla lamiera, io ci fossi rimasto dentro, non sarebbe successo" e se la ride, " Lo dice anche Discovery Channel che l’auto è il posto più sicuro per difendersi dai fulmini!"

    Rimango a pensarci su.
    "Breve e fulminante" lo è...
    ma non è pubblicabile.

     
  • 11 dicembre 2007
    La cara zia Bettina

    Come comincia: Mia zia Bettina passa il tempo sferruzzando.
    Ci vede ormai pochissimo e le sue mani sono afflitte dall’artrite, ma cos’altro mai potrebbe fare per passare il tempo?
    Mia zia Bettina esce poco, non parla coi vicini, quasi non li conosce.
    La cara zia porta il lutto da più di sessant'anni.
    E’ rimasta vedova giovanissima, dopo soli undici mesi di matrimonio: lo zio Carlo è morto in guerra.

    Mio zio Carlo era negli alpini, addetto alle salmerie.
    Proprio la sua asina preferita, la Tota, gli sferrò in volto il calcio che l’uccise.

    Mia zia Bettina percepisce la pensione di vedova di guerra.
    La zia Bettina vive in fondo ad un vicolo, la cui imboccatura è di fronte alla chiesa, sull’altro lato della piazza.
    Così, quando zia Bettina sente i "rintocchi a  morto"

    Donnnnn... Donnnnnn... Donnnnnnnn...

    prende lo scialle ed esce.

    Percorre il vicolo con la velocità che i suoi ottantaquattro anni le consentono. Non guarda i vicini che stanno sulla soglia, non risponde ai saluti.
    Zia Bettina si porta in prima fila, osserva il feretro portato a braccia e annuisce.
    Si fa il segno della croce la mia adorata zia, per un po' segue con lo sguardo il corteo funebre; poi rientra a casa.
    Riprende il lavoro a maglia e parla tra sé:

    "Un altro morto, un’altra vedova... ma quella mica la prende la pensione di guerra!"

    Sorride la zia, rinfrancata.

    Sono le piccole soddisfazioni a rendere sopportabile la quotidianità.

     
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