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in archivio dal 10 dic 2008

Giacomo Todaro

26 luglio 1987, Palermo

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  • 12 dicembre 2008
    Il palazzo di via Marconi

    Al quarto piano
    Ettore legge i capolavori di un altro tempo.
    È totalmente immerso.

     

    Al piano terra,
    nella guardiola, il portiere fa il suo dovere.
    Si preoccupa di quello che fanno
    gli inquilini,
    l’edizione pomeridiana inizia
    tra cinque minuti.

     

    Al settimo piano
    l’ascensore non arriva,
    è fermo al sesto, si aspettano i lavori
    e Giulia si sente un po’ più sola.

     

    Al secondo piano
    il Commendator B. aspetta il suo bassotto,
    si è messo in testa di addestrarlo,
    sono aperte le scommesse:
    chi si stancherà prima?

     

    La porta al terzo
    è sempre chiusa, da dietro
    arrivano mugolii ambigui,
    i ragazzini nel pomeriggio
    fanno la fila per sbirciare
    dal buco della serratura
    ma, giuro, nessuno ha mai visto niente
    o almeno così mi ha detto
    il portiere.

     

    Nel terrazzo
    i panni stanno ad asciugare
    ma c’è anche chi ci va per fare
    altro.
    Di solito sono in tre:
    uno guarda,
    uno tiene il braccio,
    l’altro armeggia con lo strumento
    e si fa.
    Ci si fa a turno.

     

    Al primo piano
    Greta piange disperata,
    tende a drammatizzare un po’ troppo
    ma la ferita sanguina ancora molto
    è successo tutto
    solo l’altro ieri.

     

    Dalla finestra del quinto piano
    arriva sempre ottima musica,
    se riesci a scegliere l’orario giusto
    potresti approfittarne per farti una cultura.

     

    Il sesto è vuoto,
    aspetta qualcuno che lo abiti
    e che lo viva con le sue
    manie  e stranezze.

     

    Per strada
    Passano le solite cinque macchine
    In un via vai infinito.

     

    Che c’avranno da passare
    Tutto il giorno sotto il palazzo
    di via Marconi?

     
  • Che lo si voglia o no
    sono finiti.
    Sono finiti
    gli anni da vivere ad occhi chiusi,
    quando ogni cosa che fai
    va bene,
    va fatta
    è comunque giusta.

     

    Non potrai più dire che non è colpa tua,
    non potrai più urlare la tua gioia,
    non potrai più urlare il tuo malumore,
    non potrai più andare ad occhi chiusi contro il mondo.

     

    Che lo si voglia o no
    sono finiti.
    Adesso si cammina dritti sulla schiena,
    pronti a pararsi dai colpi.
    Sempre.
    E comunque.

     

    Non potrai più dire non importa,
    non potrai più chiedere aiuto,
    non avrai più di un tentativo,
    non potrai più andare ad occhi chiusi contro la vita.

     

    Adesso,
    che piova o che ci sia il sole,
    dovrai sempre stare fuori,
    e non sarà mai una tua scelta,
    e non potrai assentarti per qualche malanno.

     

    Adesso devi aprire gli occhi,
    strofinarli per bene,
    indossare il giusto vestito
    e camminare.

     

    Dimentica gli anni vissuti ad occhi chiusi.

     
  • Non è una giustificazione
    ma non sono stato io a chiederlo.

     

    Non sono stato io a chiedere
    di avere quest’età,
    questa vita,
    questo mondo.

     

    Non sono stato io a chiedere
    di stare qui,
    a questa latitudine e longitudine del mondo,
    non ho chiesto io di conoscere certa gente
    di innamorarmi di qualcuno
    di non farlo di altri.
    Anche se sbaglio, ripeto,
    non l’ho chiesto io.

     

    Forse dovrei farmene una ragione
    e cercare di governare,
    ma io sono solo un cretino incapace di radersi.

     

    Vorrei poter dire addio
    e dirlo per sempre.
    Vorrei poter fare quello che voglio.
    Veramente.
    Vorrei poter avere le idee chiare,
    o almeno che stessero al loro posto
    per più di due ore,
    per più di due mesi,
    per più di due anni.

     

    Non sono stato io a chiedere
    quello che non volevo.

     

    Non ho chiesto neppure quello che non sapevo di me.
    Ma, a sorpresa, è venuto a galla anche questo
    e non è stata una bella scoperta,
    non ho gioito
    quando ho scoperto di saper essere
    tutto quello che non voglio essere.
    Io apro solo gli occhi la mattina,
    tutto il resto viene da sé.

