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in archivio dal 09 dic 2005

Gianluca Gualano

13 agosto 1977, Milano - Italia
Mi descrivo così: Annoiato ma speranzoso
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  • 31 maggio 2006
    Oblio

    Muoio, muoio.

    Ho paura di lasciare tutto,

    in fondo al tunnel vedo la luce

    ma è luce nera.

    E’ tutto inganno

    ma io son debole e umano

    e a volte sento

    il bisogno di sconfitta

    e di oblio infinito.

     
  • 30 marzo 2006
    Dolce infelicità

    Se la felicità non esiste

    io mi chiedo come possa sussister

    il suo vigliacco polo opposto!

    Eppur quest’ultimo

    io spesso lo assaporo e lo gusto

    in tutta la sua pienezza ed amarezza.

    Quotidianamente bevo dal suo calice

    che mi empie e mi strugge

    e soddisfa la mia sete.

    Ma la mia gola non è secca

    e io come un matto,

    cerco ancora di scoprire se esiste o meno

    questo frutto marcio ed illusorio chiamato

    felicità.

     
  • 12 dicembre 2005
    Silenzio dell'animo

    Con la sera

    finalmente giunge

    la quiete

    dolce e calma

    si posa nel mio cuore.

    Solo ora posso

    godere del tramonto

    e del mio sole

    che più non

    mi brucia.

    Nulla più arde dentro

    e il rosso del tramonto

    mi trapassa senza ferirmi.

    Questa è la mia pace

    ed il giusto silenzio

    regna dentro me.

    Ora il mio animo tace

    e io posso

    assaporare anche la vita.

     
  • 12 dicembre 2005
    Desiderio

    Se una volta piangevo sulla velocità del tempo

    oggi chiedo con pietà

    che questo passi in fretta.

    Anche se di tempo

    sono già illuso abbastanza,

    scivolo nell’oblio dell’inutilità di tutto ciò.

    E mi dispiace

    di stare in piedi a fare nulla

    e guardare il Cielo

    che sempre esiste.

     
  • 12 dicembre 2005
    Dialogo tra folli

    Se labile io son

    tu morrai con me.

    Ma se potessi

    giocherei ora con il filo,

    che tu lo sai

    non ha ampio respiro.

    Che poi tu vivi

    e io vaneggio

    ma pur sempre bestie siamo

    e c' illudiamo che viviamo.

     
  • 12 dicembre 2005
    Coraggio della mano

    O mano di piombo ardimentosa,

    entrami nel petto e strappami il cuore

    perché sono stolto e cieco!

    Non un folle,

    già codesto sarebbe un grosso risultato,

    ma un vile uomo

    che dopo la morte

    non è risorto!

     
  • 12 dicembre 2005
    Sguardo

    Fuori dalla finestra,

    si fa bene,

    punte di alberi magiche.

    Vetri corrotti ingannevoli.

    Localino in Andalusia

    ti getterebbe nuovamente nella frenesia.

    Unica soluzione:

    abbandono totale di ogni possessione.

    Vita libera in spazi ampi.

    Il tempo sparisce tu compari finalmente.

     
  • 12 dicembre 2005
    Solita scelta

    Nel Nulla affogo ogni giorno

    Cosciente di nulla in attesa,

    Attesa di nulla speranza.

    Vivo e recito

    come di regola,

    come desiderato.

    La scelta fu mia ma ora dimentico

    faccio finta di nulla

    e dolcemente attendo il giorno di scegliere ancora.

    In realtà pentito della scelta

    attendo solo l’ennesima fine.

     
  • 12 dicembre 2005
    Morte

    Dolce e morbido fu perdersi nella notte.

    Buia strada stretta.

    Solo io. Sensazioni molli. Ora conosco la fine,

    devo solo ricominciare.

     
  • 12 dicembre 2005
    Presa di coscienza

    Mi confondo nei vestiti della folla;

    no, non è vero

    mi disarma solo chi è capace.

    Senza terreno io cammino,

    senza paura ma forse

    solo per l´incoscienza e l´inconsapevolezza

    di un dolore futuro

    e non ancora provato.

    Se mi fermo ne sono certo.

    La consapevolezza mi fa male,

    mi fa morire.

    Il cuore si schiaccia

    sino a

    prosciugarmi tutte le lacrime.

    Mi opprime. La certezza del dolore mi opprime.

    Se hai voglia di fermarti,

    aiutami.

     
  • 12 dicembre 2005
    Cambiamenti

    Schiavo di me stesso, schiavo delle mie idee.

    Passi falsi. Incoscienza di un tempo. Consigli prematuri.

    Scarpe da tennis. Fango e polvere. Incontri alle scuole medie.

    Coscienza del tempo. Flussi di coscienza. Inutilità avanzata.

    Schiavo di me stesso. Incapacità alla mobilità.

    Mobilità incondizionata. Immobilità forzata, ecco cos’è: è una fottuta immobilità forzata.

     
  • 12 dicembre 2005
    Sofferenza di condizione

    Cuore marcio

    spremuto quotidianamente e scurito in volto,

    stringiti nelle arterie e fai pulsare solo il sangue della lotta;

    vivi e dimenticati pure di battere nel caso di una vita abbandonata per distrazione.

    Baratta arterie e vene a tuo piacimento

    e pulsa schiacciato da un piede

    troppo solo per portarsi troppo avanti.

     
  • 09 dicembre 2005
    Dedica

    Stenditi solo nel buio del giorno
    e urlati in silenzio la gioia del tuo amore.

