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Autore

Gianni Quartarone

in archivio dal 24 lug 2008

17 luglio 1973, Torino

segni particolari:
Architetto, disegnatore, sceneggiatore e scrittore nel tempo libero.

mi descrivo così:
Cerco di mantenere fertile la creatività e lo spirito indagatore. Passerei le giornate a disegnare e scrivere, soprattutto sceneggiature e racconti surreali.

24 luglio 2008

La resa dei conti

Intro: Un pericoloso criminale si barrica in una vecchia fabbrica per respingere l'assalto della polizia. Giustizia sarà fatta, ma sarà davvero giustizia?

Il racconto

Erano le 13.00.
Il sole aveva da poco superato il suo culmine ed aveva cominciato la discesa che lo avrebbe condotto al tramonto.
Mai la strada davanti all’antica fabbrica di cioccolato era stata così affollata. Quella che di solito era la zona di pochi viandanti senza meta, si era trasformata in un luogo degno di un pellegrinaggio.
Qui infatti e precisamente nel padiglione degli imballaggi si era rintanato Joe  Kidd, un terrorista ricercato da anni e che la Polizia era finalmente riuscita a condurre in un vicolo cieco.
L’antica fabbrica era infatti completamente circondata. Poliziotti armati fino ai denti occupavano ogni angolo della strada; sul tetto vigilava una squadra speciale e sotto, un fiume di gente pronta a cogliere l’attimo.
Sì! L’attimo della cattura, che avrebbe consegnato nelle mani della giustizia il criminale più temuto della città.
C’è gente che dice che Joe Kidd abbia creato problemi più o meno grossi a tutti gli abitanti.
Non c’era un solo cittadino che non fosse stato vittima di un suo crimine.
La Polizia aveva tentato un ultimo appello: “Joe, ti ripeto che ciò che stai facendo è del tutto inutile. Così non fai altro che peggiorare la tua già grave situazione. Tutta la fabbrica è circondata, non hai via di scampo. Non costringerci a sparare, perciò esci fuori con le mani bene in vista. Hai ancora cinque minuti.”
La gente però aveva capito che Joe non sarebbe uscito.
Avrebbe tentato un ultimo sberleffo, a costo di farsi ammazzare.
C’era chi giurava che sarebbe finita con un bagno di sangue, chi con una doccia, chi invece era pronta a scommettere che Joe si sarebbe affacciato ad una delle finestre dell’ultimo piano ed avrebbe cominciato a sparare all’impazzata sulla folla.
Forse proprio per questo la folla stessa cominciò pian piano ad indietreggiare, come se qualcosa di terribile, molto terribile stesse per accadere.
Ormai mancavano pochi istanti.
Dal fondo della strada era arrivato persino un blindato dal quale erano uscite otto teste di cuoio che si erano appostate in gran fretta accanto al grande portone d’ingresso.
Mancava un minuto.
“Joe, questo è l’ultimo appello. Hai ancora un minuto dopodichè dovremo usare la forza!”
L’ultimo minuto era sembrato eterno.
Non sarebbe bastata una intera enciclopedia per elencare le migliaia di espressioni e comportamenti della gente presente.
Chi aveva lo sguardo attonito, chi pregava, chi piangeva, chi urlava, chi imitava gli animali, chi copulava, chi leggeva la Bibbia, chi mangiava, chi imprecava, chi ruttava, chi cantava, chi correva, chi dormiva, chi faceva le parole crociate, chi fumava, chi scoreggiava, chi veniva a mancare, chi lievitava, chi faceva la pasta in casa, chi fischiava, chi beveva, chi faceva l’inversione degli pneumatici, chi suonava, chi giocava a tressette, chi sudava, chi mingeva e tante altre cose.
Ci si poteva insomma aspettare di tutto, la tensione era altissima si poteva tagliare con un grissino (ah no… quello era un tonno!).
Il minuto era scaduto.
In un istante le otto teste di cuoio avevano sfondato con un calcio il grande portone d’accesso (che si scoprirà in seguito aperto) ed erano penetrati all’interno.
Per tre lunghi,lunghissimi minuti non si era sentito più nulla,neanche uno sparo che uno.
Era passato ancora qualche istante e dal lungo corridoio che portava all’area imballaggio erano apparse delle sagome.
Erano loro, le teste di cuoio, con Joe.
“L’hanno catturato sia benedetto il Signore!”…”Eccolo quel bastardo!, voglio vederlo bene in faccia”… erano stati i primi commenti della gente contenta ma al tempo stesso inviperita.
Il portone era ormai spalancato e le otto teste di cuoio, gli otto eroi, si erano fermati quasi a mostrare il reo come un trofeo.
Joe, 5 anni, era un bambino magro, vestito di una maglietta gialla decorata con degli ometti stilizzati che si tenevano per mano come nell’origami; aveva dei calzoncini bianchi e degustava con aria distaccata un enorme lecca-lecca.
Nell’altra mano aveva una girandola.
Le teste di cuoio avevano cominciato ad avanzare per trasportarlo sul blindato, ma avevano dovuto lottare con tutte le loro forze per crearsi un varco tra la folla pronta a linciare il terrorista.
“Bastardo, che il Signore ti maledica!” aveva appena gridato un’anziana signora nel piccolo orecchio di Joe, che aveva avuto un sussulto che per poco non gli aveva fatto cadere il lecca-lecca.
“Giustiziatelo! Camera a gas!...Camera a gas”. ”Friggerai sulla sedia elettrica lurido verme!” erano invece gli epiteti di una giovane coppia alla quale Joe aveva prima seviziato e poi arso vivo il figlio.
Joe era appena salito sul blindato, saltellando con la sua girandola, quando un signore aveva rincorso per qualche metro il potente mezzo agitando il pugno ed esclamando: “Mostro, hai rovinato centinaia di famiglie e pagherai per questo… Ooh! Se pagherai!”.
Altre persone erano  corse dietro al blindato fino allo sfinimento ed altre rimasero nella via a commentare l’accaduto fino a tarda notte.
Joe Kidd fu giustiziato con una iniezione letale sei mesi dopo in un carcere della California.

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