     

    Non ho chiesto io
    di abbandonare strade già percorse per metà,
    eppure è successo.

     

    Non ho mai chiesto nulla alla vita
    solo di essere all’altezza di essere vissuta.

     
  • 12 dicembre 2008
    La vita immaginaria di C. B.

    La poltrona è troppa vecchia
    e ha davvero troppi buchi
    per potersi sedere comodi,
    ma lui è lì, giorno e notte,
    che piova o che ci sia il sole.
    Quando il pacco da sei birre
    poggiato alla poltrona finisce,
    sbuffa
    e si alza per andarne a prendere un altro in frigo.
    Il problema si presenta
    quando anche la scorta in frigo è finita.
    Prende la giacca adagiata sull’attaccapanni,
    tira una bestemmia
    e scende in strada.
    Sotto il cappotto il pigiama.
    Sulla testa il cappello.

     

    È una delle tante sue giornate,
    una delle più inconcludenti.
    Quando gli va di culo
    a fine giornata ha qualche riga scritta in modo decente
    che comunque riprenderà il giorno dopo.
    Se proprio non è dell’umore
    per poter discutere
    con la sua vecchia macchina da scrivere
    passa tutto il giorno a camminare
    su e giù
    per il suo appartamento,
    per il suo buco da pochi spiccioli al mese.
    Per fortuna.

     

    Non può concedersi il lusso di una donna
    o almeno una donna che sia permanente.
    Non potrebbe permetterselo
    e poi le conosce troppo bene da sapere
    che averne sempre una tra i piedi
    è controproducente.
    Quando il bisogno animale si fa sentire
    indossa il solito cappotto,
    scende in strada
    e ne paga una.
    La tiene accanto quel che può,
    finché non vengono giù due lacrime.
    Capisce quant’è meschino
    capisce che è meglio così.

     

    La notte è più nervoso
    che di giorno.
    Infatti fuma solo in quelle ore.
    Cinque, dieci, venti e passa sigarette.
    Tutte in una notte.
    Tutto prima dell’alba.
    Tutte prima di andare a dormire
    per le solite due ore d’inferno
    che gli regalano solo incubi.
    Poi di nuovo sveglio
    a cercare di buttar giù qualcosa
    che valga la pena di essere letto.

     

    Butta giù i suoi incubi.
    Vita vissuta
    buona per chi vive perché
    respira.

     
  • C’ha creduto e, in un modo o in un altro,
    ci crede ancora,
    anche se ha la barba di due giorni
    e  il trucco non gli viene bene,
    anche se il sorriso non è dei migliori
    e assomiglia più
    ad una smorfia di disappunto
    verso di sé.
    Gli han detto di stare a casa
    ma non è convinto che questo lo aiuti.
    La bottiglia è sempre lì, sul tavolo,
    a pochi centimetri dal bicchiere
    e il bicchiere a pochi centimetri dalla bocca.
    Il whisky è da quattro soldi,
    ma sembra non rendersene conto,
    cerca di gustarlo
    per quanto sia possibile,
    c’ha sempre buttato gli ultimi spiccioli.

     

    Lo specchio è troppo severo
    nei suoi confronti e
    non riesce a tenere lo sguardo.
    Non si sente da buttare,
    devono ancora venire le battute migliori,
    non è arrivato il momento di calare il sipario,
    non si sente da lacrima sul viso.
    Il rosso vorrebbe vincere sul nero
    anche se ha la barba di due giorni.

     

    Il tendone lo si vede
    anche dalla finestra di camera sua,
    un cazzotto nello stomaco,
    troppo anche per lui
    che il sentimentalismo lo ha perso
    anni fa dietro una porta sbattuta
    alla sua ambizione, alla sua voglia di far ridere.
    La pioggia sbatte forte sui vetri
    e il vento fa il resto,
    fuori dalla finestra qualcosa cambia,
    fuori dalla finestra qualcosa di nuovo da vedere
    per far passare
    la novantaduesima notte
    senza sonno.

     

    Il clown del circo delle meraviglie
    c’ha poco da ridere
    e altrettanto poco
    per far ridere.
    Ma lui ci crede ancora
    e sembra capace
    di farlo credere anche
    agli
    altri,
    purché siano innamorati di lui.