     
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  • 09 agosto 2012 alle ore 10:38
    I borghesi del 2000

    Come comincia: Per definizione un salto nel buio è appunto un salto senza la ben nota rete circense di protezione, è qualcosa che non porta con sé né garanzie né certezze. E nel momento in cui il motore di codesto salto è una spinta morale, etica o comunque proveniente direttamente dal proprio cuore poco conta la riuscita o il fallimento dello stesso in quanto la purezza della spinta garantisce la salvezza del soggetto. Ad oggi va molto di moda il cosiddetto “salto nel buio col trucco” ossia con rete di protezione, invisibile ai più e purtroppo anche a questi stessi intrepidi azzardatori dell’ignoto. Voler approdare verso lidi della mente e del corpo ma con delle garanzie e certezze: i confini, un territorio circoscritto, essere sempre tra “amici”. Bene questi signori sono i borghesi del 2000. Gente brava per amor del cielo, brave persone come spesso si dice e si sente dire e come del resto effettivamente sono. Come quando si va a quelle serate, feste, sagre di campagna politicizzate in cui trovi la bandiera della Palestina o la bancarella di Emergency, il messaggio è: “non ti preoccupare, questa sera puoi stare tranquillo fratello sei tra noi, la pensiamo tutti ugualmente, non devi temere idee fuori dal comune o personaggi fastidiosi, goditi il tuo sabato sera e se ogni tanto hai dei sussulti interni butta l’occhio in giro e la bandiera della Palestina dovrebbe farti riaddormentare. Nessuno ti racconterà che 2+2=5. Nessuno oserà dar fuoco alle tue tanto amate certezze!” (poi che la bandiera della Palestina sia confusa con quella delle isole Samoa è un particolare del tutto irrilevante). Il salto nel buio con rete di protezione è il movimento del 2000, oramai che da questa parte di mondo tutti possiamo godere delle minime garanzie di cibo, letto, lavoro, cesso privato in camera, ci si può permettere di buttare l’occhio più in la ma mai al di la della siepe e sempre col paracadute attaccato. Fondamentalmente gente che ha studiato, intellettuali; persone inquadrate (forzate?) in un contesto socio-culturale del buono, del bello e del bravo che hanno voglia di tentare, di dimostrare; ma lo stesso tessuto socio culturale, la famiglia e il senso d’individuazione in qualcosa, tengono loro stretto un guinzaglio oppiaceo più o meno lungo. Queste persone hanno un enorme bisogno di certezze, di risposte ma soprattutto di confini e garanzie di appartenenza a questo tessuto. Poi esiste il peggiore dei borghesi del 2000, quello in cui sono riassunte tutte le qualità: salto con paracadute, giudicatore e ipocrita. Questa nuova specie va dal fratello negro (non è un errore di battitura è proprio scritto negro) o indiano, e lo giudica inferiore perché magari mangia con le mani o caga per strada. Giudica e si sente superiore e magari salvatore. Il suo motto è veni vidi vinci! Non ha alcuna spinta interna, le sue motivazioni non nascono dal cuore, non ha idee proprie se non un senso di appartenenza a una cultura, la sua, a una famiglia, la sua, a un gruppo di amici, il suo, eppur professa in giro fratellanza e sostegno. Giudica continuamente e tutto quello che non è tra i suoi confini è merda, in realtà è solo estrema paura dell’incognito e di quanto ciò possa intaccare le piccole e limitate idee della sua comunità. Se annusa pericolo per le sue verità potrebbe esser disposto a vender la madre o tradire l’amico del suo stesso gruppo additandolo con frasi del tipo: “sei tu che hai smesso di pensarla come noi!”. Cambierà marciapiede pur di non affrontare il nemico - l’opposto - e non è chiaro se per pusillanimità o ignoranza. Dunque se ne deduce che il borghese del 2000, che fondamentalmente non uccide non stupra ne ruba le caramelle ai bimbi di strada, appartiene a una scuola religioso-filosofica con dei confini ben chiari, stessi confini che garantiscon lui sonni tranquilli e la certezza che il sole risorgerà puntualmente. I valori che professa sono confusi perché non ha alcuna presa di posizione personale se non appartenenza a un gruppo. Non esistono idee migliori delle altre, più all’avanguardia o più forti, più sane o più pure; esistono solo prese di posizioni, serie oneste coraggiose. Come si fa a capire? Ascoltando il proprio cuore, solo da quello provengono situazioni pure e dolci di Amore comune. Fallimento o riuscita dell’impresa è a quel punto un affare del tutto secondario. Il resto è assurdità.
    Un grande disse: si ripaga male un maestro se si rimane sempre scolari…

     
  • 23 maggio 2006
    Un giorno di riposo

    Come comincia: Ognuno di noi credo che ogni tanto desideri essere avvolto dalla dolcezza della normalità. È bello e rassicurante ma soprattutto caldo come la coperta di lana sul letto. Con un solo aggettivo si potrebbe dire “umano”. Chi non vuole trastullarsi nella tranquillità e nella serenità portate dalla normalità? Solo i pazzi. Oggi per esempio è proprio una di quelle giornate in cui a me riesce difficile pensare alla vita e allora tutto è positivo ed il mondo mi appare facile. E non a caso oggi. “Oggi” perché è la tipica giornata tra l’autunno e l’inverno: c’è il sole ma è povero e freddo e le foglie sono metà a terra e metà sui rami. Allora ho preso la mia motocicletta e sono andato a fare un giro perché è questo che facevo quando avevo sedici anni. Prendevo la moto e senza casco vagavo a caso per le strade della città. Ricordo inoltre che ero anche assai fissato con i soliti percorsi, raramente esploravo nuove traiettorie. Mi piaceva lasciare che il freddo autunnale di metà pomeriggio mi entrasse attraverso il giubbotto. Amavo guardare il sole con sfida poiché era debole e fiacco anche se riscaldava. Giravo per ore e ore e altro non mi interessava. Credo che neppure pensassi: ai tempi conoscevo il Vuoto. Poi sono tornato a casa e sono andato a leggere al parco sotto casa mia. Ci stavano i bambini che giocavano e allora anche in quel frangente mi sono accorto che stavo cercando un tempo andato. Prima però lo cercavo con tristezza, ora con stupore. Quando avevo tredici anni alle ore quattordici ero già all’oratorio a giocare a pallone. Era sempre ottobre o novembre. Freddo ma sopportabile e le foglie stavano basse. Non so bene cosa sentissi oggi, eppure il prato, l’erba e le foglie sembravano essere le stesse di quindici anni prima. I ricordi erano vivi, caldi, proprio come un costato aperto da una lancia metallica. Allora oggi è stata una piacevole giornata per me. In questi giorni non voglio stare altrove ma solo qua con le comodità della mia casa. La sedia, per esempio, oppure il divano che mi accoglie morbido se voglio leggere rilassato. Non vorrei essere su per le strade polverose dell’Asia a parlare con chi sa chi e neppure ad imparare nuove teorie filosofiche. In questi giorni sto bene così come sono e con quel poco che so, senza voler altro. Mi sembra quasi che sia giusto, anzi che sia la sola possibilità che io sia nato qua ventotto anni fa. Non ne vedo altre di possibilità. Certo tra poche ore questo giorno sarà andato e domani potrebbe accadere nuovamente il caos, ma prima che succeda voglio assaporare tutto questo con tutti i miei sensi, affinchè tra dieci anni io possa narrare di codesto giorno di riposo!

