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Autore

Gero Mannella

in archivio dal 20 feb 2007

21 agosto 1961, Caserta

mi descrivo così:
Sardonico

20 febbraio 2007

Un libro per penetrare nell’intimo

Intro: Il bookcrossing è una pratica lodevole e, per fortuna, in espansione. E i suoi risvolti possono essere tanti, alcuni addirittura impensabili! Ottimo il debutto di Gero Mannella su Aphorism.it

Il racconto

"Ohibò! E questo cos’è?", si chiese Efisio appena prese posto sulla panchina del giardino pubblico.

 

Al suo fianco giaceva un oggetto a lui poco familiare, compatto e squadrato, dalla coperta rigida e composto da una pila di fogli pressati l’uno sull’altro. Un’agnizione lo folgorò: "Deve essere un libro, ne ho sentito parlare".


Lo squadrò incuriosito, pensando a come potesse essere finito lì incustodito, e buttò di riflesso un’occhiata intorno, caso mai il proprietario lo sorvegliasse. L’assenza d’esseri umani in un raggio ragionevole lo indusse ad una maggiore confidenza. Estrasse una mano dalla tasca e l’accostò diffidente al tomo per sfiorarne il dorso, più o meno con la stessa cautela con cui un cacciatore di serpenti accarezzerebbe la testa di un mamba nero. Dal mezzo del tomo faceva capolino un lembo cartaceo di colore giallo.


L’uomo raccolse il libro, lo poggiò sulle cosce e tirò fuori il lembo giallo: era una busta da lettera. Il messaggio che conteneva era scritto con grafia tersa e ampollosa. Vi si leggeva: "A colui che lo troverà questo libro aprirà nuovi orizzonti. Suggerirà un modo nuovo di rapportarsi col prossimo, di comunicare e penetrare nel suo intimo".


Il bookcrossing prendeva piede in città, ed Efisio ne era inconsapevole testimone. Il volume sembrava un classico, qualcosa di russo, visto il nome dell’autore impresso a caratteri dorati.


Entrato d’ufficio nel dominio sensoriale del nostro uomo, esso fu oggetto d’una indagine vaga tesa a carpire la fomite della malìa che esercita su molti individui sani, nonché l’arcano del messaggio nella busta. Le pagine erano solide e fruscianti, ed i caratteri vi si stagliavano grandi, nitidi e snelli nonostante il cogente gravame delle grazie.


Efisio si fermò su una pagina a caso e percorse col dito un paio di righe di Garamond. Poi prese il coraggio a due mani e si applicò alla decodifica. Ritrasse l’indice ingombrante dall’unghia curata e posò gli occhi sulla sequenza di segni, compitando le sillabe a mente. Alla fine del periodo, segnato dal punto e a capo liberatorio, rifiatò. Levò gli occhi al di sopra degli occhiali neri e li posò assente sul circostante ravviando con una mano il fitto crine. Poi inspirò a fondo, come farebbe un primatista di apnea nell’atto dell’immersione, e tornò al tête-à-tête con l’inquietante scrigno, lisciandone compreso la brossura e le cuciture lungo il fianco.


"Devo cominciare a leggere", si ripropose col tono di sussiego dei prodromi dell’intellettuale, "deve essere rilassante". In particolare lo allettava la lusinga di quel messaggio, quel "penetrare nell’intimo del prossimo" che aveva in qualche modo a che fare col suo mestiere. Proprio il suo mestiere, a pensarci bene, di tempo per leggere gliene avrebbe concesso parecchio, costellato com’era di lunghe attese.


"Potrei finalmente dedicarmi a libri veri", rifletté in balìa di un nuovo accesso di voluttà tattile, "col dorso in pelle e i fogli di carta pregiata cuciti uno ad uno". Altro che i simulacri in cartone che colmavano i vuoti degli scaffali nel suo studio! Quelli, si sa, avevano il solo fine di dare un tono all’arredo, di non disattendere l’immaginario dell’ospite, di non stonare con la tappezzeria, e soprattutto di celare denaro e gioie. Per sovrappiù, bando alle apparenze, se era vera la promessa del messaggio i libri avrebbero dato un contributo importante ai suoi rapporti sociali e di lavoro. Lì il tatto e la discrezione erano requisiti essenziali.


Ebbe giusto il tempo di elaborare quest’ultimo pensiero quando, buttato l’occhio all’angolo della strada, vide finalmente sbucare un uomo vestito di tutto punto che, con passo celere ed una borsa in pelle ciondolante dalla mano destra, attraversava la strada parlando al cellulare dall’auricolare.


Ad Efisio spuntava una smorfia di sorriso represso quando incontrava quei tipi immersi in apparenti soliloqui. Dapprima, quando il telefonista dall’auricolare celato era una mosca bianca, lo potevi scambiare per un caso clinico ambulante, refuso errante della riforma Basaglia, intento com’era a sbraitare e berciare con gli occhi nel vuoto. Poi, col diffondersi del costume non ne sorrise più. Avvertiva piuttosto il disagio proprio del membro di una minoranza etnica ed una montante diffidenza che lo irretiva negli approcci con estranei. Quando qualcuno lo apostrofava per strada o sul bus con l’aria di chiedere o di attaccare bottone, egli prima di rispondergli provava a circumnavigarlo per essere certo che non avesse auricolari bluetooth. Lo irritava l’idea dell’equivoco, del concedere attenzione a chi in realtà non gliel’aveva chiesta. Chissà, magari questo russo, questo Tolstoj, nel suo libro che apriva gli orizzonti sul rapporto con gli altri forse spiegava anche come regolarsi coi telefonisti dagli auricolari bluetooth. Di certo il tizio trafelato con la borsa in pelle era uno di quelli.


Tosto che lo vide imboccare un vicolo ed estinguersi alla sua vista Efisio si levò dalla panchina tenendo il libro in bella posta. Aveva deciso di portarlo con sé e sperimentarne l’efficacia già da quell’incontro di lavoro.


Attraversò la strada, imboccò il vicolo e con lunghe falcate raggiunse l’uomo e ne richiamò l’attenzione. Di lì a poco nel vicolo echeggiarono un paio di spari. L’uomo con la borsa s’accasciò vomitando sangue mentre l’auricolare bluetooth continuava a gracchiare.


Efisio diede un’occhiata al libro che aveva appena scostato dalla bocca della pistola. Dal grande buco bruciacchiato al centro del tomo si levava un alito di fumo.


Una smorfia di soddisfazione si dipinse sul volto del nostro uomo. Sparare celando la rivoltella dietro un libro era molto meglio che sparare dalla tasca dell’impermeabile, come aveva fatto finora. Al di là dell’indubbia aura di distinzione che gli concedeva il fregiarsi di un buon libro nell’approcciare l’interlocutore, avrebbe pure risparmiato un mucchio di soldi in impermeabili. È vero, poteva farli rammendare; ma con che faccia avrebbe circolato in un trench con le toppe? Cosa avrebbero detto i colleghi?


"Proprio vero", si rallegrò, "un buon libro aiuta a penetrare più discretamente nell’intimo del prossimo". Ed allontanandosi lesto dal vicolo recando seco il cimelio traforato benedisse il messaggio trovato nel medesimo e l’anonimo donatore.

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