     
  • 23 maggio 2006
    Un filo di speranza

    Come comincia: Ripensando nuovamente (diciamo pure senza vergogna per l’ennesima volta) alla mia condizione e più in generale alla condizione dell’Uomo non ho alcun motivo per essere felice. Di sicuro non mi siedo in un tavolo imbandito di cibo e bevande. Cibi grassi e vini speziati. No, tutt’altro. La tavola è scarna e la pancia vuota come quella di un bimbo sfortunato del terzo mondo. O peggio ancora se qualcuno il tavolo lo vede ricco e grasso ha preso solo dei grossi abbagli. L’inganno è sempre in agguato. L’inganno stesso credo sia generatore di tutto ciò. Ma l’inganno alla fine dei conti di tutto ciò è l’oggetto o il soggetto? Che miseri che siamo! Quanto valiamo poco! Gettati in una caverna buia e guidati da ombre e odori filtrati. Possibile che non esistano elementi sufficienti per poter arrivare a delle conclusioni o almeno per potersi creare dei solidi punti di partenza. È ovvio che questi sono necessari. Come posso andare avanti a danzare su tavole sconnesse? La mia è una danza troppo pericolosa che porta a morte certa. Ma non quella morte che è l’unica certezza che noi tutti condividiamo. Io parlo della morte del mio Io. Guardo avanti a me e cosa mi attende? Forse un futuro roseo fatto di soddisfazioni mentali o culturali? Di progressi della mente? No, tutt’altro. La staticità mi attende. Ecco la mia fidata amica alla quale farò presto bene ad assoggettarmi e ad andarle incontro proponendole una resa incondizionata. La staticità del pensiero e della mente. Nessuno sviluppo, nessun passo in avanti. Tutto quello che mi verrà offerto saranno solo piccole fondamenta illusorie e di breve durata. E io dovrò accontentarmi come un senzatetto si deve accontentare delle panchine per il suo riposo e degli scarti dei ristoranti per soddisfare la sua fame. Dovrò stare in silenzio. Non devo opporre alcuna resistenza. Ma come posso nascondere a me stesso e a tutti voi che un filo di speranza in me risiede. Un filo esile, infinitamente piccolo. Trasparente. Inesistente ma presente. Se non vi fosse codesto filo, un essere come me come potrebbe tirare avanti?

     
  • Come comincia: Oh, eccoci qua! Si avvicina Carnevale e lo sento solo perché faccio un lavoro, almeno momentaneamente, che mi permette di udire il suono delle maschere e degli scherzi, il brusio dei coriandoli mentre solcano l’aria durante i loro voli arzigogolati e quel profumo che sa di bimbo travestito. Qualche giorno fa ho avuto un nuovo attacco alla mia psiche da parte del mondo lavorativo e del suo senso. Essendo ovviamente allo stato attuale un insegnante – quanto è strano il mondo se io sono diventato ciò! – l’oggetto del malanno è stata ovviamente la scuola, con tutto il suo sistema di voti e lezioni e tutto quello che può significare e rappresentare. Tutto è accaduto in una giornata tranquilla e lieve, comunque piovosa e bigia, interrotta solo da qualche brutto voto, tra cui anche un due! Un bel dolce e sonante due. Non era certo la prima volta che appioppavo ad uno studente fannullone tale voto. E non credo sia stato il voto in sé ad attivare quel processo rivoluzionario nella mia mente che io ben conosco! Solo che ad un certo punto ho visto quel ragazzo adulto e uomo, padre e vigile della sua vita, magari anche misera ma pur sempre uomo e cresciuto. Allorché ho capito che l’unica cosa che separava quel ragazzo scarso a scuola da quell’uomo di famiglia era il tempo. Il solito maledettissimo ingannevole tempo. Possono mai avere alcuna importanza i voti per il Tempo che tutto ingurgita? No! Allora basta dare voti e provare a insegnare. Anche questo è in fondo un lavoro ridicolo, un lavoro in cui adulti hanno a che fare con ragazzini, adulti che devono perdere tempo a giudicare e sezionare questi animi giovani e ribelli. Ragazzini a cui spesso e volentieri non frega nulla della storia o della matematica ma pensano a tutt’altro. Ognuno ha da fare le proprie strade, belle o brutte che siano ma ognuno è l’artefice delle proprie strade. Eppure mi piacerebbe battere il mio personale record di permanenza continua in uno stesso lavoro che attualmente è fisso a sei mesi. Le possibilità sono notevoli, visto che mancano poco meno di tre settimane. I miei allievi lo sanno e se la ridono di gusto. Il mio CV parla chiaro: otto lavori diversi in meno di tre anni dalla laurea. Quello che poi farò l’anno prossimo è compito del destino buttare giù qualche appunto. Io spero solo sia qualcosa di gradevole e simpatico, non noioso e molto rapido. Spero di non chiedere troppo ma nella mia nuova filosofia di vita del wu wei tutto è magnifico e ben accetto; dunque avanti destino: fai pure il tuo corso su di me!

     
  • 24 aprile 2006
    Tutto qua?

    Come comincia: “TUTTO QUA?!”, dico a mezza voce con il tono a metà tra lo stupito e lo sconsolato e con molta delusione nell’animo. Queste sono le uniche parole che riesco a pronunziare una volta aperti gli occhi nei confronti della vita. Tutto qua… niente di particolarmente interessante o avvincente che segni questi miei anni e, come purtroppo sono portato a pensare, tutta la vita in generale. Nessuna sfida o questione intrigante che mi prenda e mi avvolga e mi scaraventi con furore nel burrone della gioia. Tutto quello che alla maggior parte delle persone appare difficile, quasi irraggiungibile, per così dire con una sola espressione “la loro meta” a me appare invece insulso e di una facilità mostruosa, spiazzante, deludente, annoiante. Non mi pare che questa vita sia difficile da portare avanti se guardata dal punto di vista della routine quotidiana. Insomma io le difficoltà principali le ho incontrate durante gli anni universitari in quanto lo studio era alquanto complesso e i 32 esami che ho dovuto incasellare uno dietro l’altro hanno richiesto un impegno non esiguo. Ai tempi si parlava di sforzi della mente, enormi e lussuosi interventi del mio ingegno e della mia infinita forza di volontà. Bisognava fare usare il cervello, farlo sudare e marciare come quando si attraversano le dune del deserto. A tratti anche quegli anni ogni tanto mostravano la loro noia e semplicità ma quando ciò accadeva mi davo subito da fare: un lavoretto strampalato che mi occupava ulteriore tempo, un viaggetto esile per l’Europa e qualche piccolo intervento del mondo chimico e sintetico che placava la mia voglia di sapienza e conoscenza noumenica. Dopo questo periodo tutto è terminato. Trovare un lavoro e un contratto che mi mantenga a vita è stato un gioco da bambini, cambiare poi lavoro per aver uno stipendio più adeguato alle norme del tempo ancora meno. Trovarsi poi una ragazza e farsi sottrarre a forza i propri segreti e inquietudini della personalità è cosa che non è accaduta di raro. Arrivare poi a fare una famiglia e riprodursi credo richieda un impegno inferiore che travasare un liquido da un vaso in un altro, ma fortunatamente codesta vile esperienza ancora non appare nel mio curriculum vitae. Insomma destreggiarsi in questa società, sottostando alle sue regole a me pare la cosa più facile e banale di questo strano mondo. Il punto è che mi annoia fare tutto ciò, e non poco! Qualche anno fa, quando ancora vivevo nell’incoscienza della gioia, immaginavo che la vita sarebbe stata piena di imprevisti e difficoltà, proprio come all’università o al casinò. Invece no. Piatta e prevedibile ed il cervello non serve a farti tirare avanti. Insomma che aspettative può avere un malinconico iper annoiato come ma da codesta vita? In certi giorni mi appare tutto inutile, qualsiasi cosa io faccia e sia. Ma poi che cosa sono io? Che cosa mi rimane veramente da fare? Quali obiettivi ho da conseguire? Vi prego, umanità cara, che qualcuno si faccia avanti e mi dia un suggerimento. Anche un piccolo e misero indizio. Non vedo grosse imprese da compiere. Non vedo nulla di cui questo lurido e fetido mondo avrebbe bisogno da me. Tutto va da sé proprio come una barchetta lasciata in balia del vento e con i remi tirati su. La mia attuale sfiducia nei confronti del libero arbitrio non fa poi che aumentare questa catastrofe. Che delusione! Certo quando uno mette fuori la testa per la prima volte dall’utero materno non credo che, se potesse parlare, direbbe: ”tutto qua?” ma anzi si lascerebbe andare in imprecazioni e bestemmie di gioia per vedere finalmente la luce e scoprire che esiste un altro mondo oltre a quello buio e umido degli ultimi mesi. Ma qua e adesso quale altro mondo devo aspettarmi? L’aldilà? Lunga attesa dunque…

     
  • 19 aprile 2006
    Entrata in società

    Come comincia: Quello di cui credo aver più bisogno ora è un vero e proprio ingresso nella società; ingresso che deve essere sentenziato ufficialmente e formalmente da una specie di corte o ufficio che gestisce i rapporti tra singoli cittadini.

    Innanzitutto voglio frequentare spesso e volentieri posti pieni di gente. Preferisco però andarci con dei conoscenti magari di vecchia data per non sentirmi a disagio. Con loro posso anche stare zitto. Non devo per forza allacciare rapporti, basta che io inizi a creare un po’ di visibilità per me stesso. Devo anche sforzarmi di frequentare maggiormente gli amici di vecchia data.

    L’ingresso in società è fondamentale per avere una stabilità mentale che attualmente sento essermi estranea. È vero anche che questo mio nuovo e spasmodico desiderio può apparire una forzatura ma credo che ora sia necessaria. Il problema è che io stesso mi rendo conto che molti dei pensieri che faccio non sono propriamente adatti ad uno stile di vita propriamente umano. A volte io stesso non me ne capacito e vedo che da essi traspare un filo di malinconoia di livelli spropositati e di insensatezza esagerata. Quello che poi decreterebbe definitivamente il mio ingresso in società e la definitiva stabilità mentale sarebbe un bel matrimonio.

    La donna selezionata dovrebbe comunque possedere molte delle caratteristiche di adattabilità al mio modus vivendi. Credo che questa decisione non solo dimostri da parte mia una grossa quantità di coraggio ma anche e soprattutto il mio desiderio di voler dire una volta per tutte basta con le porcherie del mio essere. Tra l’altro ora mi sento abbastanza maturo e cresciuto da poter affrontare tale passo, che non mi pare affatto più lungo della gamba. Come sempre credo che affronterò la faccenda con curiosità ed enorme interesse, il tutto accompagnato da una forte dose di determinazione e buona volontà che non mi hanno mai abbandonato ma che anzi mi hanno dato sempre grosse soddisfazioni sin dalla tenera età.

    Ed allora immagino già la scena: voglio un grosso ufficio aperto al pubblico dedicato apposta a tutti i cittadini e alla loro visibilità. Ognuno è libero di entrare e ricevere informazioni. E come a fine di ogni anno scolastico vengono appesi i cartelloni dei voti dai quali si apprende con estrema rapidità e facilità la propria condizione di promosso o respinto, immagino che in questi uffici vi siano giganteschi affreschi murari sui quali si possono leggere i nomi di tutti i cittadini.

    Allora quelli incuriositi dal mio status sociale, scorrerebbero in fretta l’elenco ed arrivati alla lettera "G" potrebbero ammirare con estrema gioia la seguente dicitura: "GIANLUCA Dario GUALANO: ENTRATO IN SOCIETA’ IL 4 FEBBRAIO DELL’ANNO 2006".

     
  • 10 aprile 2006
    Picccolo mondo perfetto

    Come comincia: Oggi sono stato alla laurea di Bove e subito dopo a casa sua per gli adeguati festeggiamenti. Tutto era perfetto. Il cibo, la gente, le cose che venivano dette. Nulla era volgare o fuori argomento. E poi osservavo la famiglia di Bove, sua madre e suo padre, i loro occhi, le loro gesta. Sì, perfino il minimo movimento delle loro mani e le loro parole, che agli occhi di molti saranno sembrate retoriche e prive di significato, ma non per me che analizzo tutto con estrema cura e ansia e aggiungo anche con dovizia di particolari che spesso mi rovina il resto della giornata. Il padre di Bove si trovava là con il vino in mano a tagliare formaggi sardi con coltelli ben affilati. Stava là in piedi perfetto ed in nessun altro posto e tempo sarebbe potuto esistere. Era proprio quello che ci voleva in quella situazione. Era vestito bene. Davvero bene e per nulla volgare. La barba fatta ed il viso duro e consunto di chi ha lavorato una vita intera, di chi è in grado di lavorare una vita intera. Egli non è un dottore né un ingegnere né altre lauree possiede ma credo conosca la vita centomila volte meglio di me e di tutti quelli che gli stavano attorno. Mi sembrava ad un punto di sapere tutto su questo piccolo uomo come se fossi cresciuto con lui. Tutto quello che diceva e faceva era semplicemente perfetto. I suoi racconti e il suo portare spiegazioni non erano insensate né stupide. Niente affatto. Erano la cosa più armonica ed adeguata in quella casa. Cosa devo dire? Che guardavo con ammirazione quella situazione? Che osservavo con estrema invidia quella famiglia? Sì, è vero ma non me ne vergogno per nulla. Sono altre le cose di cui dovrei vergognarmi. Mi trovavo alla festa eppure pensavo ed analizzavo la situazione e le persone presenti: che verme! E principalmente vedevo come si può essere perfetti; vedevo come esiste la situazione idilliaca e non è per nulla inumano. La paragonavo allora a tutte le mie mancanze e lacune che possiedo nei confronti della vita e della realtà e rimanevo come al solito male. E così, solo e seduto in un angolino, riflettevo sul mio stato d’essere e sul fatto che, nonostante mi reputassi un buon osservatore, rimanevo comunque pur sempre come un alunno alle prese con maestri dai quali non riesce a svincolarsi e dai quali non apprende. Io so quello che è necessario per sostenere una vita leggera e per avere un’unione perfetta con il mondo poiché spesso ho scrutato i miei simili farlo con estrema naturalezza e semplicità ma a me proprio non riesce di metterlo in pratica. Apprendo ma non riesco a partecipare. Il padre di Bove era così naturale e perfetto nelle sue movenze e nel suo destreggiarsi con le parole, nel farsi strada tra quella folla di festanti. Tutta la sua vita era stata una rincorsa verso codesta perfezione!

     
  • 24 marzo 2006
    Sogni di sensazioni

    Come comincia:

    Sedevo ad un tavolo di legno. Tutto sfregiato. Solo pane, formaggio e vino rosso. Proprio come faceva Erri de Luca. Non so se il mio era un volerlo imitare oppure un mio bisogno.

    Fatto sta che accadde.

    C’era anche il mare e con esso tutti i suoi odori di fatica. Le reti dei pescatori e gli aghi, i pesci, la pelle scura e le rughe, i segni delle notti passate in mare. È un lavoro come gli altri.

    C’era anche una discesa che potevo scorgere dal mio tavolo.

    Pane, formaggio e vino rosso.

    Il tavolo era piccolino, ma più grosso non serviva. Mi rendevo anche conto che accumulare non serviva. Di solito accadeva che lo capissi solo quando ero davvero lontano e quel giorno NON ero lontano. Il desiderio però rimaneva. Avevo anche paura di parlare; o almeno all’inizio era alla paura che attribuivo il mio silenzio, ma poi, con il passare degli anni, capii che erano ben altri i motivi che mi spingevano a sedere con il legno in totale silenzio.

    Preferivo riscuotere dalla gente.

    Forse avevano tutti un conto aperto con me. I loro racconti, i loro dialoghi, le loro emozioni, le loro cazzate. Qualsiasi cosa. E mi facevo un’idea. Mi bastava poco per capire che razza di stronzo avevo davanti. Avevo pensato per anni che non potevano esistere e che erano una totale invenzione dei film. No, mi sbagliavo e dovevo mettermelo in testa. Tutti insieme erano una forza incontrastabile.

    E io me ne stavo là, seduto ad annusare gli odori che mi riportavano indietro; proprio come l’odore delle foglie di ottobre cadute a terra e schiacciate dai piccoli piedi su quel marciapiede che vedo dalla mia finestra.

     
  • 28 gennaio 2006
    Sensazioni di ricordi

    Come comincia: Oggi mi sento moscio e con poche forze. Deve esser sicuramente il poco sonno che ha caratterizzato le mie ultime notti. Il cervello è stanco. Il corpore di meno.

    Le vacanze sono in arrivo ma è diverso rispetto a prima. L’attesa e l’atmosfera sono diverse, lontane. Prima già a maggio arrivava questo odore prepotente di sole e vacanze. Si faceva la foto nel cortile ed un grosso senso di inconscia spensieratezza, ai tempi non compreso, si faceva spazio giorno dopo giorno a riempire i polmoni. Si indossavano le magliette a maniche corte e si correva sparsi. A volte arrivava sino in città l’odore della sabbia calda. Proprio quella stessa sabbia che nelle ore più calde ti brucia i piedi. Il sole scotta davvero. Ancora di più se ti trovi vicino l’acqua.

    Nella pelle entra il caldo; te lo senti scorrere nelle vene e quando arrivi a sentirlo pulsare con le tue stesse orecchie questi prende coraggio e diventa colore. Colore nero sulla tua pelle che brucia. Tanto nero. A volte ricordo addirittura forse troppo. Non da fare paura ma comunque da far pensare. Pelle nera e calda all’ora di mezzogiorno. Poi arriva un dolce sonno pomeridiano. La salsedine non è ancora stata lavata.

    È li con le sue righe bianche; sulle spalle, sulle braccia, lungo le gambe e sotto gli zigomi.

    Si confonde con le lenzuola del letto e la notte, quando ormai ha lasciato il tuo corpo, ti fa ricordare di essere al mare. È molto più importante di quanto si possa pensare e ogni cosa ed essere nel mondo perfetto del mare ha un compito. Quando la notte ti svegli di soprassalto e nel buio completo saranno le lenzuola a farti capire di essere lontano; solo il loro odore ti permetterà di ricordare dove sei.

    È sarà bello riprender sonno anche se un po’ sudati.

    Non è un sonno lungo piuttosto un chiuder gli occhi con facili pensieri. A volte non se ne hanno.

    E oggi tutti questi odori dove sono finiti? Innanzitutto dentro di noi ma non ci aspettano più da nessuna parte. Anche andare lontano non servirà a nulla. La coscienza del ritorno. La coscienza di un certo ritorno. Certo ma quanto sicuro? Poi si ritorna di notte, dopo un lunghissimo viaggio. Questo sempre. La notte fa più fresco. Cerchi subito le cose diverse, quelle che sono cambiate durante la tua assenza. Molte sono rimaste proprio come le avevi lasciate.

    Qualche colore è differente ma tu hai odori nuovi dentro di te.

    Era piacevole anche il fresco tepore di settembre. Quei giorni di quiete e tranquillità e con la voglia di riprender e raccontare gli odori a chi ne aveva vissuti e veduti degli altri. C´era calma, tanta calma dettata dal fresco e dall’attesa. Tutto questo forse è inutile ma mai più di un’estate senza odori e senza forze.

     
  • Come comincia: Ultime ore trascorse prima della libertà. Mi sembra di esser nel mese di Giugno.

    Gli ultimi giorni di scuola. Sono giorni semplici e spensierati. Nessuno ti interroga. I giochi sono già fatti. Non c’è impegno ma solo sole e caldo. Pensi già al domani. Qua rimane da archiviare poca roba per i futuri commessi. I futuri condannati, forse; avranno bisogno di trovare tutto a posto e tutto in ordine per poter ricominciare da zero ma già con ottimi propositi.

    Arriveranno succedanei di uomini con tanti desideri e voglie.

    Tutto si trova nelle cartellette rosa, tutto ordinato come una mente divisa in file e sottocartelle.

    Eppure tutto continua. I computer verranno accesi ogni giorno. Le macchinette del caffè eiaculeranno quotidianamente quelle bevande scure e marce.

    Tutti i motori ruggiranno puntualmente.

    Ed il buio dell’inverno giungerà ogni giorno sempre più in anticipo. Ci saranno le solite sofferenze e lamentele. I soliti aggiri e sogghigni. I soliti saluti e convenevoli.

    Io non ci sarò a percepirli ma li conosco bene poiché li ho scavati dentro ed i miei abiti puzzano come tendaggi di una casa di fumatori. Solo un lavaggio a secco butta fuori tutto il nero del catrame.

    Ma qua si parla di un lavaggio dell’anima.

    Orologi molli che ti scandiscono il cervello senza presa di coscienza. Droghe pesanti legalizzate in sottofondo di approvazione.

     
  • 28 gennaio 2006
    Disperazione

    Come comincia: Non c’è la faccio davvero più a buttare questa mia vita qua dentro, davanti a questo monitor accecante. Mi sento fiacco e debole. Mi sento come se delle onde attraversassero il mio cervello. Ogni onda è una scarica elettrica. Non si può più sottovalutare il problema. Ho paura di impazzire e rimanere un emarginato solitario. Mi sento schiavo dell’impotenza. Debole come un vecchio innocente. Non ho più le mie capacità mentali. Non ho più vigore nelle scelte. È un momento critico già vissuto. La follia mi sta vestendo. Mi cuce abiti addosso di prigioniero della galera. Voglio una condanna immotivata. Voglio una situazione paradossale precipitarmi addosso. Voglio subire un processo kafkiano. Non voglio lasciare spazi tra una parola e l’altra. Scrivo tutto attaccato per questo. Tutto d’un fiato senza pensare, senza preoccuparsi ma soprattutto per dimenticare quanto questa situazione sia grave. Ora mi sono fermato un attimo per pensare ma questo non va bene. Taglio tutto anche questi scritti.

     
  • Come comincia:

    Vigilavo con estrema cura i ricordi. Forse spesso era proprio questo che mi dava più fastidio di me stesso. Quest’estrema memoria del mio passato. Questa estrema precisione nel ricordare date ed eventi; persone ed impressioni. A volte non è facile confrontarsi con tutti questi ricordi.

    Ricordavo persino l’odore della polvere che avevo addosso dopo un’intera giornata di calcio all’oratorio. Quando terminava la scuola in giugno era il periodo più bello poiché si giocava tutta la giornata.

    Si scendeva al parco subito la mattina, a volte già verso le 9.30 iniziavano le prime partite.

    Io c’ero. Poi c’era il tempo per una veloce pausa pranzo in casa, la cui finestra dava comunque sui campi da giuoco in modo tale da rimanere sempre informati su quello che accadeva.

    Appena dalla finestra scorgevo la presenza nel parchetto di amici fidati con cui giocare a calcio mi precipitavo immediatamente giù. Si, correvo verso il parchetto. Non riuscivo proprio a camminare. Non riuscivo a percorrere con calma quel lungo corridoio che s’incuneava tra me, l’enorme palazzo e la gioia del parchetto. Avevo l’ansia di arrivare.

    Erano momenti frenetici quelli perché avevo paura di rimanere escluso dalla partita, quella sul campo centrale, quella partita che era visibile da tutto l’enorme palazzo.

    Non era la solita partita giocata sull’erba dove le porte erano fatte d’alberi.

    Non era neppure la partita giocata giù all’oratorio sul pavimento di lastre bianche e le porte disegnate sui muri.

    Era la partita sul campo di polvere. Le porte erano gigantesche. Bianchi pali di ferro un po’ arrugginiti. Era la partita seria, quella che ti stancava di più e quella in cui giocavano i ragazzi più abili. Si facevano prima le squadre.

    Di solito i due più bravi riconosciuti da tutti sceglievano la loro squadra a pari o dispari.

    Esser scelto per primo voleva dire esser uno dei più forti. A me capitava ogni tanto e mi sentivo bene dentro. Ci conoscevamo tutti. Era tutta gente che giocava.

    Il mio palazzo ha sempre sfornato gente che se la giocava a pallone. Quando ero piccolo pensavo che l’ambiente duro e difficile di quel palazzo, le difficili situazioni in cui riversavano la maggior parte di quei ragazzi erano un’ottima scuola di vita e anche di calcio.

    Pensavo fosse Dio a stabilire questi premi.

    Ero davvero contento che tutta quella gente sapesse giocare così bene, anzi addirittura orgoglioso che abitassero nel mio stesso sconfinato e tremendo palazzo.

    Ero convinto che Dio fosse giusto a dare queste doti a quei ragazzi che avevano comunque molte sofferenze familiari. Frequentavo ancora molto la chiesa e ringraziavo spesso.

    Avevo solo 9 o 10 anni. Ma attraverso questo processo ci passano tutti.

    Ero a conoscenza di casi davvero difficili. Mia madre insegnava nella scuola malfamata del quartiere e spesso mi raccontava qualcosa. Sembrava quasi che volesse farmi capire quanto fossi fortunato per non vivere quelle situazioni difficili. Ma spesso era cieca anche lei e io ancora non lo capivo.

    Quanti ragazzi ho conosciuto? Il mio palazzo era una scuola calcio.

    Oggi molti li rivedo. Non con tutti mi saluto. Ma NESSUNO ha la mia memoria. Molti sono ingrassati. Io ai tempi ero un po’ grassoccio e goffo ma mi sono sempre arrangiato abbastanza.

    Ma ora non si pensa più alle partite da fare nel campo di polvere. Il tempo manca ma forse sono cambiati anche gli interessi. Eppure il parchetto è ancora pieno. Il campo di polvere però non esiste più…è stato sostituito da materiali sintetici e reti protettive. L’entrata è controllata.

    Il mio è un palazzo davvero gigante. Enorme. Ci sono 11 piani per 11 scale e di gente c’è né davvero molta, d’ogni genere. Oggi non conosco più i ragazzi che giocano a pallone.

    Non conosco neppure più le situazioni difficili ma sono sicuro che persistono. Sono ancora attento ma in diverse direzioni. L’enorme palazzo sicuramente sforna ancora prodigi del calcio.

    Una volta ero orgoglioso di tutto questo.

    Ora ho solo tante, tante domande.

     
  • Come comincia:

    Nell´ambito della società "di tipo occidentale", nella quale noi siamo violentemente proiettati, quante volte si può scegliere? O meglio quanto spesso ci illudiamo di aver scelto? Spesso siamo convinti di cose che solo all´apparenza sono veramente come pensiamo noi. L´idea dell´esistenza di un gruppo ristretto di persone che "vuole tenerci buoni" per i suoi scopi non è poi così infondata, e personalmente già da un po’ la ricamo.

    Ci viene offerto e servito un servizio di svariati oggetti e servizi per permetterci di vivere, anzi direi meglio di sopravvivere.

    Lavoro-casa-automobile-famiglia-istituzioni-leggi (qualcuno che le fa e si preoccupa di farle osservare, compito affidato ai servi dei servi). Su questi "servi dei servi" vorrei tra l´altro aprire una brevissima parentesi. Per il compito loro affidato, e cioè quello di far rispettare le leggi, proteggere i cittadini (forse anche prima spaventarli per poi proteggerli) ed essere i gestori della giustizia e della quiete, si potrebbe presupporre che loro posseggano alti requisiti morali e di intelligenza...purtroppo è tutt´altro. Ma su quest´argomento tornerò poi in futuro, perché molto mi preme.

    Torniamo invece alle 6 parole guida della nostra società.

    Innanzitutto il lavoro. Ad esso si dedica la maggior parte del giorno, della settimana, dell´anno, ergo della propria vita.

    Nel 90% dei casi un lavoro che non ti remunera giustamente per la fatica e l´impegno dedicato.

    I sacrifici fatti non sono certo compensati adeguatamente.

    Ma questo perché? Eppure le banconote vengono stampate dalla zecca di stato e quindi sono in circolazione. Semplice: qualcuno, e anche molto vicino a te, deve guadagnare 5,10 o anche 20 volte quello che guadagni tu pur investendo più o meno il tuo stesso tempo.

    Non si lavora per se stessi ma per mantenere la propria famiglia, per potersi permettere gli svaghi.

    La sera si ritorna a casa. Possibilmente villetta a schiera con taverna ed erba tagliata all´inglese. Noi vogliamo tutto anche se spesso non possiamo permettercelo. Quindi si cerca una casa lontana dalla città, dal lavoro, dagli amici, dal proprio quartiere d´infanzia; dove i prezzi sono + accessibili e l´illusione è in vendita. Non importa se la mattina bisogna percorrere 40 km per andare al lavoro.

    Le code in tangenziale non sono un problema. Neppure sotto il sole cocente cattivo milanese.

    L´automobile pure deve essere di alto livello e comunque comoda. Non è la velocità che interessa.

    La voglia di velocità ed adrenalina non si può sfogare poiché siamo tutti in coda ma appena tenti di dar sfogo a tutti i cavalli legali che ti vendono legalmente, i servi dei servi hanno l´ordine di requisirti soldi e ultimamente punti (e qui comincia un nuovo giro di soldi di assicurazioni e di gabbole). Si aprono mutui fino a 50 anni, roba del tipo che diventeranno presto ereditari...proprio come i posti di maggior prestigio.

    Spero bene di trasmettere il fatto che non sto criticando i desideri delle persone, i loro sogni e tantomeno coloro che purtroppo guadagnano poco e che vorrebbero qualcosa di più. Penso questo sia chiaro.

    Io mi muovo contro la cecità e la sete di illusione. Voglio che non si partecipi a questo gioco le cui regole sono fatte da una cerchia troppo ristretta di persone.

    Chiudersi in casa e farsi spaventare dalla televisione: questo è un anello molto importante e saldo della catena. Come si è arrivati a questo punto? Penso che se un uomo di 80 anni fa (e quindi con rivoluzione industriale abbondantemente digerita) fosse proiettato in questa società schiatterebbe di infarto. È stato un lento ma progressivo e continuo partecipare di tutti sotto i voleri invisibili di qualcuno. Ma questi voleri sono talmente grandi che sono impercepibili ed incomprensibili per coloro che ne sono immersi fino in fondo. Immaginate di trovarvi sopra una scritta di caratteri immensi. Bene, non riuscirete certo a capire cosa c´è scritto a meno che non vi alziate da terra di 15 o 20 metri per poter leggere. Sembra un assurdo ma a volte è più difficile capire e accorgersene delle cose fino a che se ne è immersi dentro. Ci vuole distacco, lontananza e punti di vista differenti.

    Non si può andare avanti ad aver paura di tutto. Basta essere ligi a tutto ciò che ci viene presentato. Basta convincersi che qui ci sono le "cose giuste" ed i modi giusti di gestirle.

    Proteggere la propria famiglia. Le istituzioni che concorrono a tutto ciò e ci vogliono assicurare che è un nostro diritto proteggerci da tutto quello che può essere dannoso. Ma attenzione, tu avrai tutti i tuoi diritti solo se partecipi completamente al gioco. Se stai fuori sarai solo un emarginato incompreso e senza alcun diritto garantito. Solo con i vestiti puliti ti puoi presentare in un tribunale oppure a fare la spesa. Solo con i vestiti puliti e la faccia bianca la gente si fida di te.

    Solo cosi pensano che la tua sia una famiglia a posto e se quindi chiederai aiuto loro te lo daranno.

    Ma va bene cosi perché ti sei adeguato a tutto ciò che vogliono loro e magari neppure te ne sei accorto. Ormai sono diventati talmente abili che ci danno davvero tutto e sempre di più.

    Basta avere i soldi per pagare. Solo le famiglie in regola vengono ben viste. Probabilmente tutte le loro mosse sono registrate. Esistono dei "campioni" standard di cittadini sui quali effettuare statistiche e osservare le loro reazioni. Nessuno è più contento e tutti vogliono sempre di più.

    È incredibile ma anche tutto questo avrà una fine. Tragica purtroppo.

    È assolutamente NECESSARIA una presa di coscienza globale. Ma c´è n´è bisogno subito.

    Il problema è che ora la faccenda abbraccia troppi rami e si è diffusa globalmente e tutto è legato come una catena.

    Molto spesso le cose nascono perché ne devono nascere altre. Sono solo delle basi di lancio.

    Siamo ormai anche abituati a tutto e poca roba ci sconvolge. Troppa gente vuole mettere paletti agli altri e forse è pure contenta quando gli altri mettono loro questi paletti. Ci si riconosce quando si cammina. Esistono dei segni per comprendersi e per capire di giocare per la stessa squadra. L´importante è rispettare, perché finchè si rispettano tutte queste regole e si prende il numerino la mattina ci si può svegliare con la solita convinzione che la giornata che ci aspetta sarà esattamente tale e quale alla precedente. Qualsiasi variazione potrebbe creare panico. Dico basta a tutto questo guardare bene a chi ha tutte le carte in regola.

    Non si può continuare a chiudere le porte a chiavi. Tutto quello che si fa è solo perché ci è concesso da qualcuno. Il cane che la sera fa la pipì nell´aiuola sottocasa tenuto al guinzaglio dal lavoratore pulito. Non c´è più neppure un po´ di spazio per gli animali. C´è solo tanta, tanta paura nei visi delle persone.

     
  • 09 dicembre 2005
    Paura della libertà

    Come comincia:

    "Da me si lavora 8 ore più 45 minuti dovuti alla pausa pranzo e poi ogni giorno sta ai cazzi miei fare di più o di meno , basta che a fine mese non sia sotto di più di 2 ore e che se si esce prima delle 16.45 bisogna fare un permesso con recupero.
    Bene, ieri io sono uscito alle ore 16 e la gente lo ha preso come un atto di alta libertà annusata. Prima di uscire faccio il corridoio e chi mi incontrava si allarmava per quel mio non portare a termine la giornata completa, capiva che stavo andando fuori ad assaporare libertà di ore mai vissute all'aria aperta, qualcosa che quando capita è un evento poichè niente e nulla ti può bloccare dal fare le 8 ore del porcoddio.
    Insomma loro non erano invidiosi o comunque non era quello il sentimento maggiore che partiva dal cuore e usciva dai loro occhi, bensì una sorta di paura e smarrimento per quello che avrei potuto trovare fuori a quelle ore.
    Che potevo saper io se alle ore 16 non girano per Milano leoni e tigri, bande di saccheggiatori e quant'altro?
    Loro son solo sicuri e tranquilli che dopo le ore 16.45 la buona polizia del governo italiano pensa a mantener la calma per la città e ad assicurare ai cittadini un buon felice ritorno a casa, una metrò sicura, un ingorgo sicuro e pacifico.
    Insomma io stavo osando il non plus ultra, mi stavo avventurando oltre le colonne d'Ercole, ero quasi un eroe che voleva metter nero su bianco che esiste qualcosa prima delle 16.45 e che non è il nulla o il nero.
    E una storia triste e l'assuefazione alla prigione non ti permette un reinserimento nella società, ti fa sentire impaurito e sporco in coscienza se ti concedi qualcosa di più, quel qualcosa di più che una volta era la vita normale".